Aeronautica e Leonardo. Viaggio nell'università del combattimento aereo
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Siamo andati in Sardegna nella base di Decimomannu, che dallo scorso maggio ospita anche la sede della Ifts (International Flight Training School): un campus nella cui organizzazione è stato schierato il 212° Gruppo volo del 61° Stormo di Galatina, che addestra i nostri piloti e quelli di molte altre nazioni: Qatar, Giappone, Germania, Singapore, Austria, Canada, Arabia Saudita, Regno Unito.
Il club degli «8G»: otto G, otto volte la forza di gravità, l’accelerazione che subiscono e che devono dimostrare di saper gestire i piloti che vogliono superare il corso Ifts, ovvero i carichi ai quali il proprio fisico viene sottoposto.
Dagli aerei in legno a quelli digitali, la storia della base di Decimomannu: inaugurato nel 1939, l'aeroporto oggi intitolato al pilota - medaglia d'oro al valor militare - Giovanni Farina (1901–1942), fu utilizzato nella Seconda guerra mondiale come campo di protezione e decentramento per i bombardieri basati sul campo di Elmas.
M-346, dalla Russia alla Nato: soltanto due anni dopo la dissoluzione dell'Urss, era il 1993, l'Aermacchi (oggi Leonardo divisione velivoli), strinse un accordo di collaborazione con la russa Yakovlev per il nuovo addestratore in fase di sviluppo.
Lo speciale contiene quattro articoli.
La frase sul quadro appeso all’ingresso della palazzina adibita ai servizi spiega che cosa si fa in questa base dell’Aeronautica Militare: «Dove gli aviatori del mondo libero si addestrano per mantenere la pace». Siamo a Decimannu, quindici chilometri a nord di Cagliari, in quello che un tempo era noto come il Reparto sperimentale e di standardizzazione tiro aereo (Rssta). In poche parole il luogo dove i piloti italiani e quelli della Nato imparavano, e ancora oggi imparano, a sparare dagli aeroplani. Il centro si chiama Rssta dal primo luglio 1970, ma dal maggio scorso la stessa base, ma presso un edificio completamente nuovo, ospita anche la sede della Ifts (International Flight Training School), un campus nella cui organizzazione è stato schierato il 212° Gruppo volo del 61° Stormo di Galatina (Lecce), che svolge l’addestramento per i nostri piloti e per quelli di sempre più nazioni, poiché sono ormai una decina i Paesi che hanno scelto Ifts: Qatar, Giappone, Germania, Singapore, Austria, Canada, Arabia Saudita, Regno Unito, ad occupare i prossimi due anni di attività. Funziona così: Ifts, 130.000 metri quadrati all'interno della base, è una scuola militare che «fa sistema» con Leonardo, costruttore dei velivoli utilizzati, appunto gli M-346A e fornitore, mediante la società Ajt, una joint-venture costituita insieme con la multinazionale Cae, dei simulatori presenti nell'edificio chiamato Gbts (Ground Based Training System), ma anche del personale tecnico e degli istruttori a contratto. In tutto circa 300 persone. Leonardo gioca quindi anche il ruolo di «fattore abilitante», poiché occupandosi di vendite dei velivoli militari definite «g2g», che significa da governo a governo, può quindi accogliere e indirizzare presso Ifts anche le richieste per l’addestramento dei piloti che provengono da altre nazioni.
Dall’ingresso dell’aeroporto Giovanni Farina, sede della base, in un paio di minuti di automobile si raggiunge una vera e propria cittadella dell’addestramento nella quale, oltre alla palazzina Ifts, c’è un residence con camere, sale comuni e ogni servizio necessario per la permanenza dei militari che trascorro qui qualche mese per completare il loro percorso formativo. Bisogna infatti ricordare che il 61° Stormo di Galatina ricomprende anche il 213° e 214° Gruppo volo perché svolge la funzione addestrativa sotto il Comando Generale delle scuole dell'Aeronautica Militare per la Fase 2 (che individua su quale linea voleranno i neo piloti, se caccia, trasporto, elicotteri, droni), e per la Fase 3 (linea caccia). Il 212° Gruppo volo è quindi quello specializzato nella Fase 4 che opera con gli M-346 per portare i piloti a poter essere successivamente assegnati a Eurofighter o a F-35, comunque preparandoli per i caccia di quinta generazione. Una realtà che a parte Stati Uniti (con l’Euro-Nato Jet Joint Pilot Training di Sheppard, Texas, dove anche l’Italia invia i propri ufficiali piloti), e la Francia (con la scuola dell’Armée de l’Air), non possiede alcuna altra nazione occidentale. Con in più una caratteristica unica dello Ifts: la possibilità di simulare sia in volo sia a terra velivoli amici e nemici, ma anche bersagli, potendo far interagire l’allievo che siede nel simulatore con quello per aria e viceversa, grazie al fatto che tutti i 22 velivoli M-346A della flotta Ifts sono equipaggiati con un sistema elettronico dedicato a questa funzione che si chiama Aacmi (Autonomous Air Combat Manoeuvering Instrumentation). A questi si aggiungono anche 6 velivoli identici appartenenti alle forze aeree del Qatar e l'intera flotta si prevede possa totalizzare circa 8.000 ore di volo l'anno.
