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2021-08-17
Il «perdono» talebano e gli appetiti cinesi
Costfoto/Barcroft Media via Getty Images
Dopo il caos e le interruzioni del traffico aereo all'aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul di lunedì scorso, le operazioni aeree statunitensi sono riprese nelle giornata di ieri; tuttavia i militari «stanno ancora lavorando per garantire che la sicurezza sia sostenibile», ha affermato John Kirby, portavoce del Pentagono. Ora che le operazioni aeree sono riprese, gli americani presenti nel Paese si stanno recando in queste ore all'aeroporto in modo da salire sul primo volo che li riporterà a casa. Ma quanti sono davvero i cittadini statunitensi in Afghanistan? Nessuno lo sa (o lo dice) e lo stesso portavoce del Pentagono non è stato in grado a precisa domanda di rispondere. E resta sconosciuto anche il numero di afgani che potranno andare negli Usa in modo da evitare l'impiccagione. Tra coloro che coordineranno le vendette talebane c'è quel Khalil Al Rahman Haqqani uno dei leader della «rete Haqqani» e miliziano qaedista, sul quale pende una taglia di 5 milioni di dollari, che proprio ieri ha fatto visita al quartier generale talebano. Funzionari afgani e autorità internazionali del terrorismo lo considerano il gruppo terrorista più letale in Afghanistan accusato di alcune delle violenze più efferate nel Paese, compresi gli attacchi alle ambasciate a Kabul, al Palazzo del Parlamento afgano e alle basi militari Usa. Curiosa la sua presenza a Kabul mentre il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid nella sua prima conferenza stampa si mostrava conciliante con frasi come: «Vogliamo assicurarci che l'Afghanistan non sia più un campo di battaglia»; «Abbiamo perdonato tutti coloro che hanno combattuto contro di noi. Le animosità sono finite. Non vogliamo nemici esterni o interni». Assicurati,a parole, anche i diritti delle donne, seppur «nella sharia». L'amnistia di cui i talebani hanno parlato in queste ore sarebbe riservata ai funzionari statali che hanno lavorato con il passato regime e quindi con gli occidentali, anche se in pochi credono sarà davvero così ed è più realistico pensare che una volta che gli occidentali avranno lasciato il Paese scatterà la vendetta talebana covata per 20 anni.
Se molti stanno fuggendo a gambe levate dall'Emirato islamico afgano c'è invece chi ci arriva: nelle ultime 24 ore gli Stati Uniti hanno inviato circa 1.000 soldati in Afghanistan, portando il numero degli effettivi a 3.500 ma c'è chi dice che l'obbiettivo sarebbe quello di arrivare a 6.000. E le parole del presidente Joe Biden? Una nostra fonte in ambito Nato ci conferma che questo non sarebbe certo un problema «perché non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca dice una cosa al mondo e gli apparati ne fanno un'altra lontano dai riflettori».
Sul fronte internazionale continua lo smarcamento turco e russo. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu ha dichiarato al quotidiano turco Daily Sabah: «La Turchia accoglie con favore i messaggi positivi dati dai talebani agli stranieri, alle missioni diplomatiche e alla loro stessa popolazione. Spero che vedremo lo stesso approccio nelle loro azioni». Ma Çavusoglu ha anche steso un tappeto rosso ai talebani: «Mantenere il dialogo con tutte le parti, inclusi i talebani».
Sulla stessa lunghezza d'onda i russi con il ministro degli Esteri Serghei Lavrov che ha detto: «I talebani stanno dichiarando e dimostrando nella pratica la loro volontà di rispettare l'opinione degli altri: è un segnale positivo. In particolare hanno detto che sono pronti a discutere di un governo in cui non ci siano solo loro ma che preveda anche la partecipazione di altri rappresentanti afgani». L'astuto Lavrov infine ha anche auspicato un vertice tra tutti i gruppi etnici del Paese. Un consiglio che i talebani difficilmente ascolteranno anche perché tutti coloro che hanno favorito la rivolta talebana vanno tenuti a bada e pagati. Mentre negli Usa la polemica politica resta incandescente, la Cnn ha mandato in onda l'intervista al comandante talebano Muhammed Arif Mustafa che ha detto senza alcuna esitazione: «Siamo convinti che un giorno i mujahedin avranno la vittoria e che la legge islamica non arriverà solo in Afghanistan, ma in tutto il mondo. Non abbiamo fretta. Crediamo che un giorno arriverà».
