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2019-12-16
«Il boss arrestato per ’ndrangheta parlava di giri di affari con i Renzi»
Ansa
Quattro giorni fa, su ordine dei magistrati antimafia di Catanzaro e di Reggio Calabria, sono state arrestate 27 persone accusate di aver infiltrato il tessuto economico e finanziario in Umbria per conto della 'ndrangheta. Al vertice del gruppo, c'erano Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa, presunti boss, che dalle intercettazioni risultano aver parlato di affari con i parenti di Matteo Renzi, in particolare con il cognato Andrea Conticini. È il proconsole (per l'accusa) delle 'ndrine in Umbria, Pino Benincasa, a parlarne al telefono con un avvocato romano con studio a Perugia, tale Domenico Accica. Pino, incurante che gli investigatori stessero seguendo ogni suo passo e registrando ogni sua chiamata, dice subito: «...cioè adesso i soldi non è che mi servono, me ne servono di più... sia i soldi che le banche. Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni...». L'avvocato s'incuriosisce: «...che fai in Serbia?». E Pino: «…per fare una bella... eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo... il papà e lo zio (sorride)... Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... 'sti cristiani che... il papà di Renzi... con… con il cognato... e lo zio. Sono...sono già tre o quattro volte che ci incontrano». Ma che interessi possono accomunare i parenti del Bullo e dei personaggi che nelle carte dell'Antimafia vengono descritti come degli 'ndranghetisti? Pino spiega: «Intanto devono mettere... gli facciamo prendere il 30 per cento della Sgt... della nuova cosa... noi praticamente non tiriamo fuori una lira per pagare l'asta...». L'avvocato sembra aver capito al volo: «Bene... lo pagano loro... Chiaro». E mentre Pino continua a spiegare, sostenendo che «loro hanno bisogno di…». L'avvocato lo anticipa: «...di investire!». Tutto ruoterebbe attorno ai dipendenti delle coop.
Pino: «...di questi 3.000 dipendenti che ci stanno, no! Perché ci stanno 3.000 dipendenti alla fine... cioè sono 168 dipendenti, però...». E Accica lo anticipa ancora: «3.000 con il discorso delle società collegate... chiaro...». Pino riprende: «delle cooperative eccetera... Loro hanno bisogno di queste cooperative... di questi dipendenti... di queste cose…». Accica commenta: «...sicuramente se investono c'hanno le loro buone ragioni...». Ma al calabrese interessa la liquidità: «Eh... i soldi ce li hanno... tant'è vero che prima Paolo mi diceva che l'ultimo contatto è stato stamattina e chiedono appunto di incontrarci prima di venerdì... perché noi gli abbiamo detto una cosa... se avete voglia di chiudere...bene, sennò noi chiudiamo con un altro perché dobbiamo pagare il fallimento». Sì, quei soldi, a leggere le carte dell'inchiesta, sarebbero serviti a Benincasa e company a riprendere in mano una società che gli stava a cuore, la So.ge.tras S.p.a., con sede in Largo Augusto 7 a Milano e uffici in via Ponchielli a Corciano di Perugia. Una società di trasporto posta e valori per conto terzi con un milione di capitale sociale, dichiarata fallita il 14 dicembre 2017. L'azienda che interessava ai presunti malavitosi era amministrata da un certo Massimo Gabriele Caruso (condannato lo scorso anno in un processo per bancarotta fraudolenta, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e omesso versamento dell'Iva) ed era controllata al cento per cento dal Sogegroup (amministrato dallo stesso Caruso). Anche Caruso viene intercettato con Benincasa che, tramite la sua ditta di autotrasporti Prima pietra, ha un contratto di lavoro con la Sogetras. Benincasa propone a Caruso di cedere 100.000 euro di azioni alla «BM», una srl che è sotto il suo controllo. Ma gli chiede anche un falso contratto retrodatato e una lettera di rescissione, per «provare», sottolineano gli investigatori, «l'ingiusto danno nei suoi confronti determinato dal sequestro patrimoniale operato dall'autorità giudiziaria perugina», che aveva messo i sigilli a Prima pietra. Il Paolo di cui parla a telefono Benincasa, invece, è Menicucci, un perugino che era diventato il braccio destro del presunto boss. E che insieme a lui e a Profiti, a leggere le accuse, «risulta impegnato in una attività di riciclaggio dei proventi indebitamente acquisiti, tramite l'acquisizione di aziende in fallimento, nel traffico dei rifiuti». E siccome Menicucci è stato incaricato dall'organizzazione «di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento per il reinvestimento del denaro fraudolentemente acquisito», è lui il tramite con i Renzi. Ed è a Menicucci che Benincasa dice che «la strada da perseguire è quella di stringere con Conticini, visto che questi a Paolo gli hanno pure telefonato più volte».
