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2022-12-28
I veri pericoli per la Terra? La fissazione per il solare e lo spauracchio della CO2
Ansa
Qualche giorno fa m’è capitato di ascoltare per caso la frase che segue: «Il futuro - e il futuro è qui dietro l’angolo - è questo: pannelli solari sul tetto di casa che durante la notte ricaricano gratis le batterie della vostra auto elettrica». L’esilarante oracolo non era profferito da un’adolescente priva di studi e abituata a marinare la scuola, ma da uno dei 200 leader del mondo (tante sono, una più una meno, le nazioni esistenti) e, più precisamente, da Antony Albanese, primo ministro dell’Australia. La cosa vi farebbe sorridere, ridere o sghignazzare - dipende da quanto sanguigno è il vostro umore - se non fosse che il leader australiano è stato per questo applaudito dagli altri 199, circostanza che dovrebbe farci tutti preoccupare.
Comunque, effettivamente, il primo ministro australiano non ha tutti i torti: ciascuno di noi potrebbe installare sul tetto della propria villetta 20 kW fotovoltaici, produrre da essi, durante ogni giorno di sole, 50 kWh d’energia che, immagazzinata in accumulatori di pari capacità, potrebbe servire per caricare la propria utilitaria elettrica con la garanzia di poter percorrere un giro complessivo di 300 chilometri (purché si rinunci alla stravagante pretesa di riscaldare, se è inverno, o rinfrescare, se è estate, l’abitacolo). Come mai nessuno, neanche Albanese, si risolve a realizzare la detta possibilità?
Azzardo una risposta: non contando il sovraprezzo dell’utilitaria elettrica rispetto alla medesima a benzina, la gratuita energia dal sole costa 100.000 euro, 50.000 euro per il detto tetto fotovoltaico e 50.000 per i detti accumulatori. Naturalmente in garage, accanto all’utilitaria elettrica deve starci anche quella a benzina, non sia mai ci fosse un giorno di nuvole nere. Per farla breve, l’auspicio del primo ministro ci pone al cospetto di quella speciale operazione finanziaria ove non si bada a spese pur di risparmiare. Non è la mia preferita, ma io non faccio testo perché non m’intendo d’economia. Epperò non posso evitare di notare che chi s’avventura in quell’operazione lo fa solo con i soldi di altri, tipicamente uno Stato quando è governato da quelli come Albanese.
Oltre a quella di poter caricare le batterie dell’auto elettrica con l’energia dal sole durante la notte, i 200 leader del mondo hanno anche la convinzione che la CO2 sia un pericoloso agente inquinante giunto oggi - a sentir loro - a livelli pericolosamente elevati. Può essere forse di conforto sapere che nel corso degli ultimi 150 milioni d’anni la concentrazione atmosferica di CO2 è decresciuta costantemente da 3.000 ppm (parti per milione) di allora fino ai 300 ppm dell’era pre industriale. La combustione di petrolio, carbone e gas, oltre al benefico effetto di fornirci energia abbondante e a buon mercato, ha avuto il salutare effetto collaterale di aumentare la concentrazione atmosferica di CO2. Questa straordinaria molecola è, al pari dell’acqua, il cibo delle piante: foreste più rigogliose e rendimenti agricoli più elevati se maggiore è la CO2 atmosferica. I nostri raccolti temono la siccità e, se non piove, provvediamo noi a innaffiare con acqua le piante. Non lo facciamo con la CO2 perché questa è disponibile nell’aria. La concentrazione di questa molecola, anzi, negli anni precedenti l’era industriale era scesa fino a 280 ppm, una discesa pericolosa, giacché al di sotto dei 150 ppm la vegetazione terrestre è destinata a morire. Se, con l’uso dei combustibili fossili a fini energetici, non avessimo aumentato il livello di CO2, quasi sicuramente avremmo dovuto aumentare artificialmente quel livello proprio per preservare la vegetazione.
Come vagheggiano l’energia dal sole di notte, i 200 leader mondiali si propongono di attuare la decarbonizzazione, una manovra che, se di successo, può solo far male al pianeta e a tutti noi. Dicono di temere per pericolosi aumenti di temperatura, ma forse può consolarli che questa, nel precedente periodo interglaciale, 100.000 anni fa, raggiunse valori superiori a quelli del periodo interglaciale nel quale viviamo di ben 8 gradi. E a coloro che auspicano il ritorno del clima dei secoli precedenti l’era industriale, suggerisco di leggere La piccola era glaciale. Come il clima ha forgiato la Storia, di Brian Fagan, professore di archeologia e antropologia alla University of California (Santa Barbara). Scopriranno quanto miserabile fosse allora la vita: carestie, pestilenze, migrazioni di massa. Ancora una volta: ringraziamo il Signore per averci concesso la fortuna di nascere nell’era dei combustibili fossili.
