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2020-07-29
I tecnici al governo: sbagliate i conti su tasse, deficit e Cig
Ansa
Fino a oggi il governo ha incassato la fiducia o l'ok del Parlamento a scatola chiusa. A Giuseppe Conte è bastato sventolare un Dpcm o un decreto per portare a casa scostamenti di bilancio importanti, con cui ha fatto deficit e ha finanziato interventi da lui stesso definiti di «emergenza». Il lockdown ha permesso tutto ciò. Adesso le cose sono cambiate, non solo perché la maggioranza e la minoranza hanno mangiato la foglia. Ma anche perché finalmente si comincia a fare un po' di valutazioni d'impatto. Purtroppo quelle ex ante sono abolite in Italia, ma almeno quella fatta ieri in Aula da Giuseppe Pisauro, presidente dell'Ufficio parlamentare di bilancio, pur essendo ex post è servita a fare chiarezza e a mettere a nudo le scelte del governo. Era proprio necessario mettere sugli ammortizzatori sociali una così imponente somma di denaro? La risposta sembra essere no. «Parlando delle misure messe in campo dal governo a sostegno del lavoro, il ricorso alle casse integrazioni Covid-19 potrebbe risultare in qualche misura inferiore alle attese in termini di beneficiari, di durata e di tiraggio, generando pertanto risparmi di spesa rispetto a quanto stimato ufficialmente», ha spiegato Pisauro. Nel trimestre marzo-maggio le integrazioni sono state utilizzare per poco più di 1,1 miliardi di ore, con un picco ad aprile per oltre 590 milioni di ore e un forte rallentamento nei mesi successivi. «Restringendo il campo di osservazione ai mesi aprile-maggio, emerge una percentuale di tiraggio che tuttavia risulterà a posteriori sovrastimata, dal momento che al denominatore potrebbero mancare ore di competenza di aprile e di maggio autorizzate a marzo, pari a circa il 63%, a fronte di un autorizzato di competenza di circa 1,5 miliardi», ha aggiunto. In pratica alla data del 9 luglio le persone che hanno effettivamente beneficiato di assegni sono state 5,5 milioni invece delle 8 stimate nella relazione tecnica. Al di là della maggiore spesa e quindi dell'errata destinazione di una fetta di risorse, l'effetto paradossale è stato anche quello di finanziare con la Cig aziende che non hanno registrato cali di fatturato. Il governo avrebbe dovuto riversare quei fondi in altri settori, come ad esempio la ristorazione, invece di intervenire a pioggia. Purtroppo, non è l'unico errore di valutazione.
Le informazioni disponibili, ha proseguito Pisauro, «mostrano forti peggioramenti dei saldi di finanza pubblica rispetto allo scorso anno, destinati ad aumentare anche per i nuovi interventi attesi». Considerando le stime del quadro macroeconomico indicate dall'Upb nel suo ultimo rapporto (che tenevano conto degli effetti dei Cura Italia, Liquidità e Rilancio), il «deficit risulterebbe più elevato di quello previsto dal governo, in misura di poco superiore al mezzo punto percentuale di Pil. Il rapporto tra il debito e il Pil, risentendo delle varie determinanti e in particolare del più sfavorevole contributo dell'andamento negativo del prodotto, potrebbe essere più elevato di circa 3 punti percentuali». Fino a oggi i calcoli dell'Upb hanno dimostrato capacità di analisi e anche di previsione. Dunque, quando l'ufficio tecnico avvisa che non ci sono fondi per tagliare le tasse a settembre o semplicemente slittarle bisogna prenderne atto, anche se il governo può prendere il consiglio come una spina nel fianco. Pisauro è stato anche molto chiaro in relazione al Fondo di garanzia collegato al Mediocredito centrale e utilizzato per erogare garanzie alla base dei finanziamenti bancari. Il Fondo va al più presto rifinanziato per evitare che a fine anno tracolli o debba fare un aumento di capitale. A oggi sono state chieste dalle banche garanzie per circa 60 miliardi. Pochissimo rispetto ai 400 promessi da Conte, ma tanti in proporzione per i soli 2,7 miliardi messi a capitale. La fumosità del decreto rischia di avere forti impatti pure sul deficit del 2021. Più fallimenti faranno le aziende garantite più aumenterà il deficit. Ma è sul piano nazionale di riforme che Pisauro andrà preso alla lettera se vogliamo evitare un doppio commissariamento da parte della Commissione Ue. «Il Pnr elenca un vasto programma di interventi settoriali, non dissimile da quelli contenuti nei precedenti Pnr e non sembra cogliere l'occasione per individuare alcune priorità strategiche sulla base delle quali predisporre in autunno il “Piano di ripresa e resilienza" in modo da concentrare», ha tagliato corto il capo dell'Upb, «le risorse del Dispositivo europeo su aree di intervento ritenute fondamentali». Tradotto, Conte e il ministro Roberto Gualtieri non possono fare copia e incolla dei vecchi Def e sperare di presentarsi a Bruxelles così. Altrimenti corriamo due rischi. O non ricevere nemmeno un euro. Oppure riceverli sulla pseudo fiducia per poi dover accettare che siano altri a decidere come e dove spenderli e a fronte di quali tagli di spesa pubblica.
