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2025-05-08
Il cardinale Re archivia Francesco. Gaffe con Parolin: «Auguri doppi»
Ansa
«Auguri, auguri... e doppi». Il cardinale decano Giovanni Battista Re non si era accorto che il microfono sull’altare era aperto e captava bene anche a distanza, così è andato in mondovisione questo augurio, che sa tanto di endorsement, che il decano ha rivolto al Segretario di Stato uscente, cardinale Pietro Parolin, durante il segno della pace della Missa pro eligendo pontifice celebrata ieri mattina nella basilica di San Pietro.
Un augurio che riflette la leadership che in tanti, perfino i tassinari, a Roma riconoscono al cardinale Parolin, che ieri è entrato in conclave da Papa. Vedremo come ne uscirà, anche perché il famoso adagio «chi entra da Papa esce da cardinale» nella storia non ha funzionato sempre. Di certo la sua candidatura appare la più solida al momento e il primo voto di ieri pomeriggio avrà dato ai 133 cardinali elettori il peso specifico numerico di questa leadership.
Il cardinale Parolin rappresenta il punto fermo di questo conclave 2025, che nelle congregazioni che hanno preceduto l’Extra omnes ha manifestato l’indicibile. E cioè molta «continuità» con il predecessore Francesco, ma anche una consistente richiesta di «normalità», di una navigazione più tranquilla. Un altro modo di dire «discontinuità». Per qualcuno forse è troppo poco, per altri un tradimento delle riforme di Francesco, ma per chi conosce le lentezze e le levigate formule delle sacre stanze è già un chiaro segno di svolta.
Normalità, sobrietà e pochi fronzoli, sono anche le note dell’omelia che ha pronunciato ieri il cardinale decano nella Missa pro eligendo pontifice, un’omelia che quasi sempre ha rappresentato nella storia della Chiesa un’indicazione per il conclave che inizia sull’orientamento da seguire per cercare il successore di Pietro. Nessuna citazione di Francesco, ma un ripetuto e insistito richiamo all’unità, nell’amore e nella preghiera. Con due passaggi da sottolineare. «L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo», così ha scandito il cardinale Re. «Fra i compiti di ogni successore di Pietro vi è quello di far crescere la comunione: comunione di tutti i cristiani con Cristo; comunione dei vescovi con il Papa; comunione dei vescovi fra di loro». Parole evangeliche, ma parole che hanno un indirizzo chiaro. La frammentazione tra i cardinali, emersa anche durante le congregazioni, e all’interno della Chiesa, deve essere curata. Alcuni atti energici di Francesco, certi «processi aperti», devono essere governati in modo più collegiale, avendo cura di tutte le sensibilità che abitano la realtà ecclesiale.
È questo l’indirizzo che emerge nell’omelia del cardinale decano che, data l’età, ha 91 anni, non è entrato nella Cappella Sistina. È questa voglia di «normalità» che ha fatto prendere il volo per l’Honduras al cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, grande elettore di Bergoglio nel 2013 e deluso per il «tradimento» che avrebbe ravvisato in taluni ex compagni di cordata. Anche se, fanno notare alcune fonti, forse se si fosse fermato un po’ di più negli ultimi giorni delle Congregazioni avrebbe notato che i cardinali più vicini alla mens di papa Bergoglio si sono fatti sentire. Insomma, c’è aria di normalità, ma i cardinali sono entrati in Cappella Sistina molto frammentati con una leadership del cardinale Parolin, ma molte anime nell’area più liberal del collegio. C’è, forte, la candidatura del cardinale di Marsiglia, Jean Marc Aveline, poi quella del filippino Antonio Tagle, quella di Mario Grech, quelle di Matteo Zuppi e Lopez Romero. L’endorsement del cardinale Re a Parolin, captato dal microfono durante la messa di ieri, ha ulteriormente sottolineato una certa divisione nel fronte più vicino a papa Bergoglio.
D’altro canto la minoranza conservatrice del collegio è entrata con diversi profili candidabili nella Cappella Sistina. Dal cardinale ungherese Peter Erdo, al cardinale srilankese Malcom Ranjit, forti probabilmente di 20-25 voti che potrebbero diventare determinanti qualora appunto emergesse uno stallo. La fumata nera di ieri sera era più che attesa, quasi scontata, ma quelle di domani ci diranno se la distanza dal quorum di 89 voti, altissimo, è colmabile o meno nel giro di breve. Se il principale candidato non decollasse allora si aprono spazi al centro con il Patriarca di Gerusalemme che potrebbe rappresentare una soluzione per tanti, oppure lo stesso Marc Aveline se riuscisse a essere considerato da tutti come vera scelta di unificazione.
