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2019-12-16
«Il boss arrestato per ’ndrangheta parlava di giri di affari con i Renzi»
Ansa
Quattro giorni fa, su ordine dei magistrati antimafia di Catanzaro e di Reggio Calabria, sono state arrestate 27 persone accusate di aver infiltrato il tessuto economico e finanziario in Umbria per conto della 'ndrangheta. Al vertice del gruppo, c'erano Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa, presunti boss, che dalle intercettazioni risultano aver parlato di affari con i parenti di Matteo Renzi, in particolare con il cognato Andrea Conticini. È il proconsole (per l'accusa) delle 'ndrine in Umbria, Pino Benincasa, a parlarne al telefono con un avvocato romano con studio a Perugia, tale Domenico Accica. Pino, incurante che gli investigatori stessero seguendo ogni suo passo e registrando ogni sua chiamata, dice subito: «...cioè adesso i soldi non è che mi servono, me ne servono di più... sia i soldi che le banche. Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni...». L'avvocato s'incuriosisce: «...che fai in Serbia?». E Pino: «…per fare una bella... eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo... il papà e lo zio (sorride)... Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... 'sti cristiani che... il papà di Renzi... con… con il cognato... e lo zio. Sono...sono già tre o quattro volte che ci incontrano». Ma che interessi possono accomunare i parenti del Bullo e dei personaggi che nelle carte dell'Antimafia vengono descritti come degli 'ndranghetisti? Pino spiega: «Intanto devono mettere... gli facciamo prendere il 30 per cento della Sgt... della nuova cosa... noi praticamente non tiriamo fuori una lira per pagare l'asta...». L'avvocato sembra aver capito al volo: «Bene... lo pagano loro... Chiaro». E mentre Pino continua a spiegare, sostenendo che «loro hanno bisogno di…». L'avvocato lo anticipa: «...di investire!». Tutto ruoterebbe attorno ai dipendenti delle coop.
Pino: «...di questi 3.000 dipendenti che ci stanno, no! Perché ci stanno 3.000 dipendenti alla fine... cioè sono 168 dipendenti, però...». E Accica lo anticipa ancora: «3.000 con il discorso delle società collegate... chiaro...». Pino riprende: «delle cooperative eccetera... Loro hanno bisogno di queste cooperative... di questi dipendenti... di queste cose…». Accica commenta: «...sicuramente se investono c'hanno le loro buone ragioni...». Ma al calabrese interessa la liquidità: «Eh... i soldi ce li hanno... tant'è vero che prima Paolo mi diceva che l'ultimo contatto è stato stamattina e chiedono appunto di incontrarci prima di venerdì... perché noi gli abbiamo detto una cosa... se avete voglia di chiudere...bene, sennò noi chiudiamo con un altro perché dobbiamo pagare il fallimento». Sì, quei soldi, a leggere le carte dell'inchiesta, sarebbero serviti a Benincasa e company a riprendere in mano una società che gli stava a cuore, la So.ge.tras S.p.a., con sede in Largo Augusto 7 a Milano e uffici in via Ponchielli a Corciano di Perugia. Una società di trasporto posta e valori per conto terzi con un milione di capitale sociale, dichiarata fallita il 14 dicembre 2017. L'azienda che interessava ai presunti malavitosi era amministrata da un certo Massimo Gabriele Caruso (condannato lo scorso anno in un processo per bancarotta fraudolenta, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e omesso versamento dell'Iva) ed era controllata al cento per cento dal Sogegroup (amministrato dallo stesso Caruso). Anche Caruso viene intercettato con Benincasa che, tramite la sua ditta di autotrasporti Prima pietra, ha un contratto di lavoro con la Sogetras. Benincasa propone a Caruso di cedere 100.000 euro di azioni alla «BM», una srl che è sotto il suo controllo. Ma gli chiede anche un falso contratto retrodatato e una lettera di rescissione, per «provare», sottolineano gli investigatori, «l'ingiusto danno nei suoi confronti determinato dal sequestro patrimoniale operato dall'autorità giudiziaria perugina», che aveva messo i sigilli a Prima pietra. Il Paolo di cui parla a telefono Benincasa, invece, è Menicucci, un perugino che era diventato il braccio destro del presunto boss. E che insieme a lui e a Profiti, a leggere le accuse, «risulta impegnato in una attività di riciclaggio dei proventi indebitamente acquisiti, tramite l'acquisizione di aziende in fallimento, nel traffico dei rifiuti». E siccome Menicucci è stato incaricato dall'organizzazione «di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento per il reinvestimento del denaro fraudolentemente acquisito», è lui il tramite con i Renzi. Ed è a Menicucci che Benincasa dice che «la strada da perseguire è quella di stringere con Conticini, visto che questi a Paolo gli hanno pure telefonato più volte».
