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2022-12-28
I veri pericoli per la Terra? La fissazione per il solare e lo spauracchio della CO2
Ansa
Qualche giorno fa m’è capitato di ascoltare per caso la frase che segue: «Il futuro - e il futuro è qui dietro l’angolo - è questo: pannelli solari sul tetto di casa che durante la notte ricaricano gratis le batterie della vostra auto elettrica». L’esilarante oracolo non era profferito da un’adolescente priva di studi e abituata a marinare la scuola, ma da uno dei 200 leader del mondo (tante sono, una più una meno, le nazioni esistenti) e, più precisamente, da Antony Albanese, primo ministro dell’Australia. La cosa vi farebbe sorridere, ridere o sghignazzare - dipende da quanto sanguigno è il vostro umore - se non fosse che il leader australiano è stato per questo applaudito dagli altri 199, circostanza che dovrebbe farci tutti preoccupare.
Comunque, effettivamente, il primo ministro australiano non ha tutti i torti: ciascuno di noi potrebbe installare sul tetto della propria villetta 20 kW fotovoltaici, produrre da essi, durante ogni giorno di sole, 50 kWh d’energia che, immagazzinata in accumulatori di pari capacità, potrebbe servire per caricare la propria utilitaria elettrica con la garanzia di poter percorrere un giro complessivo di 300 chilometri (purché si rinunci alla stravagante pretesa di riscaldare, se è inverno, o rinfrescare, se è estate, l’abitacolo). Come mai nessuno, neanche Albanese, si risolve a realizzare la detta possibilità?
Azzardo una risposta: non contando il sovraprezzo dell’utilitaria elettrica rispetto alla medesima a benzina, la gratuita energia dal sole costa 100.000 euro, 50.000 euro per il detto tetto fotovoltaico e 50.000 per i detti accumulatori. Naturalmente in garage, accanto all’utilitaria elettrica deve starci anche quella a benzina, non sia mai ci fosse un giorno di nuvole nere. Per farla breve, l’auspicio del primo ministro ci pone al cospetto di quella speciale operazione finanziaria ove non si bada a spese pur di risparmiare. Non è la mia preferita, ma io non faccio testo perché non m’intendo d’economia. Epperò non posso evitare di notare che chi s’avventura in quell’operazione lo fa solo con i soldi di altri, tipicamente uno Stato quando è governato da quelli come Albanese.
Oltre a quella di poter caricare le batterie dell’auto elettrica con l’energia dal sole durante la notte, i 200 leader del mondo hanno anche la convinzione che la CO2 sia un pericoloso agente inquinante giunto oggi - a sentir loro - a livelli pericolosamente elevati. Può essere forse di conforto sapere che nel corso degli ultimi 150 milioni d’anni la concentrazione atmosferica di CO2 è decresciuta costantemente da 3.000 ppm (parti per milione) di allora fino ai 300 ppm dell’era pre industriale. La combustione di petrolio, carbone e gas, oltre al benefico effetto di fornirci energia abbondante e a buon mercato, ha avuto il salutare effetto collaterale di aumentare la concentrazione atmosferica di CO2. Questa straordinaria molecola è, al pari dell’acqua, il cibo delle piante: foreste più rigogliose e rendimenti agricoli più elevati se maggiore è la CO2 atmosferica. I nostri raccolti temono la siccità e, se non piove, provvediamo noi a innaffiare con acqua le piante. Non lo facciamo con la CO2 perché questa è disponibile nell’aria. La concentrazione di questa molecola, anzi, negli anni precedenti l’era industriale era scesa fino a 280 ppm, una discesa pericolosa, giacché al di sotto dei 150 ppm la vegetazione terrestre è destinata a morire. Se, con l’uso dei combustibili fossili a fini energetici, non avessimo aumentato il livello di CO2, quasi sicuramente avremmo dovuto aumentare artificialmente quel livello proprio per preservare la vegetazione.
Come vagheggiano l’energia dal sole di notte, i 200 leader mondiali si propongono di attuare la decarbonizzazione, una manovra che, se di successo, può solo far male al pianeta e a tutti noi. Dicono di temere per pericolosi aumenti di temperatura, ma forse può consolarli che questa, nel precedente periodo interglaciale, 100.000 anni fa, raggiunse valori superiori a quelli del periodo interglaciale nel quale viviamo di ben 8 gradi. E a coloro che auspicano il ritorno del clima dei secoli precedenti l’era industriale, suggerisco di leggere La piccola era glaciale. Come il clima ha forgiato la Storia, di Brian Fagan, professore di archeologia e antropologia alla University of California (Santa Barbara). Scopriranno quanto miserabile fosse allora la vita: carestie, pestilenze, migrazioni di massa. Ancora una volta: ringraziamo il Signore per averci concesso la fortuna di nascere nell’era dei combustibili fossili.
