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2022-07-15
Il Cav s’infila tra Lega e Fdi: «Mr Bce o urne»
Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni, Matteo Salvini (Imagoeconomica)
«Il centrodestra di governo prenderà decisioni comuni». Era questo l’impegno di Forza Italia e Lega alla vigilia del 14 luglio, giorno in cui i parigini presero la Bastiglia e, invece, Mario Draghi ha lasciato il governo. Un addio «congelato» fino a mercoledì, come deciso dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mentre i partiti del centrodestra prendono posizione in modo più dettagliato. A cominciare dalla Lega di Matteo Salvini che in un comunicato spiega: «La Lega è stata leale, costruttiva e generosa per un anno e mezzo, ma da settimane il presidente Draghi e l’Italia erano vittime dei troppi «No» del Movimento 5 stelle e delle forzature ideologiche del Partito democratico. La Lega, unita e compatta anche dopo le numerose riunioni di oggi, condivide la preoccupazione per le sorti del Paese: è impensabile che l’Italia debba subire settimane di paralisi in un momento drammatico come questo, nessuno deve aver paura di restituire la parola agli italiani».
Per la verità Salvini lo aveva già detto prima del voto di fiducia: «Parola agli italiani. Se i 5 stelle escono dall’Aula, la maggioranza non c’è più: basta con litigi, minacce e ritardi». Però nella nota di ieri sera, oltre che al M5s, c’è un attacco anche al Pd e alle sue forzature ideologiche, vedi ius scholae e cannabis, tanto da escludere un Draghi bis perché non ci sarebbero le condizioni come nella passata maggioranza.
Del resto da via Bellerio, per rassicurare l’ala governista del partito a cominciare dai presidenti delle Regioni impegnati sui territori tra pandemia e progetti Pnrr, avevano già sottolineato che «la Lega non ha cercato né voluto alcuna crisi e assiste con viva preoccupazione a quanto sta accadendo nel campo della sinistra. L’Italia», aggiungono le stesse fonti, «non può permettersi un assurdo, logorante e infinito tira e molla sulla pelle dei cittadini mentre gli stipendi non aumentano, l’inflazione e le bollette salgono e alcuni provvedimenti (dalla pace fiscale all’autonomia) sono fermi». Tanto che, subito dopo il voto di fiducia e mentre Draghi era al Colle, Salvini aveva annunciato che «la Lega sta mettendo a punto una proposta di pace fiscale che comprende anche un intervento fiscale ad hoc per le famiglie».
E anche se per il ministro Giancarlo Giorgetti «ci sono sempre i tempi supplementari», la posizione di ieri sera avvicina Salvini molto di più a Giorgia Meloni che su Facebook ha scritto: «Con le dimissioni di Draghi per Fratelli d’Italia questa legislatura è finita. Questo Parlamento non rappresenta più gli italiani. Daremo battaglia affinché si restituisca al popolo italiano quello che i cittadini di tutte le altre democrazie hanno: la libertà di scegliere da chi farsi rappresentare. Elezioni subito».
Parlando alla Festa dei patrioti a Palombara Sabina la Meloni aveva avvertito: «Niente scherzi, questa legislatura è finita. Abbiamo sentito parlare di responsabilità, e ne sentiremo parlare nei prossimi giorni. Noi siamo gli unici responsabili, che hanno tenuto fede agli impegni presi. Di che colore sarà il nuovo governo non lo sappiamo, tenteranno di capire se c’è un’altra maggioranza. Era inevitabile che i compromessi sarebbero stati fatti al ribasso».
In effetti, la leader dell’opposizione da giorni ripeteva «Basta, pietà. Tutti a casa. Elezioni subito!», benché il suo partito, primo nei sondaggi, non avrebbe bisogno del voto per «pesarsi» tanto che più di qualcuno dentro FdI era arrivato a dire: «Ci auguriamo per il Paese di votare presto ma se le cose continuassero così, nei prossimi mesi arriviamo al 30%».
A questo punto la palla passa a Silvio Berlusconiche, pur evocando per primo la necessità di una verifica di maggioranza, era stato già chiaro: «Andare alle urne non ci preoccupa, anzi siamo certi che il risultato elettorale premierebbe il centrodestra, in particolare, come dimostrano tutti i sondaggi, l’atteggiamento responsabile e costruttivo di FI. In ogni caso, siamo pronti ad affrontare ogni eventualità avendo come stella polare l’interesse degli italiani». E poi in serata l’agenzia Agi ha sintetizzato il pensiero del Cav: «O Draghi, o voto». Attacca il M5s il coordinatore nazionale Antonio Tajani: «Complimenti al M5s per aver fatto questo guaio mentre c’è una crisi in corso, la guerra è ai confini dell’Europa, la Borsa crolla, lo spread è salito e c’è un’impennata dei prezzi delle materie prime. È da irresponsabili».
