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2022-12-30
I tamponi escludono la variante killer. «Niente restrizioni, faremo controlli»
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Guardia alta ma nessun allarmismo: il governo affronta la nuova ondata di Covid che sta affliggendo la Cina, e le ripercussioni del fenomeno in tutto il mondo, con provvedimenti di prevenzione ma senza esasperazioni.
«In caso di una nuova emergenza per i casi provenienti dalla Cina», dice in conferenza stampa Giorgia Meloni, «credo che la soluzione siano sempre i controlli, quindi tamponi e mascherine, ma il modello di privazione delle libertà conosciuto in passato non mi è parso così efficace e lo dimostra bene il caso cinese. Per il momento stiamo affrontando la questione in coerenza con quanto avevamo chiesto di fare in passato, come ad esempio il tampone per chi arriva dalla Cina, ma questa misura rischia di essere non efficace se non viene presa a livello europeo. Il ministro Schillaci», sottolinea la Meloni, «mi dice che i casi rilevati sono varianti Omicron già presenti in Italia e questo dovrebbe essere tranquillizzante. La situazione è quindi sotto controllo. Per quello che riguarda il futuro», aggiunge la Meloni, «ci muoviamo in base a quello che dovremo affrontare. Penso che la soluzione siano sempre i controlli e che continuino a essere utili tamponi e mascherine. L’idea è che si debba lavorare prioritariamente sulla responsabilità dei cittadini e non sulla coercizione. Penso a un osservatorio sul Covid». E i vaccini? «C’è una campagna che il governo sta facendo», argomenta la Meloni, «che invita alla vaccinazione soprattutto per gli anziani e fragili, sono quelli ai quali mi sento di fare l’invito più deciso. Per gli altri l’invito è quello di rivolgersi al proprio medico, noi stiamo invitando a procedere in questo senso».
Nel pomeriggio è il ministro della Salute, Orazio Schillaci, a delineare un dettagliato quadro della situazione attraverso una informativa urgente al Senato: «Il problema Cina», sottolinea Schillaci, «oggi va affrontato con tempestività e coesione internazionale. Il timore principale è che, in un Stato con un’alta percentuale di non vaccinati, si possa generare la selezione di una nuova variante, molto più immunoevasiva e trasmissibile. Anche questo timore», aggiunge Schillaci, «va comunque affrontato razionalmente, rimanendo ancorati alle basi scientifiche, ed evitando interpretazioni affrettate e allarmistiche che potrebbero generare sfiducia e inutili paure nella popolazione. Il salto evolutivo da monitorare con attenzione sarebbe quello oltre i confini di Omicron, ma al momento questa rimane un’ipotesi non supportata da dati epidemiologici reali. Il quadro descritto che potrebbe determinare una situazione potenzialmente emergenziale a livello internazionale richiede anzitutto un costante monitoraggio. A tale proposito», argomenta il ministro, «ho provveduto a emanare una ordinanza che prevede l’obbligatorietà dell’effettuazione di un test in partenza o un tampone molecolare una volta arrivati in Italia, ai passeggeri dei voli provenienti dalla Cina, con un duplice obiettivo: monitorare l’introduzione di eventuali varianti al fine di identificare rapidamente varianti, sottovarianti o sottolignaggi attualmente non circolanti in Italia e diminuire, per quanto possibile, il carico di passeggeri in arrivo positivi ma non identificati». Il ministro è stato durissimo con Pechino: ha parlato di «un percorso tutt’altro che virtuoso, gestito attraverso una politica sanitaria sbagliata», basata solo sulle restrizioni. «Una lezione per l'intero pianeta su come non vada mai gestita un’epidemia».
Disposizioni rigide, dunque, per chi arriva dalla Cina: obbligo di presentazione al vettore all’atto dell’imbarco e a chiunque sia deputato a effettuare i controlli, della certificazione di essersi sottoposti, nelle 72 ore antecedenti l’ingresso nel territorio nazionale, a un test molecolare, o, nelle 48 ore antecedenti, a un antigenico, con risultato negativo; obbligo di sottoporsi a un test antigenico al momento dell’arrivo in aeroporto, ovvero, qualora ciò non fosse possibile, entro 48 ore dall’ingresso nel territorio nazionale presso l’azienda sanitaria locale di riferimento; in caso di esito positivo del test antigenico, obbligo di sottoporsi a un test molecolare ai fini del successivo sequenziamento e a isolamento fiduciario nel rispetto della normativa vigente; obbligo di effettuare un ulteriore test antigenico o molecolare con esito negativo per porre termine al periodo di isolamento.