Infine, l'intelligence Usa ha fallito oppure no? Per l'analista strategico Franco Iacch «l'intelligence, oltre alla raccolta dei dati, elabora costantemente dei modelli previsionali su ciò che potrebbe accadere nel breve, medio e lungo termine. Tale slancio previsionale è concepito per garantire immediata consapevolezza al decisore politico sui contesti che potrebbero verificarsi. Comprendere, mitigare e neutralizzare le minacce. Fornire giudizi e formulare raccomandazioni per supportare i decisori ad agire per mitigare tutte le minacce è compito dell'intelligence. Al presidente degli Stati Uniti, grazie alla infallibilità concessa, spetta il diritto di emettere giudizi e valutazioni che possono avere delle conseguenze su scala planetaria. L'intelligence statunitense ha sempre ribadito prima a Trump e poi a Biden che un ritiro prematuro e incondizionato dall'Afghanistan avrebbe innescato l'acquisizione talebana del Paese. Le valutazioni dell'intelligence hanno sempre rilevato che senza il continuo sostegno americano, le Forze di sicurezza nazionali afgane si sarebbero indebolite fino alla completa disintegrazione. Mentre la Cia, che non è certamente la Afghanistan's National Directorate of Security, ha da tempo una visione pessimistica delle prospettive di stabilità in Afghanistan, tali valutazioni sono state affinate nelle ultime settimane man mano che i talebani acquisivano progressi tattici. Le conoscenze, le raccomandazioni e le strategie degli analisti dell'intelligence aiutano a identificare, comprendere e combattere le minacce, ma spetterà sempre all'infallibilità del comandante in capo l'ultima parola. Sarebbe opportuno visionare anche i rapporti classificati per parlare di fallimento dell'intelligence. Nell'attesa», aggiunge l'esperto, «si può certamente parlare di errori delle diverse amministrazioni che si sono avvicendate, incapaci di comprendere la storia, le dinamiche tribali, la cultura dell'Afghanistan e di quanto sia drasticamente diversa da qualsiasi nazione occidentale».
Una regione per sei padrini. Dopo la fuga americana l’Afghanistan fa gola a molti
Meno di un mese fa Doug Bandow, già consigliere del presidente statunitense Ronal Reagan oggi membro di spicco del centro studi libertario Cato Institute, scriveva sul sito non-interventista Antiwar.com che «l'Afghanistan sarà un casino: lasciamo che se ne occupino Cina, Russia, Iran e gli altri». Forse un ragionamento simile, sommato al disinteresse verso quell'area per focalizzarsi sull'Indo-Pacifico, sta dietro al discorso pronunciato lunedì sera dal presidente Joe Biden.
Ma chi può cantare vittoria per il successo dell'avanzata dei talebani? Chi sono «gli altri»?
La Russia di Vladimir Putin è in modalità attendista. Zamir Kabulov, inviato speciale del presidente per l'Afghanistan, ha detto che Mosca «non ha fretta» di riconoscere il governo talebano come legittimo e prenderà una decisione in base a quanto «responsabilmente governeranno il Paese». L'obiettivo di Mosca è la stabilità dell'Asia centrale. Ma sa che, come dimostrano l'esperienza dell'Unione sovietica e la rapida recente ascesa dei talebani, la stabilità del Paese è difficile da raggiungere, tanto più da mantenere.
Come la Russia, anche la Cina ha ospitato delegazioni talebane negli ultimi mesi e anni. Basti pensare che il mullah Abdul Ghani Baradar, cofondatore e numero due dei talebani, ha incontrato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, a Tianjin, in Cina, a luglio. Lunedì la diplomazia cinese ha fatto sapere che la situazione in Afghanistan è cambiata e la Cina rispetta la volontà e la scelta del popolo afgano (sostenendo, così, che l'Emirato sia scelta del popolo). Come ha detto ieri l'ex ministro Franco Frattini al Tempo, «la Cina ha un interesse vitale in Afghanistan di cui nessuno parla. In questo Paese c'è la riserva di minerali sotterranei maggiore del mondo. Nel momento in cui i cinesi si impadroniscono, legalmente, delle concessioni minerarie afghane, mettono India e Giappone con le spalle al muro, mettendo di conseguenza con le spalle a muro l'intero Occidente». Con l'appoggio di Russia e Cina, i Talebani potrebbero ottenere il peso internazionale di cui hanno bisogno per conquistare un riconoscimento più ampio. Per Ebrahim Raisi, neopresidente dell'Iran, la sconfitta militare e il ritiro dall'Afghanistan degli Stati Uniti «dovrebbe essere un'opportunità per ripristinare la vita, la sicurezza e una pace durevole» nel Paese. Ma Teheran, che pur ha mantenuto buoni rapporti con i talebani durante i colloquio di Doha, può avere un ora problema: i flussi di profughi afgani, anche a fronte della prosecuzione della pandemia di Covid-19. Per questo, la comunità internazionale dovrà «seriamente» prestare attenzione al tema, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh. Ma se Washington piange, Teheran non ride, secondo Sayed Maisam Wahidi dell'Institute for peace research and security policy. «Ci si aspetta che Teheran si impegni di più con i talebani e le altre parti in Afghanistan» ma «attraverso formati regionali per garantire che il futuro governo talebano sia inclusivo e riconosciuto dalla regione e dalla comunità internazionale», ha spiegato l'esperto in un dossier per l'Ispi. E il Qatar? Un fatto: l'emittente qatariota Al Jazeera ha trasmesso in diretta, dal posto, la presa del palazzo presidenziale di Kabul da parte dei Talebani. Tutto nasce dal fatto che il Qatar, che pur ospita una importante base militare degli Stati Uniti, ha sempre mantenuto legami con organizzazioni come Hamas, i Fratelli musulmani e appunto i talebani, che per anni hanno avuto a Doha la loro sede (anche l'ufficio politico del mullah Baradar era nella capitale qatariota). Per il Qatar, la vittoria dei talebani è un'ottima notizia, una leva da utilizzare in tutto il Medio Oriente per uscire davvero dagli anni, quelli dell'amministrazione Trump, di isolamento da parte dell'Arabia Saudita.