Perché è intorno a questa parola, «unità», che si sta cercando il prossimo Papa. «È […] forte il richiamo a mantenere l’unità della Chiesa nel solco tracciato da Cristo agli apostoli», ha detto ieri il cardinale Re. Ricordando anche che «ogni Papa continua a incarnare Pietro e la sua missione e così rappresenta Cristo in terra; egli è la roccia su cui è edificata la Chiesa (cfr. Mt 16,18). L’elezione del nuovo Papa non è un semplice avvicendarsi di persone, ma è sempre l’Apostolo Pietro che ritorna». Ogni Papa rappresenta Cristo in terra. È il vicario di Cristo, ci ricorda il cardinale Re, quando papa Francesco, invece, proprio questo titolo preferiva non utilizzarlo troppo.
La fumata è nera (con grande ritardo)
La fumata nera, la prima, è arrivata piuttosto tardi ieri, per la precisione alle ore 21. Davanti a 45.000 persone. Si è conclusa così in serata la prima giornata di Conclave, dopo che in mattinata i 133 cardinali elettori hanno partecipato alla Missa pro eligendo romano pontifice nella Basilica di San Pietro. Ad attirare l’attenzione dei media, oltre naturalmente all’omelia del cardinale Giovanni Battista Re - e ai suoi «auguri doppi» al cardinale Pietro Parolin - è stato il saluto del cardinale Matteo Zuppi che, sorridendo, ha rivolto ai presenti un «buongiorno». Un saluto indubbiamente cordiale e che ha fatto tornare alla mente a più di qualcuno il «buonasera» con cui Jorge Mario Bergoglio - del quale il cardinale presidente della Cei è considerato un continuatore per stile e sensibilità pastorale - si affacciò, eletto Papa, su piazza San Pietro.
Nel pomeriggio è poi iniziato il Conclave vero a proprio. Che ha visto l’ingresso dei porporati elettori nella Cappella Sistina dove, terminate le litanie, hanno cantato il Veni creator Spiritus. A seguire, si è tenuto il giuramento di tutti i cardinali, con la lettura di questo testo: «Et ego... spondeo, voveo ac iuro. Sic me Deus adiuvet et haec Sancta Dei Evangelia, quae manu mea tango». Questo giuramento - scandito mettendo la mano sul Vangelo - corrisponde a quanto previsto dall’Universi Dominici Gregis, la Costituzione apostolica promulgata da papa Giovanni Paolo II nel 1996, ed è traducibile in italiano con: «E io cardinale prometto, mi obbligo e giuro: così Dio mi aiuti e questi Santi evangeli che tocco con la mia mano».
Il primo a giurare è stato Pietro Parolin, essendo il cardinale che presiede il conclave. Era presente anche cardinale bosniaco Vinko Puljić, arcivescovo emerito di Sarajevo, fino ai giorni scorsi in dubbio per malattia sulla partecipazione al conclave e poi su un possibile voto da Casa Santa Marta. Alle 17.43 nella celebre cappella affrescata da Michelangelo, è risuonato il solenne e grave Extra omnes. A scandirlo è stato, come da copione, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Diego Ravelli, che in questo modo ha dato formalmente il via il conclave per eleggere il 267° Papa. Dopo l’Extra omnes tutti i presenti fino a quel momento hanno lasciato la Cappella Sistina, all’interno della quale sono rimasti i cardinali elettori, come lo stesso maestro Ravelli e l’ecclesiastico incaricato di tenere l’ultima meditazione prima delle votazioni, il cardinale Raniero Cantalamessa.
Questa espressione - che, come noto, significa «fuori tutti», e che segna l’inizio ufficiale delle votazioni - risale al 1274, quando papa Gregorio X, durante il Concilio di Lione, impose la clausura ai cardinali per evitare interferenze esterne e accelerare l’elezione del nuovo pontefice. Tuttavia, la formalizzazione del rituale con questa esatta formula si è consolidata in tempi più recenti, in particolare con la già citata costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. Da quando monsignor Ravelli ha scandito l’Extra omnes alla chiusura effettiva del portone di accesso alla Cappella Sistina sono trascorsi tre minuti.
