True
2025-05-08
Il cardinale Re archivia Francesco. Gaffe con Parolin: «Auguri doppi»
Ansa
«Auguri, auguri... e doppi». Il cardinale decano Giovanni Battista Re non si era accorto che il microfono sull’altare era aperto e captava bene anche a distanza, così è andato in mondovisione questo augurio, che sa tanto di endorsement, che il decano ha rivolto al Segretario di Stato uscente, cardinale Pietro Parolin, durante il segno della pace della Missa pro eligendo pontifice celebrata ieri mattina nella basilica di San Pietro.
Un augurio che riflette la leadership che in tanti, perfino i tassinari, a Roma riconoscono al cardinale Parolin, che ieri è entrato in conclave da Papa. Vedremo come ne uscirà, anche perché il famoso adagio «chi entra da Papa esce da cardinale» nella storia non ha funzionato sempre. Di certo la sua candidatura appare la più solida al momento e il primo voto di ieri pomeriggio avrà dato ai 133 cardinali elettori il peso specifico numerico di questa leadership.
Il cardinale Parolin rappresenta il punto fermo di questo conclave 2025, che nelle congregazioni che hanno preceduto l’Extra omnes ha manifestato l’indicibile. E cioè molta «continuità» con il predecessore Francesco, ma anche una consistente richiesta di «normalità», di una navigazione più tranquilla. Un altro modo di dire «discontinuità». Per qualcuno forse è troppo poco, per altri un tradimento delle riforme di Francesco, ma per chi conosce le lentezze e le levigate formule delle sacre stanze è già un chiaro segno di svolta.
Normalità, sobrietà e pochi fronzoli, sono anche le note dell’omelia che ha pronunciato ieri il cardinale decano nella Missa pro eligendo pontifice, un’omelia che quasi sempre ha rappresentato nella storia della Chiesa un’indicazione per il conclave che inizia sull’orientamento da seguire per cercare il successore di Pietro. Nessuna citazione di Francesco, ma un ripetuto e insistito richiamo all’unità, nell’amore e nella preghiera. Con due passaggi da sottolineare. «L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo», così ha scandito il cardinale Re. «Fra i compiti di ogni successore di Pietro vi è quello di far crescere la comunione: comunione di tutti i cristiani con Cristo; comunione dei vescovi con il Papa; comunione dei vescovi fra di loro». Parole evangeliche, ma parole che hanno un indirizzo chiaro. La frammentazione tra i cardinali, emersa anche durante le congregazioni, e all’interno della Chiesa, deve essere curata. Alcuni atti energici di Francesco, certi «processi aperti», devono essere governati in modo più collegiale, avendo cura di tutte le sensibilità che abitano la realtà ecclesiale.
È questo l’indirizzo che emerge nell’omelia del cardinale decano che, data l’età, ha 91 anni, non è entrato nella Cappella Sistina. È questa voglia di «normalità» che ha fatto prendere il volo per l’Honduras al cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, grande elettore di Bergoglio nel 2013 e deluso per il «tradimento» che avrebbe ravvisato in taluni ex compagni di cordata. Anche se, fanno notare alcune fonti, forse se si fosse fermato un po’ di più negli ultimi giorni delle Congregazioni avrebbe notato che i cardinali più vicini alla mens di papa Bergoglio si sono fatti sentire. Insomma, c’è aria di normalità, ma i cardinali sono entrati in Cappella Sistina molto frammentati con una leadership del cardinale Parolin, ma molte anime nell’area più liberal del collegio. C’è, forte, la candidatura del cardinale di Marsiglia, Jean Marc Aveline, poi quella del filippino Antonio Tagle, quella di Mario Grech, quelle di Matteo Zuppi e Lopez Romero. L’endorsement del cardinale Re a Parolin, captato dal microfono durante la messa di ieri, ha ulteriormente sottolineato una certa divisione nel fronte più vicino a papa Bergoglio.
D’altro canto la minoranza conservatrice del collegio è entrata con diversi profili candidabili nella Cappella Sistina. Dal cardinale ungherese Peter Erdo, al cardinale srilankese Malcom Ranjit, forti probabilmente di 20-25 voti che potrebbero diventare determinanti qualora appunto emergesse uno stallo. La fumata nera di ieri sera era più che attesa, quasi scontata, ma quelle di domani ci diranno se la distanza dal quorum di 89 voti, altissimo, è colmabile o meno nel giro di breve. Se il principale candidato non decollasse allora si aprono spazi al centro con il Patriarca di Gerusalemme che potrebbe rappresentare una soluzione per tanti, oppure lo stesso Marc Aveline se riuscisse a essere considerato da tutti come vera scelta di unificazione.
