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2019-11-19
Il centrodestra si desta: venduti da Conte
Getty Images
D'improvviso, la riforma del Meccanismo europeo di stabilità piomba al centro del dibattito politico italiano e apre uno scontro frontale tra Giuseppe Conte e Matteo Salvini. Dopo lungo silenzio, da oggi anche gli altri giornali inizieranno inevitabilmente a occuparsi di un tema tanto cruciale quanto trascurato dalla stragrande maggioranza dei parlamentari: i cambiamenti all'ex Fondo salvastati. Cambiamenti criticati anche dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco per le condizionalità e i fattori di incertezza che appesantirebbero la situazione del nostro debito pubblico e dunque del nostro sistema bancario e di risparmio privato.
A mettere il carico è stato Matteo Salvini, che - in una diretta Facebook - ha attaccato il premier di cui è stato vice per oltre un anno: «Pare che Conte abbia firmato un accordo per cambiare il Fondo salvastati, di notte, di nascosto, un fondo “ammazza-Stati". Se lui e Tria, senza l'autorizzazione del Parlamento, hanno dato l'ok dell'Italia, sarebbe alto tradimento, e per i traditori in pace e guerra il posto giusto è la galera. Da oggi ogni giorno», ha aggiunto, «chiederemo se lui e qualche ministro hanno messo la testa degli italiani sul tavolo. La Lega non ha dato nessuna autorizzazione» a quello che definisce «crimine».
In effetti il partito di Salvini aveva sollevato il tema anche quando era al governo, con interrogazioni nelle quali aveva chiesto lumi e dato un indirizzo politico contrario a Giovanni Tria e allo stesso premier. Sempre ieri, anche Giorgia Meloni si è unita alla critica sulla riforma al varo in sede Ue: la leader di Fratelli d'Italia ha annunciato le «barricate contro l'ennesimo tradimento verso il popolo». Pure Forza Italia, per bocca del senatore Lucio Malan, fa propria la richiesta - formalizzata poi dal Carroccio - che il premier riferisca in Aula. Il compattarsi del centrodestra deve aver convinto Palazzo Chigi a pubblicare in serata una nota che attacca Salvini («Denota imperdonabile trascuratezza per gli affari pubblici») senza però entrare nel merito della riforma né della posizione italiana. Il premier ribadisce un'ovvietà: «La revisione del trattato sul Mes non è stato ancora sottoscritta: nessuna firma». Verissimo: come scritto più volte, e come spiegato dal presidente dell'Eurogruppo Mario Centeno, la chiusura della riforma è attesa entro l'anno solare. Lo stesso Centeno ha però spiegato che di fatto i testi principali sono già blindati da un «vasto consenso». Conte è inattaccabile anche quando dice che sarà il Parlamento nazionale ad approvare il tutto, ma i precedenti (bail in, fiscal compact) non chiamano certo alla memoria grandi dibattiti nel merito, anzi. Il presidente poi si aggrappa alla «logica di pacchetto» scaturita dal confronto con i partner (ovvero, sì al Mes solo se assieme ad altri provvedimenti attigui): non proprio una risposta nel merito. Il premier infatti non chiarisce la posizione dell'Italia nel negoziato, né dice se il suo governo darà o meno assenso alla formulazione finale. Senza contare che alcuni dei componenti del «pacchetto» (per esempio, l'unione bancaria) sono tuttora in alto mare. Soprattutto, Conte non tocca il cuore del problema, oggetto degli allarmi di Visco : il nuovo Mes ci obbligherà a versare fondi per accedere ai quali, una volta fatta richiesta, potremmo dover subire una ristrutturazione del debito pubblico? È una domanda elusa anche da Centeno, che ieri - rispondendo all'europarlamentare leghista Antonio Maria Rinaldi , ha detto che «non c'è alcuna ristrutturazione automatica». Vero: la ristrutturazione è subordinata a una verifica di sostenibilità a cura del Mes, il che però non risolve il problema della sicurezza del debito stesso, come spiegato anche dall'ex deputato del Pd Giampaolo Galli . Il resto della nota del premier è un attacco a Salvini: «Chi pretende di guidare l'Italia senza premurarsi di studiare i dossier dovrebbe quantomeno evitare di diffondere palesi falsità».
