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2019-12-16
«Il boss arrestato per ’ndrangheta parlava di giri di affari con i Renzi»
Ansa
Quattro giorni fa, su ordine dei magistrati antimafia di Catanzaro e di Reggio Calabria, sono state arrestate 27 persone accusate di aver infiltrato il tessuto economico e finanziario in Umbria per conto della 'ndrangheta. Al vertice del gruppo, c'erano Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa, presunti boss, che dalle intercettazioni risultano aver parlato di affari con i parenti di Matteo Renzi, in particolare con il cognato Andrea Conticini. È il proconsole (per l'accusa) delle 'ndrine in Umbria, Pino Benincasa, a parlarne al telefono con un avvocato romano con studio a Perugia, tale Domenico Accica. Pino, incurante che gli investigatori stessero seguendo ogni suo passo e registrando ogni sua chiamata, dice subito: «...cioè adesso i soldi non è che mi servono, me ne servono di più... sia i soldi che le banche. Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni...». L'avvocato s'incuriosisce: «...che fai in Serbia?». E Pino: «…per fare una bella... eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo... il papà e lo zio (sorride)... Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... 'sti cristiani che... il papà di Renzi... con… con il cognato... e lo zio. Sono...sono già tre o quattro volte che ci incontrano». Ma che interessi possono accomunare i parenti del Bullo e dei personaggi che nelle carte dell'Antimafia vengono descritti come degli 'ndranghetisti? Pino spiega: «Intanto devono mettere... gli facciamo prendere il 30 per cento della Sgt... della nuova cosa... noi praticamente non tiriamo fuori una lira per pagare l'asta...». L'avvocato sembra aver capito al volo: «Bene... lo pagano loro... Chiaro». E mentre Pino continua a spiegare, sostenendo che «loro hanno bisogno di…». L'avvocato lo anticipa: «...di investire!». Tutto ruoterebbe attorno ai dipendenti delle coop.
Pino: «...di questi 3.000 dipendenti che ci stanno, no! Perché ci stanno 3.000 dipendenti alla fine... cioè sono 168 dipendenti, però...». E Accica lo anticipa ancora: «3.000 con il discorso delle società collegate... chiaro...». Pino riprende: «delle cooperative eccetera... Loro hanno bisogno di queste cooperative... di questi dipendenti... di queste cose…». Accica commenta: «...sicuramente se investono c'hanno le loro buone ragioni...». Ma al calabrese interessa la liquidità: «Eh... i soldi ce li hanno... tant'è vero che prima Paolo mi diceva che l'ultimo contatto è stato stamattina e chiedono appunto di incontrarci prima di venerdì... perché noi gli abbiamo detto una cosa... se avete voglia di chiudere...bene, sennò noi chiudiamo con un altro perché dobbiamo pagare il fallimento». Sì, quei soldi, a leggere le carte dell'inchiesta, sarebbero serviti a Benincasa e company a riprendere in mano una società che gli stava a cuore, la So.ge.tras S.p.a., con sede in Largo Augusto 7 a Milano e uffici in via Ponchielli a Corciano di Perugia. Una società di trasporto posta e valori per conto terzi con un milione di capitale sociale, dichiarata fallita il 14 dicembre 2017. L'azienda che interessava ai presunti malavitosi era amministrata da un certo Massimo Gabriele Caruso (condannato lo scorso anno in un processo per bancarotta fraudolenta, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e omesso versamento dell'Iva) ed era controllata al cento per cento dal Sogegroup (amministrato dallo stesso Caruso). Anche Caruso viene intercettato con Benincasa che, tramite la sua ditta di autotrasporti Prima pietra, ha un contratto di lavoro con la Sogetras. Benincasa propone a Caruso di cedere 100.000 euro di azioni alla «BM», una srl che è sotto il suo controllo. Ma gli chiede anche un falso contratto retrodatato e una lettera di rescissione, per «provare», sottolineano gli investigatori, «l'ingiusto danno nei suoi confronti determinato dal sequestro patrimoniale operato dall'autorità giudiziaria perugina», che aveva messo i sigilli a Prima pietra. Il Paolo di cui parla a telefono Benincasa, invece, è Menicucci, un perugino che era diventato il braccio destro del presunto boss. E che insieme a lui e a Profiti, a leggere le accuse, «risulta impegnato in una attività di riciclaggio dei proventi indebitamente acquisiti, tramite l'acquisizione di aziende in fallimento, nel traffico dei rifiuti». E siccome Menicucci è stato incaricato dall'organizzazione «di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento per il reinvestimento del denaro fraudolentemente acquisito», è lui il tramite con i Renzi. Ed è a Menicucci che Benincasa dice che «la strada da perseguire è quella di stringere con Conticini, visto che questi a Paolo gli hanno pure telefonato più volte».
