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2025-05-08
Il cardinale Re archivia Francesco. Gaffe con Parolin: «Auguri doppi»
Ansa
«Auguri, auguri... e doppi». Il cardinale decano Giovanni Battista Re non si era accorto che il microfono sull’altare era aperto e captava bene anche a distanza, così è andato in mondovisione questo augurio, che sa tanto di endorsement, che il decano ha rivolto al Segretario di Stato uscente, cardinale Pietro Parolin, durante il segno della pace della Missa pro eligendo pontifice celebrata ieri mattina nella basilica di San Pietro.
Un augurio che riflette la leadership che in tanti, perfino i tassinari, a Roma riconoscono al cardinale Parolin, che ieri è entrato in conclave da Papa. Vedremo come ne uscirà, anche perché il famoso adagio «chi entra da Papa esce da cardinale» nella storia non ha funzionato sempre. Di certo la sua candidatura appare la più solida al momento e il primo voto di ieri pomeriggio avrà dato ai 133 cardinali elettori il peso specifico numerico di questa leadership.
Il cardinale Parolin rappresenta il punto fermo di questo conclave 2025, che nelle congregazioni che hanno preceduto l’Extra omnes ha manifestato l’indicibile. E cioè molta «continuità» con il predecessore Francesco, ma anche una consistente richiesta di «normalità», di una navigazione più tranquilla. Un altro modo di dire «discontinuità». Per qualcuno forse è troppo poco, per altri un tradimento delle riforme di Francesco, ma per chi conosce le lentezze e le levigate formule delle sacre stanze è già un chiaro segno di svolta.
Normalità, sobrietà e pochi fronzoli, sono anche le note dell’omelia che ha pronunciato ieri il cardinale decano nella Missa pro eligendo pontifice, un’omelia che quasi sempre ha rappresentato nella storia della Chiesa un’indicazione per il conclave che inizia sull’orientamento da seguire per cercare il successore di Pietro. Nessuna citazione di Francesco, ma un ripetuto e insistito richiamo all’unità, nell’amore e nella preghiera. Con due passaggi da sottolineare. «L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo», così ha scandito il cardinale Re. «Fra i compiti di ogni successore di Pietro vi è quello di far crescere la comunione: comunione di tutti i cristiani con Cristo; comunione dei vescovi con il Papa; comunione dei vescovi fra di loro». Parole evangeliche, ma parole che hanno un indirizzo chiaro. La frammentazione tra i cardinali, emersa anche durante le congregazioni, e all’interno della Chiesa, deve essere curata. Alcuni atti energici di Francesco, certi «processi aperti», devono essere governati in modo più collegiale, avendo cura di tutte le sensibilità che abitano la realtà ecclesiale.
È questo l’indirizzo che emerge nell’omelia del cardinale decano che, data l’età, ha 91 anni, non è entrato nella Cappella Sistina. È questa voglia di «normalità» che ha fatto prendere il volo per l’Honduras al cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, grande elettore di Bergoglio nel 2013 e deluso per il «tradimento» che avrebbe ravvisato in taluni ex compagni di cordata. Anche se, fanno notare alcune fonti, forse se si fosse fermato un po’ di più negli ultimi giorni delle Congregazioni avrebbe notato che i cardinali più vicini alla mens di papa Bergoglio si sono fatti sentire. Insomma, c’è aria di normalità, ma i cardinali sono entrati in Cappella Sistina molto frammentati con una leadership del cardinale Parolin, ma molte anime nell’area più liberal del collegio. C’è, forte, la candidatura del cardinale di Marsiglia, Jean Marc Aveline, poi quella del filippino Antonio Tagle, quella di Mario Grech, quelle di Matteo Zuppi e Lopez Romero. L’endorsement del cardinale Re a Parolin, captato dal microfono durante la messa di ieri, ha ulteriormente sottolineato una certa divisione nel fronte più vicino a papa Bergoglio.