Alla fine, quindi, lo sollecita a prendere contatti con la società Conticini. E gli dice di «contattarli per comunicare il piacere di averli dentro in società». Poi gli suggerisce di «far trasparire nel dialogo che ci sono anche altri e che ci sono tempi brevi. È un azzardo perché potrebbero anche scappare». Il boss, insomma, sostiene che a loro farebbe piacere averli come soci. E i magistrati annotano che «la società Conticini è riferibile all'imprenditore Andrea Conticini, titolare, unitamente alla moglie Matilde Renzi (quest'ultima sorella del noto politico Matteo Renzi) della società Marc consulting con sede a Castelfranco di Sotto (Pisa)». Conticini è da tempo il braccio destro di babbo Renzi negli affari di famiglia, a partire da quelli della Eventi 6. È tuttora indagato per riciclaggio nell'inchiesta della Procura di Firenze sulla presunta sottrazione di fondi destinati ai bambini africani.
ha collaborato Patrizio Canestri
«I fiorentini hanno un fondo da 15 milioni da muovere e ne danno 3 per la società»
Nell'inchiesta della Dda di Catanzaro e di Reggio Calabria sulle infiltrazioni in Umbria della 'ndrangheta risulta iscritto anche Mariano Massone, genovese, ex socio e attuale coindagato di Tiziano Renzi e Laura Bovoli nel procedimento per il fallimento di tre coop fiorentine, compresa la notissima Marmodiv. Massone tra il 2014 e il 2016 è finito sotto indagine insieme con Renzi senior anche a Genova per il crac della Chil post Srl.
Nella scheda investigativa allegata alla richiesta di arresto dei pm calabresi nei confronti di diversi mafiosi (ma non di Massone) si legge: «Mantiene diretti contatti con i vertici dell'organizzazione Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa in ordine al reperimento di somme finanziarie da investire commercialmente con l'acquisizione anche di aziende in fallimento, tra cui la So.ge.tras Spa (da questo momento Sgt, ndr) di Milano». Una ditta andata a gambe all'aria nel dicembre del 2017. Un po' di soldi sarebbero dovuti arrivare proprio dai parenti di Matteo Renzi, soprannominati i «bisteccari», e Massone sarebbe stato il collegamento con la famiglia di Rignano sull'Arno: padre, zio e cognato dell'ex premier. Scrivono gli investigatori: «Risulta chiaramente uomo dei cosiddetti “fiorentini" i quali disporrebbero di un fondo con circa 15 milioni di euro da dover investire». I reati contestati a Massone e indicati nelle carte sono associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, ricorso abusivo al credito, utilizzo ed emissione di false fatture. Le fonti di prova contro di lui sono due intercettazioni effettuate con il trojan risalenti al 6 luglio e al 20 agosto 2018. La prima è una conversazione a cui partecipano Massone, il presunto boss Benincasa e l'imprenditore Paolo Menicucci (indagato con l'accusa di associazione per delinquere, per i pm era «incaricato dall'organizzazione di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento») che verte soprattutto sul reperimento del denaro necessario ad aggiudicarsi l'intera quota societaria della Sgt. Un'altra parte di denaro, per il 30 per cento delle quote, dovrà arrivare da Firenze. Benincasa domanda a Massone: «Da quale banca ce li mandano loro i soldi lunedì?». Menicucci suggerisce: «Lui deve vedere se ha... Daniele se ha l'Intesa...». Chi è Daniele? Non è specificato. Si sa solo che i «fiorentini» volevano metterlo a capo della Sgt. In quello stesso periodo, proprio tra marzo e giugno 2018 Tiziano Renzi & c. avevano affidato il presunto salvataggio della coop Marmodiv (per il cui fallimento sono indagati papà e mamma Renzi e Massone) al torinese Daniele Goglio, pure lui indagato per il crac della coop e già coinvolto in un processo di 'ndrangheta a Torino. Era lui che doveva mandare i soldi per conto dei «bisteccari»?