Alla fine, quindi, lo sollecita a prendere contatti con la società Conticini. E gli dice di «contattarli per comunicare il piacere di averli dentro in società». Poi gli suggerisce di «far trasparire nel dialogo che ci sono anche altri e che ci sono tempi brevi. È un azzardo perché potrebbero anche scappare». Il boss, insomma, sostiene che a loro farebbe piacere averli come soci. E i magistrati annotano che «la società Conticini è riferibile all'imprenditore Andrea Conticini, titolare, unitamente alla moglie Matilde Renzi (quest'ultima sorella del noto politico Matteo Renzi) della società Marc consulting con sede a Castelfranco di Sotto (Pisa)». Conticini è da tempo il braccio destro di babbo Renzi negli affari di famiglia, a partire da quelli della Eventi 6. È tuttora indagato per riciclaggio nell'inchiesta della Procura di Firenze sulla presunta sottrazione di fondi destinati ai bambini africani.
ha collaborato Patrizio Canestri
«I fiorentini hanno un fondo da 15 milioni da muovere e ne danno 3 per la società»
Nell'inchiesta della Dda di Catanzaro e di Reggio Calabria sulle infiltrazioni in Umbria della 'ndrangheta risulta iscritto anche Mariano Massone, genovese, ex socio e attuale coindagato di Tiziano Renzi e Laura Bovoli nel procedimento per il fallimento di tre coop fiorentine, compresa la notissima Marmodiv. Massone tra il 2014 e il 2016 è finito sotto indagine insieme con Renzi senior anche a Genova per il crac della Chil post Srl.
Nella scheda investigativa allegata alla richiesta di arresto dei pm calabresi nei confronti di diversi mafiosi (ma non di Massone) si legge: «Mantiene diretti contatti con i vertici dell'organizzazione Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa in ordine al reperimento di somme finanziarie da investire commercialmente con l'acquisizione anche di aziende in fallimento, tra cui la So.ge.tras Spa (da questo momento Sgt, ndr) di Milano». Una ditta andata a gambe all'aria nel dicembre del 2017. Un po' di soldi sarebbero dovuti arrivare proprio dai parenti di Matteo Renzi, soprannominati i «bisteccari», e Massone sarebbe stato il collegamento con la famiglia di Rignano sull'Arno: padre, zio e cognato dell'ex premier. Scrivono gli investigatori: «Risulta chiaramente uomo dei cosiddetti “fiorentini" i quali disporrebbero di un fondo con circa 15 milioni di euro da dover investire». I reati contestati a Massone e indicati nelle carte sono associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, ricorso abusivo al credito, utilizzo ed emissione di false fatture. Le fonti di prova contro di lui sono due intercettazioni effettuate con il trojan risalenti al 6 luglio e al 20 agosto 2018. La prima è una conversazione a cui partecipano Massone, il presunto boss Benincasa e l'imprenditore Paolo Menicucci (indagato con l'accusa di associazione per delinquere, per i pm era «incaricato dall'organizzazione di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento») che verte soprattutto sul reperimento del denaro necessario ad aggiudicarsi l'intera quota societaria della Sgt. Un'altra parte di denaro, per il 30 per cento delle quote, dovrà arrivare da Firenze. Benincasa domanda a Massone: «Da quale banca ce li mandano loro i soldi lunedì?». Menicucci suggerisce: «Lui deve vedere se ha... Daniele se ha l'Intesa...». Chi è Daniele? Non è specificato. Si sa solo che i «fiorentini» volevano metterlo a capo della Sgt. In quello stesso periodo, proprio tra marzo e giugno 2018 Tiziano Renzi & c. avevano affidato il presunto salvataggio della coop Marmodiv (per il cui fallimento sono indagati papà e mamma Renzi e Massone) al torinese Daniele Goglio, pure lui indagato per il crac della coop e già coinvolto in un processo di 'ndrangheta a Torino. Era lui che doveva mandare i soldi per conto dei «bisteccari»?