Anche sulla sua relazione in Aula Conte è un po' parziale: il 19 giugno scorso (governo gialloblù) ha sì riferito sul vertice europeo, ma dicendo che «non sono state formalizzate ulteriormente le modalità di svolgimento di analisi di sostenibilità del debito», che invece - stando a Centeno - (lettera del 7 novembre) fanno parte dei documenti approvati dai capi di governo e dall'Eurogruppo. Ancora, Conte - complice il passaggio di maggioranza - non ha dato risposta a una interrogazione del Carroccio che chiedeva di non approvare la versione corrente del nuovo Mes.
Oltre al dibattito politico, si sviluppa un sottofondo social cui si sente in dover di partecipare Carlo Cottarelli, che ha il merito di cristallizzare un paradosso: «La campagna “Stop Mes" è solo demagogia», dice l'ex premier incaricato nel 2018 da Mattarella per «difendere i risparmi degli italiani»: «La proposta di riforma del Mes è sbagliata e l'Italia si deve opporre, ma il Fondo salvastati non va abolito». Dunque, a prendere per buono il tweet di Cottarelli, il nuovo Mes va approvato anche se sbagliato e dannoso per il Paese.
Spicca, nella giornata, il silenzio di Pd e M5s, rotto dal senatore Gianluigi Paragone, che ha condiviso la richiesta di convocare Conte in Aula: «Questa non è una battaglia solo di Salvini, o della Meloni: il Movimento 5 stelle era contro il primo Salvastati e spero che si opponga anche a questa riforma peggiorativa».
Bankitalia schizofrenica: Visco boccia il trattato ma «suggerisce» titoli soft
Chi sabato scorso abbia aperto in sequenza il Sole 24 Ore e La Verità sarà stato colto da disorientamento. Da una parte si titolava «Visco: bene la riforma del Mes, ma serve un safe asset europeo» dall'altra «Conte peggio di Monti: ha già venduto l'Italia», a commento dell'Eurogruppo del 7 novembre il cui resoconto finale dava praticamente per approvata la riforma del Mes.
Sia l'articolo del Sole che quello del nostro giornale commentavano l'intervento del governatore Ignazio Visco a un prestigioso seminario a Roma. Il Sole decideva di uscire con un titolo non proprio rispondente al contenuto delle 7 pagine della relazione letta da Visco e nell'articolo si guardava bene dal citare il virgolettato più esplosivo, con il quale invece La Verità apriva il suo articolo («I piccoli e incerti benefici di una ristrutturazione del debito devono essere bilanciati con il rischio enorme che il semplice annuncio di una sua ristrutturazione possa innescare una spirale perversa di aspettative di default, le quali potrebbero rilevarsi autoavveranti»).
Ma allora sono troppo ottimisti al Sole o siamo catastrofisti su queste colonne? La risposta sta nelle 7 pagine (in inglese) lette da Visco che, se non ci fosse stato il prestigioso logo di Bankitalia, sarebbero state attribuibili a qualche cosiddetto euroscettico. Anche Il Fatto quotidiano l'ha definita «una delle più dure uscite del governatore sullo stato della regolazione finanziaria europea». In particolare, Visco chiede di interrompere lo stallo nel completamento di un'unione monetaria tuttora incompleta e vulnerabile e si sofferma sul debito pubblico come fonte di rischio sistemico. E qui fa a pezzi la riforma del Mes. Secondo Visco, i benefici sono modesti ma i rischi di una perversa spirale di aspettative autovveranti sono enormi. Un banchiere centrale che scrive «rischi enormi» equivale all'allarme rosso diramato dalla Protezione civile. Visco prosegue sostenendo che ridurre l'esposizione del debito sovrano delle banche è mero palliativo, infatti trasferisce il rischio da un soggetto all'altro, ma non lo elimina. Per far ciò serve un fondo sovranazionale a cui trasferire il rischio, finanziato dapprima dai Paesi partecipanti e in ultima istanza da eurobond. Le ultime due stoccate le riserva all'unione bancaria, per il cui completamento si richiede la riduzione del rischio sovrano e delle sofferenze bancarie, ma si trascurano gli asset illiquidi e di difficile valutazione (di cui sono zeppe le banche francesi e tedesche), ed alla disciplina