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2021-08-17
Il «perdono» talebano e gli appetiti cinesi
Costfoto/Barcroft Media via Getty Images
Dopo il caos e le interruzioni del traffico aereo all'aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul di lunedì scorso, le operazioni aeree statunitensi sono riprese nelle giornata di ieri; tuttavia i militari «stanno ancora lavorando per garantire che la sicurezza sia sostenibile», ha affermato John Kirby, portavoce del Pentagono. Ora che le operazioni aeree sono riprese, gli americani presenti nel Paese si stanno recando in queste ore all'aeroporto in modo da salire sul primo volo che li riporterà a casa. Ma quanti sono davvero i cittadini statunitensi in Afghanistan? Nessuno lo sa (o lo dice) e lo stesso portavoce del Pentagono non è stato in grado a precisa domanda di rispondere. E resta sconosciuto anche il numero di afgani che potranno andare negli Usa in modo da evitare l'impiccagione. Tra coloro che coordineranno le vendette talebane c'è quel Khalil Al Rahman Haqqani uno dei leader della «rete Haqqani» e miliziano qaedista, sul quale pende una taglia di 5 milioni di dollari, che proprio ieri ha fatto visita al quartier generale talebano. Funzionari afgani e autorità internazionali del terrorismo lo considerano il gruppo terrorista più letale in Afghanistan accusato di alcune delle violenze più efferate nel Paese, compresi gli attacchi alle ambasciate a Kabul, al Palazzo del Parlamento afgano e alle basi militari Usa. Curiosa la sua presenza a Kabul mentre il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid nella sua prima conferenza stampa si mostrava conciliante con frasi come: «Vogliamo assicurarci che l'Afghanistan non sia più un campo di battaglia»; «Abbiamo perdonato tutti coloro che hanno combattuto contro di noi. Le animosità sono finite. Non vogliamo nemici esterni o interni». Assicurati,a parole, anche i diritti delle donne, seppur «nella sharia». L'amnistia di cui i talebani hanno parlato in queste ore sarebbe riservata ai funzionari statali che hanno lavorato con il passato regime e quindi con gli occidentali, anche se in pochi credono sarà davvero così ed è più realistico pensare che una volta che gli occidentali avranno lasciato il Paese scatterà la vendetta talebana covata per 20 anni.
Se molti stanno fuggendo a gambe levate dall'Emirato islamico afgano c'è invece chi ci arriva: nelle ultime 24 ore gli Stati Uniti hanno inviato circa 1.000 soldati in Afghanistan, portando il numero degli effettivi a 3.500 ma c'è chi dice che l'obbiettivo sarebbe quello di arrivare a 6.000. E le parole del presidente Joe Biden? Una nostra fonte in ambito Nato ci conferma che questo non sarebbe certo un problema «perché non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca dice una cosa al mondo e gli apparati ne fanno un'altra lontano dai riflettori».
Sul fronte internazionale continua lo smarcamento turco e russo. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu ha dichiarato al quotidiano turco Daily Sabah: «La Turchia accoglie con favore i messaggi positivi dati dai talebani agli stranieri, alle missioni diplomatiche e alla loro stessa popolazione. Spero che vedremo lo stesso approccio nelle loro azioni». Ma Çavusoglu ha anche steso un tappeto rosso ai talebani: «Mantenere il dialogo con tutte le parti, inclusi i talebani».
Sulla stessa lunghezza d'onda i russi con il ministro degli Esteri Serghei Lavrov che ha detto: «I talebani stanno dichiarando e dimostrando nella pratica la loro volontà di rispettare l'opinione degli altri: è un segnale positivo. In particolare hanno detto che sono pronti a discutere di un governo in cui non ci siano solo loro ma che preveda anche la partecipazione di altri rappresentanti afgani». L'astuto Lavrov infine ha anche auspicato un vertice tra tutti i gruppi etnici del Paese. Un consiglio che i talebani difficilmente ascolteranno anche perché tutti coloro che hanno favorito la rivolta talebana vanno tenuti a bada e pagati. Mentre negli Usa la polemica politica resta incandescente, la Cnn ha mandato in onda l'intervista al comandante talebano Muhammed Arif Mustafa che ha detto senza alcuna esitazione: «Siamo convinti che un giorno i mujahedin avranno la vittoria e che la legge islamica non arriverà solo in Afghanistan, ma in tutto il mondo. Non abbiamo fretta. Crediamo che un giorno arriverà».
Infine, l'intelligence Usa ha fallito oppure no? Per l'analista strategico Franco Iacch «l'intelligence, oltre alla raccolta dei dati, elabora costantemente dei modelli previsionali su ciò che potrebbe accadere nel breve, medio e lungo termine. Tale slancio previsionale è concepito per garantire immediata consapevolezza al decisore politico sui contesti che potrebbero verificarsi. Comprendere, mitigare e neutralizzare le minacce. Fornire giudizi e formulare raccomandazioni per supportare i decisori ad agire per mitigare tutte le minacce è compito dell'intelligence. Al presidente degli Stati Uniti, grazie alla infallibilità concessa, spetta il diritto di emettere giudizi e valutazioni che possono avere delle conseguenze su scala planetaria. L'intelligence statunitense ha sempre ribadito prima a Trump e poi a Biden che un ritiro prematuro e incondizionato dall'Afghanistan avrebbe innescato l'acquisizione talebana del Paese. Le valutazioni dell'intelligence hanno sempre rilevato che senza il continuo sostegno americano, le Forze di sicurezza nazionali afgane si sarebbero indebolite fino alla completa disintegrazione. Mentre la Cia, che non è certamente la Afghanistan's National Directorate of Security, ha da tempo una visione pessimistica delle prospettive di stabilità in Afghanistan, tali valutazioni sono state affinate nelle ultime settimane man mano che i talebani acquisivano progressi tattici. Le conoscenze, le raccomandazioni e le strategie degli analisti dell'intelligence aiutano a identificare, comprendere e combattere le minacce, ma spetterà sempre all'infallibilità del comandante in capo l'ultima parola. Sarebbe opportuno visionare anche i rapporti classificati per parlare di fallimento dell'intelligence. Nell'attesa», aggiunge l'esperto, «si può certamente parlare di errori delle diverse amministrazioni che si sono avvicendate, incapaci di comprendere la storia, le dinamiche tribali, la cultura dell'Afghanistan e di quanto sia drasticamente diversa da qualsiasi nazione occidentale».