La Procura di Firenze nell'inchiesta per il crac della Marmodiv ha contestato a Goglio la distrazione di 278.000 euro incassati da due banche per anticipo fatture, «somma che destinava alla Postal global service, società a lui riferibile». Nelle intercettazioni i presunti 'ndranghetisti sostengono che «Daniele esiste solo perché Massone vuole prendere i soldi da Daniele oltre che prenderli dall'entourage...».
Riprendiamo a leggere la conversazione del 6 luglio. Benincasa, Menicucci e Massone stanno discutendo di un bonifico di 320.000 euro destinato alla Sgt e sembrano preoccupati che l'amministratore delegato, Sebastiano Torcellan, possa sparire con i soldi. L'ex socio di babbo Renzi usa un linguaggio adatto al consesso: «Ma no ragazzi... ma poi deve scappare. Pino scusa se ti frega 300.000 euro lunedì parti di qua con una mazza da baseball nuova nuova appena comprata».
Replica il boss: «Tra mezz'ora c'hanno già le persone che lo prelevano me lo faccio portare qua». Menicucci: «Bravo, quel posto a Brancaleone famoso ti ricordi... lì ce lo facciamo portare... ci facciamo trovare lì noi tre seduti che fumiamo così... Sebastiano quale novità... pum no niente tanto è già morto... tanto già il dolore...».
I tre riprendono a parlare di affari, in particolare dell'«acquisizione da parte della Biemme Srl (riconducibile a Benincasa, ndr) dell'intera quota societaria della Sgt». Per gli investigatori, Massone, «al fine di giustificare la sua presenza in seno alla Biemme Srl avrebbe chiesto che gli fosse assegnata una falsa consulenza (…) asserendo altresì che lui lavora così anche con altre aziende». Ecco le sue vive parole: «Io questo week end ti mando una email con una consulenza finta... da 500 euro al mese... in modo tale che il titolo della consulenza e valorizzazione e partecipazione della Biemme e Sgt (…) io ce l'ho con tutti... io ce l'ho con Postalcoop, con Postalcoop (global, ndr) service, con Marmodiv, con Eventi6». Eventi 6 è l'azienda di marketing pubblicitario della famiglia Renzi.
Il 20 agosto c'è un'altra intercettazione giudicata significativa dagli inquirenti. Benincasa è in riunione con parte dei soci della Sgt. Parlano del ruolo dei «fiorentini» nel salvataggio della Sgt. Per Menicucci «i bisteccari non sono in grado». Tale Massimo D'Innocenti chiede: «Il ruolo dei bisteccari qual è?». Un certo Andrea commenta: «Nessun inc di inculare i soldi a questo fondo (…) Loro c'hanno 'sto fondo con 15 milioni di euro e li devono leva'». Conclude Menicucci: «Glieli levano e te ne danno 3 alla Sgt tra quote e tutto, c'è chi gliela deve gestire... perché sennò... e loro si sono presi 3 milioni di euro...».