«Per quanto riguarda i passeggeri provenienti dalla Cina attraverso voli indiretti», avverte Schillaci, «che hanno fatto scalo in paesi dell’area Schengen, è necessario un raccordo in sede Ue per prendere una decisione comune che possa servire a limitare l’afflusso di persone positive dal Paese asiatico. Ho chiesto alla commissaria Ue per la Salute, Stella Kyriakides, e alla presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, la Repubblica Ceca, che tutti i Paesi membri adottino analoghi provvedimenti».
«Con la gestione Speranza», commenta il senatore di Fratelli d’Italia Franco Zaffini, presidente della Commissione Sanità di Palazzo Madama, «abbiamo contato ben 160.000 decessi, il maggior numero in Europa, e un abbattimento del Pil di 9 punti. Oggi premiamo il pragmatismo del governo Meloni, che segna un netto cambio di visione. Il sistema sanitario tiene. Agiamo seguendo il criterio di temporaneità del provvedimento. Non vogliamo diffondere terrore», sottolinea Zaffini, «ma analizzare dati».
Critico con il governo il senatore del Pd, Andrea Crisanti, microbiologo: «L’identificazione dei casi all’origine e il controllo all’arrivo sui voli provenienti dalla Cina», afferma Crisanti in Aula, «avranno un impatto praticamente trascurabile. I test antigenici, in condizione di elevata trasmissione, non hanno la sufficiente capacità predittiva negativa, cioè quella di identificare tutti i falsi negativi. Inoltre queste misure non intercettano i viaggiatori provenienti dalla Cina che effettuano scali intermedi». «Auspico», sottolinea la deputata di Fdi, Marta Schifone, membro della commissione Affari sociali alla Camera, «che questa situazione non venga strumentalizzata da nessuna forza politica. La salute dei cittadini deve essere interesse primario di tutti».
L’Ue boccia i test negli aeroporti. Oms surreale: «Non discriminare»
L’Ue dichiara che «è fondamentale agire unita e coordinata», per tenere sotto controllo l’impatto sul continente della situazione epidemiologica in Cina. Tuttavia, la sua agenzia sanitaria ritiene «ingiustificata» l’introduzione di test Covid obbligatori per i viaggiatori provenienti dal Dragone.
Italia, Stati Uniti e diversi altri Paesi, come Giappone e India, hanno introdotto questa misura. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha invece fatto sapere che tali misure non sono necessarie per l’Ue nel suo complesso, «data la maggiore immunità della popolazione nell’Ue, nonché la precedente comparsa e la successiva sostituzione delle varianti attualmente in circolazione in Cina». Di conseguenza, l’agenzia considera «ingiustificati gli screening e le misure di viaggio sui viaggiatori provenienti dalla Cina», poiché le potenziali infezioni di importazione sono «piuttosto basse» rispetto ai numeri attuali su base giornaliera, che i sistemi sanitari «sono attualmente in grado di gestire». «So che non c’è unanimità su questo», ha commentato il nostro ministro della Salute, Orazio Schillaci, «per noi è stato doveroso aver portato una richiesta anche a livello europeo».
Curiosamente, dopo aver imposto lockdown totali quanto inutili alla propria popolazione, ora Pechino protesta contro gli Stati che hanno disposto test per chi arriva dalla Cina. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha duramente criticato questi provvedimenti: «Questo tipo di retorica è guidata da preconcetti, è volta a diffamare la Cina e ha motivazioni politiche», ha detto Wang Wenbin, «abbiamo sempre creduto che le misure di risposta al Covid debbano essere basate sulla scienza e proporzionate, senza pregiudicare i normali spostamenti e gli scambi e la cooperazione tra le persone».
La Germania per ora non prende contromisure, ma la situazione è in evoluzione: il governo tedesco si sta coordinando con l’Organizzazione mondiale della sanità e altri partner internazionali.
In Francia, il presidente Emmanuel Macron ha chiesto al governo «delle misure adattate di protezione» dal Covid in relazione all’aumento dei casi in Cina. Lo ha reso noto l’Eliseo. Il ministero della Salute e della prevenzione segue con molta attenzione l’evoluzione della situazione in Cina «ed è pronto a studiare tutte le misure utili che potrebbero essere messe in atto di conseguenza». Il governo del Regno Unito, ha affermato il ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, sta valutando se richiedere ai viaggiatori provenienti dalla Cina di sottoporsi a un test.
