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Rodolfo Fiesoli (Ansa)
La dinamica presenta notevoli somiglianze: l’ideatore del Forteto, Rodolfo Fiesoli, dopo una prima condanna nel 1985 per abusi sui minori, continuò ad agire indisturbato e a molestare fino al 2010. E come il miliardario americano, era coperto da una vasta rete di potenti.
Se si osserva con attenzione, si nota che il mostruoso caso di Jeffrey Epstein presenta notevoli somiglianze con una storia italiana altrettanto e forse per certi versi persino più spaventosa. È la vicenda del Forteto, la comunità di Vicchio, in provincia di Firenze, in cui venivano inviati minorenni tolti alle famiglie o problematici che invece di essere seguiti e curati venivano vessati e abusati. Tre sentenze in momenti diversi hanno dimostrato che il Forteto non era una comunità e nemmeno una struttura protetta, non lo era per la verità nemmeno formalmente.
Era ufficialmente una cooperativa che ospitava famiglie che si rendevano disponibili per l’affidamento di bambini, anche se poi spesso non si trattava di veri nuclei, bensì di quelle che venivano chiamate «famiglie funzionali», ovvero «nuove famiglie» che nella mente malata dei fondatori della comunità avrebbero dovuto sostituire la famiglia naturale. Soprattutto, però, il Forteto era una setta in cui si commettevano abusi con regolarità. Di più: vessazioni e atti di libidine erano la norma. Proprio come Epstein, il fondatore della cooperativa Rodolfo Fiesoli aveva una fittissima rete di contatti nel sistema di potere locale e nazionale. Conosceva e invitava politici (soprattutto progressisti), ospitava giornalisti e magistrati, era perfettamente inserito negli ambienti che contano, e questi ultimi ricambiavano l’attenzione trattandolo come un guru, un esempio da seguire. Proprio come Epstein, Fiesoli nascondeva la propria faccia oscura alla luce del sole: aveva fondato il Forteto nel 1977 e nel 1985 gli era arrivata una prima e pesante condanna per gli abusi sui minorenni. Eppure fino almeno al 2010 ha continuato ad agire indisturbato, ha goduto dei favori di intellettuali e amministratori, e ha continuato a maltrattare e molestare minorenni, esattamente come faceva - dopo una prima condanna - il faccendiere americano. Se ne deduce che a ogni latitudine il potere nascosto agisce sempre allo stesso modo: ha gli stessi vizi, commette gli stessi feroci peccati, gode delle medesime reti di protezione e si sente al riparo dal giudizio di Dio e degli uomini. Su queste similitudini si dovrebbe riflettere a lungo, e un supplemento di riflessione merita di essere fatto sul caso italiano, su cui è stata fatta giustizia soltanto a metà. Come abbiamo raccontato ieri, alcune vittime di Fiesoli hanno ricevuto o devono ricevere cospicui risarcimenti. A differenza di Epstein, il fondatore del Forteto non è morto in carcere in circostanze molto sospette, ma ha concluso la sua esistenza fuori dalla galera, tanto che chi scrive pubblicò - poco prima che morisse - foto che lo ritraevano in un bar intento ad avvicinare dei ragazzini. Se però Fiesoli è stato per lo meno condannato, nessuna punizione è arrivata per la totalità dei potenti che lo hanno favorito, a partire dai magistrati. Vengono i brividi quando si approfondiscono i rapporti che egli intratteneva con giudici e procuratori del Tribunale dei minori di Firenze. Gian Paolo Meucci, uno dei padri fondatori del diritto minorile italiano, monumento del tribunale fiorentino, se ne andava serenamente in giro a dire che la condanna a due anni che Fiesoli si prese nel 1985 era stata una sentenza politica. E i suoi colleghi sottoscrivevano le sue affermazioni. Già questo è curioso: quando serve, si può dire che le sentenze politiche esistono. Fiesoli era appena stato ritenuto colpevole di atti di libidine violenta quando Meucci affidò al Forteto un bambino down a esclusivo scopo dimostrativo: voleva rendere chiaro a tutti che per lui Fiesoli era puro come un giglio. Errore clamoroso se mai ve ne fu uno.