Una regione per sei padrini. Dopo la fuga americana l’Afghanistan fa gola a molti
Meno di un mese fa Doug Bandow, già consigliere del presidente statunitense Ronal Reagan oggi membro di spicco del centro studi libertario Cato Institute, scriveva sul sito non-interventista Antiwar.com che «l'Afghanistan sarà un casino: lasciamo che se ne occupino Cina, Russia, Iran e gli altri». Forse un ragionamento simile, sommato al disinteresse verso quell'area per focalizzarsi sull'Indo-Pacifico, sta dietro al discorso pronunciato lunedì sera dal presidente Joe Biden.
Ma chi può cantare vittoria per il successo dell'avanzata dei talebani? Chi sono «gli altri»?
La Russia di Vladimir Putin è in modalità attendista. Zamir Kabulov, inviato speciale del presidente per l'Afghanistan, ha detto che Mosca «non ha fretta» di riconoscere il governo talebano come legittimo e prenderà una decisione in base a quanto «responsabilmente governeranno il Paese». L'obiettivo di Mosca è la stabilità dell'Asia centrale. Ma sa che, come dimostrano l'esperienza dell'Unione sovietica e la rapida recente ascesa dei talebani, la stabilità del Paese è difficile da raggiungere, tanto più da mantenere.
Come la Russia, anche la Cina ha ospitato delegazioni talebane negli ultimi mesi e anni. Basti pensare che il mullah Abdul Ghani Baradar, cofondatore e numero due dei talebani, ha incontrato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, a Tianjin, in Cina, a luglio. Lunedì la diplomazia cinese ha fatto sapere che la situazione in Afghanistan è cambiata e la Cina rispetta la volontà e la scelta del popolo afgano (sostenendo, così, che l'Emirato sia scelta del popolo). Come ha detto ieri l'ex ministro Franco Frattini al Tempo, «la Cina ha un interesse vitale in Afghanistan di cui nessuno parla. In questo Paese c'è la riserva di minerali sotterranei maggiore del mondo. Nel momento in cui i cinesi si impadroniscono, legalmente, delle concessioni minerarie afghane, mettono India e Giappone con le spalle al muro, mettendo di conseguenza con le spalle a muro l'intero Occidente». Con l'appoggio di Russia e Cina, i Talebani potrebbero ottenere il peso internazionale di cui hanno bisogno per conquistare un riconoscimento più ampio. Per Ebrahim Raisi, neopresidente dell'Iran, la sconfitta militare e il ritiro dall'Afghanistan degli Stati Uniti «dovrebbe essere un'opportunità per ripristinare la vita, la sicurezza e una pace durevole» nel Paese. Ma Teheran, che pur ha mantenuto buoni rapporti con i talebani durante i colloquio di Doha, può avere un ora problema: i flussi di profughi afgani, anche a fronte della prosecuzione della pandemia di Covid-19. Per questo, la comunità internazionale dovrà «seriamente» prestare attenzione al tema, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh. Ma se Washington piange, Teheran non ride, secondo Sayed Maisam Wahidi dell'Institute for peace research and security policy. «Ci si aspetta che Teheran si impegni di più con i talebani e le altre parti in Afghanistan» ma «attraverso formati regionali per garantire che il futuro governo talebano sia inclusivo e riconosciuto dalla regione e dalla comunità internazionale», ha spiegato l'esperto in un dossier per l'Ispi. E il Qatar? Un fatto: l'emittente qatariota Al Jazeera ha trasmesso in diretta, dal posto, la presa del palazzo presidenziale di Kabul da parte dei Talebani. Tutto nasce dal fatto che il Qatar, che pur ospita una importante base militare degli Stati Uniti, ha sempre mantenuto legami con organizzazioni come Hamas, i Fratelli musulmani e appunto i talebani, che per anni hanno avuto a Doha la loro sede (anche l'ufficio politico del mullah Baradar era nella capitale qatariota). Per il Qatar, la vittoria dei talebani è un'ottima notizia, una leva da utilizzare in tutto il Medio Oriente per uscire davvero dagli anni, quelli dell'amministrazione Trump, di isolamento da parte dell'Arabia Saudita.
Come il Qatar, anche la Turchia sostiene i Fratelli musulmani (e anche così si spiega il sostegno che i talebani hanno incassato in Siria e nella Striscia di Gaza). Ieri il ministro degli Esteri turco, Mevlut Çavusoglu, ha spiegato che il governo di Recep Tayyip Erdogan ha «accolto con favore i messaggi dati dai talebani finora. Continueremo a sostenere lo sviluppo economico, la stabilità, la pace e la tranquillità dell'Afghanistan», ha aggiunto. Per Ankara l'instabilità afgana può generare una leva di ricatto all'Unione europea (si pensi alla questione migranti). Infine, tra «gli altri» c'è il Pakistan, il vicino dell'Afghanistan che ha cullato per anni i talebani e che controlla i collegamenti tra Kabul e il porto di Karachi. Non c'è dubbio che il successo degli «studenti coranici» sia una vittoria anche per Islamabad.
Questi sei Paesi hanno una cosa in comune: la volontà di cacciare gli Stati Uniti e i loro alleati dall'Afghanistan e in generale dalla regione. L'idea, però, che possano dare vita a una coalizione rasenta l'impossibile. Non fosse altro perché i loro intenti comuni si fermano a un antiamericanismo che si declina sotto forme e visioni diverse, per non dire opposte.
