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2019-12-16
«Il boss arrestato per ’ndrangheta parlava di giri di affari con i Renzi»
Ansa
Quattro giorni fa, su ordine dei magistrati antimafia di Catanzaro e di Reggio Calabria, sono state arrestate 27 persone accusate di aver infiltrato il tessuto economico e finanziario in Umbria per conto della 'ndrangheta. Al vertice del gruppo, c'erano Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa, presunti boss, che dalle intercettazioni risultano aver parlato di affari con i parenti di Matteo Renzi, in particolare con il cognato Andrea Conticini. È il proconsole (per l'accusa) delle 'ndrine in Umbria, Pino Benincasa, a parlarne al telefono con un avvocato romano con studio a Perugia, tale Domenico Accica. Pino, incurante che gli investigatori stessero seguendo ogni suo passo e registrando ogni sua chiamata, dice subito: «...cioè adesso i soldi non è che mi servono, me ne servono di più... sia i soldi che le banche. Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni...». L'avvocato s'incuriosisce: «...che fai in Serbia?». E Pino: «…per fare una bella... eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo... il papà e lo zio (sorride)... Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... 'sti cristiani che... il papà di Renzi... con… con il cognato... e lo zio. Sono...sono già tre o quattro volte che ci incontrano». Ma che interessi possono accomunare i parenti del Bullo e dei personaggi che nelle carte dell'Antimafia vengono descritti come degli 'ndranghetisti? Pino spiega: «Intanto devono mettere... gli facciamo prendere il 30 per cento della Sgt... della nuova cosa... noi praticamente non tiriamo fuori una lira per pagare l'asta...». L'avvocato sembra aver capito al volo: «Bene... lo pagano loro... Chiaro». E mentre Pino continua a spiegare, sostenendo che «loro hanno bisogno di…». L'avvocato lo anticipa: «...di investire!». Tutto ruoterebbe attorno ai dipendenti delle coop.
Pino: «...di questi 3.000 dipendenti che ci stanno, no! Perché ci stanno 3.000 dipendenti alla fine... cioè sono 168 dipendenti, però...». E Accica lo anticipa ancora: «3.000 con il discorso delle società collegate... chiaro...». Pino riprende: «delle cooperative eccetera... Loro hanno bisogno di queste cooperative... di questi dipendenti... di queste cose…». Accica commenta: «...sicuramente se investono c'hanno le loro buone ragioni...». Ma al calabrese interessa la liquidità: «Eh... i soldi ce li hanno... tant'è vero che prima Paolo mi diceva che l'ultimo contatto è stato stamattina e chiedono appunto di incontrarci prima di venerdì... perché noi gli abbiamo detto una cosa... se avete voglia di chiudere...bene, sennò noi chiudiamo con un altro perché dobbiamo pagare il fallimento». Sì, quei soldi, a leggere le carte dell'inchiesta, sarebbero serviti a Benincasa e company a riprendere in mano una società che gli stava a cuore, la So.ge.tras S.p.a., con sede in Largo Augusto 7 a Milano e uffici in via Ponchielli a Corciano di Perugia. Una società di trasporto posta e valori per conto terzi con un milione di capitale sociale, dichiarata fallita il 14 dicembre 2017. L'azienda che interessava ai presunti malavitosi era amministrata da un certo Massimo Gabriele Caruso (condannato lo scorso anno in un processo per bancarotta fraudolenta, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e omesso versamento dell'Iva) ed era controllata al cento per cento dal Sogegroup (amministrato dallo stesso Caruso). Anche Caruso viene intercettato con Benincasa che, tramite la sua ditta di autotrasporti Prima pietra, ha un contratto di lavoro con la Sogetras. Benincasa propone a Caruso di cedere 100.000 euro di azioni alla «BM», una srl che è sotto il suo controllo. Ma gli chiede anche un falso contratto retrodatato e una lettera di rescissione, per «provare», sottolineano gli investigatori, «l'ingiusto danno nei suoi confronti determinato dal sequestro patrimoniale operato dall'autorità giudiziaria perugina», che aveva messo i sigilli a Prima pietra. Il Paolo di cui parla a telefono Benincasa, invece, è Menicucci, un perugino che era diventato il braccio destro del presunto boss. E che insieme a lui e a Profiti, a leggere le accuse, «risulta impegnato in una attività di riciclaggio dei proventi indebitamente acquisiti, tramite l'acquisizione di aziende in fallimento, nel traffico dei rifiuti». E siccome Menicucci è stato incaricato dall'organizzazione «di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento per il reinvestimento del denaro fraudolentemente acquisito», è lui il tramite con i Renzi. Ed è a Menicucci che Benincasa dice che «la strada da perseguire è quella di stringere con Conticini, visto che questi a Paolo gli hanno pure telefonato più volte».
