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2021-08-17
Il «perdono» talebano e gli appetiti cinesi
Costfoto/Barcroft Media via Getty Images
Dopo il caos e le interruzioni del traffico aereo all'aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul di lunedì scorso, le operazioni aeree statunitensi sono riprese nelle giornata di ieri; tuttavia i militari «stanno ancora lavorando per garantire che la sicurezza sia sostenibile», ha affermato John Kirby, portavoce del Pentagono. Ora che le operazioni aeree sono riprese, gli americani presenti nel Paese si stanno recando in queste ore all'aeroporto in modo da salire sul primo volo che li riporterà a casa. Ma quanti sono davvero i cittadini statunitensi in Afghanistan? Nessuno lo sa (o lo dice) e lo stesso portavoce del Pentagono non è stato in grado a precisa domanda di rispondere. E resta sconosciuto anche il numero di afgani che potranno andare negli Usa in modo da evitare l'impiccagione. Tra coloro che coordineranno le vendette talebane c'è quel Khalil Al Rahman Haqqani uno dei leader della «rete Haqqani» e miliziano qaedista, sul quale pende una taglia di 5 milioni di dollari, che proprio ieri ha fatto visita al quartier generale talebano. Funzionari afgani e autorità internazionali del terrorismo lo considerano il gruppo terrorista più letale in Afghanistan accusato di alcune delle violenze più efferate nel Paese, compresi gli attacchi alle ambasciate a Kabul, al Palazzo del Parlamento afgano e alle basi militari Usa. Curiosa la sua presenza a Kabul mentre il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid nella sua prima conferenza stampa si mostrava conciliante con frasi come: «Vogliamo assicurarci che l'Afghanistan non sia più un campo di battaglia»; «Abbiamo perdonato tutti coloro che hanno combattuto contro di noi. Le animosità sono finite. Non vogliamo nemici esterni o interni». Assicurati,a parole, anche i diritti delle donne, seppur «nella sharia». L'amnistia di cui i talebani hanno parlato in queste ore sarebbe riservata ai funzionari statali che hanno lavorato con il passato regime e quindi con gli occidentali, anche se in pochi credono sarà davvero così ed è più realistico pensare che una volta che gli occidentali avranno lasciato il Paese scatterà la vendetta talebana covata per 20 anni.
Se molti stanno fuggendo a gambe levate dall'Emirato islamico afgano c'è invece chi ci arriva: nelle ultime 24 ore gli Stati Uniti hanno inviato circa 1.000 soldati in Afghanistan, portando il numero degli effettivi a 3.500 ma c'è chi dice che l'obbiettivo sarebbe quello di arrivare a 6.000. E le parole del presidente Joe Biden? Una nostra fonte in ambito Nato ci conferma che questo non sarebbe certo un problema «perché non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca dice una cosa al mondo e gli apparati ne fanno un'altra lontano dai riflettori».
Sul fronte internazionale continua lo smarcamento turco e russo. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu ha dichiarato al quotidiano turco Daily Sabah: «La Turchia accoglie con favore i messaggi positivi dati dai talebani agli stranieri, alle missioni diplomatiche e alla loro stessa popolazione. Spero che vedremo lo stesso approccio nelle loro azioni». Ma Çavusoglu ha anche steso un tappeto rosso ai talebani: «Mantenere il dialogo con tutte le parti, inclusi i talebani».
Sulla stessa lunghezza d'onda i russi con il ministro degli Esteri Serghei Lavrov che ha detto: «I talebani stanno dichiarando e dimostrando nella pratica la loro volontà di rispettare l'opinione degli altri: è un segnale positivo. In particolare hanno detto che sono pronti a discutere di un governo in cui non ci siano solo loro ma che preveda anche la partecipazione di altri rappresentanti afgani». L'astuto Lavrov infine ha anche auspicato un vertice tra tutti i gruppi etnici del Paese. Un consiglio che i talebani difficilmente ascolteranno anche perché tutti coloro che hanno favorito la rivolta talebana vanno tenuti a bada e pagati. Mentre negli Usa la polemica politica resta incandescente, la Cnn ha mandato in onda l'intervista al comandante talebano Muhammed Arif Mustafa che ha detto senza alcuna esitazione: «Siamo convinti che un giorno i mujahedin avranno la vittoria e che la legge islamica non arriverà solo in Afghanistan, ma in tutto il mondo. Non abbiamo fretta. Crediamo che un giorno arriverà».
