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2019-12-16
«Il boss arrestato per ’ndrangheta parlava di giri di affari con i Renzi»
Ansa
Quattro giorni fa, su ordine dei magistrati antimafia di Catanzaro e di Reggio Calabria, sono state arrestate 27 persone accusate di aver infiltrato il tessuto economico e finanziario in Umbria per conto della 'ndrangheta. Al vertice del gruppo, c'erano Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa, presunti boss, che dalle intercettazioni risultano aver parlato di affari con i parenti di Matteo Renzi, in particolare con il cognato Andrea Conticini. È il proconsole (per l'accusa) delle 'ndrine in Umbria, Pino Benincasa, a parlarne al telefono con un avvocato romano con studio a Perugia, tale Domenico Accica. Pino, incurante che gli investigatori stessero seguendo ogni suo passo e registrando ogni sua chiamata, dice subito: «...cioè adesso i soldi non è che mi servono, me ne servono di più... sia i soldi che le banche. Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni...». L'avvocato s'incuriosisce: «...che fai in Serbia?». E Pino: «…per fare una bella... eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo... il papà e lo zio (sorride)... Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... 'sti cristiani che... il papà di Renzi... con… con il cognato... e lo zio. Sono...sono già tre o quattro volte che ci incontrano». Ma che interessi possono accomunare i parenti del Bullo e dei personaggi che nelle carte dell'Antimafia vengono descritti come degli 'ndranghetisti? Pino spiega: «Intanto devono mettere... gli facciamo prendere il 30 per cento della Sgt... della nuova cosa... noi praticamente non tiriamo fuori una lira per pagare l'asta...». L'avvocato sembra aver capito al volo: «Bene... lo pagano loro... Chiaro». E mentre Pino continua a spiegare, sostenendo che «loro hanno bisogno di…». L'avvocato lo anticipa: «...di investire!». Tutto ruoterebbe attorno ai dipendenti delle coop.
Pino: «...di questi 3.000 dipendenti che ci stanno, no! Perché ci stanno 3.000 dipendenti alla fine... cioè sono 168 dipendenti, però...». E Accica lo anticipa ancora: «3.000 con il discorso delle società collegate... chiaro...». Pino riprende: «delle cooperative eccetera... Loro hanno bisogno di queste cooperative... di questi dipendenti... di queste cose…». Accica commenta: «...sicuramente se investono c'hanno le loro buone ragioni...». Ma al calabrese interessa la liquidità: «Eh... i soldi ce li hanno... tant'è vero che prima Paolo mi diceva che l'ultimo contatto è stato stamattina e chiedono appunto di incontrarci prima di venerdì... perché noi gli abbiamo detto una cosa... se avete voglia di chiudere...bene, sennò noi chiudiamo con un altro perché dobbiamo pagare il fallimento». Sì, quei soldi, a leggere le carte dell'inchiesta, sarebbero serviti a Benincasa e company a riprendere in mano una società che gli stava a cuore, la So.ge.tras S.p.a., con sede in Largo Augusto 7 a Milano e uffici in via Ponchielli a Corciano di Perugia. Una società di trasporto posta e valori per conto terzi con un milione di capitale sociale, dichiarata fallita il 14 dicembre 2017. L'azienda che interessava ai presunti malavitosi era amministrata da un certo Massimo Gabriele Caruso (condannato lo scorso anno in un processo per bancarotta fraudolenta, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e omesso versamento dell'Iva) ed era controllata al cento per cento dal Sogegroup (amministrato dallo stesso Caruso). Anche Caruso viene intercettato con Benincasa che, tramite la sua ditta di autotrasporti Prima pietra, ha un contratto di lavoro con la Sogetras. Benincasa propone a Caruso di cedere 100.000 euro di azioni alla «BM», una srl che è sotto il suo controllo. Ma gli chiede anche un falso contratto retrodatato e una lettera di rescissione, per «provare», sottolineano gli investigatori, «l'ingiusto danno nei suoi confronti determinato dal sequestro patrimoniale operato dall'autorità giudiziaria perugina», che aveva messo i sigilli a Prima pietra. Il Paolo di cui parla a telefono Benincasa, invece, è Menicucci, un perugino che era diventato il braccio destro del presunto boss. E che insieme a lui e a Profiti, a leggere le accuse, «risulta impegnato in una attività di riciclaggio dei proventi indebitamente acquisiti, tramite l'acquisizione di aziende in fallimento, nel traffico dei rifiuti». E siccome Menicucci è stato incaricato dall'organizzazione «di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento per il reinvestimento del denaro fraudolentemente acquisito», è lui il tramite con i Renzi. Ed è a Menicucci che Benincasa dice che «la strada da perseguire è quella di stringere con Conticini, visto che questi a Paolo gli hanno pure telefonato più volte».
