Aeronautica e Leonardo. Viaggio nell'università del combattimento aereo
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Siamo andati in Sardegna nella base di Decimomannu, che dallo scorso maggio ospita anche la sede della Ifts (International Flight Training School): un campus nella cui organizzazione è stato schierato il 212° Gruppo volo del 61° Stormo di Galatina, che addestra i nostri piloti e quelli di molte altre nazioni: Qatar, Giappone, Germania, Singapore, Austria, Canada, Arabia Saudita, Regno Unito.
Il club degli «8G»: otto G, otto volte la forza di gravità, l’accelerazione che subiscono e che devono dimostrare di saper gestire i piloti che vogliono superare il corso Ifts, ovvero i carichi ai quali il proprio fisico viene sottoposto.
Dagli aerei in legno a quelli digitali, la storia della base di Decimomannu: inaugurato nel 1939, l'aeroporto oggi intitolato al pilota - medaglia d'oro al valor militare - Giovanni Farina (1901–1942), fu utilizzato nella Seconda guerra mondiale come campo di protezione e decentramento per i bombardieri basati sul campo di Elmas.
M-346, dalla Russia alla Nato: soltanto due anni dopo la dissoluzione dell'Urss, era il 1993, l'Aermacchi (oggi Leonardo divisione velivoli), strinse un accordo di collaborazione con la russa Yakovlev per il nuovo addestratore in fase di sviluppo.
Lo speciale contiene quattro articoli.
La frase sul quadro appeso all’ingresso della palazzina adibita ai servizi spiega che cosa si fa in questa base dell’Aeronautica Militare: «Dove gli aviatori del mondo libero si addestrano per mantenere la pace». Siamo a Decimannu, quindici chilometri a nord di Cagliari, in quello che un tempo era noto come il Reparto sperimentale e di standardizzazione tiro aereo (Rssta). In poche parole il luogo dove i piloti italiani e quelli della Nato imparavano, e ancora oggi imparano, a sparare dagli aeroplani. Il centro si chiama Rssta dal primo luglio 1970, ma dal maggio scorso la stessa base, ma presso un edificio completamente nuovo, ospita anche la sede della Ifts (International Flight Training School), un campus nella cui organizzazione è stato schierato il 212° Gruppo volo del 61° Stormo di Galatina (Lecce), che svolge l’addestramento per i nostri piloti e per quelli di sempre più nazioni, poiché sono ormai una decina i Paesi che hanno scelto Ifts: Qatar, Giappone, Germania, Singapore, Austria, Canada, Arabia Saudita, Regno Unito, ad occupare i prossimi due anni di attività. Funziona così: Ifts, 130.000 metri quadrati all'interno della base, è una scuola militare che «fa sistema» con Leonardo, costruttore dei velivoli utilizzati, appunto gli M-346A e fornitore, mediante la società Ajt, una joint-venture costituita insieme con la multinazionale Cae, dei simulatori presenti nell'edificio chiamato Gbts (Ground Based Training System), ma anche del personale tecnico e degli istruttori a contratto. In tutto circa 300 persone. Leonardo gioca quindi anche il ruolo di «fattore abilitante», poiché occupandosi di vendite dei velivoli militari definite «g2g», che significa da governo a governo, può quindi accogliere e indirizzare presso Ifts anche le richieste per l’addestramento dei piloti che provengono da altre nazioni.
Dall’ingresso dell’aeroporto Giovanni Farina, sede della base, in un paio di minuti di automobile si raggiunge una vera e propria cittadella dell’addestramento nella quale, oltre alla palazzina Ifts, c’è un residence con camere, sale comuni e ogni servizio necessario per la permanenza dei militari che trascorro qui qualche mese per completare il loro percorso formativo. Bisogna infatti ricordare che il 61° Stormo di Galatina ricomprende anche il 213° e 214° Gruppo volo perché svolge la funzione addestrativa sotto il Comando Generale delle scuole dell'Aeronautica Militare per la Fase 2 (che individua su quale linea voleranno i neo piloti, se caccia, trasporto, elicotteri, droni), e per la Fase 3 (linea caccia). Il 212° Gruppo volo è quindi quello specializzato nella Fase 4 che opera con gli M-346 per portare i piloti a poter essere successivamente assegnati a Eurofighter o a F-35, comunque preparandoli per i caccia di quinta generazione. Una realtà che a parte Stati Uniti (con l’Euro-Nato Jet Joint Pilot Training di Sheppard, Texas, dove anche l’Italia invia i propri ufficiali piloti), e la Francia (con la scuola dell’Armée de l’Air), non possiede alcuna altra nazione occidentale. Con in più una caratteristica unica dello Ifts: la possibilità di simulare sia in volo sia a terra velivoli amici e nemici, ma anche bersagli, potendo far interagire l’allievo che siede nel simulatore con quello per aria e viceversa, grazie al fatto che tutti i 22 velivoli M-346A della flotta Ifts sono equipaggiati con un sistema elettronico dedicato a questa funzione che si chiama Aacmi (Autonomous Air Combat Manoeuvering Instrumentation). A questi si aggiungono anche 6 velivoli identici appartenenti alle forze aeree del Qatar e l'intera flotta si prevede possa totalizzare circa 8.000 ore di volo l'anno.