Come il Qatar, anche la Turchia sostiene i Fratelli musulmani (e anche così si spiega il sostegno che i talebani hanno incassato in Siria e nella Striscia di Gaza). Ieri il ministro degli Esteri turco, Mevlut Çavusoglu, ha spiegato che il governo di Recep Tayyip Erdogan ha «accolto con favore i messaggi dati dai talebani finora. Continueremo a sostenere lo sviluppo economico, la stabilità, la pace e la tranquillità dell'Afghanistan», ha aggiunto. Per Ankara l'instabilità afgana può generare una leva di ricatto all'Unione europea (si pensi alla questione migranti). Infine, tra «gli altri» c'è il Pakistan, il vicino dell'Afghanistan che ha cullato per anni i talebani e che controlla i collegamenti tra Kabul e il porto di Karachi. Non c'è dubbio che il successo degli «studenti coranici» sia una vittoria anche per Islamabad.
Questi sei Paesi hanno una cosa in comune: la volontà di cacciare gli Stati Uniti e i loro alleati dall'Afghanistan e in generale dalla regione. L'idea, però, che possano dare vita a una coalizione rasenta l'impossibile. Non fosse altro perché i loro intenti comuni si fermano a un antiamericanismo che si declina sotto forme e visioni diverse, per non dire opposte.
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I nuovi padroni dell'Afghanistan ostentano spirito di riconciliazione: «Perdono per i nemici e diritti alle donne (nella sharia)». Intanto, però, nel loro quartier generale c'è Khalil Al Rahman Haqqani, spietato terrorista della rete creata da Bin Laden.Una regione per sei padrini. Dopo la fuga americana l'Afghanistan fa gola a molti. Russia, Cina, Iran, Qatar, Turchia e Pakistan corteggiano il governo fondamentalista. È in particolare Pechino a puntare le riserve di minerali di cui è ricco quel sottosuolo.Lo speciale comprende due articoli. Dopo il caos e le interruzioni del traffico aereo all'aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul di lunedì scorso, le operazioni aeree statunitensi sono riprese nelle giornata di ieri; tuttavia i militari «stanno ancora lavorando per garantire che la sicurezza sia sostenibile», ha affermato John Kirby, portavoce del Pentagono. Ora che le operazioni aeree sono riprese, gli americani presenti nel Paese si stanno recando in queste ore all'aeroporto in modo da salire sul primo volo che li riporterà a casa. Ma quanti sono davvero i cittadini statunitensi in Afghanistan? Nessuno lo sa (o lo dice) e lo stesso portavoce del Pentagono non è stato in grado a precisa domanda di rispondere. E resta sconosciuto anche il numero di afgani che potranno andare negli Usa in modo da evitare l'impiccagione. Tra coloro che coordineranno le vendette talebane c'è quel Khalil Al Rahman Haqqani uno dei leader della «rete Haqqani» e miliziano qaedista, sul quale pende una taglia di 5 milioni di dollari, che proprio ieri ha fatto visita al quartier generale talebano. Funzionari afgani e autorità internazionali del terrorismo lo considerano il gruppo terrorista più letale in Afghanistan accusato di alcune delle violenze più efferate nel Paese, compresi gli attacchi alle ambasciate a Kabul, al Palazzo del Parlamento afgano e alle basi militari Usa. Curiosa la sua presenza a Kabul mentre il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid nella sua prima conferenza stampa si mostrava conciliante con frasi come: «Vogliamo assicurarci che l'Afghanistan non sia più un campo di battaglia»; «Abbiamo perdonato tutti coloro che hanno combattuto contro di noi. Le animosità sono finite. Non vogliamo nemici esterni o interni». Assicurati,a parole, anche i diritti delle donne, seppur «nella sharia». L'amnistia di cui i talebani hanno parlato in queste ore sarebbe riservata ai funzionari statali che hanno lavorato con il passato regime e quindi con gli occidentali, anche se in pochi credono sarà davvero così ed è più realistico pensare che una volta che gli occidentali avranno lasciato il Paese scatterà la vendetta talebana covata per 20 anni. Se molti stanno fuggendo a gambe levate dall'Emirato islamico afgano c'è invece chi ci arriva: nelle ultime 24 ore gli Stati Uniti hanno inviato circa 1.000 soldati in Afghanistan, portando il numero degli effettivi a 3.500 ma c'è chi dice che l'obbiettivo sarebbe quello di arrivare a 6.000. E le parole del presidente Joe Biden? Una nostra fonte in ambito Nato ci conferma che questo non sarebbe certo un problema «perché non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca dice una cosa al mondo e gli apparati ne fanno un'altra lontano dai riflettori». Sul fronte internazionale continua lo smarcamento turco e russo. