Aeronautica e Leonardo. Viaggio nell'università del combattimento aereo
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Siamo andati in Sardegna nella base di Decimomannu, che dallo scorso maggio ospita anche la sede della Ifts (International Flight Training School): un campus nella cui organizzazione è stato schierato il 212° Gruppo volo del 61° Stormo di Galatina, che addestra i nostri piloti e quelli di molte altre nazioni: Qatar, Giappone, Germania, Singapore, Austria, Canada, Arabia Saudita, Regno Unito.
Il club degli «8G»: otto G, otto volte la forza di gravità, l’accelerazione che subiscono e che devono dimostrare di saper gestire i piloti che vogliono superare il corso Ifts, ovvero i carichi ai quali il proprio fisico viene sottoposto.
Dagli aerei in legno a quelli digitali, la storia della base di Decimomannu: inaugurato nel 1939, l'aeroporto oggi intitolato al pilota - medaglia d'oro al valor militare - Giovanni Farina (1901–1942), fu utilizzato nella Seconda guerra mondiale come campo di protezione e decentramento per i bombardieri basati sul campo di Elmas.
M-346, dalla Russia alla Nato: soltanto due anni dopo la dissoluzione dell'Urss, era il 1993, l'Aermacchi (oggi Leonardo divisione velivoli), strinse un accordo di collaborazione con la russa Yakovlev per il nuovo addestratore in fase di sviluppo.
Lo speciale contiene quattro articoli.
La frase sul quadro appeso all’ingresso della palazzina adibita ai servizi spiega che cosa si fa in questa base dell’Aeronautica Militare: «Dove gli aviatori del mondo libero si addestrano per mantenere la pace». Siamo a Decimannu, quindici chilometri a nord di Cagliari, in quello che un tempo era noto come il Reparto sperimentale e di standardizzazione tiro aereo (Rssta). In poche parole il luogo dove i piloti italiani e quelli della Nato imparavano, e ancora oggi imparano, a sparare dagli aeroplani. Il centro si chiama Rssta dal primo luglio 1970, ma dal maggio scorso la stessa base, ma presso un edificio completamente nuovo, ospita anche la sede della Ifts (International Flight Training School), un campus nella cui organizzazione è stato schierato il 212° Gruppo volo del 61° Stormo di Galatina (Lecce), che svolge l’addestramento per i nostri piloti e per quelli di sempre più nazioni, poiché sono ormai una decina i Paesi che hanno scelto Ifts: Qatar, Giappone, Germania, Singapore, Austria, Canada, Arabia Saudita, Regno Unito, ad occupare i prossimi due anni di attività. Funziona così: Ifts, 130.000 metri quadrati all'interno della base, è una scuola militare che «fa sistema» con Leonardo, costruttore dei velivoli utilizzati, appunto gli M-346A e fornitore, mediante la società Ajt, una joint-venture costituita insieme con la multinazionale Cae, dei simulatori presenti nell'edificio chiamato Gbts (Ground Based Training System), ma anche del personale tecnico e degli istruttori a contratto. In tutto circa 300 persone. Leonardo gioca quindi anche il ruolo di «fattore abilitante», poiché occupandosi di vendite dei velivoli militari definite «g2g», che significa da governo a governo, può quindi accogliere e indirizzare presso Ifts anche le richieste per l’addestramento dei piloti che provengono da altre nazioni.
Dall’ingresso dell’aeroporto Giovanni Farina, sede della base, in un paio di minuti di automobile si raggiunge una vera e propria cittadella dell’addestramento nella quale, oltre alla palazzina Ifts, c’è un residence con camere, sale comuni e ogni servizio necessario per la permanenza dei militari che trascorro qui qualche mese per completare il loro percorso formativo. Bisogna infatti ricordare che il 61° Stormo di Galatina ricomprende anche il 213° e 214° Gruppo volo perché svolge la funzione addestrativa sotto il Comando Generale delle scuole dell'Aeronautica Militare per la Fase 2 (che individua su quale linea voleranno i neo piloti, se caccia, trasporto, elicotteri, droni), e per la Fase 3 (linea caccia). Il 212° Gruppo volo è quindi quello specializzato nella Fase 4 che opera con gli M-346 per portare i piloti a poter essere successivamente assegnati a Eurofighter o a F-35, comunque preparandoli per i caccia di quinta generazione. Una realtà che a parte Stati Uniti (con l’Euro-Nato Jet Joint Pilot Training di Sheppard, Texas, dove anche l’Italia invia i propri ufficiali piloti), e la Francia (con la scuola dell’Armée de l’Air), non possiede alcuna altra nazione occidentale. Con in più una caratteristica unica dello Ifts: la possibilità di simulare sia in volo sia a terra velivoli amici e nemici, ma anche bersagli, potendo far interagire l’allievo che siede nel simulatore con quello per aria e viceversa, grazie al fatto che tutti i 22 velivoli M-346A della flotta Ifts sono equipaggiati con un sistema elettronico dedicato a questa funzione che si chiama Aacmi (Autonomous Air Combat Manoeuvering Instrumentation). A questi si aggiungono anche 6 velivoli identici appartenenti alle forze aeree del Qatar e l'intera flotta si prevede possa totalizzare circa 8.000 ore di volo l'anno.