La Procura di Firenze nell'inchiesta per il crac della Marmodiv ha contestato a Goglio la distrazione di 278.000 euro incassati da due banche per anticipo fatture, «somma che destinava alla Postal global service, società a lui riferibile». Nelle intercettazioni i presunti 'ndranghetisti sostengono che «Daniele esiste solo perché Massone vuole prendere i soldi da Daniele oltre che prenderli dall'entourage...».
Riprendiamo a leggere la conversazione del 6 luglio. Benincasa, Menicucci e Massone stanno discutendo di un bonifico di 320.000 euro destinato alla Sgt e sembrano preoccupati che l'amministratore delegato, Sebastiano Torcellan, possa sparire con i soldi. L'ex socio di babbo Renzi usa un linguaggio adatto al consesso: «Ma no ragazzi... ma poi deve scappare. Pino scusa se ti frega 300.000 euro lunedì parti di qua con una mazza da baseball nuova nuova appena comprata».
Replica il boss: «Tra mezz'ora c'hanno già le persone che lo prelevano me lo faccio portare qua». Menicucci: «Bravo, quel posto a Brancaleone famoso ti ricordi... lì ce lo facciamo portare... ci facciamo trovare lì noi tre seduti che fumiamo così... Sebastiano quale novità... pum no niente tanto è già morto... tanto già il dolore...».
I tre riprendono a parlare di affari, in particolare dell'«acquisizione da parte della Biemme Srl (riconducibile a Benincasa, ndr) dell'intera quota societaria della Sgt». Per gli investigatori, Massone, «al fine di giustificare la sua presenza in seno alla Biemme Srl avrebbe chiesto che gli fosse assegnata una falsa consulenza (…) asserendo altresì che lui lavora così anche con altre aziende». Ecco le sue vive parole: «Io questo week end ti mando una email con una consulenza finta... da 500 euro al mese... in modo tale che il titolo della consulenza e valorizzazione e partecipazione della Biemme e Sgt (…) io ce l'ho con tutti... io ce l'ho con Postalcoop, con Postalcoop (global, ndr) service, con Marmodiv, con Eventi6». Eventi 6 è l'azienda di marketing pubblicitario della famiglia Renzi.
Il 20 agosto c'è un'altra intercettazione giudicata significativa dagli inquirenti. Benincasa è in riunione con parte dei soci della Sgt. Parlano del ruolo dei «fiorentini» nel salvataggio della Sgt. Per Menicucci «i bisteccari non sono in grado». Tale Massimo D'Innocenti chiede: «Il ruolo dei bisteccari qual è?». Un certo Andrea commenta: «Nessun inc di inculare i soldi a questo fondo (…) Loro c'hanno 'sto fondo con 15 milioni di euro e li devono leva'». Conclude Menicucci: «Glieli levano e te ne danno 3 alla Sgt tra quote e tutto, c'è chi gliela deve gestire... perché sennò... e loro si sono presi 3 milioni di euro...».