Sembrano già sapere quello che faranno mercoledì quando il premier (o ex) si presenterà in Parlamento Renato Brunetta e Mariastella Gelmini. Infatti, mentre il ministro per la Pubblica amministrazione ieri sera ripeteva che «l’Italia non può fare a meno di Draghi», per la collega degli Affari regionali «la decisione del presidente del Consiglio Draghi merita rispetto: il suo lavoro di questi mesi merita la gratitudine del Paese. Quello che è accaduto in Parlamento per le contorsioni di un movimento politico irresponsabile è stato grave e ha prodotto degli effetti. Il rischio fondamentale da scongiurare adesso è che le conseguenze ricadano sulle italiane e sugli italiani».
Giù Piazza Affari, cresce lo spread. Sui listini pesa pure il taglio del Pil
Con la crisi di governo che impazza, i mercati ieri si sono tutti mostrati in grande difficoltà. La mancata votazione della fiducia sul decreto Aiuti da parte del M5S ha prima di tutto fatto salire lo spread tra il titolo di Stato italiano e quello tedesco. Rispetto ai 206 punti di ieri, il differenziale con il decennale tedesco ha raggiunto ieri i 222,2 punti, in crescita del 5,41%.
Andamento negativo anche per il principale listino di Piazza Affari, il Ftse Mib che ieri ha chiuso la seduta in calo del 3,4%, dopo che in giornata il crollo era arrivato anche al 4%. Come spiega Michele Morra, gestore di Moneyfarm, il Ftse Mib ieri ha fatto peggio rispetto agli altri listini azionari. «Il fattore che influisce più pesantemente sui mercati è l’esposizione ai titoli del settore bancario, che soffrono per l’ampliamento degli spread delle obbligazioni italiane e l’appiattimento della curva dei tassi di interesse. Ma sicuramente i mercati azionari sono sempre condizionati anche da fattori globali e il Ftse Mib, in particolare, sta scontando tra gli altri fattori anche il crollo del prezzo del petrolio e dei titoli energetici», spiega.
«Sul fronte dei mercati obbligazionari, oggi (ieri per chi legge, ndr) tutti gli Stati dell’Europa periferica stanno soffrendo e lo spread italiano si sta allargando più degli altri Paesi. I motivi sono essenzialmente due: per prima cosa, il dato Usa sull’inflazione, rilasciato ieri, ha aumentato le aspettative di restrizione monetaria anche in Europa. In secondo luogo, il rischio di frammentazione politica è generalmente aumentato, prima con Macron che ha perso la maggioranza in Francia, e ora con la crisi politica italiana. Inutile a dirsi, l’ennesima crisi politica potrebbe rappresentare un ulteriore duro colpo per le aspettative di crescita e per la fiducia dei mercati non solo nella forza dell’economia europea, ma anche nel progetto Europa, come mostrato dalla recente volatilità anche per il cambio euro-dollaro, che continua a mantenersi intorno alla parità».
In effetti, la crisi di governo non ha aiutato i mercati italiani, ma in Europa la situazione non resta meno complicata. Parigi, ieri, ha chiuso in calo dell’1,41% e Francoforte a -1,86%. D’altronde, ieri mattina la Commissione Ue ha rivisto al ribasso le stime sul Pil della zona euro e alzato quelle sull’inflazione. Per l’Italia nel 2022 la crescita è prevista del 2,9% (dato rivisto in positivo) mentre nel 2023 la stima dovrebbe scendere al +0,9%, ultima tra i Paesi dell’area euro. Con questi chiari di luna il ministro del Tesoro, Daniele Franco, dovrà lavorare non poco perché la situazione non peggiori ulteriormente.
Tra i titoli che ieri hanno fatto bene ci sono Saipem (dopo due giorni di pesanti ribassi, +5,69%), Amplifon (+2,06%) e Stm (+0,32%). Male, però. I titoli bancari, finanziari e del comparto energia. I ribassi più ampi sono stati quelli di Azimut (-4,07%), Banca Generali (-4,12%), Banca Mediolanum (-3,54%), Banco Bpm (-5,3%), Bper (-6,17%), Enel (-5,7%), Eni (-4,25%), Fineco (-5,07%), Generali (-3,31%), Intesa Sanpaolo (-5,54%), Italgas (-3,39%), Iveco (-3,85%), Leonardo (-3,78%), Mediobanca (-4,7%), Nexi (-4,22%), Poste Italiane (-5,08%), Snam (-4,39%), Telecom Italia (-6,4%), Tenaris (-4,04%), Terna (-4,26%), Unicredit (-6,11%) e Unipol (-4,39%). Tim, con un crollo del 6,4% ha registrato la peggiore performance tra i titoli a grande capitalizzazione.