Infine, l'intelligence Usa ha fallito oppure no? Per l'analista strategico Franco Iacch «l'intelligence, oltre alla raccolta dei dati, elabora costantemente dei modelli previsionali su ciò che potrebbe accadere nel breve, medio e lungo termine. Tale slancio previsionale è concepito per garantire immediata consapevolezza al decisore politico sui contesti che potrebbero verificarsi. Comprendere, mitigare e neutralizzare le minacce. Fornire giudizi e formulare raccomandazioni per supportare i decisori ad agire per mitigare tutte le minacce è compito dell'intelligence. Al presidente degli Stati Uniti, grazie alla infallibilità concessa, spetta il diritto di emettere giudizi e valutazioni che possono avere delle conseguenze su scala planetaria. L'intelligence statunitense ha sempre ribadito prima a Trump e poi a Biden che un ritiro prematuro e incondizionato dall'Afghanistan avrebbe innescato l'acquisizione talebana del Paese. Le valutazioni dell'intelligence hanno sempre rilevato che senza il continuo sostegno americano, le Forze di sicurezza nazionali afgane si sarebbero indebolite fino alla completa disintegrazione. Mentre la Cia, che non è certamente la Afghanistan's National Directorate of Security, ha da tempo una visione pessimistica delle prospettive di stabilità in Afghanistan, tali valutazioni sono state affinate nelle ultime settimane man mano che i talebani acquisivano progressi tattici. Le conoscenze, le raccomandazioni e le strategie degli analisti dell'intelligence aiutano a identificare, comprendere e combattere le minacce, ma spetterà sempre all'infallibilità del comandante in capo l'ultima parola. Sarebbe opportuno visionare anche i rapporti classificati per parlare di fallimento dell'intelligence. Nell'attesa», aggiunge l'esperto, «si può certamente parlare di errori delle diverse amministrazioni che si sono avvicendate, incapaci di comprendere la storia, le dinamiche tribali, la cultura dell'Afghanistan e di quanto sia drasticamente diversa da qualsiasi nazione occidentale».
Una regione per sei padrini. Dopo la fuga americana l’Afghanistan fa gola a molti
Meno di un mese fa Doug Bandow, già consigliere del presidente statunitense Ronal Reagan oggi membro di spicco del centro studi libertario Cato Institute, scriveva sul sito non-interventista Antiwar.com che «l'Afghanistan sarà un casino: lasciamo che se ne occupino Cina, Russia, Iran e gli altri». Forse un ragionamento simile, sommato al disinteresse verso quell'area per focalizzarsi sull'Indo-Pacifico, sta dietro al discorso pronunciato lunedì sera dal presidente Joe Biden.
Ma chi può cantare vittoria per il successo dell'avanzata dei talebani? Chi sono «gli altri»?
La Russia di Vladimir Putin è in modalità attendista. Zamir Kabulov, inviato speciale del presidente per l'Afghanistan, ha detto che Mosca «non ha fretta» di riconoscere il governo talebano come legittimo e prenderà una decisione in base a quanto «responsabilmente governeranno il Paese». L'obiettivo di Mosca è la stabilità dell'Asia centrale. Ma sa che, come dimostrano l'esperienza dell'Unione sovietica e la rapida recente ascesa dei talebani, la stabilità del Paese è difficile da raggiungere, tanto più da mantenere.
Come la Russia, anche la Cina ha ospitato delegazioni talebane negli ultimi mesi e anni. Basti pensare che il mullah Abdul Ghani Baradar, cofondatore e numero due dei talebani, ha incontrato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, a Tianjin, in Cina, a luglio. Lunedì la diplomazia cinese ha fatto sapere che la situazione in Afghanistan è cambiata e la Cina rispetta la volontà e la scelta del popolo afgano (sostenendo, così, che l'Emirato sia scelta del popolo). Come ha detto ieri l'ex ministro Franco Frattini al Tempo, «la Cina ha un interesse vitale in Afghanistan di cui nessuno parla. In questo Paese c'è la riserva di minerali sotterranei maggiore del mondo. Nel momento in cui i cinesi si impadroniscono, legalmente, delle concessioni minerarie afghane, mettono India e Giappone con le spalle al muro, mettendo di conseguenza con le spalle a muro l'intero Occidente». Con l'appoggio di Russia e Cina, i Talebani potrebbero ottenere il peso internazionale di cui hanno bisogno per conquistare un riconoscimento più ampio. Per Ebrahim Raisi, neopresidente dell'Iran, la sconfitta militare e il ritiro dall'Afghanistan degli Stati Uniti «dovrebbe essere un'opportunità per ripristinare la vita, la sicurezza e una pace durevole» nel Paese. Ma Teheran, che pur ha mantenuto buoni rapporti con i talebani durante i colloquio di Doha, può avere un ora problema: i flussi di profughi afgani, anche a fronte della prosecuzione della pandemia di Covid-19. Per questo, la comunità internazionale dovrà «seriamente» prestare attenzione al tema, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh. Ma se Washington piange, Teheran non ride, secondo Sayed Maisam Wahidi dell'Institute for peace research and security policy. «Ci si aspetta che Teheran si impegni di più con i talebani e le altre parti in Afghanistan» ma «attraverso formati regionali per garantire che il futuro governo talebano sia inclusivo e riconosciuto dalla regione e dalla comunità internazionale», ha spiegato l'esperto in un dossier per l'Ispi. E il Qatar? Un fatto: l'emittente qatariota Al Jazeera ha trasmesso in diretta, dal posto, la presa del palazzo presidenziale di Kabul da parte dei Talebani. Tutto nasce dal fatto che il Qatar, che pur ospita una importante base militare degli Stati Uniti, ha sempre mantenuto legami con organizzazioni come Hamas, i Fratelli musulmani e appunto i talebani, che per anni hanno avuto a Doha la loro sede (anche l'ufficio politico del mullah Baradar era nella capitale qatariota). Per il Qatar, la vittoria dei talebani è un'ottima notizia, una leva da utilizzare in tutto il Medio Oriente per uscire davvero dagli anni, quelli dell'amministrazione Trump, di isolamento da parte dell'Arabia Saudita.
