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2021-08-17
Il «perdono» talebano e gli appetiti cinesi
Costfoto/Barcroft Media via Getty Images
Dopo il caos e le interruzioni del traffico aereo all'aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul di lunedì scorso, le operazioni aeree statunitensi sono riprese nelle giornata di ieri; tuttavia i militari «stanno ancora lavorando per garantire che la sicurezza sia sostenibile», ha affermato John Kirby, portavoce del Pentagono. Ora che le operazioni aeree sono riprese, gli americani presenti nel Paese si stanno recando in queste ore all'aeroporto in modo da salire sul primo volo che li riporterà a casa. Ma quanti sono davvero i cittadini statunitensi in Afghanistan? Nessuno lo sa (o lo dice) e lo stesso portavoce del Pentagono non è stato in grado a precisa domanda di rispondere. E resta sconosciuto anche il numero di afgani che potranno andare negli Usa in modo da evitare l'impiccagione. Tra coloro che coordineranno le vendette talebane c'è quel Khalil Al Rahman Haqqani uno dei leader della «rete Haqqani» e miliziano qaedista, sul quale pende una taglia di 5 milioni di dollari, che proprio ieri ha fatto visita al quartier generale talebano. Funzionari afgani e autorità internazionali del terrorismo lo considerano il gruppo terrorista più letale in Afghanistan accusato di alcune delle violenze più efferate nel Paese, compresi gli attacchi alle ambasciate a Kabul, al Palazzo del Parlamento afgano e alle basi militari Usa. Curiosa la sua presenza a Kabul mentre il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid nella sua prima conferenza stampa si mostrava conciliante con frasi come: «Vogliamo assicurarci che l'Afghanistan non sia più un campo di battaglia»; «Abbiamo perdonato tutti coloro che hanno combattuto contro di noi. Le animosità sono finite. Non vogliamo nemici esterni o interni». Assicurati,a parole, anche i diritti delle donne, seppur «nella sharia». L'amnistia di cui i talebani hanno parlato in queste ore sarebbe riservata ai funzionari statali che hanno lavorato con il passato regime e quindi con gli occidentali, anche se in pochi credono sarà davvero così ed è più realistico pensare che una volta che gli occidentali avranno lasciato il Paese scatterà la vendetta talebana covata per 20 anni.
Se molti stanno fuggendo a gambe levate dall'Emirato islamico afgano c'è invece chi ci arriva: nelle ultime 24 ore gli Stati Uniti hanno inviato circa 1.000 soldati in Afghanistan, portando il numero degli effettivi a 3.500 ma c'è chi dice che l'obbiettivo sarebbe quello di arrivare a 6.000. E le parole del presidente Joe Biden? Una nostra fonte in ambito Nato ci conferma che questo non sarebbe certo un problema «perché non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca dice una cosa al mondo e gli apparati ne fanno un'altra lontano dai riflettori».
Sul fronte internazionale continua lo smarcamento turco e russo. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu ha dichiarato al quotidiano turco Daily Sabah: «La Turchia accoglie con favore i messaggi positivi dati dai talebani agli stranieri, alle missioni diplomatiche e alla loro stessa popolazione. Spero che vedremo lo stesso approccio nelle loro azioni». Ma Çavusoglu ha anche steso un tappeto rosso ai talebani: «Mantenere il dialogo con tutte le parti, inclusi i talebani».
Sulla stessa lunghezza d'onda i russi con il ministro degli Esteri Serghei Lavrov che ha detto: «I talebani stanno dichiarando e dimostrando nella pratica la loro volontà di rispettare l'opinione degli altri: è un segnale positivo. In particolare hanno detto che sono pronti a discutere di un governo in cui non ci siano solo loro ma che preveda anche la partecipazione di altri rappresentanti afgani». L'astuto Lavrov infine ha anche auspicato un vertice tra tutti i gruppi etnici del Paese. Un consiglio che i talebani difficilmente ascolteranno anche perché tutti coloro che hanno favorito la rivolta talebana vanno tenuti a bada e pagati. Mentre negli Usa la polemica politica resta incandescente, la Cnn ha mandato in onda l'intervista al comandante talebano Muhammed Arif Mustafa che ha detto senza alcuna esitazione: «Siamo convinti che un giorno i mujahedin avranno la vittoria e che la legge islamica non arriverà solo in Afghanistan, ma in tutto il mondo. Non abbiamo fretta. Crediamo che un giorno arriverà».