A rendere tutto ancora più difficile, poi, c’è l’euro. La moneta unica ieri è di nuovo scivolata sotto la parità con il biglietto verde per poi riprendersi e finire la corsa a 1,006 dollari.
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Per Matteo Salvini «si deve restituire la parola agli elettori». Netta pure Giorgia Meloni: «La legislatura è finita, questo Parlamento non rappresenta più gli italiani. Elezioni subito». In serata Silvio Berlusconi schiera anche Forza Italia: o Draghi bis o si va al voto.Giù Piazza Affari, cresce lo spread. Sui listini pesa pure il taglio del Pil. Crollano bancari ed energia. La Commissione rivede le stime di crescita nell’Eurozona.Lo speciale comprende due articoli. «Il centrodestra di governo prenderà decisioni comuni». Era questo l’impegno di Forza Italia e Lega alla vigilia del 14 luglio, giorno in cui i parigini presero la Bastiglia e, invece, Mario Draghi ha lasciato il governo. Un addio «congelato» fino a mercoledì, come deciso dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mentre i partiti del centrodestra prendono posizione in modo più dettagliato. A cominciare dalla Lega di Matteo Salvini che in un comunicato spiega: «La Lega è stata leale, costruttiva e generosa per un anno e mezzo, ma da settimane il presidente Draghi e l’Italia erano vittime dei troppi «No» del Movimento 5 stelle e delle forzature ideologiche del Partito democratico. La Lega, unita e compatta anche dopo le numerose riunioni di oggi, condivide la preoccupazione per le sorti del Paese: è impensabile che l’Italia debba subire settimane di paralisi in un momento drammatico come questo, nessuno deve aver paura di restituire la parola agli italiani». Per la verità Salvini lo aveva già detto prima del voto di fiducia: «Parola agli italiani. Se i 5 stelle escono dall’Aula, la maggioranza non c’è più: basta con litigi, minacce e ritardi». Però nella nota di ieri sera, oltre che al M5s, c’è un attacco anche al Pd e alle sue forzature ideologiche, vedi ius scholae e cannabis, tanto da escludere un Draghi bis perché non ci sarebbero le condizioni come nella passata maggioranza. Del resto da via Bellerio, per rassicurare l’ala governista del partito a cominciare dai presidenti delle Regioni impegnati sui territori tra pandemia e progetti Pnrr, avevano già sottolineato che «la Lega non ha cercato né voluto alcuna crisi e assiste con viva preoccupazione a quanto sta accadendo nel campo della sinistra. L’Italia», aggiungono le stesse fonti, «non può permettersi un assurdo, logorante e infinito tira e molla sulla pelle dei cittadini mentre gli stipendi non aumentano, l’inflazione e le bollette salgono e alcuni provvedimenti (dalla pace fiscale all’autonomia) sono fermi». Tanto che, subito dopo il voto di fiducia e mentre Draghi era al Colle, Salvini aveva annunciato che «la Lega sta mettendo a punto una proposta di pace fiscale che comprende anche un intervento fiscale ad hoc per le famiglie». E anche se per il ministro Giancarlo Giorgetti «ci sono sempre i tempi supplementari», la posizione di ieri sera avvicina Salvini molto di più a Giorgia Meloni che su Facebook ha scritto: «Con le dimissioni di Draghi per Fratelli d’Italia questa legislatura è finita. Questo Parlamento non rappresenta più gli italiani. Daremo battaglia affinché si restituisca al popolo italiano quello che i cittadini di tutte le altre democrazie hanno: la libertà di scegliere da chi farsi rappresentare. Elezioni subito». Parlando alla Festa dei patrioti a Palombara Sabina la Meloni aveva avvertito: «Niente scherzi, questa legislatura è finita. Abbiamo sentito parlare di responsabilità, e ne sentiremo parlare nei prossimi giorni. Noi siamo gli unici responsabili, che hanno tenuto fede agli impegni presi. Di che colore sarà il nuovo governo non lo sappiamo, tenteranno di capire se c’è un’altra maggioranza. Era inevitabile che i compromessi sarebbero stati fatti al ribasso». In effetti, la leader dell’opposizione da giorni ripeteva «Basta, pietà. Tutti a casa. Elezioni subito!», benché il suo partito, primo nei sondaggi, non avrebbe bisogno del voto per «pesarsi» tanto che più di qualcuno dentro FdI era arrivato a dire: «Ci auguriamo per il Paese di votare presto ma se le cose continuassero così, nei prossimi mesi arriviamo al 30%». A questo punto la palla passa a Silvio Berlusconiche, pur evocando per primo la necessità di una verifica di maggioranza, era stato già chiaro: «Andare alle urne non ci preoccupa, anzi siamo certi che il risultato