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2020-07-29
I tecnici al governo: sbagliate i conti su tasse, deficit e Cig
Ansa
Fino a oggi il governo ha incassato la fiducia o l'ok del Parlamento a scatola chiusa. A Giuseppe Conte è bastato sventolare un Dpcm o un decreto per portare a casa scostamenti di bilancio importanti, con cui ha fatto deficit e ha finanziato interventi da lui stesso definiti di «emergenza». Il lockdown ha permesso tutto ciò. Adesso le cose sono cambiate, non solo perché la maggioranza e la minoranza hanno mangiato la foglia. Ma anche perché finalmente si comincia a fare un po' di valutazioni d'impatto. Purtroppo quelle ex ante sono abolite in Italia, ma almeno quella fatta ieri in Aula da Giuseppe Pisauro, presidente dell'Ufficio parlamentare di bilancio, pur essendo ex post è servita a fare chiarezza e a mettere a nudo le scelte del governo. Era proprio necessario mettere sugli ammortizzatori sociali una così imponente somma di denaro? La risposta sembra essere no. «Parlando delle misure messe in campo dal governo a sostegno del lavoro, il ricorso alle casse integrazioni Covid-19 potrebbe risultare in qualche misura inferiore alle attese in termini di beneficiari, di durata e di tiraggio, generando pertanto risparmi di spesa rispetto a quanto stimato ufficialmente», ha spiegato Pisauro. Nel trimestre marzo-maggio le integrazioni sono state utilizzare per poco più di 1,1 miliardi di ore, con un picco ad aprile per oltre 590 milioni di ore e un forte rallentamento nei mesi successivi. «Restringendo il campo di osservazione ai mesi aprile-maggio, emerge una percentuale di tiraggio che tuttavia risulterà a posteriori sovrastimata, dal momento che al denominatore potrebbero mancare ore di competenza di aprile e di maggio autorizzate a marzo, pari a circa il 63%, a fronte di un autorizzato di competenza di circa 1,5 miliardi», ha aggiunto. In pratica alla data del 9 luglio le persone che hanno effettivamente beneficiato di assegni sono state 5,5 milioni invece delle 8 stimate nella relazione tecnica. Al di là della maggiore spesa e quindi dell'errata destinazione di una fetta di risorse, l'effetto paradossale è stato anche quello di finanziare con la Cig aziende che non hanno registrato cali di fatturato. Il governo avrebbe dovuto riversare quei fondi in altri settori, come ad esempio la ristorazione, invece di intervenire a pioggia. Purtroppo, non è l'unico errore di valutazione.
Le informazioni disponibili, ha proseguito Pisauro, «mostrano forti peggioramenti dei saldi di finanza pubblica rispetto allo scorso anno, destinati ad aumentare anche per i nuovi interventi attesi». Considerando le stime del quadro macroeconomico indicate dall'Upb nel suo ultimo rapporto (che tenevano conto degli effetti dei Cura Italia, Liquidità e Rilancio), il «deficit risulterebbe più elevato di quello previsto dal governo, in misura di poco superiore al mezzo punto percentuale di Pil. Il rapporto tra il debito e il Pil, risentendo delle varie determinanti e in particolare del più sfavorevole contributo dell'andamento negativo del prodotto, potrebbe essere più elevato di circa 3 punti percentuali». Fino a oggi i calcoli dell'Upb hanno dimostrato capacità di analisi e anche di previsione. Dunque, quando l'ufficio tecnico avvisa che non ci sono fondi per tagliare le tasse a settembre o semplicemente slittarle bisogna prenderne atto, anche se il governo può prendere il consiglio come una spina nel fianco. Pisauro è stato anche molto chiaro in relazione al Fondo di garanzia collegato al Mediocredito centrale e utilizzato per erogare garanzie alla base dei finanziamenti bancari. Il Fondo va al più presto rifinanziato per evitare che a fine anno tracolli o debba fare un aumento di capitale. A oggi sono state chieste dalle banche garanzie per circa 60 miliardi. Pochissimo rispetto ai 400 promessi da Conte, ma tanti in proporzione per i soli 2,7 miliardi messi a capitale. La fumosità del decreto rischia di avere forti impatti pure sul deficit del 2021. Più fallimenti faranno le aziende garantite più aumenterà il deficit. Ma è sul piano nazionale di riforme che Pisauro andrà preso alla lettera se vogliamo evitare un doppio commissariamento da parte della Commissione Ue. «Il Pnr elenca un vasto programma di interventi settoriali, non dissimile da quelli contenuti nei precedenti Pnr e non sembra cogliere l'occasione per individuare alcune priorità strategiche sulla base delle quali predisporre in autunno il “Piano di ripresa e resilienza" in modo da concentrare», ha tagliato corto il capo dell'Upb, «le risorse del Dispositivo europeo su aree di intervento ritenute fondamentali». Tradotto, Conte e il ministro Roberto Gualtieri non possono fare copia e incolla dei vecchi Def e sperare di presentarsi a Bruxelles così. Altrimenti corriamo due rischi. O non ricevere nemmeno un euro. Oppure riceverli sulla pseudo fiducia per poi dover accettare che siano altri a decidere come e dove spenderli e a fronte di quali tagli di spesa pubblica.