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu ha dichiarato al quotidiano turco Daily Sabah: «La Turchia accoglie con favore i messaggi positivi dati dai talebani agli stranieri, alle missioni diplomatiche e alla loro stessa popolazione. Spero che vedremo lo stesso approccio nelle loro azioni». Ma Çavusoglu ha anche steso un tappeto rosso ai talebani: «Mantenere il dialogo con tutte le parti, inclusi i talebani». Sulla stessa lunghezza d'onda i russi con il ministro degli Esteri Serghei Lavrov che ha detto: «I talebani stanno dichiarando e dimostrando nella pratica la loro volontà di rispettare l'opinione degli altri: è un segnale positivo. In particolare hanno detto che sono pronti a discutere di un governo in cui non ci siano solo loro ma che preveda anche la partecipazione di altri rappresentanti afgani». L'astuto Lavrov infine ha anche auspicato un vertice tra tutti i gruppi etnici del Paese. Un consiglio che i talebani difficilmente ascolteranno anche perché tutti coloro che hanno favorito la rivolta talebana vanno tenuti a bada e pagati. Mentre negli Usa la polemica politica resta incandescente, la Cnn ha mandato in onda l'intervista al comandante talebano Muhammed Arif Mustafa che ha detto senza alcuna esitazione: «Siamo convinti che un giorno i mujahedin avranno la vittoria e che la legge islamica non arriverà solo in Afghanistan, ma in tutto il mondo. Non abbiamo fretta. Crediamo che un giorno arriverà». Infine, l'intelligence Usa ha fallito oppure no? Per l'analista strategico Franco Iacch «l'intelligence, oltre alla raccolta dei dati, elabora costantemente dei modelli previsionali su ciò che potrebbe accadere nel breve, medio e lungo termine. Tale slancio previsionale è concepito per garantire immediata consapevolezza al decisore politico sui contesti che potrebbero verificarsi. Comprendere, mitigare e neutralizzare le minacce. Fornire giudizi e formulare raccomandazioni per supportare i decisori ad agire per mitigare tutte le minacce è compito dell'intelligence. Al presidente degli Stati Uniti, grazie alla infallibilità concessa, spetta il diritto di emettere giudizi e valutazioni che possono avere delle conseguenze su scala planetaria. L'intelligence statunitense ha sempre ribadito prima a Trump e poi a Biden che un ritiro prematuro e incondizionato dall'Afghanistan avrebbe innescato l'acquisizione talebana del Paese. Le valutazioni dell'intelligence hanno sempre rilevato che senza il continuo sostegno americano, le Forze di sicurezza nazionali afgane si sarebbero indebolite fino alla completa disintegrazione. Mentre la Cia, che non è certamente la Afghanistan's National Directorate of Security, ha da tempo una visione pessimistica delle prospettive di stabilità in Afghanistan, tali valutazioni sono state affinate nelle ultime settimane man mano che i talebani acquisivano progressi tattici. Le conoscenze, le raccomandazioni e le strategie degli analisti dell'intelligence aiutano a identificare, comprendere e combattere le minacce, ma spetterà sempre all'infallibilità del comandante in capo l'ultima parola. Sarebbe opportuno visionare anche i rapporti classificati per parlare di fallimento dell'intelligence. Nell'attesa», aggiunge l'esperto, «si può certamente parlare di errori delle diverse amministrazioni che si sono avvicendate, incapaci di comprendere la storia, le dinamiche tribali, la cultura dell'Afghanistan e di quanto sia drasticamente diversa da qualsiasi nazione occidentale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-talebani-fanno-i-buoni-ma-rispunta-al-qaeda-2654697807.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-regione-per-sei-padrini-dopo-la-fuga-americana-lafghanistan-fa-gola-a-molti" data-post-id="2654697807" data-published-at="1629229863" data-use-pagination="False"> Una regione per sei padrini. Dopo la fuga americana l’Afghanistan fa gola a molti Meno di un mese fa Doug Bandow, già consigliere del presidente statunitense Ronal Reagan oggi membro di spicco del centro studi libertario Cato Institute, scriveva sul sito non-interventista Antiwar.com che «l'Afghanistan sarà un casino: lasciamo che se ne occupino Cina, Russia, Iran e gli altri». Forse un ragionamento simile, sommato al disinteresse verso quell'area per focalizzarsi sull'Indo-Pacifico, sta dietro al discorso pronunciato lunedì sera dal presidente Joe Biden. Ma chi può cantare vittoria per il successo dell'avanzata