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2020-10-27
I giallorossi già s’azzuffano sul dpcm. E intanto cresce la fronda anti Conte
Pierpaolo Sileri (Ansa)
Un premier per insufficienza di prove: Giuseppe Conte è un presidente dimezzato, sbeffeggiato dalla sua stessa maggioranza, che ormai maggioranza non è più, con i partiti che litigano tra di loro, i ministri commissariati dai loro consulenti, i consulenti che in tv e sui giornali criticano i ministri. La nave Italia è alla deriva, le misure contenute nell'ultimo dpcm hanno scontentato tutti, mentre nelle piazze dilaga la protesta di imprenditori, lavoratori e famiglie.
La genesi dell'ultimo dpcm la racconta alla Verità un autorevole esponente di governo: «Tutto inizia a metà della scorsa settimana», rivela la fonte, «quando Dario Franceschini chiede a Conte misure più stringenti rispetto al dpcm del 18 ottobre. Il premier si inalbera di brutto: vuole aspettare una decina di giorni per verificare se le restrizioni bastano a contenere i contagi. Niente da fare: la curva continua a salire, il Pd fa la voce grossa e anche il M5s chiede una stretta. Conte cede, ma alla fine combina un altro pasticcio: fa un dpcm che castiga praticamente solo bar, ristoranti e cultura. A quel punto», aggiunge la fonte, «fa infuriare tutti, perché è evidente che chiudere i locali alle 18 è una presa in giro per gli italiani e un dramma per gli imprenditori, che stanno protestando ovunque. Cambiare premier? Durante una pandemia è impossibile, e Mario Draghi, l'unico che potrebbe guidare un esecutivo di unità nazionale, non è disponibile».
Il racconto è confermato da quanto accade ieri. Il tutti contro tutti esplode in una vera e propria crisi di governo strisciante. «Chiediamo al presidente Conte», dice il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, in direzione dem, «di svolgere fino in fondo la funzione di sintesi e capacità di sviluppare senza timori un dibattito che ci permetta ora di fare un salto qualità e indicare al Paese una via uscita. Serve recuperare il rapporto con i sindacati e con le opposizioni. Non si può chiedere alla maggioranza di dichiararsi sconfitta, perché non è vero, ma non si può chiedere all'opposizione solo di sottoscrivere decisioni già prese», aggiunge Zingaretti, «perché anche questo è sbagliato». Sembra di sentire Giorgia Meloni o Matteo Salvini: è la prova che Conte è ormai isolato.
Il M5s intanto va all'assalto del ministro dei Trasporti, Paola De Micheli: «Purtroppo ci tocca constatare», scrivono i senatori pentastellati in commissione Lavori pubblici e Trasporti, «che il nostro Paese è costretto a nuove restrizioni anche per via di alcuni settori dove si è lavorato poco. La ministra De Micheli da giorni minimizza, ma quello del trasporto pubblico rimane un problema da affrontare». Nella sostanza è una sfiducia al ministro da parte del primo partito di maggioranza in Parlamento: se fossimo in una nazione seria, De Micheli si dimetterebbe. Inoltre, il viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri (M5s), affonda i colpi contro il dpcm: «Laddove c'è un protocollo e dove il protocollo viene rispettato», dice Sileri ad Agorà, su Rai 3, «il rischio di contagio è sicuramente molto basso. Su queste misure non sono pienamente d'accordo. Secondo me laddove vengono seguite le regole il rischio è basso. Non mi ricandiderò: nel 2023 tornerò in sala operatoria, è il mio mondo».
Non c'è solo la protesta di chi ritiene il dpcm troppo duro: anche il fronte dei rigoristi è deluso da Conte: «L'insieme delle misure», dice a Omnibus su La7 Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, «è un passo avanti ma mio avviso non sufficiente ad affrontare la circolazione del virus che in alcune aree del Paese in questo momento dilaga, è incontrollato. Uno studio pubblicato su Lancet», aggiunge Ricciardi, «dice che quando la circolazione del virus ha le dimensioni che ha, ad esempio, in questo momento in Italia, in Francia e in Spagna, l'unica cosa che serve per rallentare questo indice di contagio è un lockdown. Naturalmente non lo devi fare generalizzato ma dove l'indice di contagio è alto».