D’altro canto la minoranza conservatrice del collegio è entrata con diversi profili candidabili nella Cappella Sistina. Dal cardinale ungherese Peter Erdo, al cardinale srilankese Malcom Ranjit, forti probabilmente di 20-25 voti che potrebbero diventare determinanti qualora appunto emergesse uno stallo. La fumata nera di ieri sera era più che attesa, quasi scontata, ma quelle di domani ci diranno se la distanza dal quorum di 89 voti, altissimo, è colmabile o meno nel giro di breve. Se il principale candidato non decollasse allora si aprono spazi al centro con il Patriarca di Gerusalemme che potrebbe rappresentare una soluzione per tanti, oppure lo stesso Marc Aveline se riuscisse a essere considerato da tutti come vera scelta di unificazione.
Perché è intorno a questa parola, «unità», che si sta cercando il prossimo Papa. «È […] forte il richiamo a mantenere l’unità della Chiesa nel solco tracciato da Cristo agli apostoli», ha detto ieri il cardinale Re. Ricordando anche che «ogni Papa continua a incarnare Pietro e la sua missione e così rappresenta Cristo in terra; egli è la roccia su cui è edificata la Chiesa (cfr. Mt 16,18). L’elezione del nuovo Papa non è un semplice avvicendarsi di persone, ma è sempre l’Apostolo Pietro che ritorna». Ogni Papa rappresenta Cristo in terra. È il vicario di Cristo, ci ricorda il cardinale Re, quando papa Francesco, invece, proprio questo titolo preferiva non utilizzarlo troppo.
La fumata è nera (con grande ritardo)
La fumata nera, la prima, è arrivata piuttosto tardi ieri, per la precisione alle ore 21. Davanti a 45.000 persone. Si è conclusa così in serata la prima giornata di Conclave, dopo che in mattinata i 133 cardinali elettori hanno partecipato alla Missa pro eligendo romano pontifice nella Basilica di San Pietro. Ad attirare l’attenzione dei media, oltre naturalmente all’omelia del cardinale Giovanni Battista Re - e ai suoi «auguri doppi» al cardinale Pietro Parolin - è stato il saluto del cardinale Matteo Zuppi che, sorridendo, ha rivolto ai presenti un «buongiorno». Un saluto indubbiamente cordiale e che ha fatto tornare alla mente a più di qualcuno il «buonasera» con cui Jorge Mario Bergoglio - del quale il cardinale presidente della Cei è considerato un continuatore per stile e sensibilità pastorale - si affacciò, eletto Papa, su piazza San Pietro.
Nel pomeriggio è poi iniziato il Conclave vero a proprio. Che ha visto l’ingresso dei porporati elettori nella Cappella Sistina dove, terminate le litanie, hanno cantato il Veni creator Spiritus. A seguire, si è tenuto il giuramento di tutti i cardinali, con la lettura di questo testo: «Et ego... spondeo, voveo ac iuro. Sic me Deus adiuvet et haec Sancta Dei Evangelia, quae manu mea tango». Questo giuramento - scandito mettendo la mano sul Vangelo - corrisponde a quanto previsto dall’Universi Dominici Gregis, la Costituzione apostolica promulgata da papa Giovanni Paolo II nel 1996, ed è traducibile in italiano con: «E io cardinale prometto, mi obbligo e giuro: così Dio mi aiuti e questi Santi evangeli che tocco con la mia mano».
Il primo a giurare è stato Pietro Parolin, essendo il cardinale che presiede il conclave. Era presente anche cardinale bosniaco Vinko Puljić, arcivescovo emerito di Sarajevo, fino ai giorni scorsi in dubbio per malattia sulla partecipazione al conclave e poi su un possibile voto da Casa Santa Marta. Alle 17.43 nella celebre cappella affrescata da Michelangelo, è risuonato il solenne e grave Extra omnes. A scandirlo è stato, come da copione, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Diego Ravelli, che in questo modo ha dato formalmente il via il conclave per eleggere il 267° Papa. Dopo l’Extra omnes tutti i presenti fino a quel momento hanno lasciato la Cappella Sistina, all’interno della quale sono rimasti i cardinali elettori, come lo stesso maestro Ravelli e l’ecclesiastico incaricato di tenere l’ultima meditazione prima delle votazioni, il cardinale Raniero Cantalamessa.