Fi rifiuta la parte della stampella nel test in Aula sullo scostamento
Audito dalle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il ministro Roberto Gualtieri ha scelto la carta dell'estrema vaghezza sullo scostamento di bilancio da 25 miliardi, per cui il governo si appresta a chiedere l'autorizzazione al Parlamento: lo sforamento - ha laconicamente spiegato il titolare del Mef - vedrà le risorse maggiormente utilizzate «per occupazione, fisco, liquidità, enti territoriali, istruzione». Insomma, il governo si tiene le mani libere e non sembra affatto corrispondere alla puntualità delle richieste dell'opposizione, in particolare sull'anno bianco fiscale.
Vago proprio il passaggio sulle scadenze fiscali: «Saranno riprogrammate le scadenze relative ai versamenti sospesi nella fase di emergenza, prevedendo la possibilità di rateizzare il debito su un orizzonte temporale definito, in modo da assicurare che per il 2020 si riduca sensibilmente il peso dell'onere. E saranno ulteriormente differiti i termini per la ripresa della riscossione attualmente fissati al 31 agosto». Ma di tutta evidenza la formula è elusiva, e non offre alcuna certezza né sui tempi né sul quantum. Minaccioso, poi, il passaggio successivo: occorre «superare il meccanismo del saldo e acconto», per andare verso un sistema che comprenda la «diluizione nel corso dell'anno degli importi da versare, basato su quanto effettivamente incassato».
Quanto all'opposizione, ieri è stato il giorno del riallineamento di Fi agli alleati Lega e Fdi. A onor del vero, la mattinata era cominciata con una (almeno apparente) virata degli azzurri verso la maggioranza, con una doppia intervista di Renato Brunetta, sul Corriere e sulla Stampa, riguardo alla sua candidatura a guidare l'eventuale commissione bicamerale (o una delle due monocamerali) sul Recovery fund. Le dichiarazioni di Brunetta erano in realtà più caute e meno nette di quanto i titoli lasciassero presagire, ma la doppia intervista e l'enfasi dei due quotidiani davano la sensazione di un pressing sugli azzurri per disarticolare il centrodestra. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato un contemporaneo retroscena di Repubblica che dava per probabile il sì solitario di Fi allo scostamento. Mettendo insieme tutto, la sensazione del do ut des diveniva troppo forte.
Morale: ieri in giornata Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno raggiunto Matteo Salvini presso il suo ufficio al Senato, e i tre hanno diffuso una posizione comune, concordando che «il voto dipenderà dalle risposte dell'esecutivo alle proposte avanzate», di fatto configurando uno schieramento unitario.
Quanto ai numeri, per le richieste di sforamento, occorre la maggioranza assoluta. A Montecitorio il problema non si pone: anche senza aiutini, i quattro partiti di maggioranza dispongono di 333 voti su 630, un margine ampio. Al Senato il quadro sarebbe in teoria più complicato. Ma, intendiamoci bene: a Palazzo Madama il quadripartito M5s-Pd-Italia viva-Leu usufruisce quasi sempre del supporto dei due gruppi misti, il Misto propriamente detto e il gruppo per le Autonomie, più il concorso nei casi di necessità dei senatori a vita. Mettendo tutto e tutti nel calderone, si arriva oltre quota 180, circa 20 unità sopra il necessario. Dunque, il paradosso è che perfino un'«operazione-stampella», pur ufficialmente esclusa dagli azzurri, si sarebbe potuta rivelare superflua, determinando un costo politico senza nemmeno un dividendo in cambio.
Certo, c'è chi fa notare che Palazzo Madama sia ormai un suk in cui pesano assenze, dissidenze palesi e silenziose, sgretolamenti progressivi di gruppi. Per questo il voto potrebbe comunque presentare qualche incognita, forse non tanto per l'esito (difficile che un incidente si verifichi proprio sullo scostamento), quanto per il conteggio finale dei sì, che sarà un indicatore dello stato di salute e della tenuta della maggioranza.