Hans Kluge, direttore regionale dell’Oms per l’Europa, ha sottolineato che «il virus continuerà a cambiare con nuove varianti possibili. Possiamo salvaguardare noi stessi e coloro che ci circondano attraverso misure di igiene personale e di protezione ragionevoli, inclusa la vaccinazione, in particolare per i vulnerabili». L’agenzia ha ricordato «la necessità di non discriminare alcuna particolare popolazione». Riabbraccia un cinese...
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Orazio Schillaci se la prende con Pechino: «Pessima gestione del virus». Il premier: «Vaccini ai fragili, gli altri parlino con il loro medico».L’Ue boccia i test negli aeroporti. Oms surreale: «Non discriminare». Roma insiste: «Occorre un piano europeo». Francia e Germania però prendono tempo.Lo speciale comprende due articoli.Guardia alta ma nessun allarmismo: il governo affronta la nuova ondata di Covid che sta affliggendo la Cina, e le ripercussioni del fenomeno in tutto il mondo, con provvedimenti di prevenzione ma senza esasperazioni. «In caso di una nuova emergenza per i casi provenienti dalla Cina», dice in conferenza stampa Giorgia Meloni, «credo che la soluzione siano sempre i controlli, quindi tamponi e mascherine, ma il modello di privazione delle libertà conosciuto in passato non mi è parso così efficace e lo dimostra bene il caso cinese. Per il momento stiamo affrontando la questione in coerenza con quanto avevamo chiesto di fare in passato, come ad esempio il tampone per chi arriva dalla Cina, ma questa misura rischia di essere non efficace se non viene presa a livello europeo. Il ministro Schillaci», sottolinea la Meloni, «mi dice che i casi rilevati sono varianti Omicron già presenti in Italia e questo dovrebbe essere tranquillizzante. La situazione è quindi sotto controllo. Per quello che riguarda il futuro», aggiunge la Meloni, «ci muoviamo in base a quello che dovremo affrontare. Penso che la soluzione siano sempre i controlli e che continuino a essere utili tamponi e mascherine. L’idea è che si debba lavorare prioritariamente sulla responsabilità dei cittadini e non sulla coercizione. Penso a un osservatorio sul Covid». E i vaccini? «C’è una campagna che il governo sta facendo», argomenta la Meloni, «che invita alla vaccinazione soprattutto per gli anziani e fragili, sono quelli ai quali mi sento di fare l’invito più deciso. Per gli altri l’invito è quello di rivolgersi al proprio medico, noi stiamo invitando a procedere in questo senso». Nel pomeriggio è il ministro della Salute, Orazio Schillaci, a delineare un dettagliato quadro della situazione attraverso una informativa urgente al Senato: «Il problema Cina», sottolinea Schillaci, «oggi va affrontato con tempestività e coesione internazionale. Il timore principale è che, in un Stato con un’alta percentuale di non vaccinati, si possa generare la selezione di una nuova variante, molto più immunoevasiva e trasmissibile. Anche questo timore», aggiunge Schillaci, «va comunque affrontato razionalmente, rimanendo ancorati alle basi scientifiche, ed evitando interpretazioni affrettate e allarmistiche che potrebbero generare sfiducia e inutili paure nella popolazione. Il salto evolutivo da monitorare con attenzione sarebbe quello oltre i confini di Omicron, ma al momento questa rimane un’ipotesi non supportata da dati epidemiologici reali. Il quadro descritto che potrebbe determinare una situazione potenzialmente emergenziale a livello internazionale richiede anzitutto un costante monitoraggio. A tale proposito», argomenta il ministro, «ho provveduto a emanare una ordinanza che prevede l’obbligatorietà dell’effettuazione di un test in partenza o un tampone molecolare una volta arrivati in Italia, ai passeggeri dei voli provenienti dalla Cina, con un duplice obiettivo: monitorare l’introduzione di eventuali varianti al fine di identificare rapidamente varianti, sottovarianti o sottolignaggi attualmente non circolanti in Italia e diminuire, per quanto possibile, il carico di passeggeri in arrivo positivi ma non identificati». Il ministro è stato durissimo con Pechino: ha parlato di «un percorso tutt’altro che virtuoso, gestito attraverso una politica sanitaria sbagliata», basata solo sulle restrizioni. «Una lezione per l'intero pianeta su come non vada mai gestita un’epidemia».Disposizioni rigide, dunque, per chi arriva dalla Cina: obbligo di presentazione al vettore all’atto dell’imbarco e a chiunque sia deputato a effettuare i controlli, della certificazione di essersi sottoposti, nelle 72 ore antecedenti l’ingresso nel territorio nazionale, a un test molecolare, o, nelle 