Meucci passò a miglior vita nel 1985, ma negli anni successivi altri suoi colleghi mantennero comportamenti che hanno dell’incredibile. Prendiamo Andrea Sodi, ex figura di spicco del Tribunale per i minorenni di Firenze. Egli frequentava regolarmente Fiesoli, lo fece fino alla fine, pure quando Fiesoli si trovava (finalmente) ai domiciliari con una condanna a 15 anni per gli abusi. Sodi trascorse giorni di vacanza con Fiesoli, faceva la spesa al Forteto, vi andava a cena. A un certo punto emerse addirittura che il figlio di Sodi, tecnico informatico, aveva lavorato per Fiesoli nella cooperativa assieme al figlio di un altro magistrato, Fabio Massimo Drago. Ma i giudici che passavano per la struttura toscana erano parecchi, e mentre loro compravano il formaggio e cenavano in allegria, chiudevano gli occhi sui bambini abusati. È davvero possibile che nessuno di loro abbia mai pagato?
Sappiamo che il Consiglio superiore della magistratura si è più volte occupato di questi giudici, l’ultima volta nel 2019. L’organo di disciplina dei magistrati ha in effetti usato toni piuttosto duri nei riguardi di quanti hanno avuto legami con Fiesoli, e ha certificato l’esistenza di un sistema terrificante. «Certamente le decisioni di affido che si susseguirono e che sembra furono fortemente influenzate dalla fiducia che i dirigenti dell’ufficio riponevano nella struttura e nei suoi responsabili danno adito a molte perplessità», si legge nella delibera del Csm del 2019. Il consiglio dice chiaramente che i giudici avrebbero dovuto farsi venire dei sospetti sul Forteto, e condividerli fra loro, anche perché c’erano state condanne contro Fiesoli nel 1985 e poi nel 2000 da parte della Corte Ue. «Le decisioni assunte dall’autorità giudiziaria in sede penale, prima, e in sede sovranazionale in ambito di tutela dei diritti umani avrebbero ragionevolmente dovuto indurre i dirigenti dell’Ufficio a condividere con gli altri giudici le informazioni in loro possesso, ad assumere con grande prudenza le decisioni di utilizzare ancora la struttura come luogo sicuro ove collocare dei minori e, comunque, a monitorarle attentamente pur attraverso i servizi sociali affidatari anche perché era noto che in alcuni casi gli affidamenti disposti per il tramite dei servizi si traducevano in collocamenti presso le cosiddette famiglie funzionali, ossia famiglie create appositamente, senza che tra i due coniugi vi fosse un reale legame affettivo», si legge ancora nella delibera. «Del resto anche l’attività di vigilanza che sulla struttura del Forteto doveva essere esercitata da parte della Procura minorile di Firenze fu del tutto carente o esercitata in modo del tutto improprio (si pensi a quanto emerge dalla sentenza di primo grado in ordine al rapporto sistematico che il dott. Andrea Sodi, sostituto procuratore minorile, intratteneva con la struttura in virtù di un legame di amicizia con i responsabili della stessa, ove faceva la spesa e spesso si tratteneva a cena). Tanto meno vennero attivate, anche dalle altre Istituzioni competenti che si susseguirono nel tempo, iniziative ispettive o disciplinari».
Il Csm fa notare poi che i giudici fiorentini come Francesco Scarcella, Piero Tony. Gianfranco Casciano e Andrea Sodi erano «dirigenti piuttosto autorevoli e comunque accentratori, che, sia pure in diversi momenti o con diversi modi, avevano tutti maturato una convinzione positiva (o un pregiudizio positivo) sull’operato del Forteto e del Fiesoli; convenzione che di fatto aveva finito per condizionare gli altri giudici». Insomma, il quadro tracciato dall’organo di disciplina dei magistrati è devastante. Ebbene, sapete come si sono concluse le pratiche aperte presso il Csm? Facile: con l’archiviazione. E così è finita la storia del rapporto fra il Forteto e i magistrati: questi ultimi hanno commesso gravi errori, hanno contribuito a dare mano libera all’abusatore di bambini, ma non hanno avuto alcuna sanzione. Così funziona la giustizia da queste parti.