Ricaricare le auto consuma troppo. Berlino pronta a tagliare la corrente
Prima regola del Grande fratello: premiare i sudditi obbedienti. È orribile, è distopico, ma ha una logica. Quella che nei Paesi occidentali, sedotti dal modello dello Stato di sorveglianza, sta andando a farsi benedire.
Leggete cos’ha scritto Die Welt sul piano della Bundesnetzagentur, l’authority tedesca per l’energia: dal 2024, l’agenzia vuole ridurre drasticamente l’erogazione di elettricità destinata alle pompe di calore e alle stazioni di ricarica delle auto. Una bella beffa, per i virtuosi che hanno eliminato le caldaie a gas, sperando di limitare l’inquinamento e fare un dispetto a Vladimir Putin. E che hanno rottamato il veicolo a diesel o a benzina, in favore di uno con le batterie. Come mai sarebbero i probi, quelli a impronta ecologica minima, i più colpiti dai tagli?
È facile comprendere dove stia l’inghippo. Alla graduale scomparsa delle fonti fossili e alla mitizzata transizione totale all’elettrico non si potrà far fronte, nel breve periodo, con pannelli solari e pale eoliche. Specialmente in Germania, la nazione che ha ritardato ma non cassato la decisione di rinunciare al nucleare e che, nel mentre, sconta il disaccoppiamento dall’abbondante ed economico metano russo. Più consumi, meno energia prodotta - peraltro a carissimo prezzo.
La soluzione tampone, che rischia di diventare la «nuova normalità» (vi ricorda qualcosa?), è quella proposta dall’ente federale teutonico: «Accettare le necessarie limitazioni delle comodità». Rinchiusi oggi per riabbracciarci domani: stessa solfa. Nel nome di nobili principi, beninteso: la difesa della democrazia in Ucraina, la salvaguardia dell’ambiente in cui vivranno i nipotini di Greta Thunberg, la tutela dei nonni in cambio di una puntura ogni quattro mesi. Cosa c’entra il vaccino? Be’, il ritornello, con la pandemia, il conflitto nel Donbass e l’agenda green, è sempre il solito: siamo nell’età della «permacrisi» (Ursula von der Leyen) e ci toccano sacrifici per un bene superiore.
La Bundesnetzagentur, per adesso, ha in mente una prima applicazione soft delle restrizioni: i flussi di corrente sarebbero portati a un minimo di 3,7 kilowattora. I comuni elettrodomestici funzionerebbero. Per l’aria calda e le Tesla, invece, il discorso cambierebbe: servirebbero tre ore di ricarica per garantire alla macchina un’autonomia di 50 chilometri. Una fregatura, eh? In alternativa, non resta che pedalare, come nell’incubo fantozziano del megadirettore maniaco delle bici: in sella alla bersagliera, da Berlino a Francoforte.
L’authority tedesca, al momento, non ha i mezzi né per sapere chi e quando sta consumando troppo, né per intervenire su singoli dispositivi. Ciò significa che per cinque anni - dal 2024 al 2029: capito? Lo stato d’eccezione non finisce mai - bisognerà utilizzare una sorta di controllo statistico, calcolando in anticipo in quali ore ci si deve aspettare un utilizzo particolarmente elevato di corrente e sforbiciando i flussi a interi nuclei familiari.
Un modo per rendere più precisi gli interventi ci sarebbe: si tratterebbe di installare ovunque i contatori intelligenti. Il guaio è che ci vorrà parecchio. Ma tanto basta a dimostrare che il mantra dello «smart» nasconde gigantesche trappole. Tutti connessi, tutti irretiti dalle chimere di efficienza e risparmio, tutti più esposti alla scure del Leviatano, che s’abbatte comodamente da remoto.
