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2018-11-06
I libri faziosi sono un salasso per le famiglie
ANSA
In queste settimane abbiamo esaminato tantissimi libri di testo in uso nelle scuole italiane. Ve ne abbiamo raccontato le storture, le perversioni ideologiche e le mistificazioni. Scoprire che i propri figli studiano su manuali faziosi o politicamente distorti è estremamente sgradevole. Ma la faccenda diventa decisamente odiosa quando se si vanno a vedere i costi dei libri di testo e se si valuta la loro incidenza sul bilancio delle famiglie.
Stiamo parlando di diverse centinaia di euro, a cui si devono aggiungere i costi degli altri materiali scolastici (quaderni, cancelleria eccetera). Uno studio realizzato quest'anno da Federconsumatori spiega che «nonostante sia stata rilevata una ulteriore flessione che si aggiunge a quella dello scorso anno, le spese sono ancora elevate e mettono a dura prova i bilanci delle famiglie: nel 2018 mediamente per i libri più 2 dizionari si spenderanno 456,90 euro per ogni ragazzo, il -1,1% rispetto allo scorso anno (calcolo effettuato prendendo in considerazione le diverse classi delle scuole medie inferiori, licei ed istituti tecnici)».
Per i bambini delle elementari, come noto, i testi scolastici sono gratuiti (nel senso che li pagano gli enti locali). Ma per i ragazzini delle medie e i ragazzi delle superiori tocca alle famiglie aprire il portafogli. Sempre secondo Federconsumatori, «uno studente di prima media spenderà mediamente per i libri di testo più 2 dizionari 428,80 euro (il -0,1% rispetto allo scorso anno). A tali spese vanno aggiunti 526,00 euro per il corredo scolastico ed i ricambi durante l'intero anno, per un totale di 954,80 euro».
Per chi frequenta le superiori, i costi salgono. «Un ragazzo di primo liceo spenderà per i libri di testo più 4 dizionari 651,60 euro (il -5,4% rispetto allo scorso anno)». A cui si aggiungono «522,00 euro per il corredo scolastico ed i ricambi, per un totale di ben 1.177,60 euro».
Secondo altri dati pubblicati dal Codacons, la diminuzione dei costi (pur irrisoria) segnalata da Federconsumatori, in realtà, non c'è. «L'esborso per il materiale scolastico completo raggiungerà durante l'anno scolastico 2018/ 2019 quota 520 euro a studente su base annua, cui va aggiunto il costo per libri di testo, altra voce che inciderà pesantemente sui portafogli delle famiglie italiane, variabile a seconda del grado di istruzione e della scuola», scrive l'associazione. «In particolare per i testi scolastici il Codacons smentisce la possibilità di sensibili riduzioni dei prezzi, e anzi si prevede un esborso economico maggiore a carico delle famiglie rispetto lo scorso anno scolastico». Alla fine, «tra corredo e libri di testo la spesa complessiva può facilmente superare i 1.100 euro a studente, una vera e propria stangata per le tasche degli italiani». Le stime, come vedete, sono leggermente differenti, ma entrambe confermano che la spese per i manuali scolastici è elevatissima.
Per comprare il libro L'occhio della Storia (Laterza) di Andrea Giardina e Claudio Cerreti, per esempio, si spendono 27,90 euro. Il volume in questione è quello che propone agli studenti di elencare i benefici dell'immigrazione come compito a casa.
Storiemondi di Vittoria Calvani, invece, costa 26,95 euro. Soldi spesi per far introiettare ai ragazzini delle medie concetti come «Far parte dell'Unione europea significa essere protetti e appoggiati» (pagina 381 del terzo volume). Il secondo volume del manuale di letteratura firmato da Guido Baldi e altri, quello che sfrutta l'opera di Manzoni per bastonare gli anti euro, costa la bellezza di 41,20 euro.
Soldi che, probabilmente, sarebbe meglio spendere per altri scopi.
Le cifre citate da Federconsumatori e dal Codacons, poi, mostrano una cosa importante. E cioè che, spesso e volentieri, il costo dei libri di testo supera il tetto fissato per legge nel 2013.
