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2025-05-08
Il cardinale Re archivia Francesco. Gaffe con Parolin: «Auguri doppi»
Ansa
«Auguri, auguri... e doppi». Il cardinale decano Giovanni Battista Re non si era accorto che il microfono sull’altare era aperto e captava bene anche a distanza, così è andato in mondovisione questo augurio, che sa tanto di endorsement, che il decano ha rivolto al Segretario di Stato uscente, cardinale Pietro Parolin, durante il segno della pace della Missa pro eligendo pontifice celebrata ieri mattina nella basilica di San Pietro.
Un augurio che riflette la leadership che in tanti, perfino i tassinari, a Roma riconoscono al cardinale Parolin, che ieri è entrato in conclave da Papa. Vedremo come ne uscirà, anche perché il famoso adagio «chi entra da Papa esce da cardinale» nella storia non ha funzionato sempre. Di certo la sua candidatura appare la più solida al momento e il primo voto di ieri pomeriggio avrà dato ai 133 cardinali elettori il peso specifico numerico di questa leadership.
Il cardinale Parolin rappresenta il punto fermo di questo conclave 2025, che nelle congregazioni che hanno preceduto l’Extra omnes ha manifestato l’indicibile. E cioè molta «continuità» con il predecessore Francesco, ma anche una consistente richiesta di «normalità», di una navigazione più tranquilla. Un altro modo di dire «discontinuità». Per qualcuno forse è troppo poco, per altri un tradimento delle riforme di Francesco, ma per chi conosce le lentezze e le levigate formule delle sacre stanze è già un chiaro segno di svolta.
Normalità, sobrietà e pochi fronzoli, sono anche le note dell’omelia che ha pronunciato ieri il cardinale decano nella Missa pro eligendo pontifice, un’omelia che quasi sempre ha rappresentato nella storia della Chiesa un’indicazione per il conclave che inizia sull’orientamento da seguire per cercare il successore di Pietro. Nessuna citazione di Francesco, ma un ripetuto e insistito richiamo all’unità, nell’amore e nella preghiera. Con due passaggi da sottolineare. «L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo», così ha scandito il cardinale Re. «Fra i compiti di ogni successore di Pietro vi è quello di far crescere la comunione: comunione di tutti i cristiani con Cristo; comunione dei vescovi con il Papa; comunione dei vescovi fra di loro». Parole evangeliche, ma parole che hanno un indirizzo chiaro. La frammentazione tra i cardinali, emersa anche durante le congregazioni, e all’interno della Chiesa, deve essere curata. Alcuni atti energici di Francesco, certi «processi aperti», devono essere governati in modo più collegiale, avendo cura di tutte le sensibilità che abitano la realtà ecclesiale.
È questo l’indirizzo che emerge nell’omelia del cardinale decano che, data l’età, ha 91 anni, non è entrato nella Cappella Sistina. È questa voglia di «normalità» che ha fatto prendere il volo per l’Honduras al cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, grande elettore di Bergoglio nel 2013 e deluso per il «tradimento» che avrebbe ravvisato in taluni ex compagni di cordata. Anche se, fanno notare alcune fonti, forse se si fosse fermato un po’ di più negli ultimi giorni delle Congregazioni avrebbe notato che i cardinali più vicini alla mens di papa Bergoglio si sono fatti sentire. Insomma, c’è aria di normalità, ma i cardinali sono entrati in Cappella Sistina molto frammentati con una leadership del cardinale Parolin, ma molte anime nell’area più liberal del collegio. C’è, forte, la candidatura del cardinale di Marsiglia, Jean Marc Aveline, poi quella del filippino Antonio Tagle, quella di Mario Grech, quelle di Matteo Zuppi e Lopez Romero. L’endorsement del cardinale Re a Parolin, captato dal microfono durante la messa di ieri, ha ulteriormente sottolineato una certa divisione nel fronte più vicino a papa Bergoglio.
D’altro canto la minoranza conservatrice del collegio è entrata con diversi profili candidabili nella Cappella Sistina. Dal cardinale ungherese Peter Erdo, al cardinale srilankese Malcom Ranjit, forti probabilmente di 20-25 voti che potrebbero diventare determinanti qualora appunto emergesse uno stallo. La fumata nera di ieri sera era più che attesa, quasi scontata, ma quelle di domani ci diranno se la distanza dal quorum di 89 voti, altissimo, è colmabile o meno nel giro di breve. Se il principale candidato non decollasse allora si aprono spazi al centro con il Patriarca di Gerusalemme che potrebbe rappresentare una soluzione per tanti, oppure lo stesso Marc Aveline se riuscisse a essere considerato da tutti come vera scelta di unificazione.
