Ecco #DimmiLaVerità del 4 maggio 2026. Il nostro Gianluigi Paragone commenta la richiesta delle comunità islamiche di istituzionalizzare il Ramadan.
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2026-03-20
Classi aperte per il Ramadan, Madonna lasciata in strada. L’anticristianesimo fa scuola
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A Bologna niente «visita» in un istituto per l’effige di Maria del santuario di San Luca: per i genitori va contro la laicità. Però gli spazi per i musulmani a Firenze vanno bene.
Si usa ripetere con feroce ostinazione che la scuola italiana sia laica e tale debba restare, al riparo da ogni ingerenza religiosa. Lo si afferma con una convinzione che talvolta tracima nel fanatismo, come accaduto qualche giorno fa a Bologna.Don Milko Ghelli, parroco della chiesa di San Girolamo dell’Arcoveggio, avrebbe voluto portare in processione la Madonna di San Luca alla scuola materna Grosso, zona Bolognina. Nelle intenzioni del sacerdote si sarebbe trattato di un piccolo omaggio, un evento raro e per questo prezioso. Non una invasione di campo, ma un momento di condivisione comunitaria. Però alcuni genitori si sono impuntati: la scuola è laica, niente Madonna. Anche se poi la statua sarebbe dovuta entrare nel cortile, niente di più. È finita che i genitori l’hanno avuta vinta, per altro dopo una mediazione condotta da un assessore comunale: la processione c’è stata ma la statua ha dovuto fermarsi fuori dal cancello della materna. La storia è emblematica e tutto sommato affatto inedita.
Curiosamente, però, quanto in ballo ci sono altre fedi e altre credenze, solitamente nella laicissima scuola italica si riscontra un atteggiamento un filo diverso. Un esempio lo fornisce la surreale vicenda della scuola Sassetti-Peruzzi di Firenze, un istituto tecnico professionale che conta qualcosa come 1.300 iscritti. In occasione del Ramadan, la scuola ha messo a disposizione degli studenti musulmani due aule per la preghiera, una per i maschi e una per le femmine. Scelta curiosa: non solo si è concesso uno spazio per praticare la fede musulmana, ma si è pure avallata la rigida separazione fra i sessi, che non è un precetto ma semmai una usanza in voga in certe tradizioni e non in altre.
È suggestivo notare come alla Sassetti-Peruzzi sia in vigore un regolamento che prevede la cosiddetta carriera alias: chi si riconosce in un sesso diverso da quello biologico può farsi chiamare con un altro nome corrispondente al genere più gradito. Insomma, a quanto pare la differenza sessuale vale soltanto se a imporla sono i musulmani, buono a sapersi. Immaginate che putiferio scoppierebbe se un gruppo di studenti cristiani chiedessero di eliminare la carriera alias: verrebbero probabilmente linciati.
Il preside dell’istituto, Osvaldo Di Cuffa, ha rivendicato la decisione «nel rispetto del pluralismo e della laicità della scuola e di tutti i culti presenti, come dice la Costituzione. Come garantiamo ai cristiani l’insegnamento della religione e le festività», ha detto, «garantiamo alle altre confessioni pari diritti e il confronto tra culture». Per la verità, le cose stanno un po’ diversamente: la religione si insegna in virtù di un concordato con la Chiesa cattolica, accordo che non esiste con le istituzioni islamiche italiane. Il dettaglio, purtroppo, sfugge anche all’Ufficio scolastico regionale per la Toscana (Usr). «Il dirigente scolastico», dice il direttore dell’Usr, Luciano Tagliaferri, «ha spiegato che la decisione assunta non risponde ad alcuna impostazione ideologica o politica ma si colloca nell’ambito dell’autonomia organizzativa. Alcuni studenti, ha dichiarato il dirigente, hanno chiesto di poter pregare all’interno della scuola, durante la pausa didattica, per non essere costretti ad assentarsi e a perdere diversi giorni di lezione. La scuola ha, quindi, concesso a questo scopo uno spazio inutilizzato, in un’ottica di garanzia del diritto allo studio. L’intervento si inserisce nel quadro dei principi costituzionali di libertà religiosa, inclusione e rispetto reciproco che la scuola è chiamata quotidianamente a promuovere, come presidio fondamentale di convivenza civile, dialogo e democrazia».