della gestione delle crisi bancarie, che lascia tuttora esposte le banche piccole e medie. Se un banchiere centrale dice che la recente proposta tedesca di completamento dell'unione bancaria è benvenuta ma non affronta i problemi da lui sollevati, significa dire che va cestinata. Altro che «bene la riforma»! Le considerazioni finali su capacità fiscale sovranazionale e mercato unico dei capitali ancora di là da venire completano il quadro a tinte fosche. Venerdì pomeriggio è uscito sul sito della Reuters il resoconto di tale intervento a firma Gavin Jones, a cui non era sfuggita la rilevanza dell'uscita di Visco, tanto che aveva titolato «Visco mette in guardia sulla riforma del fondo salva Stati» (…warns over…) ma, dopo poche ore, è diventato «Visco invita alla cautela sulle proposte di riforma del fondo salva Stati» (…urges caution…). Cosa è accaduto? L'ha spiegato domenica lo stesso Jones in uno scambio di tweet con chi scrive. C'era stata una telefonata di Bankitalia in redazione che chiedeva un «ammorbidimento» del taglio dell'articolo e giustamente Jones giudicava piuttosto «schizofrenica» tale richiesta di fronte a dichiarazioni pubbliche di Visco di rara durezza. Comprensibile la reazione del giornalista, che non ha esitato a renderla pubblica, anche confidando sul peso e l'autorevolezza di un colosso come Reuters.
Alla fine, il quadro che emerge è sconfortante e preoccupante. Visco dice pubblicamente cose di inusitata durezza, e dalla banca esprimono la preferenza per una presentazione morbida, tipo quella del Sole. Sicuramente non quella della Verità.
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Matteo Salvini e Giorgia Meloni annunciano barricate contro la riforma del Fondo salvastati. Pure Forza Italia chiede a Giuseppe Conte di riferire in Aula. Il premier costretto a parlare: «Non c'è nessuna firma, deciderà il Parlamento». Poi attacca la Lega, ma elude i veri nodi scoperti.La Reuters confessa di aver ammorbidito il taglio dell'articolo sulle dure parole del governatore su richiesta di via Nazionale.Lo speciale contiene due articoli.D'improvviso, la riforma del Meccanismo europeo di stabilità piomba al centro del dibattito politico italiano e apre uno scontro frontale tra Giuseppe Conte e Matteo Salvini. Dopo lungo silenzio, da oggi anche gli altri giornali inizieranno inevitabilmente a occuparsi di un tema tanto cruciale quanto trascurato dalla stragrande maggioranza dei parlamentari: i cambiamenti all'ex Fondo salvastati. Cambiamenti criticati anche dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco per le condizionalità e i fattori di incertezza che appesantirebbero la situazione del nostro debito pubblico e dunque del nostro sistema bancario e di risparmio privato.A mettere il carico è stato Matteo Salvini, che - in una diretta Facebook - ha attaccato il premier di cui è stato vice per oltre un anno: «Pare che Conte abbia firmato un accordo per cambiare il Fondo salvastati, di notte, di nascosto, un fondo “ammazza-Stati". Se lui e Tria, senza l'autorizzazione del Parlamento, hanno dato l'ok dell'Italia, sarebbe alto tradimento, e per i traditori in pace e guerra il posto giusto è la galera. Da oggi ogni giorno», ha aggiunto, «chiederemo se lui e qualche ministro hanno messo la testa degli italiani sul tavolo. La Lega non ha dato nessuna autorizzazione» a quello che definisce «crimine». In effetti il partito di Salvini aveva sollevato il tema anche quando era al governo, con interrogazioni nelle quali aveva chiesto lumi e dato un indirizzo politico contrario a Giovanni Tria e allo stesso premier. Sempre ieri, anche Giorgia Meloni si è unita alla critica sulla riforma al varo in sede Ue: la leader di Fratelli d'Italia ha annunciato le «barricate contro l'ennesimo tradimento verso il popolo». Pure Forza Italia, per bocca del senatore Lucio Malan, fa propria la richiesta - formalizzata poi dal Carroccio - che il premier riferisca in Aula. Il compattarsi del centrodestra deve aver convinto Palazzo Chigi a pubblicare in serata una nota