Ricaricare le auto consuma troppo. Berlino pronta a tagliare la corrente
Prima regola del Grande fratello: premiare i sudditi obbedienti. È orribile, è distopico, ma ha una logica. Quella che nei Paesi occidentali, sedotti dal modello dello Stato di sorveglianza, sta andando a farsi benedire.
Leggete cos’ha scritto Die Welt sul piano della Bundesnetzagentur, l’authority tedesca per l’energia: dal 2024, l’agenzia vuole ridurre drasticamente l’erogazione di elettricità destinata alle pompe di calore e alle stazioni di ricarica delle auto. Una bella beffa, per i virtuosi che hanno eliminato le caldaie a gas, sperando di limitare l’inquinamento e fare un dispetto a Vladimir Putin. E che hanno rottamato il veicolo a diesel o a benzina, in favore di uno con le batterie. Come mai sarebbero i probi, quelli a impronta ecologica minima, i più colpiti dai tagli?
È facile comprendere dove stia l’inghippo. Alla graduale scomparsa delle fonti fossili e alla mitizzata transizione totale all’elettrico non si potrà far fronte, nel breve periodo, con pannelli solari e pale eoliche. Specialmente in Germania, la nazione che ha ritardato ma non cassato la decisione di rinunciare al nucleare e che, nel mentre, sconta il disaccoppiamento dall’abbondante ed economico metano russo. Più consumi, meno energia prodotta - peraltro a carissimo prezzo.
La soluzione tampone, che rischia di diventare la «nuova normalità» (vi ricorda qualcosa?), è quella proposta dall’ente federale teutonico: «Accettare le necessarie limitazioni delle comodità». Rinchiusi oggi per riabbracciarci domani: stessa solfa. Nel nome di nobili principi, beninteso: la difesa della democrazia in Ucraina, la salvaguardia dell’ambiente in cui vivranno i nipotini di Greta Thunberg, la tutela dei nonni in cambio di una puntura ogni quattro mesi. Cosa c’entra il vaccino? Be’, il ritornello, con la pandemia, il conflitto nel Donbass e l’agenda green, è sempre il solito: siamo nell’età della «permacrisi» (Ursula von der Leyen) e ci toccano sacrifici per un bene superiore.
La Bundesnetzagentur, per adesso, ha in mente una prima applicazione soft delle restrizioni: i flussi di corrente sarebbero portati a un minimo di 3,7 kilowattora. I comuni elettrodomestici funzionerebbero. Per l’aria calda e le Tesla, invece, il discorso cambierebbe: servirebbero tre ore di ricarica per garantire alla macchina un’autonomia di 50 chilometri. Una fregatura, eh? In alternativa, non resta che pedalare, come nell’incubo fantozziano del megadirettore maniaco delle bici: in sella alla bersagliera, da Berlino a Francoforte.
L’authority tedesca, al momento, non ha i mezzi né per sapere chi e quando sta consumando troppo, né per intervenire su singoli dispositivi. Ciò significa che per cinque anni - dal 2024 al 2029: capito? Lo stato d’eccezione non finisce mai - bisognerà utilizzare una sorta di controllo statistico, calcolando in anticipo in quali ore ci si deve aspettare un utilizzo particolarmente elevato di corrente e sforbiciando i flussi a interi nuclei familiari.
Un modo per rendere più precisi gli interventi ci sarebbe: si tratterebbe di installare ovunque i contatori intelligenti. Il guaio è che ci vorrà parecchio. Ma tanto basta a dimostrare che il mantra dello «smart» nasconde gigantesche trappole. Tutti connessi, tutti irretiti dalle chimere di efficienza e risparmio, tutti più esposti alla scure del Leviatano, che s’abbatte comodamente da remoto.