Uno studente del V anno del liceo classico, stando alle tabelle ministeriali, non dovrebbe spendere più di 325 euro per manuali e antologie. Il suo coetaneo che frequenta l'istituto tecnico commerciale non dovrebbe sborsare più di 226 euro l'anno. Chi frequenta il primo anno delle medie, invece, non dovrebbe essere costretto a spendere oltre 294 euro. In realtà, come mostrano le varie ricerche, questi limiti vengono quasi sempre superati, e anche di parecchio. Certo, si tratta di tetti fissati cinque anni fa, ma parliamo comunque di cifre consistenti.
Il ministero dell'Istruzione, per altro, fa la sua parte, aiutando le famiglie che non possono permettersi la spesa. Per l'anno scolastico in corso, dalle casse ministeriali sono usciti un bel po' di denari. Per la precisione, il ministero ha distribuito alle Regioni 103 milioni di euro per la fornitura di libri agli studenti meno abbienti. Si tratta dei cosiddetti «buoni per i libri».
Contando che il mercato dei testi scolastici vale circa 600 milioni di euro, significa che i restanti 500 milioni sono a carico delle famiglie italiane. Le quali, per ogni figlio che mandano a scuola, devono spendere circa 500 euro per i soli testi.
I genitori non scelgono i volumi su cui studiano i loro figli, li pagano profumatamente e poi, in troppi casi, si trovano per le mani tomi faziosi e ideologizzati. Una bella soddisfazione.
Francesco Borgonovo
L’autore di testi s’infuria con noi: «Sono orgoglioso di indottrinare»
Anche gli indottrinatori, nel loro piccolo, s'incazzano. Punti nel vivo, se la prendono con La Verità, vomitano insulti e s'atteggiano a vittime. Di fronte a certi travasi di bile ci sarebbe da ridere, se l'argomento del contendere non fosse estremamente serio.
Vediamo di spiegare. Nei giorni scorsi abbiamo citato in alcuni articoli il manuale di letteratura I classici nostri contemporanei, firmato da Guido Baldi e altri. Un robusto tomo che, fra le varie particolarità, ha quella di sfruttare l'opera di Alessandro Manzoni per attaccare populisti ed euroscettici. Ricordiamo il brano in questione, per chi se lo fosse malauguratamente perso. A pagina 945 si parla dei Promessi sposi e si legge: «Le farneticazioni della folla milanese del Seicento possono ricordarci tante altre idee false che trovano oggi facile accoglienza nelle credenze di massa: ad esempio quelle intorno all'euro, a cui da molti viene attribuita la colpa della difficile situazione economica attuale, mentre le cause di essa, come tutti dovrebbero sapere, sono state le speculazioni finanziarie internazionali che nel 2008 hanno innescato una crisi economica mai vista dopo la Grande Depressione».
Il manuale di letteratura, poi, spiega che «l'euro, con tutti i suoi limiti, è stato un baluardo che ci ha difeso da ripercussioni più devastanti. Il triste è che l'animosità contro l'euro come responsabile della crisi non si riscontra solo nelle masse ignare di economia e mosse da una comprensibile insofferenza per le difficoltà patite, ma anche in persone che dovrebbero disporre di maggiori mezzi culturali e di più lucido discernimento».
Citando queste perle di saggezza sul nostro giornale, abbiamo fatto molto arrabbiare un signore di nome Gigi Livio, un insegnante che ha fatto da editor e ha contribuito a I classici nostri contemporanei. Costui, sul sito L'asino vola, ha pubblicato un articolo feroce intitolato Il sonno della scuola genera esperti di didattica.
Livio sostiene che siamo «dilettanti», «sciocchi», «tendenziosi». Dice che facciamo «pseudoragionamenti di basso livello». Ripete che non abbiamo capito quale sia la missione del manuale di letteratura, e cioè quella di mettere in luce «lo stretto legame fra il passato e il presente e l'importanza della storia, nel nostro caso la storia della letteratura che è strettamente congiunta a quella socio-politica-economica, per comprendere meglio il nostro tempo».