Il club degli «8G»
Otto G, otto volte la forza di gravità, l’accelerazione che subiscono e che devono dimostrare di saper gestire i piloti che vogliono superare il corso Ifts, ovvero i carichi ai quali il proprio fisico viene sottoposto. Un valore che, seppur mitigato dall’effetto della tuta anti-G, non tutti i piloti sono in grado di sopportare. Ci vogliono infatti, tecnica, forma e allenamento fisico. Ma è essenziale per poter svolgere il corso come l'accertare il livello di preparazione di ogni singolo allievo, che seppure arrivi già con il titolo di pilota militare, a seconda delle caratteristiche personali e del Paese di provenienza avrà capacità differenti, anche dettate dal tipo di velivolo sul quale è stato formato. Per esempio, in talune nazioni volano su velivoli turboelica e per questo hanno la necessità di imparare e abituarsi a quelli a getto. Ecco perché durante il primo mese di addestramento vengono verificati i pre-requisiti necessari, valutato il grado di preparazione sulle tecniche basiche che un pilota militare deve possedere (volo in formazione, strumentale, padronanza della lingua inglese, eccetera), per poi passare successivamente alle tecniche di combattimento uno contro uno, due contro uno, di attacco al suolo e altro ancora, venendo quindi anche sottoposti alla centrifuga che, appunto, li sottopone all'accelerazione di 8G. Il programma si sviluppa in 16 missioni di volo e 18 sessioni su simulatori di tre tipologie differenti perché progettati con scopi addestrativi diversi, terminato il quale, dopo un esame, viene rilasciato il certificato che attesta il superamento del corso, una sorta di «timbro di qualità» sul possesso dei requisiti previsti dalla «fase 4» del percorso di formazione. Gli istruttori sono dell'Aeronautica Militare ma possono anche essere dei civili, anche se è richiesto anche un background militare recente; la dottrina e il syllabus usati nel corso sono quelli della nostra Arma azzurra, così tra combattimenti aria-aria e aria-suolo, uso di bombe balistiche e a guida di precisione, tattiche e strategie di volo, gli allievi devono raggiungere il livello di preparazione richiesto, tutt'altro che scontato. C'è infatti un 3% circa dei 60 allievi di ogni corso che non raggiunge il livello richiesto. Non significa che la sua carriera sia finita, ma che probabilmente dovrà migliorare nella parte carente dell'addestramento. Nel momento in cui ogni allievo lascia la Ifts, viene inviato alla forza armata di appartenenza un fascicolo personale che riassume le valutazioni e le caratteristiche del pilota. Si ringrazia il personale Quinto Reparto AM, del 61° Stormo e il Tenente colonnello pilota Ivo F. per la preziosa collaborazione.
Come funziona il simulatore Sbt
Dagli aerei in legno a quelli digitali, la storia della base di Decimomannu
Inaugurato nel 1939, l'aeroporto oggi intitolato al pilota - medaglia d'oro al valor militare - Giovanni Farina (1901–1942), fu utilizzato nella Seconda guerra mondiale come campo di protezione e decentramento per i bombardieri basati sul campo di Elmas, nonché per le sortite sul Mediterraneo occidentale. Da Decimomannu decollarono i Siai-Marchetti 79 del 32° Stormo della Regia Aeronautica, quindi i velivoli aerosiluranti del 36° Stormo, ma dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 il campo passò sotto il controllo americano e fu utilizzato per consentire le sortite aeree per la liberazione della Penisola. Gli alleati ne riconobbero la posizione strategica e la vicinanza con aree scarsamente abitate che le rendevano idonee a essere impiegate come poligoni di tiro, così nel 1954 la base prese la configurazione attuale, creata secondo gli standard Nato, per essere utilizzata come centro di addestramento del Comando Forze Alleate del Mediterraneo, e il 15 febbraio di quell'anno vi si costituì l'unità di addestramento al tiro aereo della Royal Canadian Air Force. Due anni dopo l'accordo tra Italia, Canada e Germania portò alla costituzione della Air Weapons Training Installation e nel 1960 iniziarono anche le operazioni di formazione dei piloti della Luftwaffe e della Marina tedesca, un sodalizio, questo, che durò fino al 2016. Dal primo luglio 1970 e fino a quella data, l'aeroporto assunse l'attuale denominazione di Reparto sperimentale e di standardizzazione al tiro aereo (Rssta), accogliendo anche personale e mezzi degli Stati Uniti e in seguito della Royal Air Force inglese. Dopo la fine della Guerra fredda le mutate esigenze strategiche portarono a una riduzione delle rappresentanze internazionali presenti, fino a ricomprendere soltanto Italia e Germania. La pista dell'aeroporto ha una lunghezza di 2.990 metri in grado di consentire anche l'atterraggio di grandi velivoli, la base ospita anche un Servizio radar, la sezione meteorologica e la base dell'80° Combat Search and Rescue (Ricerca e salvataggio) che fa capo al 15° Stormo, la 4° Sezione Elicotteri della Guardia Costiera e altri gruppi tecnici e logistici delle Forze armate. Dall'11 maggio 2023 è quindi sede dello Ifts.