Alla fine, quindi, lo sollecita a prendere contatti con la società Conticini. E gli dice di «contattarli per comunicare il piacere di averli dentro in società». Poi gli suggerisce di «far trasparire nel dialogo che ci sono anche altri e che ci sono tempi brevi. È un azzardo perché potrebbero anche scappare». Il boss, insomma, sostiene che a loro farebbe piacere averli come soci. E i magistrati annotano che «la società Conticini è riferibile all'imprenditore Andrea Conticini, titolare, unitamente alla moglie Matilde Renzi (quest'ultima sorella del noto politico Matteo Renzi) della società Marc consulting con sede a Castelfranco di Sotto (Pisa)». Conticini è da tempo il braccio destro di babbo Renzi negli affari di famiglia, a partire da quelli della Eventi 6. È tuttora indagato per riciclaggio nell'inchiesta della Procura di Firenze sulla presunta sottrazione di fondi destinati ai bambini africani.
ha collaborato Patrizio Canestri
«I fiorentini hanno un fondo da 15 milioni da muovere e ne danno 3 per la società»
Nell'inchiesta della Dda di Catanzaro e di Reggio Calabria sulle infiltrazioni in Umbria della 'ndrangheta risulta iscritto anche Mariano Massone, genovese, ex socio e attuale coindagato di Tiziano Renzi e Laura Bovoli nel procedimento per il fallimento di tre coop fiorentine, compresa la notissima Marmodiv. Massone tra il 2014 e il 2016 è finito sotto indagine insieme con Renzi senior anche a Genova per il crac della Chil post Srl.
Nella scheda investigativa allegata alla richiesta di arresto dei pm calabresi nei confronti di diversi mafiosi (ma non di Massone) si legge: «Mantiene diretti contatti con i vertici dell'organizzazione Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa in ordine al reperimento di somme finanziarie da investire commercialmente con l'acquisizione anche di aziende in fallimento, tra cui la So.ge.tras Spa (da questo momento Sgt, ndr) di Milano». Una ditta andata a gambe all'aria nel dicembre del 2017. Un po' di soldi sarebbero dovuti arrivare proprio dai parenti di Matteo Renzi, soprannominati i «bisteccari», e Massone sarebbe stato il collegamento con la famiglia di Rignano sull'Arno: padre, zio e cognato dell'ex premier. Scrivono gli investigatori: «Risulta chiaramente uomo dei cosiddetti “fiorentini" i quali disporrebbero di un fondo con circa 15 milioni di euro da dover investire». I reati contestati a Massone e indicati nelle carte sono associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, ricorso abusivo al credito, utilizzo ed emissione di false fatture. Le fonti di prova contro di lui sono due intercettazioni effettuate con il trojan risalenti al 6 luglio e al 20 agosto 2018. La prima è una conversazione a cui partecipano Massone, il presunto boss Benincasa e l'imprenditore Paolo Menicucci (indagato con l'accusa di associazione per delinquere, per i pm era «incaricato dall'organizzazione di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento») che verte soprattutto sul reperimento del denaro necessario ad aggiudicarsi l'intera quota societaria della Sgt. Un'altra parte di denaro, per il 30 per cento delle quote, dovrà arrivare da Firenze. Benincasa domanda a Massone: «Da quale banca ce li mandano loro i soldi lunedì?». Menicucci suggerisce: «Lui deve vedere se ha... Daniele se ha l'Intesa...». Chi è Daniele? Non è specificato. Si sa solo che i «fiorentini» volevano metterlo a capo della Sgt. In quello stesso periodo, proprio tra marzo e giugno 2018 Tiziano Renzi & c. avevano affidato il presunto salvataggio della coop Marmodiv (per il cui fallimento sono indagati papà e mamma Renzi e Massone) al torinese Daniele Goglio, pure lui indagato per il crac della coop e già coinvolto in un processo di 'ndrangheta a Torino. Era lui che doveva mandare i soldi per conto dei «bisteccari»?