Perché è intorno a questa parola, «unità», che si sta cercando il prossimo Papa. «È […] forte il richiamo a mantenere l’unità della Chiesa nel solco tracciato da Cristo agli apostoli», ha detto ieri il cardinale Re. Ricordando anche che «ogni Papa continua a incarnare Pietro e la sua missione e così rappresenta Cristo in terra; egli è la roccia su cui è edificata la Chiesa (cfr. Mt 16,18). L’elezione del nuovo Papa non è un semplice avvicendarsi di persone, ma è sempre l’Apostolo Pietro che ritorna». Ogni Papa rappresenta Cristo in terra. È il vicario di Cristo, ci ricorda il cardinale Re, quando papa Francesco, invece, proprio questo titolo preferiva non utilizzarlo troppo.
La fumata è nera (con grande ritardo)
La fumata nera, la prima, è arrivata piuttosto tardi ieri, per la precisione alle ore 21. Davanti a 45.000 persone. Si è conclusa così in serata la prima giornata di Conclave, dopo che in mattinata i 133 cardinali elettori hanno partecipato alla Missa pro eligendo romano pontifice nella Basilica di San Pietro. Ad attirare l’attenzione dei media, oltre naturalmente all’omelia del cardinale Giovanni Battista Re - e ai suoi «auguri doppi» al cardinale Pietro Parolin - è stato il saluto del cardinale Matteo Zuppi che, sorridendo, ha rivolto ai presenti un «buongiorno». Un saluto indubbiamente cordiale e che ha fatto tornare alla mente a più di qualcuno il «buonasera» con cui Jorge Mario Bergoglio - del quale il cardinale presidente della Cei è considerato un continuatore per stile e sensibilità pastorale - si affacciò, eletto Papa, su piazza San Pietro.
Nel pomeriggio è poi iniziato il Conclave vero a proprio. Che ha visto l’ingresso dei porporati elettori nella Cappella Sistina dove, terminate le litanie, hanno cantato il Veni creator Spiritus. A seguire, si è tenuto il giuramento di tutti i cardinali, con la lettura di questo testo: «Et ego... spondeo, voveo ac iuro. Sic me Deus adiuvet et haec Sancta Dei Evangelia, quae manu mea tango». Questo giuramento - scandito mettendo la mano sul Vangelo - corrisponde a quanto previsto dall’Universi Dominici Gregis, la Costituzione apostolica promulgata da papa Giovanni Paolo II nel 1996, ed è traducibile in italiano con: «E io cardinale prometto, mi obbligo e giuro: così Dio mi aiuti e questi Santi evangeli che tocco con la mia mano».
Il primo a giurare è stato Pietro Parolin, essendo il cardinale che presiede il conclave. Era presente anche cardinale bosniaco Vinko Puljić, arcivescovo emerito di Sarajevo, fino ai giorni scorsi in dubbio per malattia sulla partecipazione al conclave e poi su un possibile voto da Casa Santa Marta. Alle 17.43 nella celebre cappella affrescata da Michelangelo, è risuonato il solenne e grave Extra omnes. A scandirlo è stato, come da copione, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Diego Ravelli, che in questo modo ha dato formalmente il via il conclave per eleggere il 267° Papa. Dopo l’Extra omnes tutti i presenti fino a quel momento hanno lasciato la Cappella Sistina, all’interno della quale sono rimasti i cardinali elettori, come lo stesso maestro Ravelli e l’ecclesiastico incaricato di tenere l’ultima meditazione prima delle votazioni, il cardinale Raniero Cantalamessa.
Questa espressione - che, come noto, significa «fuori tutti», e che segna l’inizio ufficiale delle votazioni - risale al 1274, quando papa Gregorio X, durante il Concilio di Lione, impose la clausura ai cardinali per evitare interferenze esterne e accelerare l’elezione del nuovo pontefice. Tuttavia, la formalizzazione del rituale con questa esatta formula si è consolidata in tempi più recenti, in particolare con la già citata costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. Da quando monsignor Ravelli ha scandito l’Extra omnes alla chiusura effettiva del portone di accesso alla Cappella Sistina sono trascorsi tre minuti.
A seguire, sono quindi iniziate le votazioni vere e proprie culminate, tornando a quando si diceva in apertura, nella fumata nera. Un esito più che scontato - vista la quasi impossibilità di raggiungere già nella prima votazione gli 89 voti di quorum -, ma che certamente non sarà stato inutile, dato che ha consentito ai porporati e alle cordate in campo di contarsi. Oggi riprenderanno i lavori che prevedranno due sessioni di voto con quattro votazioni complessive. Le fumate, che saranno alla fine della sessione di voto, sono previste alle 12 e alle 19. Conseguentemente, una fumata bianca che uscisse prima di questi orari, starebbe a significare l’elezione del Papa al primo dei due scrutini previsti a sessione.