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Hillary e Bill Clinton (Ansa)
- Al contrario di Hillary, Bill non può provare a negare di aver conosciuto il pedofilo: allora la butta sulla «breve frequentazione» interrotta non appena appreso dei crimini (di cui non aveva visto nulla...). Tutto poco credibile.
- Teodorani voleva presentargli Pilar Fogliati. L’attrice, che era a Sanremo, compare nei messaggi tra il nipote di Agnelli e il magnate.
Lo speciale contiene due articoli.
Durante l’audizione di giovedì al Congresso, Hillary Clinton ha dichiarato di non avere mai incontrato Jeffrey Epstein. Se è vero che la miglior difesa è l’attacco, l’ex segretaria di Stato e first lady americana ha invitato i rappresentanti a indagare su Donald Trump, chiamandolo a testimoniare sotto giuramento. «Non sono mai salita sul suo aereo, né ho mai messo piede nella sua casa», ha affermato. «Come qualsiasi persona normale, sono inorridita dai suoi crimini». Crimini di cui, giura, non sapeva niente. Di fronte a tante dichiarazioni e tanta sicurezza, dopo la lunga sessione con i deputati un giornalista le ha chiesto come mai nel 2010, due anni dopo la prima condanna di Epstein, al matrimonio della figlia Chelsea Clinton fosse presente Ghislaine Maxwell, l’ex compagna e principale complice del pedofilo, condannata nel 2022 a scontare 20 anni di carcere. E la risposta ha un che di deludente: «Era presente in quanto “più uno” di qualcun altro che era invitato».
Premio creatività: zero. I media statunitensi hanno raccontato, nei giorni precedenti alla convocazione, di ore e ore spese dai coniugi Clinton, in parte separati e in parte insieme, per prepararsi alle dure domande dei deputati americani. E il massimo che sono riusciti a partorire, per una foto che accende sospetti oltremodo legittimi, è la scusa secondo cui la Maxwell fosse presente alle nozze come accompagnatrice di un altro invitato? Come se al matrimonio della figlia di un ex presidente degli Stati Uniti la lista dei presenti non fosse meticolosamente controllata, vagliata, approvata? Sarebbe una scusa ridicola in ogni caso, ma qui emerge con squisita evidenza l’opinione che l’élite liberal ha di noi: ci pensano stupidi.
Che Hillary non conoscesse Epstein, d’altra parte, è già di per sé poco credibile. In un’email del 2012 tra il faccendiere e Nina Keita, nipote del presidente ivoriano Alessane Outtara, emerge che il primo chiese di spostare l’appuntamento programmato con Outtara proprio per non incrociare la Clinton in viaggio, quegli stessi giorni, in Costa D’Avorio. «Immagino tu la conosca molto bene», scrive la donna. Epstein non smentisce e risponde: «Non voglio esser lì lo stesso giorno di Hillary». Nel 2013 Olivier Colom, ex consigliere di Nicolas Sarkozy all’Eliseo (2007-2012) e poi consulente internazionale per la banca Edmond de Rothschild, chiede al finanziere di organizzare un incontro segreto a New York tra Hillary Clinton e Sarkozy. Epstein non nega di conoscerla ma replica: «Gli incontri con Hillary non è facile che siano discreti. Quando?». Nel 2011, un dipendente della Bill & Melinda Gates Foundation gli scrive: «Hillary Clinton è molto più carina di persona». Epstein, che collezionava amicizie coi potenti, non fa cenno di essere interessato.
Ancora, nel 2013, Epstein viene invitato a un evento al Moma cui partecipa «l’ex segretario di Stato Hillary Rodham Clinton», ma la segretaria risponde che «Jeffrey è fuori città». Stesso copione nel 2014, questa volta a un evento all’Harvard Club, ma Epstein ancora declina l’invito. L’anno successivo, l’attuale segretario al Commercio Howard Lutnick, sodale di Trump con un passato da democratico, lo invita a una raccolta fondi «molto intima» con Hillary. Insomma, Jeffrey Epstein interloquiva con tutto l’universo mondo delle élite globali, in passato frequentava regolarmente suo marito, ma non ha mai incontrato Hillary Clinton né era interessato a farlo? Non sembra verosimile.