Perché è intorno a questa parola, «unità», che si sta cercando il prossimo Papa. «È […] forte il richiamo a mantenere l’unità della Chiesa nel solco tracciato da Cristo agli apostoli», ha detto ieri il cardinale Re. Ricordando anche che «ogni Papa continua a incarnare Pietro e la sua missione e così rappresenta Cristo in terra; egli è la roccia su cui è edificata la Chiesa (cfr. Mt 16,18). L’elezione del nuovo Papa non è un semplice avvicendarsi di persone, ma è sempre l’Apostolo Pietro che ritorna». Ogni Papa rappresenta Cristo in terra. È il vicario di Cristo, ci ricorda il cardinale Re, quando papa Francesco, invece, proprio questo titolo preferiva non utilizzarlo troppo.
La fumata è nera (con grande ritardo)
La fumata nera, la prima, è arrivata piuttosto tardi ieri, per la precisione alle ore 21. Davanti a 45.000 persone. Si è conclusa così in serata la prima giornata di Conclave, dopo che in mattinata i 133 cardinali elettori hanno partecipato alla Missa pro eligendo romano pontifice nella Basilica di San Pietro. Ad attirare l’attenzione dei media, oltre naturalmente all’omelia del cardinale Giovanni Battista Re - e ai suoi «auguri doppi» al cardinale Pietro Parolin - è stato il saluto del cardinale Matteo Zuppi che, sorridendo, ha rivolto ai presenti un «buongiorno». Un saluto indubbiamente cordiale e che ha fatto tornare alla mente a più di qualcuno il «buonasera» con cui Jorge Mario Bergoglio - del quale il cardinale presidente della Cei è considerato un continuatore per stile e sensibilità pastorale - si affacciò, eletto Papa, su piazza San Pietro.
Nel pomeriggio è poi iniziato il Conclave vero a proprio. Che ha visto l’ingresso dei porporati elettori nella Cappella Sistina dove, terminate le litanie, hanno cantato il Veni creator Spiritus. A seguire, si è tenuto il giuramento di tutti i cardinali, con la lettura di questo testo: «Et ego... spondeo, voveo ac iuro. Sic me Deus adiuvet et haec Sancta Dei Evangelia, quae manu mea tango». Questo giuramento - scandito mettendo la mano sul Vangelo - corrisponde a quanto previsto dall’Universi Dominici Gregis, la Costituzione apostolica promulgata da papa Giovanni Paolo II nel 1996, ed è traducibile in italiano con: «E io cardinale prometto, mi obbligo e giuro: così Dio mi aiuti e questi Santi evangeli che tocco con la mia mano».
Il primo a giurare è stato Pietro Parolin, essendo il cardinale che presiede il conclave. Era presente anche cardinale bosniaco Vinko Puljić, arcivescovo emerito di Sarajevo, fino ai giorni scorsi in dubbio per malattia sulla partecipazione al conclave e poi su un possibile voto da Casa Santa Marta. Alle 17.43 nella celebre cappella affrescata da Michelangelo, è risuonato il solenne e grave Extra omnes. A scandirlo è stato, come da copione, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Diego Ravelli, che in questo modo ha dato formalmente il via il conclave per eleggere il 267° Papa. Dopo l’Extra omnes tutti i presenti fino a quel momento hanno lasciato la Cappella Sistina, all’interno della quale sono rimasti i cardinali elettori, come lo stesso maestro Ravelli e l’ecclesiastico incaricato di tenere l’ultima meditazione prima delle votazioni, il cardinale Raniero Cantalamessa.
Questa espressione - che, come noto, significa «fuori tutti», e che segna l’inizio ufficiale delle votazioni - risale al 1274, quando papa Gregorio X, durante il Concilio di Lione, impose la clausura ai cardinali per evitare interferenze esterne e accelerare l’elezione del nuovo pontefice. Tuttavia, la formalizzazione del rituale con questa esatta formula si è consolidata in tempi più recenti, in particolare con la già citata costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. Da quando monsignor Ravelli ha scandito l’Extra omnes alla chiusura effettiva del portone di accesso alla Cappella Sistina sono trascorsi tre minuti.