Alla fine, quindi, lo sollecita a prendere contatti con la società Conticini. E gli dice di «contattarli per comunicare il piacere di averli dentro in società». Poi gli suggerisce di «far trasparire nel dialogo che ci sono anche altri e che ci sono tempi brevi. È un azzardo perché potrebbero anche scappare». Il boss, insomma, sostiene che a loro farebbe piacere averli come soci. E i magistrati annotano che «la società Conticini è riferibile all'imprenditore Andrea Conticini, titolare, unitamente alla moglie Matilde Renzi (quest'ultima sorella del noto politico Matteo Renzi) della società Marc consulting con sede a Castelfranco di Sotto (Pisa)». Conticini è da tempo il braccio destro di babbo Renzi negli affari di famiglia, a partire da quelli della Eventi 6. È tuttora indagato per riciclaggio nell'inchiesta della Procura di Firenze sulla presunta sottrazione di fondi destinati ai bambini africani.
ha collaborato Patrizio Canestri
«I fiorentini hanno un fondo da 15 milioni da muovere e ne danno 3 per la società»
Nell'inchiesta della Dda di Catanzaro e di Reggio Calabria sulle infiltrazioni in Umbria della 'ndrangheta risulta iscritto anche Mariano Massone, genovese, ex socio e attuale coindagato di Tiziano Renzi e Laura Bovoli nel procedimento per il fallimento di tre coop fiorentine, compresa la notissima Marmodiv. Massone tra il 2014 e il 2016 è finito sotto indagine insieme con Renzi senior anche a Genova per il crac della Chil post Srl.
Nella scheda investigativa allegata alla richiesta di arresto dei pm calabresi nei confronti di diversi mafiosi (ma non di Massone) si legge: «Mantiene diretti contatti con i vertici dell'organizzazione Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa in ordine al reperimento di somme finanziarie da investire commercialmente con l'acquisizione anche di aziende in fallimento, tra cui la So.ge.tras Spa (da questo momento Sgt, ndr) di Milano». Una ditta andata a gambe all'aria nel dicembre del 2017. Un po' di soldi sarebbero dovuti arrivare proprio dai parenti di Matteo Renzi, soprannominati i «bisteccari», e Massone sarebbe stato il collegamento con la famiglia di Rignano sull'Arno: padre, zio e cognato dell'ex premier. Scrivono gli investigatori: «Risulta chiaramente uomo dei cosiddetti “fiorentini" i quali disporrebbero di un fondo con circa 15 milioni di euro da dover investire». I reati contestati a Massone e indicati nelle carte sono associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, ricorso abusivo al credito, utilizzo ed emissione di false fatture. Le fonti di prova contro di lui sono due intercettazioni effettuate con il trojan risalenti al 6 luglio e al 20 agosto 2018. La prima è una conversazione a cui partecipano Massone, il presunto boss Benincasa e l'imprenditore Paolo Menicucci (indagato con l'accusa di associazione per delinquere, per i pm era «incaricato dall'organizzazione di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento») che verte soprattutto sul reperimento del denaro necessario ad aggiudicarsi l'intera quota societaria della Sgt. Un'altra parte di denaro, per il 30 per cento delle quote, dovrà arrivare da Firenze. Benincasa domanda a Massone: «Da quale banca ce li mandano loro i soldi lunedì?». Menicucci suggerisce: «Lui deve vedere se ha... Daniele se ha l'Intesa...». Chi è Daniele? Non è specificato. Si sa solo che i «fiorentini» volevano metterlo a capo della Sgt. In quello stesso periodo, proprio tra marzo e giugno 2018 Tiziano Renzi & c. avevano affidato il presunto salvataggio della coop Marmodiv (per il cui fallimento sono indagati papà e mamma Renzi e Massone) al torinese Daniele Goglio, pure lui indagato per il crac della coop e già coinvolto in un processo di 'ndrangheta a Torino. Era lui che doveva mandare i soldi per conto dei «bisteccari»?