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Nell’omelia dell’ultima messa prima delle votazioni, il decano fa appello all’unità e non cita mai il pontefice argentino. Poi il fuorionda che sa di endorsement al diplomatico. Entrato a tutti gli effetti Papa in conclave.I porporati, entrati in processione nella Sistina, hanno lasciato con il fiato sospeso 45.000 fedeli. Il segnale del nulla di fatto è arrivato solo alle 21. Oggi quattro scrutini.Lo speciale contiene due articoli«Auguri, auguri... e doppi». Il cardinale decano Giovanni Battista Re non si era accorto che il microfono sull’altare era aperto e captava bene anche a distanza, così è andato in mondovisione questo augurio, che sa tanto di endorsement, che il decano ha rivolto al Segretario di Stato uscente, cardinale Pietro Parolin, durante il segno della pace della Missa pro eligendo pontifice celebrata ieri mattina nella basilica di San Pietro.Un augurio che riflette la leadership che in tanti, perfino i tassinari, a Roma riconoscono al cardinale Parolin, che ieri è entrato in conclave da Papa. Vedremo come ne uscirà, anche perché il famoso adagio «chi entra da Papa esce da cardinale» nella storia non ha funzionato sempre. Di certo la sua candidatura appare la più solida al momento e il primo voto di ieri pomeriggio avrà dato ai 133 cardinali elettori il peso specifico numerico di questa leadership.Il cardinale Parolin rappresenta il punto fermo di questo conclave 2025, che nelle congregazioni che hanno preceduto l’Extra omnes ha manifestato l’indicibile. E cioè molta «continuità» con il predecessore Francesco, ma anche una consistente richiesta di «normalità», di una navigazione più tranquilla. Un altro modo di dire «discontinuità». Per qualcuno forse è troppo poco, per altri un tradimento delle riforme di Francesco, ma per chi conosce le lentezze e le levigate formule delle sacre stanze è già un chiaro segno di svolta. Normalità, sobrietà e pochi fronzoli, sono anche le note dell’omelia che ha pronunciato ieri il cardinale decano nella Missa pro eligendo pontifice, un’omelia che quasi sempre ha rappresentato nella storia della Chiesa un’indicazione per il conclave che inizia sull’orientamento da seguire per cercare il successore di Pietro. Nessuna citazione di Francesco, ma un ripetuto e insistito richiamo all’unità, nell’amore e nella preghiera. Con due passaggi da sottolineare. «L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo», così ha scandito il cardinale Re. «Fra i compiti di ogni successore di Pietro vi è quello di far crescere la comunione: comunione di tutti i cristiani con Cristo; comunione dei vescovi con il Papa; comunione dei vescovi fra di loro». Parole evangeliche, ma parole che hanno un indirizzo chiaro. La frammentazione tra i cardinali, emersa anche durante le congregazioni, e all’interno della Chiesa, deve essere curata. Alcuni atti energici di Francesco, certi «processi aperti», devono essere governati in modo più collegiale, avendo cura di tutte le sensibilità che abitano la realtà ecclesiale.È questo l’indirizzo che emerge nell’omelia del cardinale decano che, data l’età, ha 91 anni, non è entrato nella Cappella Sistina. È questa voglia di «normalità» che ha fatto prendere il volo per l’Honduras al cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, grande elettore di Bergoglio nel 2013 e deluso per il «tradimento» che avrebbe ravvisato in taluni ex compagni di cordata. Anche se, fanno notare alcune fonti, forse se si fosse fermato un po’ di più negli ultimi giorni delle Congregazioni avrebbe notato che i cardinali più vicini alla mens di papa Bergoglio si sono fatti sentire. Insomma, c’è aria di normalità, ma i cardinali sono entrati in Cappella Sistina molto frammentati con una leadership del cardinale Parolin, ma molte anime nell’area più liberal del collegio. C’è, forte, la candidatura del cardinale di Marsiglia, Jean Marc Aveline, poi quella del filippino Antonio Tagle, quella di Mario Grech, quelle di Matteo Zuppi e Lopez Romero. L’endorsement del cardinale Re a Parolin, captato dal microfono durante la messa di ieri, ha ulteriormente sottolineato una certa divisione nel fronte più vicino a papa Bergoglio.D’altro canto la minoranza conservatrice del collegio è entrata con diversi profili candidabili nella Cappella Sistina. Dal cardinale ungherese Peter Erdo, al cardinale srilankese Malcom Ranjit, forti probabilmente di 20-25 voti che potrebbero diventare determinanti qualora appunto emergesse uno stallo. La fumata nera di ieri sera era più che attesa, quasi scontata, ma quelle di domani ci diranno se la distanza dal quorum di 89 voti, altissimo, è colmabile o meno nel giro di breve. Se il principale candidato non decollasse allora si aprono spazi al centro con il Patriarca di Gerusalemme che potrebbe rappresentare una soluzione per tanti, oppure lo stesso Marc Aveline se riuscisse a essere considerato da tutti