M-346, dalla Russia alla Nato
Soltanto due anni dopo la dissoluzione dell'Urss, era il 1993, l'Aermacchi (oggi Leonardo divisione velivoli), strinse un accordo di collaborazione con la russa Yakovlev per il nuovo addestratore in fase di sviluppo. Tre anni più tardi, con il nome di Yak130, l'aeroplano cominciò i voli e nel 1997 fu valutato dall'Italia come possibile sostituto dell'Aermacchi MB-339, allora in servizio già da 18 anni e ancora del tutto analogico nei suoi sistemi principali. Emersero tuttavia divergenze tra i piani industriali delle due nazioni, le quali dopo una trattativa lunga proseguirono in modo indipendente lo sviluppo, e questo portò a ribattezzare lo Aem-130, designazione provvisoria italiana, in M-346. Ma anche a modificarlo profondamente adottando esclusivamente componenti ed equipaggiamenti di costruzione occidentale, portandolo in volo per la prima volta nel luglio 2004, per poi completare il primo volo supersonico il 18 dicembre dello stesso anno. Battezzato «Master», lo M-346 è dotato di due sistemi idraulici indipendenti, di un sistema di bordo per la generazione di ossigeno e di un software di controllo dei comandi di volo (fly by wire) che consente di programmare i limiti delle accelerazioni «G» e quindi può simulare diversi tipi di missioni e di aeromobili. Incluso un sistema automatico per il ritorno al volo orizzontale (Pars, da Pilot Activated Recovery System) al quale il pilota può ricorrere in caso di disorientamento spaziale (non si sa più la propria posizione in relazione all'orizzonte) o di perdita di controllo. Un'altra caratteristica sono i comandi «Hands on Throttle and Stick» (Hotas), ovvero il pilota controlla aeroplano e sistemi di combattimento senza staccare le mani dalla barra e dalla manetta. La strumentazione è completamente digitale e modulare, può essere configurata secondo i tipi di missione da svolgere ed integra lo «Embedded Tactical Training System, Etts», che permette di consente di simulare virtualmente la presenza nel cielo di velivoli alleati e nemici, operando anche mediante un collegamento (datalink) con stazioni a terra, inclusi i simulatori sia con altri aeroplani in volo. Oltre che in Italia, è stato esportato alle forze armate di Grecia, Israele, Qatar, Nigeria, Polonia, Singapore e Turkmenistan. Lungo 11,49 metri e con un'apertura alare di 9,72, viene spinto da una coppia di turbofan Honeywell F124-GA-200 da 2,8 tonnellate di spinta ciascuna, ha un peso massimo al decollo di 10,2 tonnellate, quindi dispone di un rapporto peso-potenza favorevole e, in configurazione senza carichi esterni, sale a oltre cento metri al secondo, volando per 1.890 km con una velocità massima in quota di 1250 km/h, ovvero Mach 1.
Al decollo stacca il ruotino anteriore a 120 kts (222 km/h), mentre all'atterraggio si presenta intorno a 130 kts (240 km/h). Nella variante da combattimento (M-346FA, da Fighter/Attack) può impiegare i missili a guida infrarossa Aim-9, bombe a caduta libera Mk-82 o a guida laser Lizard 2, ma anche altri tipi di armamenti.
Siamo andati in Sardegna nella base di Decimomannu, che dallo scorso maggio ospita anche la sede della Ifts (International Flight Training School): un campus nella cui organizzazione è stato schierato il 212° Gruppo volo del 61° Stormo di Galatina, che addestra i nostri piloti e quelli di molte altre nazioni: Qatar, Giappone, Germania, Singapore, Austria, Canada, Arabia Saudita, Regno Unito.Il club degli «8G»: otto G, otto volte la forza di gravità, l’accelerazione che subiscono e che devono dimostrare di saper gestire i piloti che vogliono superare il corso Ifts, ovvero i carichi ai quali il proprio fisico viene sottoposto.Dagli aerei in legno a quelli digitali, la storia della base di Decimomannu: inaugurato nel 1939, l'aeroporto oggi intitolato al pilota - medaglia d'oro al valor militare - Giovanni Farina (1901–1942), fu utilizzato nella Seconda guerra mondiale come campo di protezione e decentramento per i bombardieri basati sul campo di Elmas.M-346, dalla Russia alla Nato: soltanto due anni dopo la dissoluzione dell'Urss, era il 1993, l'Aermacchi (oggi Leonardo divisione velivoli), strinse un accordo di collaborazione con la russa Yakovlev per il nuovo addestratore in fase di sviluppo.Lo speciale contiene quattro articoli.La frase sul quadro appeso all’ingresso della palazzina adibita ai servizi spiega che cosa si fa in questa base dell’Aeronautica Militare: «Dove gli aviatori del mondo libero si addestrano per mantenere la pace». Siamo a Decimannu, quindici chilometri a nord di Cagliari, in quello che un tempo era noto come il Reparto sperimentale e di standardizzazione tiro aereo (Rssta). In poche parole il luogo dove i piloti italiani e quelli della Nato imparavano, e ancora oggi imparano, a sparare dagli aeroplani. Il centro si chiama Rssta dal primo luglio 1970, ma dal maggio scorso la stessa base, ma presso un edificio completamente nuovo, ospita anche la sede della Ifts (International Flight Training School), un campus nella cui organizzazione è stato schierato il 212° Gruppo volo del 61° Stormo di Galatina (Lecce), che svolge l’addestramento per i nostri piloti e per quelli di sempre più nazioni, poiché sono ormai una decina i Paesi che hanno scelto Ifts: Qatar, Giappone, Germania, Singapore, Austria, Canada, Arabia