La Procura di Firenze nell'inchiesta per il crac della Marmodiv ha contestato a Goglio la distrazione di 278.000 euro incassati da due banche per anticipo fatture, «somma che destinava alla Postal global service, società a lui riferibile». Nelle intercettazioni i presunti 'ndranghetisti sostengono che «Daniele esiste solo perché Massone vuole prendere i soldi da Daniele oltre che prenderli dall'entourage...».
Riprendiamo a leggere la conversazione del 6 luglio. Benincasa, Menicucci e Massone stanno discutendo di un bonifico di 320.000 euro destinato alla Sgt e sembrano preoccupati che l'amministratore delegato, Sebastiano Torcellan, possa sparire con i soldi. L'ex socio di babbo Renzi usa un linguaggio adatto al consesso: «Ma no ragazzi... ma poi deve scappare. Pino scusa se ti frega 300.000 euro lunedì parti di qua con una mazza da baseball nuova nuova appena comprata».
Replica il boss: «Tra mezz'ora c'hanno già le persone che lo prelevano me lo faccio portare qua». Menicucci: «Bravo, quel posto a Brancaleone famoso ti ricordi... lì ce lo facciamo portare... ci facciamo trovare lì noi tre seduti che fumiamo così... Sebastiano quale novità... pum no niente tanto è già morto... tanto già il dolore...».
I tre riprendono a parlare di affari, in particolare dell'«acquisizione da parte della Biemme Srl (riconducibile a Benincasa, ndr) dell'intera quota societaria della Sgt». Per gli investigatori, Massone, «al fine di giustificare la sua presenza in seno alla Biemme Srl avrebbe chiesto che gli fosse assegnata una falsa consulenza (…) asserendo altresì che lui lavora così anche con altre aziende». Ecco le sue vive parole: «Io questo week end ti mando una email con una consulenza finta... da 500 euro al mese... in modo tale che il titolo della consulenza e valorizzazione e partecipazione della Biemme e Sgt (…) io ce l'ho con tutti... io ce l'ho con Postalcoop, con Postalcoop (global, ndr) service, con Marmodiv, con Eventi6». Eventi 6 è l'azienda di marketing pubblicitario della famiglia Renzi.
Il 20 agosto c'è un'altra intercettazione giudicata significativa dagli inquirenti. Benincasa è in riunione con parte dei soci della Sgt. Parlano del ruolo dei «fiorentini» nel salvataggio della Sgt. Per Menicucci «i bisteccari non sono in grado». Tale Massimo D'Innocenti chiede: «Il ruolo dei bisteccari qual è?». Un certo Andrea commenta: «Nessun inc di inculare i soldi a questo fondo (…) Loro c'hanno 'sto fondo con 15 milioni di euro e li devono leva'». Conclude Menicucci: «Glieli levano e te ne danno 3 alla Sgt tra quote e tutto, c'è chi gliela deve gestire... perché sennò... e loro si sono presi 3 milioni di euro...».