che attacca Salvini («Denota imperdonabile trascuratezza per gli affari pubblici») senza però entrare nel merito della riforma né della posizione italiana. Il premier ribadisce un'ovvietà: «La revisione del trattato sul Mes non è stato ancora sottoscritta: nessuna firma». Verissimo: come scritto più volte, e come spiegato dal presidente dell'Eurogruppo Mario Centeno, la chiusura della riforma è attesa entro l'anno solare. Lo stesso Centeno ha però spiegato che di fatto i testi principali sono già blindati da un «vasto consenso». Conte è inattaccabile anche quando dice che sarà il Parlamento nazionale ad approvare il tutto, ma i precedenti (bail in, fiscal compact) non chiamano certo alla memoria grandi dibattiti nel merito, anzi. Il presidente poi si aggrappa alla «logica di pacchetto» scaturita dal confronto con i partner (ovvero, sì al Mes solo se assieme ad altri provvedimenti attigui): non proprio una risposta nel merito. Il premier infatti non chiarisce la posizione dell'Italia nel negoziato, né dice se il suo governo darà o meno assenso alla formulazione finale. Senza contare che alcuni dei componenti del «pacchetto» (per esempio, l'unione bancaria) sono tuttora in alto mare. Soprattutto, Conte non tocca il cuore del problema, oggetto degli allarmi di Visco : il nuovo Mes ci obbligherà a versare fondi per accedere ai quali, una volta fatta richiesta, potremmo dover subire una ristrutturazione del debito pubblico? È una domanda elusa anche da Centeno, che ieri - rispondendo all'europarlamentare leghista Antonio Maria Rinaldi , ha detto che «non c'è alcuna ristrutturazione automatica». Vero: la ristrutturazione è subordinata a una verifica di sostenibilità a cura del Mes, il che però non risolve il problema della sicurezza del debito stesso, come spiegato anche dall'ex deputato del Pd Giampaolo Galli . Il resto della nota del premier è un attacco a Salvini: «Chi pretende di guidare l'Italia senza premurarsi di studiare i dossier dovrebbe quantomeno evitare di diffondere palesi falsità». Anche sulla sua relazione in Aula Conte è un po' parziale: il 19 giugno scorso (governo gialloblù) ha sì riferito sul vertice europeo, ma dicendo che «non sono state formalizzate ulteriormente le modalità di svolgimento di analisi di sostenibilità del debito», che invece - stando a Centeno - (lettera del 7 novembre) fanno parte dei documenti approvati dai capi di governo e dall'Eurogruppo. Ancora, Conte - complice il passaggio di maggioranza - non ha dato risposta a una interrogazione del Carroccio che chiedeva di non approvare la versione corrente del nuovo Mes. Oltre al dibattito politico, si sviluppa un sottofondo social cui si sente in dover di partecipare Carlo Cottarelli, che ha il merito di cristallizzare un paradosso: «La campagna “Stop Mes" è solo demagogia», dice l'ex premier incaricato nel 2018 da Mattarella per «difendere i risparmi degli italiani»: «La proposta di riforma del Mes è sbagliata e l'Italia si deve opporre, ma il Fondo salvastati non va abolito». Dunque, a prendere per buono il tweet di Cottarelli, il nuovo Mes va approvato anche se sbagliato e dannoso per il Paese. Spicca, nella giornata, il silenzio di Pd e M5s, rotto dal senatore Gianluigi Paragone, che ha condiviso la richiesta di convocare Conte in Aula: «Questa non è una battaglia solo di Salvini, o della Meloni: il Movimento 5 stelle era contro il primo Salvastati e spero che si opponga anche a questa riforma peggiorativa».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-centrodestra-si-ricompatta-contro-il-mes-2641384364.