Ricciardi vuole chiudere, Matteo Renzi vuole aprire, e manda in tilt la maggioranza: «Chiederemo a Conte», annuncia il leader di Italia viva, «di cambiare il dpcm nella parte su ristoratori, luoghi di cultura e attività sportiva. Chiudere i luoghi di cultura e di sport è un errore: è più facile contagiarsi sulla metropolitana che a teatro. E la chiusura dei ristoranti alle 18 è tecnicamente inspiegabile», argomenta Renzi, «sembra un provvedimento preso senza alcuna base scientifica. A cena il Covid fa più male che a pranzo? Ci rendiamo conto del danno economico devastante?». Zingaretti replica a muso duro: «Vedo molti distinguo», ribatte il segretario dem, «da esponenti di governo, da forze di maggioranza con iniziative politiche che ritengo incomprensibili. Penso che non siano mai stati seri quei partiti che la sera siedono ai tavoli del governo e la mattina organizzano l'opposizione rispetto alle decisioni prese la sera precedente».
Anche Stefano Bonaccini, presidente dell'Emilia Romagna e uomo forte del Pd, azzanna il governo: «Il dpcm contiene molte nuove restrizioni, alcune delle quali forse non pienamente coerenti tra loro. Sulle modalità di alcune chiusure ritengo non vi sia stato sufficiente ascolto delle proposte che abbiamo avanzato come regioni. Il governo ascolti la protesta civile», aggiunge Bonaccini al Tg3, «e provi a valutare se qualche correzione ci potrà essere. Secondo noi era meglio chiudere i centri commerciali il sabato e la domenica dove si affolla tanta gente che ristoranti, teatri, cinema e palestre che rispettavano le regole».
Salvini e Meloni sfidano il governo
Sarà che nessuno ha più voglia di cantare sui balconi. Sarà che la leadership di Giuseppe Conte non appare più così inscalfibile, nonostante Sergio Mattarella si stia prodigando per gettare acqua sul fuoco, con gli appelli alla collaborazione tra istituzioni e alla responsabilità nei comportamenti. Fatto sta che, in queste ore, tra i retroscenisti ha iniziato a circolare la formula magica: governo di unità nazionale.
La sponda l'ha offerta involontariamente Giorgia Meloni, la quale, intervistata dal Corriere, ha avanzato tre condizioni per collaborare con il governo, cioè «regole d'ingaggio trasparenti», un'ammissione di fallimento da parte dell'esecutivo e il ritorno alle urne a emergenza finita. Poi, l'onorevole ha corretto il tiro: «Fratelli d'Italia non parteciperà mai a un governo con Pd e 5 stelle».
Per la Meloni è già chiara l'alternativa operativa ai pastrocchi del Conte bis, che procede a spizzichi e bocconi, per tentativi e ed errori (più errori che tentativi): «Test rapidi a tappeto per il tracciamento, [...] trasporti pubblici potenziati con pullman privati, con taxi collettivi anche del Ncc; per le scuole, termoscanner e non banchi a rotelle, tensostrutture, spazi da chiedere ai privati; sanificazione a spese dello Stato» e un'azione più incisiva per proteggere la categorie a rischio, con «assistenza domiciliare» o «garantendo ospitalità negli hotel». Così - è il sottinteso - da far ricominciare la vita a chi è meno esposto alle conseguenze nefaste del Covid.
È un'agenda sovrapponibile a quella della Lega. Ieri, Matteo Salvini, che a Montecitorio si è unito alla protesta degli ambulanti, ha lanciato le sue sei proposte al governo: test rapidi anche in farmacia e negli ambulatori; più trasparenza («divulgare una scaletta di interventi progressiva legata alle diverse fasi del contagio», in modo che i cittadini non siano preda di «decisioni estemporanee»); rafforzamento del sistema della cure primarie per sopperire al flop di Immuni; potenziamento dei trattamenti domiciliari; un bonus ai medici che scelgono di rinviare la pensione; e un via libera a farmaci come l'idrossiclorochina, attorno alla quale si sta combattendo una battaglia più politica che scientifica (l'Oms da un lato, gli Stati Uniti e Donald Trump dall'altro, Ema e Aifa in mezzo al fuoco incrociato). A quest'elenco si aggiunge il «piano spettacolo», partorito dall'amministrazione trevigiana, «per consentire l'esibizione degli artisti nei teatri, garantendo la diretta streaming per evitare assembramenti», ma salvando al contempo «il lavoro (e i relativi compensi) a tutto il settore».