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Dalle carte dell'infiltrazione mafiosa in Umbria emerge che i vertici della mala «avrebbero incontrato più volte» il babbo e il cognato dell'ex premier, Andrea Conticini. Sul piatto, la richiesta di liquidità per investire in società in difficoltà.L'ex socio di Tiziano Renzi, Mariano Massone, intercettato, spiega che fine fa chi sottrae denaro: «Si prende la mazza da baseball nuova nuova...».Lo speciale contiene due articoliQuattro giorni fa, su ordine dei magistrati antimafia di Catanzaro e di Reggio Calabria, sono state arrestate 27 persone accusate di aver infiltrato il tessuto economico e finanziario in Umbria per conto della 'ndrangheta. Al vertice del gruppo, c'erano Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa, presunti boss, che dalle intercettazioni risultano aver parlato di affari con i parenti di Matteo Renzi, in particolare con il cognato Andrea Conticini. È il proconsole (per l'accusa) delle 'ndrine in Umbria, Pino Benincasa, a parlarne al telefono con un avvocato romano con studio a Perugia, tale Domenico Accica. Pino, incurante che gli investigatori stessero seguendo ogni suo passo e registrando ogni sua chiamata, dice subito: «...cioè adesso i soldi non è che mi servono, me ne servono di più... sia i soldi che le banche. Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni...». L'avvocato s'incuriosisce: «...che fai in Serbia?». E Pino: «…per fare una bella... eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo... il papà e lo zio (sorride)... Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... 'sti cristiani che... il papà di Renzi... con… con il cognato... e lo zio. Sono...sono già tre o quattro volte che ci incontrano». Ma che interessi possono accomunare i parenti del Bullo e dei personaggi che nelle carte dell'Antimafia vengono descritti come degli 'ndranghetisti? Pino spiega: «Intanto devono mettere... gli facciamo prendere il 30 per cento della Sgt... della nuova cosa... noi praticamente non tiriamo fuori una lira per pagare l'asta...». L'avvocato sembra aver capito al volo: «Bene... lo pagano loro... Chiaro». E mentre Pino continua a spiegare, sostenendo che «loro hanno bisogno di…». L'avvocato lo anticipa: «...di investire!». Tutto ruoterebbe attorno ai dipendenti delle coop.Pino: «...di questi 3.000 dipendenti che ci stanno, no! Perché ci stanno 3.000 dipendenti alla fine... cioè sono 168 dipendenti, però...». E Accica lo anticipa ancora: «3.000 con il discorso delle società collegate... chiaro...». Pino riprende: «delle cooperative eccetera... Loro hanno bisogno di queste cooperative... di questi dipendenti... di queste cose…». Accica commenta: «...sicuramente se investono c'hanno le loro buone ragioni...». Ma al calabrese interessa la liquidità: «Eh... i soldi ce li hanno... tant'è vero che prima Paolo mi diceva che l'ultimo contatto è stato stamattina e chiedono appunto di incontrarci prima di venerdì... perché noi gli abbiamo detto una cosa... se avete voglia di chiudere...bene, sennò noi chiudiamo con un altro perché dobbiamo pagare il fallimento». Sì, quei soldi, a leggere le carte dell'inchiesta, sarebbero serviti a Benincasa e company a riprendere in mano una società che gli stava a cuore, la So.ge.tras S.p.a., con sede in Largo Augusto 7 a Milano e uffici in via Ponchielli a Corciano di Perugia. Una società di trasporto posta e valori per conto terzi con un milione di capitale sociale, dichiarata fallita il 14 dicembre 2017. L'azienda che interessava ai presunti malavitosi era amministrata da un certo Massimo Gabriele Caruso (condannato lo scorso anno in un processo per bancarotta fraudolenta, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e omesso versamento dell'Iva) ed era controllata al cento per cento dal Sogegroup (amministrato dallo stesso Caruso). Anche Caruso viene intercettato con Benincasa che, tramite la sua ditta di autotrasporti Prima pietra, ha un contratto di lavoro con la Sogetras. Benincasa propone a Caruso di cedere 100.000 euro di azioni alla «BM», una srl che è sotto il suo controllo. Ma gli chiede anche un falso contratto retrodatato e una lettera di rescissione, per «provare», sottolineano gli investigatori, «l'ingiusto danno nei