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I nuovi padroni dell'Afghanistan ostentano spirito di riconciliazione: «Perdono per i nemici e diritti alle donne (nella sharia)». Intanto, però, nel loro quartier generale c'è Khalil Al Rahman Haqqani, spietato terrorista della rete creata da Bin Laden.Una regione per sei padrini. Dopo la fuga americana l'Afghanistan fa gola a molti. Russia, Cina, Iran, Qatar, Turchia e Pakistan corteggiano il governo fondamentalista. È in particolare Pechino a puntare le riserve di minerali di cui è ricco quel sottosuolo.Lo speciale comprende due articoli. Dopo il caos e le interruzioni del traffico aereo all'aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul di lunedì scorso, le operazioni aeree statunitensi sono riprese nelle giornata di ieri; tuttavia i militari «stanno ancora lavorando per garantire che la sicurezza sia sostenibile», ha affermato John Kirby, portavoce del Pentagono. Ora che le operazioni aeree sono riprese, gli americani presenti nel Paese si stanno recando in queste ore all'aeroporto in modo da salire sul primo volo che li riporterà a casa. Ma quanti sono davvero i cittadini statunitensi in Afghanistan? Nessuno lo sa (o lo dice) e lo stesso portavoce del Pentagono non è stato in grado a precisa domanda di rispondere. E resta sconosciuto anche il numero di afgani che potranno andare negli Usa in modo da evitare l'impiccagione. Tra coloro che coordineranno le vendette talebane c'è quel Khalil Al Rahman Haqqani uno dei leader della «rete Haqqani» e miliziano qaedista, sul quale pende una taglia di 5 milioni di dollari, che proprio ieri ha fatto visita al quartier generale talebano. Funzionari afgani e autorità internazionali del terrorismo lo considerano il gruppo terrorista più letale in Afghanistan accusato di alcune delle violenze più efferate nel Paese, compresi gli attacchi alle ambasciate a Kabul, al Palazzo del Parlamento afgano e alle basi militari Usa. Curiosa la sua presenza a Kabul mentre il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid nella sua prima conferenza stampa si mostrava conciliante con frasi come: «Vogliamo assicurarci che l'Afghanistan non sia più un campo di battaglia»; «Abbiamo perdonato tutti coloro che hanno combattuto contro di noi. Le animosità sono finite. Non vogliamo nemici esterni o interni». Assicurati,a parole, anche i diritti delle donne, seppur «nella sharia». L'amnistia di cui i talebani hanno parlato in queste ore sarebbe riservata ai funzionari statali che hanno lavorato con il passato regime e quindi con gli occidentali, anche se in pochi credono sarà davvero così ed è più realistico pensare che una volta che gli occidentali avranno lasciato il Paese scatterà la vendetta talebana covata per 20 anni. Se molti stanno fuggendo a gambe levate dall'Emirato islamico afgano c'è invece chi ci arriva: nelle ultime 24 ore gli Stati Uniti hanno inviato circa 1.000 soldati in Afghanistan, portando il numero degli effettivi a 3.500 ma c'è chi dice che l'obbiettivo sarebbe quello di arrivare a 6.000. E le parole del presidente Joe Biden? Una nostra fonte in ambito Nato ci conferma che questo non sarebbe certo un problema «perché non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca dice una cosa al mondo e gli apparati ne fanno un'altra lontano dai riflettori». Sul fronte internazionale continua lo smarcamento turco e russo. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu ha dichiarato al quotidiano turco Daily Sabah: «La Turchia accoglie con favore i messaggi positivi dati dai talebani agli stranieri, alle missioni diplomatiche e alla loro stessa popolazione. Spero che vedremo lo stesso approccio nelle loro azioni». Ma Çavusoglu ha anche steso un tappeto rosso ai talebani: «Mantenere il dialogo con tutte le parti, inclusi i talebani». Sulla stessa lunghezza d'onda i russi con il ministro degli Esteri Serghei Lavrov che ha detto: «I talebani stanno dichiarando e dimostrando nella pratica la loro volontà di rispettare l'opinione degli altri: è un segnale positivo. In particolare hanno detto che sono pronti a discutere di un governo in cui non ci siano solo loro ma che preveda anche la partecipazione di altri rappresentanti afgani». L'astuto Lavrov infine ha anche auspicato un vertice tra tutti i gruppi etnici del Paese. Un consiglio che i talebani difficilmente ascolteranno anche perché tutti coloro che hanno favorito la rivolta talebana vanno tenuti a bada e pagati. Mentre negli Usa la polemica politica resta incandescente, la Cnn ha mandato in onda l'intervista al comandante talebano Muhammed Arif Mustafa che ha detto senza alcuna esitazione: «Siamo convinti che un giorno i mujahedin avranno la vittoria e che la legge islamica non arriverà solo in Afghanistan, ma in tutto il mondo. Non abbiamo fretta. Crediamo che un giorno arriverà». Infine, l'intelligence Usa ha fallito oppure no? Per l'analista strategico Franco Iacch «l'intelligence, oltre alla raccolta dei dati, elabora costantemente dei modelli previsionali su ciò che potrebbe accadere nel breve, medio e lungo termine. Tale slancio previsionale è concepito per garantire immediata consapevolezza al decisore politico sui contesti che potrebbero verificarsi. Comprendere, mitigare e neutralizzare le minacce. Fornire giudizi e formulare raccomandazioni per supportare i decisori ad agire per mitigare tutte le minacce è compito dell'intelligence. Al presidente degli Stati Uniti, grazie alla infallibilità concessa, spetta il diritto di emettere giudizi e valutazioni che possono avere delle conseguenze su scala planetaria. L'intelligence statunitense ha sempre ribadito prima a Trump e poi a Biden che un ritiro prematuro e incondizionato dall'Afghanistan avrebbe innescato l'acquisizione talebana del Paese. Le valutazioni dell'intelligence hanno sempre rilevato che senza il continuo sostegno americano, le Forze di sicurezza nazionali afgane si sarebbero indebolite fino alla completa disintegrazione. Mentre la Cia, che non è certamente la Afghanistan's National Directorate of Security, ha da tempo una visione pessimistica delle prospettive di stabilità in Afghanistan, tali valutazioni sono state affinate nelle ultime settimane man mano che i talebani acquisivano progressi tattici. Le conoscenze, le raccomandazioni e le strategie degli analisti dell'intelligence aiutano a identificare, comprendere e combattere le minacce, ma spetterà sempre all'infallibilità del comandante in capo l'ultima parola. Sarebbe opportuno visionare anche i rapporti classificati per parlare di fallimento dell'intelligence. Nell'attesa», aggiunge l'esperto, «si può certamente parlare di errori delle diverse amministrazioni che si sono avvicendate, incapaci di comprendere la storia, le dinamiche tribali, la cultura dell'Afghanistan e di quanto sia drasticamente diversa da qualsiasi nazione occidentale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-talebani-fanno-i-buoni-ma-rispunta-al-qaeda-2654697807.