Alla fine, quindi, lo sollecita a prendere contatti con la società Conticini. E gli dice di «contattarli per comunicare il piacere di averli dentro in società». Poi gli suggerisce di «far trasparire nel dialogo che ci sono anche altri e che ci sono tempi brevi. È un azzardo perché potrebbero anche scappare». Il boss, insomma, sostiene che a loro farebbe piacere averli come soci. E i magistrati annotano che «la società Conticini è riferibile all'imprenditore Andrea Conticini, titolare, unitamente alla moglie Matilde Renzi (quest'ultima sorella del noto politico Matteo Renzi) della società Marc consulting con sede a Castelfranco di Sotto (Pisa)». Conticini è da tempo il braccio destro di babbo Renzi negli affari di famiglia, a partire da quelli della Eventi 6. È tuttora indagato per riciclaggio nell'inchiesta della Procura di Firenze sulla presunta sottrazione di fondi destinati ai bambini africani.
ha collaborato Patrizio Canestri
«I fiorentini hanno un fondo da 15 milioni da muovere e ne danno 3 per la società»
Nell'inchiesta della Dda di Catanzaro e di Reggio Calabria sulle infiltrazioni in Umbria della 'ndrangheta risulta iscritto anche Mariano Massone, genovese, ex socio e attuale coindagato di Tiziano Renzi e Laura Bovoli nel procedimento per il fallimento di tre coop fiorentine, compresa la notissima Marmodiv. Massone tra il 2014 e il 2016 è finito sotto indagine insieme con Renzi senior anche a Genova per il crac della Chil post Srl.
Nella scheda investigativa allegata alla richiesta di arresto dei pm calabresi nei confronti di diversi mafiosi (ma non di Massone) si legge: «Mantiene diretti contatti con i vertici dell'organizzazione Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa in ordine al reperimento di somme finanziarie da investire commercialmente con l'acquisizione anche di aziende in fallimento, tra cui la So.ge.tras Spa (da questo momento Sgt, ndr) di Milano». Una ditta andata a gambe all'aria nel dicembre del 2017. Un po' di soldi sarebbero dovuti arrivare proprio dai parenti di Matteo Renzi, soprannominati i «bisteccari», e Massone sarebbe stato il collegamento con la famiglia di Rignano sull'Arno: padre, zio e cognato dell'ex premier. Scrivono gli investigatori: «Risulta chiaramente uomo dei cosiddetti “fiorentini" i quali disporrebbero di un fondo con circa 15 milioni di euro da dover investire». I reati contestati a Massone e indicati nelle carte sono associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, ricorso abusivo al credito, utilizzo ed emissione di false fatture. Le fonti di prova contro di lui sono due intercettazioni effettuate con il trojan risalenti al 6 luglio e al 20 agosto 2018. La prima è una conversazione a cui partecipano Massone, il presunto boss Benincasa e l'imprenditore Paolo Menicucci (indagato con l'accusa di associazione per delinquere, per i pm era «incaricato dall'organizzazione di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento») che verte soprattutto sul reperimento del denaro necessario ad aggiudicarsi l'intera quota societaria della Sgt. Un'altra parte di denaro, per il 30 per cento delle quote, dovrà arrivare da Firenze. Benincasa domanda a Massone: «Da quale banca ce li mandano loro i soldi lunedì?». Menicucci suggerisce: «Lui deve vedere se ha... Daniele se ha l'Intesa...». Chi è Daniele? Non è specificato. Si sa solo che i «fiorentini» volevano metterlo a capo della Sgt. In quello stesso periodo, proprio tra marzo e giugno 2018 Tiziano Renzi & c. avevano affidato il presunto salvataggio della coop Marmodiv (per il cui fallimento sono indagati papà e mamma Renzi e Massone) al torinese Daniele Goglio, pure lui indagato per il crac della coop e già coinvolto in un processo di 'ndrangheta a Torino. Era lui che doveva mandare i soldi per conto dei «bisteccari»?