suoi confronti determinato dal sequestro patrimoniale operato dall'autorità giudiziaria perugina», che aveva messo i sigilli a Prima pietra. Il Paolo di cui parla a telefono Benincasa, invece, è Menicucci, un perugino che era diventato il braccio destro del presunto boss. E che insieme a lui e a Profiti, a leggere le accuse, «risulta impegnato in una attività di riciclaggio dei proventi indebitamente acquisiti, tramite l'acquisizione di aziende in fallimento, nel traffico dei rifiuti». E siccome Menicucci è stato incaricato dall'organizzazione «di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento per il reinvestimento del denaro fraudolentemente acquisito», è lui il tramite con i Renzi. Ed è a Menicucci che Benincasa dice che «la strada da perseguire è quella di stringere con Conticini, visto che questi a Paolo gli hanno pure telefonato più volte». Alla fine, quindi, lo sollecita a prendere contatti con la società Conticini. E gli dice di «contattarli per comunicare il piacere di averli dentro in società». Poi gli suggerisce di «far trasparire nel dialogo che ci sono anche altri e che ci sono tempi brevi. È un azzardo perché potrebbero anche scappare». Il boss, insomma, sostiene che a loro farebbe piacere averli come soci. E i magistrati annotano che «la società Conticini è riferibile all'imprenditore Andrea Conticini, titolare, unitamente alla moglie Matilde Renzi (quest'ultima sorella del noto politico Matteo Renzi) della società Marc consulting con sede a Castelfranco di Sotto (Pisa)». Conticini è da tempo il braccio destro di babbo Renzi negli affari di famiglia, a partire da quelli della Eventi 6. È tuttora indagato per riciclaggio nell'inchiesta della Procura di Firenze sulla presunta sottrazione di fondi destinati ai bambini africani. ha collaborato Patrizio Canestri<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-boss-arrestato-per-ndrangheta-parlava-di-giri-di-affari-con-i-renzi-2641602181.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-fiorentini-hanno-un-fondo-da-15-milioni-da-muovere-e-ne-danno-3-per-la-societa" data-post-id="2641602181" data-published-at="1781449487" data-use-pagination="False"> «I fiorentini hanno un fondo da 15 milioni da muovere e ne danno 3 per la società» Nell'inchiesta della Dda di Catanzaro e di Reggio Calabria sulle infiltrazioni in Umbria della 'ndrangheta risulta iscritto anche Mariano Massone, genovese, ex socio e attuale coindagato di Tiziano Renzi e Laura Bovoli nel procedimento per il fallimento di tre coop fiorentine, compresa la notissima Marmodiv. Massone tra il 2014 e il 2016 è finito sotto indagine insieme con Renzi senior anche a Genova per il crac della Chil post Srl. Nella scheda investigativa allegata alla richiesta di arresto dei pm calabresi nei confronti di diversi mafiosi (ma non di Massone) si legge: «Mantiene diretti contatti con i vertici dell'organizzazione Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa in ordine al reperimento di somme finanziarie da investire commercialmente con l'acquisizione anche di aziende in fallimento, tra cui la So.ge.tras Spa (da questo momento Sgt, ndr) di Milano». Una ditta andata a gambe all'aria nel dicembre del 2017. Un po' di soldi sarebbero dovuti arrivare proprio dai parenti di Matteo Renzi, soprannominati i «bisteccari», e Massone sarebbe stato il collegamento con la famiglia di Rignano sull'Arno: padre, zio e cognato dell'ex premier. Scrivono gli investigatori: «Risulta chiaramente uomo dei cosiddetti “fiorentini" i quali disporrebbero di un fondo con circa 15 milioni di euro da dover investire». I reati contestati a Massone e indicati nelle carte sono associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, ricorso abusivo al credito, utilizzo ed emissione di false fatture. Le fonti di prova contro di lui sono due intercettazioni effettuate con il trojan risalenti al 6 luglio e al 20 agosto 2018. La prima è una conversazione a cui partecipano Massone, il presunto boss Benincasa e l'imprenditore Paolo Menicucci (indagato con l'accusa di associazione per delinquere, per i pm era «incaricato dall'organizzazione di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento») che verte soprattutto sul reperimento del denaro necessario ad