I seguaci di Greta non sanno fare i conti. Entro 35 anni serve il doppio dell’energia
I giovani sono stregati dalle bugie sullo sviluppo sostenibile. Ma se le loro richieste diventeranno realtà resteranno al buio

Da troppi anni l’Italia è tutto un festival. Ce n’è uno per ogni attività, per ogni inattività, e per ogni immaginabile fuffa. Non mancano quelli della scienza, della filosofia, della letteratura, della… fate voi: pensate una parola e trovate il festival omonimo. Pure della fuffa, dicevo; e non dicevo a caso: m’informano che a Parma c’è il festival dello sviluppo sostenibile.

«Sviluppo sostenibile» (Ss, in seguito) è una locuzione in sé contraddittoria, un’antinomia, un ossimoro, ditelo come volete: Ss non significa nulla, malgrado la popolarità, o forse proprio per quella.

Sviluppo significa crescita. Quanto a sostenibile è, questa, una paroletta che ormai tutti attaccano a tutto – così è, ad esempio, in bocca a ogni politico o nella pubblicità di ogni prodotto in commercio, dallo stuzzicadenti al sommergibile. La parola prese forza nel 1991 a Rio, al Vertice mondiale sull’ambiente – e te pareva! – la cui base teorica fu un rapporto di una delle tante pleonastiche commissioni dell’Onu: il Rapporto Brundtland del 1987, ove si definiva sostenibile quello «sviluppo che soddisfa i bisogni delle persone esistenti, senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i loro bisogni». Per farla breve, possiamo dire che Ss vorrebbe significare «crescita durevole nel tempo». Senonché una crescita durevole nel tempo è semplicemente impossibile. Ma andiamo con ordine.

Già il Rapporto Brundtland, da un lato, invocava la «crescita economica sostenibile», dall’altro, pur specificando che essa «può essere perseguita solo se la crescita e le dimensioni della popolazione mondiale rimangono in armonia con l’ecosistema», non solo non chiariva cosa intendesse con «in armonia» ma addirittura specificava che «il problema non è semplicemente il numero delle persone, ma come esso si compara con le risorse disponibili»; e aggiungeva: «Sono necessarie azioni urgenti per evitare aumenti di popolazione con ritmi estremi». Ed è proprio questo «ritmi estremi» unitamente all’idea che «il problema non è il numero delle persone» ma, piuttosto, la distribuzione delle risorse, a farci concludere che la signora Gro Brundtland e omonima commissione abbiano manifestato seri problemi nella comprensione dell’aritmetica elementare.

Il fatto è che:

1 nessuna crescita, a qualunque ritmo (estremo o non estremo) può essere sostenibile;

2 se le risorse sono finite, non esiste una loro speciale distribuzione che garantisca la sostenibilità;

3 il problema è il numero delle persone, perché la terra non è infinita.

Ma a Rio, nel 1992, si invocò -testuale – la necessità di «mettere a punto programmi di informazione e di istruzione al pubblico per convivere con l’incremento inevitabile della popolazione mondiale». Con la parola «inevitabile» automaticamente si dichiarava che nulla può essere fatto per evitare quell’incremento. Ci sarebbe da chiedersi: se nulla può essere fatto, a cosa servirebbero l’informazione e l’istruzione? Naturalmente, non manca, infine, chi semplicemente nega l’intero problema e la sua esistenza, e rilancia con accattivanti affermazioni del tipo: «Le persone sono una risorsa e non un problema».

A noi non interessa essere politicamente corretti, né fare affermazioni accattivanti; non ci interessa piacere né a questo né a quello e neanche a noi stessi. Chiediamoci allora: è possibile una crescita durevole nel tempo? Il segreto della risposta risiede in una semplice formuletta: T=70/k. A parole: una cosa che cresce al ritmo del k% l’anno, raddoppia in T=70/k anni.

Consideriamo, per esempio, la crescita demografica. Può essere sostenibile? Se la popolazione mondiale crescesse al ritmo dell’1% l’anno, la nostra formuletta ci dice che sulla Terra ci saranno 15 miliardi di abitanti fra 70 anni e 7.000 miliardi d’abitanti fra 700 anni. Settecento anni sembrano moltissimo tempo -è il tempo che ci separa da Dante – ma esso inesorabilmente arriverà. E se la crescita dovesse mantenersi al ritmo dell’1% l’anno, con 7.000 miliardi d’anime la totalità delle terre emerse sarà come una enorme Roma, dieci volte più popolata dell’odierna. Detto sottovoce: oggi, il ritmo di crescita della popolazione è dell’1,1% l’anno.

Vediamo, allora, che lo sviluppo demografico non può essere sostenibile: verrà il momento in cui – ci piaccia o no – il numero di morti uguaglierà quello dei nati e la crescita demografica si arresterà. Come avverrà quell’arresto è un’altra faccenda. Ma avverrà: ce lo dice l’aritmetica.

Possiamo applicare la nostra formuletta in ogni circostanza. Per esempio: la domanda d’energia elettrica cresce al ritmo del 2% l’anno? Fra 70/2=35 anni avremo bisogno del doppio di tutti gli impianti che abbiamo oggi disponibili. Io fra 35 anni non ci sarò e non mi cale, ma i bambini «Gretini» che oggi manifestano, belando come pecore, dietro una mocciosa con qualche problema psichico, semianalfabeta in climatologia, lo sappiano. Coi tempi che corrono non si sa mai, lo sappiano: se otterranno anche solo un decimo di quel che chiedono, fra 35 anni avranno di che divertirsi e avranno modo di ringraziare i mercanti di bambini che li stanno trascinando nel mondo dei balocchi. Parlo degli ambientalisti, dannosi come locuste perché ignoranti.

Vagheggiano la riduzione degli usi d’energia aumentandone l’efficienza: anche le capre sanno che l’uso di ogni bene aumenta se esso è disponibile con maggiore efficienza. Oppure vaneggiano di lasciare disponibili alle generazioni future beni che sono finiti, promuovendone il risparmio: anche le capre sanno che è privo di senso privarsi, con lo scopo di risparmiarlo, di un bene che è finito. Per dire: se un bene si esaurisce in 100 anni, si esaurirà in 110 anni se ne risparmi il 10%. Con buona pace delle generazioni future. Per promuovere questo fantomatico Ss, alcune teste d’uovo – tra cui l’attuale ministro dei Trasporti, Enrico Giovannini, che gongola perché controlla il green pass negli Eurostar ma non ha idea di come fare con i regionali – a dispetto del fallimento di una cosa che si chiamava Agenda 21, hanno rilanciato con un’altra cosa, che si chiama Agenda 2030, tanto per non difettare di fantasia.

I propositi di Agenda 2030 sono gli stessi di quelli di Agenda 21, solo che il 2021 è quasi trascorso senza che alcun proposito fosse stato realizzato. Comunque eccoli i propositi. Sono XVII, che è l’anagramma di vixi, come dire che l’Agenda nacque morta. Oltre ai cambiamenti climatici – che ci stanno come il prezzemolo – si propongono, entro il 2030 di sconfiggere povertà, fame, disuguaglianze, e poi di promuovere salute, benessere, istruzione, parità di genere, acqua ed energia pulita, pace e giustizia, lavoro dignitoso per tutti. Peccato non ci fossi anche io nell’austera assise dei redivivi Einstein: avrei fatto aggiungere i propositi di sconfiggere la tristezza e di promuovere l’allegria.

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