A seguire, sono quindi iniziate le votazioni vere e proprie culminate, tornando a quando si diceva in apertura, nella fumata nera. Un esito più che scontato - vista la quasi impossibilità di raggiungere già nella prima votazione gli 89 voti di quorum -, ma che certamente non sarà stato inutile, dato che ha consentito ai porporati e alle cordate in campo di contarsi. Oggi riprenderanno i lavori che prevedranno due sessioni di voto con quattro votazioni complessive. Le fumate, che saranno alla fine della sessione di voto, sono previste alle 12 e alle 19. Conseguentemente, una fumata bianca che uscisse prima di questi orari, starebbe a significare l’elezione del Papa al primo dei due scrutini previsti a sessione.
Continua a leggereRiduci
Nell’omelia dell’ultima messa prima delle votazioni, il decano fa appello all’unità e non cita mai il pontefice argentino. Poi il fuorionda che sa di endorsement al diplomatico. Entrato a tutti gli effetti Papa in conclave.I porporati, entrati in processione nella Sistina, hanno lasciato con il fiato sospeso 45.000 fedeli. Il segnale del nulla di fatto è arrivato solo alle 21. Oggi quattro scrutini.Lo speciale contiene due articoli«Auguri, auguri... e doppi». Il cardinale decano Giovanni Battista Re non si era accorto che il microfono sull’altare era aperto e captava bene anche a distanza, così è andato in mondovisione questo augurio, che sa tanto di endorsement, che il decano ha rivolto al Segretario di Stato uscente, cardinale Pietro Parolin, durante il segno della pace della Missa pro eligendo pontifice celebrata ieri mattina nella basilica di San Pietro.Un augurio che riflette la leadership che in tanti, perfino i tassinari, a Roma riconoscono al cardinale Parolin, che ieri è entrato in conclave da Papa. Vedremo come ne uscirà, anche perché il famoso adagio «chi entra da Papa esce da cardinale» nella storia non ha funzionato sempre. Di certo la sua candidatura appare la più solida al momento e il primo voto di ieri pomeriggio avrà dato ai 133 cardinali elettori il peso specifico numerico di questa leadership.Il cardinale Parolin rappresenta il punto fermo di questo conclave 2025, che nelle congregazioni che hanno preceduto l’Extra omnes ha manifestato l’indicibile. E cioè molta «continuità» con il predecessore Francesco, ma anche una consistente richiesta di «normalità», di una navigazione più tranquilla. Un altro modo di dire «discontinuità». Per qualcuno forse è troppo poco, per altri un tradimento delle riforme di Francesco, ma per chi conosce le lentezze e le levigate formule delle sacre stanze è già un chiaro segno di svolta. Normalità, sobrietà e pochi fronzoli, sono anche le note dell’omelia che ha pronunciato ieri il cardinale decano nella Missa pro eligendo pontifice, un’omelia che quasi sempre ha rappresentato nella storia della Chiesa un’indicazione per il conclave che inizia sull’orientamento da seguire per cercare il successore di Pietro. Nessuna citazione di Francesco, ma un ripetuto e insistito richiamo all’unità, nell’amore e nella preghiera. Con due passaggi da sottolineare. «L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo», così ha scandito il cardinale Re. «Fra i compiti di ogni successore di Pietro vi è quello di far crescere la comunione: comunione di tutti i cristiani con Cristo; comunione dei vescovi con il Papa; comunione dei vescovi fra di loro». Parole evangeliche, ma parole che hanno un indirizzo chiaro. La frammentazione tra i cardinali, emersa anche durante le congregazioni, e all’interno della Chiesa, deve essere curata. Alcuni atti energici di Francesco, certi «processi aperti», devono essere governati in modo più collegiale, avendo cura di tutte le sensibilità che abitano la realtà ecclesiale.