dei talebani? Chi sono «gli altri»? La Russia di Vladimir Putin è in modalità attendista. Zamir Kabulov, inviato speciale del presidente per l'Afghanistan, ha detto che Mosca «non ha fretta» di riconoscere il governo talebano come legittimo e prenderà una decisione in base a quanto «responsabilmente governeranno il Paese». L'obiettivo di Mosca è la stabilità dell'Asia centrale. Ma sa che, come dimostrano l'esperienza dell'Unione sovietica e la rapida recente ascesa dei talebani, la stabilità del Paese è difficile da raggiungere, tanto più da mantenere. Come la Russia, anche la Cina ha ospitato delegazioni talebane negli ultimi mesi e anni. Basti pensare che il mullah Abdul Ghani Baradar, cofondatore e numero due dei talebani, ha incontrato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, a Tianjin, in Cina, a luglio. Lunedì la diplomazia cinese ha fatto sapere che la situazione in Afghanistan è cambiata e la Cina rispetta la volontà e la scelta del popolo afgano (sostenendo, così, che l'Emirato sia scelta del popolo). Come ha detto ieri l'ex ministro Franco Frattini al Tempo, «la Cina ha un interesse vitale in Afghanistan di cui nessuno parla. In questo Paese c'è la riserva di minerali sotterranei maggiore del mondo. Nel momento in cui i cinesi si impadroniscono, legalmente, delle concessioni minerarie afghane, mettono India e Giappone con le spalle al muro, mettendo di conseguenza con le spalle a muro l'intero Occidente». Con l'appoggio di Russia e Cina, i Talebani potrebbero ottenere il peso internazionale di cui hanno bisogno per conquistare un riconoscimento più ampio. Per Ebrahim Raisi, neopresidente dell'Iran, la sconfitta militare e il ritiro dall'Afghanistan degli Stati Uniti «dovrebbe essere un'opportunità per ripristinare la vita, la sicurezza e una pace durevole» nel Paese. Ma Teheran, che pur ha mantenuto buoni rapporti con i talebani durante i colloquio di Doha, può avere un ora problema: i flussi di profughi afgani, anche a fronte della prosecuzione della pandemia di Covid-19. Per questo, la comunità internazionale dovrà «seriamente» prestare attenzione al tema, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh. Ma se Washington piange, Teheran non ride, secondo Sayed Maisam Wahidi dell'Institute for peace research and security policy. «Ci si aspetta che Teheran si impegni di più con i talebani e le altre parti in Afghanistan» ma «attraverso formati regionali per garantire che il futuro governo talebano sia inclusivo e riconosciuto dalla regione e dalla comunità internazionale», ha spiegato l'esperto in un dossier per l'Ispi. E il Qatar? Un fatto: l'emittente qatariota Al Jazeera ha trasmesso in diretta, dal posto, la presa del palazzo presidenziale di Kabul da parte dei Talebani. Tutto nasce dal fatto che il Qatar, che pur ospita una importante base militare degli Stati Uniti, ha sempre mantenuto legami con organizzazioni come Hamas, i Fratelli musulmani e appunto i talebani, che per anni hanno avuto a Doha la loro sede (anche l'ufficio politico del mullah Baradar era nella capitale qatariota). Per il Qatar, la vittoria dei talebani è un'ottima notizia, una leva da utilizzare in tutto il Medio Oriente per uscire davvero dagli anni, quelli dell'amministrazione Trump, di isolamento da parte dell'Arabia Saudita. Come il Qatar, anche la Turchia sostiene i Fratelli musulmani (e anche così si spiega il sostegno che i talebani hanno incassato in Siria e nella Striscia di Gaza). Ieri il ministro degli Esteri turco, Mevlut Çavusoglu, ha spiegato che il governo di Recep Tayyip Erdogan ha «accolto con favore i messaggi dati dai talebani finora. Continueremo a sostenere lo sviluppo economico, la stabilità, la pace e la tranquillità dell'Afghanistan», ha aggiunto. Per Ankara l'instabilità afgana può generare una leva di ricatto all'Unione europea (si pensi alla questione migranti). Infine, tra «gli altri» c'è il Pakistan, il vicino dell'Afghanistan che ha cullato per anni i talebani e che controlla i collegamenti tra Kabul e il porto di Karachi. Non c'è dubbio che il successo degli «studenti coranici» sia una vittoria anche per Islamabad. Questi sei Paesi hanno una cosa in comune: la volontà di cacciare gli Stati Uniti e i loro alleati dall'Afghanistan e in generale dalla regione. L'idea, però, che possano dare vita a una coalizione rasenta l'impossibile. Non fosse altro perché i loro intenti comuni si fermano a un antiamericanismo che si declina sotto forme e visioni diverse, per non dire opposte.