Insomma, l'agenda c'è. Meno chiara è la strategia. Collaborare, sì, ma come? Antonio Tajani, di Forza Italia, raccoglie l'assist di Mattarella e invoca «una fase» d'interlocuzione «con Regioni, Comuni e opposizioni». Salvini, mentre indirizza le sei proposte a Palazzo Chigi, lavora con i sindaci a un ricorso al Tar contro il dpcm. Un'iniziativa condivisibile, peraltro, perché alle proteste verbali e alle lamentele per le telefonate telegrafiche, con cui il premier comunica le proprie decisioni agli avversari, occorre anche prendere le contromisure presso le istituzioni di garanzia previste dal nostro ordinamento. Ma rimane il dilemma: andare à la guerre comme à la guerre, o cercare una finestra di dialogo? Oppure, addirittura, alzare il tiro per costringere i giallorossi a tendere l'orecchio?
Conte, viste le liti di maggioranza, potrebbe presto aver bisogno di un puntello esterno. Il capo dello Stato (non a caso, «corteggiato» da Giancarlo Giorgetti, che ieri ha proposto di rieleggerlo e poi indire elezioni anticipate) potrebbe suggerire un maggior coinvolgimento dell'opposizione - anche se le sirene della collaborazione rischierebbero di seminare zizzania tra Salvini, Meloni e i forzisti, come sta accadendo con il Mes. Se la chiamata arrivasse, cosa risponderà il centrodestra?
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Il decreto scontenta tutti: i renziani e Pierpaolo Sileri contestano le chiusure, Stefano Bonaccini parla di restrizioni incoerenti. Il M5s accusa Paola De Micheli, mentre Nicola Zingaretti incalza il premier: «Recuperi il rapporto con l'opposizione».La Lega, all'attacco su test, medici e clorochina, lancia lo streaming per salvare i teatri. Giancarlo Giorgetti: «Mattarella bis e voto anticipato». Giorgia Meloni: «No a esecutivi unitari».Lo speciale contiene due articoli.Un premier per insufficienza di prove: Giuseppe Conte è un presidente dimezzato, sbeffeggiato dalla sua stessa maggioranza, che ormai maggioranza non è più, con i partiti che litigano tra di loro, i ministri commissariati dai loro consulenti, i consulenti che in tv e sui giornali criticano i ministri. La nave Italia è alla deriva, le misure contenute nell'ultimo dpcm hanno scontentato tutti, mentre nelle piazze dilaga la protesta di imprenditori, lavoratori e famiglie. La genesi dell'ultimo dpcm la racconta alla Verità un autorevole esponente di governo: «Tutto inizia a metà della scorsa settimana», rivela la fonte, «quando Dario Franceschini chiede a Conte misure più stringenti rispetto al dpcm del 18 ottobre. Il premier si inalbera di brutto: vuole aspettare una decina di giorni per verificare se le restrizioni bastano a contenere i contagi. Niente da fare: la curva continua a salire, il Pd fa la voce grossa e anche il M5s chiede una stretta. Conte cede, ma alla fine combina un altro pasticcio: fa un dpcm che castiga praticamente solo bar, ristoranti e cultura. A quel punto», aggiunge la fonte, «fa infuriare tutti, perché è evidente che chiudere i locali alle 18 è una presa in giro per gli italiani e un dramma per gli imprenditori, che stanno protestando ovunque. Cambiare premier? Durante una pandemia è impossibile, e Mario Draghi, l'unico che potrebbe guidare un esecutivo di unità nazionale, non è disponibile».Il racconto è confermato da quanto accade ieri. Il tutti contro tutti esplode in una vera e propria crisi di governo strisciante. «Chiediamo al presidente Conte», dice il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, in direzione dem, «di svolgere fino in fondo la funzione di sintesi e capacità di sviluppare senza timori un dibattito che ci permetta ora di fare un salto qualità e indicare al Paese una via uscita. Serve recuperare il rapporto con i sindacati e con le opposizioni. Non si può chiedere alla maggioranza di dichiararsi sconfitta, perché non è vero, ma non si può chiedere all'opposizione