Gabriele Di Maio, Magistrato tributario, già magistrato ordinario
«Sentiamo prima cosa dice il pm». Anni Novanta, siamo tutti seduti al tavolo della Camera di consiglio della Prima sezione penale del tribunale di Salerno. Il presidente della Sezione ha appena invitato l’avvocato a esporre le proprie argomentazioni difensive, ma questi, dopo avere pronunciato la frase appena citata, mi fissa e attende che parli prima io, vuole giustamente avere l’ultima parola dopo quella dell’accusa. Solo che io non sono il pm (il quale non si è presentato). Non sono più un pm da un paio di giorni. Mi sono trasferito dalla Procura al tribunale e sono stato «parcheggiato» provvisoriamente in quel collegio penale in attesa di una collocazione definitiva. Segue un silenzio imbarazzato, il presidente mi guarda, io guardo il presidente sperando chiarisca, ma non lo fa. Balbetto allora un «ehm… non faccio più il pm, ora faccio il giudice». L’avvocato capisce, mi lancia uno sguardo e continua il suo lavoro. Solo uno sguardo. Non una protesta, una critica, un commento negativo. Solo uno sguardo. Uno sguardo che non saprei definire esattamente, ma nel quale intravedo chiaramente la delusione, la composta disapprovazione, lo sconforto. Uno sguardo che mi fa avvertire che c’è qualcosa di stonato, che non mi trovo nel posto giusto, che mi fa sentire a disagio.
Un disagio che mi spingerà subito a chiedere, ottenendolo, di essere collocato in un settore diverso, anche se ciò mi costringerà a buttare via un bagaglio penalistico costruito in anni di studi e lavoro per affrontare un’impegnativa riconversione in un ambito del tutto nuovo. Ecco, è stato quello il giorno in cui ho iniziato a comprendere l’importanza della separazione tra giudice e pm e le esigenze di civiltà giuridica che la rendono preferibile.
Vi sono aspetti apparentemente minimali, ma che possono costituire potenti espressioni di civiltà giuridica, e lo si comprende al volo. Avere fatto scendere il pm dal banco del giudice a quello di fianco al difensore dell’imputato non è stato un insignificante cambiamento di seduta; è stato un rappresentare con evidenza il cambiamento da un rito inquisitorio nato in un regime illiberale a un processo caratterizzato dalla parità delle parti, poste di fronte a un giudice terzo come ora imposto dall’articolo 111 della Costituzione. È qualcosa che si comprende appunto già a uno sguardo.
Ebbene, la riforma è - insieme ad altre cose non meno importanti - il logico e coerente completamento di questo stesso percorso avviato con l’introduzione del rito accusatorio, come volevano Giuliano Vassalli e Giovanni Falcone. Un nuovo assetto che si può giustificare con molteplici, pregevoli argomenti giuridici, come quelli fondati sull’articolo 111 o sul punto 10 delle «Guidelines on the Role of prosecutors» dell’Onu del 1990 (dove si legge che «l’ufficio del pubblico ministero deve essere rigorosamente separato dalle funzioni del giudice»). Come pure evidenziandone gli apprezzabili vantaggi funzionali (ad esempio, molto meglio che sia un giudice a valutare la validità dell’organizzazione di un tribunale civile piuttosto che un pm tale a vita e che nulla conosce di detta organizzazione).
Un assetto che, in realtà, non è nemmeno contrastato da alcun valido argomento contrario, posto che resta ferma l’indipendenza della magistratura (anzi rafforzata sia sul versante esterno che quello interno) e vengono mantenuti tutti i poteri giudiziari, nonché di autogoverno in mano a maggioranze togate. Un assetto che, tuttavia, a monte di tutto questo, non dovrebbe avere bisogno nemmeno di particolari giustificazioni, perché riassumibili in sole due parole. Quelle di un avvocato il quale, intervenendo in una delle tante interminabili disquisizioni giuridiche di questi giorni sul tema, ha semplicemente scritto: «È una questione di civiltà giuridica». Qualcosa che si dovrebbe quindi capire di per sé. Qualcosa che non può non spingerci a differenziarci da quelle poche dittature che ancora hanno un assetto di unicità di carriere e ad avvicinarci alle grandi democrazie occidentali con separazione delle carriere. Qualcosa che ci fa intuire che il pm e il giudice, a partire da quello delle indagini preliminari, non possono stare nella stessa squadra. Come ha ora affermato anche Antonio Di Pietro, sulla base della sua nota esperienza. Già solo per una questione riassumibile in due parole: civiltà giuridica.