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Dalle carte dell'infiltrazione mafiosa in Umbria emerge che i vertici della mala «avrebbero incontrato più volte» il babbo e il cognato dell'ex premier, Andrea Conticini. Sul piatto, la richiesta di liquidità per investire in società in difficoltà.L'ex socio di Tiziano Renzi, Mariano Massone, intercettato, spiega che fine fa chi sottrae denaro: «Si prende la mazza da baseball nuova nuova...».Lo speciale contiene due articoliQuattro giorni fa, su ordine dei magistrati antimafia di Catanzaro e di Reggio Calabria, sono state arrestate 27 persone accusate di aver infiltrato il tessuto economico e finanziario in Umbria per conto della 'ndrangheta. Al vertice del gruppo, c'erano Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa, presunti boss, che dalle intercettazioni risultano aver parlato di affari con i parenti di Matteo Renzi, in particolare con il cognato Andrea Conticini. È il proconsole (per l'accusa) delle 'ndrine in Umbria, Pino Benincasa, a parlarne al telefono con un avvocato romano con studio a Perugia, tale Domenico Accica. Pino, incurante che gli investigatori stessero seguendo ogni suo passo e registrando ogni sua chiamata, dice subito: «...cioè adesso i soldi non è che mi servono, me ne servono di più... sia i soldi che le banche. Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni...». L'avvocato s'incuriosisce: «...che fai in Serbia?». E Pino: «…per fare una bella... eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo... il papà e lo zio (sorride)... Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... 'sti cristiani che... il papà di Renzi... con… con il cognato... e lo zio. Sono...sono già tre o quattro volte che ci incontrano». Ma che interessi possono accomunare i parenti del Bullo e dei personaggi che nelle carte dell'Antimafia vengono descritti come degli 'ndranghetisti? Pino spiega: «Intanto devono mettere... gli facciamo prendere il 30 per cento della Sgt... della nuova cosa... noi praticamente non tiriamo fuori una lira per pagare l'asta...». L'avvocato sembra aver capito al volo: «Bene... lo pagano loro... Chiaro». E mentre Pino continua a spiegare, sostenendo che «loro hanno bisogno di…». L'avvocato lo anticipa: «...di investire!». Tutto ruoterebbe attorno ai dipendenti delle coop.Pino: «...di questi 3.000 dipendenti che ci stanno, no! Perché ci stanno 3.000 dipendenti alla fine... cioè sono 168 dipendenti, però...». E Accica lo anticipa ancora: «3.000 con il discorso delle società collegate... chiaro...». Pino riprende: «delle cooperative eccetera... Loro hanno bisogno di queste cooperative... di questi dipendenti... di queste cose…». Accica commenta: «...sicuramente se investono c'hanno le loro buone ragioni...». Ma al calabrese interessa la liquidità: «Eh... i soldi ce li hanno... tant'è vero che prima Paolo mi diceva che l'ultimo contatto è stato stamattina e chiedono appunto di incontrarci prima di venerdì... perché noi gli abbiamo detto una cosa... se avete voglia di chiudere...bene, sennò noi chiudiamo con un altro perché dobbiamo pagare il fallimento». Sì, quei soldi, a leggere le carte dell'inchiesta, sarebbero serviti a Benincasa e company a riprendere in mano una società che gli stava a cuore, la So.ge.tras S.p.a., con sede in Largo Augusto 7 a Milano e uffici in via Ponchielli a Corciano di Perugia. Una società di trasporto posta e valori per conto terzi con un milione di capitale sociale, dichiarata fallita il 14 dicembre 2017. L'azienda che interessava ai presunti malavitosi era amministrata da un certo Massimo Gabriele Caruso (condannato lo scorso anno in un processo per bancarotta fraudolenta, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e omesso versamento dell'Iva) ed era controllata al cento per cento dal Sogegroup (amministrato dallo stesso Caruso). Anche Caruso viene intercettato con Benincasa che, tramite la sua ditta di autotrasporti Prima pietra, ha un contratto di lavoro con la Sogetras. Benincasa propone a Caruso