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2020-10-06
I fondi per la Cig crollano da 26 a 2,9 miliardi
Roberto Gualtieri (Ansa)
La nota di aggiornamento al documento di finanza pubblica è pronta. Il Consiglio dei ministri l'ha redatta ieri sera nella speranza che l'Ecofin di oggi fornisca qualche appiglio in più alla promesse sui fondi del Recovery plan. Ieri si è tenuto sul tema anche l'Eurogruppo, al termine del quale l'unica notizia l'ha twittata il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Ha scritto sui social: «Confermata la necessità, sostenuta tra gli altri dall'Italia, di politiche espansive nel 2021 e di mantenere la clausola di salvaguardia. Consenso sull'accelerazione del negoziato Next generation Eu e sul coordinamento nell'area euro della risposta di politica fiscale». La cruda realtà è però come sempre quella dei numeri. Nel frattempo la manovra di fine anno va preparata e i conti dovranno tornare in ogni caso.
La previsione di deficit sul 2021 (aggiornato al decreto Agosto) arriva al 5,7%, mentre il ricorso di scostamento ulteriore autorizzato a fine a luglio è di un altro 0,4%. Tradotto, se l'obiettivo è spingere un po' più in là la spesa per la crescita senza andare a smontare gli accordi presi con l'Ue lo scorso anno (e questo è l'obiettivo del governo), significa che ballano circa 2 miliardi di euro in deficit. Sarà oggetto di trattativa al di fuori del Recovery fund? Difficile. Anche perché la Nadef mette nero su bianco la volontà di dare una sterzata alla spesa già dal prossimo gennaio. «Nel triennio di previsione è attesa una marcata riduzione dell'indebitamento netto a legislazione vigente, che scenderà al -5,7% del Pil nel 2021, al -4,1% del Pil nel 2022 e al -3,3% nel 2023», si legge. «Il deficit primario sarà progressivamente riassorbito, collocandosi al -2,4% del Pil nel 2021, al -0,9 nel 2022 e al -0,1% nel 2023, grazie alla dinamica delle entrate più sostenuta rispetto a quella della spesa primaria». Il senso della frase si coglie là dove il ministero dell'Economia spiega che nel 2020 il calo delle entrate quest'anno sarà dell'8% complessivamente (mentre la pressione fiscale salirà al 42,5%), ma quell'8% che lo Stato non è riuscito a incassare il governo lo chiederà in ogni caso ai cittadini il prossimo anno. Tasse in arrivo, al di là di come andrà l'economia.
Ma ciò che stride ancor di più sono i fondi legati alle politiche del lavoro. «I principali obiettivi della politica di bilancio per il 2021-2023 sono, nel breve termine, sostenere i lavoratori e i settori produttivi più colpiti dalla pandemia fintanto che perdurerà la crisi da Covid-19», si legge nella nota in un paragrafo che annuncia «un ampio programma di investimenti e riforme; un'ampia riforma fiscale che migliori l'equità, l'efficienza e la trasparenza del sistema tributario riducendo anche il carico fiscale sui redditi medi e bassi, coordinandola con l'introduzione di un assegno universale per i figli; assicurare un miglioramento qualitativo della finanza pubblica, spostando risorse verso gli utilizzi più opportuni a garantire un miglioramento del benessere dei cittadini».
Chi non lo vorrebbe. Peccato che il libro dei sogni sia ancora una volta contraddetto dai numeri. Questo governo ha puntato tantissimo sulle politiche passive del lavoro. Bonus, assegni per chi resta disoccupato e cassaintegrazione. In cambio ha pensato di impedire per legge i licenziamenti nell'errata convinzione di mantenere stabile l'occupazione. Una strategia errata -abbiamo più volte scritto su queste colonne - che non tiene conto delle vere politiche attive sul lavoro, quelle che consentono il reinserimento e pure la leva per la produttività. Va però riconosciuto che nel 2020 sono stati stanziati 26,6 miliardi per tale strategia, che nel breve termine ha prodotto qualche effetto positivo. Dalla lettura della Nadef si scopre però che di colpo la cifra stanziata per il sostegno al lavoro nel 2021 scende a 2,9 miliardi. Quasi un decimo. Nel 2023 si scende addirittura a 700 milioni. Al tempo stesso si calcolano i benefici del taglio ulteriore del cuneo, che in realtà è l'ampliamento del bonus Renzi, ma non si vede traccia di finanziamenti ingenti sulla componente previdenziale.