come vera scelta di unificazione.Perché è intorno a questa parola, «unità», che si sta cercando il prossimo Papa. «È […] forte il richiamo a mantenere l’unità della Chiesa nel solco tracciato da Cristo agli apostoli», ha detto ieri il cardinale Re. Ricordando anche che «ogni Papa continua a incarnare Pietro e la sua missione e così rappresenta Cristo in terra; egli è la roccia su cui è edificata la Chiesa (cfr. Mt 16,18). L’elezione del nuovo Papa non è un semplice avvicendarsi di persone, ma è sempre l’Apostolo Pietro che ritorna». Ogni Papa rappresenta Cristo in terra. È il vicario di Cristo, ci ricorda il cardinale Re, quando papa Francesco, invece, proprio questo titolo preferiva non utilizzarlo troppo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cardinale-re-archivia-francesco-gaffe-con-parolin-auguri-doppi-2671912970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fumata-e-nera-con-grande-ritardo" data-post-id="2671912970" data-published-at="1746650023" data-use-pagination="False"> La fumata è nera (con grande ritardo) La fumata nera, la prima, è arrivata piuttosto tardi ieri, per la precisione alle ore 21. Davanti a 45.000 persone. Si è conclusa così in serata la prima giornata di Conclave, dopo che in mattinata i 133 cardinali elettori hanno partecipato alla Missa pro eligendo romano pontifice nella Basilica di San Pietro. Ad attirare l’attenzione dei media, oltre naturalmente all’omelia del cardinale Giovanni Battista Re - e ai suoi «auguri doppi» al cardinale Pietro Parolin - è stato il saluto del cardinale Matteo Zuppi che, sorridendo, ha rivolto ai presenti un «buongiorno». Un saluto indubbiamente cordiale e che ha fatto tornare alla mente a più di qualcuno il «buonasera» con cui Jorge Mario Bergoglio - del quale il cardinale presidente della Cei è considerato un continuatore per stile e sensibilità pastorale - si affacciò, eletto Papa, su piazza San Pietro. Nel pomeriggio è poi iniziato il Conclave vero a proprio. Che ha visto l’ingresso dei porporati elettori nella Cappella Sistina dove, terminate le litanie, hanno cantato il Veni creator Spiritus. A seguire, si è tenuto il giuramento di tutti i cardinali, con la lettura di questo testo: «Et ego... spondeo, voveo ac iuro. Sic me Deus adiuvet et haec Sancta Dei Evangelia, quae manu mea tango». Questo giuramento - scandito mettendo la mano sul Vangelo - corrisponde a quanto previsto dall’Universi Dominici Gregis, la Costituzione apostolica promulgata da papa Giovanni Paolo II nel 1996, ed è traducibile in italiano con: «E io cardinale prometto, mi obbligo e giuro: così Dio mi aiuti e questi Santi evangeli che tocco con la mia mano». Il primo a giurare è stato Pietro Parolin, essendo il cardinale che presiede il conclave. Era presente anche cardinale bosniaco Vinko Puljić, arcivescovo emerito di Sarajevo, fino ai giorni scorsi in dubbio per malattia sulla partecipazione al conclave e poi su un possibile voto da Casa Santa Marta. Alle 17.43 nella celebre cappella affrescata da Michelangelo, è risuonato il solenne e grave Extra omnes. A scandirlo è stato, come da copione, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Diego Ravelli, che in questo modo ha dato formalmente il via il conclave per eleggere il 267° Papa. Dopo l’Extra omnes tutti i presenti fino a quel momento hanno lasciato la Cappella Sistina, all’interno della quale sono rimasti i cardinali elettori, come lo stesso maestro Ravelli e l’ecclesiastico incaricato di tenere l’ultima meditazione prima delle votazioni, il cardinale Raniero Cantalamessa. Questa espressione - che, come noto, significa «fuori tutti», e che segna l’inizio ufficiale delle votazioni - risale al 1274, quando papa Gregorio X, durante il Concilio di Lione, impose la clausura ai cardinali per evitare interferenze esterne e accelerare l’elezione del nuovo pontefice. Tuttavia, la formalizzazione del rituale con questa esatta formula si è consolidata in tempi più recenti, in particolare con la già citata costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. Da quando monsignor Ravelli ha scandito l’Extra omnes alla chiusura effettiva del portone di accesso alla Cappella Sistina sono trascorsi tre minuti. A seguire, sono quindi iniziate le votazioni vere e proprie culminate, tornando a quando si diceva in apertura, nella fumata nera. Un esito più che scontato - vista la quasi impossibilità di raggiungere già nella prima votazione gli 89 voti di quorum -, ma che certamente non sarà stato inutile, dato che ha consentito ai porporati e alle cordate in campo di contarsi. Oggi riprenderanno i lavori che prevedranno due sessioni di voto con quattro votazioni complessive. Le fumate, che saranno alla fine della sessione di voto, sono previste alle 12 e alle 19. Conseguentemente, una fumata bianca che uscisse prima di questi orari, starebbe a significare l’elezione del Papa al primo dei due scrutini previsti a sessione.