Saudita, Regno Unito, ad occupare i prossimi due anni di attività. Funziona così: Ifts, 130.000 metri quadrati all'interno della base, è una scuola militare che «fa sistema» con Leonardo, costruttore dei velivoli utilizzati, appunto gli M-346A e fornitore, mediante la società Ajt, una joint-venture costituita insieme con la multinazionale Cae, dei simulatori presenti nell'edificio chiamato Gbts (Ground Based Training System), ma anche del personale tecnico e degli istruttori a contratto. In tutto circa 300 persone. Leonardo gioca quindi anche il ruolo di «fattore abilitante», poiché occupandosi di vendite dei velivoli militari definite «g2g», che significa da governo a governo, può quindi accogliere e indirizzare presso Ifts anche le richieste per l’addestramento dei piloti che provengono da altre nazioni.Dall’ingresso dell’aeroporto Giovanni Farina, sede della base, in un paio di minuti di automobile si raggiunge una vera e propria cittadella dell’addestramento nella quale, oltre alla palazzina Ifts, c’è un residence con camere, sale comuni e ogni servizio necessario per la permanenza dei militari che trascorro qui qualche mese per completare il loro percorso formativo. Bisogna infatti ricordare che il 61° Stormo di Galatina ricomprende anche il 213° e 214° Gruppo volo perché svolge la funzione addestrativa sotto il Comando Generale delle scuole dell'Aeronautica Militare per la Fase 2 (che individua su quale linea voleranno i neo piloti, se caccia, trasporto, elicotteri, droni), e per la Fase 3 (linea caccia). Il 212° Gruppo volo è quindi quello specializzato nella Fase 4 che opera con gli M-346 per portare i piloti a poter essere successivamente assegnati a Eurofighter o a F-35, comunque preparandoli per i caccia di quinta generazione. Una realtà che a parte Stati Uniti (con l’Euro-Nato Jet Joint Pilot Training di Sheppard, Texas, dove anche l’Italia invia i propri ufficiali piloti), e la Francia (con la scuola dell’Armée de l’Air), non possiede alcuna altra nazione occidentale. Con in più una caratteristica unica dello Ifts: la possibilità di simulare sia in volo sia a terra velivoli amici e nemici, ma anche bersagli, potendo far interagire l’allievo che siede nel simulatore con quello per aria e viceversa, grazie al fatto che tutti i 22 velivoli M-346A della flotta Ifts sono equipaggiati con un sistema elettronico dedicato a questa funzione che si chiama Aacmi (Autonomous Air Combat Manoeuvering Instrumentation). 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Ma è essenziale per poter svolgere il corso come l'accertare il livello di preparazione di ogni singolo allievo, che seppure arrivi già con il titolo di pilota militare, a seconda delle caratteristiche personali e del Paese di provenienza avrà capacità differenti, anche dettate dal tipo di velivolo sul quale è stato formato. Per esempio, in talune nazioni volano su velivoli turboelica e per questo hanno la necessità di imparare e abituarsi a quelli a getto. Ecco perché durante il primo mese di addestramento vengono verificati i pre-requisiti necessari, valutato il grado di preparazione sulle tecniche basiche che un pilota militare deve possedere (volo in formazione, strumentale, padronanza della lingua inglese, eccetera), per poi passare successivamente alle tecniche di combattimento uno contro uno, due contro uno, di attacco al suolo e altro ancora, venendo quindi anche sottoposti alla centrifuga che, appunto, li sottopone all'accelerazione di 8G. Il programma si sviluppa in 16 missioni di volo e 18 sessioni su simulatori di tre tipologie differenti perché progettati con scopi addestrativi diversi, terminato il quale, dopo un esame, viene rilasciato il certificato che attesta il superamento del corso, una sorta di «timbro di qualità» sul possesso dei requisiti previsti dalla «fase 4» del percorso di formazione. Gli istruttori sono dell'Aeronautica Militare ma possono anche essere dei civili, anche se è richiesto anche un background militare recente; la dottrina e il syllabus usati nel corso sono quelli della nostra Arma azzurra, così tra combattimenti aria-aria e aria-suolo, uso di bombe balistiche e a guida di precisione, tattiche e strategie di volo, gli allievi devono raggiungere il livello di preparazione richiesto, tutt'altro che scontato. C'è infatti un 3% circa dei 60 allievi di ogni corso che non raggiunge il livello richiesto. Non significa che la sua carriera sia finita, ma che probabilmente dovrà migliorare nella parte carente dell'addestramento. Nel momento in cui ogni allievo lascia la Ifts, viene inviato alla forza armata di appartenenza un fascicolo personale che riassume le valutazioni e le caratteristiche del pilota. 