48 ore antecedenti, a un antigenico, con risultato negativo; obbligo di sottoporsi a un test antigenico al momento dell’arrivo in aeroporto, ovvero, qualora ciò non fosse possibile, entro 48 ore dall’ingresso nel territorio nazionale presso l’azienda sanitaria locale di riferimento; in caso di esito positivo del test antigenico, obbligo di sottoporsi a un test molecolare ai fini del successivo sequenziamento e a isolamento fiduciario nel rispetto della normativa vigente; obbligo di effettuare un ulteriore test antigenico o molecolare con esito negativo per porre termine al periodo di isolamento. «Per quanto riguarda i passeggeri provenienti dalla Cina attraverso voli indiretti», avverte Schillaci, «che hanno fatto scalo in paesi dell’area Schengen, è necessario un raccordo in sede Ue per prendere una decisione comune che possa servire a limitare l’afflusso di persone positive dal Paese asiatico. Ho chiesto alla commissaria Ue per la Salute, Stella Kyriakides, e alla presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, la Repubblica Ceca, che tutti i Paesi membri adottino analoghi provvedimenti». «Con la gestione Speranza», commenta il senatore di Fratelli d’Italia Franco Zaffini, presidente della Commissione Sanità di Palazzo Madama, «abbiamo contato ben 160.000 decessi, il maggior numero in Europa, e un abbattimento del Pil di 9 punti. Oggi premiamo il pragmatismo del governo Meloni, che segna un netto cambio di visione. Il sistema sanitario tiene. Agiamo seguendo il criterio di temporaneità del provvedimento. Non vogliamo diffondere terrore», sottolinea Zaffini, «ma analizzare dati». Critico con il governo il senatore del Pd, Andrea Crisanti, microbiologo: «L’identificazione dei casi all’origine e il controllo all’arrivo sui voli provenienti dalla Cina», afferma Crisanti in Aula, «avranno un impatto praticamente trascurabile. I test antigenici, in condizione di elevata trasmissione, non hanno la sufficiente capacità predittiva negativa, cioè quella di identificare tutti i falsi negativi. Inoltre queste misure non intercettano i viaggiatori provenienti dalla Cina che effettuano scali intermedi». «Auspico», sottolinea la deputata di Fdi, Marta Schifone, membro della commissione Affari sociali alla Camera, «che questa situazione non venga strumentalizzata da nessuna forza politica. La salute dei cittadini deve essere interesse primario di tutti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-tamponi-escludono-la-variante-killer-niente-restrizioni-faremo-controlli-2659040790.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lue-boccia-i-test-negli-aeroporti-oms-surreale-non-discriminare" data-post-id="2659040790" data-published-at="1672349560" data-use-pagination="False"> L’Ue boccia i test negli aeroporti. Oms surreale: «Non discriminare» L’Ue dichiara che «è fondamentale agire unita e coordinata», per tenere sotto controllo l’impatto sul continente della situazione epidemiologica in Cina. Tuttavia, la sua agenzia sanitaria ritiene «ingiustificata» l’introduzione di test Covid obbligatori per i viaggiatori provenienti dal Dragone. Italia, Stati Uniti e diversi altri Paesi, come Giappone e India, hanno introdotto questa misura. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha invece fatto sapere che tali misure non sono necessarie per l’Ue nel suo complesso, «data la maggiore immunità della popolazione nell’Ue, nonché la precedente comparsa e la successiva sostituzione delle varianti attualmente in circolazione in Cina». Di conseguenza, l’agenzia considera «ingiustificati gli screening e le misure di viaggio sui viaggiatori provenienti dalla Cina», poiché le potenziali infezioni di importazione sono «piuttosto basse» rispetto ai numeri attuali su base giornaliera, che i sistemi sanitari «sono attualmente in grado di gestire». «So che non c’è unanimità su questo», ha commentato il nostro ministro della Salute, Orazio Schillaci, «per noi è stato doveroso aver portato una richiesta anche a livello europeo». Curiosamente, dopo aver imposto lockdown totali quanto inutili alla propria popolazione, ora Pechino protesta contro gli Stati che hanno disposto test per chi arriva dalla Cina. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha duramente criticato questi provvedimenti: «Questo tipo di retorica è guidata da preconcetti, è volta a diffamare la Cina e ha motivazioni politiche», ha detto Wang Wenbin, «abbiamo sempre creduto che le misure di risposta al Covid debbano essere basate sulla scienza e proporzionate, senza pregiudicare i normali spostamenti e gli scambi e la cooperazione tra le persone». La Germania per ora non prende contromisure, ma la situazione è in evoluzione: il governo tedesco si sta coordinando con l’Organizzazione mondiale della sanità e altri partner internazionali. In Francia, il presidente Emmanuel Macron ha chiesto al governo «delle misure adattate di protezione» dal Covid in relazione all’aumento dei casi in Cina. Lo ha reso noto l’Eliseo. Il ministero della Salute e della prevenzione segue con molta attenzione l’evoluzione della situazione in Cina «ed è pronto a studiare tutte le misure utili che potrebbero essere messe in atto di conseguenza». Il governo del Regno Unito, ha affermato il ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, sta valutando se richiedere ai viaggiatori provenienti dalla Cina di sottoporsi a un test. Hans Kluge, direttore regionale dell’Oms per l’Europa, ha sottolineato che «il virus continuerà a cambiare con nuove varianti possibili. Possiamo salvaguardare noi stessi e coloro che ci circondano attraverso misure di igiene personale e di protezione ragionevoli, inclusa la vaccinazione, in particolare per i vulnerabili». L’agenzia ha ricordato «la necessità di non discriminare alcuna particolare popolazione». Riabbraccia un cinese...
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La richiesta di maggiore flessibilità, tramite lo scostamento di bilancio, per gestire la crisi energetica, è stata nuovamente messa sul tavolo europeo. Dopo la risposta negativa arrivata durante il vertice di Cipro, in cui il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era speso affinché passasse la linea di scorporare dal calcolo del disavanzo le maggiori spese per l’energia, ieri all’Eurogruppo, il vertice dei ministri finanziari europei, Giancarlo Giorgetti ha rinnovato la richiesta di flessibilità.
Il ministro dell’Economia ha delineato i punti critici dello scenario globale, ovvero «peggioramento delle prospettive di crescita e significativi rischi al ribasso, inflazione in aumento e in prospettiva una stretta monetaria. Pertanto «lo choc energetico causato dalla crisi iraniana richiede una risposta rapida, coordinata e proporzionata da parte dell’Ue». In sostanza, secondo Giorgetti , «la politica “attendere e vedere” è finita, ora è tempo di agire».
Nel suo intervento all’Eurogruppo ha sollecitato l’attivazione di «una clausola di salvaguardia generale a livello Ue per ottenere maggiore spazio di bilancio». E ha sottolineato che «se non si raggiungesse il consenso necessario per questa soluzione, un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale». L’intervento sarebbe mirato a comprarti industriali sui quali la crisi ha impattato di più, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico». Questo significa «estendere all’energia le deroghe al Patto di Stabilità già attive per la difesa».
Un consenso generale a una clausola di salvaguardia generale che coinvolga tutta la Ue non pare possibile, poiché, come ribadito più volte dalla Commissione, non vi sono le condizioni per poterla usare dato che la Ue o l’area euro non si trovano in recessione. La seconda è stata utilizzata per la spesa per la difesa, ma l’Italia non l’ha ancora richiesta ancora. Il ricorso «coordinato» alla clausola nazionale (per le spese contro il caro energia) «rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale. Il suo utilizzo sarebbe temporaneo, di portata limitata e mirato ai settori più esposti, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione per il quadro Ue sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico».
Per Giorgetti «le misure dovrebbero rimanere incentrate sull’attenuazione dell’impatto sui settori più colpiti, in particolare agricoltura, pesca, trasporti e industrie ad alta intensità energetica, attraverso un sostegno proporzionato e temporaneo».
Ma c’è anche una terza opzione: estendere la clausola per la difesa alle spese per il caro energia «invocando le questioni di sicurezza nazionale già previste nel Temporary framework approvato la settimana scorsa dalla Commissione Ue». Giorgetti ha indicato l’interesse a discutere «misure selettive per l’incremento delle entrate»: l’Italia sostiene l’introduzione a livello Ue di una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, come suggerito insieme a Germania, Portogallo, Austria e Spagna, in una lettera inviata alla Commissione.
Il ministro si è mosso con passi felpati ma decisi. Non una parola di troppo che possa essere interpretata dai mercati come uno strappo rispetto alla linea più volte rimarcata da Bruxelles di non consentire spazi di flessibilità rispetto a quelli già previsti.
Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, in mattinata era stato più tranciante: «È una questione di sopravvivenza». Se Bruxelles impedisce lo scostamento di bilancio, «sono convinto che il governo porterà all’approvazione del Parlamento, la possibilità di spendere soldi al di là dei vincoli e dei limiti europei per aiutare gli italiani che hanno bisogno». Poi ha ricordato lo sciopero degli autotrasportatori previsto dal 25 al 29 maggio. «Avere per una settimana i camion fermi, vuol dire avere i negozi vuoti, e vuol dire avere l’Italia nel caos. Per cui o Bruxelles mi permette di aiutare questi lavoratori o immagino, lo faremo lo stesso». All’Eurogruppo di ieri sono emerse voci di preoccupazione. Il Portogallo ha detto che è «importante» disporre di «un po' di flessibilità» per poter aiutare i settori «più colpiti» dallo choc energetico. Per il Belgio non ci sono le condizioni per una sospensione del Patto di stabilità. Sulla stessa linea l’Olanda: «Fare più debito non è la soluzione alla crisi dei prezzi dell’energia». La Spagna ha portato la proposta di usare la clausola nazionale che ha permesso ai Paesi Ue di scorporare dal Patto di stabilità le spese per la difesa.
Ursula «spreca» 20 miliardi per l’IA
Automotive, satelliti o intelligenza artificiale, lo schema delle strategie fallimentari dell’Europa si basa su una serie di fattori in comune che spaventano più dei flop stessi. Si parte con un ritardo abissale nel cogliere dove stiano andando l’industria e le nuove tecnologie (basti pensare al gap competitivo rispetto a Starlink), si continua con una corsa sfrenata per metterci in un modo o nell’altro una pezza e si arriva allo spreco di risorse e alla crisi di filiere (emblematica quella dell’automotive) che si traduce immancabilmente in un taglio di posti di lavoro.
L’ultimo esempio è quello dell’IA, dove però il danno è forse ancora rimediabile. O è almeno quanto sperano gli eurodeputati e gli analisti che secondo la ricostruzione di Politico stanno provando a mettere un argine alla furia masochista di Ursula von der Leyen.
Nel disperato tentativo di entrare nella partita che si stanno giocando senza esclusione di colpi Stati Uniti e Cina, il presidente della Commissione vuol costruire delle enormi strutture di analisi dei dati per addestrare modelli di Intelligenza artificiale altrettanto «importanti». L’obiettivo è creare quattro a cinque gigafactory, ciascuna dotata di 100.000 unità di elaborazione grafica (Gpu) per addestrare l’intelligenza artificiale del Vecchio continente. Per raggiungere lo scopo, l’Ue ha stanziato un fondo di 20 miliardi puntando a triplicare la capacità dei data center europei entro il 2030-2032.
C’è qualche problema. Innanzitutto i tempi. A parte l’enorme ritardo già accumulato, infatti, il bando per la presentazione dei progetti è stato rinviato due volte e l’ultimo arco temporale preso in considerazione parla della primavera. Sarà vero?
Quindi, la vera domanda dalla quale sarebbe dovuto partire l’intero progetto: per chi lavorerebbero le mega «fabbriche» che Bruxelles sta così dispendiosamente finanziando? A oggi in Europa mancano campioni nazionali che possano sfruttare l’energia prodotta dalle potenziali nuove centrali. «Non è affatto chiaro quale sia il pubblico di riferimento delle gigafactory», ha evidenziato in un’intervista Nicoleta Kyosovska, assistente di ricerca presso il Centro di studi di politica europea, un think tank con sede a Bruxelles, e coautrice di un rapporto sulle gigafactory dal titolo: Santuari dell’innovazione o cattedrali nel deserto?, «non abbiamo molte aziende che si occupano di Intelligenza artificiale, anzi forse abbiamo solo Mistral».
Mistral AI è una startup francese fondata nell’aprile del 2023 da tre ricercatori: Arthur Mensch, Guillaume Lample, e Timothée Lacroix. Dopo gli studi alla École Polytechnique e le esperienze in Google DeepMind e Meta, i nostri si sono posti l’obiettivo di democratizzare l’intelligenza artificiale attraverso modelli, prodotti e soluzioni open-source. Chapeau. Ma da qui a immaginarli come un’alternativa credibile ai modelli americani come ChatGpt (OpenAI) e Anthropic, che stanno investendo miliardi su miliardi nello sviluppo dei nuovi modelli di IA, ce ne passa.
«Nessuno è stato in grado di spiegarmi», ha evidenziato Sergey Lagodinsky, europarlamentare tedesco dei Verdi, «quale sia il piano aziendale che stanno realizzando per queste gigafactory».