Il club degli «8G»
Otto G, otto volte la forza di gravità, l’accelerazione che subiscono e che devono dimostrare di saper gestire i piloti che vogliono superare il corso Ifts, ovvero i carichi ai quali il proprio fisico viene sottoposto. Un valore che, seppur mitigato dall’effetto della tuta anti-G, non tutti i piloti sono in grado di sopportare. Ci vogliono infatti, tecnica, forma e allenamento fisico. Ma è essenziale per poter svolgere il corso come l'accertare il livello di preparazione di ogni singolo allievo, che seppure arrivi già con il titolo di pilota militare, a seconda delle caratteristiche personali e del Paese di provenienza avrà capacità differenti, anche dettate dal tipo di velivolo sul quale è stato formato. Per esempio, in talune nazioni volano su velivoli turboelica e per questo hanno la necessità di imparare e abituarsi a quelli a getto. Ecco perché durante il primo mese di addestramento vengono verificati i pre-requisiti necessari, valutato il grado di preparazione sulle tecniche basiche che un pilota militare deve possedere (volo in formazione, strumentale, padronanza della lingua inglese, eccetera), per poi passare successivamente alle tecniche di combattimento uno contro uno, due contro uno, di attacco al suolo e altro ancora, venendo quindi anche sottoposti alla centrifuga che, appunto, li sottopone all'accelerazione di 8G. Il programma si sviluppa in 16 missioni di volo e 18 sessioni su simulatori di tre tipologie differenti perché progettati con scopi addestrativi diversi, terminato il quale, dopo un esame, viene rilasciato il certificato che attesta il superamento del corso, una sorta di «timbro di qualità» sul possesso dei requisiti previsti dalla «fase 4» del percorso di formazione. Gli istruttori sono dell'Aeronautica Militare ma possono anche essere dei civili, anche se è richiesto anche un background militare recente; la dottrina e il syllabus usati nel corso sono quelli della nostra Arma azzurra, così tra combattimenti aria-aria e aria-suolo, uso di bombe balistiche e a guida di precisione, tattiche e strategie di volo, gli allievi devono raggiungere il livello di preparazione richiesto, tutt'altro che scontato. C'è infatti un 3% circa dei 60 allievi di ogni corso che non raggiunge il livello richiesto. Non significa che la sua carriera sia finita, ma che probabilmente dovrà migliorare nella parte carente dell'addestramento. Nel momento in cui ogni allievo lascia la Ifts, viene inviato alla forza armata di appartenenza un fascicolo personale che riassume le valutazioni e le caratteristiche del pilota. Si ringrazia il personale Quinto Reparto AM, del 61° Stormo e il Tenente colonnello pilota Ivo F. per la preziosa collaborazione.
Come funziona il simulatore Sbt
Dagli aerei in legno a quelli digitali, la storia della base di Decimomannu
Inaugurato nel 1939, l'aeroporto oggi intitolato al pilota - medaglia d'oro al valor militare - Giovanni Farina (1901–1942), fu utilizzato nella Seconda guerra mondiale come campo di protezione e decentramento per i bombardieri basati sul campo di Elmas, nonché per le sortite sul Mediterraneo occidentale. Da Decimomannu decollarono i Siai-Marchetti 79 del 32° Stormo della Regia Aeronautica, quindi i velivoli aerosiluranti del 36° Stormo, ma dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 il campo passò sotto il controllo americano e fu utilizzato per consentire le sortite aeree per la liberazione della Penisola. Gli alleati ne riconobbero la posizione strategica e la vicinanza con aree scarsamente abitate che le rendevano idonee a essere impiegate come poligoni di tiro, così nel 1954 la base prese la configurazione attuale, creata secondo gli standard Nato, per essere utilizzata come centro di addestramento del Comando Forze Alleate del Mediterraneo, e il 15 febbraio di quell'anno vi si costituì l'unità di addestramento al tiro aereo della Royal Canadian Air Force. Due anni dopo l'accordo tra Italia, Canada e Germania portò alla costituzione della Air Weapons Training Installation e nel 1960 iniziarono anche le operazioni di formazione dei piloti della Luftwaffe e della Marina tedesca, un sodalizio, questo, che durò fino al 2016. Dal primo luglio 1970 e fino a quella data, l'aeroporto assunse l'attuale denominazione di Reparto sperimentale e di standardizzazione al tiro aereo (Rssta), accogliendo anche personale e mezzi degli Stati Uniti e in seguito della Royal Air Force inglese. Dopo la fine della Guerra fredda le mutate esigenze strategiche portarono a una riduzione delle rappresentanze internazionali presenti, fino a ricomprendere soltanto Italia e Germania. La pista dell'aeroporto ha una lunghezza di 2.990 metri in grado di consentire anche l'atterraggio di grandi velivoli, la base ospita anche un Servizio radar, la sezione meteorologica e la base dell'80° Combat Search and Rescue (Ricerca e salvataggio) che fa capo al 15° Stormo, la 4° Sezione Elicotteri della Guardia Costiera e altri gruppi tecnici e logistici delle Forze armate. Dall'11 maggio 2023 è quindi sede dello Ifts.
M-346, dalla Russia alla Nato
Soltanto due anni dopo la dissoluzione dell'Urss, era il 1993, l'Aermacchi (oggi Leonardo divisione velivoli), strinse un accordo di collaborazione con la russa Yakovlev per il nuovo addestratore in fase di sviluppo. Tre anni più tardi, con il nome di Yak130, l'aeroplano cominciò i voli e nel 1997 fu valutato dall'Italia come possibile sostituto dell'Aermacchi MB-339, allora in servizio già da 18 anni e ancora del tutto analogico nei suoi sistemi principali. Emersero tuttavia divergenze tra i piani industriali delle due nazioni, le quali dopo una trattativa lunga proseguirono in modo indipendente lo sviluppo, e questo portò a ribattezzare lo Aem-130, designazione provvisoria italiana, in M-346. Ma anche a modificarlo profondamente adottando esclusivamente componenti ed equipaggiamenti di costruzione occidentale, portandolo in volo per la prima volta nel luglio 2004, per poi completare il primo volo supersonico il 18 dicembre dello stesso anno. Battezzato «Master», lo M-346 è dotato di due sistemi idraulici indipendenti, di un sistema di bordo per la generazione di ossigeno e di un software di controllo dei comandi di volo (fly by wire) che consente di programmare i limiti delle accelerazioni «G» e quindi può simulare diversi tipi di missioni e di aeromobili. Incluso un sistema automatico per il ritorno al volo orizzontale (Pars, da Pilot Activated Recovery System) al quale il pilota può ricorrere in caso di disorientamento spaziale (non si sa più la propria posizione in relazione all'orizzonte) o di perdita di controllo. Un'altra caratteristica sono i comandi «Hands on Throttle and Stick» (Hotas), ovvero il pilota controlla aeroplano e sistemi di combattimento senza staccare le mani dalla barra e dalla manetta. La strumentazione è completamente digitale e modulare, può essere configurata secondo i tipi di missione da svolgere ed integra lo «Embedded Tactical Training System, Etts», che permette di consente di simulare virtualmente la presenza nel cielo di velivoli alleati e nemici, operando anche mediante un collegamento (datalink) con stazioni a terra, inclusi i simulatori sia con altri aeroplani in volo. Oltre che in Italia, è stato esportato alle forze armate di Grecia, Israele, Qatar, Nigeria, Polonia, Singapore e Turkmenistan. Lungo 11,49 metri e con un'apertura alare di 9,72, viene spinto da una coppia di turbofan Honeywell F124-GA-200 da 2,8 tonnellate di spinta ciascuna, ha un peso massimo al decollo di 10,2 tonnellate, quindi dispone di un rapporto peso-potenza favorevole e, in configurazione senza carichi esterni, sale a oltre cento metri al secondo, volando per 1.890 km con una velocità massima in quota di 1250 km/h, ovvero Mach 1.