Le uscite dell’Usr non convincono per niente Rossano Sasso di Futuro nazionale, da sempre attento alle questioni riguardanti la scuola. A suo dire, la scelta dell’istituto «confligge con il carattere laico della scuola e soprattutto con il fatto che, nella stessa scuola, siano stati da tempo fatti sparire tutti i crocifissi. Nel nome dell’autonomia scolastica si giustificano e si promuovono sottomissione all’islam e discriminazione della donna, visto che alle studentesse non è consentito di pregare insieme agli studenti. Anni di studi e di progetti sulla parità di genere, e poi? Trasformiamo la scuola pubblica italiana in una moschea?». Non ha tutti i torti.
Il problema, qui, non sono tanto i fedeli musulmani che chiedono giustamente spazi. Sono, semmai, le istituzioni italiane che si mostrano intolleranti con ogni rivendicazione che sappia anche solo lontanamente di cattolicesimo ma poi consentono ai musulmani non solo di pregare ma pure di imporre la separazione tra maschi e femmine. Cosa che si verifica non solo a Firenze, ma anche in varie università italiane, da Brescia in giù, dove si mettono a disposizione spazi di preghiera con tanto di divisorio. Il crocifisso no perché offende e le barriere invece sì per rispetto delle culture altre? Per non parlare poi dei Comuni che chiudono strade e vie per consentire la serena celebrazione del Ramadan, e va pure bene, ma siamo sicuri che ci sia la stessa disponibilità nei confronti della religione autoctona?
Anche nei casi più eclatanti di sospensione della laicità, i progressisti italiani tacciono o acconsentono. In compenso, proprio a Firenze pochi giorni fa, la maggioranza di sinistra in Comune ha bocciato una mozione che chiedeva di esporre il crocifisso nelle classi delle scuole cittadine. «Ci sono due elementi fondamentali che dovrebbero essere ben presenti a tutti i membri di quest’aula: l’autonomia scolastica degli istituti e la libertà educativa», ha detto al consiglio comunale l’assessore all’educazione di Firenze, Benedetta Albanese. «Questi princìpi consentono alle scuole di costruire percorsi e progetti nel rispetto degli studenti, delle famiglie e delle esigenze della comunità educante». La stessa Albanese ha ribadito che «la laicità dello Stato non è ostilità verso la religione, al contrario, è una garanzia per tutti». Può darsi, peccato che poi l’assessore, riguardo allo spazio di preghiera allestito nella scuola Sassetti-Peruzzi, abbia dichiarato che «non c’è rispetto nello strumentalizzare simboli religiosi né nel distorcere il senso di un’iniziativa che peraltro non è inedita».
Lievemente contraddittorio: o la laicità che impone di togliere il crocifisso è garanzia per tutti, oppure vale solo per i cristiani e non per le altre confessioni, che ottengono spazi conformi ai loro desideri a costo di andare in contrasto con la tanto sbandierata parità di genere. Il sospetto, in fondo, è esattamente questo: più che la laicità, in alcune scuole italiane vige l’anticristianesimo.
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Ansa
Durante il mese sacro dell’islam, una delle restrizioni per i fedeli è l’astenersi dal bere acqua nelle ore diurne. Ma tale pratica non è esente da rischi: l’organismo si disidrata, causando seri danni psicofisici, fino a episodi limite di aumento della violenza.