Senza contare che nel 2020 per le partite Iva sono stati stanziati 5,4 miliardi di euro. Sacrosanto. Ma nel 2021 e nel 2022 resteranno a bocca asciutta. Tutto ciò nonostante il tanto sbandierato Sure, il fondo europeo che destina nei prossimi anni 27 miliardi all'Italia e tutto dedicato agli ammortizzatori sociali. La domanda è: perché questo cambio di rotta? Perché tagliare i cordoni senza sostituire la Cig con altre strade di sostegno?
Quando finirà lo stato di emergenza, le aziende torneranno a licenziare. Lo faranno per sopravvivere. Lo faranno perché da quest'autunno riceveranno le cartelle esattoriali che che erano state sospese. Perché l'emergenza vale solo per mettere le mascherine, ma il governo le sue tasse le vuole come se non fosse successo nulla. E soprattutto come se dopo Natale non succederà nulla di negativo all'economia. Invece, arriverà l'onda lunga e se non ci saranno ammortizzatori che accadrà ai milioni di disoccupati, inattivi o sotto occupati? Speriamo che il testo così redatto serva solo per tenere buona Bruxelles e poi in Parlamento venga rivisto un po' tutto. Anche se visti i tempi di discussione in Aula c'è da scommettere che la manovra arriverà ai deputati all'ultimo minuto utile come lo scorso anno.
Il ritardo di Gualtieri umilia l’Aula. Testo da prendere a scatola chiusa
Povero Parlamento, ormai trattato dal governo come se fosse la sede del meno autorevole dei talk show, l'ultimo da considerare, l'ultimo da mettere in agenda.
Solo la notte scorsa, infatti, ha visto la luce la Nadef, la nota di aggiornamento al Def preparata da Roberto Gualtieri, che invece, secondo il cosiddetto «ciclo di bilancio», avrebbe dovuto essere prodotta dal governo entro il 27 settembre.
Diranno alcuni: ma cosa saranno mai una decina di giorni di ritardo? Sarebbero poco, in teoria, ma in pratica -invece - riducono il Parlamento a una umiliante funzione di passacarte, visto che incombono scadenze serrate verso la presentazione della manovra.
Infatti, in base alle norme europee del Two pack, il doppio regolamento Ue che fissa il calendario comune per i bilanci degli Stati membri, già il 15 di ottobre ogni Paese deve inviare a Commissione e Eurogruppo un testo che assomiglia moltissimo alla legge di bilancio. Tecnicamente si chiama «Progetto di documento programmatico di bilancio»: insomma, non ce la si può cavare con due paginette, ma deve trattarsi di un documento che spieghi in dettaglio il budget che il governo intende presentare. Budget che - per inciso - deve essere formalmente presentato alle Camere (già nella forma compiuta del disegno di legge di bilancio) appena cinque giorni dopo, entro il 20 ottobre.
Ecco, se oggi è il 6 ottobre e già il 15 il governo deve mandare a Bruxelles lo scheletro della finanziaria, il Parlamento, nel frattempo, che fa? Al massimo, può far finta di dire la sua, prima nelle commissioni e poi in Aula; può votare documenti destinati tuttavia a rimanere totalmente lettera morta; può infilare in mozioni e risoluzioni quelli che sono destinati a rimanere pii desideri. E questa - si badi bene - è solo l'umiliazione preventiva delle Camere.
Poi arriva quella finale, che si ripete da anni: il governo presenta la manovra in ritardo; una delle due Camere inizia a esaminarla; ma poi - in extremis - arriva un maxi emendamento governativo che riscrive totalmente la finanziaria; il governo ne impone l'approvazione alla Camera o al Senato sotto la frusta della fiducia; e magari - essendo nel frattempo arrivati vicini a fine anno, e approssimandosi il rischio dell'esercizio provvisorio - l'altro ramo è puramente e semplicemente costretto a ratificare. Questo indecoroso spettacolo si ripete da anni. L'unico anno in cui ci fu indignazione generale fu quello del governo gialloblù, che però - a onor del vero - aveva una scusante reale: poco prima di Natale, Bruxelles impose la riscrittura di larga parte della manovra.
Ciononostante, allora e solo allora, si levarono alti lai sulla «compressione» della funzione parlamentare.
Peccato che analoghe lamentazioni non ci siano state negli altri casi, specie con i governi di sinistra. Gran silenzio, in quel caso, anche da parte di chi - sui giornali e nei palazzi istituzionali - ama ripetere la giaculatoria della «centralità del Parlamento».