Al decollo stacca il ruotino anteriore a 120 kts (222 km/h), mentre all'atterraggio si presenta intorno a 130 kts (240 km/h). Nella variante da combattimento (M-346FA, da Fighter/Attack) può impiegare i missili a guida infrarossa Aim-9, bombe a caduta libera Mk-82 o a guida laser Lizard 2, ma anche altri tipi di armamenti.
Siamo andati in Sardegna nella base di Decimomannu, che dallo scorso maggio ospita anche la sede della Ifts (International Flight Training School): un campus nella cui organizzazione è stato schierato il 212° Gruppo volo del 61° Stormo di Galatina, che addestra i nostri piloti e quelli di molte altre nazioni: Qatar, Giappone, Germania, Singapore, Austria, Canada, Arabia Saudita, Regno Unito.Il club degli «8G»: otto G, otto volte la forza di gravità, l’accelerazione che subiscono e che devono dimostrare di saper gestire i piloti che vogliono superare il corso Ifts, ovvero i carichi ai quali il proprio fisico viene sottoposto.Dagli aerei in legno a quelli digitali, la storia della base di Decimomannu: inaugurato nel 1939, l'aeroporto oggi intitolato al pilota - medaglia d'oro al valor militare - Giovanni Farina (1901–1942), fu utilizzato nella Seconda guerra mondiale come campo di protezione e decentramento per i bombardieri basati sul campo di Elmas.M-346, dalla Russia alla Nato: soltanto due anni dopo la dissoluzione dell'Urss, era il 1993, l'Aermacchi (oggi Leonardo divisione velivoli), strinse un accordo di collaborazione con la russa Yakovlev per il nuovo addestratore in fase di sviluppo.Lo speciale contiene quattro articoli.La frase sul quadro appeso all’ingresso della palazzina adibita ai servizi spiega che cosa si fa in questa base dell’Aeronautica Militare: «Dove gli aviatori del mondo libero si addestrano per mantenere la pace». Siamo a Decimannu, quindici chilometri a nord di Cagliari, in quello che un tempo era noto come il Reparto sperimentale e di standardizzazione tiro aereo (Rssta). In poche parole il luogo dove i piloti italiani e quelli della Nato imparavano, e ancora oggi imparano, a sparare dagli aeroplani. Il centro si chiama Rssta dal primo luglio 1970, ma dal maggio scorso la stessa base, ma presso un edificio completamente nuovo, ospita anche la sede della Ifts (International Flight Training School), un campus nella cui organizzazione è stato schierato il 212° Gruppo volo del 61° Stormo di Galatina (Lecce), che svolge l’addestramento per i nostri piloti e per quelli di sempre più nazioni, poiché sono ormai una decina i Paesi che hanno scelto Ifts: Qatar, Giappone, Germania, Singapore, Austria, Canada, Arabia Saudita, Regno Unito, ad occupare i prossimi due anni di attività. Funziona così: Ifts, 130.000 metri quadrati all'interno della base, è una scuola militare che «fa sistema» con Leonardo, costruttore dei velivoli utilizzati, appunto gli M-346A e fornitore, mediante la società Ajt, una joint-venture costituita insieme con la multinazionale Cae, dei simulatori presenti nell'edificio chiamato Gbts (Ground Based Training System), ma anche del personale tecnico e degli istruttori a contratto. In tutto circa 300 persone. Leonardo gioca quindi anche il ruolo di «fattore abilitante», poiché occupandosi di vendite dei velivoli militari definite «g2g», che significa da governo a governo, può quindi accogliere e indirizzare presso Ifts anche le richieste per l’addestramento dei piloti che provengono da altre nazioni.Dall’ingresso dell’aeroporto Giovanni Farina, sede della base, in un paio di minuti di automobile si raggiunge una vera e propria cittadella dell’addestramento nella quale, oltre alla palazzina Ifts, c’è un residence con camere, sale comuni e ogni servizio necessario per la permanenza dei militari che trascorro qui qualche mese per completare il loro percorso formativo. Bisogna infatti ricordare che il 61° Stormo di Galatina ricomprende anche il 213° e 214° Gruppo volo perché svolge la funzione addestrativa sotto il Comando Generale delle scuole dell'Aeronautica Militare per la Fase 2 (che individua su quale linea voleranno i neo piloti, se caccia, trasporto, elicotteri, droni), e per la Fase 3 (linea caccia). Il 212° Gruppo volo è quindi quello specializzato nella Fase 4 che opera con gli M-346 per portare i piloti a poter essere successivamente assegnati a Eurofighter o a F-35, comunque preparandoli per i caccia di quinta generazione. Una realtà che a parte Stati Uniti (con l’Euro-Nato Jet Joint Pilot Training di Sheppard, Texas, dove anche l’Italia invia i propri ufficiali piloti), e la Francia (con la scuola dell’Armée de l’Air), non possiede alcuna altra nazione occidentale. Con in più una caratteristica unica dello Ifts: la possibilità di simulare sia in volo sia a terra velivoli amici e nemici, ma anche bersagli, potendo far interagire l’allievo che siede nel simulatore con quello per aria e viceversa, grazie al fatto che tutti i 22 velivoli M-346A della flotta Ifts sono equipaggiati con un sistema elettronico dedicato a questa funzione che si chiama Aacmi (Autonomous Air Combat Manoeuvering Instrumentation). 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Ma è essenziale per poter svolgere il corso come l'accertare il livello di preparazione di ogni singolo allievo, che seppure arrivi già con il titolo di pilota militare, a seconda delle caratteristiche personali e del Paese di provenienza avrà capacità differenti, anche dettate dal tipo di velivolo sul quale è stato formato. Per esempio, in talune nazioni volano su velivoli turboelica e per questo hanno la necessità di imparare e abituarsi a quelli a getto. Ecco perché durante il primo mese di addestramento vengono verificati i pre-requisiti necessari, valutato il grado di preparazione sulle tecniche basiche che un pilota militare deve possedere (volo in formazione, strumentale, padronanza della lingua inglese, eccetera), per poi passare successivamente alle tecniche di combattimento uno contro uno, due contro uno, di attacco al suolo e altro ancora, venendo quindi anche sottoposti alla centrifuga che, appunto, li sottopone all'accelerazione di 8G. Il programma si sviluppa in 16 missioni di volo e 18 sessioni su simulatori di tre tipologie differenti perché progettati con scopi addestrativi diversi, terminato il quale, dopo un esame, viene rilasciato il