Infine, l'intelligence Usa ha fallito oppure no? Per l'analista strategico Franco Iacch «l'intelligence, oltre alla raccolta dei dati, elabora costantemente dei modelli previsionali su ciò che potrebbe accadere nel breve, medio e lungo termine. Tale slancio previsionale è concepito per garantire immediata consapevolezza al decisore politico sui contesti che potrebbero verificarsi. Comprendere, mitigare e neutralizzare le minacce. Fornire giudizi e formulare raccomandazioni per supportare i decisori ad agire per mitigare tutte le minacce è compito dell'intelligence. Al presidente degli Stati Uniti, grazie alla infallibilità concessa, spetta il diritto di emettere giudizi e valutazioni che possono avere delle conseguenze su scala planetaria. L'intelligence statunitense ha sempre ribadito prima a Trump e poi a Biden che un ritiro prematuro e incondizionato dall'Afghanistan avrebbe innescato l'acquisizione talebana del Paese. Le valutazioni dell'intelligence hanno sempre rilevato che senza il continuo sostegno americano, le Forze di sicurezza nazionali afgane si sarebbero indebolite fino alla completa disintegrazione. Mentre la Cia, che non è certamente la Afghanistan's National Directorate of Security, ha da tempo una visione pessimistica delle prospettive di stabilità in Afghanistan, tali valutazioni sono state affinate nelle ultime settimane man mano che i talebani acquisivano progressi tattici. Le conoscenze, le raccomandazioni e le strategie degli analisti dell'intelligence aiutano a identificare, comprendere e combattere le minacce, ma spetterà sempre all'infallibilità del comandante in capo l'ultima parola. Sarebbe opportuno visionare anche i rapporti classificati per parlare di fallimento dell'intelligence. Nell'attesa», aggiunge l'esperto, «si può certamente parlare di errori delle diverse amministrazioni che si sono avvicendate, incapaci di comprendere la storia, le dinamiche tribali, la cultura dell'Afghanistan e di quanto sia drasticamente diversa da qualsiasi nazione occidentale».
Una regione per sei padrini. Dopo la fuga americana l’Afghanistan fa gola a molti
Meno di un mese fa Doug Bandow, già consigliere del presidente statunitense Ronal Reagan oggi membro di spicco del centro studi libertario Cato Institute, scriveva sul sito non-interventista Antiwar.com che «l'Afghanistan sarà un casino: lasciamo che se ne occupino Cina, Russia, Iran e gli altri». Forse un ragionamento simile, sommato al disinteresse verso quell'area per focalizzarsi sull'Indo-Pacifico, sta dietro al discorso pronunciato lunedì sera dal presidente Joe Biden.
Ma chi può cantare vittoria per il successo dell'avanzata dei talebani? Chi sono «gli altri»?
La Russia di Vladimir Putin è in modalità attendista. Zamir Kabulov, inviato speciale del presidente per l'Afghanistan, ha detto che Mosca «non ha fretta» di riconoscere il governo talebano come legittimo e prenderà una decisione in base a quanto «responsabilmente governeranno il Paese». L'obiettivo di Mosca è la stabilità dell'Asia centrale. Ma sa che, come dimostrano l'esperienza dell'Unione sovietica e la rapida recente ascesa dei talebani, la stabilità del Paese è difficile da raggiungere, tanto più da mantenere.
