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Una giudice donna fa uno sconto all’immigrato rispetto alle richieste del pm: «Non c’è stata la violenza sessuale».
Cinque anni di carcere per una gravidanza scoperta in ospedale e per un aborto terapeutico che per la Procura di Brescia erano stati prodotti da una violenza sessuale aggravata su una bimba di dieci anni e che, però, il giudice dell’udienza preliminare ha valutato come atti sessuali con una minorenne. È questa la pena inflitta dal gup Valeria Rey all’imputato, un profugo bengalese di 29 anni, dopo aver derubricato il reato, abbassando così la cornice edittale che ha prodotto una condanna finale inferiore alla richiesta della pm Federica Ceschi, che chiedeva 6 anni e 8 mesi. Una richiesta prudente, già tirata verso il basso. E spinta dal cambio di contestazione ancora più giù, fino a un livello che fotografa la distanza tra la percezione della gravità del fatto e il suo inquadramento giuridico finale. Il resto l’hanno fatto la scelta del rito, l’abbreviato (che comporta lo sconto di un terzo della pena) e le attenuanti generiche.
Secondo il giudice «non c’è stata violenza», anche se l’uomo ha agito senza che la bambina, vista l’età, potesse essere in grado di esprimere il consenso. È in questo spazio di equilibrismo giuridico, proprio mentre è in corso un acceso dibattito politico sulla riforma dell’articolo 609 bis del codice penale, che introduce il concetto del «consenso libero e attuale» (in assenza di una volontà chiara, presente e consapevole è violenza, stando al testo approvato alla Camera e che, al momento, è fermo al Senato per approfondimenti), che si colloca una pena che va dai 5 ai 10 anni invece dei 6-12 previsti per la violenza sessuale su minore. Tra i due reati, lo dice lo stesso impianto normativo richiamato nel processo, la differenza di pena è di 2 anni. Ed è esattamente lì che il ragionamento giudiziario si è spostato.
«I fatti sussistono e sono connotati sicuramente da particolare gravità», ammette l’avvocato Davide Scaroni, che difende l’imputato. Ma quella parola, violenza, è uscita dal dispositivo. L’avvocato Scaroni rivendica la correttezza giuridica: «Il mio assistito, sin dal momento del fermo, ha spiegato che tra di loro c’era una sorta di relazione e che non c’è stata mai violenza. Non ha mai negato quanto avvenuto, spiegando che si trattava di episodi consensuali». Poi ha aggiunto: «Il nostro codice prevede che ci sia possibilità di consensualità. Lo prevede anche sotto i dieci anni di età. Quindi vuol dire che il sistema contempla che possa esserci un consenso anche da persone di età molto contenuta». L’avvocato evidenzia anche la distanza dalla soglia minima della pena: «Il giudice si è ampiamente discostato dal minimo edittale. Come ritengo giusto che sia in un caso del genere che, seppur non connotato da violenza, mantiene ovviamente la propria gravità assoluta». Secondo Scaroni, il procedimento si è giocato tra «due versioni» contrapposte, «quella della persona offesa e quella dell’assistito». E «confrontando le due versioni con gli elementi di prova emersi durante le indagini preliminari», spiega, «immagino che il giudice possa aver ritenuto che ci fosse quantomeno un ragionevole dubbio che si sia trattato di atti sessuali con minorenne e non di violenza». Per il deposito delle motivazioni il giudice si è preso 90 giorni.
I fatti risalgono all’estate del 2024. Il luogo è il centro d’accoglienza di San Colombano in Val Trompia, un ex albergo che ospitava una ventina di richiedenti asilo (chiuso poco dopo l’arresto del bengalese). La bambina viveva lì con la madre. E anche il bengalese era ospite della struttura. Un giorno la bambina viene portata in ospedale per forti dolori addominali. I medici scoprono che è incinta. Madre e figlia vengono trasferite in una struttura protetta. L’uomo viene arrestato dopo aver ammesso di aver avuto dei rapporti con la piccola. Nel fascicolo del pubblico ministero viene ricostruito che la madre aveva notato un cambiamento nella figlia, «taciturna, triste e apatica», e aveva chiesto aiuto a un’educatrice. La verità emerge solo quando i medici decidono di procedere con un aborto terapeutico. Dal posto di polizia dell’ospedale parte la segnalazione. La squadra mobile si concentra su un unico sospettato, il profugo proveniente dal Bangladesh. Una dozzina di giorni dopo scatta il fermo. Davanti al gip, al momento della convalida, il ventinovenne fa scena muta.