A seguire, sono quindi iniziate le votazioni vere e proprie culminate, tornando a quando si diceva in apertura, nella fumata nera. Un esito più che scontato - vista la quasi impossibilità di raggiungere già nella prima votazione gli 89 voti di quorum -, ma che certamente non sarà stato inutile, dato che ha consentito ai porporati e alle cordate in campo di contarsi. Oggi riprenderanno i lavori che prevedranno due sessioni di voto con quattro votazioni complessive. Le fumate, che saranno alla fine della sessione di voto, sono previste alle 12 e alle 19. Conseguentemente, una fumata bianca che uscisse prima di questi orari, starebbe a significare l’elezione del Papa al primo dei due scrutini previsti a sessione.
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Nell’omelia dell’ultima messa prima delle votazioni, il decano fa appello all’unità e non cita mai il pontefice argentino. Poi il fuorionda che sa di endorsement al diplomatico. Entrato a tutti gli effetti Papa in conclave.I porporati, entrati in processione nella Sistina, hanno lasciato con il fiato sospeso 45.000 fedeli. Il segnale del nulla di fatto è arrivato solo alle 21. Oggi quattro scrutini.Lo speciale contiene due articoli«Auguri, auguri... e doppi». Il cardinale decano Giovanni Battista Re non si era accorto che il microfono sull’altare era aperto e captava bene anche a distanza, così è andato in mondovisione questo augurio, che sa tanto di endorsement, che il decano ha rivolto al Segretario di Stato uscente, cardinale Pietro Parolin, durante il segno della pace della Missa pro eligendo pontifice celebrata ieri mattina nella basilica di San Pietro.Un augurio che riflette la leadership che in tanti, perfino i tassinari, a Roma riconoscono al cardinale Parolin, che ieri è entrato in conclave da Papa. Vedremo come ne uscirà, anche perché il famoso adagio «chi entra da Papa esce da cardinale» nella storia non ha funzionato sempre. Di certo la sua candidatura appare la più solida al momento e il primo voto di ieri pomeriggio avrà dato ai 133 cardinali elettori il peso specifico numerico di questa leadership.Il cardinale Parolin rappresenta il punto fermo di questo conclave 2025, che nelle congregazioni che hanno preceduto l’Extra omnes ha manifestato l’indicibile. E cioè molta «continuità» con il predecessore Francesco, ma anche una consistente richiesta di «normalità», di una navigazione più tranquilla. Un altro modo di dire «discontinuità». Per qualcuno forse è troppo poco, per altri un tradimento delle riforme di Francesco, ma per chi conosce le lentezze e le levigate formule delle sacre stanze è già un chiaro segno di svolta. Normalità, sobrietà e pochi fronzoli, sono anche le note dell’omelia che ha pronunciato ieri il cardinale decano nella Missa pro eligendo pontifice, un’omelia che quasi sempre ha rappresentato nella storia della Chiesa un’indicazione per il conclave che inizia sull’orientamento da seguire per cercare il successore di Pietro. Nessuna citazione di Francesco, ma un ripetuto e insistito richiamo all’unità, nell’amore e nella preghiera. Con due passaggi da sottolineare. «L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo», così ha scandito il cardinale Re. «Fra i compiti di ogni successore di Pietro vi è quello di far crescere la comunione: comunione di tutti i cristiani con Cristo; comunione dei vescovi con il Papa; comunione dei vescovi fra di loro». Parole evangeliche, ma parole che hanno un indirizzo chiaro. La frammentazione tra i cardinali, emersa anche durante le congregazioni, e all’interno della Chiesa, deve essere curata. Alcuni atti energici di Francesco, certi «processi aperti», devono essere governati in modo più collegiale, avendo cura di tutte le sensibilità che abitano la realtà ecclesiale.