Secondo Gigi Livio, noi saremmo disturbati dal «fatto che gli studenti possano pensare e cioè che siano in grado di rendersi conto, grazie alla scuola, del basso stato e frale in cui l'uomo vive ed è immerso».
Il passaggio più interessante del suo articolo, tuttavia, è quello in cui spiega: «Questo libro (il manuale di Baldi, ndr), di cui anch'io sono parte, ha proprio l'intenzione di “addottrinare" gli studenti e pertanto di istruirli, educarli, appunto, cercando di rendere per loro più interessanti quegli autori che i poveri ragazzi [...] hanno ben poca voglia di affrontare».
Beh, ringraziamo Livio di averci dato ragione e di fornirci altro materiale su cui riflettere.
Poco oltre, infatti, il caro Gigi scrive: «E venne la crisi economica, la grande crisi che inizia nel 2008 e negli Usa, e in molti scoprirono improvvisamente di essere divenuti poveri: eccoli pronti - grazie alla diffusione capillare della cultura postmoderna opportunamente volgarizzata - a lasciarsi catturare dalla peggiore propaganda populista che promette loro una possibilità di riscatto senza rendersi conto, al contrario, che seguirla rappresenta soltanto un aggravamento delle proprie catene. Il governo attuale è il frutto evidente di questo errore di prospettiva epocale che ci sta trascinando nel baratro».
Insomma, se avete votato questo governo siete dei poveretti che si sono lasciati catturare dalla propaganda populista e supportate gente che ci sta portando nel baratro. Ecco, questo è ciò che scrive l'autore di uno dei manuali più diffusi nelle scuole, un libro che finisce in mano a milioni di studenti. Ogni ulteriore commento è superfluo.
Francesco Borgonovo
Nessuno grida alla censura quando è «Repubblica» a criticare i volumi
Qualche volta anche Repubblica ha sferzato i libri di testo faziosi. Siamo sicuri che i nostri lettori, che in questi giorni ci hanno segnalato le assurdità disseminate nei sussidiari di Vittoria Calvani, resteranno di stucco a scoprire che persino il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, due anni fa, fu costretto ad ammettere che quei testi erano pieni di strafalcioni storici.
Nel gennaio del 2016, Repubblica criticò aspramente un brano di un libro di storia per la terza media scritto proprio dalla Calvani, «della quale», commentava l'autore dell'articolo, «non sono reperibili biografie in rete e che non sembra essere in forze in qualche università», pur avendo pubblicato con Mondadori «ben 32 libri». Il passaggio riguardava l'Istituto per la ricostruzione industriale, istituito nel 1933 e condensava in poche righe, citiamo alla lettera dall'articolo, «ignoranza, superficialità, falsità, errori e giudizi demenziali». Effettivamente la Calvani, descrivendo le conseguenze della crisi del 1929 sul sistema economico italiano, liquidava con argomenti a dir poco tendenziosi la decisione di Benito Mussolini di fondare l'Iri per attuare il suo programma statalista, di «pesante controllo dello Stato sull'imprenditoria privata». Soprattutto, la Calvani, come faceva notare giustamente Repubblica, mischiava tra loro episodi riferiti a diverse epoche storiche: ad esempio, parlava di un «movimento di destra» che mai prima di quel momento aveva concepito «una simile limitazione della libertà d'impresa», ma poi evocava la nazionalizzazione delle aziende dell'energia elettrica, che fu attuata nel 1962, 17 anni dopo la fine del fascismo. L'articolo di Repubblica demoliva pertanto la «fricassea di frasi affastellate» della Calvani sul «carrozzone burocratico e corrotto» dell'Iri, frasi sottoposte a un impietoso confronto con un brano sullo stesso tema tratto da «un testo scritto da storici veri», il manuale di Andrea Giardina, Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto.