Nel frattempo la testimonianza della bambina viene raccolta con incidente probatorio, in un’aula protetta. E proprio a seguito di quella deposizione la Procura aveva inquadrato i fatti come corrispondenti al reato di violenza sessuale aggravata. Ma tutto si è giocato sul consenso. Né durante l’inchiesta né all’udienza preliminare è diventato centrale il fattore culturale. «Ci tengo a evidenziarlo», dice ancora l’avvocato Scaroni, «questo non è stato un punto della discussione». Il legale ha affidato ai giornalisti anche un’altra precisazione: «Il termine pedofilia nel nostro codice penale non esiste, la pedofilia è una parafilia ma non è un termine utilizzato all’interno del codice penale, che parla invece di atti sessuali con minorenne e, proprio perché il consenso è viziato, si applicano esattamente le stesse pene della violenza sessuale». Contestazione che a Ciro Grillo è costata 8 anni. Una sproporzione che non è passata inosservata. «Aspettiamo le motivazioni e decideremo se fare appello», afferma il capo della Procura di Brescia Francesco Prete, che aggiunge: «C’è da valutare la corretta qualificazione giuridica del fatto». Gli atti sessuali con minorenne non convincono neppure chi in aula ha sostenuto l’accusa.
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L’indignazione dei lettori per l’ingiustizia subita in tribunale dal militare, che ha sparato per difendere un collega, si trasforma in una gara di generosità. Quanto raccolto è più che sufficiente ad aiutarlo, il resto andrà in un fondo per altri casi come questo.
Ieri mattina, quando il nostro amministratore mi ha comunicato il saldo del conto corrente aperto per la sottoscrizione a favore di Emanuele Marroccella sono rimasto a bocca aperta. Lunedì sera erano stati 86.000 euro, una cifra enorme considerando che l’iniziativa era stata lanciata venerdì. Ma ieri, alle dieci e mezza, quando ho ricevuto la telefonata dalla contabilità eravamo già a 220.000 euro (diventati 240 in serata). Un dato incredibile, che certo non mi aspettavo. Ma soprattutto la dimostrazione che i lettori, l’opinione pubblica, sta con le forze dell’ordine e non con chi le condanna.
La storia la conoscete: un vicebrigadiere in servizio a Roma, durante un intervento, ha sparato a un ladro, uccidendolo, dopo che questi aveva aggredito e colpito con un cacciavite, ferendolo, un suo collega. Per i giudici, il militare dell’Arma non avrebbe dovuto premere il grilletto. Forse, secondo loro, avrebbe dovuto girarsi dall’altra parte, ignorando il delinquente. Sta di fatto che il tribunale ha condannato Marroccella a tre anni di carcere, più addirittura di quanto richiesto dalla Procura.
Non solo: la sentenza ha disposto anche una provvisionale immediatamente esecutiva di 125.000 euro da pagare ai parenti del ladro. Significa che, essendoci la possibilità che la pena sia rivista in appello, il vicebrigadiere per ora non andrà in carcere per aver fatto il proprio dovere. Tuttavia, dovrà pagare subito la cifra disposta in favore dei famigliari della vittima. Insomma, se per ora ha la speranza di ottenere una revisione della condanna, Marroccella i soldi li deve cacciare subito, anche se ai fini di legge è ancora da considerarsi innocente.
Una cifra del genere rappresenta sei anni dello stipendio di un carabiniere, alla quale però si devono aggiungere le spese legali. Chiunque si trovasse in una simile situazione, se lasciato solo, rischierebbe di finire sul lastrico. A maggior ragione se i giudici, in aggiunta alla condanna, hanno anche previsto l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici, una pena accessoria che impedisce di mantenere i gradi e di svolgere il proprio lavoro.
Il vicebrigadiere, dunque, va aiutato e sostenuto e sono lieto che i lettori della Verità e in generale chiunque abbia raccolto il nostro appello si siano dimostrati così generosi.
