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2025-05-08
Il cardinale Re archivia Francesco. Gaffe con Parolin: «Auguri doppi»
Ansa
«Auguri, auguri... e doppi». Il cardinale decano Giovanni Battista Re non si era accorto che il microfono sull’altare era aperto e captava bene anche a distanza, così è andato in mondovisione questo augurio, che sa tanto di endorsement, che il decano ha rivolto al Segretario di Stato uscente, cardinale Pietro Parolin, durante il segno della pace della Missa pro eligendo pontifice celebrata ieri mattina nella basilica di San Pietro.
Un augurio che riflette la leadership che in tanti, perfino i tassinari, a Roma riconoscono al cardinale Parolin, che ieri è entrato in conclave da Papa. Vedremo come ne uscirà, anche perché il famoso adagio «chi entra da Papa esce da cardinale» nella storia non ha funzionato sempre. Di certo la sua candidatura appare la più solida al momento e il primo voto di ieri pomeriggio avrà dato ai 133 cardinali elettori il peso specifico numerico di questa leadership.
Il cardinale Parolin rappresenta il punto fermo di questo conclave 2025, che nelle congregazioni che hanno preceduto l’Extra omnes ha manifestato l’indicibile. E cioè molta «continuità» con il predecessore Francesco, ma anche una consistente richiesta di «normalità», di una navigazione più tranquilla. Un altro modo di dire «discontinuità». Per qualcuno forse è troppo poco, per altri un tradimento delle riforme di Francesco, ma per chi conosce le lentezze e le levigate formule delle sacre stanze è già un chiaro segno di svolta.
Normalità, sobrietà e pochi fronzoli, sono anche le note dell’omelia che ha pronunciato ieri il cardinale decano nella Missa pro eligendo pontifice, un’omelia che quasi sempre ha rappresentato nella storia della Chiesa un’indicazione per il conclave che inizia sull’orientamento da seguire per cercare il successore di Pietro. Nessuna citazione di Francesco, ma un ripetuto e insistito richiamo all’unità, nell’amore e nella preghiera. Con due passaggi da sottolineare. «L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo», così ha scandito il cardinale Re. «Fra i compiti di ogni successore di Pietro vi è quello di far crescere la comunione: comunione di tutti i cristiani con Cristo; comunione dei vescovi con il Papa; comunione dei vescovi fra di loro». Parole evangeliche, ma parole che hanno un indirizzo chiaro. La frammentazione tra i cardinali, emersa anche durante le congregazioni, e all’interno della Chiesa, deve essere curata. Alcuni atti energici di Francesco, certi «processi aperti», devono essere governati in modo più collegiale, avendo cura di tutte le sensibilità che abitano la realtà ecclesiale.
È questo l’indirizzo che emerge nell’omelia del cardinale decano che, data l’età, ha 91 anni, non è entrato nella Cappella Sistina. È questa voglia di «normalità» che ha fatto prendere il volo per l’Honduras al cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, grande elettore di Bergoglio nel 2013 e deluso per il «tradimento» che avrebbe ravvisato in taluni ex compagni di cordata. Anche se, fanno notare alcune fonti, forse se si fosse fermato un po’ di più negli ultimi giorni delle Congregazioni avrebbe notato che i cardinali più vicini alla mens di papa Bergoglio si sono fatti sentire. Insomma, c’è aria di normalità, ma i cardinali sono entrati in Cappella Sistina molto frammentati con una leadership del cardinale Parolin, ma molte anime nell’area più liberal del collegio. C’è, forte, la candidatura del cardinale di Marsiglia, Jean Marc Aveline, poi quella del filippino Antonio Tagle, quella di Mario Grech, quelle di Matteo Zuppi e Lopez Romero. L’endorsement del cardinale Re a Parolin, captato dal microfono durante la messa di ieri, ha ulteriormente sottolineato una certa divisione nel fronte più vicino a papa Bergoglio.