solo di sottoscrivere decisioni già prese», aggiunge Zingaretti, «perché anche questo è sbagliato». Sembra di sentire Giorgia Meloni o Matteo Salvini: è la prova che Conte è ormai isolato. Il M5s intanto va all'assalto del ministro dei Trasporti, Paola De Micheli: «Purtroppo ci tocca constatare», scrivono i senatori pentastellati in commissione Lavori pubblici e Trasporti, «che il nostro Paese è costretto a nuove restrizioni anche per via di alcuni settori dove si è lavorato poco. La ministra De Micheli da giorni minimizza, ma quello del trasporto pubblico rimane un problema da affrontare». Nella sostanza è una sfiducia al ministro da parte del primo partito di maggioranza in Parlamento: se fossimo in una nazione seria, De Micheli si dimetterebbe. Inoltre, il viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri (M5s), affonda i colpi contro il dpcm: «Laddove c'è un protocollo e dove il protocollo viene rispettato», dice Sileri ad Agorà, su Rai 3, «il rischio di contagio è sicuramente molto basso. Su queste misure non sono pienamente d'accordo. Secondo me laddove vengono seguite le regole il rischio è basso. Non mi ricandiderò: nel 2023 tornerò in sala operatoria, è il mio mondo».Non c'è solo la protesta di chi ritiene il dpcm troppo duro: anche il fronte dei rigoristi è deluso da Conte: «L'insieme delle misure», dice a Omnibus su La7 Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, «è un passo avanti ma mio avviso non sufficiente ad affrontare la circolazione del virus che in alcune aree del Paese in questo momento dilaga, è incontrollato. Uno studio pubblicato su Lancet», aggiunge Ricciardi, «dice che quando la circolazione del virus ha le dimensioni che ha, ad esempio, in questo momento in Italia, in Francia e in Spagna, l'unica cosa che serve per rallentare questo indice di contagio è un lockdown. Naturalmente non lo devi fare generalizzato ma dove l'indice di contagio è alto».Ricciardi vuole chiudere, Matteo Renzi vuole aprire, e manda in tilt la maggioranza: «Chiederemo a Conte», annuncia il leader di Italia viva, «di cambiare il dpcm nella parte su ristoratori, luoghi di cultura e attività sportiva. Chiudere i luoghi di cultura e di sport è un errore: è più facile contagiarsi sulla metropolitana che a teatro. E la chiusura dei ristoranti alle 18 è tecnicamente inspiegabile», argomenta Renzi, «sembra un provvedimento preso senza alcuna base scientifica. A cena il Covid fa più male che a pranzo? Ci rendiamo conto del danno economico devastante?». Zingaretti replica a muso duro: «Vedo molti distinguo», ribatte il segretario dem, «da esponenti di governo, da forze di maggioranza con iniziative politiche che ritengo incomprensibili. Penso che non siano mai stati seri quei partiti che la sera siedono ai tavoli del governo e la mattina organizzano l'opposizione rispetto alle decisioni prese la sera precedente». Anche Stefano Bonaccini, presidente dell'Emilia Romagna e uomo forte del Pd, azzanna il governo: «Il dpcm contiene molte nuove restrizioni, alcune delle quali forse non pienamente coerenti tra loro. Sulle modalità di alcune chiusure ritengo non vi sia stato sufficiente ascolto delle proposte che abbiamo avanzato come regioni. Il governo ascolti la protesta civile», aggiunge Bonaccini al Tg3, «e provi a valutare se qualche correzione ci potrà essere. Secondo noi era meglio chiudere i centri commerciali il sabato e la domenica dove si affolla tanta gente che ristoranti, teatri, cinema e palestre che rispettavano le regole». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-giallorossi-gia-sazzuffano-sul-dpcm-e-intanto-cresce-la-fronda-anti-conte-2648506743.