Tuttavia, non si tratta solo di aiutare Marroccella, cioè un servitore dello Stato, secondo noi ingiustamente accusato e condannato. Si tratta di non lasciare soli gli uomini delle forze dell’ordine. Troppo spesso chi garantisce la nostra sicurezza e ci difende da ladri, rapinatori e stupratori è perseguito più dei criminali. Troppe volte chi fa il proprio mestiere, fermando un delinquente, è trattato peggio del bandito che ha arrestato. A poliziotti e carabinieri si imputa ogni cosa, anche di non aver lasciato scappare un malvivente. A loro è raccomandato un uso proporzionale della forza, come se fosse facile dosare la reazione quando un energumeno si divincola e reagisce di fronte all’alt degli agenti e dei militari. Eppure, in un’operazione, polizia e carabinieri devono agire senza mai oltrepassare una sottile linea rossa che è tracciata dalla magistratura. Nel caso di Emanuele Marroccella il limite sarebbe stato superato da un eccesso colposo di uso delle armi. Cioè, di fronte al ladro che colpiva un collega, il carabiniere non doveva sparare. Ne deduciamo che doveva fare finta di niente. Ed è forse questo il messaggio più grave che viene inviato alle forze dell’ordine: fingete di non vedere, voltate lo sguardo da un’altra parte e, anche in condizioni estreme, dimenticate l’arma che avete nella fondina, perché un domani qualcuno potrebbe accusarvi di «eccesso colposo», che in caso di morte del rapinatore fanno tre anni di carcere, cinque di interdizione dai pubblici uffici e 125.000 euro di risarcimento.
La raccolta di fondi per Marroccella è una testimonianza rivolta a poliziotti e carabinieri, un grazie accompagnato da un sostegno non formale. Le nostre non sono soltanto parole, ma anche soldi. Quelli che non serviranno, visto che ormai abbiamo raggiunto una cifra importante, saranno impiegati per altri casi come quello del vicebrigadiere. Purtroppo lui non è il solo a finire negli ingranaggi della giustizia, ma La Verità e i suoi lettori saranno sempre al fianco delle forze dell’ordine e di chi, per aver fatto il proprio dovere, finisce nei guai.
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2026-01-14
Non Sparate sul Pianista | Saimir Pirgu: «Il mio Rodolfo nella Bohème, pensando a Pavarotti»
L’interprete albanese, protagonista del capolavoro di Puccini al teatro dell’Opera di Roma, svela la psicologia del personaggio. E racconta la folgorazione per I Tre tenori quando nel suo Paese il comunismo crollava e l’Italia sbucava dalla tv
John Elkann (Getty Images)
Inchiesta sui finanziamenti sospetti concessi da Banca Progetto: spunta la spa dei social su cui han puntato gli Elkann. Nel decreto di perquisizione, contestata l’indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato.
Il 2025 non era finito bene per il gruppo Gedi. I vecchi vertici avevano patteggiato una pena per la truffa milionaria perpetrata ai danni dell’Inps e le redazioni dei giornali controllati erano andate in agitazione dopo l’annuncio della vendita della Repubblica e della Stampa da parte dell’azienda presieduta da John Elkann a un tycoon greco. Ma l’anno nuovo si annuncia non meno agitato, dal momento che nell’inchiesta sui presunti finanziamenti sospetti concessi da Banca Progetto (si parla di un giro di prestiti vicino al miliardo di euro) è finita, tra le altre, anche la Stardust Spa, un’azienda che dall’estate del 2022 ha come socio di maggioranza (inizialmente relativa e adesso assoluta, con il 94 per cento circa) proprio il gruppo Gedi.
La Procura di Roma, grazie alle indagini del Nucleo di polizia economico-finanziaria, ha messo nel mirino affidamenti per 128 milioni di euro. Un quarto di questi (33.290.500) è stato erogato a 11 società che, per gli investigatori, sarebbero in gran parte «collegate a vario titolo al gruppo Stardust». Stiamo parlando della strombazzatissima «fabbrica di influencer» che ha ricevuto dall’istituto sotto inchiesta i primi 5 milioni di euro nel marzo 2022. Quei soldi sono stati erogati alla Stardust records, società fusa la vigilia di Natale del 2024 nella Stardust Spa. I successivi ingenti finanziamenti sarebbero arrivati attraverso altre società riconducibili agli indagati. Per questo motivo, a dicembre, le Fiamme gialle si sono presentate con un mandato di perquisizione anche in via Cristoforo Colombo 90, dove hanno la loro sede legale diverse società del gruppo Gedi, a partire dalla Stardust spa. Nel luglio del 2022 La Repubblica aveva annunciato trionfante: «Gedi investe nei social: acquistato il 30% di Stardust. L'editore entra nella media agency da 15 miliardi di visualizzazioni all’anno sui social network: “All’avanguardia in un mondo non raggiunto dai media tradizionali”». Nell’articolo si leggeva: «L’operazione ha l’obiettivo dichiarato di raggiungere e coinvolgere un pubblico nuovo, sempre più rilevante ma distante da quello dei media tradizionali».