Tant’è che paradossalmente, le nuove fabbriche europee potrebbero finire per accrescere la dipendenza del Vecchio continente dalla tecnologia Usa con l’americana Nvidia che è leader mondiale nella fornitura dei chip Gpu di cui sopra.
Il dubbio è venuto a un gruppo di 18 parlamentari Ue che ha interrogato sul tema la Commissione. Senza ricevere, neanche a dirlo, risposte.
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Giorgia Meloni con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al vertice Epc di Erevan (Getty Images)
Su questo punto è tornato anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «I flussi migratori incontrollati mettono a dura prova la sicurezza dei cittadini e, se sfruttati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati. Ma non è tutto. Influiscono anche sull’economia, mettendo a dura prova le risorse pubbliche e incidendo sul mercato del lavoro; ciò indebolisce la competitività aumentando l’incertezza e le tensioni sociali», è il monito di Meloni. «Il modello Italia per le politiche migratorie continua a essere un punto di riferimento», ha ricordato anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «i centri in Albania sono un progetto innovativo di cui parla tutta Europa, che infatti ha tarato le sue normative sui nostri centri. Quindi non stiamo sprecando soldi. Mare Nostrum, peraltro, è costata molto di più, al di là dell’obiettivo nobile».
In questo contesto, ha ripreso il premier, l’Europa è chiamata ad «alzare il tiro e, dopo aver dimostrato di saper rispondere alle emergenze, deve dimostrare di saperle prevedere».
Infine ci sono anche legami con l’energia, «poiché dobbiamo anche affrontare il fatto che molti flussi provengono da regioni instabili che sono fondamentali per i nostri approvvigionamenti energetici». Lo ha spiegato in occasione dell’ottava edizione della Comunità politica europea (Epc) a Erevan, in Armenia. La «necessità» è quella «di agire contro i trafficanti, garantire che i quadri normativi nazionali e internazionali siano solidi, accelerare i rimpatri, stringere nuove partnership, gestire efficacemente la migrazione a monte e contrastare la strumentalizzazione della migrazione», quindi «sostenersi a vicenda in questi sforzi». È quanto si legge nella dichiarazione congiunta dell’Epc.
In Armenia Meloni ha affrontato con il primo ministro canadese Mark Carney il tema delle materie prime critiche, «un altro elemento essenziale della sovranità energetica». E poi: «Credo che anche iniziative come questa che allargano il concetto d’Europa e dei confini propri dell’Unione europea siano utili».
Un vertice che anticipa la visita di Meloni in Azerbaigian, una missione che rientra nel quadro del rafforzamento della sicurezza energetica dell’Italia per proteggere le famiglie e le imprese dagli choc esterni dovuti alla guerra ma non solo. L’Italia si conferma il primo mercato di destinazione dell’export azero ed è anche il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale). Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia circa 45 miliardi di metri cubi via Tap, il Trans-Adriatic pipeline.
In un contesto internazionale segnato da elevata instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento, Meloni e il presidente Ilham Aliyev avranno modo di approfondire le modalità per consolidare le relazioni tra Roma e Baku. «Il progetto Tap, che fa parte del corridoio del gas, deve naturalmente essere ampliato per aumentare le forniture», ha detto Aliyev.
«Dopo il viaggio nel Golfo, chiaramente anche questo (in Azerbaigian) fa parte di una diplomazia dell’energia che serve a difendere i nostri interessi ma non a farlo semplicemente sul piano episodico, a farlo su un piano strutturale di lungo termine e quindi cerchiamo di fare la nostra parte», ha spiegato Meloni. «Noi vogliamo che l’Azerbaigian possa rafforzare il suo ruolo di snodo fondamentale tra Europa e Asia», ha aggiunto, «e che l’Italia possa essere sempre più la porta d’accesso privilegiata al mercato europeo».
Secondo il premier, energia e connettività sono due ambiti nei quali l’Europa «può e deve giocare un ruolo più incisivo», sostenendo investimenti e favorendo una maggiore integrazione dell’Azerbaigian nelle reti energetiche e nei network dei trasporti internazionali. Il governo sul piano energetico punta a diversificare fonti e partner, costruendo una rete di cooperazioni che guarda all’Azerbaigian, al Nord Africa e ai Paesi del Golfo. Una vera e propria «diplomazia dell’energia» pensata per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e tutelare gli interessi nazionali nel lungo periodo. Meloni insiste poi sulla necessità di un cambio di paradigma in Europa: «Dopo anni segnati da crisi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, l’Unione europea deve passare da una logica di reazione a una capacità di anticipazione. Serve una strategia di lungo periodo che tenga conto non solo dei partner più affini, ma anche del vicinato geografico».