Sea eye
Una frase che rovescia l’impianto della contestazione amministrativa. Ma solo in parte.
Per capire il senso della decisione bisogna partire da cosa veniva contestato alla nave. Nel ricorso contro il fermo, l’Ong elencava cinque contestazioni: la presunta illegittimità della procedura sanzionatoria, il difetto di motivazione e di proporzionalità del fermo, rivendicava il «mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche», confutava la contestazione di non avere fornito le informazioni richieste dall’autorità italiana e di non essersi uniformata alle indicazioni ricevute, e infine respingeva la violazione legata al fatto di non avere raggiunto «senza ritardo il porto di Taranto», indicato come place of safety. La sentenza non dà ragione alla Ong su tutta la linea. Il giudice ha rigettato la «violazione degli obblighi di motivazione» del fermo e del principio di proporzionalità della sanzione. Che risultano regolari. La sentenza boccia anche la tesi sulla carenza di giurisdizione italiana: «Il fatto […] pur avvenuto in alto mare, diviene rilevante per l’ordinamento giuridico italiano» e, una volta richiesto il porto di sbarco all’autorità italiana, «il comandante della nave si è assoggettato alle norme italiane». Poi però arriva il rovesciamento. Il giudice premette che l’opposizione è comunque fondata nel merito e spiega dove sarebbe crollato il provvedimento della Prefettura. Il perno è l’onere della prova. La sentenza richiama un principio definito come «unanimemente acquisito». Ed è questo: «Nei giudizi di opposizione a sanzione amministrativa, l’onere di dimostrare l’effettiva consumazione dell’illecito amministrativo, ove il fatto sia contestato, grava integralmente sull’autorità amministrativa». E subito dopo cala la lama: «L’onere in questione non può dirsi assolto nel caso di specie». È qui che la decisione fa una giravolta. Lo Stato, per il tribunale, aveva titolo per intervenire, ma non ha portato in tribunale abbastanza prove. La prima contestazione affrontata nel merito riguarda il mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche per l’assegnazione del porto di sbarco. Dalla documentazione, scrive il tribunale, «si evince chiaramente che alle autorità libiche sono state inviate» delle «email» per segnalare l’evento. Era il 14 giugno 2025. Da Tripoli non arrivò alcuna risposta. La nave, secondo la Prefettura, non avrebbe quindi fornito le informazioni richieste dalle autorità italiane e non si sarebbe uniformata alle indicazioni ricevute. Inoltre, non avrebbe raggiunto senza ritardo Taranto, individuato come porto sicuro. Anche qui il giudice sta dalla parte della Sea Eye 5. Scrive che «il comandante ha sempre dato risposta ad ogni richiesta». Eccetto una. Che appare anche particolarmente grave: «Non è stato in grado» di selezionare «le persone maggiormente vulnerabili» a causa «dell’elevato numero delle persone a bordo (ben 62)» e delle «gravissime condizioni» in cui versavano. La sentenza richiama una mail del 15 giugno in cui il comandante segnalava «persone ustionate, disidratate, in ipotermia e con bruciature e inalazioni da carburante», aggiungendo che «i naufraghi si trovavano in mare da oltre 48 ore». Qui, però, a fronte dell’incapacità in capo al comandante, ci sarebbe un secondo gap della Prefettura: «L’amministrazione» non avrebbe «dato prova del fatto che le persone salvate, una volta sbarcate, non versavano nelle condizioni dichiarate». Sul porto di Taranto, il giudice scrive che la situazione era aggravata anche dalla «carenza d’acqua» e che questa circostanza contribuiva a rendere impossibile raggiungere Taranto, giudicato «troppo distante». Da qui il cambio di rotta: «È stato solo a seguito del dialogo intercorso tra le parti, a fronte delle difficoltà ed esigenze palesate dal comandante, che (l’autorità, ndr) provvedeva ad assegnare il più vicino porto di Pozzallo». La