La Procura di Firenze nell'inchiesta per il crac della Marmodiv ha contestato a Goglio la distrazione di 278.000 euro incassati da due banche per anticipo fatture, «somma che destinava alla Postal global service, società a lui riferibile». Nelle intercettazioni i presunti 'ndranghetisti sostengono che «Daniele esiste solo perché Massone vuole prendere i soldi da Daniele oltre che prenderli dall'entourage...».
Riprendiamo a leggere la conversazione del 6 luglio. Benincasa, Menicucci e Massone stanno discutendo di un bonifico di 320.000 euro destinato alla Sgt e sembrano preoccupati che l'amministratore delegato, Sebastiano Torcellan, possa sparire con i soldi. L'ex socio di babbo Renzi usa un linguaggio adatto al consesso: «Ma no ragazzi... ma poi deve scappare. Pino scusa se ti frega 300.000 euro lunedì parti di qua con una mazza da baseball nuova nuova appena comprata».
Replica il boss: «Tra mezz'ora c'hanno già le persone che lo prelevano me lo faccio portare qua». Menicucci: «Bravo, quel posto a Brancaleone famoso ti ricordi... lì ce lo facciamo portare... ci facciamo trovare lì noi tre seduti che fumiamo così... Sebastiano quale novità... pum no niente tanto è già morto... tanto già il dolore...».
I tre riprendono a parlare di affari, in particolare dell'«acquisizione da parte della Biemme Srl (riconducibile a Benincasa, ndr) dell'intera quota societaria della Sgt». Per gli investigatori, Massone, «al fine di giustificare la sua presenza in seno alla Biemme Srl avrebbe chiesto che gli fosse assegnata una falsa consulenza (…) asserendo altresì che lui lavora così anche con altre aziende». Ecco le sue vive parole: «Io questo week end ti mando una email con una consulenza finta... da 500 euro al mese... in modo tale che il titolo della consulenza e valorizzazione e partecipazione della Biemme e Sgt (…) io ce l'ho con tutti... io ce l'ho con Postalcoop, con Postalcoop (global, ndr) service, con Marmodiv, con Eventi6». Eventi 6 è l'azienda di marketing pubblicitario della famiglia Renzi.
Il 20 agosto c'è un'altra intercettazione giudicata significativa dagli inquirenti. Benincasa è in riunione con parte dei soci della Sgt. Parlano del ruolo dei «fiorentini» nel salvataggio della Sgt. Per Menicucci «i bisteccari non sono in grado». Tale Massimo D'Innocenti chiede: «Il ruolo dei bisteccari qual è?». Un certo Andrea commenta: «Nessun inc di inculare i soldi a questo fondo (…) Loro c'hanno 'sto fondo con 15 milioni di euro e li devono leva'». Conclude Menicucci: «Glieli levano e te ne danno 3 alla Sgt tra quote e tutto, c'è chi gliela deve gestire... perché sennò... e loro si sono presi 3 milioni di euro...».