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Da Decimomannu decollarono i Siai-Marchetti 79 del 32° Stormo della Regia Aeronautica, quindi i velivoli aerosiluranti del 36° Stormo, ma dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 il campo passò sotto il controllo americano e fu utilizzato per consentire le sortite aeree per la liberazione della Penisola. Gli alleati ne riconobbero la posizione strategica e la vicinanza con aree scarsamente abitate che le rendevano idonee a essere impiegate come poligoni di tiro, così nel 1954 la base prese la configurazione attuale, creata secondo gli standard Nato, per essere utilizzata come centro di addestramento del Comando Forze Alleate del Mediterraneo, e il 15 febbraio di quell'anno vi si costituì l'unità di addestramento al tiro aereo della Royal Canadian Air Force. Due anni dopo l'accordo tra Italia, Canada e Germania portò alla costituzione della Air Weapons Training Installation e nel 1960 iniziarono anche le operazioni di formazione dei piloti della Luftwaffe e della Marina tedesca, un sodalizio, questo, che durò fino al 2016. Dal primo luglio 1970 e fino a quella data, l'aeroporto assunse l'attuale denominazione di Reparto sperimentale e di standardizzazione al tiro aereo (Rssta), accogliendo anche personale e mezzi degli Stati Uniti e in seguito della Royal Air Force inglese. Dopo la fine della Guerra fredda le mutate esigenze strategiche portarono a una riduzione delle rappresentanze internazionali presenti, fino a ricomprendere soltanto Italia e Germania. La pista dell'aeroporto ha una lunghezza di 2.990 metri in grado di consentire anche l'atterraggio di grandi velivoli, la base ospita anche un Servizio radar, la sezione meteorologica e la base dell'80° Combat Search and Rescue (Ricerca e salvataggio) che fa capo al 15° Stormo, la 4° Sezione Elicotteri della Guardia Costiera e altri gruppi tecnici e logistici delle Forze armate. Dall'11 maggio 2023 è quindi sede dello Ifts. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/ifts-decimomannu-scuola-piloti-2666426062.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="m-346-dalla-russia-alla-nato" data-post-id="2666426062" data-published-at="1701627785" data-use-pagination="False"> M-346, dalla Russia alla Nato Soltanto due anni dopo la dissoluzione dell'Urss, era il 1993, l'Aermacchi (oggi Leonardo divisione velivoli), strinse un accordo di collaborazione con la russa Yakovlev per il nuovo addestratore in fase di sviluppo. Tre anni più tardi, con il nome di Yak130, l'aeroplano cominciò i voli e nel 1997 fu valutato dall'Italia come possibile sostituto dell'Aermacchi MB-339, allora in servizio già da 18 anni e ancora del tutto analogico nei suoi sistemi principali. Emersero tuttavia divergenze tra i piani industriali delle due nazioni, le quali dopo una trattativa lunga proseguirono in modo indipendente lo sviluppo, e questo portò a ribattezzare lo Aem-130, designazione provvisoria italiana, in M-346. Ma anche a modificarlo profondamente adottando esclusivamente componenti ed equipaggiamenti di costruzione occidentale, portandolo in volo per la prima volta nel luglio 2004, per poi completare il primo volo supersonico il 18 dicembre dello stesso anno. Battezzato «Master», lo M-346 è dotato di due sistemi idraulici indipendenti, di un sistema di bordo per la generazione di ossigeno e di un software di controllo dei comandi di volo (fly by wire) che consente di programmare i limiti delle accelerazioni «G» e quindi può simulare diversi tipi di missioni e di aeromobili. Incluso un sistema automatico per il ritorno al volo orizzontale (Pars, da Pilot Activated Recovery System) al quale il pilota può ricorrere in caso di disorientamento spaziale (non si sa più la propria posizione in relazione all'orizzonte) o di perdita di controllo. Un'altra caratteristica sono i comandi «Hands on Throttle and Stick» (Hotas), ovvero il pilota controlla aeroplano e sistemi di combattimento senza staccare le mani dalla barra e dalla manetta. La strumentazione è completamente digitale e modulare, può essere configurata secondo i tipi di missione da svolgere ed integra lo «Embedded Tactical Training System, Etts», che permette di consente di simulare virtualmente la presenza nel cielo di velivoli alleati e nemici, operando anche mediante un collegamento (datalink) con stazioni a terra, inclusi i simulatori sia con altri aeroplani in volo. Oltre che in Italia, è stato esportato alle forze armate di Grecia, Israele, Qatar, Nigeria, Polonia, Singapore e Turkmenistan. Lungo 11,49 metri e con un'apertura alare di 9,72, viene spinto da una coppia di turbofan Honeywell F124-GA-200 da 2,8 tonnellate di spinta ciascuna, ha un peso massimo al decollo di 10,2 tonnellate, quindi dispone di un rapporto peso-potenza favorevole e, in configurazione senza carichi esterni, sale a oltre cento metri al secondo, volando per 1.890 km con una velocità massima in quota di 1250 km/h, ovvero Mach 1.Al decollo stacca il ruotino anteriore a 120 kts (222 km/h), mentre all'atterraggio si presenta intorno a 130 kts (240 km/h). Nella variante da combattimento (M-346FA, da Fighter/Attack) può impiegare i missili a guida infrarossa Aim-9, bombe a caduta libera Mk-82 o a guida laser Lizard 2, ma anche altri tipi di armamenti.
Alla Milano Design Week 2026 l'operatore sperimenta il 5G Standalone per gestire accessi e accrediti. La rete, indipendente dal 4G, consente tempi di risposta più rapidi e maggiore capacità, mantenendo i check-in fluidi anche con migliaia di dispositivi connessi.
Il Fuorisalone diventa banco di prova per il 5G di nuova generazione. In occasione dell’edizione 2026 della Milano Design Week, Iliad sceglie di portare sul campo il 5G Standalone, la versione più avanzata della tecnologia mobile, applicandola a uno degli aspetti più critici degli eventi ad alta affluenza: la gestione degli accessi.