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Dalle carte dell'infiltrazione mafiosa in Umbria emerge che i vertici della mala «avrebbero incontrato più volte» il babbo e il cognato dell'ex premier, Andrea Conticini. Sul piatto, la richiesta di liquidità per investire in società in difficoltà.L'ex socio di Tiziano Renzi, Mariano Massone, intercettato, spiega che fine fa chi sottrae denaro: «Si prende la mazza da baseball nuova nuova...».Lo speciale contiene due articoliQuattro giorni fa, su ordine dei magistrati antimafia di Catanzaro e di Reggio Calabria, sono state arrestate 27 persone accusate di aver infiltrato il tessuto economico e finanziario in Umbria per conto della 'ndrangheta. Al vertice del gruppo, c'erano Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa, presunti boss, che dalle intercettazioni risultano aver parlato di affari con i parenti di Matteo Renzi, in particolare con il cognato Andrea Conticini. È il proconsole (per l'accusa) delle 'ndrine in Umbria, Pino Benincasa, a parlarne al telefono con un avvocato romano con studio a Perugia, tale Domenico Accica. Pino, incurante che gli investigatori stessero seguendo ogni suo passo e registrando ogni sua chiamata, dice subito: «...cioè adesso i soldi non è che mi servono, me ne servono di più... sia i soldi che le banche. Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni...». L'avvocato s'incuriosisce: «...che fai in Serbia?». E Pino: «…per fare una bella... eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo... il papà e lo zio (sorride)... Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... 'sti cristiani che... il papà di Renzi... con… con il cognato... e lo zio. Sono...sono già tre o quattro volte che ci incontrano». Ma che interessi possono accomunare i parenti del Bullo e dei personaggi che nelle carte dell'Antimafia vengono descritti come degli 'ndranghetisti? Pino spiega: «Intanto devono mettere... gli facciamo prendere il 30 per cento della Sgt... della nuova cosa... noi praticamente non tiriamo fuori una lira per pagare l'asta...». L'avvocato sembra aver capito al volo: «Bene... lo pagano loro... Chiaro». E mentre Pino continua a spiegare, sostenendo che «loro hanno bisogno di…». L'avvocato lo anticipa: «...di investire!». Tutto ruoterebbe attorno ai dipendenti delle coop.Pino: «...di questi 3.000 dipendenti che ci stanno, no! Perché ci stanno 3.000 dipendenti alla fine... cioè sono 168 dipendenti, però...». E Accica lo anticipa ancora: «3.000 con il discorso delle società collegate... chiaro...». Pino riprende: «delle cooperative eccetera... Loro hanno bisogno di queste cooperative... di questi dipendenti... di queste cose…». Accica commenta: «...sicuramente se investono c'hanno le loro buone ragioni...». Ma al calabrese interessa la liquidità: «Eh... i soldi ce li hanno... tant'è vero che prima Paolo mi diceva che l'ultimo contatto è stato stamattina e chiedono appunto di incontrarci prima di venerdì... perché noi gli abbiamo detto una cosa... se avete voglia di chiudere...bene, sennò noi chiudiamo con un altro perché dobbiamo pagare il fallimento». Sì, quei soldi, a leggere le carte dell'inchiesta, sarebbero serviti a Benincasa e company a riprendere in mano una società che gli stava a cuore, la So.ge.tras S.p.a., con sede in Largo Augusto 7 a Milano e uffici in via Ponchielli a Corciano di Perugia. Una società di trasporto posta e valori per conto terzi con un milione di capitale sociale, dichiarata fallita il 14 dicembre 2017. L'azienda che interessava ai presunti malavitosi era amministrata da un certo Massimo Gabriele Caruso (condannato lo scorso anno in un processo per bancarotta fraudolenta, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e omesso versamento dell'Iva) ed era controllata al cento per cento dal Sogegroup (amministrato dallo stesso Caruso). Anche Caruso viene intercettato con Benincasa che, tramite la sua ditta di autotrasporti Prima pietra, ha un contratto di lavoro con la Sogetras. Benincasa propone a Caruso di cedere 100.000 euro di azioni alla «BM», una srl che è sotto il suo controllo. Ma gli chiede anche un falso contratto retrodatato e una lettera di rescissione, per «provare», sottolineano gli investigatori, «l'ingiusto danno nei suoi confronti determinato dal sequestro patrimoniale operato dall'autorità giudiziaria perugina», che aveva messo i sigilli a Prima pietra. Il Paolo di cui parla a telefono Benincasa, invece, è Menicucci, un perugino che era diventato il braccio destro del presunto boss. E che insieme a lui e a Profiti, a