I «padroni» del Paese buttati giù dal trono
John Elkann (Getty Images)

Le vicende della famiglia Agnelli e di Piazzetta Cuccia sono legate da un sottile filo rosso: nella nuova era i tradizionali rapporti di potere saltano e i presunti intoccabili scoprono di non esserlo. A volte per rompere i vecchi meccanismi basta un granello…

Un sottile filo rosso collega i servizi sociali che dovrà svolgere John Elkann, in sostituzione di una probabile pena per evasione fiscale, e la bruciante sconfitta subìta da Alberto Nagel con la scalata del Monte dei Paschi di Siena. L’erede dell’Avvocato e quello di Cuccia, infatti, per molti versi rappresentano lo stesso mondo ed entrambi oggi devono constatare che lo scenario in cui a lungo si sono mossi comportandosi da padroni è cambiato. Pur se divisi dall’età (Elkann non ha ancora 50 anni, Nagel ha già compiuto i 60), i due rappresentano un’industria e una finanza che per oltre mezzo secolo sono state indissolubilmente unite. Il controllo sulla Fiat forse non ci sarebbe stato senza Mediobanca e probabilmente l’istituto di credito guidato da uno gnomo di origini siciliane non sarebbe sopravvissuto così a lungo senza la protezione di casa Agnelli e del suo sistema di influenze, anche politiche, che Torino ha intessuto nel Novecento e anche oltre. Senza Cuccia, le relazioni incestuose che per decenni hanno consentito al capitalismo italiano di reggersi in piedi anche in mancanza di capitali (abbiamo scoperto che l’Avvocato i soldi preferiva tenerli all’estero, lontano dagli occhi del Fisco) non sarebbero state possibili. E senza la Fiat, i suoi giornali, il suo potere, gli intrecci con la Dc e il Pri, anche Mediobanca avrebbe fatto la fine della Comit, di Unicredit e delle altre banche di interesse nazionale svendute da Prodi.

Sì, è strano che il destino di Elkann, che forse per un anno presterà servizio presso i salesiani, si intrecci con quello di Nagel. Due campioni del capitalismo, l’uno sul fronte industriale (anche se sempre meno), l’altro su quello della finanza, costretti a fare i conti con la realtà. Ovvero con la giustizia e con il mercato.

Cuccia, che ai vertici della Fiat spedì Cesare Romiti, di fatto condannando il gruppo alla finanziarizzazione (il nuovo amministratore delegato si liberò presto di Vittorio Ghidella, il papà della Uno) non c’è più da un pezzo. E anche l’Avvocato, che da presidente degli industriali ci regalò il punto unico di contingenza, scatenando l’inflazione degli anni Ottanta, è morto e sepolto da oltre vent’anni. Ci sono i loro eredi, i quali però paiono aver perso di vista il contesto che li circonda. Di certo, Elkann ha perso i contatti con il mondo politico. Nella marcia di allontanamento dall’Italia sperava di potersi difendere usando i giornali, di impiegarli come merce di scambio con i partiti. Ma guardando i risultati, ciò che resta sia dell’industria automobilistica sia dell’impero di carta, non si può dire che la strategia abbia funzionato. Se nelle intenzioni si trattava di salvaguardare i soldi e l’onore, pagando 183 milioni all’Agenzia delle entrate e con il presidente del gruppo ai servizi sociali, non si può certo parlare di successo. Se l’Avvocato è stato a lungo considerato il re d’Italia, oggi suo nipote è sceso dal trono.

Quanto a Nagel, fino a ieri ha creduto di rappresentare l’aristocrazia della finanza: banchiere senza padroni ma capace di fare il padrone, come quando respinse l’offerta di Leonardo Del Vecchio per la costituzione di un polo della salute. Per quasi due decenni si è difeso con discreta arroganza con la supremazia del mercato, rivendicando di essere l’unico banchiere d’affari internazionale. A lungo ha conservato il potere distribuendo dividendi che arrivavano dalle partecipate, come ad esempio Generali. Ma oggi gli azionisti gli hanno tolto la corona. Nessuno si aspettava che una banca quasi vicina al fallimento, rigenerata dall’aiuto dello Stato, da una diversa gestione e da nuovi soci potesse avere l’ardire di scalare Mediobanca. Una mossa del genere era impensabile, soprattutto per lui, Nagel, che si è difeso come se l’offerta di pubblico scambio fosse un affronto fatto da un pezzente a un nobile. Il risultato è andato oltre qualsiasi previsione: il 62 per cento dei possessori di azioni Mediobanca ha votato a favore della scalata, consegnando i titoli a Mps. Il mercato ha vinto e da oggi c’è un principe finito nella polvere, che conterà la liquidazione ma che alla fine è stato liquidato.

Nagel è caduto per mano di un piccolo banchiere. Elkann per colpa di una misera lite familiare. Anche i grandi ingranaggi a volte si inceppano per un granello.

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