È questo l’indirizzo che emerge nell’omelia del cardinale decano che, data l’età, ha 91 anni, non è entrato nella Cappella Sistina. È questa voglia di «normalità» che ha fatto prendere il volo per l’Honduras al cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, grande elettore di Bergoglio nel 2013 e deluso per il «tradimento» che avrebbe ravvisato in taluni ex compagni di cordata. Anche se, fanno notare alcune fonti, forse se si fosse fermato un po’ di più negli ultimi giorni delle Congregazioni avrebbe notato che i cardinali più vicini alla mens di papa Bergoglio si sono fatti sentire. Insomma, c’è aria di normalità, ma i cardinali sono entrati in Cappella Sistina molto frammentati con una leadership del cardinale Parolin, ma molte anime nell’area più liberal del collegio. C’è, forte, la candidatura del cardinale di Marsiglia, Jean Marc Aveline, poi quella del filippino Antonio Tagle, quella di Mario Grech, quelle di Matteo Zuppi e Lopez Romero. L’endorsement del cardinale Re a Parolin, captato dal microfono durante la messa di ieri, ha ulteriormente sottolineato una certa divisione nel fronte più vicino a papa Bergoglio.D’altro canto la minoranza conservatrice del collegio è entrata con diversi profili candidabili nella Cappella Sistina. Dal cardinale ungherese Peter Erdo, al cardinale srilankese Malcom Ranjit, forti probabilmente di 20-25 voti che potrebbero diventare determinanti qualora appunto emergesse uno stallo. La fumata nera di ieri sera era più che attesa, quasi scontata, ma quelle di domani ci diranno se la distanza dal quorum di 89 voti, altissimo, è colmabile o meno nel giro di breve. Se il principale candidato non decollasse allora si aprono spazi al centro con il Patriarca di Gerusalemme che potrebbe rappresentare una soluzione per tanti, oppure lo stesso Marc Aveline se riuscisse a essere considerato da tutti come vera scelta di unificazione.Perché è intorno a questa parola, «unità», che si sta cercando il prossimo Papa. «È […] forte il richiamo a mantenere l’unità della Chiesa nel solco tracciato da Cristo agli apostoli», ha detto ieri il cardinale Re. Ricordando anche che «ogni Papa continua a incarnare Pietro e la sua missione e così rappresenta Cristo in terra; egli è la roccia su cui è edificata la Chiesa (cfr. Mt 16,18). L’elezione del nuovo Papa non è un semplice avvicendarsi di persone, ma è sempre l’Apostolo Pietro che ritorna». Ogni Papa rappresenta Cristo in terra. È il vicario di Cristo, ci ricorda il cardinale Re, quando papa Francesco, invece, proprio questo titolo preferiva non utilizzarlo troppo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cardinale-re-archivia-francesco-gaffe-con-parolin-auguri-doppi-2671912970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fumata-e-nera-con-grande-ritardo" data-post-id="2671912970" data-published-at="1746650023" data-use-pagination="False"> La fumata è nera (con grande ritardo) La fumata nera, la prima, è arrivata piuttosto tardi ieri, per la precisione alle ore 21. Davanti a 45.000 persone. Si è conclusa così in serata la prima giornata di Conclave, dopo che in mattinata i 133 cardinali elettori hanno partecipato alla Missa pro eligendo romano pontifice nella Basilica di San Pietro. Ad attirare l’attenzione dei media, oltre naturalmente all’omelia del cardinale Giovanni Battista Re - e ai suoi «auguri doppi» al cardinale Pietro Parolin - è stato il saluto del cardinale Matteo Zuppi che, sorridendo, ha rivolto ai presenti un «buongiorno». Un saluto indubbiamente cordiale e che ha fatto tornare alla mente a più di qualcuno il «buonasera» con cui Jorge Mario Bergoglio - del quale il cardinale presidente della Cei è considerato un continuatore per stile e sensibilità pastorale - si affacciò, eletto Papa, su piazza San Pietro. Nel pomeriggio è poi iniziato il Conclave vero a proprio. Che ha visto l’ingresso dei porporati elettori nella Cappella Sistina dove, terminate le litanie, hanno cantato il Veni creator Spiritus. A seguire, si è tenuto il giuramento di tutti i cardinali, con la lettura di questo testo: «Et ego... spondeo, voveo ac iuro. Sic me Deus adiuvet et haec Sancta Dei Evangelia, quae manu mea tango». Questo giuramento - scandito mettendo la mano sul Vangelo - corrisponde a quanto previsto dall’Universi Dominici Gregis, la Costituzione apostolica promulgata da papa Giovanni Paolo II nel 1996, ed è traducibile in italiano con: «E io cardinale prometto, mi obbligo e giuro: così Dio mi aiuti e questi Santi evangeli che tocco con la mia mano». Il primo a giurare è stato Pietro Parolin, essendo il cardinale che presiede il conclave. Era presente anche cardinale bosniaco Vinko Puljić, arcivescovo emerito di Sarajevo, fino ai giorni scorsi in dubbio per malattia sulla partecipazione al conclave e poi su un possibile voto da Casa Santa Marta. Alle 17.43 nella celebre cappella affrescata da Michelangelo, è risuonato il solenne e grave Extra omnes. A scandirlo è stato, come da copione, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Diego