certificato che attesta il superamento del corso, una sorta di «timbro di qualità» sul possesso dei requisiti previsti dalla «fase 4» del percorso di formazione. Gli istruttori sono dell'Aeronautica Militare ma possono anche essere dei civili, anche se è richiesto anche un background militare recente; la dottrina e il syllabus usati nel corso sono quelli della nostra Arma azzurra, così tra combattimenti aria-aria e aria-suolo, uso di bombe balistiche e a guida di precisione, tattiche e strategie di volo, gli allievi devono raggiungere il livello di preparazione richiesto, tutt'altro che scontato. C'è infatti un 3% circa dei 60 allievi di ogni corso che non raggiunge il livello richiesto. Non significa che la sua carriera sia finita, ma che probabilmente dovrà migliorare nella parte carente dell'addestramento. Nel momento in cui ogni allievo lascia la Ifts, viene inviato alla forza armata di appartenenza un fascicolo personale che riassume le valutazioni e le caratteristiche del pilota. 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Da Decimomannu decollarono i Siai-Marchetti 79 del 32° Stormo della Regia Aeronautica, quindi i velivoli aerosiluranti del 36° Stormo, ma dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 il campo passò sotto il controllo americano e fu utilizzato per consentire le sortite aeree per la liberazione della Penisola. Gli alleati ne riconobbero la posizione strategica e la vicinanza con aree scarsamente abitate che le rendevano idonee a essere impiegate come poligoni di tiro, così nel 1954 la base prese la configurazione attuale, creata secondo gli standard Nato, per essere utilizzata come centro di addestramento del Comando Forze Alleate del Mediterraneo, e il 15 febbraio di quell'anno vi si costituì l'unità di addestramento al tiro aereo della Royal Canadian Air Force. Due anni dopo l'accordo tra Italia, Canada e Germania portò alla costituzione della Air Weapons Training Installation e nel 1960 iniziarono anche le operazioni di formazione dei piloti della Luftwaffe e della Marina tedesca, un sodalizio, questo, che durò fino al 2016. Dal primo luglio 1970 e fino a quella data, l'aeroporto assunse l'attuale denominazione di Reparto sperimentale e di standardizzazione al tiro aereo (Rssta), accogliendo anche personale e mezzi degli Stati Uniti e in seguito della Royal Air Force inglese. Dopo la fine della Guerra fredda le mutate esigenze strategiche portarono a una riduzione delle rappresentanze internazionali presenti, fino a ricomprendere soltanto Italia e Germania. La pista dell'aeroporto ha una lunghezza di 2.990 metri in grado di consentire anche l'atterraggio di grandi velivoli, la base ospita anche un Servizio radar, la sezione meteorologica e la base dell'80° Combat Search and Rescue (Ricerca e salvataggio) che fa capo al 15° Stormo, la 4° Sezione Elicotteri della Guardia Costiera e altri gruppi tecnici e logistici delle Forze armate. Dall'11 maggio 2023 è quindi sede dello Ifts. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/ifts-decimomannu-scuola-piloti-2666426062.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="m-346-dalla-russia-alla-nato" data-post-id="2666426062" data-published-at="1701627785" data-use-pagination="False"> M-346, dalla Russia alla Nato Soltanto due anni dopo la dissoluzione dell'Urss, era il 1993, l'Aermacchi (oggi Leonardo divisione velivoli), strinse un accordo di collaborazione con la russa Yakovlev per il nuovo addestratore in fase di sviluppo. Tre anni più tardi, con il nome di Yak130, l'aeroplano cominciò i voli e nel 1997 fu valutato dall'Italia come possibile sostituto dell'Aermacchi MB-339, allora in servizio già da 18 anni e ancora del tutto analogico nei suoi sistemi principali. Emersero tuttavia divergenze tra i piani industriali delle due nazioni, le quali dopo una trattativa lunga proseguirono in modo indipendente lo sviluppo, e questo portò a ribattezzare lo Aem-130, designazione provvisoria italiana, in M-346. Ma anche a modificarlo profondamente adottando esclusivamente componenti ed equipaggiamenti di costruzione occidentale, portandolo in volo per la prima volta nel luglio 2004, per poi completare il primo volo supersonico il 18 dicembre dello stesso anno. Battezzato «Master», lo M-346 è dotato di due sistemi idraulici indipendenti, di un sistema di bordo per la generazione di ossigeno e di un software di controllo dei comandi di volo (fly by wire) che consente di programmare i limiti delle accelerazioni «G» e quindi può simulare diversi tipi di missioni e di aeromobili. Incluso un sistema automatico per il ritorno al volo orizzontale (Pars, da Pilot Activated Recovery System) al quale il pilota può ricorrere in caso di disorientamento spaziale (non si sa più la propria posizione in relazione all'orizzonte) o di perdita di controllo. Un'altra caratteristica sono i comandi «Hands on Throttle and Stick» (Hotas), ovvero il pilota controlla aeroplano e sistemi di combattimento senza staccare le mani dalla barra e dalla manetta. La strumentazione è completamente digitale e modulare, può essere configurata secondo i tipi di missione da svolgere ed integra lo «Embedded Tactical Training System, Etts», che permette di consente di simulare virtualmente la presenza nel cielo di velivoli alleati e nemici, operando anche mediante un collegamento (datalink) con stazioni a terra, inclusi i simulatori sia con altri aeroplani in volo. Oltre che in Italia, è stato esportato alle forze armate di Grecia, Israele, Qatar, Nigeria, Polonia, Singapore e Turkmenistan. Lungo 11,49 metri e con un'apertura alare di 9,72, viene spinto da una coppia di turbofan Honeywell F124-GA-200 da 2,8 tonnellate di spinta ciascuna, ha un peso massimo al decollo di 10,2 tonnellate, quindi dispone di un rapporto peso-potenza favorevole e, in configurazione senza carichi esterni, sale a oltre cento metri al secondo, volando per 1.890 km con una velocità massima in quota di 1250 km/h, ovvero Mach 1.Al decollo stacca il ruotino anteriore a 120 kts (222 km/h), mentre all'atterraggio si presenta intorno a 130 kts (240 km/h). Nella variante da combattimento (M-346FA, da Fighter/Attack) può impiegare i missili a guida infrarossa Aim-9, bombe a caduta libera Mk-82 o a guida laser Lizard 2, ma anche altri tipi di armamenti.