L’operatore, presente come partner tecnico della manifestazione, mette a disposizione la propria infrastruttura per supportare le procedure di check-in e accredito in alcuni eventi selezionati del circuito. Un utilizzo concreto, pensato per dimostrare come la rete possa reggere l’impatto di migliaia di utenti connessi contemporaneamente, tra ingressi, consultazione di informazioni e condivisione di contenuti.
Il sistema ruota attorno al Fuorisalone Passport, il passaporto digitale promosso da Fuorisalone.it: una registrazione unica che consente ai visitatori di ottenere un QR Code personale e accedere agli eventi della Brera Design Week. L’obiettivo è semplificare l’esperienza, evitando code e rallentamenti soprattutto nei momenti di maggiore affluenza.
Ed è proprio su questo punto che entra in gioco il 5G Standalone. A differenza delle reti 5G tradizionali, ancora appoggiate all’infrastruttura 4G, la versione «standalone» funziona in modo autonomo: lo smartphone comunica direttamente con l’antenna 5G. Un passaggio che si traduce in tempi di risposta più rapidi e maggiore capacità di gestione dei dispositivi connessi.
Nel contesto del Fuorisalone, questo significa check-in quasi istantanei e sistemi di accredito che restano stabili anche sotto pressione, quando migliaia di persone accedono contemporaneamente agli eventi.
Per Iliad si tratta di un ulteriore passo nel percorso avviato nel 2018, anno di ingresso nel mercato italiano, accompagnato da investimenti superiori ai 4 miliardi di euro per costruire una rete mobile nazionale. Dopo il lancio del Wi-Fi 7 nel 2025, l’operatore introduce ora anche il 5G Standalone, posizionandosi tra i primi in Italia a farlo.
Al di là del caso specifico, la tecnologia promette applicazioni più ampie: dalla realtà aumentata al cloud gaming, fino alle videochiamate in altissima definizione, con connessioni più stabili anche in ambienti affollati. Tra le funzionalità chiave c’è il cosiddetto network slicing, che permette di «ritagliare» porzioni di rete dedicate a servizi specifici, ottimizzando prestazioni e affidabilità senza incidere sul traffico generale.
Un test su scala reale, dunque, che punta a trasformare un evento complesso come il Fuorisalone in un laboratorio a cielo aperto per le reti del futuro.
Le librerie traboccano di «femminanza» e cliché: mestieri dimenticati e storie conficcate fra gli anni Venti e Trenta, per poter raccontare l’emancipazione delle donne in costante retrospettiva, come se nel frattempo il mondo non fosse arrivato al 2026.
Ci sono la governante, la levatrice e la portalettere, in una sorta di sezione «mestieri di una volta». Poi ci sono le figure eccentriche, sonnambule e donne che incartano la frutta.
Le storie di integrazione negata, di ribellione e riscatto, di esortazioni pedagogiche un po’ ruffiane. Il tutto in una melassa vagamente piagnucolosa. A volte, un giro in libreria può rivelarsi illuminante. Nel suo strepitoso Egemonia senza cultura (Silvio Berlusconi editore), Andrea Minuz racconta quando, a metà degli anni Novanta, la visita alla Strand di New York gli aprì gli occhi sul provincialismo dell’editoria italiana. I testi di Louis Althusser, Bertolt Brecht o Franco Fortini che studiava all’università, presentati come nuove tavole della Legge, erano esposti nello scaffale del «pensiero marxista e post-marxista». Cioè, erano proposti come una visione di parte, non come il «canone» elettivo o i testi sacri della Cultura con la maiuscola. Senza andare tanto lontano né pretendere di smascherare altre truffe ideologiche, una più semplice sosta nella libreria di quartiere può fornire curiose informazioni su come funziona la narrativa nostrana. Basta uno sguardo al bancone delle novità e ci si fa un’idea di ciò che viene proposto ai lettori e alle lettrici italiane. La libreria in questione si trova all’interno di un grande centro commerciale di una città del Nord ed è, quindi, frequentata in prevalenza, ma non solo, da donne. La differenza da altri negozi riguarda solo l’accostamento dei volumi, tutti rintracciabili ovunque, magari più distanziati tra loro. Nello store del centro commerciale il colpo d’occhio è solo più immediato. Intanto, i colori vivaci di tutte le copertine, come per infondere un senso di euforia o almeno di ottimismo. Poi, i titoli, le fascette e gli elogi firmati per indurre all’acquisto. Rivelatori sono soprattutto i titoli dei romanzi. Direte, che sguardo superficiale… Proprio così, la rapida occhiata trasmette la percezione sintetica. Una marmellata di sentimentalismo. Una vernice omologata di ego-vittimismo. Una spalmata di femminismo spicciolo e intimista.