Fi rifiuta la parte della stampella nel test in Aula sullo scostamento
Audito dalle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il ministro Roberto Gualtieri ha scelto la carta dell'estrema vaghezza sullo scostamento di bilancio da 25 miliardi, per cui il governo si appresta a chiedere l'autorizzazione al Parlamento: lo sforamento - ha laconicamente spiegato il titolare del Mef - vedrà le risorse maggiormente utilizzate «per occupazione, fisco, liquidità, enti territoriali, istruzione». Insomma, il governo si tiene le mani libere e non sembra affatto corrispondere alla puntualità delle richieste dell'opposizione, in particolare sull'anno bianco fiscale.
Vago proprio il passaggio sulle scadenze fiscali: «Saranno riprogrammate le scadenze relative ai versamenti sospesi nella fase di emergenza, prevedendo la possibilità di rateizzare il debito su un orizzonte temporale definito, in modo da assicurare che per il 2020 si riduca sensibilmente il peso dell'onere. E saranno ulteriormente differiti i termini per la ripresa della riscossione attualmente fissati al 31 agosto». Ma di tutta evidenza la formula è elusiva, e non offre alcuna certezza né sui tempi né sul quantum. Minaccioso, poi, il passaggio successivo: occorre «superare il meccanismo del saldo e acconto», per andare verso un sistema che comprenda la «diluizione nel corso dell'anno degli importi da versare, basato su quanto effettivamente incassato».
Quanto all'opposizione, ieri è stato il giorno del riallineamento di Fi agli alleati Lega e Fdi. A onor del vero, la mattinata era cominciata con una (almeno apparente) virata degli azzurri verso la maggioranza, con una doppia intervista di Renato Brunetta, sul Corriere e sulla Stampa, riguardo alla sua candidatura a guidare l'eventuale commissione bicamerale (o una delle due monocamerali) sul Recovery fund. Le dichiarazioni di Brunetta erano in realtà più caute e meno nette di quanto i titoli lasciassero presagire, ma la doppia intervista e l'enfasi dei due quotidiani davano la sensazione di un pressing sugli azzurri per disarticolare il centrodestra. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato un contemporaneo retroscena di Repubblica che dava per probabile il sì solitario di Fi allo scostamento. Mettendo insieme tutto, la sensazione del do ut des diveniva troppo forte.
Morale: ieri in giornata Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno raggiunto Matteo Salvini presso il suo ufficio al Senato, e i tre hanno diffuso una posizione comune, concordando che «il voto dipenderà dalle risposte dell'esecutivo alle proposte avanzate», di fatto configurando uno schieramento unitario.