Il club degli «8G»
Otto G, otto volte la forza di gravità, l’accelerazione che subiscono e che devono dimostrare di saper gestire i piloti che vogliono superare il corso Ifts, ovvero i carichi ai quali il proprio fisico viene sottoposto. Un valore che, seppur mitigato dall’effetto della tuta anti-G, non tutti i piloti sono in grado di sopportare. Ci vogliono infatti, tecnica, forma e allenamento fisico. Ma è essenziale per poter svolgere il corso come l'accertare il livello di preparazione di ogni singolo allievo, che seppure arrivi già con il titolo di pilota militare, a seconda delle caratteristiche personali e del Paese di provenienza avrà capacità differenti, anche dettate dal tipo di velivolo sul quale è stato formato. Per esempio, in talune nazioni volano su velivoli turboelica e per questo hanno la necessità di imparare e abituarsi a quelli a getto. Ecco perché durante il primo mese di addestramento vengono verificati i pre-requisiti necessari, valutato il grado di preparazione sulle tecniche basiche che un pilota militare deve possedere (volo in formazione, strumentale, padronanza della lingua inglese, eccetera), per poi passare successivamente alle tecniche di combattimento uno contro uno, due contro uno, di attacco al suolo e altro ancora, venendo quindi anche sottoposti alla centrifuga che, appunto, li sottopone all'accelerazione di 8G. Il programma si sviluppa in 16 missioni di volo e 18 sessioni su simulatori di tre tipologie differenti perché progettati con scopi addestrativi diversi, terminato il quale, dopo un esame, viene rilasciato il certificato che attesta il superamento del corso, una sorta di «timbro di qualità» sul possesso dei requisiti previsti dalla «fase 4» del percorso di formazione. Gli istruttori sono dell'Aeronautica Militare ma possono anche essere dei civili, anche se è richiesto anche un background militare recente; la dottrina e il syllabus usati nel corso sono quelli della nostra Arma azzurra, così tra combattimenti aria-aria e aria-suolo, uso di bombe balistiche e a guida di precisione, tattiche e strategie di volo, gli allievi devono raggiungere il livello di preparazione richiesto, tutt'altro che scontato. C'è infatti un 3% circa dei 60 allievi di ogni corso che non raggiunge il livello richiesto. Non significa che la sua carriera sia finita, ma che probabilmente dovrà migliorare nella parte carente dell'addestramento. Nel momento in cui ogni allievo lascia la Ifts, viene inviato alla forza armata di appartenenza un fascicolo personale che riassume le valutazioni e le caratteristiche del pilota. Si ringrazia il personale Quinto Reparto AM, del 61° Stormo e il Tenente colonnello pilota Ivo F. per la preziosa collaborazione.
Come funziona il simulatore Sbt
Dagli aerei in legno a quelli digitali, la storia della base di Decimomannu
Inaugurato nel 1939, l'aeroporto oggi intitolato al pilota - medaglia d'oro al valor militare - Giovanni Farina (1901–1942), fu utilizzato nella Seconda guerra mondiale come campo di protezione e decentramento per i bombardieri basati sul campo di Elmas, nonché per le sortite sul Mediterraneo occidentale. Da Decimomannu decollarono i Siai-Marchetti 79 del 32° Stormo della Regia Aeronautica, quindi i velivoli aerosiluranti del 36° Stormo, ma dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 il campo passò sotto il controllo americano e fu utilizzato per consentire le sortite aeree per la liberazione della Penisola. Gli alleati ne riconobbero la posizione strategica e la vicinanza con aree scarsamente abitate che le rendevano idonee a essere impiegate come poligoni di tiro, così nel 1954 la base prese la configurazione attuale, creata secondo gli standard Nato, per essere utilizzata come centro di addestramento del Comando Forze Alleate del Mediterraneo, e il 15 febbraio di quell'anno vi si costituì l'unità di addestramento al tiro aereo della Royal Canadian Air Force. Due anni dopo l'accordo tra Italia, Canada e Germania portò alla costituzione della Air Weapons Training Installation e nel 1960 iniziarono anche le operazioni di formazione dei piloti della Luftwaffe e della Marina tedesca, un sodalizio, questo, che durò fino al 2016. Dal primo luglio 1970 e fino a quella data, l'aeroporto assunse l'attuale denominazione di Reparto sperimentale e di standardizzazione al tiro aereo (Rssta), accogliendo anche personale e mezzi degli Stati Uniti e in seguito della Royal Air Force inglese. Dopo la fine della Guerra fredda le mutate esigenze strategiche portarono a una riduzione delle rappresentanze internazionali presenti, fino a ricomprendere soltanto Italia e Germania. La pista dell'aeroporto ha una lunghezza di 2.990 metri in grado di consentire anche l'atterraggio di grandi velivoli, la base ospita anche un Servizio radar, la sezione meteorologica e la base dell'80° Combat Search and Rescue (Ricerca e salvataggio) che fa capo al 15° Stormo, la 4° Sezione Elicotteri della Guardia Costiera e altri gruppi tecnici e logistici delle Forze armate. Dall'11 maggio 2023 è quindi sede dello Ifts.