aggiudicarsi l'intera quota societaria della Sgt. Un'altra parte di denaro, per il 30 per cento delle quote, dovrà arrivare da Firenze. Benincasa domanda a Massone: «Da quale banca ce li mandano loro i soldi lunedì?». Menicucci suggerisce: «Lui deve vedere se ha... Daniele se ha l'Intesa...». Chi è Daniele? Non è specificato. Si sa solo che i «fiorentini» volevano metterlo a capo della Sgt. In quello stesso periodo, proprio tra marzo e giugno 2018 Tiziano Renzi & c. avevano affidato il presunto salvataggio della coop Marmodiv (per il cui fallimento sono indagati papà e mamma Renzi e Massone) al torinese Daniele Goglio, pure lui indagato per il crac della coop e già coinvolto in un processo di 'ndrangheta a Torino. Era lui che doveva mandare i soldi per conto dei «bisteccari»? La Procura di Firenze nell'inchiesta per il crac della Marmodiv ha contestato a Goglio la distrazione di 278.000 euro incassati da due banche per anticipo fatture, «somma che destinava alla Postal global service, società a lui riferibile». Nelle intercettazioni i presunti 'ndranghetisti sostengono che «Daniele esiste solo perché Massone vuole prendere i soldi da Daniele oltre che prenderli dall'entourage...». Riprendiamo a leggere la conversazione del 6 luglio. Benincasa, Menicucci e Massone stanno discutendo di un bonifico di 320.000 euro destinato alla Sgt e sembrano preoccupati che l'amministratore delegato, Sebastiano Torcellan, possa sparire con i soldi. L'ex socio di babbo Renzi usa un linguaggio adatto al consesso: «Ma no ragazzi... ma poi deve scappare. Pino scusa se ti frega 300.000 euro lunedì parti di qua con una mazza da baseball nuova nuova appena comprata». Replica il boss: «Tra mezz'ora c'hanno già le persone che lo prelevano me lo faccio portare qua». Menicucci: «Bravo, quel posto a Brancaleone famoso ti ricordi... lì ce lo facciamo portare... ci facciamo trovare lì noi tre seduti che fumiamo così... Sebastiano quale novità... pum no niente tanto è già morto... tanto già il dolore...». I tre riprendono a parlare di affari, in particolare dell'«acquisizione da parte della Biemme Srl (riconducibile a Benincasa, ndr) dell'intera quota societaria della Sgt». Per gli investigatori, Massone, «al fine di giustificare la sua presenza in seno alla Biemme Srl avrebbe chiesto che gli fosse assegnata una falsa consulenza (…) asserendo altresì che lui lavora così anche con altre aziende». Ecco le sue vive parole: «Io questo week end ti mando una email con una consulenza finta... da 500 euro al mese... in modo tale che il titolo della consulenza e valorizzazione e partecipazione della Biemme e Sgt (…) io ce l'ho con tutti... io ce l'ho con Postalcoop, con Postalcoop (global, ndr) service, con Marmodiv, con Eventi6». Eventi 6 è l'azienda di marketing pubblicitario della famiglia Renzi. Il 20 agosto c'è un'altra intercettazione giudicata significativa dagli inquirenti. Benincasa è in riunione con parte dei soci della Sgt. Parlano del ruolo dei «fiorentini» nel salvataggio della Sgt. Per Menicucci «i bisteccari non sono in grado». Tale Massimo D'Innocenti chiede: «Il ruolo dei bisteccari qual è?». Un certo Andrea commenta: «Nessun inc di inculare i soldi a questo fondo (…) Loro c'hanno 'sto fondo con 15 milioni di euro e li devono leva'». Conclude Menicucci: «Glieli levano e te ne danno 3 alla Sgt tra quote e tutto, c'è chi gliela deve gestire... perché sennò... e loro si sono presi 3 milioni di euro...».
Ansa
Per prima cosa sento il dovere di avvertire i piccoli risparmiatori che per ridurre i rischi di perdite nel settore tecnologico/borsistico futurizzante dovrebbero inserire il loro denaro in strumenti finanziari gestiti da soggetti professionali. Non è roba per il fai da te. Raccomandazione rinforzata da una notevole varietà di opinioni specialistiche sulle prospettive di guadagno di SpaceX. Da un lato lo scenario di medio-lungo termine trova probabilità ottimistiche. Ma, dall’altro, quello di breve-medio individua un’altalena di valori, con rischio di dimezzamento. Come mai, allora, venerdì scorso la domanda di azioni di SpaceX è arrivata a 250 miliardi di dollari a fronte di un’offerta di 75, portando la capitalizzazione dell’azienda verso i 2.000 miliardi di dollari, quasi il Pil italiano?