Maurizio Landini (Ansa)
Lo schema stanco che si ripete è sempre lo stesso. Le sigle rosse sfruttano il primo pretesto minimamente giustificabile per indire uno sciopero che metta in difficoltà il Paese e quindi il governo. La Commissione di garanzia individua delle violazioni delle norme e il responsabile dei Trasporti interviene. A quel punto, apriti cielo, la Cgil e i sindacati rossi hanno gioco (mediaticamente) facile a rivendicare una lesione dei diritti, la violazione della Costituzione e l’oppressione democratica.
Nell’ultima puntata però si è registrata una novità che ha messo a nudo l’ipocrisia di chi nasconde dietro alla retorica della lotta per i lavoratori la volontà di portare avanti una battaglia politica.
La trattativa tra i sindacati e la commissione guidata Paola Bellocchi va avanti da dicembre. E precisamente, da quando, nel rispetto dei tempi tecnici, le parti sociali avevano individuato nel 16 febbraio e nel 7 marzo (tra le altre) le date utili per la protesta delle compagnie aeree e delle società di handling/servizi aeroportuali prima, e dell’Enav (i controllori) poi.
Guarda caso nel pieno svolgimento delle Olimpiadi invernali (dal 6 febbraio al 22 febbraio) e dei Giochi Paralimpici (dal 6 marzo al 15 marzo).
In questo periodo, la Commissione prima e il governo poi, hanno cercato in tutti i modi un compromesso che portasse a una sorta di «tregua olimpica», tentativo che del resto era stato già fatto per il Giubileo. C’è un evento che porterà in Italia milioni di turisti, il Paese resterà per settimane al centro dell’attenzione dei media di tutto il mondo, insomma firmiamo un patto di non belligeranza, facciamo bella figura con il resto del Pianeta e poi se sarà proprio necessario torneremo a darcele di santa ragione.
Ragionevole? Niente affatto. I sindacati hanno respinto qualsiasi compromesso. La commissione ne ha preso atto e avendo ricevuto molteplici alert dai prefetti ha, come da legge, richiamato l’attenzione del ministro dei Trasporti evidenziando i rischi di «gravi pregiudizi per la libertà di circolazione e per le esigenze di sicurezza delle persone».
Ma ha fatto anche altro. Ha proposto delle date alternative, rendendole pubbliche. «Nell’ambito del procedimento di conciliazione di cui all’articolo 8 della legge 146 del 1990, e successive modificazioni», si legge nella delibera inviata al Mit, «si invita le parti a revocare gli scioperi proclamati per il 16 febbraio 2026 e per il 7 marzo 2026 ed, eventualmente, a concentrare le astensioni collettive in una data ricompresa tra il 24 febbraio 2026 ed il 4 marzo 2026, in quanto periodo non interessato dallo svolgimento delle manifestazioni sportive sopra richiamate».
Per la serie, proviamo a usare il buonsenso. Esercitiamo il sacrosanto diritto di sciopero qualche giorno dopo in modo da salvaguardare anche l’altrettanto sacrosanto diritto del Paese di mostrare la parte più bella di sé senza blocchi, disagi e manifestazioni varie.
Possibile? Neanche a parlarne. Dai sindacati, ancora una volta, non sono arrivate aperture. E arriviamo a venerdì mattina e alla recita del solito rituale stanco. Salvini che chiede a Cgil e compagni di fare un passo indietro, Landini & C. che respingono la richiesta al mittente, e il mittente che precetta. Il tutto condito da rivendicazioni, mezzi insulti e minacce.
Il risultato che si voleva raggiungere sin dall’inizio. Tant’è che dopo aver gridato alla restrizione dei diritti e all’allarme democratico, le parti sociali sono tornate sui loro passi e hanno modificato la data dello sciopero: non più il 16 febbraio adesso ci accontentiamo anche del 26.
Proprio come proposto qualche ora prima dalla commissione. E allora perché non farlo prima? La risposta è facilmente intuibile e mostra plasticamente come il vero fine delle proteste non sia quello di salvaguardare il diritto dei lavoratori tenendo a cuore anche le esigenze dei cittadini. Quanto politico: indurre il governo a pretendere la presenza sui luoghi di lavoro in modo da poter fare le vittime e gridare alla compressione dei diritti democratici. Salvo poi scioperare lo stesso. Chiamatela pure strategia della precettazione. Che funzionerà per Landini & C. ma non per il resto del Paese.