conseguenza è scolpita in una frase: «Il mancato raggiungimento del porto di Taranto non è stato frutto di una ingiustificata disobbedienza, bensì delle comunicazioni intercorse tra la nave e l’autorità italiana». La contestazione secondo cui la Sea Eye 5 non avrebbe fornito le informazioni richieste o si sarebbe rifiutata di uniformarsi alle indicazioni ricevute «non appare corretta». Sostenere il contrario, secondo il giudice, «equivarrebbe ad affermare che il comandante di una nave», unico ad avere esperienza diretta della situazione di bordo, non avrebbe avuto «la possibilità di palesare le concrete difficoltà pratiche di eseguire una data indicazione» e sarebbe stato costretto a eseguire «passivamente» ordini che avrebbero potuto mettere in pericolo «la vita propria, dell’equipaggio e dei naufraghi salvati». Ed è così che il fermo cade. La Ong passa l’esame, ma non a pieni voti: «Sono ravvisabili delle ragioni sufficienti per l’accoglimento della proposta opposizione».
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Nel riquadro, l'istituto Sassetti-Peruzzi (Istock)
Una iniziativa che la scuola, nota in zona per il suo approccio multiculturale, aveva da subito rivendicato con orgoglio. «La scelta di rispondere positivamente alla richiesta degli studenti di poter usufruire di uno spazio quotidiano per il momento di preghiera nel periodo di Ramadan non è stata ideologica né tantomeno politica»: così il dirigente scolastico, Osvaldo Di Cuffa, in un comunicato pubblicato sull’account social dell’istituto. «Solo una risposta concreta a una esigenza di una parte degli studenti». Nessuna moschea o luogo di culto, aveva precisato, ma semplicemente uno spazio non utilizzato che la scuola ha deciso di dedicare a quanti volessero fare le loro preghiere. Questo perché una risposta negativa, aveva aggiunto Di Cuffa, «avrebbe potuto portare molti ragazzi ad assentarsi per parecchi giorni. Con questa soluzione, invece, si è inteso garantire il diritto allo studio in modo semplice e nel rispetto di tutti. Senza esibizionismi o clamori».
Poi però gli spazi sono diventati due, perché con l’islam ogni eccezione ne trascina con sé un’altra. Ragazze e ragazzi non possono certo pregare insieme quindi, oltre a consentire loro di restare fuori dall’aula dai 15 ai 30 minuti per pregare, e dici poco, la scuola ha dovuto organizzare non uno ma ben due spazi. Una scelta che ha sollevato nuove polemiche. «La cosa ancora più incredibile e surreale», scrivono in una nota, consiglieri regionali di Fratelli d’Italia Jacopo Cellai e Matteo Zoppini (componente della commissione Cultura), «è che lo sdoppiamento dell’aula non sarebbe nemmeno frutto di una richiesta diretta degli studenti, ma un’iniziativa autonoma dell’istituto per prevenire polemiche sulle discriminazioni di genere. Una decisione che fa capire a che punto si sia arrivati pur di compiacere certi ambienti e che testimonia la totale genuflessione alla cultura islamica da parte di chi dovrebbe invece rappresentare tutti».
La notizia arriva dopo che, un paio di settimane fa, il Comune di Firenze aveva detto no a una mozione partita da Noi moderati tesa a reintrodurre il presepe e il crocifisso nelle scuole. Una bocciatura decisa proprio in nome della laicità della scuola. Ma a chi rimbrotta il Sassetti-Peruzzi sul punto, chiedendo di rimettere il crocifisso, «integrare vuol dire aggiungere, non annullare una (religione) rispetto all’altra» scrive il capogruppo della Lega Guglielmo Mossuto, il dirigente ha la foto pronta. Eccolo lì il crocifisso, appeso sopra l’orologio nel corridoio. In attesa di capire come Palazzo Vecchio intenda conciliare la scelta dell’istituto con la recente battaglia a favore della laicità, se alcuni si schierano con il dirigente scolastico altri parlano di asservimento all’islam e di danno agli studenti di famiglie islamiche che non vogliono conformarsi al dogma.