leggere le accuse, «risulta impegnato in una attività di riciclaggio dei proventi indebitamente acquisiti, tramite l'acquisizione di aziende in fallimento, nel traffico dei rifiuti». E siccome Menicucci è stato incaricato dall'organizzazione «di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento per il reinvestimento del denaro fraudolentemente acquisito», è lui il tramite con i Renzi. Ed è a Menicucci che Benincasa dice che «la strada da perseguire è quella di stringere con Conticini, visto che questi a Paolo gli hanno pure telefonato più volte». Alla fine, quindi, lo sollecita a prendere contatti con la società Conticini. E gli dice di «contattarli per comunicare il piacere di averli dentro in società». Poi gli suggerisce di «far trasparire nel dialogo che ci sono anche altri e che ci sono tempi brevi. È un azzardo perché potrebbero anche scappare». Il boss, insomma, sostiene che a loro farebbe piacere averli come soci. E i magistrati annotano che «la società Conticini è riferibile all'imprenditore Andrea Conticini, titolare, unitamente alla moglie Matilde Renzi (quest'ultima sorella del noto politico Matteo Renzi) della società Marc consulting con sede a Castelfranco di Sotto (Pisa)». Conticini è da tempo il braccio destro di babbo Renzi negli affari di famiglia, a partire da quelli della Eventi 6. È tuttora indagato per riciclaggio nell'inchiesta della Procura di Firenze sulla presunta sottrazione di fondi destinati ai bambini africani. ha collaborato Patrizio Canestri<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-boss-arrestato-per-ndrangheta-parlava-di-giri-di-affari-con-i-renzi-2641602181.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-fiorentini-hanno-un-fondo-da-15-milioni-da-muovere-e-ne-danno-3-per-la-societa" data-post-id="2641602181" data-published-at="1776324491" data-use-pagination="False"> «I fiorentini hanno un fondo da 15 milioni da muovere e ne danno 3 per la società» Nell'inchiesta della Dda di Catanzaro e di Reggio Calabria sulle infiltrazioni in Umbria della 'ndrangheta risulta iscritto anche Mariano Massone, genovese, ex socio e attuale coindagato di Tiziano Renzi e Laura Bovoli nel procedimento per il fallimento di tre coop fiorentine, compresa la notissima Marmodiv. Massone tra il 2014 e il 2016 è finito sotto indagine insieme con Renzi senior anche a Genova per il crac della Chil post Srl. Nella scheda investigativa allegata alla richiesta di arresto dei pm calabresi nei confronti di diversi mafiosi (ma non di Massone) si legge: «Mantiene diretti contatti con i vertici dell'organizzazione Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa in ordine al reperimento di somme finanziarie da investire commercialmente con l'acquisizione anche di aziende in fallimento, tra cui la So.ge.tras Spa (da questo momento Sgt, ndr) di Milano». Una ditta andata a gambe all'aria nel dicembre del 2017. Un po' di soldi sarebbero dovuti arrivare proprio dai parenti di Matteo Renzi, soprannominati i «bisteccari», e Massone sarebbe stato il collegamento con la famiglia di Rignano sull'Arno: padre, zio e cognato dell'ex premier. Scrivono gli investigatori: «Risulta chiaramente uomo dei cosiddetti “fiorentini" i quali disporrebbero di un fondo con circa 15 milioni di euro da dover investire». I reati contestati a Massone e indicati nelle carte sono associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, ricorso abusivo al credito, utilizzo ed emissione di false fatture. Le fonti di prova contro di lui sono due intercettazioni effettuate con il trojan risalenti al 6 luglio e al 20 agosto 2018. La prima è una conversazione a cui partecipano Massone, il presunto boss Benincasa e l'imprenditore Paolo Menicucci (indagato con l'accusa di associazione per delinquere, per i pm era «incaricato dall'organizzazione di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento») che verte soprattutto sul reperimento del denaro necessario ad aggiudicarsi l'intera quota societaria della Sgt. Un'altra parte di denaro, per il 30 per cento delle quote, dovrà arrivare da Firenze. Benincasa domanda a Massone: «Da quale banca ce li mandano loro i soldi lunedì?». Menicucci suggerisce: «Lui deve vedere se ha... Daniele se ha l'Intesa...». Chi è Daniele? Non è specificato. Si sa solo che i «fiorentini» volevano metterlo a capo della Sgt. In quello stesso periodo, proprio tra marzo e giugno 2018 Tiziano Renzi & c. avevano affidato il presunto salvataggio della coop Marmodiv (per il cui fallimento sono indagati papà e mamma Renzi e Massone) al torinese Daniele