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Ansa
Ieri mattina la circolazione ferroviaria sulle linee Av Roma-Napoli e Roma-Firenze è stata infatti rallentata per due atti dolosi, entrambi alle porte della Capitale. Sulla Roma-Napoli la sala operativa di Rfi ha segnalato un’anomalia fra Salone e Labico e i tecnici intervenuti sul posto hanno riscontrato danni ai cunicoli contenenti i cavi che gestiscono la circolazione dei treni e la bruciatura degli stessi. Mentre sulla Roma-Firenze, per un altro atto doloso fra Tiburtina e Settebagni, lungo la Salaria, i treni hanno registrato ritardi e deviazioni. I lavori di ripristino all’infrastruttura sono iniziati nel primo pomeriggio e si sono conclusi alle 19.20 di ieri sera, dopo il completamento dei sopralluoghi da parte dell’autorità giudiziaria, ma nel frattempo i ritardi dei convogli erano cresciuti a dismisura, rendendo necessaria anche la soppressione di alcuni treni per recuperare il tempo perso. L’aggiornamento delle ore 15 da parte di Trenitalia parlava di deviazioni sulla linea convenzionale con ritardi anche di 120 minuti. Una ventina di treni di Alta velocità e regionali sono oggetto di variazioni (deviazioni, cancellazioni) e un’altra ventina di convogli Av e Intercity direttamente coinvolti con ritardi di oltre 60 minuti. Ma scorrendo il tabellone della stazione centrale di Bologna, poco dopo le 15 si registravano 150 minuti di ritardo per due Frecciarossa provenienti da Napoli e Roma e 145 per un treno Italo proveniente da Napoli. Ritardo di 110 minuti per un treno Italo partito da Salerno e 100 minuti per una Frecciarossa partita da Taranto.
Sui binari, ancora, si registrano ritardi compresi tra i 30 minuti e i 100 minuti per diversi convogli diretti a Bologna e provenienti, principalmente dal Sud del Paese. Scene simili a Milano, con ritardi che arrivavano che arrivano anche a 150 minuti per i treni in arrivo. A Roma Termini, schiacciata tra i due sabotaggi, i ritardi sono arrivati a raggiungere i 190 minuti.
Sulle due tratte colpite sono intervenuti gli agenti della Polfer e gli investigatori della Digos della questura di Roma, che stanno predisponendo un’informativa verrà inviata nelle prossime ore alla Procura di Roma. Per chi indaga, la pista dolosa appare evidente e con chiari richiami agli atti di sabotaggio avvenuti la settimana scorsa sulla linea ferroviaria di Bologna. Il gruppo Fs, in una nota, ha ricostruito così il secondo sabato nero dei treni: «Stamattina si sono verificati due atti dolosi che hanno interessato la rete ferroviaria nazionale. Uno sulla linea Av Roma-Napoli, fra Salone e Labico, è stato segnalato alle 5.40 circa. I tecnici hanno riscontrato alcuni cunicoli scoperchiati contenenti i cavi che gestiscono la circolazione ferroviaria e la bruciatura degli stessi. Dopo l’intervento e i rilievi delle Autorità, i tecnici Rfi hanno permesso il ripristino dell’infrastruttura alle 13.35. Un altro sulla linea Av Roma-Firenze, fra Tiburtina e Settebagni, è stato segnalato alle 4.30 circa. I tecnici intervenuti sul posto hanno riscontrato alcuni cavi bruciati».
Quella dei danneggiamenti alle ferrovie è una situazione che va in crescendo. Secondo i numeri diffusi nei giorni scorsi dal Viminale, nel 2025 si sono registrati 49 casi, in forte aumento rispetto ai 9 del 2024.
Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha definito i boicottaggi «odiosi atti criminali contro i lavoratori e contro l’Italia». Poi il vicepremier ha spiegato: «È stata aumentata la vigilanza e abbiamo incrementato i controlli per stanare questi delinquenti, sperando che nessuno minimizzi o giustifichi gesti criminali che mettono a rischio la vita delle persone».
Sulla stessa linea il sottosegretario al Mit, Tullio Ferrante (Forza Italia), che definisce i sabotaggi «una minaccia alla sicurezza» e invoca «pene esemplari» e «risarcimenti milionari» a carico dei responsabili. Dalla maggioranza, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami parla di «ennesimi sabotaggi da parte di criminali» e rilancia la necessità di pene più severe.
Preoccupazione anche dalle associazioni di consumatori. Assoutenti sottolinea che atti del genere «mettono a rischio la sicurezza e causano disagi enormi», chiedendo di rafforzare la sorveglianza e i sistemi di allerta preventiva. Più netto ancora il Codacons, che annuncia azioni legali per maxi-risarcimenti qualora vengano individuati i responsabili e paventa il rischio che i viaggiatori «di vedersi negati gli indennizzi previsti dalla normativa in caso di ritardi dei treni» perché l regolamento europeo esclude l’indennizzo ai passeggeri se il ritardo è dovuto a comportamenti di terzi non evitabili dall’impresa ferroviaria, come sabotaggi o terrorismo.