Von der Leyen stanzia 6 miliardi per far comprare a Zelensky i mezzi con cui bombarda la Russia. La casa automobilistica fiuta il business e propone di costruire una barriera aerea. Kiev inaugura i razzi alternativi ai Patriot Usa: «Test abbastanza riusciti...».
Il ministro Lavrov: «Gli ambasciatori di Francia, Germania e Uk saranno ricevuti a Mosca». Zelensky svela: «Un nostro missile ha colpito a 1.000 chilometri di profondità in Russia».
Lo speciale contiene due articoli.
Non pare un caso che, 24 ore dopo che l’Unione europea ha confermato un nuovo imponente aiuto finanziario all’Ucraina destinato al settore dei droni, sia emerso che un colosso dell’industria tedesca come Mercedes vuole entrare nell’affare partecipando a un sistema di difesa mobile anti-drone basato su droni intercettori. La stampa tedesca ha ieri confermato «da fonti interne all’azienda» che la Mercedes intende collaborare con un’azienda di Monaco, la Tytan Technologies, per installare a bordo di versioni militarizzate dei suoi autoveicoli i droni difensivi Tytan. Il sistema integrato si chiamerà Drone defender e prevede che su telai del furgone Sprinter e del Suv Classe G, modificati per esigenze militari, siano installati sensori e apparati di lancio. La Tytan produce il Tytan interceptor, già collaudato insieme agli ucraini per abbattere droni russi. Un piccolo aeroplano bimotore lungo un metro, in grado di decollare in verticale con la coda posata sul terreno, o sul pianale di un veicolo. Porta una testata esplosiva di un chilogrammo e avrebbe una velocità massima compresa fra 250 e 300 km/h, con raggio d’azione da 15 a 20 km.
Vedremo presto sul fronte ucraino scorrazzare potenti Suv della Mercedes dai cui pianali si alzano droni intercettori per abbattere gli ordigni russi? È possibile, tanto più che l’Ucraina li pagherebbe con denaro ricevuto dalla stessa Unione europea nell’ambito di un massiccio piano di sostegno che serve a finanziare lo sforzo bellico di Kiev. Già mercoledì il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato che entro la fine di giugno l’Ue erogherà la prima tranche del mega-prestito all’Ucraina da 90 miliardi di euro. I 9 miliardi previsti questo mese consteranno di 3 miliardi a supporto finanziario dello Stato ucraino, che sta in piedi per le iniezioni di denaro occidentale, dato che diversamente Kiev sarebbe in bancarotta. Gli altri 6 miliardi saranno destinati allo sviluppo e acquisto di droni. Soldi che in parte ritorneranno in Europa tramite le commesse di sistemi, o componenti, acquistati da industrie Ue, per non parlare dell’indebitamento dell’Ucraina con l’Europa, il che fa capire perché Bruxelles è legata mani e piedi a Kiev, debitore così colossale che non ci si può permettere di far fallire o lasciar sconfiggere. Ciò ha permesso al Parlamento di Kiev di votare ieri un aumento record della spesa per la difesa, portando il budget per la guerra a ben 97,2 miliardi di dollari, mentre lo scorso anno era stato di 61,4 miliardi di dollari.
L’Europa sostenendo il programma ucraino di droni intende anche sfruttare le esperienze reali nel loro impiego per ricavarne ricadute utili ai propri eserciti e industrie. Intanto, il Consiglio atlantico tenutosi ieri fra i paesi membri della Nato s’è concentrato sulle violazioni dei confini dell’alleanza da parte di droni (aerei, ma anche navali), oltre che alla generale sicurezza nello scacchiere del Mar Nero, sebbene sia noto, e lo si ammetta con imbarazzo, che la maggior parte dei droni debordati sono ucraini e non russi. Stando a un comunicato dell’Alleanza: «L’impegno della Nato a difendere ogni centimetro del territorio alleato richiede che ci adattiamo a un panorama della sicurezza in evoluzione. Come conseguenza diretta della guerra abbiamo registrato un aumento degli incidenti che coinvolgono droni lungo il nostro fianco orientale, sia nello spazio aereo sia in mare». La Nato ha stabilito un rafforzamento della sorveglianza aeronavale sui confini orientali, che verrà confermato dal vertice dell’alleanza ad Ankara il 7-8 luglio. E poiché la Romania è fra i Paesi più violati da droni, il suo presidente Nicosur Dan ha riportato: «Nel corso della discussione, si è concordato di accelerare i progetti Nato sulla risposta alle minacce da droni, in modo che le misure di supporto per gli Alleati colpiti possano essere approvate ad Ankara». In Lettonia, dove nei giorni scorsi un drone ucraino era stato abbattuto, il premier Andris Kulbergs ha annunciato che «arriveranno settimana prossima esperti ucraini per valutare quali attrezzature sono necessarie per proteggere al meglio i nostri cieli». Due giorni fa, il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha firmato proprio con la Lettonia un accordo sulla produzione congiunta dei velivoli telecomandati. Il Financial Times ha riportato che l’azienda ucraina FirePoint ha collaudato un missile intercettore che si propone come alternativa economica ai costosi Patriot americani. Chiamato FP-7x, il missile costerebbe solo 700.000 dollari a unità, contro i 3,8 milioni di dollari di un singolo vettore Patriot. Sarebbe ispirato al missile russo 48N6, cuore del sistema antimissile avversario S-400, e avrebbe una velocità massima di 5400 km/h, raggio d’azione di 200 km e quota massima di 65 km. La guida sarebbe radar e a infrarossi, ma non è chiara la sua efficacia. Uno dei vertici dell’azienda, Denys Shtilierman, ha parlato di «un test piuttosto riuscito», ma non sono note le percentuali di successo contro bersagli di prova. L’FP-7x, potrebbe essere costruito da agosto ma entrerebbe in servizio nel 2027. La Fire Point attende infatti di ricevere dalla Germania un sensore infrarosso della Diehl, mentre per i radar di allarme a cui verrebbe asservito il missile si sta trattando con le tedesche Hensoldt and Thales, per il radar di tracking con la nostra Leonardo e per i computer di comando e controllo con la norvegese Kongsberg.