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-e-meloni-sfidano-il-governo" data-post-id="2648506743" data-published-at="1603753835" data-use-pagination="False"> Salvini e Meloni sfidano il governo Sarà che nessuno ha più voglia di cantare sui balconi. Sarà che la leadership di Giuseppe Conte non appare più così inscalfibile, nonostante Sergio Mattarella si stia prodigando per gettare acqua sul fuoco, con gli appelli alla collaborazione tra istituzioni e alla responsabilità nei comportamenti. Fatto sta che, in queste ore, tra i retroscenisti ha iniziato a circolare la formula magica: governo di unità nazionale. La sponda l'ha offerta involontariamente Giorgia Meloni, la quale, intervistata dal Corriere, ha avanzato tre condizioni per collaborare con il governo, cioè «regole d'ingaggio trasparenti», un'ammissione di fallimento da parte dell'esecutivo e il ritorno alle urne a emergenza finita. Poi, l'onorevole ha corretto il tiro: «Fratelli d'Italia non parteciperà mai a un governo con Pd e 5 stelle». Per la Meloni è già chiara l'alternativa operativa ai pastrocchi del Conte bis, che procede a spizzichi e bocconi, per tentativi e ed errori (più errori che tentativi): «Test rapidi a tappeto per il tracciamento, [...] trasporti pubblici potenziati con pullman privati, con taxi collettivi anche del Ncc; per le scuole, termoscanner e non banchi a rotelle, tensostrutture, spazi da chiedere ai privati; sanificazione a spese dello Stato» e un'azione più incisiva per proteggere la categorie a rischio, con «assistenza domiciliare» o «garantendo ospitalità negli hotel». Così - è il sottinteso - da far ricominciare la vita a chi è meno esposto alle conseguenze nefaste del Covid. È un'agenda sovrapponibile a quella della Lega. Ieri, Matteo Salvini, che a Montecitorio si è unito alla protesta degli ambulanti, ha lanciato le sue sei proposte al governo: test rapidi anche in farmacia e negli ambulatori; più trasparenza («divulgare una scaletta di interventi progressiva legata alle diverse fasi del contagio», in modo che i cittadini non siano preda di «decisioni estemporanee»); rafforzamento del sistema della cure primarie per sopperire al flop di Immuni; potenziamento dei trattamenti domiciliari; un bonus ai medici che scelgono di rinviare la pensione; e un via libera a farmaci come l'idrossiclorochina, attorno alla quale si sta combattendo una battaglia più politica che scientifica (l'Oms da un lato, gli Stati Uniti e Donald Trump dall'altro, Ema e Aifa in mezzo al fuoco incrociato). A quest'elenco si aggiunge il «piano spettacolo», partorito dall'amministrazione trevigiana, «per consentire l'esibizione degli artisti nei teatri, garantendo la diretta streaming per evitare assembramenti», ma salvando al contempo «il lavoro (e i relativi compensi) a tutto il settore». Insomma, l'agenda c'è. Meno chiara è la strategia. Collaborare, sì, ma come? Antonio Tajani, di Forza Italia, raccoglie l'assist di Mattarella e invoca «una fase» d'interlocuzione «con Regioni, Comuni e opposizioni». Salvini, mentre indirizza le sei proposte a Palazzo Chigi, lavora con i sindaci a un ricorso al Tar contro il dpcm. Un'iniziativa condivisibile, peraltro, perché alle proteste verbali e alle lamentele per le telefonate telegrafiche, con cui il premier comunica le proprie decisioni agli avversari, occorre anche prendere le contromisure presso le istituzioni di garanzia previste dal nostro ordinamento. Ma rimane il dilemma: andare à la guerre comme à la guerre, o cercare una finestra di dialogo? Oppure, addirittura, alzare il tiro per costringere i giallorossi a tendere l'orecchio? Conte, viste le liti di maggioranza, potrebbe presto aver bisogno di un puntello esterno. Il capo dello Stato (non a caso, «corteggiato» da Giancarlo Giorgetti, che ieri ha proposto di rieleggerlo e poi indire elezioni anticipate) potrebbe suggerire un maggior coinvolgimento dell'opposizione - anche se le sirene della collaborazione rischierebbero di seminare zizzania tra Salvini, Meloni e i forzisti, come sta accadendo con il Mes. Se la chiamata arrivasse, cosa risponderà il centrodestra?