M-346, dalla Russia alla Nato
Soltanto due anni dopo la dissoluzione dell'Urss, era il 1993, l'Aermacchi (oggi Leonardo divisione velivoli), strinse un accordo di collaborazione con la russa Yakovlev per il nuovo addestratore in fase di sviluppo. Tre anni più tardi, con il nome di Yak130, l'aeroplano cominciò i voli e nel 1997 fu valutato dall'Italia come possibile sostituto dell'Aermacchi MB-339, allora in servizio già da 18 anni e ancora del tutto analogico nei suoi sistemi principali. Emersero tuttavia divergenze tra i piani industriali delle due nazioni, le quali dopo una trattativa lunga proseguirono in modo indipendente lo sviluppo, e questo portò a ribattezzare lo Aem-130, designazione provvisoria italiana, in M-346. Ma anche a modificarlo profondamente adottando esclusivamente componenti ed equipaggiamenti di costruzione occidentale, portandolo in volo per la prima volta nel luglio 2004, per poi completare il primo volo supersonico il 18 dicembre dello stesso anno. Battezzato «Master», lo M-346 è dotato di due sistemi idraulici indipendenti, di un sistema di bordo per la generazione di ossigeno e di un software di controllo dei comandi di volo (fly by wire) che consente di programmare i limiti delle accelerazioni «G» e quindi può simulare diversi tipi di missioni e di aeromobili. Incluso un sistema automatico per il ritorno al volo orizzontale (Pars, da Pilot Activated Recovery System) al quale il pilota può ricorrere in caso di disorientamento spaziale (non si sa più la propria posizione in relazione all'orizzonte) o di perdita di controllo. Un'altra caratteristica sono i comandi «Hands on Throttle and Stick» (Hotas), ovvero il pilota controlla aeroplano e sistemi di combattimento senza staccare le mani dalla barra e dalla manetta. La strumentazione è completamente digitale e modulare, può essere configurata secondo i tipi di missione da svolgere ed integra lo «Embedded Tactical Training System, Etts», che permette di consente di simulare virtualmente la presenza nel cielo di velivoli alleati e nemici, operando anche mediante un collegamento (datalink) con stazioni a terra, inclusi i simulatori sia con altri aeroplani in volo. Oltre che in Italia, è stato esportato alle forze armate di Grecia, Israele, Qatar, Nigeria, Polonia, Singapore e Turkmenistan. Lungo 11,49 metri e con un'apertura alare di 9,72, viene spinto da una coppia di turbofan Honeywell F124-GA-200 da 2,8 tonnellate di spinta ciascuna, ha un peso massimo al decollo di 10,2 tonnellate, quindi dispone di un rapporto peso-potenza favorevole e, in configurazione senza carichi esterni, sale a oltre cento metri al secondo, volando per 1.890 km con una velocità massima in quota di 1250 km/h, ovvero Mach 1.
Al decollo stacca il ruotino anteriore a 120 kts (222 km/h), mentre all'atterraggio si presenta intorno a 130 kts (240 km/h). Nella variante da combattimento (M-346FA, da Fighter/Attack) può impiegare i missili a guida infrarossa Aim-9, bombe a caduta libera Mk-82 o a guida laser Lizard 2, ma anche altri tipi di armamenti.
Siamo andati in Sardegna nella base di Decimomannu, che dallo scorso maggio ospita anche la sede della Ifts (International Flight Training School): un campus nella cui organizzazione è stato schierato il 212° Gruppo volo del 61° Stormo di Galatina, che addestra i nostri piloti e quelli di molte altre nazioni: Qatar, Giappone, Germania, Singapore, Austria, Canada, Arabia Saudita, Regno Unito.Il club degli «8G»: otto G, otto volte la forza di gravità, l’accelerazione che subiscono e che devono dimostrare di saper gestire i piloti che vogliono superare il corso Ifts, ovvero i carichi ai quali il proprio fisico viene sottoposto.Dagli aerei in legno a quelli digitali, la storia della base di Decimomannu: inaugurato nel 1939, l'aeroporto oggi intitolato al pilota - medaglia d'oro al valor militare - Giovanni Farina (1901–1942), fu utilizzato nella Seconda guerra mondiale come campo di protezione e decentramento per i bombardieri basati sul campo di Elmas.M-346, dalla Russia alla Nato: soltanto due anni dopo la dissoluzione dell'Urss, era il 1993, l'Aermacchi (oggi Leonardo divisione velivoli), strinse un accordo di collaborazione con la russa Yakovlev per il nuovo addestratore in fase di sviluppo.Lo speciale contiene quattro articoli.La frase sul quadro appeso all’ingresso della palazzina adibita ai servizi spiega che cosa si fa in questa base dell’Aeronautica Militare: «Dove gli aviatori del mondo libero si addestrano per mantenere la pace». Siamo a Decimannu, quindici chilometri a nord di Cagliari, in quello che un tempo era noto come il Reparto sperimentale e di standardizzazione tiro aereo (Rssta). In poche parole il luogo dove i piloti italiani e quelli della Nato imparavano, e ancora oggi imparano, a sparare dagli aeroplani. Il centro si chiama Rssta dal primo luglio 1970, ma dal maggio scorso la stessa base, ma presso un edificio completamente nuovo, ospita anche la sede della Ifts (International Flight Training School), un campus nella cui organizzazione è stato schierato il 212° Gruppo volo del 61° Stormo di