I grandi fondi finanziari possono gestire senza gravi problemi un’altalena di valori e tra questi i fondi sovrani, in particolare arabi, hanno la forza finanziaria per scambiare investimento con accessi alla tecnologia. L’agenzia Bloomberg ha rilevato che almeno 70 dei 250 miliardi detti sono stati proposti da piccoli risparmiatori trainati dalle aspettative o speranze speculative di brevissimo periodo. Per capire il fenomeno è utile osservare l’andamento dei titoli tecnologici statunitensi negli ultimi 10-15 anni: prevale il numero di quelli (grandi) che hanno moltiplicato in quantità enorme il loro valore e tale evidenza regge una profezia ottimistica sulle capacità delle aziende tecnologiche statunitensi di cambiare il mondo ottenendo per un certo periodo un monopolio super tecnologico con poca concorrenza che favorisce iper-guadagni. Per esempio, l’azienda innovativa Tesla di Musk in pochi anni ha ottenuto una capitalizzazione molto più elevata di altre case automobilistiche tradizionali. Probabilmente nel prossimo futuro ci saranno più competitori e i valori verranno riequilibrati dalla concorrenza, ma per un periodo non breve gli investitori iniziali hanno visto un aumento enorme del loro investimento iniziale. In sintesi, la speranza di superprofitti per le quotate tecnologiche statunitensi non è infondata. Tuttavia, prudenza come detto sopra.
Studio da almeno 25 anni lo scenario di esoeconomia cercando di capire il momento in cui avrà un ciclo di capitale autonomo e dinamico. Finora l’economia extraterrestre è stata finanziata per lo più con denaro statale in buona parte connesso agli investimenti di superiorità militare per scopi di dominio osservativo sulla superficie terrestre. Ora ci sono i primi segnali - in realtà anticipati già da un decennio - di irruzione del capitale privato nel settore. Non parlo di turismo spaziale strapagato che resta una piccola cosa, pur affascinante. Vedo invece nella logica di SpaceX una forte spinta a creare un esociclo specifico del capitale. Lanciatori a parte, Musk ha integrato Starlink (megarete satellitare per comunicazioni) ed esosistemi di Intelligenza artificiale. Questi ultimi hanno il potenziale di semplificare e velocizzare le immagini e altri dati della superficie terrestre ora ottenuti con procedure più complesse e nodi di inefficienza. Qui il potenziale di profitto è enorme. Ma in prospettiva il progetto di portare esseri umani su Marte ne promette di più. Migliaia di nuove tecnologie, dalla costruzione di astronavi in cantieri spaziali alla robotica medica. Siamo, vicini ad un esosalto entro uno scenario di 30-40 anni. Accelerato dalla esocompetizione tra America e Cina che potrebbe essere ancor più velocizzata dall’irruzione dall’Intelligenza artificiale basata su tecnologia quantistica che preferisco chiamare «robotica cognitiva». L’irruzione del capitale privato è un acceleratore dello sfruttamento e concorrenza nell’esospazio. Chi è ottimista su questo scenario secondo me non sbaglia l’analisi di destino, ma deve fare attenzione ai tempi di rendimento di un ciclo di capitale esospecifico. Che secondo me sarà massimo nel settore della robotica.
Non posso evitare di scrivere che, in base ai dati, il potenziale dell’industria italiana per la robotica eso, endo, aerea e sub è enorme. Ma il capitale privato di investimento che servirebbe per ingrandire le aziende specializzate nel settore è scarso. Saranno di manifattura italiana le costruzioni della futura base lunare nel programma statunitense Artemis. Semplificando, sono decine i settori esospaziali dove la tecnologia residente in Italia è la più evoluta nel mondo. Ma tutto questo potenziale è sottocapitalizzato come osservato con amarezza giustamente provocatoria da Mario Draghi: una start up di qualità innovativa promettente in Italia e in Europa deve andare in America per trovare i capitali utili al suo sviluppo. Cioè i Musk li abbiamo - forse anche migliori - ma non le regole e il luogo per capitalizzarli. E aggiungo che paradossalmente in Italia abbiamo un livello di risparmio tra i più alti al mondo. Sto proponendo un Nasdaq in Italia che capitalizzi le aziende tecnologiche residenti e attiri quelle europee e del Mediterraneo e perfino americane o giapponesi?