Come la Russia, anche la Cina ha ospitato delegazioni talebane negli ultimi mesi e anni. Basti pensare che il mullah Abdul Ghani Baradar, cofondatore e numero due dei talebani, ha incontrato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, a Tianjin, in Cina, a luglio. Lunedì la diplomazia cinese ha fatto sapere che la situazione in Afghanistan è cambiata e la Cina rispetta la volontà e la scelta del popolo afgano (sostenendo, così, che l'Emirato sia scelta del popolo). Come ha detto ieri l'ex ministro Franco Frattini al Tempo, «la Cina ha un interesse vitale in Afghanistan di cui nessuno parla. In questo Paese c'è la riserva di minerali sotterranei maggiore del mondo. Nel momento in cui i cinesi si impadroniscono, legalmente, delle concessioni minerarie afghane, mettono India e Giappone con le spalle al muro, mettendo di conseguenza con le spalle a muro l'intero Occidente». Con l'appoggio di Russia e Cina, i Talebani potrebbero ottenere il peso internazionale di cui hanno bisogno per conquistare un riconoscimento più ampio. Per Ebrahim Raisi, neopresidente dell'Iran, la sconfitta militare e il ritiro dall'Afghanistan degli Stati Uniti «dovrebbe essere un'opportunità per ripristinare la vita, la sicurezza e una pace durevole» nel Paese. Ma Teheran, che pur ha mantenuto buoni rapporti con i talebani durante i colloquio di Doha, può avere un ora problema: i flussi di profughi afgani, anche a fronte della prosecuzione della pandemia di Covid-19. Per questo, la comunità internazionale dovrà «seriamente» prestare attenzione al tema, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh. Ma se Washington piange, Teheran non ride, secondo Sayed Maisam Wahidi dell'Institute for peace research and security policy. «Ci si aspetta che Teheran si impegni di più con i talebani e le altre parti in Afghanistan» ma «attraverso formati regionali per garantire che il futuro governo talebano sia inclusivo e riconosciuto dalla regione e dalla comunità internazionale», ha spiegato l'esperto in un dossier per l'Ispi. E il Qatar? Un fatto: l'emittente qatariota Al Jazeera ha trasmesso in diretta, dal posto, la presa del palazzo presidenziale di Kabul da parte dei Talebani. Tutto nasce dal fatto che il Qatar, che pur ospita una importante base militare degli Stati Uniti, ha sempre mantenuto legami con organizzazioni come Hamas, i Fratelli musulmani e appunto i talebani, che per anni hanno avuto a Doha la loro sede (anche l'ufficio politico del mullah Baradar era nella capitale qatariota). Per il Qatar, la vittoria dei talebani è un'ottima notizia, una leva da utilizzare in tutto il Medio Oriente per uscire davvero dagli anni, quelli dell'amministrazione Trump, di isolamento da parte dell'Arabia Saudita.
Come il Qatar, anche la Turchia sostiene i Fratelli musulmani (e anche così si spiega il sostegno che i talebani hanno incassato in Siria e nella Striscia di Gaza). Ieri il ministro degli Esteri turco, Mevlut Çavusoglu, ha spiegato che il governo di Recep Tayyip Erdogan ha «accolto con favore i messaggi dati dai talebani finora. Continueremo a sostenere lo sviluppo economico, la stabilità, la pace e la tranquillità dell'Afghanistan», ha aggiunto. Per Ankara l'instabilità afgana può generare una leva di ricatto all'Unione europea (si pensi alla questione migranti). Infine, tra «gli altri» c'è il Pakistan, il vicino dell'Afghanistan che ha cullato per anni i talebani e che controlla i collegamenti tra Kabul e il porto di Karachi. Non c'è dubbio che il successo degli «studenti coranici» sia una vittoria anche per Islamabad.
Questi sei Paesi hanno una cosa in comune: la volontà di cacciare gli Stati Uniti e i loro alleati dall'Afghanistan e in generale dalla regione. L'idea, però, che possano dare vita a una coalizione rasenta l'impossibile. Non fosse altro perché i loro intenti comuni si fermano a un antiamericanismo che si declina sotto forme e visioni diverse, per non dire opposte.