Insomma, ad accorgersi che gli scritti della Calvani sono un coacervo di settarismo e inesattezze è stato addirittura il quotidiano oggi diretto da Mario Calabresi. E nessuna associazione di editori, nel 2016, gridò all'attentato alla libertà d'espressione. Forse perché di mezzo non c'era un giornale «populista» e «fascista» come La Verità. E non era nemmeno la prima volta che Repubblica se la prendeva con un testo scolastico. Era già successo 25 anni prima, come ci ha raccontato uno dei protagonisti di quella vicenda, che casualmente è anche un nostro lettore. Si tratta del professor Paolo Mariani, che nel 1991 insegnava italiano e latino al liceo Beccaria di Milano.
Qualche genitore, mai scoperto, segnalò a Repubblica alcuni passaggi del manuale di storia della letteratura di Rocco Montano fatto adottare ai suoi studenti da Mariani. Montano era un intellettuale di un certo calibro. Docente a Harvard e Yale, era stato bandito dal mondo accademico italiano perché si era macchiato di una gravissima colpa: opporsi al mainstream crociano e soprattutto gramsciano, quello tipico della sinistra comodamente assisa sugli scranni più prestigiosi degli atenei nostrani. Del manuale di Montano, i delatori avevano preso di mira alcune frasi su Aldo Moro. Essendo stato il primo democristiano a volere il Pci al governo, in odore di martirio per mano dell'odiato Giulio Andreotti, i comunisti ormai lo veneravano. All'opposto, Montano lo definiva «uno dei principali artefici del cedimento dello Stato all'avanzata delle sinistre», che di queste però fu, «quasi per nemesi storica, o per una tragica ironia della storia, la vittima più illustre».
Ma nei pezzi pubblicati da Repubblica nell'ottobre del 1991 erano parecchi i passaggi contestati. Come l'attacco alla «massa di professori» che nel dopoguerra «si accodò alle truppe comuniste sperando in vantaggi di carriera». O le critiche che l'autore dell'articolo liquidava come «da slogan elettorale» a Benedetto Croce, Francesco De Sanctis, Niccolò Machiavelli («non è realistico, fa degli schemi, è troppo legato alla teoria»), Galileo Galilei («non possiamo meravigliarci troppo se ci fu il dramma. La Chiesa, se vuole avere una funzione di guida, se deve insegnare la verità, non può esimersi dall'avere una filosofia. Non esistono due campi del tutto separati, uno della scienza e uno della fede»). Montano puntava il dito pure contro Giovanni XXIII, reo di aver aperto le porte al modernismo cattolico (in fondo, non è un caso se il Papa buono fu un indolo di gioventù di Pier Luigi Bersani). Eppure, all'epoca, il professor Mariani, che aveva adottato il testo, per stessa ammissione di Repubblica era stato difeso da tutti gli studenti e dal preside del Beccaria. Che nondimeno, ci ha riferito il nostro lettore, «cancellò d'autorità» l'adozione del libro, mentre la questione fu portata addirittura all'attenzione del Parlamento, con un'interrogazione inoltrata dai due capigruppo milanesi del Psi e del Pci.
In parole povere, 27 anni fa nessuno si lamentò con Repubblica perché aveva messo alla berlina un manuale fazioso. Anzi, il libro della discordia fu ritirato. Nel 2016, il quotidiano di Scalfari riconobbe che i testi della Calvani contenevano grossolane imprecisioni. Se però la campagna per chiedere che i nostri figli siano istruiti e non indottrinati la fa La Verità, apriti cielo: ci si accusa di voler censurare gli autori e di mettere in pericolo i principi costituzionali. Per criticare l'egemonia della sinistra serve un permesso speciale?