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-regione-per-sei-padrini-dopo-la-fuga-americana-lafghanistan-fa-gola-a-molti" data-post-id="2654697807" data-published-at="1629229863" data-use-pagination="False"> Una regione per sei padrini. Dopo la fuga americana l’Afghanistan fa gola a molti Meno di un mese fa Doug Bandow, già consigliere del presidente statunitense Ronal Reagan oggi membro di spicco del centro studi libertario Cato Institute, scriveva sul sito non-interventista Antiwar.com che «l'Afghanistan sarà un casino: lasciamo che se ne occupino Cina, Russia, Iran e gli altri». Forse un ragionamento simile, sommato al disinteresse verso quell'area per focalizzarsi sull'Indo-Pacifico, sta dietro al discorso pronunciato lunedì sera dal presidente Joe Biden. Ma chi può cantare vittoria per il successo dell'avanzata dei talebani? Chi sono «gli altri»? La Russia di Vladimir Putin è in modalità attendista. Zamir Kabulov, inviato speciale del presidente per l'Afghanistan, ha detto che Mosca «non ha fretta» di riconoscere il governo talebano come legittimo e prenderà una decisione in base a quanto «responsabilmente governeranno il Paese». L'obiettivo di Mosca è la stabilità dell'Asia centrale. Ma sa che, come dimostrano l'esperienza dell'Unione sovietica e la rapida recente ascesa dei talebani, la stabilità del Paese è difficile da raggiungere, tanto più da mantenere. Come la Russia, anche la Cina ha ospitato delegazioni talebane negli ultimi mesi e anni. Basti pensare che il mullah Abdul Ghani Baradar, cofondatore e numero due dei talebani, ha incontrato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, a Tianjin, in Cina, a luglio. Lunedì la diplomazia cinese ha fatto sapere che la situazione in Afghanistan è cambiata e la Cina rispetta la volontà e la scelta del popolo afgano (sostenendo, così, che l'Emirato sia scelta del popolo). Come ha detto ieri l'ex ministro Franco Frattini al Tempo, «la Cina ha un interesse vitale in Afghanistan di cui nessuno parla. In questo Paese c'è la riserva di minerali sotterranei maggiore del mondo. Nel momento in cui i cinesi si impadroniscono, legalmente, delle concessioni minerarie afghane, mettono India e Giappone con le spalle al muro, mettendo di conseguenza con le spalle a muro l'intero Occidente». Con l'appoggio di Russia e Cina, i Talebani potrebbero ottenere il peso internazionale di cui hanno bisogno per conquistare un riconoscimento più ampio. Per Ebrahim Raisi, neopresidente dell'Iran, la sconfitta militare e il ritiro dall'Afghanistan degli Stati Uniti «dovrebbe essere un'opportunità per ripristinare la vita, la sicurezza e una pace durevole» nel Paese. Ma Teheran, che pur ha mantenuto buoni rapporti con i talebani durante i colloquio di Doha, può avere un ora problema: i flussi di profughi afgani, anche a fronte della prosecuzione della pandemia di Covid-19. Per questo, la comunità internazionale dovrà «seriamente» prestare attenzione al tema, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh. Ma se Washington piange, Teheran non ride, secondo Sayed Maisam Wahidi dell'Institute for peace research and security policy. «Ci si aspetta che Teheran si impegni di più con i talebani e le altre parti in Afghanistan» ma «attraverso formati regionali per garantire che il futuro governo talebano sia inclusivo e riconosciuto dalla regione e dalla comunità internazionale», ha spiegato l'esperto in un dossier per l'Ispi. E il Qatar? Un fatto: l'emittente qatariota Al Jazeera ha trasmesso in diretta, dal posto, la presa del palazzo presidenziale di Kabul da parte dei Talebani. Tutto nasce dal fatto che il Qatar, che pur ospita una importante base militare degli Stati Uniti, ha sempre mantenuto legami con organizzazioni come Hamas, i Fratelli musulmani e appunto i talebani, che per anni hanno avuto a Doha la loro sede (anche l'ufficio politico del mullah Baradar era nella capitale qatariota). Per il Qatar, la vittoria dei talebani è un'ottima notizia, una leva da utilizzare in tutto il Medio Oriente per uscire davvero dagli anni, quelli dell'amministrazione Trump, di isolamento da parte dell'Arabia Saudita. Come il Qatar, anche la Turchia sostiene i Fratelli musulmani (e anche così si spiega il sostegno che i talebani hanno incassato in Siria e nella Striscia di Gaza). Ieri il ministro degli Esteri turco, Mevlut Çavusoglu, ha spiegato che il governo di Recep Tayyip Erdogan ha «accolto con favore i messaggi dati dai talebani finora. Continueremo a sostenere lo sviluppo economico, la stabilità, la pace e la tranquillità dell'Afghanistan», ha aggiunto. Per Ankara l'instabilità afgana può generare una leva di ricatto all'Unione europea (si pensi alla questione migranti). Infine, tra «gli altri» c'è il Pakistan, il vicino dell'Afghanistan che ha cullato per anni i talebani e che controlla i collegamenti tra Kabul e il porto di Karachi. Non c'è dubbio che il successo degli «studenti coranici» sia una vittoria anche per Islamabad. Questi sei Paesi hanno una cosa in comune: la volontà di cacciare gli Stati Uniti e i loro alleati dall'Afghanistan e in generale dalla regione. L'idea, però, che possano dare vita a una coalizione rasenta l'impossibile. Non fosse altro perché i loro intenti comuni si fermano a un antiamericanismo che si declina sotto forme e visioni diverse, per non dire opposte.