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I nuovi padroni dell'Afghanistan ostentano spirito di riconciliazione: «Perdono per i nemici e diritti alle donne (nella sharia)». Intanto, però, nel loro quartier generale c'è Khalil Al Rahman Haqqani, spietato terrorista della rete creata da Bin Laden.Una regione per sei padrini. Dopo la fuga americana l'Afghanistan fa gola a molti. Russia, Cina, Iran, Qatar, Turchia e Pakistan corteggiano il governo fondamentalista. È in particolare Pechino a puntare le riserve di minerali di cui è ricco quel sottosuolo.Lo speciale comprende due articoli. Dopo il caos e le interruzioni del traffico aereo all'aeroporto internazionale Hamid Karzai di Kabul di lunedì scorso, le operazioni aeree statunitensi sono riprese nelle giornata di ieri; tuttavia i militari «stanno ancora lavorando per garantire che la sicurezza sia sostenibile», ha affermato John Kirby, portavoce del Pentagono. Ora che le operazioni aeree sono riprese, gli americani presenti nel Paese si stanno recando in queste ore all'aeroporto in modo da salire sul primo volo che li riporterà a casa. Ma quanti sono davvero i cittadini statunitensi in Afghanistan? Nessuno lo sa (o lo dice) e lo stesso portavoce del Pentagono non è stato in grado a precisa domanda di rispondere. E resta sconosciuto anche il numero di afgani che potranno andare negli Usa in modo da evitare l'impiccagione. Tra coloro che coordineranno le vendette talebane c'è quel Khalil Al Rahman Haqqani uno dei leader della «rete Haqqani» e miliziano qaedista, sul quale pende una taglia di 5 milioni di dollari, che proprio ieri ha fatto visita al quartier generale talebano. Funzionari afgani e autorità internazionali del terrorismo lo considerano il gruppo terrorista più letale in Afghanistan accusato di alcune delle violenze più efferate nel Paese, compresi gli attacchi alle ambasciate a Kabul, al Palazzo del Parlamento afgano e alle basi militari Usa. Curiosa la sua presenza a Kabul mentre il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid nella sua prima conferenza stampa si mostrava conciliante con frasi come: «Vogliamo assicurarci che l'Afghanistan non sia più un campo di battaglia»; «Abbiamo perdonato tutti coloro che hanno combattuto contro di noi. Le animosità sono finite. Non vogliamo nemici esterni o interni». Assicurati,a parole, anche i diritti delle donne, seppur «nella sharia». L'amnistia di cui i talebani hanno parlato in queste ore sarebbe riservata ai funzionari statali che hanno lavorato con il passato regime e quindi con gli occidentali, anche se in pochi credono sarà davvero così ed è più realistico pensare che una volta che gli occidentali avranno lasciato il Paese scatterà la vendetta talebana covata per 20 anni. Se molti stanno fuggendo a gambe levate dall'Emirato islamico afgano c'è invece chi ci arriva: nelle ultime 24 ore gli Stati Uniti hanno inviato circa 1.000 soldati in Afghanistan, portando il numero degli effettivi a 3.500 ma c'è chi dice che l'obbiettivo sarebbe quello di arrivare a 6.000. E le parole del presidente Joe Biden? Una nostra fonte in ambito Nato ci conferma che questo non sarebbe certo un problema «perché non sarebbe la prima volta che la Casa Bianca dice una cosa al mondo e gli apparati ne fanno un'altra lontano dai riflettori». Sul fronte internazionale continua lo smarcamento turco e russo. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Çavusoglu ha dichiarato al quotidiano turco Daily Sabah: «La Turchia accoglie con favore i messaggi positivi dati dai talebani agli stranieri, alle missioni diplomatiche e alla loro stessa popolazione. Spero che vedremo lo stesso approccio nelle loro azioni». Ma Çavusoglu ha anche steso un tappeto rosso ai talebani: «Mantenere il dialogo con tutte le parti, inclusi i talebani». Sulla stessa lunghezza d'onda i russi con il ministro degli Esteri Serghei Lavrov che ha detto: «I talebani stanno dichiarando e dimostrando nella pratica la loro volontà di rispettare l'opinione degli altri: è un segnale positivo. In particolare hanno detto che sono pronti a discutere di un governo in cui non ci siano solo loro ma che preveda anche la partecipazione di altri rappresentanti afgani». L'astuto