Goglio, pure lui indagato per il crac della coop e già coinvolto in un processo di 'ndrangheta a Torino. Era lui che doveva mandare i soldi per conto dei «bisteccari»? La Procura di Firenze nell'inchiesta per il crac della Marmodiv ha contestato a Goglio la distrazione di 278.000 euro incassati da due banche per anticipo fatture, «somma che destinava alla Postal global service, società a lui riferibile». Nelle intercettazioni i presunti 'ndranghetisti sostengono che «Daniele esiste solo perché Massone vuole prendere i soldi da Daniele oltre che prenderli dall'entourage...». Riprendiamo a leggere la conversazione del 6 luglio. Benincasa, Menicucci e Massone stanno discutendo di un bonifico di 320.000 euro destinato alla Sgt e sembrano preoccupati che l'amministratore delegato, Sebastiano Torcellan, possa sparire con i soldi. L'ex socio di babbo Renzi usa un linguaggio adatto al consesso: «Ma no ragazzi... ma poi deve scappare. Pino scusa se ti frega 300.000 euro lunedì parti di qua con una mazza da baseball nuova nuova appena comprata». Replica il boss: «Tra mezz'ora c'hanno già le persone che lo prelevano me lo faccio portare qua». Menicucci: «Bravo, quel posto a Brancaleone famoso ti ricordi... lì ce lo facciamo portare... ci facciamo trovare lì noi tre seduti che fumiamo così... Sebastiano quale novità... pum no niente tanto è già morto... tanto già il dolore...». I tre riprendono a parlare di affari, in particolare dell'«acquisizione da parte della Biemme Srl (riconducibile a Benincasa, ndr) dell'intera quota societaria della Sgt». Per gli investigatori, Massone, «al fine di giustificare la sua presenza in seno alla Biemme Srl avrebbe chiesto che gli fosse assegnata una falsa consulenza (…) asserendo altresì che lui lavora così anche con altre aziende». Ecco le sue vive parole: «Io questo week end ti mando una email con una consulenza finta... da 500 euro al mese... in modo tale che il titolo della consulenza e valorizzazione e partecipazione della Biemme e Sgt (…) io ce l'ho con tutti... io ce l'ho con Postalcoop, con Postalcoop (global, ndr) service, con Marmodiv, con Eventi6». Eventi 6 è l'azienda di marketing pubblicitario della famiglia Renzi. Il 20 agosto c'è un'altra intercettazione giudicata significativa dagli inquirenti. Benincasa è in riunione con parte dei soci della Sgt. Parlano del ruolo dei «fiorentini» nel salvataggio della Sgt. Per Menicucci «i bisteccari non sono in grado». Tale Massimo D'Innocenti chiede: «Il ruolo dei bisteccari qual è?». Un certo Andrea commenta: «Nessun inc di inculare i soldi a questo fondo (…) Loro c'hanno 'sto fondo con 15 milioni di euro e li devono leva'». Conclude Menicucci: «Glieli levano e te ne danno 3 alla Sgt tra quote e tutto, c'è chi gliela deve gestire... perché sennò... e loro si sono presi 3 milioni di euro...».
Giorgia Meloni (Ansa)
Il crescendo di azioni, dichiarazioni e post sui social del presidente degli Stati Uniti, sempre più scomposte e volgari, avevano ridotto drasticamente il consenso di Trump tra gli italiani; l’attacco maleducato e senza precedenti a papa Leone XIV ha suscitato un moto di sdegno tale che per il presidente del Consiglio non era più possibile restare in silenzio. Non lo ha fatto: Giorgia, «donna, madre, e cristiana», ha difeso a spada tratta il Santo Padre, e la reazione di Trump, anche in questo caso al di fuori di ogni regola diplomatica, ha dimostrato che in questo momento storico il tycoon, almeno dal punto di vista del dialogo con gli altri leader, è indifendibile.
Giorgia Meloni di nuovo in sintonia con gli italiani, dicevamo: lo si era capito immediatamente leggendo le reazioni degli esponenti politici, anche di opposizione, e sbirciando i social. Ma anche i maggiori esperti di sondaggi confermano: «Non abbiamo ancora dati precisi», dice all’Adnkronos Renato Mannheimer, «ma la Meloni potrebbe guadagnare qualche punto e passare dal 40% al 45%. Ritengo che le parole di Trump abbiamo giovato al premier, che, al contrario, nei mesi scorsi sia stata danneggiata dalla sua relazione con il presidente Usa, tanto da aver perso al referendum della giustizia. Molti elettori di destra non hanno voluto votare sì perché infastiditi dalla posizione della Meloni verso Trump. Il premier con Sigonella aveva un po’ cambiato rotta e determinante è stata la sua presa di distanza dalle parole del tycoon contro il Pontefice. Credo senz’altro che il distacco da Trump le giovi». Del resto, come rileva Youtrend, Fratelli d’Italia ha la percentuale più alta di cattolici tra i suoi elettori: ben l’84%.