D’altro canto la minoranza conservatrice del collegio è entrata con diversi profili candidabili nella Cappella Sistina. Dal cardinale ungherese Peter Erdo, al cardinale srilankese Malcom Ranjit, forti probabilmente di 20-25 voti che potrebbero diventare determinanti qualora appunto emergesse uno stallo. La fumata nera di ieri sera era più che attesa, quasi scontata, ma quelle di domani ci diranno se la distanza dal quorum di 89 voti, altissimo, è colmabile o meno nel giro di breve. Se il principale candidato non decollasse allora si aprono spazi al centro con il Patriarca di Gerusalemme che potrebbe rappresentare una soluzione per tanti, oppure lo stesso Marc Aveline se riuscisse a essere considerato da tutti come vera scelta di unificazione.
Perché è intorno a questa parola, «unità», che si sta cercando il prossimo Papa. «È […] forte il richiamo a mantenere l’unità della Chiesa nel solco tracciato da Cristo agli apostoli», ha detto ieri il cardinale Re. Ricordando anche che «ogni Papa continua a incarnare Pietro e la sua missione e così rappresenta Cristo in terra; egli è la roccia su cui è edificata la Chiesa (cfr. Mt 16,18). L’elezione del nuovo Papa non è un semplice avvicendarsi di persone, ma è sempre l’Apostolo Pietro che ritorna». Ogni Papa rappresenta Cristo in terra. È il vicario di Cristo, ci ricorda il cardinale Re, quando papa Francesco, invece, proprio questo titolo preferiva non utilizzarlo troppo.
La fumata è nera (con grande ritardo)
La fumata nera, la prima, è arrivata piuttosto tardi ieri, per la precisione alle ore 21. Davanti a 45.000 persone. Si è conclusa così in serata la prima giornata di Conclave, dopo che in mattinata i 133 cardinali elettori hanno partecipato alla Missa pro eligendo romano pontifice nella Basilica di San Pietro. Ad attirare l’attenzione dei media, oltre naturalmente all’omelia del cardinale Giovanni Battista Re - e ai suoi «auguri doppi» al cardinale Pietro Parolin - è stato il saluto del cardinale Matteo Zuppi che, sorridendo, ha rivolto ai presenti un «buongiorno». Un saluto indubbiamente cordiale e che ha fatto tornare alla mente a più di qualcuno il «buonasera» con cui Jorge Mario Bergoglio - del quale il cardinale presidente della Cei è considerato un continuatore per stile e sensibilità pastorale - si affacciò, eletto Papa, su piazza San Pietro.
Nel pomeriggio è poi iniziato il Conclave vero a proprio. Che ha visto l’ingresso dei porporati elettori nella Cappella Sistina dove, terminate le litanie, hanno cantato il Veni creator Spiritus. A seguire, si è tenuto il giuramento di tutti i cardinali, con la lettura di questo testo: «Et ego... spondeo, voveo ac iuro. Sic me Deus adiuvet et haec Sancta Dei Evangelia, quae manu mea tango». Questo giuramento - scandito mettendo la mano sul Vangelo - corrisponde a quanto previsto dall’Universi Dominici Gregis, la Costituzione apostolica promulgata da papa Giovanni Paolo II nel 1996, ed è traducibile in italiano con: «E io cardinale prometto, mi obbligo e giuro: così Dio mi aiuti e questi Santi evangeli che tocco con la mia mano».
Il primo a giurare è stato Pietro Parolin, essendo il cardinale che presiede il conclave. Era presente anche cardinale bosniaco Vinko Puljić, arcivescovo emerito di Sarajevo, fino ai giorni scorsi in dubbio per malattia sulla partecipazione al conclave e poi su un possibile voto da Casa Santa Marta. Alle 17.43 nella celebre cappella affrescata da Michelangelo, è risuonato il solenne e grave Extra omnes. A scandirlo è stato, come da copione, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Diego Ravelli, che in questo modo ha dato formalmente il via il conclave per eleggere il 267° Papa. Dopo l’Extra omnes tutti i presenti fino a quel momento hanno lasciato la Cappella Sistina, all’interno della quale sono rimasti i cardinali elettori, come lo stesso maestro Ravelli e l’ecclesiastico incaricato di tenere l’ultima meditazione prima delle votazioni, il cardinale Raniero Cantalamessa.