La Procura di Firenze nell'inchiesta per il crac della Marmodiv ha contestato a Goglio la distrazione di 278.000 euro incassati da due banche per anticipo fatture, «somma che destinava alla Postal global service, società a lui riferibile». Nelle intercettazioni i presunti 'ndranghetisti sostengono che «Daniele esiste solo perché Massone vuole prendere i soldi da Daniele oltre che prenderli dall'entourage...».
Riprendiamo a leggere la conversazione del 6 luglio. Benincasa, Menicucci e Massone stanno discutendo di un bonifico di 320.000 euro destinato alla Sgt e sembrano preoccupati che l'amministratore delegato, Sebastiano Torcellan, possa sparire con i soldi. L'ex socio di babbo Renzi usa un linguaggio adatto al consesso: «Ma no ragazzi... ma poi deve scappare. Pino scusa se ti frega 300.000 euro lunedì parti di qua con una mazza da baseball nuova nuova appena comprata».
Replica il boss: «Tra mezz'ora c'hanno già le persone che lo prelevano me lo faccio portare qua». Menicucci: «Bravo, quel posto a Brancaleone famoso ti ricordi... lì ce lo facciamo portare... ci facciamo trovare lì noi tre seduti che fumiamo così... Sebastiano quale novità... pum no niente tanto è già morto... tanto già il dolore...».
I tre riprendono a parlare di affari, in particolare dell'«acquisizione da parte della Biemme Srl (riconducibile a Benincasa, ndr) dell'intera quota societaria della Sgt». Per gli investigatori, Massone, «al fine di giustificare la sua presenza in seno alla Biemme Srl avrebbe chiesto che gli fosse assegnata una falsa consulenza (…) asserendo altresì che lui lavora così anche con altre aziende». Ecco le sue vive parole: «Io questo week end ti mando una email con una consulenza finta... da 500 euro al mese... in modo tale che il titolo della consulenza e valorizzazione e partecipazione della Biemme e Sgt (…) io ce l'ho con tutti... io ce l'ho con Postalcoop, con Postalcoop (global, ndr) service, con Marmodiv, con Eventi6». Eventi 6 è l'azienda di marketing pubblicitario della famiglia Renzi.
Il 20 agosto c'è un'altra intercettazione giudicata significativa dagli inquirenti. Benincasa è in riunione con parte dei soci della Sgt. Parlano del ruolo dei «fiorentini» nel salvataggio della Sgt. Per Menicucci «i bisteccari non sono in grado». Tale Massimo D'Innocenti chiede: «Il ruolo dei bisteccari qual è?». Un certo Andrea commenta: «Nessun inc di inculare i soldi a questo fondo (…) Loro c'hanno 'sto fondo con 15 milioni di euro e li devono leva'». Conclude Menicucci: «Glieli levano e te ne danno 3 alla Sgt tra quote e tutto, c'è chi gliela deve gestire... perché sennò... e loro si sono presi 3 milioni di euro...».