Tutte questi inviti, tutte queste email, comunque, risalgono a dopo la condanna di Epstein del 2008. Così come lo scambio del 2018 (un anno prima dell’arresto) tra il faccendiere e Kathy Ruemmler, ex consigliera di Barack Obama appena dimessasi dal ruolo di responsabile legale di Goldman Sachs: «Pensi che a Bill Clinton piacerebbe unirsi a te, me, Ehud (Barak, ex primo ministro israeliano, ndr) e Steve (probabilmente Bannon, ndr)? Potrebbe essere molto divertente, tutto lontano dei riflettori», chiede Epstein. Ruemmler (che conosceva bene i Clinton) risponde con ironia, sostenendo che Bill sarebbe stato tentato ma il legale glielo avrebbe impedito: «Anche se gli piacerebbe, il suo avvocato gli consiglierebbe di non farlo», sono le parole precise. Un’altra mail a Epstein del 2009, più datata ma successiva alla sua prima condanna, recita: «Sono appena uscita da casa di Ghislaine... dopo la festa per il film. C’erano Bill Clinton e Jeff Bezos... Jean Pigozzi, la regista Mira Nair... ecc.». Il mittente è Peggy Siegal, addetta stampa e organizzatrice di eventi che collaborava con il faccendiere. Frequentare Epstein o frequentare la Maxwell, in termini di indignazione per i loro crimini, non faceva alcuna differenza: l’unica vera differenza è che, grazie all’accordo di non perseguimento raggiunto da Epstein a livello federale nel 2008, sulla compagna e complice non gravava alcuna indagine, ma il suo ruolo come principale reclutatrice di ragazze era ben noto. Tant’è vero che, nel 2022, è stata pesantemente condannata.
Quindi Bill Clinton, audito ieri dal Congresso, nel 2009 era a una festa con Maxwell. «So quello che ho fatto e ancora più importante quello che non ho fatto. So quello che ho visto e ancora più importante quello che non ho visto», ha dichiarato ai deputati l’ex presidente. «Non ho visto nulla e non ho commesso nulla di male», ha spiegato: «Non avevo idea dei suoi crimini». Eppure, nel 2009 un’idea ce la doveva avere per forza.
Nei primi anni Dieci, quando Epstein veniva continuamente invitato a eventi con la moglie, una condanna (per quanto infinitamente blanda rispetto ai crimini commessi) era già tata emanata. «Essendo cresciuto in una famiglia in cui si verificavano abusi domestici», ha dichiarato l’uomo di cui sono noti al mondo almeno due tradimenti alla moglie (ma diverse altre donne hanno denunciato molestie), «non solo non sarei salito sul suo aereo se avessi avuto la minima idea di cosa stesse facendo, ma lo avrei denunciato io stesso e avrei guidato la richiesta di giustizia per i suoi crimini, non per accordi vantaggiosi». «Le vittime», ha aggiunto, «non solo meritano giustizia, ma meritano di guarire». «La mia breve conoscenza con Epstein», ha ribadito, è «terminata anni prima che i suoi crimini venissero alla luce»: eppure nel 2009 è certo frequentasse la Maxwell. Durante la «breve conoscenza», inoltre, Epstein fu tra coloro che concepì la Clinton Global Initiative, l’organizzazione filantropica dell’ex presidente a cui il faccendiere fece anche donazioni. Così come verso denaro alla campagna senatoriale di Hillary Clinton (senza conoscerla chiaramente, fiducia incondizionata). Ma, prima ancora, visitò la Casa Bianca almeno 17 volte durante la presidenza di Bill. Una conoscenza breve, ma sicuramente concentrata nei periodi giusti.
Teodorani voleva presentargli Pilar Fogliati
Nella fitta corrispondenza tra Jeffrey Epstein ed Eduardo Teodorani Fabbri emerge il tentativo del nipote di Gianni Agnelli di presentargli l’attrice italiana Pilar Fogliati. Il tutto - lo ha spiegato lei - all’insaputa della diretta interessata, che si è ritrovata citata nelle carte.
Il tenore delle comunicazioni tra i due uomini è evidente, con Teodorani che descriveva al finanziere l’ambiente dei suoi business lunch: «Domani pranzo con il mio amico Mark Getty, pieno di figa». E sembra che Teodorani si spingesse a fare anche qualche raccomandazione. Nel 2017 inoltrò a Epstein un’email che ricevette da Erica Alessandri, figlia del fondatore di Technogym, inerente alla sua candidatura all’Hbs (Harvard business school). Teodorani scrive a Epstein: «Questa è la ragazza di cui ti parlavo. Parliamo quando hai letto l’email qui sotto».