Questa espressione - che, come noto, significa «fuori tutti», e che segna l’inizio ufficiale delle votazioni - risale al 1274, quando papa Gregorio X, durante il Concilio di Lione, impose la clausura ai cardinali per evitare interferenze esterne e accelerare l’elezione del nuovo pontefice. Tuttavia, la formalizzazione del rituale con questa esatta formula si è consolidata in tempi più recenti, in particolare con la già citata costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. Da quando monsignor Ravelli ha scandito l’Extra omnes alla chiusura effettiva del portone di accesso alla Cappella Sistina sono trascorsi tre minuti.
A seguire, sono quindi iniziate le votazioni vere e proprie culminate, tornando a quando si diceva in apertura, nella fumata nera. Un esito più che scontato - vista la quasi impossibilità di raggiungere già nella prima votazione gli 89 voti di quorum -, ma che certamente non sarà stato inutile, dato che ha consentito ai porporati e alle cordate in campo di contarsi. Oggi riprenderanno i lavori che prevedranno due sessioni di voto con quattro votazioni complessive. Le fumate, che saranno alla fine della sessione di voto, sono previste alle 12 e alle 19. Conseguentemente, una fumata bianca che uscisse prima di questi orari, starebbe a significare l’elezione del Papa al primo dei due scrutini previsti a sessione.
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Nell’omelia dell’ultima messa prima delle votazioni, il decano fa appello all’unità e non cita mai il pontefice argentino. Poi il fuorionda che sa di endorsement al diplomatico. Entrato a tutti gli effetti Papa in conclave.I porporati, entrati in processione nella Sistina, hanno lasciato con il fiato sospeso 45.000 fedeli. Il segnale del nulla di fatto è arrivato solo alle 21. Oggi quattro scrutini.Lo speciale contiene due articoli«Auguri, auguri... e doppi». Il cardinale decano Giovanni Battista Re non si era accorto che il microfono sull’altare era aperto e captava bene anche a distanza, così è andato in mondovisione questo augurio, che sa tanto di endorsement, che il decano ha rivolto al Segretario di Stato uscente, cardinale Pietro Parolin, durante il segno della pace della Missa pro eligendo pontifice celebrata ieri mattina nella basilica di San Pietro.Un augurio che riflette la leadership che in tanti, perfino i tassinari, a Roma riconoscono al cardinale Parolin, che ieri è entrato in conclave da Papa. Vedremo come ne uscirà, anche perché il famoso adagio «chi entra da Papa esce da cardinale» nella storia non ha funzionato sempre. Di certo la sua candidatura appare la più solida al momento e il primo voto di ieri pomeriggio avrà dato ai 133 cardinali elettori il peso specifico numerico di questa leadership.Il cardinale Parolin rappresenta il punto fermo di questo conclave 2025, che nelle congregazioni che hanno preceduto l’Extra omnes ha manifestato l’indicibile. E cioè molta «continuità» con il predecessore Francesco, ma anche una consistente richiesta di «normalità», di una navigazione più tranquilla. Un altro modo di dire «discontinuità». Per qualcuno forse è troppo poco, per altri un tradimento delle riforme di Francesco, ma per chi conosce le lentezze e le levigate formule delle sacre stanze è già un chiaro segno di svolta. Normalità, sobrietà e pochi fronzoli, sono anche le note dell’omelia che ha pronunciato ieri il cardinale decano nella Missa pro eligendo pontifice, un’omelia che quasi sempre ha rappresentato nella storia della Chiesa un’indicazione per il conclave che inizia sull’orientamento da seguire per cercare il successore di Pietro. Nessuna citazione di Francesco, ma un ripetuto e insistito richiamo all’unità, nell’amore e nella preghiera. Con due passaggi da