Un momento della fiaccolata in memoria di Saman Abbas, uccisa dai suoi familiari a Novellara il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà (Ansa)
Gli amministratori locali (stra)parlano di tentativo di una parte politica di lucrare sulla tragedia per soffiare sul fuoco del razzismo e della xenofobia, alimentando fake news sulle origini dell’attentatore (l’italianissimo Salim El Koudri), mentre la procura di Modena dice no all’aggravante terrorismo. «Insieme contro l’odio», invocano i sindaci: sì, ma quale? I crimini efferati degli ultimi tempi e i dati statistici sulla sicurezza pubblica documentano un’ostilità a senso unico, che non è quella denunciata dai primi cittadini, l’inefficacia delle politiche di integrazione regionali e l’approccio assistenziale. La storia della povera Saman Abbas, la ragazza pakistana di 18 anni uccisa dai suoi familiari a Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà, è stato uno dei primi esempi del fallimento delle politiche di «inclusione» locali: il padre di Saman viveva in Emilia da 15 anni. Tra le brutali aggressioni fisiche, rapine e abusi sessuali perpetrati ad agosto 2017 a Rimini da una banda di extracomunitari minorenni a danno di passanti e turisti, fino alla tentata strage di Modena di sabato, In Emilia Romagna ci sono stati tanti altri crimini. La gestione dei minori (minori stranieri non accompagnati o Msna) è l’esempio più evidente del collasso strutturale delle politiche di accoglienza della regione: a novembre del 2023 una 15enne è rimasta vittima di una violenza sessuale in pieno giorno, a opera di due minori tunisini, sull’autobus che la stava portando a casa a Medicina (Bo). Ed è finita su tutti i giornali la vicenda della 66enne stuprata, riempita di botte e quasi uccisa da un 17enne tunisino a Formigine, in provincia di Modena, ad aprile del 2025. A Ravenna, a febbraio dello scorso anno, un agente della polizia municipale è stato ferito cercando di bloccare un cittadino marocchino che aveva aggredito un uomo con un coltello da cucina; ad agosto, nella stessa città, un immigrato irregolare proveniente dalla Guinea, ubriaco, ha attaccato il titolare di un bar sfregiandolo al volto con un coltello, per poi vandalizzare le auto in sosta e scagliarsi contro i Carabinieri. A Cesena, nell’ottobre del 2025, un bengalese ha aggredito una ragazza sul treno, ferendo poi uno dei carabinieri che aveva cercato di bloccarlo. Ad aprile del 2026 nel centro storico di Parma un nordafricano ha aggredito una donna in strada e colpito poi con i vetri di una bottiglia un uomo che era intervenuto per difenderla. Nello stesso mese, alla Darsena di Ravenna, un 29enne senegalese è stato ucciso con una coltellata mortale al collo da un 15enne originario del Mali dopo una discussione per un debito di 25 euro. E ancora ieri, veniva da Modena l’uomo originario del Gambia, con precedenti penali e un permesso di soggiorno scaduto, che è arrivato alla stazione di Milano armato di un machete.