elettorale premierebbe il centrodestra, in particolare, come dimostrano tutti i sondaggi, l’atteggiamento responsabile e costruttivo di FI. In ogni caso, siamo pronti ad affrontare ogni eventualità avendo come stella polare l’interesse degli italiani». E poi in serata l’agenzia Agi ha sintetizzato il pensiero del Cav: «O Draghi, o voto». Attacca il M5s il coordinatore nazionale Antonio Tajani: «Complimenti al M5s per aver fatto questo guaio mentre c’è una crisi in corso, la guerra è ai confini dell’Europa, la Borsa crolla, lo spread è salito e c’è un’impennata dei prezzi delle materie prime. È da irresponsabili». Sembrano già sapere quello che faranno mercoledì quando il premier (o ex) si presenterà in Parlamento Renato Brunetta e Mariastella Gelmini. Infatti, mentre il ministro per la Pubblica amministrazione ieri sera ripeteva che «l’Italia non può fare a meno di Draghi», per la collega degli Affari regionali «la decisione del presidente del Consiglio Draghi merita rispetto: il suo lavoro di questi mesi merita la gratitudine del Paese. 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Rispetto ai 206 punti di ieri, il differenziale con il decennale tedesco ha raggiunto ieri i 222,2 punti, in crescita del 5,41%. Andamento negativo anche per il principale listino di Piazza Affari, il Ftse Mib che ieri ha chiuso la seduta in calo del 3,4%, dopo che in giornata il crollo era arrivato anche al 4%. Come spiega Michele Morra, gestore di Moneyfarm, il Ftse Mib ieri ha fatto peggio rispetto agli altri listini azionari. «Il fattore che influisce più pesantemente sui mercati è l’esposizione ai titoli del settore bancario, che soffrono per l’ampliamento degli spread delle obbligazioni italiane e l’appiattimento della curva dei tassi di interesse. Ma sicuramente i mercati azionari sono sempre condizionati anche da fattori globali e il Ftse Mib, in particolare, sta scontando tra gli altri fattori anche il crollo del prezzo del petrolio e dei titoli energetici», spiega. «Sul fronte dei mercati obbligazionari, oggi (ieri per chi legge, ndr) tutti gli Stati dell’Europa periferica stanno soffrendo e lo spread italiano si sta allargando più degli altri Paesi. I motivi sono essenzialmente due: per prima cosa, il dato Usa sull’inflazione, rilasciato ieri, ha aumentato le aspettative di restrizione monetaria anche in Europa. In secondo luogo, il rischio di frammentazione politica è generalmente aumentato, prima con Macron che ha perso la maggioranza in Francia, e ora con la crisi politica italiana. Inutile a dirsi, l’ennesima crisi politica potrebbe rappresentare un ulteriore duro colpo per le aspettative di crescita e per la fiducia dei mercati non solo nella forza dell’economia europea, ma anche nel progetto Europa, come mostrato dalla recente volatilità anche per il cambio euro-dollaro, che continua a mantenersi intorno alla parità». In effetti, la crisi di governo non ha aiutato i mercati italiani, ma in Europa la situazione non resta meno complicata. Parigi, ieri, ha chiuso in calo dell’1,41% e Francoforte a -1,86%. D’altronde, ieri mattina la Commissione Ue ha rivisto al ribasso le stime sul Pil della zona euro e alzato quelle sull’inflazione. Per l’Italia nel 2022 la crescita è prevista del 2,9% (dato rivisto in positivo) mentre nel 2023 la stima dovrebbe scendere al +0,9%, ultima tra i Paesi dell’area euro. Con questi chiari di luna il ministro del Tesoro, Daniele Franco, dovrà lavorare non poco perché la situazione non peggiori ulteriormente. Tra i titoli che ieri hanno fatto bene ci sono Saipem (dopo due giorni di pesanti ribassi, +5,69%), Amplifon (+2,06%) e Stm (+0,32%). Male, però. I titoli bancari, finanziari e del comparto energia. I ribassi più ampi sono stati quelli di Azimut (-4,07%), Banca Generali (-4,12%), Banca Mediolanum (-3,54%), Banco Bpm (-5,3%), Bper (-6,17%), Enel (-5,7%), Eni (-4,25%), Fineco (-5,07%), Generali (-3,31%), Intesa Sanpaolo (-5,54%), Italgas (-3,39%), Iveco (-3,85%), Leonardo (-3,78%), Mediobanca (-4,7%), Nexi (-4,22%), Poste Italiane (-5,08%), Snam (-4,39%), Telecom Italia (-6,4%), Tenaris (-4,04%), Terna (-4,26%), Unicredit (-6,11%) e Unipol (-4,39%). Tim, con un crollo del 6,4% ha registrato la peggiore performance tra i titoli a grande capitalizzazione. A rendere tutto ancora più difficile, poi, c’è l’euro. La moneta unica ieri è di nuovo scivolata sotto la parità con il biglietto verde per poi riprendersi e finire la corsa a 1,006 dollari.
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.