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Dalle carte dell'infiltrazione mafiosa in Umbria emerge che i vertici della mala «avrebbero incontrato più volte» il babbo e il cognato dell'ex premier, Andrea Conticini. Sul piatto, la richiesta di liquidità per investire in società in difficoltà.L'ex socio di Tiziano Renzi, Mariano Massone, intercettato, spiega che fine fa chi sottrae denaro: «Si prende la mazza da baseball nuova nuova...».Lo speciale contiene due articoliQuattro giorni fa, su ordine dei magistrati antimafia di Catanzaro e di Reggio Calabria, sono state arrestate 27 persone accusate di aver infiltrato il tessuto economico e finanziario in Umbria per conto della 'ndrangheta. Al vertice del gruppo, c'erano Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa, presunti boss, che dalle intercettazioni risultano aver parlato di affari con i parenti di Matteo Renzi, in particolare con il cognato Andrea Conticini. È il proconsole (per l'accusa) delle 'ndrine in Umbria, Pino Benincasa, a parlarne al telefono con un avvocato romano con studio a Perugia, tale Domenico Accica. Pino, incurante che gli investigatori stessero seguendo ogni suo passo e registrando ogni sua chiamata, dice subito: «...cioè adesso i soldi non è che mi servono, me ne servono di più... sia i soldi che le banche. Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni...». L'avvocato s'incuriosisce: «...che fai in Serbia?». E Pino: «…per fare una bella... eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo... il papà e lo zio (sorride)... Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... 'sti cristiani che... il papà di Renzi... con… con il cognato... e lo zio. Sono...sono già tre o quattro volte che ci incontrano». Ma che interessi possono accomunare i parenti del Bullo e dei personaggi che nelle carte dell'Antimafia vengono descritti come degli 'ndranghetisti? Pino spiega: «Intanto devono mettere... gli facciamo prendere il 30 per cento della Sgt... della nuova cosa... noi praticamente non tiriamo fuori una lira per pagare l'asta...». L'avvocato sembra aver capito al volo: «Bene... lo pagano loro... Chiaro». E mentre Pino continua a spiegare, sostenendo che «loro hanno bisogno di…». L'avvocato lo anticipa: «...di investire!». Tutto ruoterebbe attorno ai dipendenti delle coop.Pino: «...di questi 3.000 dipendenti che ci stanno, no! Perché ci stanno 3.000 dipendenti alla fine... cioè sono 168 dipendenti, però...». E Accica lo anticipa ancora: «3.000 con il discorso delle società collegate... chiaro...». Pino riprende: «delle cooperative eccetera... Loro hanno bisogno di queste cooperative... di questi dipendenti... di queste cose…». Accica commenta: «...sicuramente se investono c'hanno le loro buone ragioni...». Ma al calabrese interessa la liquidità: «Eh... i soldi ce li hanno... tant'è vero che prima Paolo mi diceva che l'ultimo contatto è stato stamattina e chiedono appunto di incontrarci prima di venerdì... perché noi gli abbiamo detto una cosa... se avete voglia di chiudere...bene, sennò noi chiudiamo con un altro perché dobbiamo pagare il fallimento». Sì, quei soldi, a leggere le carte dell'inchiesta, sarebbero serviti a Benincasa e company a riprendere in mano una società che gli stava a cuore, la So.ge.tras S.p.a., con sede in Largo Augusto 7 a Milano e uffici in via Ponchielli a Corciano di Perugia. Una società di trasporto posta e valori per conto terzi con un milione di capitale sociale, dichiarata fallita il 14 dicembre 2017. L'azienda che interessava ai presunti malavitosi era amministrata da un certo Massimo Gabriele Caruso (condannato lo scorso anno in un processo per bancarotta fraudolenta, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e omesso versamento dell'Iva) ed era controllata al cento per cento dal Sogegroup (amministrato dallo stesso Caruso). Anche Caruso viene intercettato con Benincasa che, tramite la sua ditta di autotrasporti Prima pietra, ha un contratto di lavoro con la Sogetras. Benincasa propone a Caruso di cedere 100.000 euro di azioni alla «BM», una srl che è sotto il suo controllo. Ma gli chiede anche un falso contratto retrodatato e una lettera di rescissione, per «provare», sottolineano gli investigatori, «l'ingiusto danno nei suoi confronti determinato dal sequestro patrimoniale operato dall'autorità giudiziaria perugina», che aveva messo