Questa espressione - che, come noto, significa «fuori tutti», e che segna l’inizio ufficiale delle votazioni - risale al 1274, quando papa Gregorio X, durante il Concilio di Lione, impose la clausura ai cardinali per evitare interferenze esterne e accelerare l’elezione del nuovo pontefice. Tuttavia, la formalizzazione del rituale con questa esatta formula si è consolidata in tempi più recenti, in particolare con la già citata costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. Da quando monsignor Ravelli ha scandito l’Extra omnes alla chiusura effettiva del portone di accesso alla Cappella Sistina sono trascorsi tre minuti.
A seguire, sono quindi iniziate le votazioni vere e proprie culminate, tornando a quando si diceva in apertura, nella fumata nera. Un esito più che scontato - vista la quasi impossibilità di raggiungere già nella prima votazione gli 89 voti di quorum -, ma che certamente non sarà stato inutile, dato che ha consentito ai porporati e alle cordate in campo di contarsi. Oggi riprenderanno i lavori che prevedranno due sessioni di voto con quattro votazioni complessive. Le fumate, che saranno alla fine della sessione di voto, sono previste alle 12 e alle 19. Conseguentemente, una fumata bianca che uscisse prima di questi orari, starebbe a significare l’elezione del Papa al primo dei due scrutini previsti a sessione.
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Nell’omelia dell’ultima messa prima delle votazioni, il decano fa appello all’unità e non cita mai il pontefice argentino. Poi il fuorionda che sa di endorsement al diplomatico. Entrato a tutti gli effetti Papa in conclave.I porporati, entrati in processione nella Sistina, hanno lasciato con il fiato sospeso 45.000 fedeli. Il segnale del nulla di fatto è arrivato solo alle 21. Oggi quattro scrutini.Lo speciale contiene due articoli«Auguri, auguri... e doppi». Il cardinale decano Giovanni Battista Re non si era accorto che il microfono sull’altare era aperto e captava bene anche a distanza, così è andato in mondovisione questo augurio, che sa tanto di endorsement, che il decano ha rivolto al Segretario di Stato uscente, cardinale Pietro Parolin, durante il segno della pace della Missa pro eligendo pontifice celebrata ieri mattina nella basilica di San Pietro.Un augurio che riflette la leadership che in tanti, perfino i tassinari, a Roma riconoscono al cardinale Parolin, che ieri è entrato in conclave da Papa. Vedremo come ne uscirà, anche perché il famoso adagio «chi entra da Papa esce da cardinale» nella storia non ha funzionato sempre. Di certo la sua candidatura appare la più solida al momento e il primo voto di ieri pomeriggio avrà dato ai 133 cardinali elettori il peso specifico numerico di questa leadership.Il cardinale Parolin rappresenta il punto fermo di questo conclave 2025, che nelle congregazioni che hanno preceduto l’Extra omnes ha manifestato l’indicibile. E cioè molta «continuità» con il predecessore Francesco, ma anche una consistente richiesta di «normalità», di una navigazione più tranquilla. Un altro modo di dire «discontinuità». Per qualcuno forse è troppo poco, per altri un tradimento delle riforme di Francesco, ma per chi conosce le lentezze e le levigate formule delle sacre stanze è già un chiaro segno di svolta. Normalità, sobrietà e pochi fronzoli, sono anche le note dell’omelia che ha pronunciato ieri il cardinale decano nella Missa pro eligendo pontifice, un’omelia che quasi sempre ha rappresentato nella storia della Chiesa un’indicazione per il conclave che inizia sull’orientamento da seguire per cercare il successore di Pietro. Nessuna citazione di Francesco, ma un ripetuto e insistito richiamo all’unità, nell’amore e nella preghiera. Con due passaggi da