Le Fiamme gialle nelle ultime informative del 2025 ipotizzavano reati come il riciclaggio, l’autoriciclaggio, l’associazione per delinquere e richiedevano perquisizioni. Per gli investigatori, «emergerebbe l’esistenza di gruppi di persone anche collegate tra loro (come nel caso del Gruppo Scaramuzzino e Stardust) che, creando un’apparente solidità patrimoniale di diverse persone giuridiche a loro riconducibili, mediante fittizie operazioni di aumento di capitale sociale sono riuscite a ottenere da Banca Progetto ingenti finanziamenti garantiti dal Fondo di garanzia (pubblico, ndr) per un importo accertato al 31 dicembre 2024 pari a 128.826.625 euro». In un passaggio gli investigatori sottolineano: «Giova evidenziare che la Stardust Spa ha come socio di maggioranza la Gedi digital, società a sua volta partecipata dalla Gedi gruppo editoriale Spa, la quale è interamente partecipata dalla Exor Nv, persona giuridica olandese partecipata dalla famiglia Agnelli per il tramite della società Giovanni Agnelli Bv». I militari ricordano anche che un quinto del finanziamento da circa 5 milioni incassato dalla Stardust records sarebbe stato «più volte movimentato dalla stessa, nei mesi di aprile/maggio 2022, mediante continue triangolazioni finanziarie registrate sia in entrata che in uscita» con cinque società riconducibili agli indagati. La Gdf ha anche notato «il ricevimento da parte della stessa Stardust records, nonché delle Stardust talent management, Stardust house e Stardust agency (tutte fuse la vigilia di Natale nella Stardust spa) di gran parte del denaro erogato da Banca Progetto in favore di società quali Blockchain accelerator, Nimbus srl e Roma informatica».
Nell’ambito di questo filone gli investigatori rimarcano anche «l’artificiosità che ha contraddistinto le operazioni di aumento del capitale sociale» delle 11 sopracitate «cartiere» che avrebbero pompato risorse nel gruppo Stardust, ma che «sarebbero da considerarsi costituite ad hoc per creare le condizioni necessarie all’ottenimento dei finanziamenti erogati da Banca Progetto», tra il novembre 2022 e il novembre 2023. Un’ipotesi investigativa che, secondo le Fiamme gialle, troverebbe «sostegno» nel «breve arco temporale intercorso tra le suddette operazioni societarie e la concessione dei finanziamenti da parte del citato istituto di credito». Un flusso di denaro che è servito sia per «effettuare trasferimenti in favore delle società appartenenti al gruppo Stardust (come nel caso della Blockchain accelerator e della Numbus)» sia per «l’acquisto di quote di società riconducibili al citato gruppo (come nel caso della The Akkademia e della Upscale agency)». È finito sotto osservazione anche il «ruolo anomalo» di diversi professionisti utilizzati dal gruppo, per esempio per gli aumenti di capitale. In particolare vengono citati un commercialista di Trapani, un avvocato e un notaio di Brescia. Collocazioni geografiche considerate sospette dal momento che le società al centro dell’inchiesta hanno in gran parte la sede legale a Roma.
Tra i principali indagati dell’inchiesta ci sono Antonio Scaramuzzino, dell’omonimo gruppo, e i vecchi vertici della Stardust spa: l’ex presidente (sino al marzo 2023) ed ex ad e consigliere (sino al luglio 2024) Simone Giacomini, e i quattro ex membri del cda, Ettore Dore, Antonino Maira, Andrea Centofanti e Paolo Fiorentino, già amministratore delegato di Banca Progetto. Dore e Maira sono tuttora titolari di quote della Atlas consulting che controlla The Stardust srl, di cui è socio anche Giacomini e che è rimasta fuori dal controllo di Gedi.
Banca Progetto è sotto inchiesta anche a Milano, dove è stata sottoposta dal tribunale ad amministrazione giudiziaria il 24 luglio 2024 per avere erogato finanziamenti per circa 10 milioni di euro a soggetti ritenuti contigui alla ‘ndrangheta. Solo otto mesi dopo, il 18 marzo 2025, Banca d’Italia ha commissariato l’istituto. Nell’indagine romana è emerso che il denaro che doveva servire a finanziare «attività di impresa» è stato in realtà erogato senza alcuna verifica che tale «attività di impresa» fosse reale e gli accertamenti della Gdf hanno consentito di accertare che il denaro erogato è stato destinato a finalità diverse consentendo l’arricchimento di personaggi noti alle cronache giudiziarie romane.