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L'Upb valuta gli impatti dei decreti d'urgenza: troppi soldi per ammortizzatori e pochi per garanzie. Pnr senza strategia.Roberto Gualtieri resta vago sul fisco davanti alle commissioni. E il centrodestra si ricompatta.Lo speciale contiene due articoli.Fino a oggi il governo ha incassato la fiducia o l'ok del Parlamento a scatola chiusa. A Giuseppe Conte è bastato sventolare un Dpcm o un decreto per portare a casa scostamenti di bilancio importanti, con cui ha fatto deficit e ha finanziato interventi da lui stesso definiti di «emergenza». Il lockdown ha permesso tutto ciò. Adesso le cose sono cambiate, non solo perché la maggioranza e la minoranza hanno mangiato la foglia. Ma anche perché finalmente si comincia a fare un po' di valutazioni d'impatto. Purtroppo quelle ex ante sono abolite in Italia, ma almeno quella fatta ieri in Aula da Giuseppe Pisauro, presidente dell'Ufficio parlamentare di bilancio, pur essendo ex post è servita a fare chiarezza e a mettere a nudo le scelte del governo. Era proprio necessario mettere sugli ammortizzatori sociali una così imponente somma di denaro? La risposta sembra essere no. «Parlando delle misure messe in campo dal governo a sostegno del lavoro, il ricorso alle casse integrazioni Covid-19 potrebbe risultare in qualche misura inferiore alle attese in termini di beneficiari, di durata e di tiraggio, generando pertanto risparmi di spesa rispetto a quanto stimato ufficialmente», ha spiegato Pisauro. Nel trimestre marzo-maggio le integrazioni sono state utilizzare per poco più di 1,1 miliardi di ore, con un picco ad aprile per oltre 590 milioni di ore e un forte rallentamento nei mesi successivi. «Restringendo il campo di osservazione ai mesi aprile-maggio, emerge una percentuale di tiraggio che tuttavia risulterà a posteriori sovrastimata, dal momento che al denominatore potrebbero mancare ore di competenza di aprile e di maggio autorizzate a marzo, pari a circa il 63%, a fronte di un autorizzato di competenza di circa 1,5 miliardi», ha aggiunto. In pratica alla data del 9 luglio le persone che hanno effettivamente beneficiato di assegni sono state 5,5 milioni invece delle 8 stimate nella relazione tecnica. Al di là della maggiore spesa e quindi dell'errata destinazione di una fetta di risorse, l'effetto paradossale è stato anche quello di finanziare con la Cig aziende che non hanno registrato cali di fatturato. Il governo avrebbe dovuto riversare quei fondi in altri settori, come ad esempio la ristorazione, invece di intervenire a pioggia. Purtroppo, non è l'unico errore di valutazione. Le informazioni disponibili, ha proseguito Pisauro, «mostrano forti peggioramenti dei saldi di finanza pubblica rispetto allo scorso anno, destinati ad aumentare anche per i nuovi interventi attesi». Considerando le stime del quadro macroeconomico indicate dall'Upb nel suo ultimo rapporto (che tenevano conto degli effetti dei Cura Italia, Liquidità e Rilancio), il «deficit risulterebbe più elevato di quello previsto dal governo, in misura di poco superiore al mezzo punto percentuale di Pil. Il rapporto tra il debito e il Pil, risentendo delle varie determinanti e in particolare del più sfavorevole contributo dell'andamento negativo del prodotto, potrebbe essere più elevato di circa 3 punti percentuali». Fino a oggi i calcoli dell'Upb hanno dimostrato capacità di analisi e anche di previsione. Dunque, quando l'ufficio tecnico avvisa che non ci sono fondi per tagliare le tasse a settembre o semplicemente slittarle bisogna prenderne atto, anche se il governo può prendere il consiglio come una spina nel fianco. Pisauro è stato anche molto chiaro in relazione al Fondo di garanzia collegato al Mediocredito centrale e utilizzato per erogare garanzie alla base dei finanziamenti bancari. Il Fondo va al più presto rifinanziato per evitare che a fine anno tracolli o debba fare un aumento di capitale. A oggi sono state chieste dalle banche garanzie per circa 60 miliardi. Pochissimo rispetto ai 400 promessi da Conte, ma tanti in proporzione per i soli 2,7 miliardi messi a capitale. La fumosità del decreto rischia di avere forti impatti pure sul deficit del 2021. Più fallimenti faranno le aziende garantite più aumenterà il deficit. Ma è sul piano nazionale di riforme che Pisauro andrà preso alla lettera se vogliamo evitare un doppio commissariamento da parte della Commissione Ue. «Il Pnr elenca un vasto programma di interventi settoriali, non dissimile da quelli contenuti nei precedenti Pnr e non sembra cogliere l'occasione per individuare alcune priorità strategiche sulla base delle quali predisporre in autunno il “Piano di ripresa e resilienza" in modo da concentrare», ha tagliato corto il capo dell'Upb, «le risorse del Dispositivo europeo su aree di intervento ritenute fondamentali». Tradotto, Conte e il ministro Roberto Gualtieri non possono fare copia e incolla dei vecchi Def e sperare di presentarsi a Bruxelles così. Altrimenti corriamo due rischi. O non ricevere nemmeno un euro. Oppure riceverli sulla pseudo fiducia per poi dover accettare che siano altri a decidere come e dove spenderli e a fronte di quali tagli di spesa pubblica. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-tecnici-al-governo-sbagliate-i-conti-su-tasse-deficit-e-cig-2646819129.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fi-rifiuta-la-parte-della-stampella-nel-test-in-aula-sullo-scostamento" data-post-id="2646819129" data-published-at="1595958989" data-use-pagination="False"> Fi rifiuta la parte della stampella nel test in Aula sullo scostamento Audito dalle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il ministro Roberto Gualtieri ha scelto la carta dell'estrema vaghezza sullo scostamento di bilancio da 25 miliardi, per cui il governo si appresta a chiedere l'autorizzazione al Parlamento: lo sforamento - ha laconicamente spiegato il titolare del Mef - vedrà le risorse maggiormente utilizzate «per occupazione, fisco, liquidità, enti territoriali, istruzione». Insomma, il governo si tiene le mani libere e non sembra affatto corrispondere alla puntualità delle richieste dell'opposizione, in particolare sull'anno bianco fiscale. Vago proprio il passaggio sulle scadenze fiscali: «Saranno riprogrammate le scadenze relative ai versamenti sospesi nella fase di emergenza, prevedendo la possibilità di rateizzare il debito su un orizzonte temporale definito, in modo da assicurare che per il 2020 si riduca sensibilmente il peso dell'onere. E saranno ulteriormente differiti i termini per la ripresa della riscossione attualmente fissati al 31 agosto». Ma di tutta evidenza la formula è elusiva, e non offre alcuna certezza né sui tempi né sul quantum. Minaccioso, poi, il passaggio successivo: occorre «superare il meccanismo del saldo e acconto», per andare verso un sistema che comprenda la «diluizione nel corso dell'anno degli importi da versare, basato su quanto effettivamente incassato». Quanto all'opposizione, ieri è stato il giorno del riallineamento di Fi agli alleati Lega e Fdi. A onor del vero, la mattinata era cominciata con una (almeno apparente) virata degli azzurri verso la maggioranza, con una doppia intervista di Renato Brunetta, sul Corriere e sulla Stampa, riguardo alla sua candidatura a guidare l'eventuale commissione bicamerale (o una delle due monocamerali) sul Recovery fund. Le dichiarazioni di Brunetta erano in realtà più caute e meno nette di quanto i titoli lasciassero presagire, ma la doppia intervista e l'enfasi dei due quotidiani davano la sensazione di un pressing sugli azzurri per disarticolare il centrodestra. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato un contemporaneo retroscena di Repubblica che dava per probabile il sì solitario di Fi allo scostamento. Mettendo insieme tutto, la sensazione del do ut des diveniva troppo forte. Morale: ieri in giornata Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno raggiunto Matteo Salvini presso il suo ufficio al Senato, e i tre hanno diffuso una posizione comune, concordando che «il voto dipenderà dalle risposte dell'esecutivo alle proposte avanzate», di fatto configurando uno schieramento unitario. Quanto ai numeri, per le richieste di sforamento, occorre la maggioranza assoluta. A Montecitorio il problema non si pone: anche senza aiutini, i quattro partiti di maggioranza dispongono di 333 voti su 630, un margine ampio. Al Senato il quadro sarebbe in teoria più complicato. Ma, intendiamoci bene: a Palazzo Madama il quadripartito M5s-Pd-Italia viva-Leu usufruisce quasi sempre del supporto dei due gruppi misti, il Misto propriamente detto e il gruppo per le Autonomie, più il concorso nei casi di necessità dei senatori a vita. Mettendo tutto e tutti nel calderone, si arriva oltre quota 180, circa 20 unità sopra il necessario. Dunque, il paradosso è che perfino un'«operazione-stampella», pur ufficialmente esclusa dagli azzurri, si sarebbe potuta rivelare superflua, determinando un costo politico senza nemmeno un dividendo in cambio. Certo, c'è chi fa notare che Palazzo Madama sia ormai un suk in cui pesano assenze, dissidenze palesi e silenziose, sgretolamenti progressivi di gruppi. Per questo il voto potrebbe comunque presentare qualche incognita, forse non tanto per l'esito (difficile che un incidente si verifichi proprio sullo scostamento), quanto per il conteggio finale dei sì, che sarà un indicatore dello stato di salute e della tenuta della maggioranza.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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