Come il Qatar, anche la Turchia sostiene i Fratelli musulmani (e anche così si spiega il sostegno che i talebani hanno incassato in Siria e nella Striscia di Gaza). Ieri il ministro degli Esteri turco, Mevlut Çavusoglu, ha spiegato che il governo di Recep Tayyip Erdogan ha «accolto con favore i messaggi dati dai talebani finora. Continueremo a sostenere lo sviluppo economico, la stabilità, la pace e la tranquillità dell'Afghanistan», ha aggiunto. Per Ankara l'instabilità afgana può generare una leva di ricatto all'Unione europea (si pensi alla questione migranti). Infine, tra «gli altri» c'è il Pakistan, il vicino dell'Afghanistan che ha cullato per anni i talebani e che controlla i collegamenti tra Kabul e il porto di Karachi. Non c'è dubbio che il successo degli «studenti coranici» sia una vittoria anche per Islamabad.
Questi sei Paesi hanno una cosa in comune: la volontà di cacciare gli Stati Uniti e i loro alleati dall'Afghanistan e in generale dalla regione. L'idea, però, che possano dare vita a una coalizione rasenta l'impossibile. Non fosse altro perché i loro intenti comuni si fermano a un antiamericanismo che si declina sotto forme e visioni diverse, per non dire opposte.
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I nuovi padroni dell'Afghanistan ostentano spirito di riconciliazione: «Perdono per i nemici e diritti alle donne (nella sharia)». Intanto, però, nel loro quartier generale c'è Khalil Al Rahman Haqqani, spietato terrorista della rete creata da Bin Laden.Una regione per sei padrini. Dopo la fuga americana l'Afghanistan fa gola a molti. Russia, Cina, Iran, Qatar, Turchia e Pakistan corteggiano il governo fondamentalista. È in particolare Pechino a puntare le riserve di minerali di cui è ricco quel sottosuolo.Lo speciale comprende due articoli. Dopo il caos e le interruzioni del traffico aereo all'aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul di lunedì scorso, le operazioni aeree statunitensi sono riprese nelle giornata di ieri; tuttavia i militari «stanno ancora lavorando per garantire che la sicurezza sia sostenibile», ha affermato John Kirby, portavoce del Pentagono. Ora che le operazioni aeree sono riprese, gli americani presenti nel Paese si stanno recando in queste ore all'aeroporto in modo da salire sul primo volo che li riporterà a casa. Ma quanti sono davvero i cittadini statunitensi in Afghanistan? Nessuno lo sa (o lo dice) e lo stesso portavoce del Pentagono non è stato in grado a precisa domanda di rispondere. E resta sconosciuto anche il numero di afgani che potranno andare negli Usa in modo da evitare l'impiccagione. Tra coloro che coordineranno le vendette talebane c'è quel Khalil Al Rahman Haqqani uno dei leader della «rete Haqqani» e miliziano qaedista, sul quale pende una taglia di 5 milioni di dollari, che proprio ieri ha fatto visita al quartier generale talebano. Funzionari afgani e autorità internazionali del terrorismo lo considerano il gruppo terrorista più letale in Afghanistan accusato di alcune delle violenze più efferate nel Paese, compresi gli attacchi alle ambasciate a Kabul, al Palazzo del Parlamento afgano e alle basi militari Usa. Curiosa la sua presenza a Kabul mentre il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid nella sua prima conferenza stampa si mostrava conciliante con frasi come: «Vogliamo assicurarci che l'Afghanistan non sia più un campo di battaglia»; «Abbiamo perdonato tutti coloro che hanno combattuto contro di noi. Le animosità sono finite. Non vogliamo nemici esterni o interni». Assicurati,a parole, anche i diritti delle donne, seppur «nella sharia». L'amnistia di cui i talebani hanno parlato in queste ore sarebbe riservata ai funzionari statali che hanno lavorato con il passato regime e quindi con gli occidentali, anche se in pochi credono sarà davvero così ed è più realistico pensare che una volta che gli occidentali avranno lasciato il Paese scatterà la vendetta talebana covata per 20 anni. Se molti stanno fuggendo a gambe levate dall'Emirato islamico afgano c'è invece chi ci arriva: nelle ultime 24 ore gli Stati Uniti hanno inviato circa 1.000 soldati in Afghanistan, portando il numero degli effettivi a 3.500 ma c'è chi dice che l'obbiettivo sarebbe quello di arrivare a 6.000. E le parole del presidente Joe Biden? Una nostra fonte in ambito Nato ci conferma che questo non sarebbe certo un problema «perché non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca dice una cosa al mondo e gli apparati ne fanno un'altra lontano dai riflettori». Sul fronte internazionale continua lo smarcamento turco e russo. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu ha dichiarato al quotidiano turco Daily Sabah: «La Turchia accoglie con favore i messaggi positivi dati dai talebani agli stranieri, alle missioni diplomatiche e alla loro stessa popolazione. Spero che vedremo lo stesso approccio nelle loro azioni». Ma Çavusoglu ha anche steso un tappeto rosso ai talebani: «Mantenere il dialogo con tutte le parti, inclusi i talebani». Sulla stessa lunghezza d'onda i russi con il ministro degli Esteri Serghei Lavrov che ha detto: «I talebani stanno dichiarando e dimostrando nella pratica la loro volontà di rispettare l'opinione degli altri: è un segnale positivo. In particolare hanno detto che sono pronti a discutere di un governo in cui non ci siano solo loro ma che preveda anche la partecipazione di altri rappresentanti afgani». L'astuto Lavrov infine ha anche auspicato un vertice tra tutti i gruppi etnici del Paese. Un consiglio che i talebani difficilmente ascolteranno anche perché tutti coloro che hanno favorito la rivolta talebana vanno tenuti a bada e pagati. Mentre negli Usa la polemica politica resta incandescente, la Cnn ha mandato in onda l'intervista al comandante talebano Muhammed Arif Mustafa che ha detto senza alcuna esitazione: «Siamo convinti che un giorno i mujahedin avranno la vittoria e che la legge islamica non arriverà solo in Afghanistan, ma in tutto il mondo. Non abbiamo fretta. Crediamo che un giorno arriverà». Infine, l'intelligence Usa ha fallito oppure no? Per l'analista strategico Franco Iacch «l'intelligence, oltre alla raccolta dei dati, elabora costantemente dei modelli previsionali su ciò che potrebbe accadere nel breve, medio e lungo termine. Tale slancio previsionale è concepito per garantire immediata consapevolezza al decisore politico sui contesti che potrebbero verificarsi. Comprendere, mitigare e neutralizzare le minacce. Fornire giudizi e formulare raccomandazioni per supportare i decisori ad agire per mitigare tutte le minacce è compito dell'intelligence. Al presidente degli Stati Uniti, grazie alla infallibilità concessa, spetta il diritto di emettere giudizi e valutazioni che possono avere delle conseguenze su scala planetaria. L'intelligence statunitense ha sempre ribadito prima a Trump e poi a Biden che un ritiro prematuro e incondizionato dall'Afghanistan avrebbe innescato l'acquisizione talebana del Paese. Le valutazioni dell'intelligence hanno sempre rilevato che senza il continuo sostegno americano, le Forze di sicurezza nazionali afgane si sarebbero indebolite fino alla completa disintegrazione. Mentre la Cia, che non è certamente la Afghanistan's National Directorate of Security, ha da tempo una visione pessimistica delle prospettive di stabilità in Afghanistan, tali valutazioni sono state affinate nelle ultime settimane man mano che i talebani acquisivano progressi tattici. Le conoscenze, le raccomandazioni e le strategie degli analisti dell'intelligence aiutano a identificare, comprendere e combattere le minacce, ma spetterà sempre all'infallibilità del comandante in capo l'ultima parola. Sarebbe opportuno visionare anche i rapporti classificati per parlare di fallimento dell'intelligence. Nell'attesa», aggiunge l'esperto, «si può certamente parlare di errori delle diverse amministrazioni che si sono avvicendate, incapaci di comprendere la storia, le dinamiche tribali, la cultura dell'Afghanistan e di quanto sia drasticamente diversa da qualsiasi nazione occidentale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-talebani-fanno-i-buoni-ma-rispunta-al-qaeda-2654697807.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-regione-per-sei-padrini-dopo-la-fuga-americana-lafghanistan-fa-gola-a-molti" data-post-id="2654697807" data-published-at="1629229863" data-use-pagination="False"> Una regione per sei padrini. Dopo la fuga americana l’Afghanistan fa gola a molti Meno di un mese fa Doug Bandow, già consigliere del presidente statunitense Ronal Reagan oggi membro di spicco del centro studi libertario Cato Institute, scriveva sul sito non-interventista Antiwar.com che «l'Afghanistan sarà un casino: lasciamo che se ne occupino Cina, Russia, Iran e gli altri». Forse un ragionamento simile, sommato al disinteresse verso quell'area per focalizzarsi sull'Indo-Pacifico, sta dietro al discorso pronunciato lunedì sera dal presidente Joe Biden. Ma chi può cantare vittoria per il successo dell'avanzata