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Dalle carte dell'infiltrazione mafiosa in Umbria emerge che i vertici della mala «avrebbero incontrato più volte» il babbo e il cognato dell'ex premier, Andrea Conticini. Sul piatto, la richiesta di liquidità per investire in società in difficoltà.L'ex socio di Tiziano Renzi, Mariano Massone, intercettato, spiega che fine fa chi sottrae denaro: «Si prende la mazza da baseball nuova nuova...».Lo speciale contiene due articoliQuattro giorni fa, su ordine dei magistrati antimafia di Catanzaro e di Reggio Calabria, sono state arrestate 27 persone accusate di aver infiltrato il tessuto economico e finanziario in Umbria per conto della 'ndrangheta. Al vertice del gruppo, c'erano Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa, presunti boss, che dalle intercettazioni risultano aver parlato di affari con i parenti di Matteo Renzi, in particolare con il cognato Andrea Conticini. È il proconsole (per l'accusa) delle 'ndrine in Umbria, Pino Benincasa, a parlarne al telefono con un avvocato romano con studio a Perugia, tale Domenico Accica. Pino, incurante che gli investigatori stessero seguendo ogni suo passo e registrando ogni sua chiamata, dice subito: «...cioè adesso i soldi non è che mi servono, me ne servono di più... sia i soldi che le banche. Anche perché sto andando a fare una bella operazione in Serbia... dovrei partire in questi giorni...». L'avvocato s'incuriosisce: «...che fai in Serbia?». E Pino: «…per fare una bella... eh... questa è una bella operazione. C'è di mezzo... il papà e lo zio (sorride)... Siamo stati contattati... abbiamo conosciuto... 'sti cristiani che... il papà di Renzi... con… con il cognato... e lo zio. Sono...sono già tre o quattro volte che ci incontrano». Ma che interessi possono accomunare i parenti del Bullo e dei personaggi che nelle carte dell'Antimafia vengono descritti come degli 'ndranghetisti? Pino spiega: «Intanto devono mettere... gli facciamo prendere il 30 per cento della Sgt... della nuova cosa... noi praticamente non tiriamo fuori una lira per pagare l'asta...». L'avvocato sembra aver capito al volo: «Bene... lo pagano loro... Chiaro». E mentre Pino continua a spiegare, sostenendo che «loro hanno bisogno di…». L'avvocato lo anticipa: «...di investire!». Tutto ruoterebbe attorno ai dipendenti delle coop.Pino: «...di questi 3.000 dipendenti che ci stanno, no! Perché ci stanno 3.000 dipendenti alla fine... cioè sono 168 dipendenti, però...». E Accica lo anticipa ancora: «3.000 con il discorso delle società collegate... chiaro...». Pino riprende: «delle cooperative eccetera... Loro hanno bisogno di queste cooperative... di questi dipendenti... di queste cose…». Accica commenta: «...sicuramente se investono c'hanno le loro buone ragioni...». Ma al calabrese interessa la liquidità: «Eh... i soldi ce li hanno... tant'è vero che prima Paolo mi diceva che l'ultimo contatto è stato stamattina e chiedono appunto di incontrarci prima di venerdì... perché noi gli abbiamo detto una cosa... se avete voglia di chiudere...bene, sennò noi chiudiamo con un altro perché dobbiamo pagare il fallimento». Sì, quei soldi, a leggere le carte dell'inchiesta, sarebbero serviti a Benincasa e company a riprendere in mano una società che gli stava a cuore, la So.ge.tras S.p.a., con sede in Largo Augusto 7 a Milano e uffici in via Ponchielli a Corciano di Perugia. Una società di trasporto posta e valori per conto terzi con un milione di capitale sociale, dichiarata fallita il 14 dicembre 2017. L'azienda che interessava ai presunti malavitosi era amministrata da un certo Massimo Gabriele Caruso (condannato lo scorso anno in un processo per bancarotta fraudolenta, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e