i sigilli a Prima pietra. Il Paolo di cui parla a telefono Benincasa, invece, è Menicucci, un perugino che era diventato il braccio destro del presunto boss. E che insieme a lui e a Profiti, a leggere le accuse, «risulta impegnato in una attività di riciclaggio dei proventi indebitamente acquisiti, tramite l'acquisizione di aziende in fallimento, nel traffico dei rifiuti». E siccome Menicucci è stato incaricato dall'organizzazione «di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento per il reinvestimento del denaro fraudolentemente acquisito», è lui il tramite con i Renzi. Ed è a Menicucci che Benincasa dice che «la strada da perseguire è quella di stringere con Conticini, visto che questi a Paolo gli hanno pure telefonato più volte». Alla fine, quindi, lo sollecita a prendere contatti con la società Conticini. E gli dice di «contattarli per comunicare il piacere di averli dentro in società». Poi gli suggerisce di «far trasparire nel dialogo che ci sono anche altri e che ci sono tempi brevi. È un azzardo perché potrebbero anche scappare». Il boss, insomma, sostiene che a loro farebbe piacere averli come soci. E i magistrati annotano che «la società Conticini è riferibile all'imprenditore Andrea Conticini, titolare, unitamente alla moglie Matilde Renzi (quest'ultima sorella del noto politico Matteo Renzi) della società Marc consulting con sede a Castelfranco di Sotto (Pisa)». Conticini è da tempo il braccio destro di babbo Renzi negli affari di famiglia, a partire da quelli della Eventi 6. È tuttora indagato per riciclaggio nell'inchiesta della Procura di Firenze sulla presunta sottrazione di fondi destinati ai bambini africani. ha collaborato Patrizio Canestri<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-boss-arrestato-per-ndrangheta-parlava-di-giri-di-affari-con-i-renzi-2641602181.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-fiorentini-hanno-un-fondo-da-15-milioni-da-muovere-e-ne-danno-3-per-la-societa" data-post-id="2641602181" data-published-at="1779016155" data-use-pagination="False"> «I fiorentini hanno un fondo da 15 milioni da muovere e ne danno 3 per la società» Nell'inchiesta della Dda di Catanzaro e di Reggio Calabria sulle infiltrazioni in Umbria della 'ndrangheta risulta iscritto anche Mariano Massone, genovese, ex socio e attuale coindagato di Tiziano Renzi e Laura Bovoli nel procedimento per il fallimento di tre coop fiorentine, compresa la notissima Marmodiv. Massone tra il 2014 e il 2016 è finito sotto indagine insieme con Renzi senior anche a Genova per il crac della Chil post Srl. Nella scheda investigativa allegata alla richiesta di arresto dei pm calabresi nei confronti di diversi mafiosi (ma non di Massone) si legge: «Mantiene diretti contatti con i vertici dell'organizzazione Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa in ordine al reperimento di somme finanziarie da investire commercialmente con l'acquisizione anche di aziende in fallimento, tra cui la So.ge.tras Spa (da questo momento Sgt, ndr) di Milano». Una ditta andata a gambe all'aria nel dicembre del 2017. Un po' di soldi sarebbero dovuti arrivare proprio dai parenti di Matteo Renzi, soprannominati i «bisteccari», e Massone sarebbe stato il collegamento con la famiglia di Rignano sull'Arno: padre, zio e cognato dell'ex premier. Scrivono gli investigatori: «Risulta chiaramente uomo dei cosiddetti “fiorentini" i quali disporrebbero di un fondo con circa 15 milioni di euro da dover investire». I reati contestati a Massone e indicati nelle carte sono associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, ricorso abusivo al credito, utilizzo ed emissione di false fatture. Le fonti di prova contro di lui sono due intercettazioni effettuate con il trojan risalenti al 6 luglio e al 20 agosto 2018. La prima è una conversazione a cui partecipano Massone, il presunto boss Benincasa e l'imprenditore Paolo Menicucci (indagato con l'accusa di associazione per delinquere, per i pm era «incaricato dall'organizzazione di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento») che verte soprattutto sul reperimento del denaro necessario ad aggiudicarsi l'intera quota societaria della Sgt. Un'altra parte di denaro, per il 30 per cento delle quote, dovrà arrivare da Firenze. Benincasa domanda a Massone: «Da quale banca ce li mandano loro i soldi lunedì?». Menicucci suggerisce: «Lui deve vedere se ha... Daniele se ha l'Intesa...». Chi è Daniele? Non è specificato. Si sa solo che i «fiorentini» volevano metterlo a capo della Sgt. In quello stesso periodo, proprio tra marzo e giugno 2018 Tiziano Renzi & c. avevano affidato il presunto salvataggio della coop Marmodiv (per il cui fallimento sono indagati papà e mamma Renzi e Massone) al torinese Daniele Goglio, pure lui indagato per il crac della coop e già coinvolto in un processo di 'ndrangheta a Torino. Era lui che doveva mandare i soldi per conto dei «bisteccari»? La Procura di Firenze nell'inchiesta per il crac della Marmodiv ha contestato a Goglio la distrazione di 278.000 euro incassati da due banche per anticipo fatture, «somma che destinava alla Postal global service, società a lui riferibile». Nelle intercettazioni i presunti 'ndranghetisti sostengono che «Daniele esiste solo perché Massone vuole prendere i soldi da Daniele oltre che prenderli dall'entourage...». Riprendiamo a leggere la conversazione del 6 luglio. Benincasa, Menicucci e Massone stanno discutendo di un bonifico di 320.000 euro destinato alla Sgt e sembrano preoccupati che l'amministratore delegato, Sebastiano Torcellan, possa sparire con i soldi. L'ex socio di babbo Renzi usa un linguaggio adatto al consesso: «Ma no ragazzi... ma poi deve scappare. Pino scusa se ti frega 300.000 euro lunedì parti di qua con una mazza da baseball nuova nuova appena comprata». Replica il boss: «Tra mezz'ora c'hanno già le persone che lo prelevano me lo faccio portare qua». Menicucci: «Bravo, quel posto a Brancaleone famoso ti ricordi... lì ce lo facciamo portare... ci facciamo trovare lì noi tre seduti che fumiamo così... Sebastiano quale novità... pum no niente tanto è già morto... tanto già il dolore...». I tre riprendono a parlare di affari, in particolare dell'«acquisizione da parte della Biemme Srl (riconducibile a Benincasa, ndr) dell'intera quota societaria della Sgt». Per gli investigatori, Massone, «al fine di giustificare la sua presenza in seno alla Biemme Srl avrebbe chiesto che gli fosse assegnata una falsa consulenza (…) asserendo altresì che lui lavora così anche con altre aziende». Ecco le sue vive parole: «Io questo week end ti mando una email con una consulenza finta... da 500 euro al mese... in modo tale che il titolo della consulenza e valorizzazione e partecipazione della Biemme e Sgt (…) io ce l'ho con tutti... io ce l'ho con Postalcoop, con Postalcoop (global, ndr) service, con Marmodiv, con Eventi6». Eventi 6 è l'azienda di marketing pubblicitario della famiglia Renzi. Il 20 agosto c'è un'altra intercettazione giudicata significativa dagli inquirenti. Benincasa è in riunione con parte dei soci della Sgt. Parlano del ruolo dei «fiorentini» nel salvataggio della Sgt. Per Menicucci «i bisteccari non sono in grado». Tale Massimo D'Innocenti chiede: «Il ruolo dei bisteccari qual è?». Un certo Andrea commenta: «Nessun inc di inculare i soldi a questo fondo (…) Loro c'hanno 'sto fondo con 15 milioni di euro e li devono leva'». Conclude Menicucci: «Glieli levano e te ne danno 3 alla Sgt tra quote e tutto, c'è chi gliela deve gestire... perché sennò... e loro si sono presi 3 milioni di euro...».
Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma (Ansa)
La pozza di sangue formatasi vicino al punto dell’aggressione avrebbe potuto crearsi in meno di tre minuti. Questo ridimensionò una delle ipotesi emerse nel primo processo, cioè quella di un’aggressione prolungata.
La relazione mise anche in discussione la possibilità che Stasi avesse attraversato la villetta senza sporcarsi di sangue. Gli esperti ritenevano, infatti, «marginali» le probabilità che qualcuno potesse percorrere quei punti senza intercettare tracce ematiche e, quindi, senza impregnare le scarpe di sangue. Oggi Roberto Testi, che nel curriculum vanta «circa 150 consulenze d’ufficio all’anno in ambito penale e civile», è commissario del Centro avanzato di diagnostica di Orbassano (Torino), uno dei poli più noti della genetica forense italiana (struttura che si occupa di analisi tossicologiche, genetico forensi e biochimico-cliniche). Nato principalmente per i controlli sportivi (infatti precedentemente si chiamava Centro regionale antidoping), negli anni, ha ampliato le proprie attività sino a diventare un laboratorio di riferimento per molte Procure italiane.