Alessandro Rico
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Gli studi realizzati dalle associazioni dei consumatori mostrano che, per ogni figlio che mandano a scuola, i genitori spendono tra i 400 e i 600 euro. Cifre che spesso superano i limiti fissati dalla legge. Il ministero, per aiutare chi non ce la fa, sborsa 103 milioni.L'autore di testi s'infuria con noi: «Sono orgoglioso di indottrinare». L'editor del manuale che usa Alessandro Manzoni contro i populisti ci accusa: «Siete nocivi».Nessuno grida alla censura quando è Repubblica a criticare i volumi. Nel 2016, il quotidiano di Eugenio Scalfari se la prese con il libro di storia della Calvani. E 27 anni fa fece ritirare un saggio di letteratura sgradito. Eppure, non si sono sentiti appelli in difesa della libertà d'espressione.Lo speciale comprende tre articoli. In queste settimane abbiamo esaminato tantissimi libri di testo in uso nelle scuole italiane. Ve ne abbiamo raccontato le storture, le perversioni ideologiche e le mistificazioni. Scoprire che i propri figli studiano su manuali faziosi o politicamente distorti è estremamente sgradevole. Ma la faccenda diventa decisamente odiosa quando se si vanno a vedere i costi dei libri di testo e se si valuta la loro incidenza sul bilancio delle famiglie. Stiamo parlando di diverse centinaia di euro, a cui si devono aggiungere i costi degli altri materiali scolastici (quaderni, cancelleria eccetera). Uno studio realizzato quest'anno da Federconsumatori spiega che «nonostante sia stata rilevata una ulteriore flessione che si aggiunge a quella dello scorso anno, le spese sono ancora elevate e mettono a dura prova i bilanci delle famiglie: nel 2018 mediamente per i libri più 2 dizionari si spenderanno 456,90 euro per ogni ragazzo, il -1,1% rispetto allo scorso anno (calcolo effettuato prendendo in considerazione le diverse classi delle scuole medie inferiori, licei ed istituti tecnici)». Per i bambini delle elementari, come noto, i testi scolastici sono gratuiti (nel senso che li pagano gli enti locali). Ma per i ragazzini delle medie e i ragazzi delle superiori tocca alle famiglie aprire il portafogli. Sempre secondo Federconsumatori, «uno studente di prima media spenderà mediamente per i libri di testo più 2 dizionari 428,80 euro (il -0,1% rispetto allo scorso anno). A tali spese vanno aggiunti 526,00 euro per il corredo scolastico ed i ricambi durante l'intero anno, per un totale di 954,80 euro».Per chi frequenta le superiori, i costi salgono. «Un ragazzo di primo liceo spenderà per i libri di testo più 4 dizionari 651,60 euro (il -5,4% rispetto allo scorso anno)». A cui si aggiungono «522,00 euro per il corredo scolastico ed i ricambi, per un totale di ben 1.177,60 euro». Secondo altri dati pubblicati dal Codacons, la diminuzione dei costi (pur irrisoria) segnalata da Federconsumatori, in realtà, non c'è. «L'esborso per il materiale scolastico completo raggiungerà durante l'anno scolastico 2018/ 2019 quota 520 euro a studente su base annua, cui va aggiunto il costo per libri di testo, altra voce che inciderà pesantemente sui portafogli delle famiglie italiane, variabile a seconda del grado di istruzione e della scuola», scrive l'associazione. «In particolare per i testi scolastici il Codacons smentisce la possibilità di sensibili riduzioni dei prezzi, e anzi si prevede un esborso economico maggiore a carico delle famiglie rispetto lo scorso anno scolastico». Alla fine, «tra corredo e libri di testo la spesa complessiva può facilmente superare i 1.100 euro a studente, una vera e propria stangata per le tasche degli italiani». Le stime, come vedete, sono leggermente differenti, ma entrambe confermano che la spese per i manuali scolastici è elevatissima. Per comprare il libro L'occhio della Storia (Laterza) di Andrea Giardina e Claudio Cerreti, per esempio, si spendono 27,90 euro. Il volume in questione è quello che propone agli studenti di elencare i benefici dell'immigrazione come compito a casa. Storiemondi di Vittoria Calvani, invece, costa 26,95 euro. Soldi spesi per far introiettare ai ragazzini delle medie concetti come «Far parte dell'Unione