«Se un ragazzo stava intraprendendo un percorso di laicizzazione o di adesione ai valori civili occidentali, l’istituzione scolastica, concedendo l’aula per la preghiera, lo ha tradito», scrive Francesco Gorini su La Firenze che vorrei. «Lo ha ricacciato forzatamente nell’alveo dell’appartenenza religiosa proprio nella scuola, che avrebbe dovuto essere lo spazio neutro della sua emancipazione».
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(Ansa)
Per gli altri cinque indagati sempre del reparto delle malattie infettive dell’ospedale di Ravenna (più, di recente, una dottoressa si è trasferita a Forlì), è scattato, anche in questo caso per 10 mesi, il divieto di occuparsi dei certificati per l’idoneità ai Cpr, centri di permanenza per i rimpatri.
Sulla base delle verifiche della polizia, i pm Daniele Barberini e Angela Scorza, titolari del fascicolo, avevano chiesto per tutti gli otto sanitari indagati (accusati di falso ideologico continuato e di interruzione di pubblico servizio) l’interdizione per un anno dalla professione. Anche se il gip ha disposto per cinque indagati una misura più lieve di quella richiesta, dalla decisione di emettere provvedimenti cautelari per tutti gli indagati emerge il fatto che la toga abbia fondato il quadro di gravi indizi e confermato il pericolo di reiterazione del reato.
A rafforzare la posizione dell’accusa è anche il fatto che il gip ha disposto i provvedimenti sebbene l’Ausl Romagna avesse fatto sapere, alla vigilia dell’interrogatorio di garanzia di giovedì mattina, di avere già escluso tutti i medici indagati dalla mansione di certificazione per i Cpr. Una sconfitta per la linea dei difensori, gli avvocati Carlo Alberto Baruzzi, Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Marco Martines, Maria Elena Monaco, Salvatore Tesoriero e Maria Virgilio che, in una nota congiunta, avevano sottolineato come, secondo loro, «il provvedimento di esonero dell’Ausl dalle specifiche attività faceva venire meno «i presupposti per l’applicazione di una misura interdittiva che, in assenza di concrete esigenze cautelari, sarebbe inutilmente afflittiva e sproporzionata». Ma di fronte al gip, il pm Scorza aveva obiettato che l’esonero disposto dall’Ausl appariva essere generico e che il pericolo di reiterazione sussisteva in quanto il falso contestato è ideologico: potrebbe cioè riverberarsi anche su altri tipi di certificati oltre a quelli per i Cpr. Davanti al gip, tutti gli indagati si erano avvalsi della facoltà di non rispondere limitandosi ad alcune dichiarazioni sulla «totale correttezza» del loro operato svolto «con professionalità e dedizione, ponendo al centro la tutela della salute e della dignità delle persone, conformemente alla deontologia medica», avrebbero poi precisato i legali, che nei giorni scorsi avevano comunicato la rinuncia al ricorso al Riesame in relazione ai sequestri svolti durante le perquisizioni. I difensori dei sanitari indagati avevano presentato ricorso in relazione al sequestro del un computer aziendale e del telefonino di una delle indagate in quel momento non presente in Italia.
Sul tavolo poteva finire anche la complessa questione dell’acquisizione delle chat, ottenute degli investigatori senza sequestrare i telefonini degli altri sette sanitari coinvolti. Gli agenti che hanno effettuato la perquisizione hanno infatti filmato il contenuto delle chat con il proprietario del telefonino presente. Si tratta, dunque, di materiale informatico «virtuale», ma in alcuni casi la Cassazione lo considerato materia che può essere oggetto di ricorso al Riesame. Ma la rinuncia dei difensori ha messo la parola fine su tutti gli argomenti.
Sulla base delle informative di Sco e Squadra mobile e di parte delle chat sequestrate nella perquisizione informatica del 12 febbraio scorso, la Procura ha ipotizzato che gli otto, in maniera preordinata e ideologica, abbiano attestato false non idoneità alla detenzione amministrativa nei Cpr per diversi stranieri irregolari, perlopiù arrestati dopo avere commesso reati.
Durante l’indagine, partita nel luglio 2025 è emerso che, dei 64 stranieri accompagnati in reparto a Ravenna tra settembre 2024 e gennaio 2026, 34 erano stati ritenuti non idonei e 10 si erano rifiutati di sottoporsi a visita. E che, secondo il quadro accusatorio sottoposto dai pm al gip Lipovscek, dei 44 stranieri irregolari così tornati liberi, 10 avevano poi commesso una ventina di reati. Una decina di giorni fa una delle dottoresse indagate era stata soccorsa dai sanitari del 118 dopo che si era procurata alcune ferite compatibili con un tentativo di suicidio.