Già nella prima informativa, trasmessa in Procura il 23 giugno 2023, erano emerse criticità: per esempio un finanziamento da 1,2 milioni concesso il 26 gennaio 2022 alla società 7 Colli srl di Alessandro Di Paolo, già fidanzato della show girl Elisa Isoardi, era stato utilizzato due giorni dopo per l’acquisto di quote dell’Ostia mare calcio srl, ceduta nel 2025 a Daniele De Rossi (del tutto estraneo all’inchiesta). Nella stessa informativa gli investigatori evidenziavano anche un prestito a favore di Antonio Scaramuzzino, imprenditore calabrese sposato con Angela Marzia Gregoraci, sorella della più nota Elisabetta. Già due anni e mezzo fa veniva evidenziata l’operatività all’interno dell’organizzazione di Andrea Centofanti, ex ufficiale della Guardia di finanza, arrestato in flagranza di reato nel 2016 a Genova per tentata concussione ai danni di un notaio e, successivamente, affidato in prova ai servizi sociali dal tribunale di Milano per svolgere attività lavorativa presso lo studio legale dell’avvocato Antonio Rappazzo (novantenne e indagato), storico legale di Fabrizio Centofanti, fratello di Andrea, noto alle cronache per le indagini per corruzione e frode fiscale in cui è stato coinvolto.
In una nota riservata l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone aveva dovuto spiegare il rapporto con i due fratelli: «Ho partecipato a un’unica cena con Fabrizio Centofanti e il generale Minervini, comandante Interregionale della Gdf e altre persone. Non sono andato, né sono stato invitato al matrimonio di Andrea Centofanti, non l’ho segnalato per il trasferimento al Nucleo di polizia tributaria di Genova, ma mi limitai su pressante richiesta del fratello, a informarmi se il predetto poteva restare in Lombardia per, così mi fu detto, una difficile situazione familiare». Il ruolo di Andrea Centofanti, già consigliere di Stardust spa e della Triestina calcio (che come la Ternana avrebbe indebitamente ricevuto denari), appare centrale nei finanziamenti erogati da Banca Progetto poiché sua moglie, Ida Ruggiero, è l’agente mandatario che per conto dell’istituto milanese ha istruito le pratiche per l’erogazione del denaro poi finito alle società nelle quali avevano interessi Di Paolo, Scaramuzzino, lo stesso Centofanti e numerosi altri soggetti. L’informativa del giugno 2023 si conclude accertando finanziamenti illeciti per circa 18 milioni di euro e richiedendo alla Procura attività investigative «ben più pregnanti». In realtà non succede nulla e allora la Finanza, nel dicembre del 2023, invia un’altra informativa che quantifica i prestiti illeciti con garanzia pubblica in 33,4 milioni. Nell’annotazione gli investigatori puntualizzano che il loro ex collega Centofanti avrebbe emesso fatture per oltre 200.000 euro nei confronti di imprenditori che avevano ottenuto i finanziamenti dalla banca per cui lavorava la consorte.
Il 13 febbraio 2024 la Gdf deposita un’ulteriore informativa, mentre in Procura il fascicolo passa di mano in mano: prima è affidato al gruppo che si occupa di reati societari, poi a quello che ha in carico i delitti contro la Pubblica amministrazione, quindi torna di nuovo al gruppo reati societari. Un gioco dell’oca che sembra rallentare l’intervento dei pm che, nel frattempo, decidono di contestare il reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato. Il 7 ottobre 2025 la Gdf consegna un’ulteriore informativa di 152 pagine, in cui riferisce che la Ruggiero è l’agente più remunerata di Banca Progetto, avendo ottenuto 30 milioni di euro di provvigioni per avere reperito i clienti e curato le pratiche di finanziamento che hanno superato l’importo di 1,1 miliardi. Gli investigatori segnalano che unitamente agli ispettori della Banca d’Italia hanno accertato che «le pratiche istruttorie curate dalla Ruggiero sono tutte caratterizzate dalla criticità evidenziate e finalizzate a far ottenere finanziamenti a società collegate o clienti del marito Andrea Centofanti». Le Fiamme gialle denunciano nuovamente i soggetti coinvolti anche per riciclaggio e autoriciclaggio e richiedono, oltre alle perquisizioni già più volte sollecitate, anche un decreto di sequestro preventivo per equivalente delle ingenti somme erogate.
La Procura di Roma il 24 novembre scorso ha disposto le sole perquisizioni nei confronti di 18 indagati che sono state eseguite il 3 dicembre. Per manager e imprenditori sotto inchiesta, almeno per ora, gli incassi sono salvi.
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