dei talebani? Chi sono «gli altri»? La Russia di Vladimir Putin è in modalità attendista. Zamir Kabulov, inviato speciale del presidente per l'Afghanistan, ha detto che Mosca «non ha fretta» di riconoscere il governo talebano come legittimo e prenderà una decisione in base a quanto «responsabilmente governeranno il Paese». L'obiettivo di Mosca è la stabilità dell'Asia centrale. Ma sa che, come dimostrano l'esperienza dell'Unione sovietica e la rapida recente ascesa dei talebani, la stabilità del Paese è difficile da raggiungere, tanto più da mantenere. Come la Russia, anche la Cina ha ospitato delegazioni talebane negli ultimi mesi e anni. Basti pensare che il mullah Abdul Ghani Baradar, cofondatore e numero due dei talebani, ha incontrato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, a Tianjin, in Cina, a luglio. Lunedì la diplomazia cinese ha fatto sapere che la situazione in Afghanistan è cambiata e la Cina rispetta la volontà e la scelta del popolo afgano (sostenendo, così, che l'Emirato sia scelta del popolo). Come ha detto ieri l'ex ministro Franco Frattini al Tempo, «la Cina ha un interesse vitale in Afghanistan di cui nessuno parla. In questo Paese c'è la riserva di minerali sotterranei maggiore del mondo. Nel momento in cui i cinesi si impadroniscono, legalmente, delle concessioni minerarie afghane, mettono India e Giappone con le spalle al muro, mettendo di conseguenza con le spalle a muro l'intero Occidente». Con l'appoggio di Russia e Cina, i Talebani potrebbero ottenere il peso internazionale di cui hanno bisogno per conquistare un riconoscimento più ampio. Per Ebrahim Raisi, neopresidente dell'Iran, la sconfitta militare e il ritiro dall'Afghanistan degli Stati Uniti «dovrebbe essere un'opportunità per ripristinare la vita, la sicurezza e una pace durevole» nel Paese. Ma Teheran, che pur ha mantenuto buoni rapporti con i talebani durante i colloquio di Doha, può avere un ora problema: i flussi di profughi afgani, anche a fronte della prosecuzione della pandemia di Covid-19. Per questo, la comunità internazionale dovrà «seriamente» prestare attenzione al tema, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh. Ma se Washington piange, Teheran non ride, secondo Sayed Maisam Wahidi dell'Institute for peace research and security policy. «Ci si aspetta che Teheran si impegni di più con i talebani e le altre parti in Afghanistan» ma «attraverso formati regionali per garantire che il futuro governo talebano sia inclusivo e riconosciuto dalla regione e dalla comunità internazionale», ha spiegato l'esperto in un dossier per l'Ispi. E il Qatar? Un fatto: l'emittente qatariota Al Jazeera ha trasmesso in diretta, dal posto, la presa del palazzo presidenziale di Kabul da parte dei Talebani. Tutto nasce dal fatto che il Qatar, che pur ospita una importante base militare degli Stati Uniti, ha sempre mantenuto legami con organizzazioni come Hamas, i Fratelli musulmani e appunto i talebani, che per anni hanno avuto a Doha la loro sede (anche l'ufficio politico del mullah Baradar era nella capitale qatariota). Per il Qatar, la vittoria dei talebani è un'ottima notizia, una leva da utilizzare in tutto il Medio Oriente per uscire davvero dagli anni, quelli dell'amministrazione Trump, di isolamento da parte dell'Arabia Saudita. Come il Qatar, anche la Turchia sostiene i Fratelli musulmani (e anche così si spiega il sostegno che i talebani hanno incassato in Siria e nella Striscia di Gaza). Ieri il ministro degli Esteri turco, Mevlut Çavusoglu, ha spiegato che il governo di Recep Tayyip Erdogan ha «accolto con favore i messaggi dati dai talebani finora. Continueremo a sostenere lo sviluppo economico, la stabilità, la pace e la tranquillità dell'Afghanistan», ha aggiunto. Per Ankara l'instabilità afgana può generare una leva di ricatto all'Unione europea (si pensi alla questione migranti). Infine, tra «gli altri» c'è il Pakistan, il vicino dell'Afghanistan che ha cullato per anni i talebani e che controlla i collegamenti tra Kabul e il porto di Karachi. Non c'è dubbio che il successo degli «studenti coranici» sia una vittoria anche per Islamabad. Questi sei Paesi hanno una cosa in comune: la volontà di cacciare gli Stati Uniti e i loro alleati dall'Afghanistan e in generale dalla regione. L'idea, però, che possano dare vita a una coalizione rasenta l'impossibile. Non fosse altro perché i loro intenti comuni si fermano a un antiamericanismo che si declina sotto forme e visioni diverse, per non dire opposte.