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Il presidente della Cei Matteo Maria Zuppi e il vice Francesco Savino (Imagoeconomica)
Avvenire ieri ha dovuto ribadire che «la Cei non ha intenzione di entrare nella campagna referendaria». Lo ha ridetto anche il direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, Vincenzo Corrado, il quale ha dovuto emettere un comunicato per spiegare che «la Conferenza episcopale italiana non è entrata nel merito della questione con indicazioni di voto». Secondo Corrado la Cei ha semplicemente «espresso un forte invito alla partecipazione, sollecitando una corretta informazione per una scelta consapevole e sempre nel segno del bene comune». L’insistenza è sospetta: se si deve continuare a ripetere che la Cei non si schiera è perché essa sembra a tutti gli effetti schierata.
Sarebbe difficile per chiunque dimostrare il contrario. Prima è stato il turno del presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, che a fine gennaio si è premurato di invitare i cittadini a partecipare alla consultazione: «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i costituenti hanno lasciato come preziosa eredità da preservare. Autonomia e indipendenza dei giudici sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, valori da perseguire nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non devono lasciare indifferenti». Parole per lo meno ambigue, se non decisamente sbilanciate. La sensazione di uno slittamento verso le posizioni del No è confermata dall’atteggiamento del vicepresidente della Cei, Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio. Il quale il prossimo 13 marzo parteciperà al congresso di Magistratura democratica - la più sinistrorsa delle correnti - intitolato «Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro». Savino prenderà parte a un dibattito intitolato «L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo», condotto da Massimo Giannini di Repubblica assieme alla presidente di Md, Silvia Albano, e ad altre personalità del mondo progressista. Chiaramente Avvenire è costretto a sorvolare su questa uscita pubblica del monsignore, e la Cei non la commenta. Tuttavia la tempistica con cui la Conferenza episcopale ha fatto intervenire il suo comunicatore Corrado è indicativa. In buona sostanza gli alti rappresentanti dei vescovi spingono surrettiziamente per il No, ma si rendono conto di provocare un notevole imbarazzo che cercano di smussare atteggiandosi a imparziali.
Nella nota che ha diffuso Corrado, per altro, ci sono affermazioni pregnanti e assolutamente condivisibili. Si spiega come il referendum rientri fra le questioni opinabili «riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica». Temi su cui «non bisogna presentare la propria tesi come dottrina della Chiesa». In pratica i vescovi si rimproverano da soli. Il referendum, infatti, non riguarda una questione di specifica rilevanza dottrinale. Gli italiani non sono chiamati a votare su, per dire, aborto o fine vita, cioè su argomenti riguardo ai quali le gerarchie ecclesiastiche dovrebbero prendere posizione. La giustizia è certo una faccenda importante, ma ciascun cattolico è libero di pensarla come vuole. Per questo le scivolate degli alti prelati sono particolarmente sgradevoli e possono portare confusione e smarrimento tra i fedeli.
A tale proposito è importante notare ciò che ha scritto ieri su Startmagazine l’ex ministro Maurizio Sacconi, precisando che la materia giustizia «non è evidentemente dogmatica anche se la Cei, in passato, non ha lesinato critiche al governo sull’Autonomia differenziata che c’entra ben poco con la fede». Sacconi, a dire il vero, è fin troppo tenero quando sostiene che «questa volta la Cei ha preferito il cerchiobottismo invitando, peraltro lodevolmente, a non disertare le urne». Ma il punto centrale dell’intervento di Sacconi è un altro. Egli ricorda che esiste una forte mobilitazione del mondo cattolico a favore del Sì. «Per primo si era però già pronunciato per il Sì l’anziano ma sempre lucido don Camillo (Ruini), che per lunghi anni ha guidato la Chiesa italiana con Giovanni Paolo II», scrive l’ex ministro. «Contemporaneamente, il network Ditelo sui tetti, che riunisce oltre 100 associazioni di ispirazione cristiana ed è molto vicino al Segretario di Stato Parolin, ha dato vita ai comitati civici (ne sono nati già 50) per il Sì evocando il ruolo di Luigi Gedda nel 1948. È un mondo che rimprovera alla magistratura ideologizzata di avere spesso scavalcato il Parlamento sui temi della vita nascente, del genere, della famiglia, dell’eutanasia per cui confida che la riforma riconduca il giudice ad applicare e non creare la norma». Infine bisogna ricordare che «un gruppo di ex parlamentari e giuristi cattolici vicini al centrosinistra ha promosso un comitato nazionale di popolari per il Sì rifacendosi alle posizioni già assunte in passato».
Il caos sulla campagna referendaria sta tutto qui. L’argomento del referendum non riguarda la dottrina della Chiesa, e da una parte ci sono molti cristiani che sostengono le ragioni del Sì. Dall’altra però i vertici della Cei, non nuovi a prese di posizione tendenti a sinistra, alternano uscite sibilline a interventi a sostegno del No. Grazie ad alcuni vescovi, insomma, grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è deprimente.
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