In occasione dell’8 marzo Non una di meno intona cori da anni Settanta, precisando che le sedi dei pro life vanno incendiate «con loro dentro, sennò è troppo poco». Sono innumerevoli gli articoli su PubMed che testimoniano i danni, anche se in effetti basterebbero un buon libro di fisiologia e di patologia medica per chiarire il problema. La disidratazione rappresenta una condizione clinica determinata da un bilancio idrico negativo in cui la perdita di acqua supera l’introito. La letteratura scientifica sottolinea come anche modeste riduzioni dell’acqua corporea, pari all’1-2% del peso totale, siano sufficienti per alterare parametri fisiologici e cognitivi. La popolazione anziana, pediatrica, gli adolescenti, i lavoratori di lavori pesanti fatti all’aperto nei mesi estivi, gli atleti e i soggetti con patologie croniche costituiscono i gruppi maggiormente vulnerabili, ma ogni creatura umana sottoposta al danno della disidratazione, alla sofferenza della sete, subisce un danno. Le evidenze raccolte mostrano che la disidratazione non è un evento isolato ma un fattore di rischio trasversale in grado di incidere su performance, capacità decisionali, omeostasi cardiovascolare e funzione renale.
La funzione cerebrale è altamente dipendente dall’equilibrio idroelettrolitico. Studi clinici e sperimentali mostrano che la disidratazione anche lieve compromette processi cognitivi superiori quali attenzione sostenuta, velocità di elaborazione, memoria di lavoro e capacità decisionale. Sono state osservate alterazioni neurocomportamentali come irritabilità, calo della vigilanza e peggioramento dell’umore, attribuibili alla ridotta perfusione cerebrale e alle variazioni di osmolarità plasmatica. Chi rispetta il Ramadan aumenta il suo rischio di errore, per esempio causando l’incidente stradale che ti ammazzerà. La disidratazione aumenta l’aggressività e diminuisce l’autocontrollo. I violenti gesti di aggressione agli infedeli che osano mangiare e bere durante il Ramadan non sono solo dovuti all’intolleranza islamica. Sono anche l’espressione del banale odio che il sofferente prova per chi si è rifiutato di soffrire. La disidratazione media e grave può anche danneggiare neuroni portandoli a morte. I bambini, per via della maggiore superficie corporea e dell’immaturità dei sistemi di termoregolazione, presentano peggioramenti nelle prestazioni scolastiche e nelle attività complesse. Il tollerante di turno vi spiegherà che i bambini sono esentati dal Ramadan, e qui si arriva all’annoso problema: definisci bambino. Sono esentati dal Ramadan i bambini prepuberi, quindi una bambina di 10 anni che abbia già avuto le mestruazioni ha l’obbligo, e soprattutto hanno l’obbligo i postpuberi, cioè gli adolescenti, che vivono il periodo in cui si formano maggiormente sinapsi nel cervello, sinapsi che serviranno per tutta la vita. Un cervello disidratato forma meno sinapsi. Gli anziani manifestano rapidamente confusione mentale, riduzione dell’attenzione e destabilizzazione dell’equilibrio, con conseguenze potenzialmente severe come cadute e riduzione dell’autonomia funzionale, nella fiduciosa speranza che non stiano guidando. L’aumento dell’aggressività rende il periodo del Ramadan un periodo di violenza moltiplicata, qualsiasi tipo di violenza: da quella domestica alla rissa, dalla violenza politica al pestaggio anche mortale di animali domestici. La diminuzione dell’attenzione moltiplica incidenti stradali e incidenti sul lavoro. La disidratazione agisce direttamente sul volume plasmatico e sulla viscosità ematica. La diminuzione del ritorno venoso comporta una riduzione della gittata cardiaca, determinando un aumento compensatorio della frequenza cardiaca. Sotto condizioni di stress termico o di attività fisica intensa, la capacità dell’organismo di dissipare calore tramite sudorazione e vasodilatazione cutanea risulta compromessa. Questo porta a un incremento della temperatura corporea centrale e a un maggior rischio di sviluppare ipertermia e colpo di calore. La disidratazione influisce negativamente sulla performance fisica sia aerobica che anaerobica.