europea significa essere protetti e appoggiati» (pagina 381 del terzo volume). Il secondo volume del manuale di letteratura firmato da Guido Baldi e altri, quello che sfrutta l'opera di Manzoni per bastonare gli anti euro, costa la bellezza di 41,20 euro. Soldi che, probabilmente, sarebbe meglio spendere per altri scopi. Le cifre citate da Federconsumatori e dal Codacons, poi, mostrano una cosa importante. E cioè che, spesso e volentieri, il costo dei libri di testo supera il tetto fissato per legge nel 2013. Uno studente del V anno del liceo classico, stando alle tabelle ministeriali, non dovrebbe spendere più di 325 euro per manuali e antologie. Il suo coetaneo che frequenta l'istituto tecnico commerciale non dovrebbe sborsare più di 226 euro l'anno. Chi frequenta il primo anno delle medie, invece, non dovrebbe essere costretto a spendere oltre 294 euro. In realtà, come mostrano le varie ricerche, questi limiti vengono quasi sempre superati, e anche di parecchio. Certo, si tratta di tetti fissati cinque anni fa, ma parliamo comunque di cifre consistenti. Il ministero dell'Istruzione, per altro, fa la sua parte, aiutando le famiglie che non possono permettersi la spesa. Per l'anno scolastico in corso, dalle casse ministeriali sono usciti un bel po' di denari. Per la precisione, il ministero ha distribuito alle Regioni 103 milioni di euro per la fornitura di libri agli studenti meno abbienti. Si tratta dei cosiddetti «buoni per i libri». Contando che il mercato dei testi scolastici vale circa 600 milioni di euro, significa che i restanti 500 milioni sono a carico delle famiglie italiane. Le quali, per ogni figlio che mandano a scuola, devono spendere circa 500 euro per i soli testi. I genitori non scelgono i volumi su cui studiano i loro figli, li pagano profumatamente e poi, in troppi casi, si trovano per le mani tomi faziosi e ideologizzati. Una bella soddisfazione. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-libri-faziosi-sono-un-salasso-per-le-famiglie-2618124334.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lautore-di-testi-sinfuria-con-noi-sono-orgoglioso-di-indottrinare" data-post-id="2618124334" data-published-at="1778708918" data-use-pagination="False"> L’autore di testi s’infuria con noi: «Sono orgoglioso di indottrinare» Anche gli indottrinatori, nel loro piccolo, s'incazzano. Punti nel vivo, se la prendono con La Verità, vomitano insulti e s'atteggiano a vittime. Di fronte a certi travasi di bile ci sarebbe da ridere, se l'argomento del contendere non fosse estremamente serio. Vediamo di spiegare. Nei giorni scorsi abbiamo citato in alcuni articoli il manuale di letteratura I classici nostri contemporanei, firmato da Guido Baldi e altri. Un robusto tomo che, fra le varie particolarità, ha quella di sfruttare l'opera di Alessandro Manzoni per attaccare populisti ed euroscettici. Ricordiamo il brano in questione, per chi se lo fosse malauguratamente perso. A pagina 945 si parla dei Promessi sposi e si legge: «Le farneticazioni della folla milanese del Seicento possono ricordarci tante altre idee false che trovano oggi facile accoglienza nelle credenze di massa: ad esempio quelle intorno all'euro, a cui da molti viene attribuita la colpa della difficile situazione economica attuale, mentre le cause di essa, come tutti dovrebbero sapere, sono state le speculazioni finanziarie internazionali che nel 2008 hanno innescato una crisi economica mai vista dopo la Grande Depressione». Il manuale di letteratura, poi, spiega che «l'euro, con tutti i suoi limiti, è stato un baluardo che ci ha difeso da ripercussioni più devastanti. Il triste è che l'animosità contro l'euro come responsabile della crisi non si riscontra solo nelle masse ignare di economia e mosse da una comprensibile insofferenza per le difficoltà patite, ma anche in persone che dovrebbero disporre di maggiori mezzi culturali e di più lucido discernimento». Citando queste perle di saggezza sul nostro giornale, abbiamo fatto molto arrabbiare un signore di nome Gigi Livio, un insegnante che ha fatto da editor e ha contribuito a I classici nostri contemporanei. Costui, sul sito