L’industria dell’automotive, in Germania, è furibonda: teme che l’approvazione del programma scoraggi l’acquisto di macchine elettriche. A intaccare la solidità degli affari, comunque, ci penserà già l’inflazione: se n’è accorta anche la società di consulenza Ernst & Young. Proprio in Germania, per percorrere circa 160 chilometri, oggi, una Tesla Model 3 assorbe 18,46 euro di ricarica in una stazione Supercharger. Con una Honda Civic quattro porte, che l’Epa considera l’equivalente a combustione della Model 3, ce ne vogliono 18,31 di benzina. Maria Bengtsson, partner di Ernst & Young e responsabile del business delle auto elettriche, ha avvertito che, visti i prezzi delle vetture, i costi dell’energia e il ritiro degli incentivi, il futuro full electric è ancora di là da venire. Il domani può attendere; chi s’era portato avanti, sborsando quattrini per l’adeguamento climatico, dovrà rimettere mano al portafoglio, nonostante le solenni promesse degli ecoprofeti. Un esempio? A inizio dicembre, sul sito dell’Agenzia italiana per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, campeggiava il rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia, secondo il quale, grazie alle pompe di calore, «aumenta il risparmio energetico e calano le emissioni». Di questo passo, a calare saranno il conto in banca e la temperatura di casa.
Sembra di rivedere il film del Covid. Non a caso, l’attuale ministro della Salute del Bundesregierung, Karl Lauterbach, aveva collegato esplicitamente crisi sanitaria e crisi ambientale: «I provvedimenti e le restrizioni della libertà personale necessari per contenere la pandemia servono anche per le politiche sul cambiamento climatico». E in fondo, a gente tipo Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue, sembra che vada tutto bene: è giusto svenarsi per le bollette, così le persone si convinceranno che è indispensabile accelerare la transizione. La stessa che poi comporterà ulteriori spese, nonché decenni di razionamenti, stile socialismo di guerra. Penserete voi: almeno, il mondo ne uscirà un po’ più verde. Può darsi. Di certo, nel frattempo, al verde ci finiremo noi.
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Il premier australiano, applaudito da 199 leader, sogna pannelli ovunque: un costo folle per l’era senza emissioni, che porterebbe climi malsani, ideali per epidemie e carestie.Beffa green in Germania: non basta l’energia per pompe di calore e colonnine dedicate ai veicoli a batteria. L’authority prepara razionamenti dal 2024. In attesa della prossima fregatura: l’arrivo dei contatori smart.Lo speciale contiene due articoliQualche giorno fa m’è capitato di ascoltare per caso la frase che segue: «Il futuro - e il futuro è qui dietro l’angolo - è questo: pannelli solari sul tetto di casa che durante la notte ricaricano gratis le batterie della vostra auto elettrica». L’esilarante oracolo non era profferito da un’adolescente priva di studi e abituata a marinare la scuola, ma da uno dei 200 leader del mondo (tante sono, una più una meno, le nazioni esistenti) e, più precisamente, da Antony Albanese, primo ministro dell’Australia. La cosa vi farebbe sorridere, ridere o sghignazzare - dipende da quanto sanguigno è il vostro umore - se non fosse che il leader australiano è stato per questo applaudito dagli altri 199, circostanza che dovrebbe farci tutti preoccupare. Comunque, effettivamente, il primo ministro australiano non ha tutti i torti: ciascuno di noi potrebbe installare sul tetto della propria villetta 20 kW fotovoltaici, produrre da essi, durante ogni giorno di sole, 50 kWh d’energia che, immagazzinata in accumulatori di pari capacità, potrebbe servire per caricare la propria utilitaria elettrica con la garanzia di poter percorrere un giro complessivo di 300 chilometri (purché si rinunci alla stravagante pretesa di riscaldare, se è inverno, o rinfrescare, se è estate, l’abitacolo). Come mai nessuno, neanche Albanese, si risolve a realizzare la detta possibilità? Azzardo una risposta: non contando il sovraprezzo dell’utilitaria elettrica rispetto alla medesima a benzina, la gratuita energia dal sole costa 100.000 euro, 50.000 euro per il detto tetto fotovoltaico e 50.000 per i detti accumulatori. Naturalmente in garage, accanto all’utilitaria elettrica deve starci anche quella a benzina, non sia mai ci fosse un giorno di nuvole nere. Per farla breve, l’auspicio del