Galatina (Lecce), che svolge l’addestramento per i nostri piloti e per quelli di sempre più nazioni, poiché sono ormai una decina i Paesi che hanno scelto Ifts: Qatar, Giappone, Germania, Singapore, Austria, Canada, Arabia Saudita, Regno Unito, ad occupare i prossimi due anni di attività. Funziona così: Ifts, 130.000 metri quadrati all'interno della base, è una scuola militare che «fa sistema» con Leonardo, costruttore dei velivoli utilizzati, appunto gli M-346A e fornitore, mediante la società Ajt, una joint-venture costituita insieme con la multinazionale Cae, dei simulatori presenti nell'edificio chiamato Gbts (Ground Based Training System), ma anche del personale tecnico e degli istruttori a contratto. In tutto circa 300 persone. Leonardo gioca quindi anche il ruolo di «fattore abilitante», poiché occupandosi di vendite dei velivoli militari definite «g2g», che significa da governo a governo, può quindi accogliere e indirizzare presso Ifts anche le richieste per l’addestramento dei piloti che provengono da altre nazioni.Dall’ingresso dell’aeroporto Giovanni Farina, sede della base, in un paio di minuti di automobile si raggiunge una vera e propria cittadella dell’addestramento nella quale, oltre alla palazzina Ifts, c’è un residence con camere, sale comuni e ogni servizio necessario per la permanenza dei militari che trascorro qui qualche mese per completare il loro percorso formativo. Bisogna infatti ricordare che il 61° Stormo di Galatina ricomprende anche il 213° e 214° Gruppo volo perché svolge la funzione addestrativa sotto il Comando Generale delle scuole dell'Aeronautica Militare per la Fase 2 (che individua su quale linea voleranno i neo piloti, se caccia, trasporto, elicotteri, droni), e per la Fase 3 (linea caccia). Il 212° Gruppo volo è quindi quello specializzato nella Fase 4 che opera con gli M-346 per portare i piloti a poter essere successivamente assegnati a Eurofighter o a F-35, comunque preparandoli per i caccia di quinta generazione. Una realtà che a parte Stati Uniti (con l’Euro-Nato Jet Joint Pilot Training di Sheppard, Texas, dove anche l’Italia invia i propri ufficiali piloti), e la Francia (con la scuola dell’Armée de l’Air), non possiede alcuna altra nazione occidentale. Con in più una caratteristica unica dello Ifts: la possibilità di simulare sia in volo sia a terra velivoli amici e nemici, ma anche bersagli, potendo far interagire l’allievo che siede nel simulatore con quello per aria e viceversa, grazie al fatto che tutti i 22 velivoli M-346A della flotta Ifts sono equipaggiati con un sistema elettronico dedicato a questa funzione che si chiama Aacmi (Autonomous Air Combat Manoeuvering Instrumentation). 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Ma è essenziale per poter svolgere il corso come l'accertare il livello di preparazione di ogni singolo allievo, che seppure arrivi già con il titolo di pilota militare, a seconda delle caratteristiche personali e del Paese di provenienza avrà capacità differenti, anche dettate dal tipo di velivolo sul quale è stato formato. Per esempio, in talune nazioni volano su velivoli turboelica e per questo hanno la necessità di imparare e abituarsi a quelli a getto. Ecco perché durante il primo mese di addestramento vengono verificati i pre-requisiti necessari, valutato il grado di preparazione sulle tecniche basiche che un pilota militare deve possedere (volo in formazione, strumentale, padronanza della lingua inglese, eccetera), per poi passare successivamente alle tecniche di combattimento uno contro uno, due contro uno, di attacco al suolo e altro ancora, venendo quindi anche sottoposti alla centrifuga che, appunto, li sottopone all'accelerazione di 8G. Il programma si sviluppa in 16 missioni di volo e 18 sessioni su simulatori di tre tipologie differenti perché progettati con scopi addestrativi diversi, terminato il quale, dopo un esame, viene rilasciato il certificato che attesta il superamento del corso, una sorta di «timbro di qualità» sul possesso dei requisiti previsti dalla «fase 4» del percorso di formazione. Gli istruttori sono dell'Aeronautica Militare ma possono anche essere dei civili, anche se è richiesto anche un background militare recente; la dottrina e il syllabus usati nel corso sono quelli della nostra Arma azzurra, così tra combattimenti aria-aria e aria-suolo, uso di bombe balistiche e a guida di precisione, tattiche e strategie di volo, gli allievi devono raggiungere il livello di preparazione richiesto, tutt'altro che scontato. C'è infatti un 3% circa dei 60 allievi di ogni corso che non raggiunge il livello richiesto. Non significa che la sua carriera sia finita, ma che probabilmente dovrà migliorare nella parte carente dell'addestramento. Nel momento in cui ogni allievo lascia la Ifts, viene inviato alla forza armata di appartenenza un fascicolo personale che riassume le valutazioni e le caratteristiche del pilota. 