Ravelli, che in questo modo ha dato formalmente il via il conclave per eleggere il 267° Papa. Dopo l’Extra omnes tutti i presenti fino a quel momento hanno lasciato la Cappella Sistina, all’interno della quale sono rimasti i cardinali elettori, come lo stesso maestro Ravelli e l’ecclesiastico incaricato di tenere l’ultima meditazione prima delle votazioni, il cardinale Raniero Cantalamessa. Questa espressione - che, come noto, significa «fuori tutti», e che segna l’inizio ufficiale delle votazioni - risale al 1274, quando papa Gregorio X, durante il Concilio di Lione, impose la clausura ai cardinali per evitare interferenze esterne e accelerare l’elezione del nuovo pontefice. Tuttavia, la formalizzazione del rituale con questa esatta formula si è consolidata in tempi più recenti, in particolare con la già citata costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. Da quando monsignor Ravelli ha scandito l’Extra omnes alla chiusura effettiva del portone di accesso alla Cappella Sistina sono trascorsi tre minuti. A seguire, sono quindi iniziate le votazioni vere e proprie culminate, tornando a quando si diceva in apertura, nella fumata nera. Un esito più che scontato - vista la quasi impossibilità di raggiungere già nella prima votazione gli 89 voti di quorum -, ma che certamente non sarà stato inutile, dato che ha consentito ai porporati e alle cordate in campo di contarsi. Oggi riprenderanno i lavori che prevedranno due sessioni di voto con quattro votazioni complessive. Le fumate, che saranno alla fine della sessione di voto, sono previste alle 12 e alle 19. Conseguentemente, una fumata bianca che uscisse prima di questi orari, starebbe a significare l’elezione del Papa al primo dei due scrutini previsti a sessione.
Christine Lagarde (Ansa)
Carney ha insistito sulla convinzione che il mondo stia vivendo una «frattura» nell’ordine globale, sollecitando le potenze di media dimensione ad agire in modo coordinato per non essere marginalizzate nelle dinamiche di grande potenza. Trump non ha gradito quelle critiche e il ritiro dell’invito è la naturale conseguenza dei rapporti già deteriorati tra Washington e Ottawa a seguito delle tensioni commerciali e geopolitiche. Il presidente Usa aveva già condannato il Canada per non aver mostrato sufficiente riconoscenza verso il ruolo statunitense nel sostegno storico alla nazione, ma Carney aveva ribattuto che il Canada ha raggiunto i suoi successi indipendentemente dagli Stati Uniti.
Contrasti che hanno provocato la reazione del presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, la quale, preoccupata dagli attriti all’interno dell’Unione europea con alleati storici (come gli Usa), ha affermato di essere «a un punto in cui dobbiamo guardare al “piano B” o ai “piani B”, ma anche con questi non sono certa che dobbiamo parlare di rottura, piuttosto di alternativa. Nutro una grande fiducia e un grande affetto per il popolo americano e so che, alla fine, i valori profondamente radicati prevarranno».
«Dobbiamo identificare molto meglio del passato le debolezze e le dipendenze», come garantire «l’autonomia, ma ovviamente dal punto di vista economico delle politiche dipendiamo gli uni dagli altri», ha continuato Lagarde, «penso che tutte le direzioni debbano essere esplorate, cercando di distinguere i segnali dal rumore di fondo e credo che questa settimana ci sia stato molto rumore».
Il riferimento a Trump è palese, che aveva parlato di una crescita Usa che «sta esplodendo» con una stima per il quarto trimestre del 5,4%. «Si tratta di dati nominali», ha specificato la numero uno della Bce.
I dissidi tra Lagarde e Trump si erano visti già qualche giorno prima, quando la signora di Francoforte aveva abbandonato una cena in disaccordo con le parole del segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, il quale si era lanciato in una serie di osservazioni sprezzanti e provocatorie nei confronti dell’Europa. Lagarde, in un’intervista alla Cnn, aveva criticato l’atteggiamento dell’amministrazione Trump che «crea incertezza per le imprese e un fardello per la crescita economica». Aggiungendo «la chiamata a svegliarsi per l’Europa, a emanciparsi dagli Usa e a proteggersi dalle ingerenze con le riforme». Parole che non sono piaciute a Lutnick il quale, vendicandosi, aveva definito l’Europa un’economia in declino di competitività. E la Lagarde se n’era andata.