Oltre ai fatti di cronaca, sono i dati ufficiali a smentire clamorosamente la narrazione dell’Emilia-Romagna come oasi felice di integrazione: secondo l’Indice della Criminalità elaborato con i dati ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, le province di Bologna, Rimini e Modena occupano stabilmente le posizioni più alte in Italia per furti, rapine e violenze sessuali. Modena è al 17esimo posto in Italia su 107 province per tasso di criminalità complessivo; Bologna registra percentuali critiche sul fronte delle violenze sessuali (spesso seconda solo a Milano) e delle rapine. La surreale giustificazione degli amministratori locali è che l’alto posizionamento è proporzionale all’elevato numero di denunce da parte dei cittadini «che si fidano delle istituzioni», come se nelle altre regioni i reati restassero sommersi: la chiamano «propensione alla trasparenza», sic. Città come Modena, Parma e Reggio Emilia mostrano aree urbane interamente sottratte al controllo statale. Nei dati sulla criminalità, l’incidenza di reati attribuibili a cittadini stranieri, spesso minorenni, risulta sproporzionata rispetto alla loro presenza demografica. Inoltre, la saturazione delle strutture di accoglienza - con criticità particolari a Bologna - e la mancanza di solidi percorsi di integrazione hanno favorito la formazione di baby gang che controllano zone centrali e stazioni. Del resto, le comunità di accoglienza per minori e i centri diurni sono strutture aperte e non detentive, gli «educatori» non hanno poteri di polizia, non possono trattenere i ragazzi con la forza, perquisirli o impedirne l’uscita notturna. Molti giovani, di conseguenza, usano i centri solo come «alberghi», per poi dedicarsi al crimine sul territorio durante il giorno. La natura assistenziale del welfare emiliano romagnolo impedisce, di fatto, interventi sanzionatori efficaci, trasformando l’accoglienza in una zona franca per la microcriminalità e lo spaccio. L’approccio rimane dunque ideologico, come dimostra la sfilata buonista dei sindaci dopo i tragici fatti di Modena: la «tolleranza» e la «mediazione culturale» vengono sempre prima del rigore e del controllo del territorio. E gli appelli delle anime belle che siedono nei municipi della regione finiscono per incoraggiare chi rifiuta i valori fondamentali dello Stato.
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Monsignor Erio Castellucci (Ansa)
L’odio, per Avvenire, è quello di chi, dopo l’attentato di sabato scorso, dice che qualcosa è andato storto non solo nel seguire, nel corso degli anni, il disagio psicologico dell’attentatore, ma anche (e soprattutto) nel sistema dell’accoglienza e che quindi è bene correre ai ripari.
Per il quotidiano dei vescovi, quei corpi a terra nel centro di Modena sono frutto della «fragilità senza rete» provata da El Koudri. «La capitale italiana del volontariato 2026», scrive Avvenire, «sta reagendo, non ci sta a subire speculazioni politiche, a sentir parlare di jihadismo, di problemi di sicurezza e integrazione, di remigrazione, sentendo risuonare slogan fuori luogo come la proposta di togliere la cittadinanza a una persona di seconda generazione». Reagisce Modena e, ovviamente, ha gli «anticorpi per reagire a questa tragedia». Un’espressione, quella degli anticorpi, che va bene per tutte le stagioni. L’Italia ha gli anticorpi per salvarsi dal fascismo di ritorno. Gli italiani hanno gli anticorpi per salvare la magistratura minacciata dal governo. Ma la verità è che il nostro Paese gli anticorpi non li ha più da un pezzo quando si parla di immigrazione. Perché è fiacca. Perché ha paura di dire che così non si può più andare avanti e che c’è un problema di immigrazione. Chi osa farlo viene tacciato di razzismo o ridotto a macchietta.
La strage, secondo il quotidiano dei vescovi, sarebbe stata provocata unicamente dalla «follia». Anzi: da una «follia senza rete», visto che El Koudri sarebbe stato abbandonato. È la stessa tesi dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, interpellato ieri sia dal Corriere sia da Avvenire. Il presule ha spiegato che, per il momento, «il perno del dramma è la solitudine». Come se questa da sola bastasse a giustificare la volontà di uccidere e la disponibilità ad essere ucciso (questo il programma di El Koudri quando è salito sulla sua C3). Quella della solitudine, prosegue l’arcivescovo, «è una condizione purtroppo molto diffusa, alla quale si legano tanti disagi e tante reazioni negative, fino alle violenze. Spesso incolpiamo il Covid, che certamente ha un ruolo: ma dovremmo tutti incentivare il monitoraggio sociale». Più che il Covid sarebbe meglio dire le folli restrizioni prese durante la pandemia, che hanno lasciato ferite che, soprattutto i giovani, si portano appresso ancora oggi. Ma tutto questo non basta. Certo, il disagio è aumentato, così come le insicurezze e i problemi psichici. Ma per desiderare una strage simile ci vuole ben altro e provare a nascondere il problema non fa che peggiorare la situazione.