Ci permettiamo di aggiungere che anche le dure prese di posizione degli ultimi giorni nei confronti del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, altro personaggio le cui azioni in Italia (e non solo) vengono ormai giudicate positive soltanto da una esigua minoranza, non potranno che far crescere ancora la popolarità della Meloni.
La giornata del premier è stata densa: al mattino, un videomessaggio realizzato per l’evento «Mille marchi storici per il futuro del Made in Italy», promosso dal ministero delle Imprese e dall’Associazione Marchi storici d’Italia; poi le congratulazioni alla Dda di Roma e all’Arma dei Carabinieri per l’importante operazione contro la criminalità messa a segno; un rapido «Ciao!» a Fiorello, che l’ha contattata durante la puntata de La Pennicanza, e nel pomeriggio, un appuntamento estremamente importante, l’incontro a Palazzo Chigi con il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky. Un colloquio al quale sono seguite dichiarazioni ai giornalisti.
Giorgia Meloni, pur senza mai citare Trump, non si è mossa di un millimetro dalla sua rotta: l’unione tra Usa e Ue è stato e continua, naturalmente, a essere il pilastro della politica estera del governo: «L’Italia», argomenta Giorgia Meloni, «intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise, che tutelino la sovranità di Kiev che assicurino la solidità dell’alleanza euroatlantica perché un Occidente diviso, un’Europa spaccata sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca». Non sapremo mai se Giorgia ha ricevuto qualche messaggio privato dai leader europei dopo l’attacco di Trump nei suoi confronti, ma è evidente che il richiamo all’unità europea non è banale, né di circostanza. Così come non banali e non di circostanza sono le parole che la Meloni dedica alla guerra in Ucraina: del resto, la postura del suo partito prima e del suo governo poi è stata sempre la stessa, sia che alla Casa Bianca ci fosse Joe Biden, che con l’arrivo di Trump: «Gli sforzi diplomatici per arrivare a una pace giusta e duratura», chiamano direttamente in causa l’Europa e l’Italia intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise che tutelino la sovranità di Kiev. L’Italia continuerà a promuovere in sede G7 e in sede di Unione europea la pressione economica sulla Federazione russa, che continua a non mostrare segnali concreti nel percorso negoziale, insiste negli attacchi contro i civili, persevera nel colpire le infrastrutture indispensabili per la popolazione. Il ventesimo pacchetto di sanzioni che l’Europa si appresta ad adottare rappresenta da questo punto di vista un passaggio importante per ridurre ancora le entrate che alimentano la macchina bellica russa». Uno sguardo alla crisi in Iran: «Con Zelensky», sottolinea ancora la Meloni, «abbiamo avuto modo di confrontarci su quello che accade intorno a noi, quin anche sulla crisi iraniana che ovviamente preoccupa tutti, che sta diventando sempre più complessa. Continuiamo ovviamente a credere nella validità del cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati, nutriamo la speranza che il negoziato di pace possa riprendere, anche se in un contesto sicuramente non facile. L’Italia è come sempre pronta a fare la sua parte. Ed è molto interessata a sviluppare con Kiev una produzione congiunta di droni».
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L'incontro del 17 aprile 2025 alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa)
Oltre a mantenere il punto, dopo che martedì aveva già tacciato il presidente del Consiglio di «mancanza di coraggio», ieri il tycoon, abituato ai giri di valzer, non ha escluso un cambiamento nelle relazioni tra i due alleati: «Chiunque abbia rifiutato il proprio aiuto nella gestione della situazione con l’Iran, con quel Paese non abbiamo più lo stesso rapporto». E non si è risparmiato nel ribadire la vulnerabilità italiana riguardo al petrolio. Se al Corriere della Sera aveva detto: «A voi italiani piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio?», anche nell’intervista a Fox Business ha affermato: «Giusto per vostra informazione: l’Italia riceve grandi quantità di petrolio dallo Stretto di Hormuz».