Giorgia Meloni (Getty Images)
Lo ha fatto sapere l’Eliseo e sono i media francesi a precisare che dall’insediamento di Meloni nel 2022 e dal trattato del Quirinale, del 2021, si tratta del primo vertice che disciplina le relazioni bilaterali. «Nove ministri di entrambe le parti» e un «forum economico franco-italiano» nella vicina Le Cannet, nonché a una visita ministeriale alla sede centrale di Thales Alenia Space, azienda franco-italiana, a Cannes.
«I due leader scambieranno inoltre opinioni sulle principali questioni europee e internazionali e discuteranno le modalità per rafforzare i legami tra la società civile francese e quella italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura». Un segnale quello dell’Eliseo, dopo anni di rapporti tiepidi, che lascia intendere un’apertura nei confronti delle politiche del governo Meloni. Ed è Roberta Metsola, in occasione di un’intervista con Bruno Vespa al Forum in Masseria, a sposare subito la proposta di Meloni di proporre una voce unica con Mosca. Mancano pochi giorni al Consiglio europeo, dove si parlerà di questo ma anche dei numeri del prossimo quadro finanziario pluriennale (Qfp), il programma di spesa a lungo termine dell’Ue. Meloni nel suo intervento alle Camere aveva già ribadito che l’Italia non accetterà «un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori».
Adesso anche la Germania esprime insoddisfazione e considera «assolutamente deludente» la proposta presentata dalla presidenza cipriota per il prossimo bilancio pluriennale europeo. Lo ha fatto sapere una fonte diplomatica tedesca: «Non entrerò oggi nei dettagli, ma per noi questo non può assolutamente costituire una base per arrivare a un accordo. La proposta negoziale è inaccessibile dal punto di vista finanziario e non è nemmeno stata riformata nella direzione necessaria. Abbiamo bisogno di tagli significativi al volume complessivo in tutti i settori». Per il governo tedesco, «primo, per ridurre sensibilmente le cifre complessive, il 2% è di gran lunga insufficiente. Secondo, per mantenere la corretta priorità delle politiche che la Commissione ha indicato nella sua proposta presentata un anno fa, la modernizzazione del quadro finanziario pluriennale deve essere realizzata. Non approveremo né un quadro finanziario pluriennale troppo costoso né uno privo di riforme». Berlino si dice disponibile ad arrivare un accordo già nel 2026, in quanto «riteniamo che nel 2027 sia estremamente improbabile arrivare a una conclusione, a causa delle elezioni in molti Stati membri dell’Ue» e quindi, «senza un accordo quest’anno, è poco probabile che nel 2028 possano effettivamente iniziare a essere erogati i fondi».
E c’è da immaginare che Italia e Germania non rimarranno gli unici Paesi membri ad esprimere malcontento su questo tema, a dimostrazione che le politiche europee, anche in questo campo, sono state insoddisfacenti. I socialisti (S&D) definiscono il tutto «preoccupante».
Continuano intanto i bilaterali di Meloni con i leader esteri. Ieri il premier ha ricevuto a Villa Pamphili il presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung, nel quadro della sua visita di Stato in Italia. L’incontro, che fa seguito alla missione di Meloni a Seul il 19 gennaio scorso, ha consentito di elevare le relazioni tra Italia e Corea al livello di Partenariato strategico speciale e di adottare un Piano d’Azione 2026-2030 per intensificare la collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa.
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Kaja Kallas (Getty Images)
Berlino e Parigi vorrebbero ridimensionare il servizio diplomatico Ue, Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), 5.000 dipendenti e budget di 1 miliardo d’euro l’anno, ponendolo sotto controllo della Commissione e licenziando la Kallas. Lei ha difeso il suo operato con una mail visionata dalla testata Politico e indirizzata allo staff Seae: «Rimarco quanto valore aggiunto abbiamo dato all’Europa come squadra, specie in un periodo di guerra in Europa». Guerra, quella fra Russia e Ucraina, in cui il fatto che la Kallas sia estone, assai meno disposta verso Mosca che le nazioni occidentali fondatrici dell’Ue, ostacola una trattativa.
Stando a fonti come Euractiv, la rappresentante Esteri, in colloqui a porte chiuse tenuti in Messico fra 20 e 22 maggio, ha paragonato Israele al Sudafrica dell’apartheid per la «politica razzista di Israele verso i palestinesi». Ma la reazione ai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 non ha nulla a che fare con un regime legislativo che fino al 1990 segregò i neri sudafricani. Che poi Israele e Sudafrica siano stati in passato vicini, ma per altre ragioni, come sviluppare insieme un programma nucleare, quando anche Pretoria inseguiva la «Bomba», ma a differenza di Tel Aviv vi rinunciò, sfociato nell’esplosione atomica sull’Oceano Indiano del 1979, è tutt’altra faccenda.