Quanto ai numeri, per le richieste di sforamento, occorre la maggioranza assoluta. A Montecitorio il problema non si pone: anche senza aiutini, i quattro partiti di maggioranza dispongono di 333 voti su 630, un margine ampio. Al Senato il quadro sarebbe in teoria più complicato. Ma, intendiamoci bene: a Palazzo Madama il quadripartito M5s-Pd-Italia viva-Leu usufruisce quasi sempre del supporto dei due gruppi misti, il Misto propriamente detto e il gruppo per le Autonomie, più il concorso nei casi di necessità dei senatori a vita. Mettendo tutto e tutti nel calderone, si arriva oltre quota 180, circa 20 unità sopra il necessario. Dunque, il paradosso è che perfino un'«operazione-stampella», pur ufficialmente esclusa dagli azzurri, si sarebbe potuta rivelare superflua, determinando un costo politico senza nemmeno un dividendo in cambio.
Certo, c'è chi fa notare che Palazzo Madama sia ormai un suk in cui pesano assenze, dissidenze palesi e silenziose, sgretolamenti progressivi di gruppi. Per questo il voto potrebbe comunque presentare qualche incognita, forse non tanto per l'esito (difficile che un incidente si verifichi proprio sullo scostamento), quanto per il conteggio finale dei sì, che sarà un indicatore dello stato di salute e della tenuta della maggioranza.
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L'Upb valuta gli impatti dei decreti d'urgenza: troppi soldi per ammortizzatori e pochi per garanzie. Pnr senza strategia.Roberto Gualtieri resta vago sul fisco davanti alle commissioni. E il centrodestra si ricompatta.Lo speciale contiene due articoli.Fino a oggi il governo ha incassato la fiducia o l'ok del Parlamento a scatola chiusa. A Giuseppe Conte è bastato sventolare un Dpcm o un decreto per portare a casa scostamenti di bilancio importanti, con cui ha fatto deficit e ha finanziato interventi da lui stesso definiti di «emergenza». Il lockdown ha permesso tutto ciò. Adesso le cose sono cambiate, non solo perché la maggioranza e la minoranza hanno mangiato la foglia. Ma anche perché finalmente si comincia a fare un po' di valutazioni d'impatto. Purtroppo quelle ex ante sono abolite in Italia, ma almeno quella fatta ieri in Aula da Giuseppe Pisauro, presidente dell'Ufficio parlamentare di bilancio, pur essendo ex post è servita a fare chiarezza e a mettere a nudo le scelte del governo. Era proprio necessario mettere sugli ammortizzatori sociali una così imponente somma di denaro? La risposta sembra essere no. «Parlando delle misure messe in campo dal governo a sostegno del lavoro, il ricorso alle casse integrazioni Covid-19 potrebbe risultare in qualche misura inferiore alle attese in termini di beneficiari, di durata e di tiraggio, generando pertanto risparmi di spesa rispetto a quanto stimato ufficialmente», ha spiegato Pisauro. Nel trimestre marzo-maggio le integrazioni sono state utilizzare per poco più di 1,1 miliardi di ore, con un picco ad aprile per oltre 590 milioni di ore e un forte rallentamento nei mesi successivi. «Restringendo il campo di osservazione ai mesi aprile-maggio, emerge una percentuale di tiraggio che tuttavia risulterà a posteriori sovrastimata, dal momento che al denominatore potrebbero mancare ore di competenza di aprile e di maggio autorizzate a marzo, pari a circa il 63%, a fronte di un autorizzato di competenza di circa 1,5 miliardi», ha aggiunto. In pratica alla data del 9 luglio le persone che hanno effettivamente beneficiato di assegni sono state 5,5 milioni invece delle 8 stimate nella relazione tecnica. Al di là della maggiore spesa e quindi dell'errata destinazione di una fetta di risorse, l'effetto paradossale è stato anche quello di finanziare con la Cig aziende che non hanno registrato cali di fatturato. Il governo avrebbe dovuto riversare quei fondi in altri settori, come ad esempio la ristorazione, invece di intervenire a pioggia. Purtroppo, non è l'unico errore di valutazione. Le informazioni disponibili, ha proseguito Pisauro, «mostrano forti peggioramenti dei saldi di finanza pubblica rispetto allo scorso anno, destinati ad aumentare anche per i nuovi interventi attesi». Considerando le stime del quadro macroeconomico indicate dall'Upb nel suo ultimo rapporto (che tenevano conto degli effetti dei Cura Italia, Liquidità e Rilancio), il «deficit risulterebbe più elevato di quello previsto dal governo, in misura di poco superiore al mezzo punto percentuale di Pil. Il rapporto tra il debito e il Pil, risentendo delle varie determinanti e in particolare del più sfavorevole contributo dell'andamento negativo del prodotto, potrebbe essere più elevato di circa 3 punti percentuali». Fino a oggi i calcoli dell'Upb hanno dimostrato capacità di analisi e anche di previsione. Dunque, quando l'ufficio tecnico avvisa che non ci sono fondi per tagliare le tasse a settembre o semplicemente slittarle bisogna prenderne atto, anche se il governo può prendere il consiglio come una spina nel fianco. Pisauro è stato anche molto chiaro in relazione al Fondo di garanzia collegato al Mediocredito centrale e utilizzato per erogare garanzie alla base dei finanziamenti bancari. Il Fondo va al più presto rifinanziato per evitare che a fine anno tracolli o debba fare un aumento di capitale. A oggi sono state chieste dalle banche garanzie per circa 60 miliardi. Pochissimo rispetto ai 400 promessi da Conte, ma tanti in proporzione per i soli 2,7 miliardi messi a capitale. La fumosità del decreto rischia di avere forti impatti pure sul deficit del 2021. Più fallimenti faranno le aziende garantite più aumenterà il deficit. Ma è sul piano nazionale di riforme che Pisauro andrà preso alla lettera se vogliamo evitare un doppio commissariamento da parte della Commissione Ue. «Il Pnr elenca un vasto programma di interventi settoriali, non dissimile da quelli contenuti nei precedenti Pnr e non sembra cogliere l'occasione per individuare alcune priorità strategiche sulla base delle quali predisporre in autunno il “Piano di ripresa e resilienza" in modo da concentrare», ha tagliato corto il capo dell'Upb, «le risorse del Dispositivo europeo su aree di intervento ritenute fondamentali». Tradotto, Conte e il ministro Roberto Gualtieri non possono fare copia e incolla dei vecchi Def e sperare di presentarsi a Bruxelles così. Altrimenti corriamo due rischi. O non ricevere nemmeno un euro. Oppure riceverli sulla pseudo fiducia per poi dover accettare che siano altri a decidere come e dove spenderli e a fronte di quali tagli di spesa pubblica. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-tecnici-al-governo-sbagliate-i-conti-su-tasse-deficit-e-cig-2646819129.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fi-rifiuta-la-parte-della-stampella-nel-test-in-aula-sullo-scostamento" data-post-id="2646819129" data-published-at="1595958989" data-use-pagination="False"> Fi rifiuta la parte della stampella nel test in Aula sullo scostamento Audito dalle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il ministro Roberto Gualtieri ha scelto la carta dell'estrema vaghezza sullo scostamento di bilancio da 25 miliardi, per cui il governo si appresta a chiedere l'autorizzazione al Parlamento: lo sforamento - ha laconicamente spiegato il titolare del Mef - vedrà le risorse maggiormente utilizzate «per occupazione, fisco, liquidità, enti territoriali, istruzione». Insomma, il governo si tiene le mani libere e non sembra affatto corrispondere alla puntualità delle richieste dell'opposizione, in particolare sull'anno bianco fiscale. Vago proprio il passaggio sulle scadenze fiscali: «Saranno riprogrammate le scadenze relative ai versamenti sospesi nella fase di emergenza, prevedendo la possibilità di rateizzare il debito su un orizzonte temporale definito, in modo da assicurare che per il 2020 si riduca sensibilmente il peso dell'onere. E saranno ulteriormente differiti i termini per la ripresa della riscossione attualmente fissati al 31 agosto». Ma di tutta evidenza la formula è elusiva, e non offre alcuna certezza né sui tempi né sul quantum. Minaccioso, poi, il passaggio successivo: occorre «superare il meccanismo del saldo e acconto», per andare verso un sistema che comprenda la «diluizione nel corso dell'anno degli importi da versare, basato su quanto effettivamente incassato». Quanto all'opposizione, ieri è stato il giorno del riallineamento di Fi agli alleati Lega e Fdi. A onor del vero, la mattinata era cominciata con una (almeno apparente) virata degli azzurri verso la maggioranza, con una doppia intervista di Renato Brunetta, sul Corriere e sulla Stampa, riguardo alla sua candidatura a guidare l'eventuale commissione bicamerale (o una delle due monocamerali) sul Recovery fund. Le dichiarazioni di Brunetta erano in realtà più caute e meno nette di quanto i titoli lasciassero presagire, ma la doppia intervista e l'enfasi dei due quotidiani davano la sensazione di un pressing sugli azzurri per disarticolare il centrodestra. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato un contemporaneo retroscena di Repubblica che dava per probabile il sì solitario di Fi allo scostamento. Mettendo insieme tutto, la sensazione del do ut des diveniva troppo forte. Morale: ieri in giornata Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno raggiunto Matteo Salvini presso il suo ufficio al Senato, e i tre hanno diffuso una posizione comune, concordando che «il voto dipenderà dalle risposte dell'esecutivo alle proposte avanzate», di fatto configurando uno schieramento unitario. Quanto ai numeri, per le richieste di sforamento, occorre la maggioranza assoluta. A Montecitorio il problema non si pone: anche senza aiutini, i quattro partiti di maggioranza dispongono di 333 voti su 630, un margine ampio. Al Senato il quadro sarebbe in teoria più complicato. Ma, intendiamoci bene: a Palazzo Madama il quadripartito M5s-Pd-Italia viva-Leu usufruisce quasi sempre del supporto dei due gruppi misti, il Misto propriamente detto e il gruppo per le Autonomie, più il concorso nei casi di necessità dei senatori a vita. Mettendo tutto e tutti nel calderone, si arriva oltre quota 180, circa 20 unità sopra il necessario. Dunque, il paradosso è che perfino un'«operazione-stampella», pur ufficialmente esclusa dagli azzurri, si sarebbe potuta rivelare superflua, determinando un costo politico senza nemmeno un dividendo in cambio. Certo, c'è chi fa notare che Palazzo Madama sia ormai un suk in cui pesano assenze, dissidenze palesi e silenziose, sgretolamenti progressivi di gruppi. Per questo il voto potrebbe comunque presentare qualche incognita, forse non tanto per l'esito (difficile che un incidente si verifichi proprio sullo scostamento), quanto per il conteggio finale dei sì, che sarà un indicatore dello stato di salute e della tenuta della maggioranza.
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La questione cova da tempo ma, solo durante la recente campagna municipale, ha ottenuto una certa attenzione dai media mainstream. Ieri ci sono stati numerosi arresti, ma per capire la gravità della situazione bisogna fare qualche passo indietro.
Domenica c’è stata una vera svolta quando, il procuratore di Parigi Laure Beccuau, ha rivelato cifre da brividi. «Si indaga su un certo numero di animatori» del périscolaire, ha dichiarato il giudice su Rtl, Le Figaro e Public Sénat. «Attualmente abbiamo inchieste su 84 scuole materne, una ventina di scuole primarie e una decina di nidi». Beccuau ha inoltre confermato che da gennaio sono state aperte tre inchieste giudiziarie. Ad oggi sarebbero stati sospesi 78 membri del personale scolastico parigino e su 31 di essi peserebbe il sospetto di abusi sessuali su minori.
Ad esempio, secondo Le Parisien, un animatore ventiduenne sospettato di aggressioni sessuali su tre bambini era già stato denunciato nel 2024, quando lavorava in una scuola pubblica del X arrondissement. Nonostante ciò ha continuato a lavorare con bambini in un altro istituto pubblico fino all’ottobre 2025, quando è stato sospeso. Nel febbraio scorso vari media, tra cui HuffPost e Afp, hanno rivelato che l’uomo era sotto controllo giudiziario per «aggressione sessuale su minori», «esibizione sessuale» e «corruzione di minore». Bfm tv aveva riferito che il sospettato è stato arrestato lo scorso 30 aprile. «Mia figlia avrebbe potuto essere risparmiata», ha dichiarato a Le Parisien il padre di una piccola vittima citato anonimamente. Un altro genitore, Eric, intervistato da radio Rmc, ha criticato il «comportamento scorretto da parte del comune di Parigi e di una delle sue amministrazioni, quella responsabile delle attività extrascolastiche».