Deficit idrici pari al 2-3% determinano una riduzione significativa della resistenza, un aumento della percezione dello sforzo e un deterioramento della forza muscolare. Se uno fa il muratore e si trova su una scala, questo può diventare causa di incidente. La compromissione della termoregolazione contribuisce ulteriormente alla diminuzione della capacità di sostenere attività prolungate, con decrementi prestazionali documentati fino al 20-30%. Se uno è operaio alla catena di montaggio questo è un problema. Le attività che richiedono rapidità di esecuzione, potenza esplosiva o coordinazione fine, per esempio l’orefice o il chirurgo, risultano particolarmente sensibili alla perdita di liquidi a causa dell’aumento dello stress cardiocircolatorio e della riduzione della funzionalità neuromuscolare. Il rene è l’organo simbolo della vulnerabilità alla disidratazione. La riduzione della perfusione renale causa un calo della filtrazione glomerulare e un aumento del riassorbimento tubulare di acqua, con conseguente incremento dell’osmolarità urinaria. Questa condizione favorisce la formazione di calcoli renali per cristallizzazione dei sali e incrementa il rischio di danno renale acuto, soprattutto nei soggetti con comorbilità cardiovascolari.
La disidratazione cronica è stata inoltre associata a un potenziale peggioramento della progressione della malattia renale cronica, sebbene siano necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi patogenetici coinvolti. Il rischio aumenta sensibilmente negli anziani, che spesso presentano polifarmacoterapia (diuretici, Ace inibitori, Fans) e alterazioni dell’assetto ormonale responsabile dell’omeostasi idrica.
Gli anziani sono predisposti alla disidratazione per molteplici ragioni: ridotta percezione della sete, deficit cognitivi, mobilità limitata, assunzione di farmaci che alterano l’equilibrio idrico e patologie croniche. La disidratazione in questa fascia di popolazione può manifestarsi con ipotensione, confusione e aumentato rischio di ospedalizzazione. I bambini, invece, per la loro fisiologia, sviluppano più rapidamente alterazioni idriche significative e presentano un rischio maggiore di complicanze gravi in presenza di febbre, diarrea, vomito o attività fisica intensa. L’analisi integrata degli studi evidenzia come la disidratazione, anche lieve, sia associata a un insieme complesso di effetti sistemici in grado di compromettere funzioni cognitive, capacità fisiche, stabilità cardiovascolare e salute renale. La prevenzione della disidratazione attraverso un adeguato apporto idrico rappresenta un intervento semplice ma estremamente efficace nella riduzione della morbilità, soprattutto nelle popolazioni vulnerabili, a meno che non sia vietato per motivi religiosi. I bambini sotto la pubertà in teoria non dovrebbero partecipare al Ramadan; in realtà sempre più spesso il divieto viene esteso anche a quelli dai sette anni in su. Il Ramadan è obbligatorio per gli adolescenti, cioè dopo la pubertà, cioè in organismi in fase di accrescimento veloce, quando la disidratazione è particolarmente dannosa. L’adolescenza è, il periodo di massima esplosione di sinapsi, è una fase in cui le carenze hanno effetti gravi e non sempre reversibili.
Dato quanto sopra si pongono tre domande, che non sono un espediente retorico, ma vere domande che pretendono una risposta. Perché il Ramadan non è vietato? Un’attenzione alla salute pubblica talmente invasiva che obbliga ai vaccini, farmaci su cui ci sono molti dubbi, non vieta la disidratazione, situazione drammaticamente pericolosa e dannosa al di là di ogni ragionevole dubbio. Come è possibile che personaggi politici, religiosi, presidi, insegnanti, giornalisti e cosiddetti intellettuali, parola dall’etimologia sempre più impenetrabile, si congratulino con una pratica che frigge il cervello, prende a calci il cuore e fotte il rene, facciano raccomandazioni per non stressare i cervelli disidratati con interrogazioni e pretese di intelligenza che non può esserci in un cervello disidratato, salutino con tenerezza spesso dentro alle moschee una pratica disumana e pericolosa? Terza domanda: come è possibile che qualcuno creda che regole dannose per la salute, regole che sono sofferenza, danno, follia, incidenti, morte, infarto, ictus e insufficienza renale possano venire da Dio?
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(Ansa). Nel riquadro, l'Itis Sassetti-Peruzzi di Firenze
Il dirigente del Sassetti-Peruzzi appalta alcuni spazi agli iscritti musulmani. Palazzo Vecchio nega i simboli cristiani in classe.