La realtà è molto diversa rispetto a quanto affermato da monsignor Castellucci e Avvenire. In questa vicenda le polemiche politiche c’entrano ben poco. Così come i problemi psichici dell’aspirante killer visto che gran parte delle persone che si trovano in queste condizioni non compiono attentati. E quello di Modena lo è. Certo, si può discutere sulla matrice, ma modalità e intenzione sono chiare. Così come è palese il disagio provato dallo stesso El Koudri di fronte a una società che, secondo lui, non gli dava ciò che gli spettava. Ed è proprio questo il grande inganno di una certa propaganda immigrazionista: far credere che qui si otterrà tutto e subito. Anche il lavoro vicino casa, come reclamava lo stesso attentatore. Ma non è così. Vittima dell’inganno ha trasformato il suo odio in altre vittime. Questa volta vere. E a brandelli.
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Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
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L'incontro tra Giorgia Meloni e Nerendra Modi durante il G7 a Borgo Egnazia del 14 giugno 2024 (Ansa)
Si ricongiunge dunque il «Melodi team», per la gioia dei fan indiani della Meloni, che sui social sono tra i più entusiasti sostenitori della Meloni. La visita in Italia del primo ministro indiano, spiegano fonti italiane, riveste particolare importanza nel quadro del consolidamento delle relazioni tra Italia e India e del rafforzamento del dialogo politico tra li due Paesi. Si tratta della prima missione ufficiale a Roma di un primo ministro indiano negli ultimi 26 anni. Modi e Meloni vantano un rapporto, come dicevamo, non solo istituzionale, ma di solida amicizia. I due si sono incontrati ben sette volte in tre anni, consolidando sempre di più il partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi. Grazie all’avvio del Partenariato Strategico Italia-India nel 2023 e al successivo lancio del Piano d’azione strategico congiunto 2025-2029, il dialogo politico tra Italia e India ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti, favorendo un significativo ampliamento della cooperazione bilaterale in numerosi ambiti strategici.
La collaborazione si estende oggi dalla difesa alla ricerca scientifica, dal commercio agli investimenti, fino allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale umanocentrica, nonché al contrasto del terrorismo e del traffico di esseri umani.
Nel corso del loro incontro, Modi e la Meloni adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà le relazioni tra Italia e India al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il documento individua nuove e ambiziose direttrici di cooperazione bilaterale, rafforzando ulteriormente il quadro del partenariato tra i due Stati.
Tra i principali obiettivi figurano l’istituzionalizzazione di incontri annuali a livello di capi di governo; l’impegno congiunto a raggiungere entro il 2029 un volume di interscambio commerciale pari a 20 miliardi di euro, anche attraverso la valorizzazione del potenziale dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e India; il lancio dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-India 2027; nonché il rafforzamento dell’iniziativa Innovit India, finalizzata a promuovere il dialogo tra i rispettivi ecosistemi dell’innovazione. I due leader parteciperanno, inoltre, a un pranzo di lavoro con i vertici di importanti gruppi industriali italiani e indiani, nel corso del quale sarà promosso uno scambio di vedute sulle migliori modalità per rafforzare ulteriormente la cooperazione economica, commerciale e nel settore degli investimenti.
Infine, assisteranno alla firma di una serie di intese nei settori del trasporto marittimo, dell’agricoltura, dell’istruzione superiore, dei minerali critici, della cooperazione museale e del contrasto ai reati economico-finanziari. La «relazione speciale» tra Italia e India è, come è evidente, di estrema importanza per il nostro Paese, considerato che la stessa India è ormai una protagonista assoluta dello scacchiere mondiale, una superpotenza economica di primissimo piano con un ruolo centrale in tutte le dinamiche planetarie.
Incessante l’attività del governo sul fronte della diplomazia internazionale: ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sui seguiti del vertice di Istanbul del 1° agosto 2025. Nel corso della riunione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sono stati esaminati i risultati del lavoro condotto fino ad ora e concordati i prossimi passi per l'avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle Autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari. Per l’Italia era presente il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, ambasciatore Fabrizio Saggio.
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