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Da Decimomannu decollarono i Siai-Marchetti 79 del 32° Stormo della Regia Aeronautica, quindi i velivoli aerosiluranti del 36° Stormo, ma dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 il campo passò sotto il controllo americano e fu utilizzato per consentire le sortite aeree per la liberazione della Penisola. Gli alleati ne riconobbero la posizione strategica e la vicinanza con aree scarsamente abitate che le rendevano idonee a essere impiegate come poligoni di tiro, così nel 1954 la base prese la configurazione attuale, creata secondo gli standard Nato, per essere utilizzata come centro di addestramento del Comando Forze Alleate del Mediterraneo, e il 15 febbraio di quell'anno vi si costituì l'unità di addestramento al tiro aereo della Royal Canadian Air Force. Due anni dopo l'accordo tra Italia, Canada e Germania portò alla costituzione della Air Weapons Training Installation e nel 1960 iniziarono anche le operazioni di formazione dei piloti della Luftwaffe e della Marina tedesca, un sodalizio, questo, che durò fino al 2016. Dal primo luglio 1970 e fino a quella data, l'aeroporto assunse l'attuale denominazione di Reparto sperimentale e di standardizzazione al tiro aereo (Rssta), accogliendo anche personale e mezzi degli Stati Uniti e in seguito della Royal Air Force inglese. Dopo la fine della Guerra fredda le mutate esigenze strategiche portarono a una riduzione delle rappresentanze internazionali presenti, fino a ricomprendere soltanto Italia e Germania. La pista dell'aeroporto ha una lunghezza di 2.990 metri in grado di consentire anche l'atterraggio di grandi velivoli, la base ospita anche un Servizio radar, la sezione meteorologica e la base dell'80° Combat Search and Rescue (Ricerca e salvataggio) che fa capo al 15° Stormo, la 4° Sezione Elicotteri della Guardia Costiera e altri gruppi tecnici e logistici delle Forze armate. Dall'11 maggio 2023 è quindi sede dello Ifts. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/ifts-decimomannu-scuola-piloti-2666426062.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="m-346-dalla-russia-alla-nato" data-post-id="2666426062" data-published-at="1701627785" data-use-pagination="False"> M-346, dalla Russia alla Nato Soltanto due anni dopo la dissoluzione dell'Urss, era il 1993, l'Aermacchi (oggi Leonardo divisione velivoli), strinse un accordo di collaborazione con la russa Yakovlev per il nuovo addestratore in fase di sviluppo. Tre anni più tardi, con il nome di Yak130, l'aeroplano cominciò i voli e nel 1997 fu valutato dall'Italia come possibile sostituto dell'Aermacchi MB-339, allora in servizio già da 18 anni e ancora del tutto analogico nei suoi sistemi principali. Emersero tuttavia divergenze tra i piani industriali delle due nazioni, le quali dopo una trattativa lunga proseguirono in modo indipendente lo sviluppo, e questo portò a ribattezzare lo Aem-130, designazione provvisoria italiana, in M-346. Ma anche a modificarlo profondamente adottando esclusivamente componenti ed equipaggiamenti di costruzione occidentale, portandolo in volo per la prima volta nel luglio 2004, per poi completare il primo volo supersonico il 18 dicembre dello stesso anno. Battezzato «Master», lo M-346 è dotato di due sistemi idraulici indipendenti, di un sistema di bordo per la generazione di ossigeno e di un software di controllo dei comandi di volo (fly by wire) che consente di programmare i limiti delle accelerazioni «G» e quindi può simulare diversi tipi di missioni e di aeromobili. Incluso un sistema automatico per il ritorno al volo orizzontale (Pars, da Pilot Activated Recovery System) al quale il pilota può ricorrere in caso di disorientamento spaziale (non si sa più la propria posizione in relazione all'orizzonte) o di perdita di controllo. Un'altra caratteristica sono i comandi «Hands on Throttle and Stick» (Hotas), ovvero il pilota controlla aeroplano e sistemi di combattimento senza staccare le mani dalla barra e dalla manetta. La strumentazione è completamente digitale e modulare, può essere configurata secondo i tipi di missione da svolgere ed integra lo «Embedded Tactical Training System, Etts», che permette di consente di simulare virtualmente la presenza nel cielo di velivoli alleati e nemici, operando anche mediante un collegamento (datalink) con stazioni a terra, inclusi i simulatori sia con altri aeroplani in volo. Oltre che in Italia, è stato esportato alle forze armate di Grecia, Israele, Qatar, Nigeria, Polonia, Singapore e Turkmenistan. Lungo 11,49 metri e con un'apertura alare di 9,72, viene spinto da una coppia di turbofan Honeywell F124-GA-200 da 2,8 tonnellate di spinta ciascuna, ha un peso massimo al decollo di 10,2 tonnellate, quindi dispone di un rapporto peso-potenza favorevole e, in configurazione senza carichi esterni, sale a oltre cento metri al secondo, volando per 1.890 km con una velocità massima in quota di 1250 km/h, ovvero Mach 1.Al decollo stacca il ruotino anteriore a 120 kts (222 km/h), mentre all'atterraggio si presenta intorno a 130 kts (240 km/h). Nella variante da combattimento (M-346FA, da Fighter/Attack) può impiegare i missili a guida infrarossa Aim-9, bombe a caduta libera Mk-82 o a guida laser Lizard 2, ma anche altri tipi di armamenti.