Ieri, presenziando a Parigi per la conferenza «Paris Call for the Two-State Solution, Peace and Regional Security», sulla pace israelo-palestinese, ha ribadito che «la soluzione a due Stati è l’unica via». La soluzione a due Stati è anche l’auspicio ufficiale del governo italiano e di altri governi occidentali. Anche le critiche ai coloni ebrei violenti in Cisgiordania, che la Kallas ha annunciato in agenda al vertice di lunedì dei ministri degli Esteri dell’Ue, son legittime. Ma dire che Israele applica un’apartheid è una gaffe fuori luogo. Non solo.
Il 28 maggio, al vertice dei ministri degli Esteri Ue a Limassol, a Cipro, Kallas ha incrinato i rapporti Bruxelles-Washington sostenendo che, a causa dei bombardamenti russi su Kiev, «i diplomatici americani se ne sono andati, quelli europei sono rimasti».
Non era vero, i diplomatici Usa sono rimasti a Kiev. Fonti Ue commentano: «Errori inaccettabili per un capo della politica estera Ue. Se un ministro degli Esteri nazionale dice cose non sagge e non diplomatiche, può essere ripreso dal suo primo ministro. Nel sistema Ue non funziona così. E Kallas parla a nome di 27 Stati membri». Ieri ha cercato di smorzare i toni la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, secondo cui Kallas e Seae avrebbero «l’appoggio della presidente Von der Leyen», ma può essere una cortina per celare dibattiti a porte chiuse.
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Nel riquadro, scene di degrado alla Darsena di Genova (Ansa)
Ciak, si gira! Ieri a Genova è andato in scena il remake del film Notte prima degli esami, il piccolo manifesto generazionale realizzato vent’anni fa dal regista Fausto Brizzi, non a caso consorte della sindaca Silvia Salis.Infatti i membri della Commissione 1 (Affari istituzionali e generali) del Comune, su richiesta dei consiglieri della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua, hanno fatto un sopralluogo nella Darsena genovese, dove tra pescherecci, sommergibili storici, musei e locali per amanti dei frutti di mare, la vera attrazione è diventato lo spaccio di droga.
Ma, in vista dell’«esame» dei commissari, come per magia la zona, in una notte, si è trasformata in un set cinematografico: anziché pusher e sbandati, i consiglieri hanno trovato ordine e pulizia.
Un anno fa la campagna elettorale della Salis era stata gestita, a livello d’immagine, dal marito della prima cittadina. Memorabile l’uso dei droni per raccontare i bagni di folla della candidata nei quartieri cittadini.
Oggi la comunicazione è stata ulteriormente rinforzata con l’ausilio dell’agenzia Jump di Marco Agnoletti, partito tre lustri fa come portavoce dell’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi.
Una consulenza che la prima cittadina ha rivendicato di pagare di tasca propria.
Fatto sta che i commissari in missione in una delle zone più problematiche della città, ieri, si sono trovati di fronte un molo da cartolina.
E pensare che appena quattro giorni fa, proprio qui, alcuni spacciatori avevano lanciato bottiglie sui turisti che «intralciavano», con la loro presenza, lo smercio di sostanze stupefacenti. Non basta. Nelle stesse ore, a due passi dalle reti dei pescatori, una rapinatrice, per appropriarsi di un cellulare, aveva sferrato un pugno sul volto di una quattordicenne francese in fila con i genitori di fronte a un panificio. Un Far West h24 in una delle zone più turistiche della città.
Ma tre giorni dopo i commissari, anziché risse e pusher, hanno trovato un salottino perfettamente riassettato. Anche la pavimentazione in teak era linda e pinta come quella degli yacht attraccati a Portofino.
Bevilacqua e la Bordilli, dopo la visita, hanno diramato un comunicato di critica al frettoloso maquillage: «Stamattina (ieri per chi legge, ndr), dopo ben un anno di reiterate richieste da parte della Lega, si è finalmente svolto il sopralluogo, seppur non serale, ma almeno diurno, della Commissione consiliare nella zona della Darsena a Genova. Una mattinata che ha visto la partecipazione in massa di residenti e commercianti, infuriati non solo per il degrado cronico, ma anche per l’ennesima “operazione di facciata” messa in atto proprio in concomitanza all’arrivo dei consiglieri». I due consiglieri hanno raccolto le proteste degli abitanti della zona: «Tutti i cittadini hanno denunciato che la situazione che abbiamo trovato questa mattina era completamente diversa rispetto al loro drammatico quotidiano». Ed ecco l’affondo finale: «È vergognoso e inaccettabile che una zona venga resa presentabile solo perché è previsto il sopralluogo delle autorità, per poi essere abbandonata a sé stessa per i restanti 364 giorni dell’anno. La sicurezza e il decoro non possono essere una messinscena a uso e consumo delle telecamere o della politica». Per costringere l’amministrazione a mantenere alta l’attenzione, Bevilacqua e la Bordilli hanno lanciato una proposta che assomiglia a una sfida: «Visto che le cose migliorano solo quando ci muoviamo noi istituzioni, da oggi cambiamo strategia: abbiamo chiesto ufficialmente una commissione-sopralluogo ogni settimana in Darsena. Se questo è l’unico modo per costringere chi di dovere a garantire normalità e sicurezza ai genovesi, allora ci vedranno qui ogni sette giorni. Non arretreremo di un millimetro finché la Darsena non tornerà a essere un quartiere sicuro e decoroso, sempre, e non solo in nostra presenza. Cittadini, residenti, commercianti, pescatori e turisti meritano sicurezza: il Comune lavori per garantire loro e alla città questo diritto».
Nel pomeriggio, dopo che i commissari erano andati via, i consiglieri leghisti hanno ricevuto sui loro cellulari le foto scattate da alcuni abitanti della zona, immagini che testimoniavano come tutto fosse tornato immediatamente alla «normalità»: pusher africani, tossicodipendenti, clochard hanno ripreso il possesso dell’area.