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bankitalia-schizofrenica-visco-boccia-il-trattato-ma-suggerisce-titoli-soft" data-post-id="2641384364" data-published-at="1779297462" data-use-pagination="False"> Bankitalia schizofrenica: Visco boccia il trattato ma «suggerisce» titoli soft Chi sabato scorso abbia aperto in sequenza il Sole 24 Ore e La Verità sarà stato colto da disorientamento. Da una parte si titolava «Visco: bene la riforma del Mes, ma serve un safe asset europeo» dall'altra «Conte peggio di Monti: ha già venduto l'Italia», a commento dell'Eurogruppo del 7 novembre il cui resoconto finale dava praticamente per approvata la riforma del Mes. Sia l'articolo del Sole che quello del nostro giornale commentavano l'intervento del governatore Ignazio Visco a un prestigioso seminario a Roma. Il Sole decideva di uscire con un titolo non proprio rispondente al contenuto delle 7 pagine della relazione letta da Visco e nell'articolo si guardava bene dal citare il virgolettato più esplosivo, con il quale invece La Verità apriva il suo articolo («I piccoli e incerti benefici di una ristrutturazione del debito devono essere bilanciati con il rischio enorme che il semplice annuncio di una sua ristrutturazione possa innescare una spirale perversa di aspettative di default, le quali potrebbero rilevarsi autoavveranti»). Ma allora sono troppo ottimisti al Sole o siamo catastrofisti su queste colonne? La risposta sta nelle 7 pagine (in inglese) lette da Visco che, se non ci fosse stato il prestigioso logo di Bankitalia, sarebbero state attribuibili a qualche cosiddetto euroscettico. Anche Il Fatto quotidiano l'ha definita «una delle più dure uscite del governatore sullo stato della regolazione finanziaria europea». In particolare, Visco chiede di interrompere lo stallo nel completamento di un'unione monetaria tuttora incompleta e vulnerabile e si sofferma sul debito pubblico come fonte di rischio sistemico. E qui fa a pezzi la riforma del Mes. Secondo Visco, i benefici sono modesti ma i rischi di una perversa spirale di aspettative autovveranti sono enormi. Un banchiere centrale che scrive «rischi enormi» equivale all'allarme rosso diramato dalla Protezione civile. Visco prosegue sostenendo che ridurre l'esposizione del debito sovrano delle banche è mero palliativo, infatti trasferisce il rischio da un soggetto all'altro, ma non lo elimina. Per far ciò serve un fondo sovranazionale a cui trasferire il rischio, finanziato dapprima dai Paesi partecipanti e in ultima istanza da eurobond. Le ultime due stoccate le riserva all'unione bancaria, per il cui completamento si richiede la riduzione del rischio sovrano e delle sofferenze bancarie, ma si trascurano gli asset illiquidi e di difficile valutazione (di cui sono zeppe le banche francesi e tedesche), ed alla disciplina della gestione delle crisi bancarie, che lascia tuttora esposte le banche piccole e medie. Se un banchiere centrale dice che la recente proposta tedesca di completamento dell'unione bancaria è benvenuta ma non affronta i problemi da lui sollevati, significa dire che va cestinata. Altro che «bene la riforma»! Le considerazioni finali su capacità fiscale sovranazionale e mercato unico dei capitali ancora di là da venire completano il quadro a tinte fosche. Venerdì pomeriggio è uscito sul sito della Reuters il resoconto di tale intervento a firma Gavin Jones, a cui non era sfuggita la rilevanza dell'uscita di Visco, tanto che aveva titolato «Visco mette in guardia sulla riforma del fondo salva Stati» (…warns over…) ma, dopo poche ore, è diventato «Visco invita alla cautela sulle proposte di riforma del fondo salva Stati» (…urges caution…). Cosa è accaduto? L'ha spiegato domenica lo stesso Jones in uno scambio di tweet con chi scrive. C'era stata una telefonata di Bankitalia in redazione che chiedeva un «ammorbidimento» del taglio dell'articolo e giustamente Jones giudicava piuttosto «schizofrenica» tale richiesta di fronte a dichiarazioni pubbliche di Visco di rara durezza. Comprensibile la reazione del giornalista, che non ha esitato a renderla pubblica, anche confidando sul peso e l'autorevolezza di un colosso come Reuters. Alla fine, il quadro che emerge è sconfortante e preoccupante. Visco dice pubblicamente cose di inusitata durezza, e dalla banca esprimono la preferenza per una presentazione morbida, tipo quella del Sole. Sicuramente non quella della Verità.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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