omesso versamento dell'Iva) ed era controllata al cento per cento dal Sogegroup (amministrato dallo stesso Caruso). Anche Caruso viene intercettato con Benincasa che, tramite la sua ditta di autotrasporti Prima pietra, ha un contratto di lavoro con la Sogetras. Benincasa propone a Caruso di cedere 100.000 euro di azioni alla «BM», una srl che è sotto il suo controllo. Ma gli chiede anche un falso contratto retrodatato e una lettera di rescissione, per «provare», sottolineano gli investigatori, «l'ingiusto danno nei suoi confronti determinato dal sequestro patrimoniale operato dall'autorità giudiziaria perugina», che aveva messo i sigilli a Prima pietra. Il Paolo di cui parla a telefono Benincasa, invece, è Menicucci, un perugino che era diventato il braccio destro del presunto boss. E che insieme a lui e a Profiti, a leggere le accuse, «risulta impegnato in una attività di riciclaggio dei proventi indebitamente acquisiti, tramite l'acquisizione di aziende in fallimento, nel traffico dei rifiuti». E siccome Menicucci è stato incaricato dall'organizzazione «di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento per il reinvestimento del denaro fraudolentemente acquisito», è lui il tramite con i Renzi. Ed è a Menicucci che Benincasa dice che «la strada da perseguire è quella di stringere con Conticini, visto che questi a Paolo gli hanno pure telefonato più volte». Alla fine, quindi, lo sollecita a prendere contatti con la società Conticini. E gli dice di «contattarli per comunicare il piacere di averli dentro in società». Poi gli suggerisce di «far trasparire nel dialogo che ci sono anche altri e che ci sono tempi brevi. È un azzardo perché potrebbero anche scappare». Il boss, insomma, sostiene che a loro farebbe piacere averli come soci. E i magistrati annotano che «la società Conticini è riferibile all'imprenditore Andrea Conticini, titolare, unitamente alla moglie Matilde Renzi (quest'ultima sorella del noto politico Matteo Renzi) della società Marc consulting con sede a Castelfranco di Sotto (Pisa)». Conticini è da tempo il braccio destro di babbo Renzi negli affari di famiglia, a partire da quelli della Eventi 6. 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Massone tra il 2014 e il 2016 è finito sotto indagine insieme con Renzi senior anche a Genova per il crac della Chil post Srl. Nella scheda investigativa allegata alla richiesta di arresto dei pm calabresi nei confronti di diversi mafiosi (ma non di Massone) si legge: «Mantiene diretti contatti con i vertici dell'organizzazione Pasquale Nicola Profiti e Giuseppe Benincasa in ordine al reperimento di somme finanziarie da investire commercialmente con l'acquisizione anche di aziende in fallimento, tra cui la So.ge.tras Spa (da questo momento Sgt, ndr) di Milano». Una ditta andata a gambe all'aria nel dicembre del 2017. Un po' di soldi sarebbero dovuti arrivare proprio dai parenti di Matteo Renzi, soprannominati i «bisteccari», e Massone sarebbe stato il collegamento con la famiglia di Rignano sull'Arno: padre, zio e cognato dell'ex premier. Scrivono gli investigatori: «Risulta chiaramente uomo dei cosiddetti “fiorentini" i quali disporrebbero di un fondo con circa 15 milioni di euro da dover investire». I reati contestati a Massone e indicati nelle carte sono associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, ricorso abusivo al credito, utilizzo ed emissione di false fatture. Le fonti di prova contro di lui sono due intercettazioni effettuate con il trojan risalenti al 6 luglio e al 20 agosto 2018. La prima è una conversazione a cui partecipano Massone, il presunto boss Benincasa e l'imprenditore Paolo Menicucci (indagato con l'accusa di associazione per