È questo l’indirizzo che emerge nell’omelia del cardinale decano che, data l’età, ha 91 anni, non è entrato nella Cappella Sistina. È questa voglia di «normalità» che ha fatto prendere il volo per l’Honduras al cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, grande elettore di Bergoglio nel 2013 e deluso per il «tradimento» che avrebbe ravvisato in taluni ex compagni di cordata. Anche se, fanno notare alcune fonti, forse se si fosse fermato un po’ di più negli ultimi giorni delle Congregazioni avrebbe notato che i cardinali più vicini alla mens di papa Bergoglio si sono fatti sentire. Insomma, c’è aria di normalità, ma i cardinali sono entrati in Cappella Sistina molto frammentati con una leadership del cardinale Parolin, ma molte anime nell’area più liberal del collegio. C’è, forte, la candidatura del cardinale di Marsiglia, Jean Marc Aveline, poi quella del filippino Antonio Tagle, quella di Mario Grech, quelle di Matteo Zuppi e Lopez Romero. L’endorsement del cardinale Re a Parolin, captato dal microfono durante la messa di ieri, ha ulteriormente sottolineato una certa divisione nel fronte più vicino a papa Bergoglio.D’altro canto la minoranza conservatrice del collegio è entrata con diversi profili candidabili nella Cappella Sistina. Dal cardinale ungherese Peter Erdo, al cardinale srilankese Malcom Ranjit, forti probabilmente di 20-25 voti che potrebbero diventare determinanti qualora appunto emergesse uno stallo. La fumata nera di ieri sera era più che attesa, quasi scontata, ma quelle di domani ci diranno se la distanza dal quorum di 89 voti, altissimo, è colmabile o meno nel giro di breve. Se il principale candidato non decollasse allora si aprono spazi al centro con il Patriarca di Gerusalemme che potrebbe rappresentare una soluzione per tanti, oppure lo stesso Marc Aveline se riuscisse a essere considerato da tutti come vera scelta di unificazione.Perché è intorno a questa parola, «unità», che si sta cercando il prossimo Papa. «È […] forte il richiamo a mantenere l’unità della Chiesa nel solco tracciato da Cristo agli apostoli», ha detto ieri il cardinale Re. Ricordando anche che «ogni Papa continua a incarnare Pietro e la sua missione e così rappresenta Cristo in terra; egli è la roccia su cui è edificata la Chiesa (cfr. Mt 16,18). L’elezione del nuovo Papa non è un semplice avvicendarsi di persone, ma è sempre l’Apostolo Pietro che ritorna». Ogni Papa rappresenta Cristo in terra. È il vicario di Cristo, ci ricorda il cardinale Re, quando papa Francesco, invece, proprio questo titolo preferiva non utilizzarlo troppo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cardinale-re-archivia-francesco-gaffe-con-parolin-auguri-doppi-2671912970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fumata-e-nera-con-grande-ritardo" data-post-id="2671912970" data-published-at="1746650023" data-use-pagination="False"> La fumata è nera (con grande ritardo) La fumata nera, la prima, è arrivata piuttosto tardi ieri, per la precisione alle ore 21. Davanti a 45.000 persone. Si è conclusa così in serata la prima giornata di Conclave, dopo che in mattinata i 133 cardinali elettori hanno partecipato alla Missa pro eligendo romano pontifice nella Basilica di San Pietro. Ad attirare l’attenzione dei media, oltre naturalmente all’omelia del cardinale Giovanni Battista Re - e ai suoi «auguri doppi» al cardinale Pietro Parolin - è stato il saluto del cardinale Matteo Zuppi che, sorridendo, ha rivolto ai presenti un «buongiorno». Un saluto indubbiamente cordiale e che ha fatto tornare alla mente a più di qualcuno il «buonasera» con cui Jorge Mario Bergoglio - del quale il cardinale presidente della Cei è considerato un continuatore per stile e sensibilità pastorale - si affacciò, eletto Papa, su piazza San Pietro. Nel pomeriggio è poi iniziato il Conclave vero a proprio. Che ha visto l’ingresso dei porporati elettori nella Cappella Sistina dove, terminate le litanie, hanno cantato il Veni creator Spiritus. A seguire, si è tenuto il giuramento di tutti i cardinali, con la lettura di questo testo: «Et ego... spondeo, voveo ac iuro. Sic me Deus adiuvet et haec Sancta Dei Evangelia, quae manu mea tango». Questo giuramento - scandito mettendo la mano sul Vangelo - corrisponde a quanto previsto dall’Universi Dominici Gregis, la Costituzione apostolica promulgata da papa Giovanni Paolo II nel 1996, ed è traducibile in italiano con: «E io cardinale prometto, mi obbligo e giuro: così Dio mi aiuti e questi Santi evangeli che tocco con la mia mano». Il primo a giurare è stato Pietro Parolin, essendo il cardinale che presiede il conclave. Era presente anche cardinale bosniaco Vinko Puljić, arcivescovo emerito di Sarajevo, fino ai giorni scorsi in dubbio per malattia sulla partecipazione al conclave e poi su un possibile voto da Casa Santa Marta. Alle 17.43 nella celebre cappella affrescata da Michelangelo, è risuonato il solenne e grave Extra omnes. A scandirlo