Il 97 per cento dei prestiti ai partiti non è ritornato nelle casse di Mps

una domanda tanto semplice quanto esplosiva. Quanti soldi sono stati prestati a partiti, fondazioni, esponenti politici, loro parenti o affini? La risposta a sua volta è stata così pronta da immaginare che fosse preparata e già cotta per essere sfornata in occasione dell'evento di bilancio. Al 31 dicembre 2017, il gruppo Mps «vantava crediti nei confronti di 13 partiti politici per complessivi 10 milioni di euro, di cui 9,7 milioni non performing», il che significa deteriorati o marci. Le cosiddette sofferenze. Se non fosse sufficiente il gruppo ha aggiunto di contare, «crediti per complessivi 67 milioni di cui 61 performing» - ovvero in linea con le promesse - nei confronti di «persone fisiche che occupano o che hanno occupato importanti cariche pubbliche come pure i loro familiari diretti o coloro con i quali tali persone intrattengono notoriamente stretti legami». Dei 9,7 milioni di crediti marci con i partiti, 8,2 sono già stati ceduti a terzi nell'operazione di cessione e cartolarizzazione di crediti in sofferenza. Quindi Mps sa che non saranno mai stati restituiti. «A pensar male si fa peccato, ma non si sbaglia mai», diceva spesso Giulio Andreotti. E forse è così anche per i vertici di Mps che sembrano volersi togliere un sasso dalle scarpe dopo mesi di trincea tra commissione d'inchiesta sulle banche e pressioni del Tesoro, cominciate nel settembre del 2016 ai tempi del fallito aumento di capitale. Il dato è ghiotto e merita di essere diffuso. Spiega inoltre tante dinamiche che hanno puntellato gli ultimi anni del declino senese. A metà agosto del 2017, quando il Tesoro deteneva il 52% della banca, i crediti a rischio erano 61 miliardi. Ad allarmare i contribuenti italiani, visto che il salvataggio è avvenuto con i loro soldi, era il numero delle grandi esposizioni. Undici gruppi da soli pesavano per oltre 58 miliardi di euro. Il Parlamento l'anno precedente si rifiutò di diffondere l'elenco delle grandi aziende indebitate con Mps.
Con la nazionalizzazione la situazione sarebbe dovuta cambiare. «Forse la politica», scrivemmo allora, «dovrebbe interrogarsi su questi grandi debitori, perché se fino a oggi quasi tutti i partiti hanno invocato la stabilità del Paese, da domani bisognerebbe risolvere la questione di chi la stabilità la mette in crisi». Eppure da lì a poco a rafforzare la tesi del Parlamento è arrivato il Tar che secreta i nomi di chi ha affossato le banche. Per i giudici «gli atti di vigilanza devono restare coperti». Torniamo a ribadire che al 70% (la quota di azioni in mano al Tesoro) i crediti della banca verso i partiti sono anche nostri. D'altro canto non si può non notare che ora che Mps ha diffuso il dato delle sofferenze di politici e partiti tutto quadra. Perché la realtà insegna che gli interessi di bottega sono sempre più importanti di quelli di sistema. In molti hanno immaginato che la politica volesse difendere quella manciata di aziende con collegamenti e amicizie trasversali invece c'è qualcosa di più semplice: i debiti personali. Pochi milioni a fronte di un'enorme massa di sofferenze generata dal Monte dei Paschi, eppure sono stati gli spicci quelli decisivi per cambiare la vita di migliaia di sbancati. Tredici partiti sono tanti, quasi tutti verrebbe da dire, e allora si capisce anche perché la commissione d'inchiesta presieduta da Pier Ferdinando Casini (storico amico di Giuseppe Mussari) si sia chiusa con una sorta di patto del Nazareno allargato.
La relazione finale dei lavori è quella proposta dal Pd. E a far passare il documento lo scorso 31 gennaio è stata l'assenza mirata di alcuni senatori. Il testo chiedeva più poteri a Bankitalia e Consob ma non ha punito nessuno. Tanto meno Maria Elena Boschi per interferenze. Il documento è stato vagliato da tutti i membri poi si è passati ad alzare le palette per i singoli lavori conclusivi. Il partito di governo aveva dalla sua soltanto 19 voti su 40. Un parlamentare Pd era infatti assente per motivi di salute. I numeri per mandare in minoranza i dem erano serviti su un piatto d'argento. Invece al voto non si sono presentati tre senatori di Forza Italia: Remigio Ceroni, Antonio D'Alì e Sandra Savino. Se non bastasse poco prima di esprimere il parere aveva lasciato l'aula della commissione anche Paola De Pin, anch'essa senatrice ex 5 stelle e poi Gal, dunque riconducibile alla sfera di Forza Italia. Unico altro assente un rappresentante dell'Italia dei Valori. Ripetiamo a parlar male si fa peccato, ma non si sbaglia mai. È difficile immaginare che i partiti volessero decidere di affondare il bisturi nel corpo delle banche - e soprattutto di Mps che è l'emblema (con le venete) delle sofferenze italiane - per estrarre l'organo che loro stessi avevano infettato. Poco importa che siano solo milioni su miliardi di sofferenze. Conta l'autogol che i partiti si sarebbero procurato. Perché la realtà è sempre più meschina di come noi la immaginiamo. Restano due domande. La prima è: perché la rivelazione. Forse sta veramente arrivando un azionista privato che vuole prendersi l'istituto entro il 2020? La seconda è: adesso che Morelli ha lanciato il sasso nello stagno potrebbe anche fare i nomi dei partiti e possibilmente dei politici che si sono tenuti i sei milioni in fidi. È una violazione della privacy? Più pubblico di un partito e di un suo esponente non c'è nulla.





