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2026-01-14
Trentini e Burlò riabbracciano l’Italia. «Caracas campo di concentramento»
Alberto Trentini e Mario Burlò (Ansa)
Il cooperante italiano e la famiglia, tramite una dichiarazione letta dall’avvocato, Alessandra Ballerini, hanno fatto sapere di essere «felicissimi», ma quella loro «felicità ha un prezzo altissimo», dato che «non si possono cancellare le sofferenze e questi interminabili 423 giorni». E il pensiero, inevitabilmente, «va a tutte le persone ancora detenute e alle loro famiglie. La solidarietà dentro e fuori dal carcere è stata la nostra salvezza».
A sottolineare lo spirito di solidarietà tra tutti i sequestrati è stato anche Burlò. Che ha raccontato lo strazio vissuto in oltre un anno di detenzione: «Le condizioni di El Rodeo I sono terrificanti», con la cella che è «tre metri e mezzo per due con una latrina centrale, un tubo dove lavarsi con l’acqua e nient'altro. Dove c’è la latrina, a mezzo metro mangi». L’imprenditore ha spiegato che per lui e Trentini, con cui ha condiviso la cella, quella non era una prigione ma «un campo di concentramento» visto che uscivano «con la maschera come a Guantanamo e con le manette». Ha poi confermato di non aver subito «violenze fisiche», ma il «non poter parlare con i figli, senza il diritto di difesa, senza poter parlare con un avvocato» è già di per sé «una tortura». Tra l’altro, ha dichiarato che «dormivano per terra con gli scarafaggi», con la paura che li avrebbero «ammazzati». Burlò, che ha detto di non aver mai saputo formalmente l’accusa, ha ricordato il momento dell’arresto: «Mi fermano, do il passaporto, guardano internet e mi dicono che sono un politico che vuole far saltare il governo». Diventa sempre più chiaro, anche secondo gli analisti, come la loro detenzione sia stata un doppio sequestro: è stata la ritorsione di Nicolás Maduro dopo il mancato riconoscimento italiano del suo regime. E pare che il dittatore, a ottobre, avesse chiesto all’esecutivo italiano di dissociarsi dalla linea dell’amministrazione americana sul dossier venezuelano, in cambio della liberazione di Trentini. Ricevuta la risposta negativa, ha bloccato il rilascio. Quel che è certo è che nei prossimi giorni Trentini e Burlò saranno ascoltati in procura a Roma.
La commozione del loro ritorno a casa ha avvolto il Senato: due applausi bipartisan hanno segnato l’informativa di Tajani sulla situazione in Venezuela. La liberazione è l’epilogo di «un lavoro durato mesi: lavoro silenzioso, costante, da parte del governo che ha consentito, dopo la rimozione di Maduro, di cogliere un obiettivo sentito fortemente dalla popolazione italiana». Ringraziando il personale diplomatico e non, il vicepremier ha ammesso: «Noi dobbiamo essere orgogliosi di come operano all’estero per tutelare in ogni circostanza l’interesse dei nostri cittadini». D’altronde anche lo stesso Burlò ha detto a Tajani: «che la vicinanza dello Stato gli aveva permesso di resistere meglio alle difficoltà che stava affrontando». Il riconoscimento del lavoro italiano arriva anche dalla Spagna: il leader del Partito popolare spagnolo, Alberto Núñez Feijóo, ha commentato: «Il premier italiano Giorgia Meloni ha accolto all’uscita dell’aereo i prigionieri politici incarcerati dal regime venezuelano. Lontani dalla dittatura, vicini a coloro che l’hanno subita. È così che si fa», mentre ha accusato il governo spagnolo di lavorare «fianco a fianco con i seguaci di Maduro». E con la caduta del dittatore venezuelano che «rappresenta un’occasione storica per il Venezuela e per tutta l’America Latina», Tajani ha illustrato che, una volta raggiunta la stabilità nel Paese, si potrà lavorare «per la crescita», con le imprese italiane che «potranno avere un ruolo di primo piano». Oltre all’energia, il ministro pensa «alla gestione delle risorse idriche e alle infrastrutture». Ha dunque annunciato di aver dato mandato «alla Cooperazione allo sviluppo, di avviare una serie di iniziative urgenti di collaborazione tecniche ed economiche a partire dal settore sanitario a favore della popolazione». L’Italia è pronta a collaborare in tal senso «anche con le organizzazioni della società civile attive nel Paese e con la chiesa locale».