è stato, come da copione, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Diego Ravelli, che in questo modo ha dato formalmente il via il conclave per eleggere il 267° Papa. Dopo l’Extra omnes tutti i presenti fino a quel momento hanno lasciato la Cappella Sistina, all’interno della quale sono rimasti i cardinali elettori, come lo stesso maestro Ravelli e l’ecclesiastico incaricato di tenere l’ultima meditazione prima delle votazioni, il cardinale Raniero Cantalamessa. Questa espressione - che, come noto, significa «fuori tutti», e che segna l’inizio ufficiale delle votazioni - risale al 1274, quando papa Gregorio X, durante il Concilio di Lione, impose la clausura ai cardinali per evitare interferenze esterne e accelerare l’elezione del nuovo pontefice. Tuttavia, la formalizzazione del rituale con questa esatta formula si è consolidata in tempi più recenti, in particolare con la già citata costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. Da quando monsignor Ravelli ha scandito l’Extra omnes alla chiusura effettiva del portone di accesso alla Cappella Sistina sono trascorsi tre minuti. A seguire, sono quindi iniziate le votazioni vere e proprie culminate, tornando a quando si diceva in apertura, nella fumata nera. Un esito più che scontato - vista la quasi impossibilità di raggiungere già nella prima votazione gli 89 voti di quorum -, ma che certamente non sarà stato inutile, dato che ha consentito ai porporati e alle cordate in campo di contarsi. Oggi riprenderanno i lavori che prevedranno due sessioni di voto con quattro votazioni complessive. Le fumate, che saranno alla fine della sessione di voto, sono previste alle 12 e alle 19. Conseguentemente, una fumata bianca che uscisse prima di questi orari, starebbe a significare l’elezione del Papa al primo dei due scrutini previsti a sessione.
I manifesti appesi in solidarietà alla cosiddetta famiglia del bosco fuori dalla casa famiglia di assegnazione a Vasto (Ansa)
Sì, perché malgrado il tempo ci fosse, venerdì, per spiegare alle tre creature che cosa stava per succedere, senza metterle davanti alla scena tremenda della mamma che deve andarsene con la valigia in mano, le modalità sono state di assoluta indifferenza per i sentimenti, la psiche di tre piccini.
«L’assistente sociale Veruska D’Angelo e una coordinatrice che non avevamo mai visto sono state chiuse tutto il giorno in ufficio e quando, verso le 18.30, ho chiesto loro quando intendevano eseguire il provvedimento di allontanamento della madre, mi hanno detto “oggi, adesso”. “I bambini sono stati informati?”, è stata la mia preoccupazione. Non si erano poste il problema». Così l’avvocato Danila Solinas, uno dei legali dei coniugi Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, descrive la disumana applicazione dell’ordinanza del Tribunale dei minorenni dell’Aquila.
Catherine non vuole andarsene, rifiuta di lasciare i figli, alla fine va a fare i bagagli. Quando i bambini capiscono quello che sta succedendo, reagiscono piangendo o chiudendosi in un tremendo mutismo. Alla più grande sale la febbre, le sue urla sono lancinanti. Alle 21.20 Nathan è arrivato, fa salire la moglie in auto, si allontanano dalla struttura. «I bambini hanno scoperto casualmente e drammaticamente la realtà del distacco e hanno avuto reazioni strazianti», dichiara sdegnato lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa dei coniugi anglo-australiani.
Sottolinea: «Queste sono scene che generano danni enormi, la cosa che mi sorprende è la modalità non empatica, priva di mediazione, con la quale dei professionisti hanno deciso di espellere la madre, senza valutare minimamente la ricaduta traumatica sui bambini. Le uniche persone capaci di consolare questi piccoli sono state la nonna Pauline di 81 anni, mamma di Catherine, e la zia Rachel che si sono prodigate in modo incisivo». «Catherine adesso è a Palmoli, ancora sotto choc», precisa l’avvocato. «Venerdì aveva avuto la forza di rispondere a più di 500 test, pur sapendo dell’ordinanza notificata il giorno della perizia, e di lasciare la struttura come le è stato chiesto. Altro che riottosa, non so come mi sarei comportata io al suo posto, con un trattamento così vergognoso», esclama Solinas. «La D’Angelo ha minacciato anche di chiamare le forze dell’ordine se la signora non lasciava la struttura spontaneamente».