Ma Epstein chiedeva al nipote di Agnelli pure se conoscesse la donna di cui era ossessionato. È già noto, infatti, che il pedofilo avesse fatto di tutto per incontrare la modella e attrice italiana Chiara Baschetti, la quale gli ha sempre rifilato il due di picche non rispondendo ai suoi messaggi e rifiutando qualsiasi incontro. Ma i tentativi di Epstein per conoscerla si erano estesi anche a Teodorani. «Conosci Chiara Baschetti?» gli chiede Epstein il 10 aprile del 2015 aggiungendo il link di un sito per modelle, probabilmente per mostrargli chi fosse. «Non ancora», risponde l’imprenditore italiano.
E Teodorani, qualche anno più tardi, voleva presentare a Epstein l’attrice italiana Pilar Fogliati. Il suo nome compare in un messaggio inviato da Teodorani al pedofilo il 23 giugno 2018: «Maestro è meglio domattina perché Davina non sta bene e preferisco non lasciarla da sola. Controlla questa ragazza che voglio presentarti, Pilar Fogliati. Ci vediamo domani».
L’attrice, che è stata co-conduttrice nella seconda serata del Festival di Sanremo mercoledì, non si è voluta esprimere in merito. Ha solamente dichiarato: «Ho avuto i brividi quando ho letto la notizia. Non voglio nemmeno sapere come ci sono finita là dentro. Preferirei non parlarne».
Forse un’occasione persa per il Festival della canzone italiana. Il palco, usato più volte come megafono di messaggi femministi, poteva accendere i riflettori sul caso, denunciando quanto le donne siano state trattate come meri oggetti di squallide fantasie sessuali, nel migliore dei casi. Invece restano le solite sterili polemiche, relegate alla sala stampa, sulla lotta al patriarcato delle Bambole di pezza o sulle poche presenze femminili in gara.
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Teheran (Ansa)
A dare l'annuncio il ministro della Difesa dello Stato Ebraico, Israel Katz, dichiarando lo stato di emergenza immediato in tutto il Paese. La Farnesina ha istituita un'unità di crisi in contatto con le ambasciate a Teheran e Tel Aviv. Tajani: «La priorità è la sicurezza dei nostri connazionali».
Israele ha lanciato stamattina quello che il ministro della Difesa Israel Katz ha definito un «attacco preventivo» contro l'Iran, mentre in tutto il Paese è stato dichiarato lo stato di emergenza in previsione di possibili ritorsioni con droni e missili balistici. Secondo il ministero dei Trasporti, lo spazio aereo israeliano è stato chiuso subito dopo l'operazione militare. I raid hanno preso di mira missili balistici e sistemi di lancio, considerati da Israele una minaccia grave e immediata.
Le forze armate degli Stati Uniti stanno partecipando attivamente agli attacchi israeliani, secondo due ufficiali anonimi citati dall'emittente televisiva Cnn. Una colonna di fumo si è alzata dal centro cittadino in seguito a un'esplosione avvenuta nei pressi degli uffici della Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei. Non è chiaro se il leader ottantaseienne si trovasse sul posto: l'ayatollah non appare in pubblico da giorni, in concomitanza con l'aumento delle tensioni con Washington. Testimoni a Teheran hanno riferito di una prima detonazione nei pressi dell'ufficio di Khamenei; la televisione di Stato iraniana ha confermato l'esplosione senza indicarne le cause. Ulteriori scoppi sono stati uditi successivamente nella capitale, mentre le autorita' non hanno diffuso informazioni su eventuali vittime.