di cedere 100.000 euro di azioni alla «BM», una srl che è sotto il suo controllo. Ma gli chiede anche un falso contratto retrodatato e una lettera di rescissione, per «provare», sottolineano gli investigatori, «l'ingiusto danno nei suoi confronti determinato dal sequestro patrimoniale operato dall'autorità giudiziaria perugina», che aveva messo i sigilli a Prima pietra. Il Paolo di cui parla a telefono Benincasa, invece, è Menicucci, un perugino che era diventato il braccio destro del presunto boss. E che insieme a lui e a Profiti, a leggere le accuse, «risulta impegnato in una attività di riciclaggio dei proventi indebitamente acquisiti, tramite l'acquisizione di aziende in fallimento, nel traffico dei rifiuti». E siccome Menicucci è stato incaricato dall'organizzazione «di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento per il reinvestimento del denaro fraudolentemente acquisito», è lui il tramite con i Renzi. Ed è a Menicucci che Benincasa dice che «la strada da perseguire è quella di stringere con Conticini, visto che questi a Paolo gli hanno pure telefonato più volte». Alla fine, quindi, lo sollecita a prendere contatti con la società Conticini. E gli dice di «contattarli per comunicare il piacere di averli dentro in società». Poi gli suggerisce di «far trasparire nel dialogo che ci sono anche altri e che ci sono tempi brevi. È un azzardo perché potrebbero anche scappare». Il boss, insomma, sostiene che a loro farebbe piacere averli come soci. E i magistrati annotano che «la società Conticini è riferibile all'imprenditore Andrea Conticini, titolare, unitamente alla moglie Matilde Renzi (quest'ultima sorella del noto politico Matteo Renzi) della società Marc consulting con sede a Castelfranco di Sotto (Pisa)». Conticini è da tempo il braccio destro di babbo Renzi negli affari di famiglia, a partire da quelli della Eventi 6. È tuttora indagato per riciclaggio nell'inchiesta della Procura di Firenze sulla presunta sottrazione di fondi destinati ai bambini africani. ha collaborato Patrizio Canestri<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-boss-arrestato-per-ndrangheta-parlava-di-giri-di-affari-con-i-renzi-2641602181.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-fiorentini-hanno-un-fondo-da-15-milioni-da-muovere-e-ne-danno-3-per-la-societa" data-post-id="2641602181" data-published-at="1780886712" data-use-pagination="False"> «I fiorentini hanno un fondo da 15 milioni da muovere e ne danno 3 per la società» Nell'inchiesta della Dda di Catanzaro e di Reggio Calabria sulle infiltrazioni in Umbria della 'ndrangheta risulta iscritto anche Mariano Massone, genovese, ex socio e attuale coindagato di Tiziano Renzi e Laura Bovoli nel procedimento per il fallimento di tre coop fiorentine, compresa la notissima Marmodiv. Massone tra il 2014 e il 2016 è finito sotto indagine insieme con Renzi senior anche a Genova per il crac della Chil post Srl. Nella scheda investigativa allegata alla richiesta di arresto dei pm calabresi nei confronti di diversi mafiosi (ma non di Massone) si legge: «Mantiene diretti contatti con i vertici dell'organizzazione Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa in ordine al reperimento di somme finanziarie da investire commercialmente con l'acquisizione anche di aziende in fallimento, tra cui la So.ge.tras Spa (da questo momento Sgt, ndr) di Milano». Una ditta andata a gambe all'aria nel dicembre del 2017. Un po' di soldi sarebbero dovuti arrivare proprio dai parenti di Matteo Renzi, soprannominati i «bisteccari», e Massone sarebbe stato il collegamento con la famiglia di Rignano sull'Arno: padre, zio e cognato dell'ex premier. Scrivono gli investigatori: «Risulta chiaramente uomo dei cosiddetti “fiorentini" i quali disporrebbero di un fondo con circa 15 milioni di euro da dover investire». I reati contestati a Massone e indicati nelle carte sono associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, ricorso abusivo al credito, utilizzo ed emissione di false fatture. Le