Ci mancava anche una simile scena, per quei poveri piccoli. L’incognita è quando sposteranno i bambini, come disposto nell’ordinanza. Pare vadano in una struttura a Scerne di Pineto e auguriamoci che non li separino. «Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) mi hanno assicurato che i piccoli non venivano mossi da Vasto ma la preoccupazione delle assistenti sociali è di evitare giornalisti e riprese video, quindi temo che non si muoveranno di giorno», aggiunge il legale. Se la nuova casa famiglia fosse davvero nella frazione costiera più vicina a Teramo, papà Trevallion dovrà sostenere due ore di andata e due ore di ritorno sulla sua vecchia auto per andare a trovare i figli. E mamma Catherine? Nell’ordinanza «censurabile sotto tutti profili, giuridici, fattuali, ricostruttivi» sottolinea l’avvocato, non si fa cenno alle modalità previste per gli incontri della madre. La vogliono allontanare definitivamente? Solinas, assieme all’avvocato Marco Femminella, presenterà lunedì un reclamo alla Corte d’appello dell’Aquila per una sospensione del provvedimento di allontanamento della madre, perché Catherine possa tornare a stare con i propri figli nell’attesa che siano concluse tutte le perizie richieste.
Ieri, tante persone hanno risposto all’appello per una fiaccolata silenziosa fuori dalla casa accoglienza Genova Rulli di Vasto, che ospita i tre bambini dal novembre scorso. Portavano peluche e dolci in dono, regali che sono stati rifiutati dai responsabili della struttura. Numerosi cartelli riportavano parole di sdegno, di condanna per quello che risulta un accanimento nei confronti della «famiglia nel bosco». Sugli striscioni, scritte come «I bambini a casa con i loro genitori. Stop agli abusi sui minori di 6 anni. Vergogna». Carola Profeta, responsabile del dipartimento Famiglia della Lega in Abruzzo, presente anche lei alla fiaccolata, ha scritto sui social: «La casa famiglia dove stavano i bambini e la madre è di proprietà della diocesi di Chieti-Vasto, da cristiana chiedo al vescovo, monsignor Bruno Forte, di esprimersi sulla vicenda e gli chiedo se sia normale che una proprietà della Chiesa venga usata per sfasciare le famiglie».
L’allontanamento di Catherine Birmingham dai suoi figli è stato definito da Profeta «l’ennesimo crimine di Stato. Ennesimo perché è dal 2020 che denuncio la Bibbiano D’Abruzzo. Il modus operandi del Tribunale minorile dell’Aquila è assolutamente inaccettabile e indegno di un Paese civile». Secondo l’esponente della Lega, «il presidente Cecilia Angrisano, iscritta al Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia, ha messo in piedi un sistema di continua sottrazione di minori ai danni di genitori che potevano anche avere delle difficoltà, ma la famiglia va aiutata e non smembrata come è avvenuto con i Trevallion».
Profeta ha annunciato: «Domani (oggi per chi legge, ndr) andrò a Palmoli e chiederò a Nathan e Catherine di fare un appello con me al presidente Sergio Mattarella, che come capo del Consiglio superiore della magistratura, anche se non può revocare l’ordinanza, può però fare una moral suasion suggerendo ai magistrati a fare un passo indietro». La responsabile del dipartimento Famiglia si augura che il tentativo vada a buon fine anche se è la prima a dubitarne «vista la concomitanza con il referendum sulla giustizia. Che messaggio sarebbe se il presidente del Csm chiedesse a un giudice di fare un passo indietro?».
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Ansa
Nell’ospedale Monaldi di Napoli il clima che si respira è sempre più teso, i ricoveri sono diminuiti ma quello che si scopre, mettendo insieme i pezzi di un puzzle complesso, è che il reparto di Cardiochirurgia pediatrica è fermo e chiede «aiuto» al Bambino Gesù di Roma. Infatti, per «rafforzare e rilanciare l’attività di cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Monaldi» l’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l’ospedale, ha deciso di siglare una convenzione con l’ospedale pediatrico di Roma. L’accordo è stato richiesto dall’azienda proprio dopo la tragica scomparsa del piccolo Domenico ed è stato così motivato: «Un passo concreto e immediato per garantire continuità assistenziale e rafforzare ulteriormente la qualità delle cure offerte ai piccoli pazienti e alle loro famiglie, che non hanno mai smesso di credere nel Monaldi».