Per settimane gli Stati Uniti hanno concentrato nella regione un imponente dispositivo militare, tra caccia e navi da guerra, nel tentativo di spingere Teheran a un accordo sul programma nucleare. Il presidente Donald Trump punta a limitarne lo sviluppo, ritenendo favorevole il momento di difficoltà interna del Paese, scosso da proteste nazionali e crescente dissenso. L'Iran, che afferma il diritto ad arricchire uranio, non intende negoziare su altri dossier, come il programma missilistico a lungo raggio o il sostegno a gruppi armati come Hamas e Hezbollah. Teheran ha avvertito che, in caso di attacchi, il personale e le basi militari statunitensi nella regione potrebbero diventare obiettivi di ritorsioni. E secondo quanto riferito dal New York Times, questa offensiva sarà più esteso rispetto ai raid di giungo contro gli impianti nucleari iraniani.
Nel frattempo, i ministri degli Esteri e della Difesa italiani, Antonio Tajani e Guido Crosetto hanno già istituito un tavolo di lavoro e monitorano gli sviluppi. Tajani ha scritto sul suo profilo X: «Seguo gli sviluppi della situazione in costante contatto con le ambasciate d'Italia a Teheran ed a Tel Aviv», aggiungendo che «la priorità è la sicurezza dei nostri connazionali», e che alla Farnesina è già al lavoro l'unità di crisi. Crosetto, per parte sua rassicura che «allo stato attuale, il personale della Difesa italiana non risulta coinvolto negli eventi in atto», sottolineando che «la priorità resta la sicurezza dei nostri militari e di tutto il personale italiano impegnato nei teatri operativi internazionali».
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Ansa
- Dopo un esposto, la Procura farà accertamenti su due decessi. Tra cui una bimba che attendeva il trapianto. Parla la mamma di Domenico: «Condizioni inadeguate, facevo io le pulizie».
- Il no del Bambino Gesù al trapianto: «Infezione attiva e incontrollata». Nella relazione della Regione emerge pure «comunicazione inefficace tra le équipe».
Lo speciale contiene due articoli.
La lente d’ingrandimento sull’ospedale Monaldi mette a fuoco un metodo di lavoro pieno di dubbi e lacune: gli inquirenti della Procura di Napoli hanno allargato le indagini dalla morte del piccolo Domenico al modus operandi dell’ospedale, per capire quanto accaduto nelle stanze del reparto di cardiochirurgia negli ultimi anni. Un esposto depositato ieri da Federconsumatori lascia intendere che si trattasse di un vero e proprio «sistema Monaldi», basato sulla mancanza di mezzi e strumenti del centro trapianti. Come avevamo spiegato martedì, il reparto non disponeva dei requisiti fondamentali per poter ospitare pazienti, soprattutto bimbi, che necessitano di cure e attenzioni maggiori rispetto agli adulti. «Chiediamo di indagare sul nesso tra carenze strutturali, organizzative ed eventi letali in ambito pediatrico», denuncia Carlo Spirito, avvocato di Federconsumatori, «una catena che induce a pensare come il decesso di Domenico Caliendo non sia un evento isolato ma qualcosa di sistemico derivante proprio dalle innumerevoli gravi criticità di cui è affetta la struttura». Un sistema Monaldi su cui ora si concentrano le indagini: ci sarebbero, infatti, altri due bambini tra le potenziali vittime delle presunte carenze della struttura.