L’industria dell’automotive, in Germania, è furibonda: teme che l’approvazione del programma scoraggi l’acquisto di macchine elettriche. A intaccare la solidità degli affari, comunque, ci penserà già l’inflazione: se n’è accorta anche la società di consulenza Ernst & Young. Proprio in Germania, per percorrere circa 160 chilometri, oggi, una Tesla Model 3 assorbe 18,46 euro di ricarica in una stazione Supercharger. Con una Honda Civic quattro porte, che l’Epa considera l’equivalente a combustione della Model 3, ce ne vogliono 18,31 di benzina. Maria Bengtsson, partner di Ernst & Young e responsabile del business delle auto elettriche, ha avvertito che, visti i prezzi delle vetture, i costi dell’energia e il ritiro degli incentivi, il futuro full electric è ancora di là da venire. Il domani può attendere; chi s’era portato avanti, sborsando quattrini per l’adeguamento climatico, dovrà rimettere mano al portafoglio, nonostante le solenni promesse degli ecoprofeti. Un esempio? A inizio dicembre, sul sito dell’Agenzia italiana per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, campeggiava il rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia, secondo il quale, grazie alle pompe di calore, «aumenta il risparmio energetico e calano le emissioni». Di questo passo, a calare saranno il conto in banca e la temperatura di casa.
Sembra di rivedere il film del Covid. Non a caso, l’attuale ministro della Salute del Bundesregierung, Karl Lauterbach, aveva collegato esplicitamente crisi sanitaria e crisi ambientale: «I provvedimenti e le restrizioni della libertà personale necessari per contenere la pandemia servono anche per le politiche sul cambiamento climatico». E in fondo, a gente tipo Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue, sembra che vada tutto bene: è giusto svenarsi per le bollette, così le persone si convinceranno che è indispensabile accelerare la transizione. La stessa che poi comporterà ulteriori spese, nonché decenni di razionamenti, stile socialismo di guerra. Penserete voi: almeno, il mondo ne uscirà un po’ più verde. Può darsi. Di certo, nel frattempo, al verde ci finiremo noi.
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Il premier australiano, applaudito da 199 leader, sogna pannelli ovunque: un costo folle per l’era senza emissioni, che porterebbe climi malsani, ideali per epidemie e carestie.Beffa green in Germania: non basta l’energia per pompe di calore e colonnine dedicate ai veicoli a batteria. L’authority prepara razionamenti dal 2024. In attesa della prossima fregatura: l’arrivo dei contatori smart.Lo speciale contiene due articoliQualche giorno fa m’è capitato di ascoltare per caso la frase che segue: «Il futuro - e il futuro è qui dietro l’angolo - è questo: pannelli solari sul tetto di casa che durante la notte ricaricano gratis le batterie della vostra auto elettrica». L’esilarante oracolo non era profferito da un’adolescente priva di studi e abituata a marinare la scuola, ma da uno dei 200 leader del mondo (tante sono, una più una meno, le nazioni esistenti) e, più precisamente, da Antony Albanese, primo ministro dell’Australia. La cosa vi farebbe sorridere, ridere o sghignazzare - dipende da quanto sanguigno è il vostro umore - se non fosse che il leader australiano è stato per questo applaudito dagli altri 199, circostanza che dovrebbe farci tutti preoccupare. Comunque, effettivamente, il primo ministro australiano non ha tutti i torti: ciascuno di noi potrebbe installare sul tetto della propria villetta 20 kW fotovoltaici, produrre da essi, durante ogni giorno di sole, 50 kWh d’energia che, immagazzinata in accumulatori di pari capacità, potrebbe servire per caricare la propria utilitaria elettrica con la garanzia di poter percorrere un giro complessivo di 300 chilometri (purché si rinunci alla stravagante pretesa di riscaldare, se è inverno, o rinfrescare, se è estate, l’abitacolo). Come mai nessuno, neanche Albanese, si risolve a realizzare la detta possibilità? Azzardo una risposta: non contando il sovraprezzo dell’utilitaria elettrica rispetto alla medesima a benzina, la gratuita energia dal sole costa 100.000 euro, 50.000 euro per il detto tetto fotovoltaico e 50.000 per i detti accumulatori. Naturalmente in garage, accanto all’utilitaria elettrica deve starci anche quella a benzina, non sia mai ci fosse un giorno di nuvole nere. Per farla breve, l’auspicio del