sottolineare. «L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo», così ha scandito il cardinale Re. «Fra i compiti di ogni successore di Pietro vi è quello di far crescere la comunione: comunione di tutti i cristiani con Cristo; comunione dei vescovi con il Papa; comunione dei vescovi fra di loro». Parole evangeliche, ma parole che hanno un indirizzo chiaro. La frammentazione tra i cardinali, emersa anche durante le congregazioni, e all’interno della Chiesa, deve essere curata. Alcuni atti energici di Francesco, certi «processi aperti», devono essere governati in modo più collegiale, avendo cura di tutte le sensibilità che abitano la realtà ecclesiale.È questo l’indirizzo che emerge nell’omelia del cardinale decano che, data l’età, ha 91 anni, non è entrato nella Cappella Sistina. È questa voglia di «normalità» che ha fatto prendere il volo per l’Honduras al cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, grande elettore di Bergoglio nel 2013 e deluso per il «tradimento» che avrebbe ravvisato in taluni ex compagni di cordata. Anche se, fanno notare alcune fonti, forse se si fosse fermato un po’ di più negli ultimi giorni delle Congregazioni avrebbe notato che i cardinali più vicini alla mens di papa Bergoglio si sono fatti sentire. Insomma, c’è aria di normalità, ma i cardinali sono entrati in Cappella Sistina molto frammentati con una leadership del cardinale Parolin, ma molte anime nell’area più liberal del collegio. C’è, forte, la candidatura del cardinale di Marsiglia, Jean Marc Aveline, poi quella del filippino Antonio Tagle, quella di Mario Grech, quelle di Matteo Zuppi e Lopez Romero. L’endorsement del cardinale Re a Parolin, captato dal microfono durante la messa di ieri, ha ulteriormente sottolineato una certa divisione nel fronte più vicino a papa Bergoglio.D’altro canto la minoranza conservatrice del collegio è entrata con diversi profili candidabili nella Cappella Sistina. Dal cardinale ungherese Peter Erdo, al cardinale srilankese Malcom Ranjit, forti probabilmente di 20-25 voti che potrebbero diventare determinanti qualora appunto emergesse uno stallo. La fumata nera di ieri sera era più che attesa, quasi scontata, ma quelle di domani ci diranno se la distanza dal quorum di 89 voti, altissimo, è colmabile o meno nel giro di breve. Se il principale candidato non decollasse allora si aprono spazi al centro con il Patriarca di Gerusalemme che potrebbe rappresentare una soluzione per tanti, oppure lo stesso Marc Aveline se riuscisse a essere considerato da tutti come vera scelta di unificazione.Perché è intorno a questa parola, «unità», che si sta cercando il prossimo Papa. «È […] forte il richiamo a mantenere l’unità della Chiesa nel solco tracciato da Cristo agli apostoli», ha detto ieri il cardinale Re. Ricordando anche che «ogni Papa continua a incarnare Pietro e la sua missione e così rappresenta Cristo in terra; egli è la roccia su cui è edificata la Chiesa (cfr. Mt 16,18). L’elezione del nuovo Papa non è un semplice avvicendarsi di persone, ma è sempre l’Apostolo Pietro che ritorna». Ogni Papa rappresenta Cristo in terra. È il vicario di Cristo, ci ricorda il cardinale Re, quando papa Francesco, invece, proprio questo titolo preferiva non utilizzarlo troppo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cardinale-re-archivia-francesco-gaffe-con-parolin-auguri-doppi-2671912970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fumata-e-nera-con-grande-ritardo" data-post-id="2671912970" data-published-at="1746650023" data-use-pagination="False"> La fumata è nera (con grande ritardo) La fumata nera, la prima, è arrivata piuttosto tardi ieri, per la precisione alle ore 21. Davanti a 45.000 persone. Si è conclusa così in serata la prima giornata di Conclave, dopo che in mattinata i 