Secondo i quotidiani locali Il Resto del Carlino e Corriere di Romagna, la donna avrebbe detto ai soccorritori intervenuti presso la sua abitazione «dovete fare sapere ai media che ho fatto questo gesto perché mi hanno indagato».
Stando alle ricostruzioni trapelate dopo il fatto, a lanciare l’allarme sarebbe presumibilmente stata la stessa dottoressa, che già all’indomani della perquisizione informatica della Squadra mobile del 12 febbraio, aveva minacciato una prima volta un gesto estremo, chiamando in quell’occasione un collega che aveva poi allertato le forze dell’ordine di quanto stava accadendo.
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La seduta inaugurale dell'Assemblea Costituente il 25 giugno 1946. Nel riquadro, Piero Calamandrei (Ansa)
Durante la discussione sulla composizione del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno della magistratura previsto dall’articolo 104 della Costituzione, Calamandrei espresse forti perplessità sull’idea di affidare ai magistrati l’elezione dei membri del Consiglio. «Io temo che con questo sistema si introducano nella magistratura le competizioni elettorali, con candidature, programmi e propaganda. Si rischia che anche nella magistratura sorgano gruppi organizzati che si contendano i voti», avvertì nel corso del dibattito. E spiegò con chiarezza la ragione della sua preoccupazione: «La magistratura deve restare fuori dalla lotta politica; non sarebbe opportuno abituare i magistrati a formare gruppi elettorali».
All’interno della Costituente esistevano posizioni diverse su come individuare i membri del Consiglio superiore della magistratura. Alcuni costituenti sostenevano il sistema dell’elezione, altri preferivano la designazione o meccanismi diversi di selezione. Alla fine, prevalse l’opzione elettiva: il rischio paventato da Calamandrei fu ritenuto remoto e difficilmente realizzabile. La storia, però, ha mostrato uno scenario diverso. Nel tempo, si è sviluppato un sistema di correnti organizzate all’interno della magistratura che ha inciso profondamente sul funzionamento del Csm. Un fenomeno che gli osservatori più attenti indicano come una delle cause dell’alterazione dell’equilibrio istituzionale immaginato e voluto dai Costituenti.
Quando si parla di «deriva correntizia», infatti, non ci si riferisce soltanto a episodi tristemente simbolici come quello dell’Hotel Champagne (in cui si riunirono Luca Palamara, magistrati e politici per discutere di nomine, ndr), ma a una trasformazione più profonda. Per effetto di questa stortura, l’idea della magistratura come potere diffuso e indipendente ha progressivamente lasciato spazio a un sistema di gruppi organizzati e spesso ideologicamente caratterizzati. Il risultato è stato un indebolimento dell’equilibrio tra i poteri, disegnato dalla Costituzione. Una questione seria che rischia, però, di essere ridotta a semplice scontro politico o a terreno di contrapposizione ideologica.
Eppure lo stesso Calamandrei, nei suoi scritti e nei suoi interventi, aveva ricordato che la Costituzione non è un meccanismo automatico: «Non è una macchina che, una volta messa in moto, va avanti da sola», ammoniva. Per funzionare, infatti, ha bisogno di responsabilità, lungimiranza e partecipazione civica. La sfida, oggi come allora, è capire se il sistema istituzionale sia in grado di correggere le proprie distorsioni e recuperare lo spirito originario della Carta costituzionale. La posta in gioco è enorme e non riguarda soltanto l’organizzazione della giustizia, ma la tenuta complessiva dell’equilibrio democratico del Paese. La Carta fondamentale respira e può essere modificata seguendo lo schema che essa stessa si è data all’articolo 138. È successo già più di 40 volte.
Quello che è immorale e ignobile è usarla come arma di propaganda, trasformando il referendum in un plebiscito pro o contro Giorgia Meloni, svuotandolo di ogni contenuto giuridico. È vergognoso e, a tratti, ridicolo agitare lo spettro del fascismo, quando votano Sì un presidente emerito della Corte costituzionale, un esercito di costituzionalisti e metà della classe dirigente del Partito democratico degli ultimi trent’anni.
Chi vuole mettere la Costituzione sotto una lastra di vetro non intende proteggerla. La soffoca. La lascia com’è, pur essendo consapevole dei sopravvenuti limiti, solo perché gli conviene ed è funzionale ai propri interessi. Quei padri e quelle madri costituenti non volevano adoratori. Volevano figli capaci di fare ciò che loro stessi fecero: guardare la realtà e avere il coraggio di cambiarla.
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