Uno spazio dedicato alla preghiera durante il Ramadan all’interno di una scuola fiorentina. Succede all’istituto superiore Sassetti-Peruzzi, dove su richiesta degli studenti di religione islamica è stato individuato uno spazio in cui i ragazzi possano pregare con tutto il silenzio e il raccoglimento del caso durante l’orario scolastico.
«Ovviamente ho acconsentito subito alla richiesta degli alunni», spiega al quotidiano La Nazione il dirigente della scuola, Osvaldo Di Cuffa. «Tra l’altro, mi pare che quest’anno il Ramadan nella mia scuola sia particolarmente sentito dai ragazzi musulmani. In passato non avevo avuto questa sensazione».
La notizia arriva negli stessi giorni in cui a Firenze è tornata di attualità l’annosa questione: crocifissi a scuola, sì o no? Il dibattito si è riaperto, dopo che è stata presentata una mozione dal consigliere comunale di opposizione Luca Santarelli avente ad oggetto «Crocifissi e presepi nelle scuole comunali di ogni ordine e grado». La Commissione 9 di Palazzo Vecchio, competente sull’Istruzione, ha bocciato la mozione presentata da Santarelli, che in un post su Facebook ha commentato così: «La maggioranza dice no alle nostre radici. No ai crocifissi nelle classi».
La decisione, approvata a maggioranza, si legge in una nota pubblicata sul sito del Comune di Firenze, «pone al primo posto il principio fondamentale dell’autonomia scolastica, sancito dal Dpr 275/1999 e tutelato dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato e della Cassazione. Le scuole, attraverso i dirigenti scolastici e i Consigli di istituto, sono gli organi preposti a decidere sull’esposizione di simboli religiosi o culturali, nel rispetto della laicità dello Stato italiano e della pluralità delle convinzioni religiose presenti nelle nostre aule. Imporre o promuovere dall’alto scelte simboliche invade questa autonomia e rischia di ledere la libertà di coscienza di studenti, famiglie e personale scolastico, come ribadito da sentenze quali Cassazione 24414/2021 e Consiglio di Stato 2567/2024».
La presidente della commissione, la dem Beatrice Barbieri, motiva così la decisione: «L’intervento comunale non può sostituirsi alle scelte pedagogiche delle scuole, che devono riflettere la complessità della nostra società multiculturale. Le tradizioni cristiane, crocifisso e presepe inclusi, rappresentano un patrimonio storico-artistico inestimabile e possono essere valorizzati come occasioni di apprendimento culturale, ma solo nel quadro di iniziative inclusive che rispettino tutte le sensibilità, senza privilegiare una confessione religiosa».
Anche se il Sassetti-Peruzzi non rientra tra le scuole su cui il Comune ha competenza, davanti alle parole della consigliera, viene da chiedersi se concedere spazi per pregare durante l’orario scolastico sia o meno privilegiare una confessione religiosa.
Va detto che l’argomento del rapporto tra islam e scuole è da sempre complesso, e a Firenze in modo particolare.
Nel 2023 Ludovico Arte, preside di una scuola superiore, l’istituto tecnico Marco Polo, aveva detto sì a un’esigenza che era stata presentata da alcune studentesse di fede musulmana, concedendo un’aula per pregare a disposizione degli studenti osservanti il Ramadan «durante il secondo intervallo, dalle 11.35 alle 11.45». Il dirigente aveva spiegato, con parole simili a quelle usate dal suo collega quest’anno, che «la religione non può passare davanti alla didattica, non è accettabile. Ma mi sono voluto consultare con le vicepresidi e abbiamo deciso di concedere gli spazi, di ottemperare dunque a una richiesta che ci era stata posta con molto garbo».
All’epoca Alessandro Draghi, capogruppo di Fratelli d’Italia a Palazzo Vecchio, aveva criticato duramente la scelta: «Non sono islamofobo ma se si sceglie la laicità della scuola, se non ci sono i crocifissi allora non ci devono essere nemmeno le aule per il Ramadan».