A Davos si è parlato anche di Intelligenza artificiale. Il direttore, del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha tracciato uno scenario sconfortante: «In futuro il 60% dei lavori saranno trasformati o eliminati dall’Intelligenza artificiale». E ha paragonato l’impatto dell’Ia sul mondo del lavoro a uno «tsunami» che metterà «l’innovazione sotto steroidi» e comporterà il rischio di «un ulteriore allargamento delle disparità». Lagarde ha aggiunto che «dobbiamo prestare molta attenzione alla distribuzione della ricchezza e alle disuguaglianze, che stanno diventando sempre più profonde e ampie. Se non ce ne occupiamo seriamente, ci avviamo verso problemi molto gravi». Per Lagarde «l’Intelligenza artificiale prospererà ma se non collaboriamo e definiamo le nuove regole del gioco, ci saranno meno capitale e meno dati da condividere. Bisogna evitare di ripetere gli errori già osservati con i social media, dove l’uso incontrollato ha avuto impatti negativi sui giovani».
Il termometro di Davos segna febbre alta per quanto riguarda i rapporti fra Europa e Usa. Trump è stato il vero protagonista di questo Forum e, a causa delle sue sortite choc, si è preso tutta la scena. Anche il direttore del World trade organization, Ngozi Okonjo-Iweala, fa riferimento a lui dicendo che «il sistema del commercio globale è stato minato, ma si è mostrato forte davanti allo choc della politica di dazi dell’amministrazione Trump».
Lo slogan del Forum di quest’anno era «Spirito del dialogo». Come ha detto Elon Musk, «è meglio essere ottimisti e sbagliarsi che pessimisti e avere ragione».
Continua a leggereRiduci
Il vertice ad Abu Dhabi (Ansa)
Alla riunione hanno partecipato, per la delegazione statunitense, anche il consigliere senior della Casa Bianca Josh Greenbaum, mentre per la parte russa erano presenti il consigliere presidenziale Yuri Ushakov e Kirill Dmitriev, rappresentante speciale per la cooperazione economica e gli investimenti internazionali.
Al termine dell’incontro, Ushakov ha definito il confronto «positivo sotto ogni profilo», precisando che il presidente russo ha ribadito alla delegazione americana come, in assenza di una soluzione sulla questione territoriale, non vi siano margini concreti per porre fine alla guerra contro l’Ucraina. Mosca, ha spiegato il consigliere del Cremlino, continua a dichiararsi favorevole a un esito politico e diplomatico del conflitto, ma fino a quando tale prospettiva non si materializzerà, la Russia proseguirà nel perseguimento degli obiettivi militari sul campo. Secondo Ushakov, Putin ha inoltre riaffermato «l’impossibilità di raggiungere un accordo che non si basi sulla cosiddetta «formula di Anchorage», emersa durante il vertice Putin-Trump dell’agosto 2025. In vista di quell’incontro, il Cremlino aveva chiesto a Kiev il ritiro delle proprie forze dalle aree degli oblast di Donetsk e Luhansk non interamente sotto controllo russo. Concetto ribadito da Dmitry Peskov: «Per porre fine al conflitto, le forze armate ucraine dovrebbero ritirarsi dal Donbass». La dichiarazione del portavoce del Cremlino è stata riportata dai media russi.
Il tema del controllo territoriale nell’Ucraina orientale resta oggi il principale nodo negoziale. Proprio su questo fronte, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’inizio ufficiale dei negoziati formali ad Abu Dhabi tra Russia, Ucraina e Stati Uniti. A confermarlo è stato Abdullah bin Zayed Al Nahyan, vice primo ministro e capo della diplomazia emiratina, secondo cui i colloqui sono iniziati ieri e proseguiranno per due giorni, nell’ambito degli sforzi volti a promuovere il dialogo e a individuare una soluzione politica alla crisi. L’annuncio è stato ripreso dai principali media internazionali. Ai colloqui partecipano delegazioni di alto livello.
Per gli Stati Uniti, oltre a Witkoff e Kushner, sono presenti anche il segretario dell’esercito Dan Driscoll e lo stesso Greenbaum. La delegazione ucraina include il ministro della Difesa Rustem Umerov, il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov, il consigliere diplomatico Serhii Kyslytsia e il capo di stato maggiore Andrii Hnatov. Per Mosca, accanto a Dmitriev, è presente anche l’ammiraglio Igor Kostyukov.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato che il controllo del Donbass rappresenta il fulcro dei colloqui in corso. In un briefing online, Zelensky ha spiegato di aver consultato l’intero team negoziale prima dell’avvio delle discussioni formali, sottolineando che la delegazione dispone di piena autonomia nella scelta dei formati più adatti in un contesto definito senza precedenti. Poi il presidente ucraino ha scritto su Telegram che «è ancora prematuro trarre conclusioni sul contenuto dei negoziati di oggi negli Emirati Arabi. Vedremo come si svilupperanno i colloqui di domani e quali risultati produrranno».