primo ministro ci pone al cospetto di quella speciale operazione finanziaria ove non si bada a spese pur di risparmiare. Non è la mia preferita, ma io non faccio testo perché non m’intendo d’economia. Epperò non posso evitare di notare che chi s’avventura in quell’operazione lo fa solo con i soldi di altri, tipicamente uno Stato quando è governato da quelli come Albanese. Oltre a quella di poter caricare le batterie dell’auto elettrica con l’energia dal sole durante la notte, i 200 leader del mondo hanno anche la convinzione che la CO2 sia un pericoloso agente inquinante giunto oggi - a sentir loro - a livelli pericolosamente elevati. Può essere forse di conforto sapere che nel corso degli ultimi 150 milioni d’anni la concentrazione atmosferica di CO2 è decresciuta costantemente da 3.000 ppm (parti per milione) di allora fino ai 300 ppm dell’era pre industriale. La combustione di petrolio, carbone e gas, oltre al benefico effetto di fornirci energia abbondante e a buon mercato, ha avuto il salutare effetto collaterale di aumentare la concentrazione atmosferica di CO2. Questa straordinaria molecola è, al pari dell’acqua, il cibo delle piante: foreste più rigogliose e rendimenti agricoli più elevati se maggiore è la CO2 atmosferica. I nostri raccolti temono la siccità e, se non piove, provvediamo noi a innaffiare con acqua le piante. Non lo facciamo con la CO2 perché questa è disponibile nell’aria. La concentrazione di questa molecola, anzi, negli anni precedenti l’era industriale era scesa fino a 280 ppm, una discesa pericolosa, giacché al di sotto dei 150 ppm la vegetazione terrestre è destinata a morire. Se, con l’uso dei combustibili fossili a fini energetici, non avessimo aumentato il livello di CO2, quasi sicuramente avremmo dovuto aumentare artificialmente quel livello proprio per preservare la vegetazione. Come vagheggiano l’energia dal sole di notte, i 200 leader mondiali si propongono di attuare la decarbonizzazione, una manovra che, se di successo, può solo far male al pianeta e a tutti noi. Dicono di temere per pericolosi aumenti di temperatura, ma forse può consolarli che questa, nel precedente periodo interglaciale, 100.000 anni fa, raggiunse valori superiori a quelli del periodo interglaciale nel quale viviamo di ben 8 gradi. E a coloro che auspicano il ritorno del clima dei secoli precedenti l’era industriale, suggerisco di leggere La piccola era glaciale. Come il clima ha forgiato la Storia, di Brian Fagan, professore di archeologia e antropologia alla University of California (Santa Barbara). Scopriranno quanto miserabile fosse allora la vita: carestie, pestilenze, migrazioni di massa. Ancora una volta: ringraziamo il Signore per averci concesso la fortuna di nascere nell’era dei combustibili fossili.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-veri-pericoli-per-la-terra-la-fissazione-per-il-solare-e-lo-spauracchio-della-co2-2659018105.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ricaricare-le-auto-consuma-troppo-berlino-pronta-a-tagliare-la-corrente" data-post-id="2659018105" data-published-at="1672216973" data-use-pagination="False"> Ricaricare le auto consuma troppo. Berlino pronta a tagliare la corrente Prima regola del Grande fratello: premiare i sudditi obbedienti. È orribile, è distopico, ma ha una logica. Quella che nei Paesi occidentali, sedotti dal modello dello Stato di sorveglianza, sta andando a farsi benedire. Leggete cos’ha scritto Die Welt sul piano della Bundesnetzagentur, l’authority tedesca per l’energia: dal 2024, l’agenzia vuole ridurre drasticamente l’erogazione di elettricità destinata alle pompe di calore e alle stazioni di ricarica delle auto. Una bella beffa, per i virtuosi che hanno eliminato le caldaie a gas, sperando di limitare l’inquinamento e fare un dispetto a Vladimir Putin. E che hanno rottamato il veicolo a diesel o a benzina, in favore di uno con le batterie. Come mai sarebbero i probi, quelli a impronta ecologica minima, i più colpiti dai tagli? È facile comprendere dove stia l’inghippo. Alla graduale scomparsa delle fonti fossili e alla mitizzata transizione totale all’elettrico non si potrà far fronte, nel breve periodo, con pannelli solari e pale eoliche. Specialmente in Germania, la nazione che ha ritardato ma non cassato la decisione di rinunciare al nucleare e che, nel mentre, sconta il disaccoppiamento dall’abbondante ed economico metano russo. Più