Però la riforma non si occupa solo della separazione delle carriere, ma anche della giustizia disciplinare. Ricordo perfettamente il giorno in cui ho compreso che non funzionava. È stato il giorno nel quale mi sono trovato a difendere davanti alla Sezione disciplinare del Csm un magistrato che era entrato in contrasto organizzativo con il presidente del tribunale in modo un po' «vivace». E il presidente (ovviamente nominato con il «placet» correntizio) se l’era legata al dito e aveva sollecitato l’apertura del procedimento disciplinare. Io avevo consigliato al collega di farsi difendere, come si usa, da un maggiorente correntizio, ma il mio consiglio non era stato ascoltato. Difatti, nella sala di attesa, i difensori degli altri incolpati erano per lo più noti «big» delle correnti, sembrava di stare a un congresso dell’Associazione nazionale magistrati. Difensori che non presentavano una parcella in denaro al «cliente», ma al momento giusto gli avrebbero chiesto il voto. Un voto a vantaggio della stessa corrente alla quale apparteneva il giudice disciplinare. Giudice che aveva nominato, come membro del Csm, il presidente «offeso». Credo sia inutile raccontare come sia andata a finire. Un giudice-amministratore, quindi, che giudica chi lo ha eletto o ne ha contrastato l’elezione, con inopportune contiguità «ambientali». Un giudice assolutamente al di fuori del modello imposto dall’articolo 111 e che finalmente la riforma rende autonomo e conforme a Costituzione.
Più arduo è individuare il giorno nel quale ho compreso le distorsioni del correntismo, con la conseguente necessità di un sorteggio per i membri del Csm. È stato quando ho visto preferire a Falcone (e a tanti altri bravi magistrati meno noti) candidati assolutamente non alla stessa altezza per logiche di potere correntizio? O quando è risultato impraticabile, e addirittura rischioso, tentare di ottenere dal Csm un intervento sulle disfunzioni organizzative create da dirigenti nominati con queste logiche non meritocratiche? È stato quando ho visto colleghi stimatissimi abbattersi umiliati perché gli era stato negato l’approdo in Cassazione concesso ad altri di non superiore valore? O quella volta che un magistrato validissimo mi confidò che il magistrato che gli aveva soffiato il posto di dirigente gli aveva detto di essere consapevole di essergli stato preferito ingiustamente solo per meriti correntizi? È stato quando Luca Palamara si presentò trionfante come rappresentante degli «anticorpi del sistema» con sul piatto la testa di pm allontanati dalle indagini scomode che stavano conducendo? Difficile dirlo.
È una consapevolezza maturata lentamente solo nel corso di anni. Sì, perché il sistema correntizio non si presenta al neo magistrato con la sua vera faccia. Lo accoglie (lo «educa») con i suoi uomini più brillanti che ne diventano presto dei riferimenti dei quali fidarsi. Gli offre aiuto e protezione. Gli fa capire che può essere «uno di loro» e fare il loro stesso cammino. Se mostra di meritarsele, gli assegna anche le cosiddette «medagliette», incarichi che renderanno più facile prevalere su altri. Poi inizia a presentargli i conti. Il voto, ovviamente. La partecipazione alle iniziative di partito. Perché le correnti sono dei veri e propri partiti in miniatura, con ben note connotazioni ideologiche. E poi tutto quello che può essere funzionale alla corrente. Fino a formare i «Palamara» di turno che ne costituiranno la casta dirigente superiore. Se fai notare che ci sono cose che non vanno, il sistema ti risponde che la colpa è sempre di quelli delle altre correnti cattive. Se non ti schieri, sarai superato dagli schierati e non potrai nemmeno pensare di accedere a determinati incarichi. Se ti schieri contro... vi lascio immaginare. Le vicende di Clementina Forleo o di Alfredo Robledo sono indicative.
Allora, finalmente, capisci. Che è un sistema malato e inaccettabile, il quale non si cura solo cacciando Palamara. Un sistema fondato sulla ricerca e il mantenimento di un consenso elettorale che non può che privilegiare logiche di appartenenza a discapito del principio costituzionale di imparzialità e sfornare a ripetizione i Palamara che le applichino. Quelle stesse logiche che, come ha affermato il presidente Sergio Mattarella, dovrebbero, invece, essere, appunto per dettato costituzionale, estranee all’ordine giudiziario. La riforma, con il sorteggio, espelle queste logiche dall’autogoverno e ci offre imparzialità e meritocrazia, senza più attendere le vergognose quadre spartitorie, a tutto vantaggio della funzionalità degli uffici e quindi dei cittadini che a essi si rivolgono per avere giustizia.
Io ho lottato strenuamente per cambiare questo sistema, a un certo punto anche assumendo incarichi di corrente e di autogoverno. Ma ho capito che non era possibile cambiarlo e che era semmai il sistema che avrebbe potuto cambiare me. Prima che accadesse, ho allora deciso di lasciare l’Anm, con intuibili costi. Era il marzo del 2006, 20 anni fa, molto prima delle vicende giudiziarie di Palamara. Almeno per non essere complice di quel sistema. E, da un paio di anni, sono transitato in altra magistratura, scelta dolorosa che, una volta, per me sarebbe stata impensabile, ma coerente con la mia presa di distanza.
La speranza è che i cittadini, ai quali questo referendum ne offre ora la possibilità, scelgano il cambiamento che né io, né altri magistrati come me, siamo riusciti a ottenere benché sia un sistema indifendibile e che una potentissima casta correntizia della quale la magistratura è ostaggio difende essenzialmente con fandonie e scorrettezze.
Ora siete voi il giudice. Mi auguro che la vostra decisione sia un Sì.