Quest’anno, però, sempre secondo quanto riporta La Nazione, al Marco Polo non sarebbero state messe a disposizione aule e il caso del Sassetti-Peruzzi sarebbe un episodio isolato. «Non abbiamo avuto nessuna richiesta», ha spiegato Arte. Stesso discorso all’istituto Salvemini-Duca d’Aosta. Anche all’Itis Leonardo da Vinci, fa sapere al quotidiano fiorentino la dirigente Francesca Balestri, «nessuno studente mi ha chiesto niente». Fin qui le scuole superiori. Tra i più piccoli, con l’inizio del Ramadan è tornato il problema del digiuno.
All’istituto comprensivo Vespucci, che si trova a Peretola, stanno facendo il Ramadan un bimbo della primaria e uno della secondaria di primo grado. «Molti meno rispetto al passato», spiega la dirigente Francesca Cantarella. «Come scuola», aggiunge, «abbiamo deciso di far firmare ai genitori un’assunzione di responsabilità, perché in passato, quando il periodo di digiuno cadeva in periodi caldi, è capitato che qualche bimbo, stremato, si sentisse male».
In questi giorni, secondo quanto riportato dal quotidiano toscano, il bimbo della primaria che osserva il periodo di digiuno va regolarmente a mensa, ma non tocca cibo né acqua.
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Mohammad Hannoun (Ansa)
- Nelle carte dell’inchiesta di Genova su Mohammad Hannoun emerge l’attivismo di gruppi per creare legami istituzionali intorno a flussi di denaro sospetti.
- Ramadan, non solo preghiera e digiuno ma anche una «decima». Obolo che non si sa dove finisce.
Lo speciale contiene due articoli
Quella sull’Associazione benefica per il popolo palestinese (Abspp), presieduta da Mohammad Hannoun, il giordano arrestato a dicembre su richiesta della Procura di Genova, non è un’indagine che parte dalle armi o dalle milizie. Parte dal mondo delle Ong, dalla cooperazione internazionale, dalle raccolte fondi pubbliche organizzate nelle nostre città. Questo raccontano i documenti depositati nel fascicolo processuale. Un lavoro firmato dalla Digos e da due diversi nuclei della Guardia di finanza. Oltre mille pagine che confermano che è proprio in quell’area, tradizionalmente percepita come spazio della solidarietà e dell’impegno civile, che gli investigatori collocano il primo livello della loro ricostruzione.
L’inchiesta «Domino» capovolge l’ordine dei fattori: prima il circuito umanitario, poi - secondo l’ipotesi accusatoria - la rete finanziaria. Tra i nomi che emergono negli atti figura Giuditta Brattini, operatrice umanitaria attiva da anni in iniziative di sostegno alla popolazione di Gaza. Il suo ruolo non viene descritto come operativo nella gestione dei conti, ma come punto di contatto tra l’attivismo civile italiano e l’Abspp di Hannoun. La tesi dei magistrati è netta: Abspp non sarebbe stata soltanto un ente caritativo, ma un nodo europeo inserito in una rete ritenuta riconducibile ad Hamas, con funzioni di raccolta, gestione e trasferimento di fondi.
Nelle conversazioni intercettate Brattini parla di iniziative a Milano per raccogliere fondi e inviare beni di prima necessità nella Striscia. Si discute di eventi, contatti, organizzazione logistica. Non emergono, allo stato, istruzioni finanziarie o movimentazioni dirette di denaro a suo nome. Tuttavia la sua presenza negli atti evidenzia un punto chiave: la sovrapposizione tra attivismo umanitario, dimensione politica e reti associative attorno ad Abspp. È in questo spazio di intersezione che l’indagine individua uno snodo sensibile. L’impianto investigativo mette insieme intercettazioni telefoniche e ambientali, tracciamenti bancari, analisi di flussi finanziari, copie forensi di server e documenti provenienti dall’estero. Ma il punto di partenza non è una spedizione di contanti, né un trasferimento sospetto: è il contesto associativo, la dimensione pubblica e relazionale. È qui che il ruolo delle Ong diventa centrale. Non perché l’attività umanitaria sia di per sé oggetto di contestazione ma perché, nella prospettiva accusatoria, proprio attraverso iniziative pubbliche, campagne di solidarietà e interlocuzioni istituzionali si sarebbe costruita una rete di consenso e affidabilità capace di sostenere, direttamente o indirettamente, i flussi finanziari al centro dell’indagine.