133 cardinali elettori hanno partecipato alla Missa pro eligendo romano pontifice nella Basilica di San Pietro. Ad attirare l’attenzione dei media, oltre naturalmente all’omelia del cardinale Giovanni Battista Re - e ai suoi «auguri doppi» al cardinale Pietro Parolin - è stato il saluto del cardinale Matteo Zuppi che, sorridendo, ha rivolto ai presenti un «buongiorno». Un saluto indubbiamente cordiale e che ha fatto tornare alla mente a più di qualcuno il «buonasera» con cui Jorge Mario Bergoglio - del quale il cardinale presidente della Cei è considerato un continuatore per stile e sensibilità pastorale - si affacciò, eletto Papa, su piazza San Pietro. Nel pomeriggio è poi iniziato il Conclave vero a proprio. Che ha visto l’ingresso dei porporati elettori nella Cappella Sistina dove, terminate le litanie, hanno cantato il Veni creator Spiritus. A seguire, si è tenuto il giuramento di tutti i cardinali, con la lettura di questo testo: «Et ego... spondeo, voveo ac iuro. Sic me Deus adiuvet et haec Sancta Dei Evangelia, quae manu mea tango». Questo giuramento - scandito mettendo la mano sul Vangelo - corrisponde a quanto previsto dall’Universi Dominici Gregis, la Costituzione apostolica promulgata da papa Giovanni Paolo II nel 1996, ed è traducibile in italiano con: «E io cardinale prometto, mi obbligo e giuro: così Dio mi aiuti e questi Santi evangeli che tocco con la mia mano». Il primo a giurare è stato Pietro Parolin, essendo il cardinale che presiede il conclave. Era presente anche cardinale bosniaco Vinko Puljić, arcivescovo emerito di Sarajevo, fino ai giorni scorsi in dubbio per malattia sulla partecipazione al conclave e poi su un possibile voto da Casa Santa Marta. Alle 17.43 nella celebre cappella affrescata da Michelangelo, è risuonato il solenne e grave Extra omnes. A scandirlo è stato, come da copione, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Diego Ravelli, che in questo modo ha dato formalmente il via il conclave per eleggere il 267° Papa. Dopo l’Extra omnes tutti i presenti fino a quel momento hanno lasciato la Cappella Sistina, all’interno della quale sono rimasti i cardinali elettori, come lo stesso maestro Ravelli e l’ecclesiastico incaricato di tenere l’ultima meditazione prima delle votazioni, il cardinale Raniero Cantalamessa. Questa espressione - che, come noto, significa «fuori tutti», e che segna l’inizio ufficiale delle votazioni - risale al 1274, quando papa Gregorio X, durante il Concilio di Lione, impose la clausura ai cardinali per evitare interferenze esterne e accelerare l’elezione del nuovo pontefice. Tuttavia, la formalizzazione del rituale con questa esatta formula si è consolidata in tempi più recenti, in particolare con la già citata costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. Da quando monsignor Ravelli ha scandito l’Extra omnes alla chiusura effettiva del portone di accesso alla Cappella Sistina sono trascorsi tre minuti. A seguire, sono quindi iniziate le votazioni vere e proprie culminate, tornando a quando si diceva in apertura, nella fumata nera. Un esito più che scontato - vista la quasi impossibilità di raggiungere già nella prima votazione gli 89 voti di quorum -, ma che certamente non sarà stato inutile, dato che ha consentito ai porporati e alle cordate in campo di contarsi. Oggi riprenderanno i lavori che prevedranno due sessioni di voto con quattro votazioni complessive. Le fumate, che saranno alla fine della sessione di voto, sono previste alle 12 e alle 19. Conseguentemente, una fumata bianca che uscisse prima di questi orari, starebbe a significare l’elezione del Papa al primo dei due scrutini previsti a sessione.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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