Lavrov infine ha anche auspicato un vertice tra tutti i gruppi etnici del Paese. Un consiglio che i talebani difficilmente ascolteranno anche perché tutti coloro che hanno favorito la rivolta talebana vanno tenuti a bada e pagati. Mentre negli Usa la polemica politica resta incandescente, la Cnn ha mandato in onda l'intervista al comandante talebano Muhammed Arif Mustafa che ha detto senza alcuna esitazione: «Siamo convinti che un giorno i mujahedin avranno la vittoria e che la legge islamica non arriverà solo in Afghanistan, ma in tutto il mondo. Non abbiamo fretta. Crediamo che un giorno arriverà». Infine, l'intelligence Usa ha fallito oppure no? Per l'analista strategico Franco Iacch «l'intelligence, oltre alla raccolta dei dati, elabora costantemente dei modelli previsionali su ciò che potrebbe accadere nel breve, medio e lungo termine. Tale slancio previsionale è concepito per garantire immediata consapevolezza al decisore politico sui contesti che potrebbero verificarsi. Comprendere, mitigare e neutralizzare le minacce. Fornire giudizi e formulare raccomandazioni per supportare i decisori ad agire per mitigare tutte le minacce è compito dell'intelligence. Al presidente degli Stati Uniti, grazie alla infallibilità concessa, spetta il diritto di emettere giudizi e valutazioni che possono avere delle conseguenze su scala planetaria. L'intelligence statunitense ha sempre ribadito prima a Trump e poi a Biden che un ritiro prematuro e incondizionato dall'Afghanistan avrebbe innescato l'acquisizione talebana del Paese. Le valutazioni dell'intelligence hanno sempre rilevato che senza il continuo sostegno americano, le Forze di sicurezza nazionali afgane si sarebbero indebolite fino alla completa disintegrazione. Mentre la Cia, che non è certamente la Afghanistan's National Directorate of Security, ha da tempo una visione pessimistica delle prospettive di stabilità in Afghanistan, tali valutazioni sono state affinate nelle ultime settimane man mano che i talebani acquisivano progressi tattici. Le conoscenze, le raccomandazioni e le strategie degli analisti dell'intelligence aiutano a identificare, comprendere e combattere le minacce, ma spetterà sempre all'infallibilità del comandante in capo l'ultima parola. Sarebbe opportuno visionare anche i rapporti classificati per parlare di fallimento dell'intelligence. Nell'attesa», aggiunge l'esperto, «si può certamente parlare di errori delle diverse amministrazioni che si sono avvicendate, incapaci di comprendere la storia, le dinamiche tribali, la cultura dell'Afghanistan e di quanto sia drasticamente diversa da qualsiasi nazione occidentale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-talebani-fanno-i-buoni-ma-rispunta-al-qaeda-2654697807.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-regione-per-sei-padrini-dopo-la-fuga-americana-lafghanistan-fa-gola-a-molti" data-post-id="2654697807" data-published-at="1629229863" data-use-pagination="False"> Una regione per sei padrini. Dopo la fuga americana l’Afghanistan fa gola a molti Meno di un mese fa Doug Bandow, già consigliere del presidente statunitense Ronal Reagan oggi membro di spicco del centro studi libertario Cato Institute, scriveva sul sito non-interventista Antiwar.com che «l'Afghanistan sarà un casino: lasciamo che se ne occupino Cina, Russia, Iran e gli altri». Forse un ragionamento simile, sommato al disinteresse verso quell'area per focalizzarsi sull'Indo-Pacifico, sta dietro al discorso pronunciato lunedì sera dal presidente Joe Biden. Ma chi può cantare vittoria per il successo dell'avanzata dei talebani? Chi sono «gli altri»? La Russia di Vladimir Putin è in modalità attendista. Zamir Kabulov, inviato speciale del presidente per l'Afghanistan, ha detto che Mosca «non ha fretta» di riconoscere il governo talebano come legittimo e prenderà una decisione in base a quanto «responsabilmente governeranno il Paese». L'obiettivo di Mosca è la stabilità dell'Asia centrale. Ma sa che, come dimostrano l'esperienza dell'Unione sovietica e la rapida recente ascesa dei talebani, la stabilità del Paese è difficile da raggiungere, tanto più da mantenere. Come la Russia, anche la Cina ha ospitato delegazioni talebane negli