È scontro fra il sindaco leghista Alan Fabbri e la diocesi della città emiliana, dove in estate si dovrebbe esibire Marilyn Manson, provocatorio cantante americano. Il vescovo pro migranti Gian Carlo Perego, a cui non importa dei crocifissi nelle scuole, nega il camerino all’artista perché dentro un convento di suore.
Marilyn Manson non è certo uomo che si turbi facilmente, se non altro perché ha costruito una intera carriera sulla provocazione e l’eccesso. Ha creato un personaggio appositamente per scandalizzare, e se non venisse bandito e censurato non avrebbe più senso di esistere. Nel tempo, soprattutto quando era all’apice del successo ormai parecchi anni fa, molte città americane di profonda fede protestante insorgevano contro le sue esibizioni platealmente e anche tristemente blasfeme. Al solito, la soluzione migliore sarebbe stata ignorarlo, invece di alimentare il suo freak show fuori tempo massimo.
Nel frattempo, Manson si è evoluto. È un filo meno pagliaccesco, la sua ricerca musicale ne ha senza dubbio elevato il livello culturale. E in ogni caso la fama del passato è sbiadita, l’età e il grasso addominale incombono, e il vecchio circo si è parecchio ammosciato. Eppure sembra che la curia ferrarese sia riuscita nel capolavoro grottesco di regalare a Manson nuova pubblicità, nuove polemiche e un pizzico di vigore giovanile.
Il musicista americano suonerà nella città emiliana il prossimo 11 luglio nell’ambito del Ferrara Summer Festival. A suscitare un certo, divertito, interesse è stata la notizia che sarebbe stato accolto - almeno per qualche momento - in un convento delle suore di San Vincenzo. Come ha spiegato il sindaco leghista Alan Fabbri a Radio Radio, «tutti gli anni, in piazza Ariostea, gli artisti hanno potuto riposare (anche gli Slipknot) - prima dell’esibizione - nel backstage del palco, che per l’occasione è sempre stato il convento delle suore di San Vincenzo». Per chi non ne fosse edotto, gli Slipknot sono decisamente più pesanti di Manson a livello sonoro e almeno altrettanto disturbanti per quanto riguarda testi e blasfemia. Però non hanno avuto (né causato) problemi con le suore. Questa volta però a Manson l’ingresso al convento è stato interdetto.
Lo ha fatto sapere lo stesso Fabbri: «Purtroppo, dopo tutta questa attenzione mediatica sulla notizia, le suore hanno comunicato di aver ricevuto ordini dall’alto, quindi immagino dalla Curia - con cui non posso dire di avere ottimi rapporti - di ritirarsi dal supporto per tutto il Ferrara Summer Festival e non solo per il concerto di Marilyn Manson». Peccato, ha commentato giustamente il sindaco: magari le determinate suorine avrebbero potuto cogliere l’occasione per riportare all’ovile la pecorella (volutamente) smarrita.
Il fatto, però, è che oltre al folklore e alla curiosità sotto questa vicenda c’è qualcosa di un poco più sgradevole. «Non ho mai detto che Manson sarebbe stato ospitato dal convento», ci racconta Alan Fabbri. «Io ho sempre parlato dei camerini. Piazza Ariostea, dove si svolge il concerto, ha a lato un convento che ha sempre concesso le stanze in cui venivano allestiti i camerini per gli artisti. Vuol dire che lì gli artisti si cambiano, anzi si cambiavano e facevano i loro preparativi dentro il convento, che collaborava con la produzione del festival. È sempre stato così da quando abbiamo i concerti in Piazza Ariostea e doveva essere così anche con Manson, la cui data è stata annunciata mesi fa. Dopo le mie dichiarazioni però c’è stato un passo indietro».
E da chi dipende questa retromarcia? Sembra di capire che sia dovuta alla Curia locale. Che, guarda un po’, è guidata da monsignor Gian Carlo Perego, noto ai più come vertice della Fondazione Migrantes e sempre in prima fila sui temi della accoglienza. «Perego, soprattutto in quanto presidente della Fondazione Migrantes», dice il leghista Fabbri, «non è che mi ami molto. Forse anche per questo stanno cercando di negarci varie forme di collaborazione. Ad esempio qualche settimana fa il Capitolo della Cattedrale, associazione in cui si ritrovano vari parroci e gestisce la Cattedrale di Ferrara, ci ha negato la possibilità di fare delle riprese video all’interno delle chiese, che chiedevamo per realizzare una sorta di video promozionale turistico, con tutte le bellezze architettoniche, monumentali e artistiche della città di Ferrara».
Insomma il blocco a Manson rientrerebbe in una antica tensione fra il vescovo pro migranti e il sindaco di destra. «Da quando mi sono insediato ci sono questi problemi», continua Fabbri. «Un esempio. Non appena eletto, durante l’estate, ho deciso di far mettere i crocefissi nelle scuole. Senza fare grande pubblicità ho emesso la delibera di acquisto dei crocefissi e non ho fatto alcuna polemica, non ho usato il gesto a fini politici, non ho fatto niente. Però evidentemente nell’albo pretorio del Comune è uscita la determina dirigenziale e qualcuno se n’è accorto. Subito è nata una polemica, nemmeno quello andava bene, nemmeno il crocifisso: il vescovo disse che un buon cristiano non deve guardare a queste cose».