Dal canto suo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, parlando a bordo dell’Air Force One durante il rientro dal vertice di Davos, ha dichiarato: «Sarebbe bello mettere fine alla guerra che, comunque, non ci costa nulla. Ma non è per i soldi, è per i soldati che vengono uccisi». A chi gli ha chiesto quali concessioni dovesse fare Putin, Trump ha risposto: «A questo punto, farà delle concessioni. Tutti faranno delle concessioni per far sì che ci sia un accordo. L’Europa sarà coinvolta. Lo faccio più per l’Europa che per me: noi abbiamo un oceano che ci separa ma io ho la capacità di trovare intese, vedremo se riesco». Oggi (forse), ne sapremo di più.
Continua a leggereRiduci
Friedrich Merz e Giorgia Meloni a Roma (Ansa)
Dopo il vertice, Meloni ha risposto a chi le domandava se potesse diventare il primo partner del cancelliere tedesco sostituendo Emmanuel Macron: «Al di là degli scherzi, non leggo mai la politica in questo modo. L’Italia in Europa rappresenta una nazione fondamentale, sta dimostrando sullo scacchiere internazionale e in Europa la sua stabilità, forza e concretezza. Con coraggio pone questioni per il futuro del continente anche quando porle può sembrare scomodo, e così stiamo guadagnando maggiore rispetto dagli interlocutori e cerco di fare la mia parte. Non mi interessa sostituire nessuno, ma che le grandi nazioni d’Europa riescano a dialogare». Poi ha precisato: «Noi non siamo in un’epoca storica in cui possiamo permetterci infantilismi nella lettura della politica estera. La fase è delicata, complessa, per certi versi grave, ha bisogno di risposte adeguate. Per farlo bisogna occuparsi di questioni serie e profonde, non di semplificazioni». Per la premier è giunto il momento che l’Europa «scelga se restare padrona del proprio destino o se subirlo».
In questo quadro Merz ha fatto sapere di aver invitato gli ex presidenti del Consiglio Mario Draghi ed Enrico Letta al vertice Ue del 12 febbraio sulla competitività. «Li abbiamo invitati per riflettere ulteriormente sulle loro proposte, che non devono rimanere negli armadi della Commissione europea. Abbiamo bisogno di una verifica sistematica di tutte le normative europee per vedere se si possono semplificare». Meloni poi è stata interrogata su Donald Trump, sulla sua affidabilità e sulla possibilità che possa rappresentare una minaccia per la sicurezza mondiale. «Non mi pare un modo serio per affrontare la politica internazionale. Trump è il presidente eletto degli Stati Uniti, gli stessi discorsi li ho sentiti su Biden e addirittura su di me quando mi sono dovuta assentare cinque giorni perché non stavo bene. Bisogna fare i conti con la democrazia», ha spiegato aggiungendo: «Spero che un giorno potremo dargli il Nobel per la pace», nel caso in cui dovesse trovare soluzioni durature per Ucraina e Gaza («per noi ci sono oggettivamente dei problemi di carattere costituzionale, occorre andare incontro alle necessità non solo dell'Italia ma anche di altri Paesi europee»).
Merz sorridendo ha sottolineato: «Non avrei potuto rispondere meglio di quanto ha fatto Giorgia Meloni». Il cancelliere, rispondendo a una domanda sui controdazi, ha chiarito: «Ci difenderemo con tutti gli strumenti possibili. I Paesi di tutto il mondo sappiano che noi siamo pronti a difenderci. Dobbiamo essere uniti e reagire in tempo reale. Meloni e io siamo due premier fermamente convinti di fare tutto il possibile per l’Unione europea». Mentre Merz ha detto: «Non bisogna solo fare di più per difenderci, dobbiamo innanzitutto semplificare i nostri sistemi, sono troppi e paralleli. Noi costruiamo in maniera troppo complessa e abbiamo troppi sistemi che sono stati sviluppati parallelamente uno all’altro; di conseguenza abbiamo bisogno oggi più che mai di supporto reciproco». L’obiettivo deve essere una «industria della difesa efficace e efficiente, grazie a contributi comuni». E poi, rispondendo ad una domanda sui rapporti tra europei e Stati Uniti, ha detto: «Le minacce vengono dall’esterno della Nato e non dall’interno».