ultimi mesi e anni. Basti pensare che il mullah Abdul Ghani Baradar, cofondatore e numero due dei talebani, ha incontrato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, a Tianjin, in Cina, a luglio. Lunedì la diplomazia cinese ha fatto sapere che la situazione in Afghanistan è cambiata e la Cina rispetta la volontà e la scelta del popolo afgano (sostenendo, così, che l'Emirato sia scelta del popolo). Come ha detto ieri l'ex ministro Franco Frattini al Tempo, «la Cina ha un interesse vitale in Afghanistan di cui nessuno parla. In questo Paese c'è la riserva di minerali sotterranei maggiore del mondo. Nel momento in cui i cinesi si impadroniscono, legalmente, delle concessioni minerarie afghane, mettono India e Giappone con le spalle al muro, mettendo di conseguenza con le spalle a muro l'intero Occidente». Con l'appoggio di Russia e Cina, i Talebani potrebbero ottenere il peso internazionale di cui hanno bisogno per conquistare un riconoscimento più ampio. Per Ebrahim Raisi, neopresidente dell'Iran, la sconfitta militare e il ritiro dall'Afghanistan degli Stati Uniti «dovrebbe essere un'opportunità per ripristinare la vita, la sicurezza e una pace durevole» nel Paese. Ma Teheran, che pur ha mantenuto buoni rapporti con i talebani durante i colloquio di Doha, può avere un ora problema: i flussi di profughi afgani, anche a fronte della prosecuzione della pandemia di Covid-19. Per questo, la comunità internazionale dovrà «seriamente» prestare attenzione al tema, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh. Ma se Washington piange, Teheran non ride, secondo Sayed Maisam Wahidi dell'Institute for peace research and security policy. «Ci si aspetta che Teheran si impegni di più con i talebani e le altre parti in Afghanistan» ma «attraverso formati regionali per garantire che il futuro governo talebano sia inclusivo e riconosciuto dalla regione e dalla comunità internazionale», ha spiegato l'esperto in un dossier per l'Ispi. E il Qatar? Un fatto: l'emittente qatariota Al Jazeera ha trasmesso in diretta, dal posto, la presa del palazzo presidenziale di Kabul da parte dei Talebani. Tutto nasce dal fatto che il Qatar, che pur ospita una importante base militare degli Stati Uniti, ha sempre mantenuto legami con organizzazioni come Hamas, i Fratelli musulmani e appunto i talebani, che per anni hanno avuto a Doha la loro sede (anche l'ufficio politico del mullah Baradar era nella capitale qatariota). Per il Qatar, la vittoria dei talebani è un'ottima notizia, una leva da utilizzare in tutto il Medio Oriente per uscire davvero dagli anni, quelli dell'amministrazione Trump, di isolamento da parte dell'Arabia Saudita. Come il Qatar, anche la Turchia sostiene i Fratelli musulmani (e anche così si spiega il sostegno che i talebani hanno incassato in Siria e nella Striscia di Gaza). Ieri il ministro degli Esteri turco, Mevlut Çavusoglu, ha spiegato che il governo di Recep Tayyip Erdogan ha «accolto con favore i messaggi dati dai talebani finora. Continueremo a sostenere lo sviluppo economico, la stabilità, la pace e la tranquillità dell'Afghanistan», ha aggiunto. Per Ankara l'instabilità afgana può generare una leva di ricatto all'Unione europea (si pensi alla questione migranti). Infine, tra «gli altri» c'è il Pakistan, il vicino dell'Afghanistan che ha cullato per anni i talebani e che controlla i collegamenti tra Kabul e il porto di Karachi. Non c'è dubbio che il successo degli «studenti coranici» sia una vittoria anche per Islamabad. Questi sei Paesi hanno una cosa in comune: la volontà di cacciare gli Stati Uniti e i loro alleati dall'Afghanistan e in generale dalla regione. L'idea, però, che possano dare vita a una coalizione rasenta l'impossibile. Non fosse altro perché i loro intenti comuni si fermano a un antiamericanismo che si declina sotto forme e visioni diverse, per non dire opposte.
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
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Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
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Massimo Recalcati (Ansa)
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.
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