Una di queste si chiama Pamela, ricoverata al Monaldi nel maggio del 2023, che non ce l’ha fatta e non è mai uscita dall’ospedale. Come ci racconta Rumy Dimitrova, la sua mamma, che per un anno e mezzo ha assistito la piccola nel reparto di chirurgia pediatrica. Perché il cuoricino di Pamela, purtroppo, non ha mai funzionato correttamente e per questo la bambina era collegata a una macchina che la manteneva in vita attraverso una pompa meccanica, un’apparecchiatura molto sofisticata che si chiama Berlin Heart. Ma ora la mamma di Pamela ripensa a quei mesi difficili e ci racconta: «Pensavamo di trovare un reparto protetto, con medici scrupolosi e attenti alle possibili infezioni che nello stato in cui versava Pamela potevano essere pericolosissime». E aggiunge: «Le pulizie della stanza di Pamela, invece, le facevo io», come dimostrano le immagini di cui siamo in possesso. Conoscendo la delicatezza delle condizioni della sua bambina, Rumy, infatti, non poteva sopportare di vedere lo sporco tra i letti e così preferiva passare da sola lo strofinaccio per proteggere Pamela da microbi e potenziali infezioni. Sempre con il sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore, perché si trattava pur sempre di una stanza piena di bambini: come mostrano i video in cui Rumy e le altre mamme sono intente a sistemare sorridenti quella che avrebbe dovuto essere una camera sterile. «La mia bambina era attaccata al macchinario, in attesa di trapianto e spesso capitava che fossi io ad aiutare i medici a tenere le cannule. Mancavano i dottori». Dopo un anno di ricovero all’ospedale Monaldi, Pamela non era mai rientrata nella lista dei trapianti, ci racconta la mamma, che ha visto la sua piccola peggiorare di giorno in giorno, tanto che in 12 mesi Pamela ha subito ben quattro ictus molto importanti. Poi sono arrivati la perdita della vista, della capacità motoria e dell’appetito. «Solo con il peggiorare della situazione», continua Rumy, «la bambina avrebbe avuto il diritto di rientrare nella lista attesa trapianti, quando ormai era troppo tardi». Quella che sarebbe mancata, in pratica, è stata un’assistenza medica adeguata su cui ora si sta indagando, così come sarà importante fare luce sulla capacità di utilizzo del macchinario Berlin Heart (che richiede un patentino speciale, ndr) da parte di tutti i membri dell’equipe medica. Il primario del reparto, Guido Oppido, racconta la donna, passava raramente da Pamela, tanto che lei ha il ricordo di un solo giorno in cui la piccola sia stata visitata da lui. Con il peggiorare delle condizioni di Pamela è poi arrivata la decisione della famiglia di chiedere il trasferimento all’Ospedale Bambino Gesù, ma a quel punto ecco la notizia che Rumy non avrebbe mai voluto sentire: Pamela non era più trapiantabile, non c’erano più le condizioni per chiedere un cuore nuovo per la piccola. Nessuna struttura italiana era disposta a rischiare un intervento e un trapianto in quelle condizioni cliniche, un quadro considerato sotto gli standard di riuscita per un intervento. Soltanto tramite l’aiuto di un legale, la famiglia scoprirà che la loro figlia era stata tolta dalla lista trapianti richiesta dall’ospedale Monaldi già da tempo. Senza alcuna comunicazione. Pamela è morta il 15 agosto 2024 per una miocardite batterica, una grave infiammazione del muscolo cardiaco causata da batteri. Si è perso troppo tempo? Su questo la Procura ora dovrà indagare, per dare una risposta a Rumy che oggi con amarezza aggiunge: «Se qualcuno avesse ascoltato la storia della mia Pamela, se le condizioni del reparto e l’abbandono in cui siamo stati lasciati fossero stati raccontati prima, forse i genitori di Domenico avrebbero scelto un altro ospedale, chi lo sa».
Tutte domande legittime, perché come vi abbiamo già raccontato nella nostra inchiesta, era stata un’ispezione ministeriale del 2016 a riscontrare una «situazione insoddisfacente» nell’ospedale Monaldi, tanto da decidere di sospendere il programma di trapianto pediatrico. Se le condizioni da allora al 2024, anno i cui il reparto ha ricominciato a occuparsi di casi pediatrici così difficili e delicati come quello di Pamela e Domenico, fossero cambiate, ora saranno le indagini a stabilirlo.
Il no del Bambino Gesù al trapianto: «Infezione attiva e incontrollata»
La morte del piccolo Domenico Caliendo continua ad assumere contorni sempre più «agghiaccianti». Ora dopo ora emergono nuovi dettagli al vaglio degli inquirenti, dai racconti dei sanitari ai verbali dell’equipe di Bolzano. La Procura di Napoli vuole fare chiarezza anche su altri due casi di trapianti avvenuti al Monaldi prima di quello del bimbo di due anni deceduto dopo che gli è stato trapiantato un cuore «bruciato». Al momento, da quanto si è appreso, gli inquirenti vogliono compiere ulteriori approfondimenti per verificare che al centro trapianti ogni procedura sia stata eseguita correttamente.