Italia e Germania nella dichiarazione congiunta di fine vertice «riconfermano l’importanza fondamentale di un forte legame transatlantico tra Europa e Stati Uniti, basato su valori comuni e interessi condivisi e si impegnano a rispettare il diritto internazionale, compresi i principi di integrità territoriale e sovranità», si legge nel documento siglato dalla premier italiana e dal cancelliere tedesco al vertice intergovernativo Italia-Germania. I due governi, inoltre, condividono «la responsabilità, in quanto Stati fondatori dell’Unione europea, di adoperarsi per promuovere l’integrazione europea, consentendo all’Ue di agire efficacemente per proteggere i valori e gli interessi europei». Oltre alle sette intese settoriali, sono stati firmati anche diversi accordi. Meloni e Merz hanno siglato una dichiarazione sull’Accordo di cooperazione rafforzata in materia di sicurezza, difesa e resilienza e un Protocollo sul Piano d’azione per la cooperazione strategica bilaterale e dell’Ue. Il Piano sulla difesa mira a intensificare il coordinamento su sicurezza euro-atlantica, industria della difesa, gestione delle crisi, spazio, minacce ibride, cybersecurity e sostegno all’Ucraina. Il testo prevede, tra l’altro, un rafforzamento del dialogo «2+2» tra Esteri e Difesa, una maggiore integrazione industriale anche attraverso progetti comuni e acquisti congiunti e una cooperazione strutturata su domini emergenti come spazio, cyber e sistemi senza equipaggio. Il Protocollo è un documento quadro che fissa obiettivi e strumenti per coordinare le posizioni italiane e tedesche sui grandi dossier europei: competitività e politica industriale, semplificazione normativa, energia e clima, digitale e intelligenza artificiale, trasporti, agricoltura, migrazioni, partenariati con l’Africa e politica estera e di sicurezza comune. Il Piano, definito «documento vivo», sarà periodicamente aggiornato e monitorato attraverso vertici governativi regolari e consultazioni tra le amministrazioni competenti.
Continua a leggereRiduci
La manifestazione della Cisl per la libertà in Iran (Ansa)
Una «luce» delle fiaccole in memoria delle vittime dei Pasdaran e che va oltre una semplice dichiarazione di principio ma diventa una chiara richiesta alle istituzioni di presa di coscienza e di maggiore decisione per fermare le esecuzioni e le detenzioni arbitrarie. No al silenzio complice, come ha spiegato la segretaria generale, Daniela Fumarola: «L’appello che il nostro sindacato rivolge alle istituzioni nazionali e a quelle europee è di sostenere la lotta di chi, a costo della vita, invoca la svolta democratica. Donne, uomini, tantissimi studenti, a cui il mondo libero e il sindacato internazionale devono rispondere mobilitandosi. Bisogna esercitare ogni pressione perché finisca il massacro di questi giorni e venga superata una volta per tutte la sanguinaria teocrazia degli ayatollah, con una transizione non violenta e il coinvolgimento della comunità internazionale. Tutte le persone che vivono in regimi, dittature sanguinarie, non devono sentirsi abbandonate al loro destino».
Non è la prima volta che la Cisl si schiera apertamente per la difesa dei diritti umani e la democrazia nei Paesi in cui la guerra sembra non trovare fine: da subito a favore dell’Ucraina e contro l’aggressione russa, la condanna per il massacro di migliaia di giovani israeliani del festival musicale del 7 ottobre 2023, la «maratona» per la pace dello scorso anno e il sostegno concreto alla popolazione palestinese attraverso una grande raccolta fondi (500.000 euro) devoluta a dicembre alla Croce rossa. Chiara anche la presa di distanza della Fumarola dalla Cgil e dalle scelte del segretario, Maurizio Landini, che è prontamente sceso in piazza per difendere il regime di Nicolás Maduro e criticare il blitz americano per l’arresto del dittatore.
«Dobbiamo avere il coraggio di non stare zitti», diceva Landini durante la manifestazione di Roma, contestato da alcuni venezuelani come era accaduto a Genova, dove un gruppo di profughi che avevano detto ai manifestanti di avere un atteggiamento ideologico senza sapere qual è la vera situazione del paese, avevano ricevuto insulti, aggressioni e minacce di violenza fisica da parte di un comunista cigiellino sedicente esperto della nazione sudamericana. Senza dimenticare la soddisfazione del segretario Cgil per la liberazione dell’imam di Torino, Shahin, definita «una vittoria dello stato di diritto». Fumarola è stata chiara anche sul Venezuela: «Continueremo a stare nel merito delle questioni, a stare dalla parte delle popolazioni che soffrono».
Continua a leggereRiduci