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Sbarcati a Ciampino dopo 14 mesi nel carcere sudamericano. Gli analisti: «Doppio sequestro». Tajani: «Incontro toccante».Provati da oltre 400 giorni di carcere a Caracas, ma finalmente in Italia: Alberto Trentini e Mario Burlò sono atterrati all’aeroporto di Ciampino con un volo di Stato ieri mattina. Ad abbracciarli, non appena scesi dalle scalette dell’aereo, sono stati i loro cari: la madre del cooperante veneto, Armanda Colusso, e i figli dell’imprenditore torinese, Gianna e Corrado. A osservare la scena, dietro i vetri dell’aeroporto, come per non essere di troppo in quel momento tanto atteso dalle famiglie, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Il premier e il vicepremier, che ha definito il momento «toccante», hanno incontrato i due connazionali poco dopo: «Hai abbracciato mamma? È stata tanto in pensiero lo sai, vero?», ha detto Meloni rivolgendosi a Trentini. Il momento dei saluti istituzionali è stato breve: «Non vi voglio disturbare perché avete del tempo da recuperare», ha comunicato il presidente del Consiglio, prima di congedarsi.Il cooperante italiano e la famiglia, tramite una dichiarazione letta dall’avvocato, Alessandra Ballerini, hanno fatto sapere di essere «felicissimi», ma quella loro «felicità ha un prezzo altissimo», dato che «non si possono cancellare le sofferenze e questi interminabili 423 giorni». E il pensiero, inevitabilmente, «va a tutte le persone ancora detenute e alle loro famiglie. La solidarietà dentro e fuori dal carcere è stata la nostra salvezza».A sottolineare lo spirito di solidarietà tra tutti i sequestrati è stato anche Burlò. Che ha raccontato lo strazio vissuto in oltre un anno di detenzione: «Le condizioni di El Rodeo I sono terrificanti», con la cella che è «tre metri e mezzo per due con una latrina centrale, un tubo dove lavarsi con l’acqua e nient'altro. Dove c’è la latrina, a mezzo metro mangi». L’imprenditore ha spiegato che per lui e Trentini, con cui ha condiviso la cella, quella non era una prigione ma «un campo di concentramento» visto che uscivano «con la maschera come a Guantanamo e con le manette». Ha poi confermato di non aver subito «violenze fisiche», ma il «non poter parlare con i figli, senza il diritto di difesa, senza poter parlare con un avvocato» è già di per sé «una tortura». Tra l’altro, ha dichiarato che «dormivano per terra con gli scarafaggi», con la paura che li avrebbero «ammazzati». Burlò, che ha detto di non aver mai saputo formalmente l’accusa, ha ricordato il momento dell’arresto: «Mi fermano, do il passaporto, guardano internet e mi dicono che sono un politico che vuole far saltare il governo». Diventa sempre più chiaro, anche secondo gli analisti, come la loro detenzione sia stata un doppio sequestro: è stata la ritorsione di Nicolás Maduro dopo il mancato riconoscimento italiano del suo regime. E pare che il dittatore, a ottobre, avesse chiesto all’esecutivo italiano di dissociarsi dalla linea dell’amministrazione americana sul dossier venezuelano, in cambio della liberazione di Trentini. Ricevuta la risposta negativa, ha bloccato il rilascio. Quel che è certo è che nei prossimi giorni Trentini e Burlò saranno ascoltati in procura a Roma. La commozione del loro ritorno a casa ha avvolto il Senato: due applausi bipartisan hanno segnato l’informativa di Tajani sulla situazione in Venezuela. La liberazione è l’epilogo di «un lavoro durato mesi: lavoro silenzioso, costante, da parte del governo che ha consentito, dopo la rimozione di Maduro, di cogliere un obiettivo sentito fortemente dalla popolazione italiana». Ringraziando il personale diplomatico e non, il vicepremier ha ammesso: «Noi dobbiamo essere orgogliosi di come operano all’estero per tutelare in ogni circostanza l’interesse dei nostri cittadini». D’altronde anche lo stesso Burlò ha detto a Tajani: «che la vicinanza dello Stato gli aveva permesso di resistere meglio alle difficoltà che stava affrontando». Il riconoscimento del lavoro italiano arriva anche dalla Spagna: il leader del Partito popolare spagnolo, Alberto Núñez Feijóo, ha commentato: «Il premier italiano Giorgia Meloni ha accolto all’uscita dell’aereo i prigionieri politici incarcerati dal regime venezuelano. Lontani dalla dittatura, vicini a coloro che l’hanno subita. È così che si fa», mentre ha accusato il governo spagnolo di lavorare «fianco a fianco con i seguaci di Maduro». E con la caduta del dittatore venezuelano che «rappresenta un’occasione storica per il Venezuela e per tutta l’America Latina», Tajani ha illustrato che, una volta raggiunta la stabilità nel Paese, si potrà lavorare «per la crescita», con le imprese italiane che «potranno avere un ruolo di primo piano». Oltre all’energia, il ministro pensa «alla gestione delle risorse idriche e alle infrastrutture». Ha dunque annunciato di aver dato mandato «alla Cooperazione allo sviluppo, di avviare una serie di iniziative urgenti di collaborazione tecniche ed economiche a partire dal settore sanitario a favore della popolazione». L’Italia è pronta a collaborare in tal senso «anche con le organizzazioni della società civile attive nel Paese e con la chiesa locale».
Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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