Dalla maggioranza, che ha espresso a più riprese la vicinanza a Giorgia Meloni e la ferma condanna alle parole del tycoon contro il premier e papa Leone XIV, emerge un’interpretazione comune in merito alla solidità dei rapporti bilaterali. A stemperare i toni e a ridimensionare l’impatto dei contrasti è stato infatti il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, durante un punto stampa a Berlino. Assodato che «un rapporto di alleanza e di amicizia come quello fra l’Italia e gli Stati Uniti debba essere fatto di lealtà e rispetto» a cui il nostro Paese non è mai venuto meno, il vicepremier ha sottolineato che si tratta meramente di «una divergenza d’opinioni». Esclusa quindi l’esistenza di una crisi tra i due Paesi, Tajani ha sottolineato: «Non è un confronto franco su questioni dove non si è d’accordo a poter lacerare le relazioni tra l’Italia e gli Stati Uniti». E visto che «quando non si è d’accordo lo si dice», Tajani ha ricordato: «Non abbiamo condiviso le parole a proposito del Santo Padre, come non abbiamo condiviso le parole sulla Groenlandia perché abbiamo una posizione diversa, così come non abbiamo partecipato alla guerra in Iran perché non è la nostra guerra. Ma questo non significa non avere buone relazioni con gli Stati Uniti».
Anche secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, le relazioni tra Roma e Washington non sono in discussione: «I rapporti con gli Stati Uniti sono e continueranno a essere positivi, non è qualche caduta di stile di queste ore a mettere in discussione il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti». Oltre ad augurarsi che «smettano gli attacchi al Papa», Salvini, riferendosi alle immagini blasfeme postate da Trump, ha fatto presente: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso che aiuti la pace o la credibilità di nessuno». Tra l’altro, ha invitato a prendere con le pinze le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti in merito alla fine del conflitto in Medio Oriente: «Se la guerra, come dice Trump, finisce tra una settimana, tanto meglio, ma la guerra a parole di Trump è già finita parecchie volte e non è ancora finita. E quindi se dovesse ancora andare avanti alcune settimane, non vogliamo lasciare a piedi gli italiani». Poco prima del nuovo affondo del capo della Casa Bianca contro Meloni, il vicepremier ha ribadito il «totale sostegno all’attività del governo e del presidente del Consiglio da tutti i punti di vista. Se Trump attacca il Papa sbaglia, se attacca il governo italiano sbaglia».
Dello stesso avviso è stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «Non c’è niente di insanabile perché la Meloni e il governo italiano sanno benissimo che anche nei rapporti di amicizia la chiarezza è d’obbligo». E quindi «nessuno come la Meloni è stata così chiara nel dire “sono d’accordo con certe scelte di Trump“», ma è altrettanto vero che «nessuno come la Meloni è stata così chiara, quando non è stata d’accordo, nel dire “non sono d’accordo con alcune dichiarazioni di Trump“». Il presidente del Senato ha anche ricordato come fosse inevitabile la presa di posizione del premier contro gli insulti che il tycoon ha rivolto al pontefice: «Giorgia Meloni non può e non avrebbe mai potuto stare in silenzio di fronte a un atteggiamento nei confronti del Papa come quello che si è verificato da parte del presidente Trump, come cattolica e come presidente del Consiglio».
Pare che non si intravedano criticità all’orizzonte in ambito commerciale. A rassicurare su questo fronte, prima però dell’ultima invettiva di Donald Trump, è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. A Radio24 ha infatti dichiarato che «non ci sarà nessun contraccolpo commerciale dopo lo scontro tra il presidente del Consiglio, Meloni, e il presidente degli Stati Uniti, Trump», considerato il fatto che è «anche grazie al governo italiano, responsabile e lungimirante, che l’Ue ha ratificato un accordo con gli Usa per dazi orientativi del 15 per cento che i nostri prodotti hanno saputo oltrepassare». Oltretutto, «il consumatore americano ha dimostrato in questi mesi di non aver nessuna intenzione di rinunciare al made in Italy». Urso ha anche aggiunto: «Tutti hanno compreso che la Meloni ha tutelato l’immagine e l’interesse nazionale. Noi riconosciamo al Sommo pontefice il suo Magistero che deve esercitare al meglio e credo che lo comprendano bene anche gli americani e l’amministrazione degli Stati Uniti».
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