Ma perché la maggioranza di sinistra, che governa Parigi dal 2001, non ha reagito prima? Va dato atto al socialista Emmanuel Grégoire che, da quando è stato eletto sindaco lo scorso marzo, ha moltiplicato gli incontri con i genitori e gli interventi sui media. Il 14 aprile scorso, durante la prima seduta del nuovo consiglio municipale, ha annunciato un «piano di azione» contro le violenze sui bambini, per un investimento di circa 20 milioni di euro. Il piano dovrebbe semplificare le procedure di segnalazione e finanziare una migliore formazione del personale. Lunedì, invece, si è tenuta la prima riunione della «Convenzione cittadina» municipale dedicata alla «protezione e ai tempi (scolastici, ndr) dei bambini nelle scuole». Il sindaco ha rivolto ai genitori questo messaggio: «Devono avere fiducia nelle scuole» di Parigi. Ma vista la portata dell’inchiesta, l’invito rischia di cadere nel vuoto.
Il 12 maggio, nella riunione con i genitori della scuola pubblica Sainte Dominique, Grégoire avrebbe ammesso che «la città di Parigi ha indiscutibilmente delle responsabilità». Lo ha scritto Le Figaro, citando alcuni presenti secondo i quali il sindaco avrebbe anche detto che «ci sono stati gravi malfunzionamenti».
Poi, ieri, si è appreso dell’arresto di 16 persone in servizio proprio alla scuola pubblica Saint Dominique. Sempre Le Figaro scrive che «l’identità delle persone fermate non è stata resa nota. Secondo le nostre informazioni, si tratterebbe esclusivamente di dipendenti del Comune di Parigi. Il personale scolastico, quindi, non sarebbe coinvolto».
Sempre ieri, Grégoire è tornato a parlare della riassunzione del ventiduenne sospettato di abusi su minori. «Me ne scuso» ha detto il sindaco nella trasmissione del mattino di France 2, ammettendo anche che «non sia più possibile» continuare con questa situazione e che farà di tutto perché non si ripeta.
Parole sacrosante che, tuttavia, non cancellano il fatto che Grégoire sia stato assessore tra il 2014 e il 2017 e poi primo vicesindaco di Anne Hidalgo dal 2018 al 2024. Da tempo, in consiglio comunale, le opposizioni ricordano le responsabilità della vecchia amministrazione. «Per anni il comune ha vissuto in una forma di diniego arrivata fino alla menzogna, con una totale opacità sui malfunzionamenti», ha denunciato recentemente Florence Berthout, sindaco del V arrondissement.
Sul fondo resta anche l’aggressività della maggioranza parigina di sinistra nei confronti delle scuole cattoliche della capitale. Come scritto a più riprese da La Verità, negli ultimi anni la giunta Hidalgo ha attaccato Stanislas, uno dei più noti istituti cattolici parigini. Nel 2024, Médiapart aveva pubblicato un rapporto ispettivo del 2023 in cui si parlava, tra l’altro, di «clima propizio all’omofobia» e contestava il «carattere obbligatorio della catechesi» a Stanislas. A fine 2025 Patrick Bloche, allora vicesindaco, aveva annunciato l’intenzione di sospendere il contributo pubblico annuale di 1,3 milioni di euro destinato all’istituto. La leader dell’opposizione Rachida Dati, aveva lamentato che Bloche «non ha nemmeno menzionato i malfunzionamenti [...] nelle attività extrascolastiche».
Vista la portata dell’inchiesta sulle attività extrascolastiche nelle scuole parigine, una domanda resta aperta: perché la maggioranza socialista è stata così rapida nell’indagare sulle accuse rivolte a Stanislas, mentre solo ora promette una vera reazione contro gli abusi nelle attività extrascolastiche? Qui ci sono di mezzo dei bambini e chi ne abusa, nel mondo cattolico o altrove, deve essere punito. Punto.
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Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
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Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.