In questo perimetro emerge la figura di Sulaiman Hijazi, indicato negli atti come mediatore e figura di raccordo politico-relazionale nel circuito attorno ad Abspp. È lui che dialoga con interlocutori italiani, che riferisce delle difficoltà legate ai conti bloccati e che organizza incontri e relazioni pubbliche. In una conversazione intercettata è proprio Hijazi a parlare del viaggio di Wael Dahdouh previsto per il 20 marzo 2024 in Qatar, dove avrebbe dovuto raggiungere i figli per la fine del Ramadan. Spiega che Dahdouh riceve numerosi inviti in Italia ma che non può accettarli tutti. «Preferisco in questo momento accettare per lui gli inviti degli italiani, così per farlo conoscere di più», afferma Hijazi, aggiungendo di avere un appuntamento con Beppe Grillo nella sua villa di Sant’Ilario. A intervenire è Hanin, interlocutrice nella conversazione, che reagisce con tono critico: «Ma non potevi trovare qualcun altro?». Hijazi replica: «Che vuoi che ti dica? Pensi che lo porti anche da Schlein? Comunque sono tutti così». È ancora Hanin a rispondere, facendo esplicito riferimento a Elly Schlein, segretaria del Partito democratico: «Non da Schlein, è una calamità». Hijazi controbatte: «E quindi vuoi che lo porti dalla Meloni? In Italia purtroppo abbiamo solo questi».
La conversazione prosegue con Hanin che esprime il timore di una strumentalizzazione politica: «Non vorrei che dopo averlo incontrato facciano la foto e poi dicano di capire la sofferenza senza aver fatto nulla. Sembra che facciano a gara per il post più bello con Wael Al Dahdouh. Si è ridotto a un post su Instagram». Hijazi conclude spiegando che l’obiettivo sarebbe ottenere risultati concreti dall’Italia senza eccessiva esposizione mediatica: «Se Dio vorrà, tramite questi politici li otterrà». Il passaggio è significativo perché mostra un atteggiamento ambivalente verso la politica italiana. Né il M5s, né il Pd sembrano godere di una fiducia sostanziale nel dialogo intercettato. I giudizi sono talvolta sprezzanti. Eppure la politica resta un canale da utilizzare. Nonostante i timori espressi in una intercettazione: «Questa cosa... in qualsiasi organizzazione... quando uno vorrebbe far parte dei 5 stelle... del Pd oppure della Sinistra italiana, sinistra ecologica, verde o qualsiasi cosa... prima di farne parte deve fare una baiyaa (giuramento di fedeltà) a loro... nel senso che io per diventare uno di voi... mettendomi a conoscenza dei vostri segreti per esempio... c’è qualcosa che si chiama giuramento vero?».
Nello stesso circuito compare anche Davide Tripiedi, ex parlamentare del 5 stelle. In una telefonata del 20 gennaio 2025 viene informato dell’esistenza di un milione di euro bloccato e delle difficoltà legate al nome di Hannoun, inserito nelle liste del dipartimento del Tesoro statunitense. Tripiedi osserva che un trasferimento di quella entità comporterebbe una segnalazione immediata alla Banca d’Italia. Non emergono indicazioni di un suo coinvolgimento operativo nella gestione dei fondi, ma la conversazione lo colloca nel perimetro informativo della vicenda.