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Partiamo dal primo. Il World travel & Tourism council stima che il conflitto stia già costando al Medio Oriente almeno 600 milioni di dollari al giorno in spesa internazionale; la regione vale circa il 5% degli arrivi turistici globali e il 14% del traffico internazionale di transito, mentre i soli hub di Dubai, Abu Dhabi, Doha e Bahrain movimentano normalmente circa 526.000 passeggeri al giorno. Secondo Oxford economics/tourism economics, nel 2026 il Medio Oriente potrebbe perdere da 23 a 38 milioni di visitatori rispetto alle attese, con un buco di 34-56 miliardi di dollari e un calo degli arrivi compreso fra 11% e 27% su base annua.
Per quanto riguarda i viaggi in aereo, nei primi due giorni del conflitto sono stati cancellati oltre 5.000 voli, e al 9 marzo le cancellazioni avevano raggiunto circa 40.000 tratte. Entro il 2 marzo erano già saltati oltre 6.000 voli in sette Paesi mediorientali, con la sola Dubai international responsabile di più di 3.000 cancellazioni. Dxb, l’aeroporto internazionale più trafficato del mondo, gestisce normalmente oltre 1.000 voli al giorno. Il 28 febbraio le compagnie avevano già cancellato circa la metà dei voli verso il Qatar e il 28% dei voli verso il Kuwait.
Secondo AirDna, il 28 febbraio le cancellazioni delle case vacanza negli Emirati sono schizzate a 8.450, contro una media di circa 3.100 nelle altre notti di febbraio; il tasso di cancellazione è salito al 43,8%, contro una media del 14,5% nel resto del mese, e la gran parte riguardava soggiorni previsti per marzo. Il Financial Times riferisce inoltre che nella sola Dubai sono state cancellate oltre 80.000 prenotazioni di affitti brevi nella settimana fino al 6 marzo.
In dettaglio, l’immobiliare emiratino, che fino a gennaio sembrava intoccabile, è il secondo fronte della crisi perché il 65% delle transazioni di Dubai nel 2025 era off-plan, quindi dipendente dalla fiducia di acquirenti esteri e dalla capacità dei costruttori di rifinanziarsi. Dopo i raid iraniani, Emaar e Aldar hanno perso il 5% in Borsa in una seduta, il mercato obbligazionario per nuove emissioni si è di fatto congelato e almeno un aumento di capitale immobiliare negli Emirati è stato rinviato. Il problema è che il settore entra in crisi con una grande ondata di offerta in arrivo: secondo JPMorgan, Dubai dovrà assorbire 300.000-400.000 nuove unità entro il 2028.
Il paradosso è che i prezzi erano ancora in corsa. Per Fitch, tra il 2022 e il primo trimestre 2025, i prezzi immobiliari di Dubai sono saliti del 60%; nel quarto trimestre 2025, secondo Cbre, i prezzi residenziali si sono mostrati in aumento di quasi il 13% annuo a Dubai e di circa il 32% ad Abu Dhabi.
Il Qatar entra nel conflitto da una posizione meno euforica ma comunque forte sul lato turistico. Nel 2025 ha registrato 5,1 milioni di visitatori internazionali (+3,7%), con il 61% arrivato per via aerea, una capacità di circa 42.500 catene alberghiere, occupazione media al 71,3% e 10,84 milioni di notti vendute (+8,6%). Ma proprio questa dipendenza dall’aereo lo rende vulnerabile: il 28 febbraio circa metà dei voli verso il Qatar è stata cancellata.
Anche il real estate qatariota stava già rallentando nei prezzi prima della guerra. Secondo Knight Frank, nel 2025 le vendite residenziali sono salite del 43,5% a 26,6 miliardi di riyal qatarini, con 6.831 transazioni (+50%), ma i prezzi delle ville nel quarto trimestre sono scesi dell’1% annuo e gli affitti medi delle ville del 2,4% gli affitti di uffici appena costruiti o riqualificati sono diminuiti dell’1,4%.
L’Arabia Saudita è il caso più complesso. Sul turismo internazionale i numeri erano robusti: nel 2025 il regno ha accolto circa 30 milioni di turisti con una spesa superiore a 172 miliardi di riyal. Ma sul real estate Riyadh stava già mostrando segni di fatica molto prima della guerra. A settembre 2025 il governo ha imposto un congelamento quinquennale degli aumenti degli affitti nella capitale, dopo rincari del 13,9% per le ville e del 6,9% per gli appartamenti nel secondo trimestre.
Inoltre, c’è stato un aumento dei prezzi degli appartamenti dell’82% e delle ville del 50% dal 2019. Il report Knight Frank 2026 è ancora più netto: a Riyadh il numero di transazioni residenziali è sceso da 67.520 nel 2024 a 30.408 nel 2025 (-55%), con valore giù del 48% a 42 miliardi di riyal, pur in presenza di prezzi ancora in crescita e di 346.700 unità previste fra il 2026 e il 2028.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 marzo 2026. Il nostro Stefano Graziosi ci spiega come sta reagendo il popolo americano alla guerra in Iran.