sottolineare. «L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo», così ha scandito il cardinale Re. «Fra i compiti di ogni successore di Pietro vi è quello di far crescere la comunione: comunione di tutti i cristiani con Cristo; comunione dei vescovi con il Papa; comunione dei vescovi fra di loro». Parole evangeliche, ma parole che hanno un indirizzo chiaro. La frammentazione tra i cardinali, emersa anche durante le congregazioni, e all’interno della Chiesa, deve essere curata. Alcuni atti energici di Francesco, certi «processi aperti», devono essere governati in modo più collegiale, avendo cura di tutte le sensibilità che abitano la realtà ecclesiale.È questo l’indirizzo che emerge nell’omelia del cardinale decano che, data l’età, ha 91 anni, non è entrato nella Cappella Sistina. È questa voglia di «normalità» che ha fatto prendere il volo per l’Honduras al cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, grande elettore di Bergoglio nel 2013 e deluso per il «tradimento» che avrebbe ravvisato in taluni ex compagni di cordata. Anche se, fanno notare alcune fonti, forse se si fosse fermato un po’ di più negli ultimi giorni delle Congregazioni avrebbe notato che i cardinali più vicini alla mens di papa Bergoglio si sono fatti sentire. Insomma, c’è aria di normalità, ma i cardinali sono entrati in Cappella Sistina molto frammentati con una leadership del cardinale Parolin, ma molte anime nell’area più liberal del collegio. C’è, forte, la candidatura del cardinale di Marsiglia, Jean Marc Aveline, poi quella del filippino Antonio Tagle, quella di Mario Grech, quelle di Matteo Zuppi e Lopez Romero. L’endorsement del cardinale Re a Parolin, captato dal microfono durante la messa di ieri, ha ulteriormente sottolineato una certa divisione nel fronte più vicino a papa Bergoglio.D’altro canto la minoranza conservatrice del collegio è entrata con diversi profili candidabili nella Cappella Sistina. Dal cardinale ungherese Peter Erdo, al cardinale srilankese Malcom Ranjit, forti probabilmente di 20-25 voti che potrebbero diventare determinanti qualora appunto emergesse uno stallo. La fumata nera di ieri sera era più che attesa, quasi scontata, ma quelle di domani ci diranno se la distanza dal quorum di 89 voti, altissimo, è colmabile o meno nel giro di breve. Se il principale candidato non decollasse allora si aprono spazi al centro con il Patriarca di Gerusalemme che potrebbe rappresentare una soluzione per tanti, oppure lo stesso Marc Aveline se riuscisse a essere considerato da tutti come vera scelta di unificazione.Perché è intorno a questa parola, «unità», che si sta cercando il prossimo Papa. «È […] forte il richiamo a mantenere l’unità della Chiesa nel solco tracciato da Cristo agli apostoli», ha detto ieri il cardinale Re. Ricordando anche che «ogni Papa continua a incarnare Pietro e la sua missione e così rappresenta Cristo in terra; egli è la roccia su cui è edificata la Chiesa (cfr. Mt 16,18). L’elezione del nuovo Papa non è un semplice avvicendarsi di persone, ma è sempre l’Apostolo Pietro che ritorna». Ogni Papa rappresenta Cristo in terra. È il vicario di Cristo, ci ricorda il cardinale Re, quando papa Francesco, invece, proprio questo titolo preferiva non utilizzarlo troppo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cardinale-re-archivia-francesco-gaffe-con-parolin-auguri-doppi-2671912970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fumata-e-nera-con-grande-ritardo" data-post-id="2671912970" data-published-at="1746650023" data-use-pagination="False"> La fumata è nera (con grande ritardo) La fumata nera, la prima, è arrivata piuttosto tardi ieri, per la precisione alle ore 21. Davanti a 45.000 persone. Si è conclusa così in serata la prima giornata di Conclave, dopo che in mattinata i 