L'asino vola, ha pubblicato un articolo feroce intitolato Il sonno della scuola genera esperti di didattica. Livio sostiene che siamo «dilettanti», «sciocchi», «tendenziosi». Dice che facciamo «pseudoragionamenti di basso livello». Ripete che non abbiamo capito quale sia la missione del manuale di letteratura, e cioè quella di mettere in luce «lo stretto legame fra il passato e il presente e l'importanza della storia, nel nostro caso la storia della letteratura che è strettamente congiunta a quella socio-politica-economica, per comprendere meglio il nostro tempo». Secondo Gigi Livio, noi saremmo disturbati dal «fatto che gli studenti possano pensare e cioè che siano in grado di rendersi conto, grazie alla scuola, del basso stato e frale in cui l'uomo vive ed è immerso». Il passaggio più interessante del suo articolo, tuttavia, è quello in cui spiega: «Questo libro (il manuale di Baldi, ndr), di cui anch'io sono parte, ha proprio l'intenzione di “addottrinare" gli studenti e pertanto di istruirli, educarli, appunto, cercando di rendere per loro più interessanti quegli autori che i poveri ragazzi [...] hanno ben poca voglia di affrontare». Beh, ringraziamo Livio di averci dato ragione e di fornirci altro materiale su cui riflettere. Poco oltre, infatti, il caro Gigi scrive: «E venne la crisi economica, la grande crisi che inizia nel 2008 e negli Usa, e in molti scoprirono improvvisamente di essere divenuti poveri: eccoli pronti - grazie alla diffusione capillare della cultura postmoderna opportunamente volgarizzata - a lasciarsi catturare dalla peggiore propaganda populista che promette loro una possibilità di riscatto senza rendersi conto, al contrario, che seguirla rappresenta soltanto un aggravamento delle proprie catene. Il governo attuale è il frutto evidente di questo errore di prospettiva epocale che ci sta trascinando nel baratro». Insomma, se avete votato questo governo siete dei poveretti che si sono lasciati catturare dalla propaganda populista e supportate gente che ci sta portando nel baratro. Ecco, questo è ciò che scrive l'autore di uno dei manuali più diffusi nelle scuole, un libro che finisce in mano a milioni di studenti. Ogni ulteriore commento è superfluo. Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-libri-faziosi-sono-un-salasso-per-le-famiglie-2618124334.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nessuno-grida-alla-censura-quando-e-repubblica-a-criticare-i-volumi" data-post-id="2618124334" data-published-at="1778708918" data-use-pagination="False"> Nessuno grida alla censura quando è «Repubblica» a criticare i volumi Qualche volta anche Repubblica ha sferzato i libri di testo faziosi. Siamo sicuri che i nostri lettori, che in questi giorni ci hanno segnalato le assurdità disseminate nei sussidiari di Vittoria Calvani, resteranno di stucco a scoprire che persino il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, due anni fa, fu costretto ad ammettere che quei testi erano pieni di strafalcioni storici. Nel gennaio del 2016, Repubblica criticò aspramente un brano di un libro di storia per la terza media scritto proprio dalla Calvani, «della quale», commentava l'autore dell'articolo, «non sono reperibili biografie in rete e che non sembra essere in forze in qualche università», pur avendo pubblicato con Mondadori «ben 32 libri». Il passaggio riguardava l'Istituto per la ricostruzione industriale, istituito nel 1933 e condensava in poche righe, citiamo alla lettera dall'articolo, «ignoranza, superficialità, falsità, errori e giudizi demenziali». Effettivamente la Calvani, descrivendo le conseguenze della crisi del 1929 sul sistema economico italiano, liquidava con argomenti a dir poco tendenziosi la decisione di Benito Mussolini di fondare l'Iri per attuare il suo programma statalista, di «pesante controllo dello Stato sull'imprenditoria privata». Soprattutto, la Calvani, come faceva notare giustamente Repubblica, mischiava tra loro episodi riferiti a diverse epoche storiche: ad esempio, parlava di un «movimento di destra» che mai prima di quel momento aveva concepito «una simile limitazione della libertà d'impresa», ma