Il sistema è dunque ancora incompleto, dato che il missile da solo serve a poco senza il sistema di avvistamento e guida.
I volenterosi voleranno da Lavrov
La Russia continua a rafforzare la propria presenza militare lungo i confini con la Nato, alimentando le preoccupazioni dei Paesi dell’Europa settentrionale e baltica. A rivelarlo è un’inchiesta congiunta realizzata dall’emittente svedese Svt insieme alla norvegese Nrk, alla danese Dr e alla testata estone Delfi. Attraverso l’analisi di immagini satellitari, i giornalisti hanno documentato la costruzione di nuove caserme, depositi di munizioni e infrastrutture logistiche nelle regioni occidentali della Federazione russa. Secondo l’inchiesta, le nuove strutture potrebbero consentire il dispiegamento di oltre 100.000 militari nelle aree prossime ai confini dell’Alleanza atlantica. Allo stesso tempo Mosca ha intensificato le proprie attività militari. Nella regione di Kaliningrad, l’exclave russa tra Polonia e Lituania, anche ieri una decina di caccia e bombardieri hanno effettuato esercitazioni con attacchi simulati contro obiettivi terrestri, mentre la nave pattuglia Neustrashimy della Flotta del Baltico ha svolto tiri di artiglieria nel Mar Baltico. Secondo l’agenzia Interfax, le manovre si inseriscono nel contesto delle esercitazioni Nato in corso vicino ai confini russi. Le tensioni si riflettono anche sul piano diplomatico.
Il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, ha annunciato che gli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Germania saranno ricevuti a Mosca dopo aver chiesto un incontro per discutere possibili iniziative sul conflitto in Ucraina. Nelle stesse ore, la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha promesso una risposta «efficace e decisa» all’ultimo pacchetto di sanzioni approvato dall’Unione europea, che includono il patriarca Kirill. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha definito «una follia» le sanzioni imposte dall’Unione europea contro alcuni centri per l’infanzia in Russia, accusando i governi occidentali di «disonorarsi» con misure che colpiscono strutture frequentate dai bambini. A rendere ancora più delicato il quadro è stato anche l’attentato avvenuto a Balashikha, nella regione di Mosca, dove un’autobomba ha provocato la morte di un alto ufficiale delle forze armate russe. Secondo media dell’opposizione russa, si tratterebbe del generale Damir Davidov, responsabile del dipartimento missilistico e di artiglieria del ministero della Difesa. Intanto, Volodymyr Zelensky ha annunciato che un missile Flamingo ucraino ha colpito un impianto russo a 1.000 chilometri dal confine.
L’allarme per la sicurezza regionale è emerso anche durante il vertice dei Paesi nordici e baltici svoltosi a Tallinn. Il primo ministro lettone, Andris Kulbergs, ha proposto la creazione di un’unità antidrone comune per contrastare i frequenti sconfinamenti, suggerendo il coinvolgimento dell’Ucraina grazie all’esperienza maturata.
Tra nuove basi militari, esercitazioni, sanzioni e timori per la sicurezza dei confini orientali dell’Alleanza, il confronto tra Russia e Occidente continua dunque ad assumere toni sempre più duri, mentre la guerra in Ucraina resta il principale fattore di instabilità del continente europeo.
I numeri del ministro dell’Interno Piantedosi: «Abbiamo un -77% di sbarchi rispetto al 2023 e un - 52% rispetto al 2025. La strage di Amendolara dimostra che l’immigrazione va gestita: subito controlli straordinari».
Si potrebbe definire la polizia 4.0. L’intelligenza artificiale entra a far parte anche delle forze dell’ordine grazie ai decreti legislativi del governo per l’adeguamento alle normative europee. A darne l’annuncio, ieri in question time alla Camera, è stato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che proietta così le forze di polizia in una nuova galassia.
Quella delle massime tecnologie avanzate inventate dall’uomo. «L’obiettivo», spiega il ministro, «è mettere a disposizione delle forze di polizia le funzionalità più avanzate, al fine di migliorare l’efficienza delle loro attività, senza mai sostituire il ruolo e le decisioni umane». Infatti, ogni utilizzo dell’Intelligenza artificiale per la sicurezza deve essere sottoposto a una revisione e sorveglianza umana qualificata. «L’IA costituisce uno strumento di supporto e non un poliziotto automatizzato: le decisioni finali rimangono sempre dell’essere umano. Non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa o di “grande fratello” generalizzato, perché è vietato l’utilizzo di banche dati biometriche», chiarisce Piantedosi.
