- I nuovi padroni dell’Afghanistan ostentano spirito di riconciliazione: «Perdono per i nemici e diritti alle donne (nella sharia)». Intanto, però, nel loro quartier generale c’è Khalil Al Rahman Haqqani, spietato terrorista della rete creata da Bin Laden.
- Una regione per sei padrini. Dopo la fuga americana l’Afghanistan fa gola a molti. Russia, Cina, Iran, Qatar, Turchia e Pakistan corteggiano il governo fondamentalista. È in particolare Pechino a puntare le riserve di minerali di cui è ricco quel sottosuolo.
Lo speciale comprende due articoli.
Dopo il caos e le interruzioni del traffico aereo all’aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul di lunedì scorso, le operazioni aeree statunitensi sono riprese nelle giornata di ieri; tuttavia i militari «stanno ancora lavorando per garantire che la sicurezza sia sostenibile», ha affermato John Kirby, portavoce del Pentagono. Ora che le operazioni aeree sono riprese, gli americani presenti nel Paese si stanno recando in queste ore all’aeroporto in modo da salire sul primo volo che li riporterà a casa. Ma quanti sono davvero i cittadini statunitensi in Afghanistan? Nessuno lo sa (o lo dice) e lo stesso portavoce del Pentagono non è stato in grado a precisa domanda di rispondere. E resta sconosciuto anche il numero di afgani che potranno andare negli Usa in modo da evitare l’impiccagione. Tra coloro che coordineranno le vendette talebane c’è quel Khalil Al Rahman Haqqani uno dei leader della «rete Haqqani» e miliziano qaedista, sul quale pende una taglia di 5 milioni di dollari, che proprio ieri ha fatto visita al quartier generale talebano. Funzionari afgani e autorità internazionali del terrorismo lo considerano il gruppo terrorista più letale in Afghanistan accusato di alcune delle violenze più efferate nel Paese, compresi gli attacchi alle ambasciate a Kabul, al Palazzo del Parlamento afgano e alle basi militari Usa. Curiosa la sua presenza a Kabul mentre il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid nella sua prima conferenza stampa si mostrava conciliante con frasi come: «Vogliamo assicurarci che l’Afghanistan non sia più un campo di battaglia»; «Abbiamo perdonato tutti coloro che hanno combattuto contro di noi. Le animosità sono finite. Non vogliamo nemici esterni o interni». Assicurati,a parole, anche i diritti delle donne, seppur «nella sharia». L’amnistia di cui i talebani hanno parlato in queste ore sarebbe riservata ai funzionari statali che hanno lavorato con il passato regime e quindi con gli occidentali, anche se in pochi credono sarà davvero così ed è più realistico pensare che una volta che gli occidentali avranno lasciato il Paese scatterà la vendetta talebana covata per 20 anni.
Se molti stanno fuggendo a gambe levate dall’Emirato islamico afgano c’è invece chi ci arriva: nelle ultime 24 ore gli Stati Uniti hanno inviato circa 1.000 soldati in Afghanistan, portando il numero degli effettivi a 3.500 ma c’è chi dice che l’obbiettivo sarebbe quello di arrivare a 6.000. E le parole del presidente Joe Biden? Una nostra fonte in ambito Nato ci conferma che questo non sarebbe certo un problema «perché non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca dice una cosa al mondo e gli apparati ne fanno un’altra lontano dai riflettori».
Sul fronte internazionale continua lo smarcamento turco e russo. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu ha dichiarato al quotidiano turco Daily Sabah: «La Turchia accoglie con favore i messaggi positivi dati dai talebani agli stranieri, alle missioni diplomatiche e alla loro stessa popolazione. Spero che vedremo lo stesso approccio nelle loro azioni». Ma Çavusoglu ha anche steso un tappeto rosso ai talebani: «Mantenere il dialogo con tutte le parti, inclusi i talebani».
Sulla stessa lunghezza d’onda i russi con il ministro degli Esteri Serghei Lavrov che ha detto: «I talebani stanno dichiarando e dimostrando nella pratica la loro volontà di rispettare l’opinione degli altri: è un segnale positivo. In particolare hanno detto che sono pronti a discutere di un governo in cui non ci siano solo loro ma che preveda anche la partecipazione di altri rappresentanti afgani». L’astuto Lavrov infine ha anche auspicato un vertice tra tutti i gruppi etnici del Paese. Un consiglio che i talebani difficilmente ascolteranno anche perché tutti coloro che hanno favorito la rivolta talebana vanno tenuti a bada e pagati. Mentre negli Usa la polemica politica resta incandescente, la Cnn ha mandato in onda l’intervista al comandante talebano Muhammed Arif Mustafa che ha detto senza alcuna esitazione: «Siamo convinti che un giorno i mujahedin avranno la vittoria e che la legge islamica non arriverà solo in Afghanistan, ma in tutto il mondo. Non abbiamo fretta. Crediamo che un giorno arriverà».
Infine, l’intelligence Usa ha fallito oppure no? Per l’analista strategico Franco Iacch «l’intelligence, oltre alla raccolta dei dati, elabora costantemente dei modelli previsionali su ciò che potrebbe accadere nel breve, medio e lungo termine. Tale slancio previsionale è concepito per garantire immediata consapevolezza al decisore politico sui contesti che potrebbero verificarsi. Comprendere, mitigare e neutralizzare le minacce. Fornire giudizi e formulare raccomandazioni per supportare i decisori ad agire per mitigare tutte le minacce è compito dell’intelligence. Al presidente degli Stati Uniti, grazie alla infallibilità concessa, spetta il diritto di emettere giudizi e valutazioni che possono avere delle conseguenze su scala planetaria. L’intelligence statunitense ha sempre ribadito prima a Trump e poi a Biden che un ritiro prematuro e incondizionato dall’Afghanistan avrebbe innescato l’acquisizione talebana del Paese. Le valutazioni dell’intelligence hanno sempre rilevato che senza il continuo sostegno americano, le Forze di sicurezza nazionali afgane si sarebbero indebolite fino alla completa disintegrazione. Mentre la Cia, che non è certamente la Afghanistan’s National Directorate of Security, ha da tempo una visione pessimistica delle prospettive di stabilità in Afghanistan, tali valutazioni sono state affinate nelle ultime settimane man mano che i talebani acquisivano progressi tattici. Le conoscenze, le raccomandazioni e le strategie degli analisti dell’intelligence aiutano a identificare, comprendere e combattere le minacce, ma spetterà sempre all’infallibilità del comandante in capo l’ultima parola. Sarebbe opportuno visionare anche i rapporti classificati per parlare di fallimento dell’intelligence. Nell’attesa», aggiunge l’esperto, «si può certamente parlare di errori delle diverse amministrazioni che si sono avvicendate, incapaci di comprendere la storia, le dinamiche tribali, la cultura dell’Afghanistan e di quanto sia drasticamente diversa da qualsiasi nazione occidentale».
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