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Il governo finora ha mantenuto l'occupazione grazie al divieto di licenziare e ai sussidi. Però il prossimo anno stanzierà soltanto briciole per i lavoratori. La Nadef prevede anche un calo di deficit e debito dal 2021 al 2023: cioè altre tasse in arrivoEntro il 15 va presentata una bozza all'Ue. E poi mancherà il tempo per la discussioneLo speciale contiene due articoliLa nota di aggiornamento al documento di finanza pubblica è pronta. Il Consiglio dei ministri l'ha redatta ieri sera nella speranza che l'Ecofin di oggi fornisca qualche appiglio in più alla promesse sui fondi del Recovery plan. Ieri si è tenuto sul tema anche l'Eurogruppo, al termine del quale l'unica notizia l'ha twittata il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Ha scritto sui social: «Confermata la necessità, sostenuta tra gli altri dall'Italia, di politiche espansive nel 2021 e di mantenere la clausola di salvaguardia. Consenso sull'accelerazione del negoziato Next generation Eu e sul coordinamento nell'area euro della risposta di politica fiscale». La cruda realtà è però come sempre quella dei numeri. Nel frattempo la manovra di fine anno va preparata e i conti dovranno tornare in ogni caso. La previsione di deficit sul 2021 (aggiornato al decreto Agosto) arriva al 5,7%, mentre il ricorso di scostamento ulteriore autorizzato a fine a luglio è di un altro 0,4%. Tradotto, se l'obiettivo è spingere un po' più in là la spesa per la crescita senza andare a smontare gli accordi presi con l'Ue lo scorso anno (e questo è l'obiettivo del governo), significa che ballano circa 2 miliardi di euro in deficit. Sarà oggetto di trattativa al di fuori del Recovery fund? Difficile. Anche perché la Nadef mette nero su bianco la volontà di dare una sterzata alla spesa già dal prossimo gennaio. «Nel triennio di previsione è attesa una marcata riduzione dell'indebitamento netto a legislazione vigente, che scenderà al -5,7% del Pil nel 2021, al -4,1% del Pil nel 2022 e al -3,3% nel 2023», si legge. «Il deficit primario sarà progressivamente riassorbito, collocandosi al -2,4% del Pil nel 2021, al -0,9 nel 2022 e al -0,1% nel 2023, grazie alla dinamica delle entrate più sostenuta rispetto a quella della spesa primaria». Il senso della frase si coglie là dove il ministero dell'Economia spiega che nel 2020 il calo delle entrate quest'anno sarà dell'8% complessivamente (mentre la pressione fiscale salirà al 42,5%), ma quell'8% che lo Stato non è riuscito a incassare il governo lo chiederà in ogni caso ai cittadini il prossimo anno. Tasse in arrivo, al di là di come andrà l'economia. Ma ciò che stride ancor di più sono i fondi legati alle politiche del lavoro. «I principali obiettivi della politica di bilancio per il 2021-2023 sono, nel breve termine, sostenere i lavoratori e i settori produttivi più colpiti dalla pandemia fintanto che perdurerà la crisi da Covid-19», si legge nella nota in un paragrafo che annuncia «un ampio programma di investimenti e riforme; un'ampia riforma fiscale che migliori l'equità, l'efficienza e la trasparenza del sistema tributario riducendo anche il carico fiscale sui redditi medi e bassi, coordinandola con l'introduzione di un assegno universale per i figli; assicurare un miglioramento qualitativo della finanza pubblica, spostando risorse verso gli utilizzi più opportuni a garantire un miglioramento del benessere dei cittadini». Chi non lo vorrebbe. Peccato che il libro dei sogni sia ancora una volta contraddetto dai numeri. Questo governo ha puntato tantissimo sulle politiche passive del lavoro. Bonus, assegni per chi resta disoccupato e cassaintegrazione. In cambio ha pensato di impedire per legge i licenziamenti nell'errata convinzione di mantenere stabile l'occupazione. Una strategia errata -abbiamo più volte scritto su queste colonne - che non tiene conto delle vere politiche attive sul lavoro, quelle che consentono il reinserimento e pure la leva per la produttività. Va però riconosciuto che nel 2020 sono stati stanziati 26,6 miliardi per tale strategia, che nel breve termine ha prodotto qualche effetto positivo. Dalla lettura della Nadef si scopre però che di colpo la cifra stanziata per il sostegno al lavoro nel 2021 scende a 2,9 miliardi. Quasi un decimo. Nel 2023 si scende addirittura a 700 milioni. Al tempo stesso si calcolano i benefici del taglio ulteriore del cuneo, che in realtà è l'ampliamento del bonus Renzi, ma non si vede traccia di finanziamenti ingenti sulla componente previdenziale. Senza contare che nel 2020 per le partite Iva sono stati stanziati 5,4 miliardi di euro. Sacrosanto. Ma nel 2021 e nel 2022 resteranno a bocca