delinquere, per i pm era «incaricato dall'organizzazione di gestire l'acquisizione di importanti società in fallimento») che verte soprattutto sul reperimento del denaro necessario ad aggiudicarsi l'intera quota societaria della Sgt. Un'altra parte di denaro, per il 30 per cento delle quote, dovrà arrivare da Firenze. Benincasa domanda a Massone: «Da quale banca ce li mandano loro i soldi lunedì?». Menicucci suggerisce: «Lui deve vedere se ha... Daniele se ha l'Intesa...». Chi è Daniele? Non è specificato. Si sa solo che i «fiorentini» volevano metterlo a capo della Sgt. In quello stesso periodo, proprio tra marzo e giugno 2018 Tiziano Renzi & c. avevano affidato il presunto salvataggio della coop Marmodiv (per il cui fallimento sono indagati papà e mamma Renzi e Massone) al torinese Daniele Goglio, pure lui indagato per il crac della coop e già coinvolto in un processo di 'ndrangheta a Torino. Era lui che doveva mandare i soldi per conto dei «bisteccari»? La Procura di Firenze nell'inchiesta per il crac della Marmodiv ha contestato a Goglio la distrazione di 278.000 euro incassati da due banche per anticipo fatture, «somma che destinava alla Postal global service, società a lui riferibile». Nelle intercettazioni i presunti 'ndranghetisti sostengono che «Daniele esiste solo perché Massone vuole prendere i soldi da Daniele oltre che prenderli dall'entourage...». Riprendiamo a leggere la conversazione del 6 luglio. Benincasa, Menicucci e Massone stanno discutendo di un bonifico di 320.000 euro destinato alla Sgt e sembrano preoccupati che l'amministratore delegato, Sebastiano Torcellan, possa sparire con i soldi. L'ex socio di babbo Renzi usa un linguaggio adatto al consesso: «Ma no ragazzi... ma poi deve scappare. Pino scusa se ti frega 300.000 euro lunedì parti di qua con una mazza da baseball nuova nuova appena comprata». Replica il boss: «Tra mezz'ora c'hanno già le persone che lo prelevano me lo faccio portare qua». Menicucci: «Bravo, quel posto a Brancaleone famoso ti ricordi... lì ce lo facciamo portare... ci facciamo trovare lì noi tre seduti che fumiamo così... Sebastiano quale novità... pum no niente tanto è già morto... tanto già il dolore...». I tre riprendono a parlare di affari, in particolare dell'«acquisizione da parte della Biemme Srl (riconducibile a Benincasa, ndr) dell'intera quota societaria della Sgt». Per gli investigatori, Massone, «al fine di giustificare la sua presenza in seno alla Biemme Srl avrebbe chiesto che gli fosse assegnata una falsa consulenza (…) asserendo altresì che lui lavora così anche con altre aziende». Ecco le sue vive parole: «Io questo week end ti mando una email con una consulenza finta... da 500 euro al mese... in modo tale che il titolo della consulenza e valorizzazione e partecipazione della Biemme e Sgt (…) io ce l'ho con tutti... io ce l'ho con Postalcoop, con Postalcoop (global, ndr) service, con Marmodiv, con Eventi6». Eventi 6 è l'azienda di marketing pubblicitario della famiglia Renzi. Il 20 agosto c'è un'altra intercettazione giudicata significativa dagli inquirenti. Benincasa è in riunione con parte dei soci della Sgt. Parlano del ruolo dei «fiorentini» nel salvataggio della Sgt. Per Menicucci «i bisteccari non sono in grado». Tale Massimo D'Innocenti chiede: «Il ruolo dei bisteccari qual è?». Un certo Andrea commenta: «Nessun inc di inculare i soldi a questo fondo (…) Loro c'hanno 'sto fondo con 15 milioni di euro e li devono leva'». Conclude Menicucci: «Glieli levano e te ne danno 3 alla Sgt tra quote e tutto, c'è chi gliela deve gestire... perché sennò... e loro si sono presi 3 milioni di euro...».
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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