Intanto, il gip di Napoli, Mariano Sorrentino, ha accolto la richiesta del pm Giuseppe Tittaferrante e dell’aggiunto Antonio Ricci (che stanno coordinando l’inchiesta) di incidente probatorio per eseguire l’autopsia e la perizia medico-legale sul corpo del piccolo. L’udienza è stata fissata per il prossimo 3 marzo. Il giudice ha nominato consulenti medico-legali Mauro Rinaldi, Biagio Solarini e Luca Lorini, rispettivamente ordinario di cardiochirurgia a Torino e direttore del centro trapianti della Molinette, associato di medicina legale a Bari e direttore del dipartimento emergenza-urgenza del Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Dagli esami autoptici potrebbe emergere la verità sulla morte di Domenico.
Una verità da incrociare anche con quanto già sta emergendo dalla relazione inviata dalla Regione Campania al ministero della Salute e che riporta il parere negativo espresso dall’ospedale Bambino Gesù di Roma. I medici romani erano stati interpellati dai colleghi del Monaldi quando il piccolo era ancora in vita, dopo il trapianto fallito, e la famiglia sperava in un nuovo intervento. I medici romani spiegano perché non era più possibile il secondo trapianto e parlano anche di «un’infezione attiva non controllata» che avrebbe rappresentato un’importante controindicazione a un secondo intervento: «Il ri-trapianto entro i primi mesi dal primo intervento è associato a tassi significativamente superiori di mortalità precoce». Il parere negativo sul secondo trapianto si basava su due elementi fondamentali: una valutazione delle caratteristiche generali di trapiantabilità ed elementi specifici correlati alla precocità del ritrapianto.
I medici del Bambino Gesù si sono soffermati poi sul quadro infettivo, precisando: «Pur non essendo disponibile documentazione dettagliata su eventuale stato setticemico, profilo antibiotico-resistenza, terapia antibiotica in corso e risposta microbiologica, la presenza di infezione attiva non controllata costituisce controindicazione assoluta a trapianto per l’elevatissimo rischio di mortalità precoce post-operatoria in regime di immunosoppressione intensiva». Per loro, dunque, il quadro clinico del bambino era «ulteriormente aggravato da insufficienza multiorgano conclamata».
Nella relazione inviata sono contenuti, inoltre, i verbali dell’audit interno all’azienda ospedaliera dei Colli di cui fa parte il Monaldi. Gli esperti hanno sottolineato «assenza o mancata applicazione delle procedure condivise per l’espianto, conservazione e trasporto dell’organo». Tra le criticità evidenti ci sarebbe «l’assenza di monitoraggio e controllo della temperatura durante il trasporto», ma soprattutto «la mancata formalizzazione di ruoli, responsabilità e punti di verifica nelle fasi critiche del processo», il tutto dovuto a «un’insufficiente comunicazione tra equipe di espianto ed equipe di impianto». La relazione ribadisce che falle ed errori si sono manifestati nella conservazione dell’organo e nell’utilizzo del ghiaccio, nella mancata verifica del contenitore di trasporto da parte dell’équipe di espianto e nel deficit comunicativo e procedurale all’interno dell’équipe di sala operatoria relativa all’espianto del cuore del piccolo e all’impianto del cuore del donatore. Non ci sarebbe stata, dunque, una comunicazione efficace tra gli operatori.
Dai verbali è emerso che il primario Guido Oppido (uno dei sette indagati), in una riunione interna, ha riferito di aver chiesto, prima di effettuare l’espianto, rassicurazioni sulla presenza del nuovo cuore nella sala operatoria del Monaldi e dell’avvenuto avvio delle procedure di cardioplegia «al banco» sul cuore del donatore. Oppido ha spiegato di aver capito che la risposta era positiva. Ma dagli audit emergerebbe che nessuno degli operatori presenti in sala operatoria, tra i quali cardiochirurghi, coordinatore infermieristico, tecnico perfusionista e infermieri di sala, avrebbe invece dato una «risposta affermativa esplicita» sull’inizio della cardioplegia sul cuoricino.
La mamma di Domenico continua, comunque, ad avere fiducia nei medici: «Io ci credo ancora e credo nella sanità italiana». Il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ieri ha precisato di non essere stato avvisato della «gravità della situazione». Non si è espresso sulla possibilità di commissariare l’azienda. E ha aggiunto: «Chiaramente ho parlato con la direttrice del Monaldi, Anna Iervolino, ma non riporto quello che ci siamo detti nelle telefonate».
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