Al centro del bancone troneggia La femminanza, romanzo di Antonella Mollicone per l’editrice Nord. Il volto di una giovane donna del primo Novecento spicca sopra la fascetta: «Una Cerchia (in maiuscolo) di donne che condivide saperi antichi e verità immutabili. Un legame di sorellanza che trascende ogni legame di sangue». La femminanza: intreccio di femminismo sorellanza complicità solidarietà femminile eccetera. Il contraltare di maschianza, forse. Anzi no, a chi è mai venuta in mente la maschianza? Siamo in un paesino del Lazio, tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, in una storia di nonne e bisnonne dell’autrice. Vi ricorda qualcosa? La matrice di molte di queste opere è C’è ancora domani di Paola Cortellesi. Le nonne, i lavori umili, l’orrido patriarcato. È la vena d’oro di buona parte di questa produzione letteraria: si torna a quell’epoca e a quei soprusi maschili, quasi fermando il tempo, come se poi non ci fossero state le battaglie delle mamme femministe di mezzo secolo dopo. Così, ecco la galleria dei mestieri dei tempi andati. La portalettere di Francesca Giannone, «vincitore del Premio Bancarella 2023», come segnala la solita fascetta: Salento anni Trenta. La levatrice di Bibiana Cau, Sardegna anni Venti, altra storia del filone empowerment femminile su cui è specializzata l’editrice Nord. Sempre in Sardegna, ma a fine Ottocento, è ambientato La sonnambula di Bianca Pitzorno (Bompiani), candidato al Premio Strega: una donna fragile, «preda fin da bambina di svenimenti», in fuga da un matrimonio che è «il luogo più pericoloso per lei». Dal primo Novecento siciliano invece proviene L’incartatrice di arance di Barbara Bellomo (Garzanti) che, mischiando figure storiche e personaggi di fantasia, narra l’epopea della dinastia Tarocco. È Serena Bortone a farci fare un salto negli anni Sessanta, raccontando per Rizzoli Le dirimpettaie, tre donne «che si incontrano sul pianerottolo e piano piano diventano indispensabili l’una per l’altra, legate da un’amicizia quotidiana, fatta di confidenze, silenzi e osservazioni reciproche», finché arriva la liberazione del Sessantotto e, d’incanto, tutto cambia. Si attendono gli spin off con Le inquiline, Le portinaie, Le affittacamere… e non sono da invidiare editor e redattori (maschile onnicomprensivo) per lo sforzo di fantasia indispensabile per inventare nuovi titoli calamita. Tra Milano e la campagna francese di oggi ci porta La governante, romanzo d’esordio per Marsilio di Csaba della Zorza. Naturalmente non mancano le storie di integrazione e di emancipazione complicate come in Estranea di Yael Van Der Wouden (Garzanti), candidato al Premio Strega europeo, e in Questo posto mi sta respingendo di Andrea Martina (66thand2nd). Ad assemblare l’intero campionario fornendogli una prospettiva più ideologica è arrivato fresco fresco in questi giorni La promessa. Dal suffragio femminile alla prima donna a Palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta (Rizzoli) di Marianna Aprile. Ma, non fosse altro che per la logorrea del titolo, sull’opera della mancata toga rossa nonpuò bastare un semplice colpo d’occhio. Altri filoni hanno, invece, ambizioni etiche o pedagogiche e le intestazioni suonano sentenziose e imperative. Come Parlami di casa di Jean Cummins (Feltrinelli), o Promettimi che non moriremo di Mara Carollo (Rizzoli), altra storia con al centro una donna ribelle che lascia il Veneto per inseguire un amore e un lavoro, un po’ come si è visto in Vermiglio di Maura Delpero. Oppure Non scrivere di me di Veronica Raimo (Capponi editore) e Bagna i fiori e aspettami di Lidia Ravera (Bompiani) che, secondo a chi è rivolto l’invito, un figlio un marito un’altra donna, può adombrare prospettive completamente diverse. Insomma, vien quasi da dar ragione alla Viola Ardone di Tanta ancora vita (Einaudi), un titolo che sembra cambiare l’ordine delle parole come si fa con gli addendi. Solo che in matematica «il prodotto non cambia», mentre in letteratura non ci si capisce un’acca. E si esce dalla libreria più incavolati di come ci si è entrati.
I compagni insistono con il mantra della democrazia a rischio, con patriarcato annesso, quando governano le destre. Poi i fatti li contraddicono: a Budapest il voto non è stato «inquinato» e in Italia il premier è donna.
Allarmismi democratici. Luogocomunismo e ossessioni. Mantra e tormentoni ripetuti fino allo sfinimento. Una tecnica comunicativa che paga nel breve periodo, ma che non regge alla prova dei fatti.
L’Ungheria è il caso più recente, con il «dittatore» Viktor Orbán che «mai lascerà il potere».
Anzi: «Impedirà al popolo sovrano di esprimersi», o comunque «farà di tutto per inquinare il responso delle urne».
Sappiamo com’è finita.
E che dire di Giorgia Meloni?
Fino alla vigilia del referendum sulla giustizia, era la «ducetta» a capo di un soffocante «regime», che stava riducendo gli spazi democratici e calpestando i diritti civili, mentre l’onda montante delle camicie nere non si limitava a emergere solo a Predappio o in via Acca Larentia, ma stava per travolgere le stesse istituzioni nate dalla Liberazione e dalla Resistenza.
Questo grazie anche a Tele Meloni.
Sappiamo com’è finita: con gli stessi - pronti (a parole), fino a cinque minuti prima, ad andare in montagna «per opporsi all’invasor» - a esultare in piazza per celebrare la saggezza degli italiani, che hanno urlato nelle urne: «La Costituzione non si tocca!».
Salvo che a modificarla non sia la sinistra, come fece con il titolo V nel 2001, introducendo il federalismo amministrativo e aprendo la strada all’autonomia differenziata (che la destra ha potuto mettere in cantiere proprio in virtù di quell'iniziativa).
Nota a margine: siccome l’Italia è piena di «antifa di maniera e di carriera», secondo la perculante fotografia di Antonio Padellaro in Antifascisti immaginari, ecco Laura Boldrini orgogliosa di aver impedito, in nome della libertà di parola (propria), un convegno sulla remigrazione organizzato dalla destra in Parlamento.