Il ministro si è poi soffermato sulle azioni di governo in materia di politiche migratorie: «Da un lato la lotta al vergognoso traffico dei migranti e all’immigrazione illegale; dall’altro la promozione di canali di immigrazione legale» e ricorda come sia stato consentito «l’ingresso regolare in Italia di circa 100.000 lavoratori stranieri in tre anni». Circa l’immigrazione irregolare, invece, il primo dato riguarda la riduzione degli arrivi. «Quest’anno, ad oggi, abbiamo un meno 77% di arrivi rispetto al 2023 e un meno 52% rispetto al 2025», assicura Piantedosi. «A fronte di meno ingressi, registriamo un aumento dei rimpatri. Da quando ci siamo insediati, il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40% e, in questi primi mesi dell’anno, il dato è ancora in crescita, di più del 30% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ma, soprattutto, è cresciuto il rapporto percentuale tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati irregolari rimpatriati: siamo passati dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31% dall’inizio dell’anno». Si registra anche una riduzione dei delitti «calati nel 2025 del 2% rispetto al 2024. Meno 15% omicidi volontari, meno 6% furti e meno 4% rapine».
Il ministro torna sulla strage di Amendolara dove 4 braccianti sono stati arsi vivi, annunciando l’avvio «imminente» di una vigilanza straordinaria in tutta Italia, per «prevenzione e repressione di fenomeni di sfruttamento del lavoro». Piantedosi annota anche che «i presunti autori sono entrati in Italia dal confine orientale nel 2018 e nel 2022, cioè prima che l’attuale governo operasse la sospensione della libera circolazione di Schengen al confine orientale».
Riguardo alla critica mossa dalle opposizioni circa la Legge Bossi-Fini, il ministro sottolinea che «qualsiasi giudizio se ne voglia dare, non ha alcun rilievo rispetto ai fatti di Amendolara. Infatti, tutti i cittadini stranieri coinvolti erano in possesso di un titolo di soggiorno che consentiva loro di prestare un’attività lavorativa regolare».
E ricorda che, dal 2022 ad oggi, «sono state effettuate 1.895 denunce e 346 arresti per il reato di sfruttamento del lavoro, ossia caporalato». Rafforzato poi il corpo ispettivo, passato dalle 3.983 unità del 2022, alle attuali 4.366. Nel triennio 2026-2028 è prevista l’assunzione di ulteriori 300 unità e di 150 militari dell’Arma. «Ciò ha contribuito in maniera determinante a raggiungere nel 2025 il numero di oltre 157.000 ispezioni avviate, a fronte delle 100.000 del 2022. Numeri mai raggiunti in passato. E le sanzioni conseguenti sono raddoppiate rispetto a un decennio fa».
Naturalmente le opposizioni protestano. Davide Faraone, vicepresidente di Italia viva: «Numeri che lasciano allibiti. Non si capisce bene dove il ministro li abbia presi. Le unità aggiuntive di cui parla Piantedosi, o dormono oppure non esistono».
Nessuna nomina eclatante nel Consiglio federale di ieri: Zaia e Fedriga rimangono senza incarichi. Almeno per ora. Il modello caldeggiato dal Doge resta quello «bavarese» autonomista e legato alle imprese. Ma serve un cambio di statuto per il Carroccio.
Da qualche parte bisogna pur partire. È iniziato il dialogo, ma la soluzione non è a portata di mano. Ieri l’atteso Consiglio federale della Lega, convocato a Roma dal segretario Matteo Salvini, è stato interlocutorio. Nel senso: chi si aspettava nomine di vice o novità eclatanti, è rimasto deluso.
Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale veneto, rimane al suo posto senza incarichi nel Carrocio. Per ora. Così come Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia e della Conferenza Stato-Regioni. L’idea, caldeggiata proprio dal segretario qualche settimana fa, è quella di puntare sui due fuoriclasse del Nordest, in particolar modo sul Doge, per rispondere a Roberto Vannacci, ma anche per risalire nelle intenzioni di voto all’interno del centrodestra in vista delle elezioni politiche. Manca un anno e passa al voto, però prima si comincia, prima si può risalire. Come?
Zaia ha la sua ricetta: «Io ho sempre sostenuto che l’identità sia assolutamente legata al consenso. Più identità c’è, più consenso c’è». E identità vuol dire quel modello bavarese (Csu alleata alla Cdu nazionale) autonomista, legato alle imprese e alle sfide dei lavoratori soprattutto con l’Intelligenza artificiale, che sia più amministrativo che politicante. Solo che per fare la Csu - che in Veneto fanno presente essere una idea del 1982 targata Toni Bisaglia, dominus dei Dorotei democristiani - serve un cambio di statuto del Carrocio. Cosa che si può anche fare, ci sta lavorando il numero uno delle regole, Roberto Calderoli. Peccato che non si improvvisa una rivoluzione in una settimana. Ma, soprattutto: non è che Salvini può cedere di fatto il controllo del partito al Nord, culla del movimento più vecchio in Parlamento, a Zaia. Così. Gratis. Ci sarebbero troppi scontenti, adesso.
«È andata bene. Quando parlo di Lega sono sempre felice», ha commentato Salvini dopo oltre tre ore di confronto. «Ho ascoltato con attenzione gli interventi nel Consiglio federale» e «sono determinato a rafforzare sempre di più la Lega, valorizzando il grande impegno degli amministratori, apprezzati in tutti i territori, all’interno del partito». Come dire: ci siamo parlati, ci siamo anche dette cose non belle e ora vediamo cosa si può fare.
In effetti, secondo quanto riportato dall’agenzia Adnkronos, il confronto è stato bello schietto. Quando Armando Siri ha ricordato ai presenti l’errore della partecipazione della Lega nel governo Draghi, sarebbe stato subito stoppato da Zaia, che si è lasciato sfuggire un: «Ha parlato il teologo... ». Contro il responsabile dei dipartimenti, l’ex socialista, si sono scagliati pure i governatori, che non digeriscono le accuse di «non essersi candidati alle europee, lasciando spazio a Vannacci». Contro i presidenti delle Regioni del Nord l’accusa è quella di una «mancata assunzione di responsabilità nei confronti del partito». A Siri, che avrebbe parlato anche degli investimenti, sottolineando l’importanza del tema delle finanze pubbliche, qualcuno ha ricordato che «non è bello parlare di soldi, senza Giancarlo Giorgetti». Parole a cui il capo dei dipartimenti avrebbe replicato: «Mi pare che fosse stato invitato pure lui, ma non c’è...». Assenza, quella del titolare del Mef, che non è passata inosservata benché legata alla concomitante audizione dello stesso Giorgetti in Commissione sulla riforma Rai, con il ministro presente, invece, a inizio dei lavori del Federale. Silvia Sardone, attuale vicesegretaria del Carroccio, ha poi bollato come «falsità», sempre all’agenzia Adnkronos, i rumors che la darebbero in procinto di passare con Futuro nazionale.