133 cardinali elettori hanno partecipato alla Missa pro eligendo romano pontifice nella Basilica di San Pietro. Ad attirare l’attenzione dei media, oltre naturalmente all’omelia del cardinale Giovanni Battista Re - e ai suoi «auguri doppi» al cardinale Pietro Parolin - è stato il saluto del cardinale Matteo Zuppi che, sorridendo, ha rivolto ai presenti un «buongiorno». Un saluto indubbiamente cordiale e che ha fatto tornare alla mente a più di qualcuno il «buonasera» con cui Jorge Mario Bergoglio - del quale il cardinale presidente della Cei è considerato un continuatore per stile e sensibilità pastorale - si affacciò, eletto Papa, su piazza San Pietro. Nel pomeriggio è poi iniziato il Conclave vero a proprio. Che ha visto l’ingresso dei porporati elettori nella Cappella Sistina dove, terminate le litanie, hanno cantato il Veni creator Spiritus. A seguire, si è tenuto il giuramento di tutti i cardinali, con la lettura di questo testo: «Et ego... spondeo, voveo ac iuro. Sic me Deus adiuvet et haec Sancta Dei Evangelia, quae manu mea tango». Questo giuramento - scandito mettendo la mano sul Vangelo - corrisponde a quanto previsto dall’Universi Dominici Gregis, la Costituzione apostolica promulgata da papa Giovanni Paolo II nel 1996, ed è traducibile in italiano con: «E io cardinale prometto, mi obbligo e giuro: così Dio mi aiuti e questi Santi evangeli che tocco con la mia mano». Il primo a giurare è stato Pietro Parolin, essendo il cardinale che presiede il conclave. Era presente anche cardinale bosniaco Vinko Puljić, arcivescovo emerito di Sarajevo, fino ai giorni scorsi in dubbio per malattia sulla partecipazione al conclave e poi su un possibile voto da Casa Santa Marta. Alle 17.43 nella celebre cappella affrescata da Michelangelo, è risuonato il solenne e grave Extra omnes. A scandirlo è stato, come da copione, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Diego Ravelli, che in questo modo ha dato formalmente il via il conclave per eleggere il 267° Papa. Dopo l’Extra omnes tutti i presenti fino a quel momento hanno lasciato la Cappella Sistina, all’interno della quale sono rimasti i cardinali elettori, come lo stesso maestro Ravelli e l’ecclesiastico incaricato di tenere l’ultima meditazione prima delle votazioni, il cardinale Raniero Cantalamessa. Questa espressione - che, come noto, significa «fuori tutti», e che segna l’inizio ufficiale delle votazioni - risale al 1274, quando papa Gregorio X, durante il Concilio di Lione, impose la clausura ai cardinali per evitare interferenze esterne e accelerare l’elezione del nuovo pontefice. Tuttavia, la formalizzazione del rituale con questa esatta formula si è consolidata in tempi più recenti, in particolare con la già citata costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. Da quando monsignor Ravelli ha scandito l’Extra omnes alla chiusura effettiva del portone di accesso alla Cappella Sistina sono trascorsi tre minuti. A seguire, sono quindi iniziate le votazioni vere e proprie culminate, tornando a quando si diceva in apertura, nella fumata nera. Un esito più che scontato - vista la quasi impossibilità di raggiungere già nella prima votazione gli 89 voti di quorum -, ma che certamente non sarà stato inutile, dato che ha consentito ai porporati e alle cordate in campo di contarsi. Oggi riprenderanno i lavori che prevedranno due sessioni di voto con quattro votazioni complessive. Le fumate, che saranno alla fine della sessione di voto, sono previste alle 12 e alle 19. Conseguentemente, una fumata bianca che uscisse prima di questi orari, starebbe a significare l’elezione del Papa al primo dei due scrutini previsti a sessione.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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