Ai tempi della consulenza, Testi era responsabile dell’Unità di medicina legale dell’Asl 2 di Torino. Nella documentazione del processo d’Appello bis contro Stasi, però, si fa ampio riferimento, a proposito della consulenza di Testi, ai laboratori di Orbassano. Alcune delle prove che in quel momento furono presentate come «sperimentali» (in particolare quelle sulle piastrelle) si tennero proprio nei laboratori orbassanesi. Si trattava della famose «prove di calpestio». Che ora si possono tranquillamente bollare come imprecise e decisamente sfavorevoli all’imputato, perché furono effettuate tramite un «soggetto sperimentatore» dal peso di 85 chili, ben superiore a quello di Stasi, che era di 60.
Nel 2016 Testi entrò nel Consiglio d’amministrazione del Cad. E oggi, del centro, è il commissario. Il direttore tecnico-scientifico dello stesso centro è il medico-legale Paolo Garofano. Il cognome dice già tutto. È il nipote del generale Luciano Garofano, ex comandante dei carabinieri del Ris di Parma. Fu protagonista della prima stagione investigativa di Garlasco, curò la Bpa (Bloodstain pattern analysis, l’analisi delle macchie di sangue) e nel 2016 è diventato consulente della difesa di Andrea Sempio. Si occupò, su incarico del pool difensivo di allora, di una perizia (l’unica consulenza peraltro fatturata ai familiari dell’indagato) sul Dna prelevato dalle unghie di Chiara Poggi mai depositata. Ma c’è ancora una coincidenza: nel dicembre 2016 il generale inviò al laboratorio di Orbassano diretto dal nipote il campione di saliva di Sempio per le analisi di parte, annotando sulla busta proprio «alla cortese attenzione del dottor Paolo Garofano».
Formalmente non c’è nulla di irrituale. Ma il quadro che emerge appare di certo come insolito: il perito dell’Appello bis Stasi guida il centro diretto dal nipote dell’ex generale del Ris che torna nel caso come consulente di Sempio. Questa rete riaffiora a Genova, nel processo per il «Delitto del trapano», un cold case riaperto dopo quasi 30 anni. La vittima è Luigia Borrelli, uccisa il 5 settembre 1995 in un basso dei caruggi dove si prostituiva. Era una insospettabile infermiera. Fu ritrovata con un trapano conficcato nel collo. Il pm Patrizia Petruzziello (la stessa che nel 1995 era di turno e che dall’inizio ha seguito le indagini) vorrebbe ora portare a giudizio un carrozziere, Fortunato Verduci, all’epoca trentacinquenne, oggi ultrasessantenne. Sulla placca di un interruttore del basso saltò fuori un profilo genetico completo, «perfettamente coincidente», secondo l’accusa, con uno repertato nel 1995. Una verifica nella banca dati del Dna ha portato poi verso il profilo genetico di un parente del carrozziere. E da quel match si è arrivati a Verduci (che si professa innocente).
Il consulente del pubblico ministero è Luciano Garofano. Il perito nominato dal giudice dell’udienza preliminare, Alberto Lippini, è Selena Cisana, medico-legale e biologa forense che lavora, coincidenza, nel laboratorio di Biologia e genetica forense del Centro di Orbassano diretto da Paolo Garofano, nipote del consulente del pm. Il difensore del carrozziere, l’avvocato Emanuele Canepa, che deve aver immediatamente percepito l’intreccio come un segno avverso, lo verbalizza davanti al giudice: «La dottoressa Cisana lavora presso il laboratorio ove il direttore responsabile Paolo Garofano è il nipote del consulente nominato dal pubblico ministero Luciano Garofano». Il pm afferma che «non era a conoscenza di questa circostanza» ma «ritiene comunque che non vi sia incompatibilità».
Il giudice rigetta l’eccezione con questa argomentazione: «Allo stato», ritiene, «non sussiste alcuna incompatibilità». Ma la questione centrale non è il codice. Nessuna norma vieta automaticamente queste relazioni professionali o familiari. Emerge però un circuito tecnico-forense talmente ristretto da rendere apparentemente difficile separare del tutto ruoli e relazioni. E quando questo groviglio finisce per sfiorare contemporaneamente il consulente dell’accusa e l’orbita del giudice terzo, è inevitabile che le difese percepiscano il terreno come in pendenza.
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