primo ministro ci pone al cospetto di quella speciale operazione finanziaria ove non si bada a spese pur di risparmiare. Non è la mia preferita, ma io non faccio testo perché non m’intendo d’economia. Epperò non posso evitare di notare che chi s’avventura in quell’operazione lo fa solo con i soldi di altri, tipicamente uno Stato quando è governato da quelli come Albanese. Oltre a quella di poter caricare le batterie dell’auto elettrica con l’energia dal sole durante la notte, i 200 leader del mondo hanno anche la convinzione che la CO2 sia un pericoloso agente inquinante giunto oggi - a sentir loro - a livelli pericolosamente elevati. Può essere forse di conforto sapere che nel corso degli ultimi 150 milioni d’anni la concentrazione atmosferica di CO2 è decresciuta costantemente da 3.000 ppm (parti per milione) di allora fino ai 300 ppm dell’era pre industriale. La combustione di petrolio, carbone e gas, oltre al benefico effetto di fornirci energia abbondante e a buon mercato, ha avuto il salutare effetto collaterale di aumentare la concentrazione atmosferica di CO2. Questa straordinaria molecola è, al pari dell’acqua, il cibo delle piante: foreste più rigogliose e rendimenti agricoli più elevati se maggiore è la CO2 atmosferica. I nostri raccolti temono la siccità e, se non piove, provvediamo noi a innaffiare con acqua le piante. Non lo facciamo con la CO2 perché questa è disponibile nell’aria. La concentrazione di questa molecola, anzi, negli anni precedenti l’era industriale era scesa fino a 280 ppm, una discesa pericolosa, giacché al di sotto dei 150 ppm la vegetazione terrestre è destinata a morire. Se, con l’uso dei combustibili fossili a fini energetici, non avessimo aumentato il livello di CO2, quasi sicuramente avremmo dovuto aumentare artificialmente quel livello proprio per preservare la vegetazione. Come vagheggiano l’energia dal sole di notte, i 200 leader mondiali si propongono di attuare la decarbonizzazione, una manovra che, se di successo, può solo far male al pianeta e a tutti noi. Dicono di temere per pericolosi aumenti di temperatura, ma forse può consolarli che questa, nel precedente periodo interglaciale, 100.000 anni fa, raggiunse valori superiori a quelli del periodo interglaciale nel quale viviamo di ben 8 gradi. E a coloro che auspicano il ritorno del clima dei secoli precedenti l’era industriale, suggerisco di leggere La piccola era glaciale. Come il clima ha forgiato la Storia, di Brian Fagan, professore di archeologia e antropologia alla University of California (Santa Barbara). Scopriranno quanto miserabile fosse allora la vita: carestie, pestilenze, migrazioni di massa. Ancora una volta: ringraziamo il Signore per averci concesso la fortuna di nascere nell’era dei combustibili fossili.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-veri-pericoli-per-la-terra-la-fissazione-per-il-solare-e-lo-spauracchio-della-co2-2659018105.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ricaricare-le-auto-consuma-troppo-berlino-pronta-a-tagliare-la-corrente" data-post-id="2659018105" data-published-at="1672216973" data-use-pagination="False"> Ricaricare le auto consuma troppo. Berlino pronta a tagliare la corrente Prima regola del Grande fratello: premiare i sudditi obbedienti. È orribile, è distopico, ma ha una logica. Quella che nei Paesi occidentali, sedotti dal modello dello Stato di sorveglianza, sta andando a farsi benedire. Leggete cos’ha scritto Die Welt sul piano della Bundesnetzagentur, l’authority tedesca per l’energia: dal 2024, l’agenzia vuole ridurre drasticamente l’erogazione di elettricità destinata alle pompe di calore e alle stazioni di ricarica delle auto. Una bella beffa, per i virtuosi che hanno eliminato le caldaie a gas, sperando di limitare l’inquinamento e fare un dispetto a Vladimir Putin. E che hanno rottamato il veicolo a diesel o a benzina, in favore di uno con le batterie. Come mai sarebbero i probi, quelli a impronta ecologica minima, i più colpiti dai tagli? È facile comprendere dove stia l’inghippo. Alla graduale scomparsa delle fonti fossili e alla mitizzata transizione totale all’elettrico non si potrà far fronte, nel breve periodo, con pannelli solari e pale eoliche. Specialmente in Germania, la nazione che ha ritardato ma non cassato la decisione di rinunciare al nucleare e che, nel mentre, sconta il disaccoppiamento dall’abbondante ed economico metano russo. Più