In pochi minuti la città romantica e affascinante di Stregati (con Francesco Nuti e Ornella Muti) e di Genova - Un luogo per ricominciare, film diretto dall’inglese Michael Winterbottom, ha lasciato il posto in cartellone alle atmosfere di Genova a mano armata, poliziottesco anni Settanta. Per questo la sindaca sarà costretta a chiedere al regista del remake di ieri gli straordinari. Perché gli esami, nel capoluogo ligure, non finiscono mai.
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(Ansa)
L’ospitata di Roberto Vannacci da Lilli Gruber ha rinfocolato le stantie polemiche sull’avanzata della cosiddetta destra estrema, eterno spauracchio sventolato dai progressisti che hanno il fascismo come unico argomento. Per costoro, è estrema ogni destra che sia capace di vincere, guadagnare consensi o semplicemente che si sottragga orgogliosamente al loro controllo.
Sull’estremismo, tuttavia, sarebbe il caso di fare una piccola riflessione, esaminando una volta tanto le relazioni che la sinistra apparentemente moderata e istituzionale intrattiene con le frange antagoniste. Le quali, fino a prova contraria, sono le uniche ad aver finora causato in Italia gravi problemi di ordine pubblico, violenza e intolleranza. Sembra proprio che di questi rapporti i progressisti non possano fare a meno, e lo dimostra senza ombra di dubbio quanto sta accadendo in queste ore. A Roma oggi sfilerà un corteo il cui unico scopo è quello di osteggiare altre due manifestazioni non violente e del tutto regolari in programma nella Capitale. Stiamo parlando innanzitutto della Manifestazione per la vita di cui sono portavoce Massimo Gandolfini e Maria Rachele Ruiu, che partirà alle 14.30 da piazza della Repubblica. E poi del corteo organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista. Contro entrambi questi eventi, anzi precisamente contro i Pro vita e i critici dell’immigrazione, è stata messa in piedi una contromanifestazione sponsorizzata da Cgil, Anpi e Arci. A parte le solite realtà come Non una di meno, a sostenere l’iniziativa sono le associazioni di area sorosiana come l’Asgi, poi l’Ong Sea Watch e tanti altri gruppi e gruppuscoli antagonisti tra cui Spin Time, il centro sociale a cui l’ex l’elemosiniere del Papa, monsignor Konrad Krajewski, riattivò le utenze affinché l’edificio occupato potesse continuare a funzionare. Basta osservare i toni che utilizzano questi militanti, o anche solo lo slogan del loro corteo (Fuck remigration), per rendersi conto di quanto siano moderati e disposti al dialogo. Costoro non fanno distinzioni, trattano tutti come fascisti da respingere. Spargono disprezzo contro le famiglie che marciano per la vita e genericamente contro chiunque a destra osi scendere in piazza. Giova ricordare come gli antagonisti romani siano soliti trattare Pro vita: nel migliore dei casi imbrattano la sede, nel peggiore tirano bombe all’interno.
Viene da chiedersi allora: è normale che la Cgil vada a braccetto con questa gente? Che la aizzi a scendere in strada? Che sponsorizzi cortei a cui partecipano anche gli esaltati antifà dei centri sociali? Quanto al campo largo, che se non è organico al sindacato rosso poco ci manca, che rapporti ha con il mondo contestatario? Sulla carta quasi nessuno, ma in realtà ciò che fa da anni è garantire una sorta di appoggio politico esterno o comunque tollerare intemperanze di ogni tipo. Prendiamo lo Spin Time che sarà in piazza a Roma: è costato al Viminale 21 milioni di euro di risarcimento per il mancato sgombero alla società proprietaria dell’immobile, in compenso il Comune di Roma lo ha inserito nel proprio piano casa proprio per evitare lo sgombero forzato e acquistare le mura in modo da garantire la sopravvivenza alla realtà okkupata. Questo perché, alla fine della fiera, gli antagonisti vengono sempre tutelati, protetti.
Un altro caso emblematico è quello di Torino. Abbiamo raccontato con dovizia di particolari le schifezze emerse dalle indagini sul centro sociale Askatasuna, che il sindaco dem Stefano Lo Russo ha evitato a lungo di sgomberare. Alla fine l’inevitabile sgombero è arrivato anche grazie all’assessore regionale Maurizio Marrone, che da allora subisce reiterate e continue minacce. La giunta comunale, in occasione del primo maggio, ha addirittura cercato di trattare con le autorità di polizia affinché fosse concesso ai gestori del centro sociale di organizzare una grigliata negli spazi che un tempo occupavano, e che hanno cercato proprio quel giorno di riconquistare scontrandosi con la polizia. In vista delle prossime elezioni, gli antagonisti hanno iniziato a mandare al Pd messaggi piuttosto chiari. Non si può dire che i dem li amino, piuttosto forse li temono e in qualche modo sono costretti a starli a sentire. E loro si fanno sentire eccome. Due giorni fa hanno pubblicato sui social della loro area un testo minaccioso rivolto a Lo Russo. «Da 6 mesi una porzione di quartiere attorno all’Askatasuna è di fatto ostaggio delle forze dell’ordine che lo hanno trasformato in un fortino in stile Tav», vi si legge. «Anche se è chiaro che questo dipenda poco dal Comune, e sia da ascrivere alla volontà del governo disciplinare la Torino che in questi anni ha resistito, non sembra un problema su cui pronunciarsi apertamente nell’ufficio del primo cittadino. Anzi si fanno passerelle insieme al prefetto, emanazione diretta del governo ricordiamo, in via Balbo e in Vanchiglia. Si smonta una casetta di legno che il comitato di quartiere usa per le proprie iniziative ora che uno dei pochi posti disponibili è chiuso e militarizzato. Questo su ordine della Prefettura, nonostante le procedure burocratiche comunali in corso, mandando i vigili nottetempo a fare il lavoro sporco. Quale sia l’utilità politica del Pd di inseguire la destra cittadina e di governo in queste “avventure” ci rimane oscuro. Da parte nostra diciamo che l’unica sicurezza è quella che si può costruire lottando insieme e dal basso, per una città diversa e che non sia al servizio della finanza e dei banchieri, o di padroni e padroncini che vorrebbero trasformare Torino in una grande fabbrica di armi». Beh, l’appello è piuttosto chiaro no? Gli amici del Pd devono mollare le politiche securitarie e ricominciare a favorire il centro sociale, opponendosi alla volontà del governo fascista. Intendiamoci: il pizzino non stupisce. Gli attivisti rossi fanno così da tempo: stanno buoni se il Comune li appoggia, cercano di intimidire se vengono trascurati.
