Resa dell’Ue sull’energia: resteremo al buio
Unione con le scorte ai minimi storici dal 2013 (-25% rispetto al 2020) e il vero freddo sta per arrivare solo ora. Ma il governo si concentra sulle delocalizzazioni, anziché preoccuparsi che nessuno vorrà più aprire fabbriche.

Evidentemente le riunioni dell’Ue funzionano bene quando non c’è nulla da decidere. Quando si tratta di celebrare qualche anniversario o lanciare piani quinquennali. In caso di crisi, invece, l’esito dei meeting è sempre lo stesso: non si decide nulla. Così è accaduto l’altra notte. Nulla di fatto al Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo sull’emergenza prezzi dell’energia. A impedire l’accordo le divergenze sul Sistema per lo scambio delle quote di emissioni nocive valido a livello europeo, contestato in particolare da alcuni Paesi dell’Est, Polonia in testa. Altri, come la Germania e i Paesi Bassi, si sono schierati a difesa della regolazione dei prezzi dell’energia da parte del mercato. Altra questione irrisolta quella della tassonomia: la Francia e i Paesi dell’Est considerano il nucleare una fonte ecosostenibile, una posizione che tuttavia non ha trovato favorevoli gli altri rappresentanti dei Paesi membri. Risultato: la linea italiana non sembra nemmeno pervenuta. Ma a questo punto risulta persino irrilevante. Tanto ognuno si muoverà in ordine sparso. La Russia sta centellinando le forniture di gas naturale, la Bielorussia minaccia di bloccare il gasdotto North Stream 2 per la Germania. L’Algeria ha tagliato le forniture alla Spagna che passano dal Marocco. Così l’Europa si trova con le scorte ai minimi storici dal 2013. Rispetto all’anno scorso c’è un deficit del 25% e l’inverno, che le previsioni danno come uno dei più freddi, deve ancora iniziare. Polonia e Repubblica Ceca, grandi produttori di carbone, si oppongono a qualunque misura che possa penalizzare le loro miniere. La Francia chiede il passaporto verde per le sue centrali nucleari, che l’Italia non possiede e che la Germania sta smantellando. Danimarca e Olanda tifano perché i prezzi restino alti. In questo modo si compensano gli sforzi delle loro aziende impegnate sulle rinnovabili. Da Berlino in su, inoltre, sostengono che i rincari in bolletta siano temporanei. È evidente il contrario. Il lockdown imposto nel 2020 ha causato una tale incertezza che tutte le aziende del mondo occidentale hanno fermato gli acquisti ed esaurito le scorte. Con la fine dei blocchi nell’estate dello scorso anno sono ripresi gli ordinativi, ma nel frattempo la pandemia ha spezzato la catena dei rifornimenti.

La globalizzazione aveva sparso per il mondo la filiera produttiva. Interrompere le forniture e rallentare la componentistica ha messo in contrasto domanda e offerta. I colli di bottiglia hanno fatto schizzare i prezzi. Se aggiungiamo l’enorme liquidità messa in circolo per stimolare la ripresa, si comprende come l’inflazione intrinseca e quella indotta abbiano fatto da volano reciproco. Le nazioni in grado di riportare in casa la produzione hanno spinto il piede sull’acceleratore della sovranità nazionale. Vale per il tema vaccini e per quello delle materie prime. Il primo settore a risentire di questa ondata è stato quello dell’energia, per il semplice fatto che si distribuisce sull’intera filiera. Impatta su chi produce, chi assembla, chi trasporta e chi consuma. In tutto ciò, e nel momento peggiore della nostra storia repubblicana, l’Ue ha deciso di abbinare agli stimoli finanziari un piano di transizione ecologica che è l’esatto opposto di quanto andrebbe fatto. Il sistema dei certificati e dei pagamenti della CO2 penalizzano le nostre aziende e favoriscono quei Paesi che non aderiscono. La spinta verso le rinnovabili ci rende tecnologicamente legati a produttori extra Ue e al tempo stesso preme sui prezzi delle fonti non rinnovabili di cui non disponiamo nemmeno delle chiavi delle infrastrutture di base. Aggiungiamo le tensioni ai confini a Est e il gioco è fatto. Per tutte queste ragioni i rincari dell’energia, ma soprattutto l’inflazione, sono diventati problemi strutturali. Il che apre la strada a due interrogativi. Che cosa fare nel breve termine e nel medio. I dati dei prezzi spot dell’energia in Francia descrivono un gennaio e febbraio 2022 da incubo. Cifra vicine ai 1.200 euro al kilowattora. Attenzione: non sono i prezzi del consumatore, ma sono un valore che spiega bene il trend e il rischio. I media olandesi hanno fatto sapere che il governo non è in grado di garantire le forniture elettriche a gennaio. Lo stesso accadrà in Italia se non si interviene al più presto sulle centrali a carbone. Nel medio termine sarà importante riparare ai danni fatti dalla politica grillina. Bisogna riattivare le estrazioni di gas nell’Adriatico al più presto. Terzo: dovremmo cercare di tornare in Libia per avere gas e petrolio. Cercare anche di risolvere l’impasse algerina e magari infilarci nella contesa con il Marocco e la Spagna con l’obiettivo di allargare la nostra influenza. Ovviamente basta tasse sull’inquinamento e stop alle direttive sulla casa e sulle auto non elettriche. Stupisce che si perda tempo a inserire in manovra strumenti antidelocalizzazione per evitare che le aziende scappino dal Paese. Il ministro Andrea Orlando vuole far pagare di più i licenziamenti. Giusto e sacrosanto. Dovrebbe preoccuparsi che nessuno vorrà aprire una nuova fabbrica da qui ai prossimi mesi. A partire dal tema energia.

L’Italia dal canto suo dovrebbe capire che spendere qualche miliardo per calmierare le bollette non serve a nulla. Se non ad ammettere che gli italiani saranno più poveri: al limite, a rate.

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