Intendiamoci: che la curia si stranisca per Marilyn Manson è decisamente più comprensibile delle polemiche sui crocifissi. Ed è persino diritto delle suore, del vescovo e di ogni prete rifiutare di ospitare uno che ha sempre denigrato la religione, anche se le posizioni dell’artista sono appena più articolate di come piace raccontarle, e dipendono molto dal contesto statunitense. A suscitare qualche perplessità, semmai, è il doppio binario. Negli anni passati non c’erano stati problemi a ospitare band decisamente cruente («il cantante degli Slipknot iniziò il concerto con una bestemmia», ricorda il sindaco Fabbri), ora sorge il problema proprio dopo le dichiarazioni del primo cittadino con cui la diocesi è in rapporti tesi da tempo principalmente a causa delle differenti visioni sul tema migratorio.
«Forse il fatto che io in passato non abbia mai commentato nulla ha fatto passare tutto in sordina», ipotizza Fabbri. «Questa volta ho fatto un commento a Radio Radio dicendo che secondo me era una cosa bella che Manson potesse passare nel convento. Si poteva comunque trovare un motivo di unione anche fra visioni molto diverse. Credo che in questo caso abbia pesato la voglia di rompermi un po’ le scatole». In effetti è un po’ curioso: monsignor Perego è uno dei principali cantori dell’accoglienza, è sceso in piazza con le associazioni Lgbt, ha sempre voluto apparire aperto e tollerante. Con Manson lo è stato un po’ meno del solito. Forse perché arriverà in aereo e non in barcone?
Il fascino del passato incontra la generosità del presente. Il 25 aprile, la capitale italiana della moda ospiterà la seconda edizione dell'evento dedicato al mondo degli abiti vintage, con protagonista il popolare sito di e-commerce.
Domani eBay sarà partner principale del Vogue Vintage Market, un appuntamento dedicato agli appassionati del mondo della moda e soprattutto della moda di seconda mano, che dà nuova vita a capi vintage e abiti dal gusto sempre attuale. L'evento torna a Milano per il secondo anno, sulla scia del successo già riscosso sulle piazze mondiali della moda. Londra, New York e Berlino. Madrina dell’edizione di quest'anno del Vogue Vintage Market sarà la top model di fama internazionale Mariacarla Boscono, che per l'occasione farà dono di una serie di capi vintage del suo guardaroba personale.
Dalle 11 del mattino fino alla sera alle 20, sarà possibile esplorare e acquistare capi selezionati, abiti e accessori vintage donati da uffici stile e stampa dei brand, designer, creativi, il tutto presso Officine LùBar (via Monviso 34, Milano).
La novità di quest'anno pensata da eBay sarà la dimensione virtuale dell'evento, che permetterà anche a chi si trova fuori città di partecipare e aggiudicarsi preziosi capi vintage, grazie a una diretta su eBay Live, la nuova piattaforma di shopping interattivo in diretta che connette acquirenti e venditori in tempo reale all’interno dell’ecosistema sicuro e affidabile di eBay.
Durante il live streaming, in programma alle 15.00, sarà possibile acquistare borse e accessori di brand come Fendi, Prada e Louis Vuitton, messi all’asta a partire da 1 euro. Anche quest’anno il ricavato delle vendite del Vogue Vintage Market, al netto di costi, imposte e commissioni, sarà devoluto a Fondazione Pangea Ets, da oltre vent’anni attiva nella promozione dell’emancipazione e dell’autonomia femminile. I fondi contribuiranno a sostenere donne vittime di violenza lungo tutto il loro percorso di rinascita, destinando alle case rifugio, primo stadio in termini di accoglienza, e al reinserimento lavorativo attraverso il progetto Reama.
Dietro lo scontro tra Leone XIV e Donald Trump una linea di faglia venuta allo scoperto su politiche migratorie e conflitto in Iran. La frizione tra il sionismo in salsa evangelica e i fedeli all’autorità di Roma spacca il Paese ed è una grana per il presidente.
Posata la polvere dell’inedito cozzo tra «imperi» (quello morale del Vaticano contro quello, secolarissimo, dell’America), si può forse tentare di capire cosa l’abbia generato. Cosa, cioè, abbia provocato, sotto le scintille dei post di Donald Trump, quella divergenza che ora si cerca di ricomporre dopo il «sequestro» dell’allora nunzio Christophe Pierre al Pentagono, dopo le frasi mai viste del primo Papa americano contro il suo presidente, dopo insomma che Casa Bianca e Santa Sede sembrano agli antipodi più che dentro l’alveo di ciò che chiamiamo Occidente.
Le linee di faglia identificabili sono almeno tre. La prima è la più facile da cogliere: l’Iran. Nel metodo, la Chiesa contesta le ragioni dell’intervento bellico, anche alla luce del documento - comunque non valutato con favore - sulla Strategia della sicurezza nazionale del novembre ’25. Qui, a pagina 28, si legge che Teheran, pur restando il primo fattore di destabilizzazione del Medio Oriente, era stata «enormemente indebolita dalle azioni israeliane successive al 7 ottobre 2023 e dall’azione del presidente Trump del giugno 2025, che ha significativamente depotenziato il programma nucleare iraniano». Nel merito, è finora difficile valutare positivamente l’efficacia dell’azione partita il 28 febbraio scorso: di qui l’inesausto richiamo a soluzioni diplomatiche, culminato nell’aggettivo «inaccettabile» scelto da Leone XIV quando Trump ha minacciato di «cancellare un’intera civiltà».