Anche Askatasuna ovviamente ha fatto promozione per la contromanifestazione liberticida di Roma. E anche il Pd ha fornito qualche appoggio, chiedendo a gran voce che il corteo per la remigrazione fosse cancellato. Come vedete, estremisti e sinistra istituzionale vogliono sembrare distanti, ma usano metodi diversi per ottenere obiettivi spesso analoghi. Facciano pure. Ma se evitassero di frignare per il presunto estremismo altrui apparirebbero meno ridicoli.
In piazza anche la Manifestazione per la vita
Oggi si tiene a Roma la sedicesima edizione della Manifestazione nazionale per la vita, la cui importanza storica, etica e politica diviene lampante se la inseriamo nel contesto di crisi della natalità e della famiglia, in cui siamo immersi ormai da decenni. Secondo statistiche Istat già note, nel 2025 le nascite in Italia sono scese a 355.000, 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, raggiungendo il «minimo storico», mentre solo nel 2023 i neonati erano quasi 380.000. Nel 2026 si prevede un nuovo calo. È innegabile che quel complesso di idee e tendenze che Giovanni Paolo II fulminò come «cultura della morte» (Evangelium vitae, 12), gioca un ruolo formidabile nel relativizzare la dignità, il valore e la sacralità di ogni vita umana, che sia all’inizio o alla fine dell’esistenza.
Il Pontefice polacco già 30 anni fa parlava di un «nuovo ordine mondiale» in cui certe pratiche aberranti, come l’aborto (spesso a cuore battente), il suicidio assistito e l’eutanasia, da «delitti» tendessero ad assumere il valore di «nuovi diritti» dei cittadini. Con il beneplacito dell’Ue che presenta queste ed altre prassi come «conquiste storiche» che i presunti «Stati di diritto» dovrebbero iscrivere nella propria Costituzione.
Contro tutto questo e per la promozione della vita umana «dal concepimento alla morte naturale» è nata nel 2011, a Desenzano sul Garda, la Marcia per la vita che in seguito assumerà il nome di Manifestazione nazionale per la vita e che percorrerà ancora le vie dell’Urbe. «Noi ci alziamo e marciamo per coloro che non hanno voce»: questo lo slogan della Manifestazione che ricorda in qualche modo le mille battaglie per i «diritti civili» delle minoranze, condotte da figure come il mahatma Gandhi che del resto considerava l’aborto un crimine «chiaro come la luce del sole». Ed è triste che ancora nel XXI secolo esistano delle categorie di cittadini poco visibili, in primis proprio i nascituri ma gli anche anziani soli e debilitati, che vengono di fatto esclusi dal consesso sociale, potendo legalmente essere «discriminati» da altri.
Il manifesto dei pro life fa notare che ogni «civiltà orientata al futuro e al progresso» ha a cuore «i diritti umani» il primo dei quali non può che essere «il diritto alla vita» a prescindere da qualunque altra condizione (di sviluppo, di salute, di ricchezza, di «utilità» sociale).
Il corteo partirà da piazza della Repubblica alle 14.30 e come al solito sarà pieno di bambini e di allegria perché chi marcia per la vita sa di lottare per la «tutela della maternità» e «dell’infanzia», promuovendo un futuro in cui «tutti i diritti umani» si realizzeranno all’interno di «una civiltà della verità e dell’amore» . La manifestazione si concluderà a San Giovanni, davanti alla basilica madre della cristianità, con il concerto della rock band The Sun, preceduto da varie testimonianze di personalità di spicco della galassia pro life.
Parlerà dal palco mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e coraggioso promotore delle «Campane per la vita» che nella sua diocesi ogni sera hanno dei rintocchi «a tema» rammentando a tutti noi che c’è un essere umano, invisibile a occhio nudo, che ha la nostra stessa dignità e vocazione: il nascituro. Poi si esprimerà la giovane attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, che da tempo si impegna per la promozione della vita e della famiglia, soprattutto da quando, nel 2023, si è ufficialmente convertita al cattolicesimo ed è venuta a vivere in Italia. Una testimonianza toccante sarà quella di Stefano e Giovanna Mariani, genitori di Arturo Mariani, atleta paralimpico italiano, ed altresì scrittore di successo.
In faccia ai politici spagnoli - che vorrebbero iscrivere l’aborto nella Costituzione seguendo Macron - papa Leone ha dichiarato che «la difesa della vita» non è una questione di «interesse particolare né confessionale» ma è una «meta di civiltà». La vita umana infatti dev’essere riconosciuta e custodita «dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza»
Ogni concepito, dicono i pro life, è «uno di noi». Ma è anche vero che tutti noi, vivi e vegeti, siamo stati a nostra volta «uno di loro». Solo nell’accoglienza della vita umana innocente e preziosa, anche per ragioni culturali e demografiche, troveremo «le risorse dell’intelligenza e del cuore» per rinnovare la società «verso mete di giustizia e di bene».
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