«Abbiamo fatto un bellissimo Federale, tutti hanno potuto esporre le proprie idee e penso che sia stato costruttivo, visto e considerato che moltissimi interventi sono stati in linea con l’idea di essere vicini ai cittadini. E si va in questa direzione, poi ci rincontreremo ancora», ha sottolineato ancora Zaia parlando con i cronisti dopo la riunione. Una precisazione, però, è stata fondamentale: «Non esistono due Leghe», ha proseguito il Doge, «e non sono mai esistite. La Lega è una sola. Quando hanno chiesto a Carducci bambino di scrivere un tema su sua mamma, ha scritto “mia madre è mia madre”». Mamma Lega, insomma, non si discute. E mamma Lega, nonostante l’abbiano data per spacciata tante volte, ha resistito a tutto in oltre 35 anni.
Chi, invece, non resiste ad attaccare Marina Berlusconi ogni giorno è Vannacci. Anche ieri da Lilli Gruber su La7 ha detto che non sa «sa che titolo parla: non ha un ruolo politico. Come finanziatrice di Fi? Nel caso», ha aggiunto il generale, «prendiamo atto che è un partito eterodiretto dalla finanza e dall’editoria». Parole forti che allontano in un certo senso il leader di Futuro nazionale dal centrodestra anche se, ha sottolineato Vannacci, «le alleanze si faranno a ridosso delle elezioni».
Il premier a Confcommercio: «Altri tagli per il ceto medio». Ok in cdm alle nuove norme per un’IA a servizio dell’uomo.
«L’Italia non è la repubblica delle banane». Non le manda a dire il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, all’assemblea di Confcommercio che si è tenuta ieri all’auditorium della Conciliazione di Roma. «Qui si rispettano le regole: come ricordava il presidente Sangalli, non c’è mercato senza regole, e senza regole non ci sono imprese sane e non c’è crescita».
E per «qui» si intende in Italia, perché «l’Italia», ha detto Meloni, «malgrado le profezie di chi la dipinge come “spacciata”, sta scalando le classifiche globali del turismo e dell’export. E Confcommercio si conferma, in questo scenario, il ponte necessario per trasformare la resilienza in uno sviluppo duraturo, capace di guardare alle sfide dell’Intelligenza artificiale e della transizione ecologica senza smarrire la propria identità profonda».
Per il presidente del Consiglio, «il commercio di vicinato non è un retaggio del passato ma l’ossatura indispensabile per costruire il futuro del Paese», perché «ogni serranda alzata è una luce, un punto di riferimento, un presidio di sicurezza e socialità: è qualcosa che nessuna piattaforma come l’IA potrà mai sostituire». Meloni ha elogiato il pragmatismo di Confcommercio: «Colonna del sistema Italia che non ha mai anteposto l’interesse di categoria a quello generale». Poi ha risposto anche a chi critica il governo per aver fatto poco per il ceto medio: «Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio», ha sottolineato rivendicando quanto fatto fin qui. «Con il taglio del cuneo e la riforma Irpef rimettiamo nelle tasche dei lavoratori 21 miliardi di euro l’anno». E poi la stoccata a distanza alla segretaria del Pd, Elly Schlein: «Il taglio delle tasse è uno dei grandi obiettivi di questo governo. Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo affinché gli italiani possano avere un patrimonio dopo decenni di lavoro e di sacrifici».
Meloni ha poi puntato su un «patto tra generazioni», incentivando la trasmissione delle competenze attraverso sgravi contributivi per chi assume giovani affiancandoli a lavoratori esperti. Il premier ha parlato anche di IA. «Andiamo verso un mondo nel quale diventa difficile distinguere quello che è vero da quello che non lo è. Noi abbiamo fatto una proposta a livello internazionale, cioè che quando tu vedi qualcosa che è prodotto dall’intelligenza artificiale, deve essere scritto in sovraimpressione “è prodotto dall’intelligenza artificiale”». E ancora: «Se vedi la Meloni in camicia da notte, sul letto, mezza nuda, non puoi pubblicare la foto dicendo: “Si può un presidente del Consiglio dei ministri presentare così?”, perché ci sarà scritto “la Meloni è nuda perché l’immagine è stata creata con l’intelligenza artificiale”». E proprio di intelligenza artificiale si è occupato il Consiglio dei ministri di ieri, dove è stato emanato un pacchetto attuativo per dare «una risposta normativa organica alla trasformazione tecnologica in corso».
«L’Italia è la prima nazione che si dota di una normativa nazionale organica in materia», ha sottolineato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che tra le misure approvate ha citato la novità «della responsabilità civile» per danni da IA. I decreti attuativi (che andranno al vaglio delle commissioni parlamentari, della Conferenza delle Regioni e delle Authority competenti) da una parte disciplinano i poteri delle autorità nazionali, dall’altra introducono un quadro giuridico per l’impiego dell’IA nelle attività di polizia, nel lavoro, nella giustizia, nell’istruzione e nella ricerca. Il filo conduttore è l’impostazione antropocentrica, un’IA governata da una visione etica e umanistica, in sintonia con l’enciclica di papa Leone XIVMagnifica Humanitas. Per l’intelligenza artificiale nell’ambito della sicurezza, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha precisato che «non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa o di “Grande fratello” generalizzato, ed è vietato l’utilizzo di grandi banche dati biometriche».
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha spiegato che «tutte le attività di rilievo biometrico possono avvenire solo con il controllo della magistratura e su richiesta del pubblico ministero al gip. Solo in caso di urgenza possono essere adottate dal pm, con successiva convalida da parte del gip».