Ma c’è un’altra ragione per cui, in un episcopato complesso come quello americano, l’amministrazione si è trovata con tutti i prelati schierati contro, senza le divisioni tra «conservatori» e «progressisti»: e non è solo per dovere d’ufficio e di difesa del Papa. La seconda linea di faglia che divide non solo Chiesa e Casa bianca ma anche e soprattutto l’anima cattolica e quella evangelica dell’amministrazione è infatti l’immigrazione. Il tratto personale e lo stile di papa Prevost lo rendono meno frontale di quanto fosse Bergoglio sul tema: Leone XIV ha appena invitato gli africani a servire il proprio Paese resistendo alla «tendenza migratoria». Tuttavia, oltre a contestare metodi ritenuti brutali nella gestione dell’immigrazione clandestina, c’è un fattore non indifferente. Quando in Italia o in Europa si parla di rimpatri, statisticamente ciò impatta su persone provenienti da Paesi in larga parte di religione islamica, o comunque di culture e storia diverse da quelle del nostro Continente. In America la «remigrazione», a voler usare un termine così abusato da essere inservibile, riguarda tanti latinos, molto spesso cattolici. Il rilievo generale dei vescovi non dipende dalla religione degli immigrati, ma sarebbe sbagliato non considerare questo tema. Secondo un articolo di Commonweal del 2025, addirittura «un cattolico su cinque» negli Usa è «vulnerabile» a un’applicazione severa dei criteri di rimpatri di massa. Paradosso ulteriore: come noto, il blocco elettorale cattolico americano, pur variegato, è considerato fondamentale per conquistare la Casa Bianca, e lo è stato anche per Trump. Tutti i sondaggi stimano che la maggioranza degli elettori cattolici lo abbia preferito a Kamala Harris, e in prospettiva il peso di questa fetta di popolazione sta diventando sempre più «pesante» rispetto ai protestanti, perché sta crescendo, a differenza dei secondi. La figura più rappresentativa di questo doppio attrito (guerra e immigrazione) è senza dubbio Stephen Miller, vice capo di gabinetto e consigliere per la sicurezza interna di Trump. Oltre a essere l’ispiratore principale della linea sull’immigrazione, Miller - proveniente da famiglia ebraica - lo scorso 16 aprile ha dichiarato che se l’Iran sceglierà la strada sbagliata, gli Stati Uniti hanno il potere di continuare «indefinitamente» la stretta bellica ed economica.
C’è una terza frattura, più latente e in un certo senso indipendente da Trump, che pure si trova a doverla gestire come presidente, sia nel Partito repubblicano sia nel Paese. Si può partire da un’inconsueta presa di posizione da parte dei patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme pubblicata sabato 17 gennaio 2026. Non tocca né la politica internazionale né l’America, ma cita «ideologie dannose, come il sionismo cristiano», che «ingannano il pubblico, seminano confusione e attentano all’unità del nostro gregge». Non si tratta di una faida religiosa in una zona infuocata quale la Terra Santa, ma di una linea di faglia teologica che attraversa anche l’America: tanto che a quel documento ha risposto duramente Mike Huckabee, ex pastore battista e ambasciatore degli Usa in Israele.
Come ha spiegato un recente articolo di Giacomo Maria Arrigo su Limes, il sionismo cristiano è «una credenza religiosa con considerevoli riflessi politici, che sostiene attivamente il ritorno degli ebrei in Israele e vede la nascita dello stato di Israele come parte del piano profetico», interpretando alla lettera la Bibbia in una dottrina «dispensazionalista». Per semplificare una faccenda stratificata e complessissima, il mondo evangelico americano e la sua sporgenza politica considera attuali, valide, storicamente predittive e politicamente impegnative le promesse veterotestamentarie fatte da Dio al suo popolo. Quando il popolarissimo conduttore Tucker Carlson ha chiesto al senatore repubblicano Ted Cruz se considerasse la nazione citata nella Genesi quella oggi governata da Netanyahu, Cruz ha risposto affermativamente. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aderisce a tale impostazione, che non può non entrare in conflitto con la sensibilità cattolica. Del resto, è sotto la sua guida che, la scorsa Pasqua, il Pentagono si è premurato di far sapere che non ci sarebbero state celebrazioni cattoliche ma solo protestanti per il Venerdì Santo. Quanto tale profonda frizione sia destinata a caratterizzare il mandato di Trump, che pure allinea tra le sue fila una nutritissima schiera di cattolici dichiarati, lo testimonia persino l’ex miss California Carrie Prejean Boller, cattolica, che sostiene di essere stata licenziata dalla Commissione per la libertà religiosa per aver esercitato la sua, dichiarando che la fede nella Chiesa di Roma non sposa il sionismo politico come compimento dei Testi.
Episodio forse marginale, nella sua perfetta americanità, ma che rientra nel grande scontro teologico che anima il più materialista dei Paesi occidentali. Il sacro, espulso, trova sempre strade impreviste.