consumi, meno energia prodotta - peraltro a carissimo prezzo. La soluzione tampone, che rischia di diventare la «nuova normalità» (vi ricorda qualcosa?), è quella proposta dall’ente federale teutonico: «Accettare le necessarie limitazioni delle comodità». Rinchiusi oggi per riabbracciarci domani: stessa solfa. Nel nome di nobili principi, beninteso: la difesa della democrazia in Ucraina, la salvaguardia dell’ambiente in cui vivranno i nipotini di Greta Thunberg, la tutela dei nonni in cambio di una puntura ogni quattro mesi. Cosa c’entra il vaccino? Be’, il ritornello, con la pandemia, il conflitto nel Donbass e l’agenda green, è sempre il solito: siamo nell’età della «permacrisi» (Ursula von der Leyen) e ci toccano sacrifici per un bene superiore. La Bundesnetzagentur, per adesso, ha in mente una prima applicazione soft delle restrizioni: i flussi di corrente sarebbero portati a un minimo di 3,7 kilowattora. I comuni elettrodomestici funzionerebbero. Per l’aria calda e le Tesla, invece, il discorso cambierebbe: servirebbero tre ore di ricarica per garantire alla macchina un’autonomia di 50 chilometri. Una fregatura, eh? In alternativa, non resta che pedalare, come nell’incubo fantozziano del megadirettore maniaco delle bici: in sella alla bersagliera, da Berlino a Francoforte. L’authority tedesca, al momento, non ha i mezzi né per sapere chi e quando sta consumando troppo, né per intervenire su singoli dispositivi. Ciò significa che per cinque anni - dal 2024 al 2029: capito? Lo stato d’eccezione non finisce mai - bisognerà utilizzare una sorta di controllo statistico, calcolando in anticipo in quali ore ci si deve aspettare un utilizzo particolarmente elevato di corrente e sforbiciando i flussi a interi nuclei familiari. Un modo per rendere più precisi gli interventi ci sarebbe: si tratterebbe di installare ovunque i contatori intelligenti. Il guaio è che ci vorrà parecchio. Ma tanto basta a dimostrare che il mantra dello «smart» nasconde gigantesche trappole. Tutti connessi, tutti irretiti dalle chimere di efficienza e risparmio, tutti più esposti alla scure del Leviatano, che s’abbatte comodamente da remoto. L’industria dell’automotive, in Germania, è furibonda: teme che l’approvazione del programma scoraggi l’acquisto di macchine elettriche. A intaccare la solidità degli affari, comunque, ci penserà già l’inflazione: se n’è accorta anche la società di consulenza Ernst & Young. Proprio in Germania, per percorrere circa 160 chilometri, oggi, una Tesla Model 3 assorbe 18,46 euro di ricarica in una stazione Supercharger. Con una Honda Civic quattro porte, che l’Epa considera l’equivalente a combustione della Model 3, ce ne vogliono 18,31 di benzina. Maria Bengtsson, partner di Ernst & Young e responsabile del business delle auto elettriche, ha avvertito che, visti i prezzi delle vetture, i costi dell’energia e il ritiro degli incentivi, il futuro full electric è ancora di là da venire. Il domani può attendere; chi s’era portato avanti, sborsando quattrini per l’adeguamento climatico, dovrà rimettere mano al portafoglio, nonostante le solenni promesse degli ecoprofeti. Un esempio? A inizio dicembre, sul sito dell’Agenzia italiana per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, campeggiava il rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia, secondo il quale, grazie alle pompe di calore, «aumenta il risparmio energetico e calano le emissioni». Di questo passo, a calare saranno il conto in banca e la temperatura di casa. Sembra di rivedere il film del Covid. Non a caso, l’attuale ministro della Salute del Bundesregierung, Karl Lauterbach, aveva collegato esplicitamente crisi sanitaria e crisi ambientale: «I provvedimenti e le restrizioni della libertà personale necessari per contenere la pandemia servono anche per le politiche sul cambiamento climatico». E in fondo, a gente tipo Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue, sembra che vada tutto bene: è giusto svenarsi per le bollette, così le persone si convinceranno che è indispensabile accelerare la transizione. La stessa che poi comporterà ulteriori spese, nonché decenni di razionamenti, stile socialismo di guerra. Penserete voi: almeno, il mondo ne uscirà un po’ più verde. Può darsi. Di certo, nel frattempo, al verde ci finiremo noi.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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