consumi, meno energia prodotta - peraltro a carissimo prezzo. La soluzione tampone, che rischia di diventare la «nuova normalità» (vi ricorda qualcosa?), è quella proposta dall’ente federale teutonico: «Accettare le necessarie limitazioni delle comodità». Rinchiusi oggi per riabbracciarci domani: stessa solfa. Nel nome di nobili principi, beninteso: la difesa della democrazia in Ucraina, la salvaguardia dell’ambiente in cui vivranno i nipotini di Greta Thunberg, la tutela dei nonni in cambio di una puntura ogni quattro mesi. Cosa c’entra il vaccino? Be’, il ritornello, con la pandemia, il conflitto nel Donbass e l’agenda green, è sempre il solito: siamo nell’età della «permacrisi» (Ursula von der Leyen) e ci toccano sacrifici per un bene superiore. La Bundesnetzagentur, per adesso, ha in mente una prima applicazione soft delle restrizioni: i flussi di corrente sarebbero portati a un minimo di 3,7 kilowattora. I comuni elettrodomestici funzionerebbero. Per l’aria calda e le Tesla, invece, il discorso cambierebbe: servirebbero tre ore di ricarica per garantire alla macchina un’autonomia di 50 chilometri. Una fregatura, eh? In alternativa, non resta che pedalare, come nell’incubo fantozziano del megadirettore maniaco delle bici: in sella alla bersagliera, da Berlino a Francoforte. L’authority tedesca, al momento, non ha i mezzi né per sapere chi e quando sta consumando troppo, né per intervenire su singoli dispositivi. Ciò significa che per cinque anni - dal 2024 al 2029: capito? Lo stato d’eccezione non finisce mai - bisognerà utilizzare una sorta di controllo statistico, calcolando in anticipo in quali ore ci si deve aspettare un utilizzo particolarmente elevato di corrente e sforbiciando i flussi a interi nuclei familiari. Un modo per rendere più precisi gli interventi ci sarebbe: si tratterebbe di installare ovunque i contatori intelligenti. Il guaio è che ci vorrà parecchio. Ma tanto basta a dimostrare che il mantra dello «smart» nasconde gigantesche trappole. Tutti connessi, tutti irretiti dalle chimere di efficienza e risparmio, tutti più esposti alla scure del Leviatano, che s’abbatte comodamente da remoto. L’industria dell’automotive, in Germania, è furibonda: teme che l’approvazione del programma scoraggi l’acquisto di macchine elettriche. A intaccare la solidità degli affari, comunque, ci penserà già l’inflazione: se n’è accorta anche la società di consulenza Ernst & Young. Proprio in Germania, per percorrere circa 160 chilometri, oggi, una Tesla Model 3 assorbe 18,46 euro di ricarica in una stazione Supercharger. Con una Honda Civic quattro porte, che l’Epa considera l’equivalente a combustione della Model 3, ce ne vogliono 18,31 di benzina. Maria Bengtsson, partner di Ernst & Young e responsabile del business delle auto elettriche, ha avvertito che, visti i prezzi delle vetture, i costi dell’energia e il ritiro degli incentivi, il futuro full electric è ancora di là da venire. Il domani può attendere; chi s’era portato avanti, sborsando quattrini per l’adeguamento climatico, dovrà rimettere mano al portafoglio, nonostante le solenni promesse degli ecoprofeti. Un esempio? A inizio dicembre, sul sito dell’Agenzia italiana per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, campeggiava il rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia, secondo il quale, grazie alle pompe di calore, «aumenta il risparmio energetico e calano le emissioni». Di questo passo, a calare saranno il conto in banca e la temperatura di casa. Sembra di rivedere il film del Covid. Non a caso, l’attuale ministro della Salute del Bundesregierung, Karl Lauterbach, aveva collegato esplicitamente crisi sanitaria e crisi ambientale: «I provvedimenti e le restrizioni della libertà personale necessari per contenere la pandemia servono anche per le politiche sul cambiamento climatico». E in fondo, a gente tipo Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue, sembra che vada tutto bene: è giusto svenarsi per le bollette, così le persone si convinceranno che è indispensabile accelerare la transizione. La stessa che poi comporterà ulteriori spese, nonché decenni di razionamenti, stile socialismo di guerra. Penserete voi: almeno, il mondo ne uscirà un po’ più verde. Può darsi. Di certo, nel frattempo, al verde ci finiremo noi.
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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