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O almeno così sostengono da InvestCloud. La multinazionale americana con sede in California che opera nel settore della tecnologia finanziaria ha fatto sapere a parti sociali e istituzionali di aver avviato le pratiche per il licenziamento collettivo di tutti i 37 dipendenti dell’unica sede italiana. Motivo? Il nuovo modello organizzativo, basato su sistemi integrati con l’intelligenza artificiale «non prevede il mantenimento di strutture locali autonome».
Nella lettera l’azienda spiega che l’attuale configurazione del business, «sviluppata nel tempo secondo un modello fortemente distribuito in diversi Paesi nel mondo e parzialmente basato su soluzioni adattate a livello locale, non risulta più compatibile con l’obiettivo di realizzare una piattaforma tecnologica integrata centrata su soluzioni basate sull’Ia». Una comunicazione asettica, probabilmente realizzata inserendo qualche parola chiave («tagli»?, «Italia»?, «profitti»?) su ChatGpt, Gemini o Grok, che se ne frega altamente del destino dei lavoratori.
E pensare che il motto aziendale, «Experience Wealth Connected», presuppone l’obiettivo di connettere tecnologia avanzata (quindi l’Ia), dati e persone per rendere più efficienti le relazioni tra consulenti e clienti. Alla faccia della coerenza.
«Nei prossimi giorni», spiega alla Verità il segretario generale della Cisl Veneto Michele Zanocco, «è prevista un’assemblea per valutare quali strumenti normativi opporre alla decisione, anche attraverso l’apertura di un tavolo di crisi della Regione Veneto. E chiederemo di parlare il prima possibile con un rappresentante dell’azienda. Detto questo, siamo consapevoli di non avere grandi armi a disposizione. Se una multinazionale decide di cambiare il suo modello organizzativo e di chiudere o ridimensionare una sede all’estero, purtroppo c’è ben poco che possiamo fare. Abbiamo degli esempi recenti non solo in questo campo. Qui in Italia penso ad Amazon».
E veniamo al punto. Che lo tsunami dell’intelligenza artificiale avrebbe travolto il mondo del lavoro è chiaro da tempo. Che quest’onda impetuosa avrebbe colpito alcuni settori (quello dei software e delle nuove tecnologie per esempio) più di altri era altrettanto evidente. Il problema sta nell’individuare le soluzioni e nel farlo in fretta.
«Pensare di fermare il processo in atto», continua Zanocco, «è pura illusione. Se lo blocchi in Italia continuerà a svilupparsi altrove provocando un gap competitivo del quale non sentiamo il bisogno. Nessuno ha la bacchetta magica, ma studio il fenomeno da tempo e quello che possiamo fare è gestirlo. Innanzitutto con una politica a livello nazionale che individui i settori sui quali puntare e le nuove professioni che questa rivoluzione può creare. Poi sta al territorio indicare le singole priorità sia industriali che di formazione e riqualificazione professionale».
Lo tsunami insomma non si può fermare, ma va di certo arginato. E qualche spunto in questa direzione potrebbe arrivare dal nuovo contratto della Pubblica Amministrazione. Se ne sta discutendo in queste ore. E per la prima volta prevede una regolamentazione articolata dell’Ia. Nelle bozze per esempio viene messo nero su bianco che «l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale non può dar luogo a decisioni esclusivamente automatizzate [...] senza l’intervento dell’uomo», così come è evidenziato che il lavoratore ha il diritto di conoscere in forma comprensibile i criteri generali di funzionamento dell’Ia utilizzati per esempio per la valutazione della prestazione dei dipendenti.
Prevedere esplicitamente l’intervento dell’uomo e dare la possibilità anche ai lavoratori di comprendere l’algoritmo che sta alla base dell’Intelligenza artificiale va di certo nella corretta direzione. Altra cosa è capire come nella pratica tutto ciò sarà possibile. Probabilmente si procederà per tentativi. E per fallimenti. La speranza è di accelerare per evitare che quello di Marghera (Venezia) sia il primo «strike» di posti di lavoro di una lunga serie.
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Keir Starmer (Ansa)
Secondo un documento di due diligence consegnato a Downing Street nel novembre 2024, il premier britannico sarebbe stato al corrente che i rapporti tra Mandelson ed Epstein continuarono anche dopo la prima condanna di quest’ultimo nel 2008, e «proseguirono tra il 2009 e il 2011». Il file afferma che la relazione iniziò quando Mandelson era ministro del Commercio e continuò anche dopo la fine del governo laburista. Nel documento si legge inoltre che Mandelson «soggiornò nella casa di Epstein mentre questo era in prigione nel giugno 2009». Ciò significa che Starmer era stato avvertito dei legami personali tra Mandelson ed Epstein almeno fino al 2011, ma decise comunque di nominarlo.