Un capitolo a parte riguarda Mohamed Shahin, imam di Torino. Il suo nome compare in diverse intercettazioni come interlocutore territoriale e religioso. In una conversazione si fa riferimento alla «amana», somma affidata in custodia, e alla consegna di denaro a «sfollati e bisognosi». Secondo la ricostruzione investigativa, Shahin avrebbe rappresentato un punto di raccordo locale, figura di riferimento per la comunità e possibile facilitatore nella legittimazione delle raccolte. Sul piano amministrativo, nei suoi confronti era stato disposto un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza, poi annullato con rinvio dalla Cassazione. Shahin resta libero in attesa della nuova decisione. La sua posizione amministrativa è distinta dal procedimento penale, ma l’attenzione attorno alla sua figura è evidente. Il quadro che emerge è multilivello: un vertice decisionale, una gestione operativa dei flussi e, attorno, una rete pubblica fatta di Ong, referenti religiosi, interlocuzioni politiche e momenti mediatici.
L’elemento che rende l’inchiesta particolarmente sensibile non è soltanto l’ipotesi di flussi finanziari verso soggetti ritenuti contigui ad Hamas, ma la presenza di un livello politico che, pur non risultando operativo nella gestione delle somme, viene evocato come sponda e leva di visibilità. È questo piano relazionale che solleva interrogativi ulteriori: quanto meno sulla responsabilità politica e sull’opportunità delle interlocuzioni.
Col Ramadan parte la patrimoniale islamica
Il Ramadan, il mese sacro dei musulmani, non è fatto solo di digiuno, dall’alba al tramonto, e di preghiera. Ma anche di zakat, una donazione, di fatto obbligatoria, da fare prima della preghiera dell’Eid Al Fitr, ovvero prima della fine del Ramadan. Nulla di male, sia chiaro. Del resto, uno dei cinque pilastri dell’islam è proprio la zakat che serve, almeno sulla carta, per aiutare i più bisognosi. «Ogni uomo o donna musulmano/a e adulto/a che possiede una ricchezza superiore a un certo importo stabilito, noto come Nisab, deve donare il 2,5%», si legge sul sito dell’Ong Islamic relief. Regole chiare, dunque, e tariffari ancor più chiari. Ecco, Islamic relief: questo nome è apparso nel rapporto dell’intelligence francese dell’anno scorso che approfondiva i rapporti tra le Ong e la Fratellanza musulmana. Un’accusa smentita con forza da Islamic relief, il cui nome, però, è comparso, proprio per quanto riguarda la sua sezione d’Oltralpe anche nelle carte che proverebbero come Mohammad Hannoun abbia sostenuto il braccio armato di Hamas. Tutto questo grazie alla zakat, alle donazioni.
Un vero e proprio toccasana per le associazioni islamiche e pure per gli Stati. In Pakistan, per esempio, è un giro da 1,7 miliardi. Una cifra non di poco conto se si pensa che i pakistani, avendo scarsa fiducia nel governo, cercano di aggirarlo. In questi giorni, le donazioni alle associazioni e alle moschee raggiungeranno il loro culmine. Moltissime di esse andranno a Gaza, ufficialmente per aiutare la popolazione civile. Ma Hannoun ha dimostrato che i soldi rischiano di finire altrove. In mani sbagliate. «Questo caso», spiega Anna Maria Cisint, eurodeputata della Lega, «ci ha insegnato che dietro la retorica della solidarietà si nasconde il pericolo che parte di quei fondi finisca a sostenere organizzazioni sovversive e terroristiche come i Fratelli musulmani e Hamas».
Ma non solo. Per l’esponente leghista, «attraverso queste donazioni si finanzia un sistema organizzato che utilizza la religione come leva per raccogliere risorse economiche e rafforzare strutture ideologiche ostili ai nostri valori. In Italia questo è il risultato dell’assenza di una regolamentazione chiara, a partire dalla mancata definizione di un’Intesa con lo Stato. Per questo, nel pacchetto di norme che stiamo predisponendo, il tema dei finanziamenti è centrale. Non è più accettabile che manchi chiarezza su come, da dove e verso dove viaggi il denaro all’interno delle moschee e delle associazioni islamiche collegate».
Ramadan: tempo di preghiera e digiuno. Ma anche di soldi che si spostano e vanno altrove sfruttando la zakat, che ha fatto la fortuna di Hannoun e dei suoi sodali. Soprattutto quelli legati ad Hamas.
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