Che cosa succederà in pratica? In base all’accordo, per i prossimi tre mesi un’equipe altamente specializzata del Bambino Gesù opererà stabilmente a Napoli. Saranno infatti distaccati al Monaldi quattro professionisti, ovvero un cardiochirurgo, un anestesista, un infermiere ferrista e un perfusionista, figure fondamentali per garantire la gestione dei casi più complessi e delle procedure cardiochirurgiche più avanzate. L’equipe lavorerà in stretta «integrazione con i professionisti dell’Azienda ospedaliera dei Colli, contribuendo al consolidamento delle attività cliniche e al trasferimento di competenze. In caso di necessità, la collaborazione potrà essere ulteriormente rafforzata con il supporto aggiuntivo di altri specialisti, tra cui un ulteriore cardiochirurgo e un anestesista».
Patrizia Mercolino, la mamma di Domenico, ha sempre sottolineato di non voler demonizzare tutto il Monaldi, ospedale che il piccolo ha frequentato spesso nei suoi due anni di vita perché soffriva di un problema al cuore. Eppure lì più di qualcosa non ha funzionato. Gli inquirenti parlano di «negligenza» e «imperizia» dei medici, nel provvedimento che vede sette specialisti indagati. L’inchiesta della Procura di Napoli sta cercando di fare chiarezza sia sul trasporto del nuovo organo da Bolzano a Napoli (contenitore, tempistiche e procedure di espianto) sia su quello che è accaduto nella sala operatoria del Monaldi dove è stato espiantato il cuore malato del piccolo Domenico.
Dalla relazione degli ispettori del ministero della Salute e del Cnt, redatta dopo i sopralluoghi al Monaldi e all’ospedale di Bolzano, emerge un altro particolare inquietante: il dosaggio sbagliato di un farmaco somministrato da un’anestesista dell’ospedale di Bolzano potrebbe aver danneggiato il cuore destinato a Domenico prima che questo venisse espiantato e congelato erroneamente col ghiaccio secco. Ma su questo elemento il legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, sentito dall’Ansa, ha precisato: «Questo verrà accertato dall’autopsia con l’esame sui tessuti, comunque ciò non muta il quadro delle responsabilità dell’equipe del Monaldi. Dalle prime indagini è emerso che il team di Napoli era partito senza un perfusionista e che la dottoressa Farina (uno degli indagati) abbia chiesto che l’infusione del liquido venisse effettuata da un’altra persona. Ma emerge anche che sarebbe stata la stessa dottoressa del Monaldi a indicare quanto liquido infondere e in quanto tempo. È stato inoltre riferito che l’infusione non è stata portata a termine perché il chirurgo di Innsbruck ha richiamato l’attenzione per un rigonfiamento del fegato e del cuore. Sarebbe stato poi lo stesso chirurgo a intervenire per risolvere la situazione». Intanto, con una lettera 186 genitori di bambini cardiopatici difendono il Monaldi e, in particolare, il primario Guido Oppido, il cardiochirurgo indagato: «Molti dei nostri bambini oggi respirano, sorridono e vivono grazie alla Cardiochirurgia pediatrica, grazie a medici che ogni giorno combattono una battaglia silenziosa contro il tempo e contro la morte. Tra quei medici, per anni, c’è stato il professor Oppido. Oggi assistiamo a un processo mediatico feroce, spietato, che rischia di travolgere tutto: una persona, una struttura, un reparto, un’intera rete di cura da cui dipende la vita dei nostri figli».
Il direttore amministrativo dell’Azienda ospedaliera dei Colli, Alberto Pagliafora, aveva rassegnato le dimissioni per motivi personali, ma dopo qualche ora le ha ritirate. In una nota, si precisa che «la decisione di proseguire nel proprio incarico è maturata a seguito di una riflessione personale, nella consapevolezza della delicatezza della fase che l’ospedale sta attraversando e dell’importanza di garantire continuità amministrativa e organizzativa alle attività dell’ente. L’azienda prosegue con determinazione nel suo lavoro».
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Stretto di Hormuz bloccato, non passano petroliere e metaniere. Salgono i prezzi di gas, petrolio, benzina e gasolio. Gnl dal Qatar fermo, i produttori di petrolio del Golfo frenano l’estrazione in cerca di stoccaggi.