Chissà se è anche questo un esempio di «resilienza democratica»: la Commissione Ue ha deciso di applicare «provvisoriamente» il Mercosur, il contestato trattato di libero scambio con i Paesi del Sudamerica. Contestato non solo da contadini col trattore, ma pure dalla Francia - ieri, Emmanuel Macron ha parlato di «brutta sorpresa» - e dall’Eurocamera, che si era rivolta alla Corte di giustizia europea.
Ma Ursula von der Leyen non intende indugiare. Si aggrappa al pretesto dei dazi americani e dell’impellente necessità di diversificare i nostri mercati di sbocco, anche se, in verità, saremo noi a diventare il mercato di sbocco per merci prodotte senza garanzie su qualità ed equa competizione nei prezzi. L’accordo entrerà in vigore, intanto, con le nazioni che lo hanno ratificato, a partire dal primo giorno del secondo mese successivo alla data in cui l’Ue e l’Uruguay, che è stato il primo ad approvare il testo, si notificheranno le note verbali. E pazienza se nemmeno i Parlamenti nazionali, qui nel Vecchio continente, lo hanno ancora esaminato e autorizzato.
Il punto è che quello che viene spacciato come un passo cruciale verso l’autonomia strategica dell’Unione, in realtà ne certifica lo sgretolamento. La fretta della Von der Leyen è il frutto delle pressioni della sua Germania, in un quadro in cui, all’asse Parigi-Berlino, va subentrando quello Roma-Berlino: anche l’Italia considera vitale il protocollo. Non a caso, la presidente della Commissione ha rivendicato il mandato ricevuto a gennaio dal Consiglio. Ossia, dall’assemblea degli Stati. Ossia da chi, al suo interno, vanta il maggior peso specifico.
La fotografia dello sfarinamento europeo non arriva soltanto dal fronte agroalimentare. Pure in altri settori, dietro l’élite di Bruxelles, si muovono i fili della lotta per ricalibrare il fulcro dell’Ue. Persino l’ipotetica formula per ripristinare la collaborazione tra teutonici e transalpini contribuisce a dimostrare l’implosione dell’utopia federalista: ciò che sembrerebbe uno scatto politico del progetto d’integrazione, a ben vedere, deriverebbe semmai da un compromesso maturato alla luce degli interessi nazionali. Si legga l’analisi di Bloomberg. Ieri, ricostruendo gli attriti in merito alle spese militari, fino al naufragio del caccia di sesta generazione Fcas, la testata Usa osservava che per sbloccare l’impasse potrebbe bastare un equo baratto: l’ombrello nucleare francese da un lato, dall’altro il via libera tedesco al debito comune per finanziare il riarmo.
Il grande balzo in avanti dell’Ue - mettere insieme le risorse per realizzare un unico sistema di difesa, anziché puntare sul rafforzamento degli eserciti nazionali - dovrebbe nascere da un gioco di partite e contropartite, soppesate dalle singole cancellerie. Non che sia un male: è da un realismo del genere che si strutturò il primo nucleo della Comunità economica europea. Ma almeno, ci si risparmi la propaganda: ad esempio, la Von der Leyen che, dopo il blitz sul Mercosur, prova a vendersi un’Ue «più forte e indipendente»; Maros Sefcovic, commissario europeo al Commercio, che plaude alla mossa «fondamentale per la nostra credibilità»; Johann Wadephul, ministro degli Esteri della Germania, che blatera di «ora dell’Europa». Anche perché l’adozione a scaglioni di un’intesa che, alla fine, potrebbe saltare, accresce proprio quell’incertezza di cui gli eurosauri si lamentano a proposito delle tariffe di Donald Trump. Ennesima conferma dell’altro trucchetto perenne che, ormai, riesce a malapena alle classi dirigenti europee: spacciare delle scelte politiche per asettiche valutazioni tecniche. Sono solo le foglie di fico necessarie a coprire le incursioni con le quali si aggira la democrazia, quando genera degli esiti sgraditi. In questa occasione, ne sta uscendo sconfitta la Francia: che, per Macron, l’imposizione del Mercosur sia stata una «sorpresa», la dice lunga. Ma lo stesso Macron si prepara a beffare i concorrenti, spingendo per l’abolizione del criterio dell’unanimità.
Il tutto avviene sullo sfondo di un conflitto di attribuzioni sempre più aspro tra gli organi di governo dell’Ue: è notizia di pochi giorni fa che il Consiglio - di nuovo: gli Stati membri - è pronto a ricorrere alla Corte di giustizia, qualora passasse il bilaterale che darebbe all’Europarlamento quasi il ruolo di promotore del processo legislativo, al fianco della Commissione. La quale, in questa circostanza, sarebbe disposta a violare i Trattati a beneficio dei rappresentanti eletti, mentre li snobba nel dossier Mercosur. Mica male, per essere «l’ora dell’Europa»…




Donald Trump (Ansa)