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Marco Rubio (Ansa)
Si tratta di una missione, quella di Rubio, particolarmente delicata. Non dimentichiamo infatti che, il mese scorso, Donald Trump ha polemizzato sia con Leone che con la stessa Meloni. Al primo ha rimproverato di essere «debole» su crimine e politica estera, mentre ha accusato la seconda di non aver fornito adeguata assistenza agli Usa nella crisi di Hormuz.
Fibrillazioni significative, i cui strascichi, a oggi, non si sono ancora del tutto sopiti. La scorsa settimana, Leone ha messo a capo della diocesi di Wheeling-Charleston un prelato che, oltre a entrare illegalmente negli Stati Uniti da adolescente, è un aperto critico delle politiche migratorie di Trump. Inoltre, proprio ieri, il Papa ha ricevuto i rappresentanti delle Catholic Charities degli Stati Uniti: enti con cui l’attuale amministrazione americana è ai ferri corti sull’immigrazione. Al contempo, sempre ieri, la Meloni ha continuato a mostrare una certa freddezza verso la Casa Bianca. «È una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», ha dichiarato, riferendosi all’eventualità, ventilata da Trump, di ritirare le truppe americane dall’Italia. «L’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito Nato, lo abbiamo fatto anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti: lo abbiamo fatto in Afghanistan, lo abbiamo fatto in Iraq», ha anche detto l’inquilina di Palazzo Chigi, per poi aggiungere: «Quindi alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
In tutto questo, il comunicato con cui il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato il viaggio romano di Rubio è apparso particolarmente stringato. «Il segretario Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale. Gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico», si legge nella breve nota. Tuttavia, al di là della freddezza del comunicato, è comunque una notizia che Rubio arrivi in Italia per parlare con Leone e con la Meloni: il che significa che, al netto della retorica, Trump ha interesse a questa doppia ricucitura. Del resto, oltre a essere cattolico, Rubio, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, è la figura meno ostile alla Nato e, più in generale, al Vecchio Continente. Non solo. Oltre a essere segretario di Stato, il diretto interessato riveste anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che ne fa, insieme a JD Vance, l’uomo attualmente più vicino al presidente statunitense.
Ma in che cosa risiede esattamente l’importanza del viaggio di Rubio? Partiamo dalla Santa Sede. Trump ha necessità di ricomporre la frattura con Leone per una serie di ragioni. Dal punto di vista geopolitico, la rottura con l’attuale pontefice rischia indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In secondo luogo, Trump, a livello interno, vuole mantenere la presa su quell’elettorato cattolico che, nel 2024, lo votò in larga maggioranza: un elettorato di cui il presidente ha bisogno in vista delle Midterm di novembre e di cui avranno bisogno anche Rubio e Vance, entrambi cattolici, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Dall’altra parte, è vero che i vescovi statunitensi sono ai ferri corti con Trump su immigrazione clandestina e guerra in Iran. Ma è altrettanto vero che la gerarchia cattolica americana continua a temere l’ala woke di quel Partito democratico che, quando guidò la Casa Bianca con Joe Biden, non solo portò avanti politiche ferreamente abortiste ma utilizzò anche l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti. Va d’altronde rilevato che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dell’attuale presidente americano tra gli elettori cattolici a fine aprile è aumentato rispetto al mese precedente: segno, questo, del fatto che non sempre la base elettorale cattolica statunitense è politicamente allineata all’episcopato locale.
Venendo al governo italiano, è significativo che Trump invii Rubio a Roma proprio mentre sta inasprendo il suo scontro con Berlino. La Casa Bianca ha del resto sempre trovato nel governo Meloni una sponda contro quei leader europei che, da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, hanno cercato di spingere Bruxelles tra le braccia della Cina. Dall’altra parte, la forza dell’inquilina di Palazzo Chigi sul piano internazionale è storicamente in gran parte connessa ai suoi stretti legami con Washington (sia ai tempi di Biden che con Trump). Tutto questo per dire che, al netto delle difficoltà, tutti e tre gli attori in gioco - Usa, Italia e Santa Sede - hanno un interesse a ricomporre le fratture. Rubio è chiamato a portare a termine questo compito. Missione non facile, ma neppure impossibile.
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