Peccato solo che lei, nel 2018, da presidente della Camera, non avesse impedito, nonostante le proteste, un analogo convegno di Casapound, non detenendo, dichiarò all’epoca, «alcun potere per autorizzare o vietare l’uso della sala stampa qualora questa venga prenotata da un deputato».
Rimanendo a Meloni e dintorni: mai, come da quando lei è arrivata a palazzo Chigi, il patriarcato - altro ritornello - avrebbe trovato nuova linfa e vigore.
E già così il cortocircuito propagandistico fa ridere, visto che è la destra, machista e sessista, a incoronare la prima donna premier.
Il bello è che più si parla di donne sottomesse in funzione ancillare, più si stanno facendo strada le leadership al femminile.
Cos’è stata l’elezione di Elly Schlein come segretario Pd se non il tentativo di recuperare il gap con la destra?
Mentre già sta scaldando i motori la stilosa Silvia Salis, e vedremo se andrà lunga o meno alla prima curva, che un giorno potrebbe vedersela non con Giorgia ma con Marina Berlusconi (che secondo il Fatto Quotidiano di ieri, avrebbe chiesto agli autori di Ciao Darwin di Paolo Bonolis di scriverle «gag» e «aneddoti portatili», perché se mai scendesse davvero in campo naturalmente, e ditemi se anche questo non è un pregiudizio, lo farebbe in stile Bagaglino, o giù di lì...).
Seconda nota a margine: è da quando ero iscritto alla Fgci, metà anni Settanta, che sento dire che in Italia c’è un «regime», altro vocabolo prêt-à-porter indispensabile nel vocabolario di ogni sincero democratico.
All’epoca era quello della Dc. Poi ci furono quelli di Bettino Craxi, di Silvio, di Matteo Renzi, Beppe Grillo e, appunto, Meloni.
In fondo, una continuità «di sistema» che certifica quanto avesse ragione (e qui esce il radicale libertario che è in me, fortunatamente subentrato al giovane comunista) Marco Pannella: in Italia l’unico regime, mefitico e irriformabile, è quello partitocratico.
E vogliamo parlare della pervasività dei pro Pal? Con i loro diktat: «A Gaza è genocidio, punto», e l'esibizionismo etico dei flottilleros, partiti non si sa ancora bene con quali obiettivi, se non quello di monopolizzare er dibattitto, facendo addirittura titolare alla Stampa (2 ottobre 2025): «Flottilla, l’Italia si blocca», nientemeno, con annesso sciopero a sostegno proclamato dai sindacati? Con Matteo Ricci del Pd che andava sul palco con la bandiera palestinese, e sappiamo com’è finita nelle Marche, e Pasquale Tridico del M5s che annunciava come primo atto da governatore il riconoscimento dello Stato palestinese, e sappiamo com’è finita.
Flashback. Settembre 2022, vigilia delle elezioni politiche.
Dall’Huffington Post: «ll segretario esorta, almeno dieci volte, a “combattere”, alzando anche sapientemente i decibel: a “combattere la destra”, “uniti”, “casa per casa”, “con tutta la passione possibile”, a “combattere” per “le nostre buone ragioni nel governo”». Non basta. «Il leader prosegue: “Le classi dirigenti italiane non hanno capito che qui non è in gioco un’alleanza di governo o il destino di un leader, ma la tenuta della nazione nei prossimi anni”». Chiosa del giornalista: «È un riflesso antico, la grande chiamata alle armi, l’allarme massimo, “democratico” si sarebbe detto una volta: c’è una destra, rocciosa, incombente, negazionista, “estrema”, che “non si vergogna a candidare i fascisti”, un pericolo così grande che non consente il lusso di perdersi in chiacchiere, in dibattiti e critiche perché “l’avversario non è qui, è la destra”».
E qui arriva lo sfottò: «L’allarme è a intermittenza, oggi c’è ma ieri non c’era, domani chissà. Un’enfasi che, gira che ti rigira, porta sempre a rispolverare l’armamentario della propria giovinezza: l’antifascismo, i partigiani, Bella ciao, il sangue versato per la democrazia». Perché «è chiaro: l’unica cosa che può tenere assieme il tutto è l’allarme rappresentato dalla destra incombente».
Il tutto a firma di Alessandro De Angelis, vicedirettore della testata online, ospite fisso di Lilli Gruber su La7, a commento degli slogan abusati da Nicola Zingaretti nel suo comizio alla Festa dell’Unità di Modena.
Del resto, lo sappiamo: riposizionati a sinistra, fai tuo l’aforisma «il fascismo non è un'ideologia, è un crimine», e camperai tranquillo.
Come invitava Ennio Flaiano nel Frasario essenziale (Bompiani): «Iscrivetevi al Partito comunista. Vantaggi: sarete temuti e rispettati; libertà privata totale; ampie possibilità per il futuro; viaggi in comitiva; nessuna perdita in caso di persistenza del Sistema; guadagno in caso di rivoluzione (almeno per i primi tempi); colloquio con i giovani; ammirazione del ceto borghese; ampie facilitazioni sessuali; possibilità di protesta; rapida carriera; firme di manifesti vari; impunità per delitti politici e di opinione; in casi disperati, alone di martirio». Era il 1969. Sappiamo com’è finita.