asciutta. Tutto ciò nonostante il tanto sbandierato Sure, il fondo europeo che destina nei prossimi anni 27 miliardi all'Italia e tutto dedicato agli ammortizzatori sociali. La domanda è: perché questo cambio di rotta? Perché tagliare i cordoni senza sostituire la Cig con altre strade di sostegno? Quando finirà lo stato di emergenza, le aziende torneranno a licenziare. Lo faranno per sopravvivere. Lo faranno perché da quest'autunno riceveranno le cartelle esattoriali che che erano state sospese. Perché l'emergenza vale solo per mettere le mascherine, ma il governo le sue tasse le vuole come se non fosse successo nulla. E soprattutto come se dopo Natale non succederà nulla di negativo all'economia. Invece, arriverà l'onda lunga e se non ci saranno ammortizzatori che accadrà ai milioni di disoccupati, inattivi o sotto occupati? Speriamo che il testo così redatto serva solo per tenere buona Bruxelles e poi in Parlamento venga rivisto un po' tutto. Anche se visti i tempi di discussione in Aula c'è da scommettere che la manovra arriverà ai deputati all'ultimo minuto utile come lo scorso anno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-fondi-per-la-cig-crollano-da-26-a-2-9-miliardi-2648106167.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ritardo-di-gualtieri-umilia-laula-testo-da-prendere-a-scatola-chiusa" data-post-id="2648106167" data-published-at="1601922840" data-use-pagination="False"> Il ritardo di Gualtieri umilia l’Aula. Testo da prendere a scatola chiusa Povero Parlamento, ormai trattato dal governo come se fosse la sede del meno autorevole dei talk show, l'ultimo da considerare, l'ultimo da mettere in agenda. Solo la notte scorsa, infatti, ha visto la luce la Nadef, la nota di aggiornamento al Def preparata da Roberto Gualtieri, che invece, secondo il cosiddetto «ciclo di bilancio», avrebbe dovuto essere prodotta dal governo entro il 27 settembre. Diranno alcuni: ma cosa saranno mai una decina di giorni di ritardo? Sarebbero poco, in teoria, ma in pratica -invece - riducono il Parlamento a una umiliante funzione di passacarte, visto che incombono scadenze serrate verso la presentazione della manovra. Infatti, in base alle norme europee del Two pack, il doppio regolamento Ue che fissa il calendario comune per i bilanci degli Stati membri, già il 15 di ottobre ogni Paese deve inviare a Commissione e Eurogruppo un testo che assomiglia moltissimo alla legge di bilancio. Tecnicamente si chiama «Progetto di documento programmatico di bilancio»: insomma, non ce la si può cavare con due paginette, ma deve trattarsi di un documento che spieghi in dettaglio il budget che il governo intende presentare. Budget che - per inciso - deve essere formalmente presentato alle Camere (già nella forma compiuta del disegno di legge di bilancio) appena cinque giorni dopo, entro il 20 ottobre. Ecco, se oggi è il 6 ottobre e già il 15 il governo deve mandare a Bruxelles lo scheletro della finanziaria, il Parlamento, nel frattempo, che fa? Al massimo, può far finta di dire la sua, prima nelle commissioni e poi in Aula; può votare documenti destinati tuttavia a rimanere totalmente lettera morta; può infilare in mozioni e risoluzioni quelli che sono destinati a rimanere pii desideri. E questa - si badi bene - è solo l'umiliazione preventiva delle Camere. Poi arriva quella finale, che si ripete da anni: il governo presenta la manovra in ritardo; una delle due Camere inizia a esaminarla; ma poi - in extremis - arriva un maxi emendamento governativo che riscrive totalmente la finanziaria; il governo ne impone l'approvazione alla Camera o al Senato sotto la frusta della fiducia; e magari - essendo nel frattempo arrivati vicini a fine anno, e approssimandosi il rischio dell'esercizio provvisorio - l'altro ramo è puramente e semplicemente costretto a ratificare. Questo indecoroso spettacolo si ripete da anni. L'unico anno in cui ci fu indignazione generale fu quello del governo gialloblù, che però - a onor del vero - aveva una scusante reale: poco prima di Natale, Bruxelles impose la riscrittura di larga parte della manovra. Ciononostante, allora e solo allora, si levarono alti lai sulla «compressione» della funzione parlamentare. Peccato che analoghe lamentazioni non ci siano state negli altri casi, specie con i governi di sinistra. Gran silenzio, in quel caso, anche da parte di chi - sui giornali e nei palazzi istituzionali - ama ripetere la giaculatoria della «centralità del Parlamento».
Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
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Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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