Inoltre, il consigliere per la sicurezza nazionale del Regno Unito, Jonathan Powell, giudicò come «stranamente affrettata» la nomina politica ad ambasciatore negli Usa di Mandelson. La dichiarazione di Powell risulta dal resoconto di una telefonata avuta a suo tempo col consulente legale del primo ministro, Mike Ostheimer. Da un documento emerge poi che Mandelson suggerì a Starmer di usare il leader del partito Reform Uk, Nigel Farage, per «migliorare i collegamenti del Regno Unito con l’amministrazione Trump».
All’epoca dei fatti Starmer fu anche informato dei legami di Mandelson con la Russia prima della sua nomina ad ambasciatore. Nel dossier viene citato un articolo del Daily Mail che ricorda come Mandelson fosse direttore non esecutivo del conglomerato russo Sistema. La società è l’azionista di maggioranza di Rti, azienda di tecnologia militare che produce radar e sistemi di comunicazione satellitare per il sistema russo di allerta precoce dei missili terrestri. Il presidente del gruppo era Yevgeny Primakov, alleato del presidente russo, Vladimir Putin, ed ex primo ministro russo. Il documento sottolinea inoltre che Mandelson rimase nel consiglio fino a giugno 2017, anni dopo l’annessione della Crimea nel 2014. Queste informazioni erano state incluse nel dossier consegnato a Downing Street prima della decisione sulla nomina.
In un file, risalente a dicembre 2024, si cita Mandelson mentre afferma, contrariamente alla politica del governo britannico, che Farage «non si può ignorare, è un membro del Parlamento eletto» e «una testa di ponte sia verso il presidente Trump sia verso Elon Musk e altri». Mandelson avrebbe aggiunto che «l’interesse nazionale viene servito nei modi più strani e meravigliosi». Il documento menziona anche interrogativi sul suo rapporto con l’ex finanziere condannato per pedofilia e traffico sessuale.
Mandelson, avrebbe organizzato nel maggio 2002 un incontro tra Epstein, e l’allora premier britannico, Tony Blair. In un memo inviato prima dell’incontro del 14 maggio 2002, il segretario privato di Blair, Matthew Rycroft, descriveva Epstein come «molto ricco» e «vicino al Duca di York», ricordando che possedeva una casa da 30 milioni di dollari a New York, un ranch di 10.000 acri nel New Mexico e una villa a Palm Beach. Come si legge nel documento, «Peter dice che Epstein ora viaggia con Clinton e Clinton vuole che tu lo incontri», ritenendo utile discutere con lui di «scienza» e di «tendenze economiche e monetarie internazionali». La nota ricordava anche i legami di Epstein con il principe Andrea, incontrato tramite Ghislaine Maxwell, e le sue visite a Sandringham e Windsor.
Ma i colpi di scena potrebbero essere solo all’inizio e potrebbero arrivare anche da oltreoceano. Un hacker straniero avrebbe tentato una sorta di Epsteinleaks, cercando di accedere ai files originali (e non censurati) dell’indagine Fbi su Epstein. L'incursione informatica è avvenuta tre anni fa presso l’ufficio di New York del Federal Bureau, secondo una fonte informata e documenti del Dipartimento di Giustizia recentemente pubblicati e visionati da Reuters. In una dichiarazione, l’Fbi ha affermato che quello che ha definito un «cyber incident» è stato «un episodio isolato».
«L’Fbi ha limitato l’accesso all’attore malevolo e ha ripristinato la rete. L’indagine rimane in corso, quindi al momento non abbiamo ulteriori commenti da fornire», è la scarna dichiarazione trapelata, ma al momento non è chiaro se e quali files l’hacker abbia trafugato. Secondo la fonte, l’intrusione sembrerebbe essere stata opera di un cybercriminale piuttosto che di un governo straniero. «Chi non cercherebbe di mettere le mani sui file Epstein se fossi i russi o qualcuno interessato al kompromat?» Ha detto Jon Lindsay, ricercatore sulle tecnologie emergenti e la sicurezza globale al Georgia Institute of Technology.
L’hackeraggio sarebbe avvenuto dopo che un server del Child Exploitation Forensic Lab dell’ufficio Fbi di New York è stato involontariamente lasciato vulnerabile dall’agente speciale Aaron Spivack, mentre cercava di orientarsi nelle procedure dell’agenzia per la gestione delle prove digitali, secondo la fonte e i documenti. Una cronologia redatta dallo stesso Spivack, inclusa nel vasto archivio di documenti su Epstein pubblicati quest’anno, indica che l’intrusione è avvenuta il 12 febbraio 2023. La violazione sarebbe stata scoperta il giorno successivo, quando l’agente ha acceso il computer e ha trovato un file testuale che avvertiva che la rete era stata compromessa.
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