Sì, senza offesa per Euronext o autorità borsistiche oppure per chi pone troppi limiti ai fondi di investimento. Ma la rivoluzione tecnologica va gestita con più libertà per sperimentazioni ed investimenti e non con più regole.
www.carlopelanda.com
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Si è chiusa la 99ª edizione della Freccia Rossa, tra paesaggi italiani e auto d'epoca. Il successo è andato agli argentini Juan e Margarita Tonconogy, che riportano il loro nome nell'albo d'oro dopo sei anni di dominio di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli.
C'è chi la definisce la corsa più bella del mondo e chi, da quasi un secolo, la considera un rito capace di raccontare l'Italia attraverso le sue strade. La 1000 Miglia continua a essere molto più di una competizione automobilistica: è il fascino senza tempo delle vetture storiche, l'abbraccio delle piazze gremite e il legame tra tradizione sportiva e territorio.
L'edizione 2026 si è chiusa a Brescia con il trionfo degli argentini Juan e Margarita Tonconogy, vincitori a bordo di un'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931. Un successo che interrompe la lunga egemonia di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, protagonisti delle ultime sei edizioni della Freccia Rossa. Per Juan Tonconogy si tratta del quarto successo personale alla 1000 Miglia, dopo quelli conquistati nel 2013, nel 2016 e nel 2018. Questa volta, però, il trionfo assume un significato particolare: a condividere l'abitacolo dell'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931 c'era la sorella Margarita, con cui il pilota argentino conquista la sua prima vittoria in coppia. Alle loro spalle si sono classificati proprio Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, secondi su Alfa Romeo 6C 1750 SS Spider Zagato del 1929 al termine di un confronto serrato che ha accompagnato gran parte della corsa. Sul terzo gradino del podio sono saliti Lorenzo e Mario Turelli, autori di una prova regolare e precisa sulla O.M. 665 S MM Superba del 1929. Nella Coppa delle Dame si conferma invece Silvia Marini che, insieme a Francesca Ruggeri su Cisitalia 202 S MM Spider del 1947, conquista ancora una volta il successo nella classifica riservata agli equipaggi femminili. Nel Ferrari Tribute 1000 Miglia hanno esultato Vittorino Battaglia e Giordano Mozzi su Ferrari 488 Spider del 2019, mentre nella Gran Turismo Experience il successo è andato a Shimitzu Ryotaro e Jari-Matti Latvala.
L'edizione 2026 si chiude dopo cinque intense tappe e quasi 2.000 chilometri percorsi lungo alcune delle strade più suggestive della Penisola. Un itinerario che ha unito la sfida sportiva alla scoperta del territorio, mettendo alla prova gli equipaggi attraverso 144 Prove Cronometrate e 8 Prove di Media. Partita da Brescia, la carovana della Freccia Rossa ha attraversato per la prima volta la Val Trompia e la Val Gobbia, per poi proseguire verso il lago di Garda e il Veneto. Dopo il passaggio sul Passo dell'Abetone, la corsa ha toccato Toscana e Lazio, regalando immagini simboliche come le prove sulle mura di Lucca e la sosta in Piazza del Campo a Siena. La risalita verso l'Adriatico ha portato gli equipaggi ad Assisi, con il passaggio sul sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola nel ricordo di San Francesco, prima di attraversare la Gola del Furlo e raggiungere San Marino. L'ultima tappa, partita da Rimini, ha accompagnato le vetture storiche attraverso Ferrara e Mantova fino al ritorno a Brescia, dove il Controllo Orario finale e la tradizionale passerella in viale Venezia hanno sancito la conclusione della manifestazione.
Archiviata l'edizione numero 99, lo sguardo è già rivolto al prossimo appuntamento. Il 2027 sarà infatti l'anno del Centenario: la 1000 Miglia tornerà alla sua tradizionale collocazione di fine maggio, dal 22 al 29, pronta a scrivere un nuovo capitolo della sua lunga storia.
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