fonti di prova contro di lui sono due intercettazioni effettuate con il trojan risalenti al 6 luglio e al 20 agosto 2018. La prima è una conversazione a cui partecipano Massone, il presunto boss Benincasa e l'imprenditore Paolo Menicucci (indagato con l'accusa di associazione per delinquere, per i pm era «incaricato dall'organizzazione di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento») che verte soprattutto sul reperimento del denaro necessario ad aggiudicarsi l'intera quota societaria della Sgt. Un'altra parte di denaro, per il 30 per cento delle quote, dovrà arrivare da Firenze. Benincasa domanda a Massone: «Da quale banca ce li mandano loro i soldi lunedì?». Menicucci suggerisce: «Lui deve vedere se ha... Daniele se ha l'Intesa...». Chi è Daniele? Non è specificato. Si sa solo che i «fiorentini» volevano metterlo a capo della Sgt. In quello stesso periodo, proprio tra marzo e giugno 2018 Tiziano Renzi & c. avevano affidato il presunto salvataggio della coop Marmodiv (per il cui fallimento sono indagati papà e mamma Renzi e Massone) al torinese Daniele Goglio, pure lui indagato per il crac della coop e già coinvolto in un processo di 'ndrangheta a Torino. Era lui che doveva mandare i soldi per conto dei «bisteccari»? La Procura di Firenze nell'inchiesta per il crac della Marmodiv ha contestato a Goglio la distrazione di 278.000 euro incassati da due banche per anticipo fatture, «somma che destinava alla Postal global service, società a lui riferibile». Nelle intercettazioni i presunti 'ndranghetisti sostengono che «Daniele esiste solo perché Massone vuole prendere i soldi da Daniele oltre che prenderli dall'entourage...». Riprendiamo a leggere la conversazione del 6 luglio. Benincasa, Menicucci e Massone stanno discutendo di un bonifico di 320.000 euro destinato alla Sgt e sembrano preoccupati che l'amministratore delegato, Sebastiano Torcellan, possa sparire con i soldi. L'ex socio di babbo Renzi usa un linguaggio adatto al consesso: «Ma no ragazzi... ma poi deve scappare. Pino scusa se ti frega 300.000 euro lunedì parti di qua con una mazza da baseball nuova nuova appena comprata». Replica il boss: «Tra mezz'ora c'hanno già le persone che lo prelevano me lo faccio portare qua». Menicucci: «Bravo, quel posto a Brancaleone famoso ti ricordi... lì ce lo facciamo portare... ci facciamo trovare lì noi tre seduti che fumiamo così... Sebastiano quale novità... pum no niente tanto è già morto... tanto già il dolore...». I tre riprendono a parlare di affari, in particolare dell'«acquisizione da parte della Biemme Srl (riconducibile a Benincasa, ndr) dell'intera quota societaria della Sgt». Per gli investigatori, Massone, «al fine di giustificare la sua presenza in seno alla Biemme Srl avrebbe chiesto che gli fosse assegnata una falsa consulenza (…) asserendo altresì che lui lavora così anche con altre aziende». Ecco le sue vive parole: «Io questo week end ti mando una email con una consulenza finta... da 500 euro al mese... in modo tale che il titolo della consulenza e valorizzazione e partecipazione della Biemme e Sgt (…) io ce l'ho con tutti... io ce l'ho con Postalcoop, con Postalcoop (global, ndr) service, con Marmodiv, con Eventi6». Eventi 6 è l'azienda di marketing pubblicitario della famiglia Renzi. Il 20 agosto c'è un'altra intercettazione giudicata significativa dagli inquirenti. Benincasa è in riunione con parte dei soci della Sgt. Parlano del ruolo dei «fiorentini» nel salvataggio della Sgt. Per Menicucci «i bisteccari non sono in grado». Tale Massimo D'Innocenti chiede: «Il ruolo dei bisteccari qual è?». Un certo Andrea commenta: «Nessun inc di inculare i soldi a questo fondo (…) Loro c'hanno 'sto fondo con 15 milioni di euro e li devono leva'». Conclude Menicucci: «Glieli levano e te ne danno 3 alla Sgt tra quote e tutto, c'è chi gliela deve gestire... perché sennò... e loro si sono presi 3 milioni di euro...».
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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