poi evocava la nazionalizzazione delle aziende dell'energia elettrica, che fu attuata nel 1962, 17 anni dopo la fine del fascismo. L'articolo di Repubblica demoliva pertanto la «fricassea di frasi affastellate» della Calvani sul «carrozzone burocratico e corrotto» dell'Iri, frasi sottoposte a un impietoso confronto con un brano sullo stesso tema tratto da «un testo scritto da storici veri», il manuale di Andrea Giardina, Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto. Insomma, ad accorgersi che gli scritti della Calvani sono un coacervo di settarismo e inesattezze è stato addirittura il quotidiano oggi diretto da Mario Calabresi. E nessuna associazione di editori, nel 2016, gridò all'attentato alla libertà d'espressione. Forse perché di mezzo non c'era un giornale «populista» e «fascista» come La Verità. E non era nemmeno la prima volta che Repubblica se la prendeva con un testo scolastico. Era già successo 25 anni prima, come ci ha raccontato uno dei protagonisti di quella vicenda, che casualmente è anche un nostro lettore. Si tratta del professor Paolo Mariani, che nel 1991 insegnava italiano e latino al liceo Beccaria di Milano. Qualche genitore, mai scoperto, segnalò a Repubblica alcuni passaggi del manuale di storia della letteratura di Rocco Montano fatto adottare ai suoi studenti da Mariani. Montano era un intellettuale di un certo calibro. Docente a Harvard e Yale, era stato bandito dal mondo accademico italiano perché si era macchiato di una gravissima colpa: opporsi al mainstream crociano e soprattutto gramsciano, quello tipico della sinistra comodamente assisa sugli scranni più prestigiosi degli atenei nostrani. Del manuale di Montano, i delatori avevano preso di mira alcune frasi su Aldo Moro. Essendo stato il primo democristiano a volere il Pci al governo, in odore di martirio per mano dell'odiato Giulio Andreotti, i comunisti ormai lo veneravano. All'opposto, Montano lo definiva «uno dei principali artefici del cedimento dello Stato all'avanzata delle sinistre», che di queste però fu, «quasi per nemesi storica, o per una tragica ironia della storia, la vittima più illustre». Ma nei pezzi pubblicati da Repubblica nell'ottobre del 1991 erano parecchi i passaggi contestati. Come l'attacco alla «massa di professori» che nel dopoguerra «si accodò alle truppe comuniste sperando in vantaggi di carriera». O le critiche che l'autore dell'articolo liquidava come «da slogan elettorale» a Benedetto Croce, Francesco De Sanctis, Niccolò Machiavelli («non è realistico, fa degli schemi, è troppo legato alla teoria»), Galileo Galilei («non possiamo meravigliarci troppo se ci fu il dramma. La Chiesa, se vuole avere una funzione di guida, se deve insegnare la verità, non può esimersi dall'avere una filosofia. Non esistono due campi del tutto separati, uno della scienza e uno della fede»). Montano puntava il dito pure contro Giovanni XXIII, reo di aver aperto le porte al modernismo cattolico (in fondo, non è un caso se il Papa buono fu un indolo di gioventù di Pier Luigi Bersani). Eppure, all'epoca, il professor Mariani, che aveva adottato il testo, per stessa ammissione di Repubblica era stato difeso da tutti gli studenti e dal preside del Beccaria. Che nondimeno, ci ha riferito il nostro lettore, «cancellò d'autorità» l'adozione del libro, mentre la questione fu portata addirittura all'attenzione del Parlamento, con un'interrogazione inoltrata dai due capigruppo milanesi del Psi e del Pci. In parole povere, 27 anni fa nessuno si lamentò con Repubblica perché aveva messo alla berlina un manuale fazioso. Anzi, il libro della discordia fu ritirato. Nel 2016, il quotidiano di Scalfari riconobbe che i testi della Calvani contenevano grossolane imprecisioni. Se però la campagna per chiedere che i nostri figli siano istruiti e non indottrinati la fa La Verità, apriti cielo: ci si accusa di voler censurare gli autori e di mettere in pericolo i principi costituzionali. Per criticare l'egemonia della sinistra serve un permesso speciale? Alessandro Rico
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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