True
2020-10-06
I fondi per la Cig crollano da 26 a 2,9 miliardi
Roberto Gualtieri (Ansa)
La nota di aggiornamento al documento di finanza pubblica è pronta. Il Consiglio dei ministri l'ha redatta ieri sera nella speranza che l'Ecofin di oggi fornisca qualche appiglio in più alla promesse sui fondi del Recovery plan. Ieri si è tenuto sul tema anche l'Eurogruppo, al termine del quale l'unica notizia l'ha twittata il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Ha scritto sui social: «Confermata la necessità, sostenuta tra gli altri dall'Italia, di politiche espansive nel 2021 e di mantenere la clausola di salvaguardia. Consenso sull'accelerazione del negoziato Next generation Eu e sul coordinamento nell'area euro della risposta di politica fiscale». La cruda realtà è però come sempre quella dei numeri. Nel frattempo la manovra di fine anno va preparata e i conti dovranno tornare in ogni caso.
La previsione di deficit sul 2021 (aggiornato al decreto Agosto) arriva al 5,7%, mentre il ricorso di scostamento ulteriore autorizzato a fine a luglio è di un altro 0,4%. Tradotto, se l'obiettivo è spingere un po' più in là la spesa per la crescita senza andare a smontare gli accordi presi con l'Ue lo scorso anno (e questo è l'obiettivo del governo), significa che ballano circa 2 miliardi di euro in deficit. Sarà oggetto di trattativa al di fuori del Recovery fund? Difficile. Anche perché la Nadef mette nero su bianco la volontà di dare una sterzata alla spesa già dal prossimo gennaio. «Nel triennio di previsione è attesa una marcata riduzione dell'indebitamento netto a legislazione vigente, che scenderà al -5,7% del Pil nel 2021, al -4,1% del Pil nel 2022 e al -3,3% nel 2023», si legge. «Il deficit primario sarà progressivamente riassorbito, collocandosi al -2,4% del Pil nel 2021, al -0,9 nel 2022 e al -0,1% nel 2023, grazie alla dinamica delle entrate più sostenuta rispetto a quella della spesa primaria». Il senso della frase si coglie là dove il ministero dell'Economia spiega che nel 2020 il calo delle entrate quest'anno sarà dell'8% complessivamente (mentre la pressione fiscale salirà al 42,5%), ma quell'8% che lo Stato non è riuscito a incassare il governo lo chiederà in ogni caso ai cittadini il prossimo anno. Tasse in arrivo, al di là di come andrà l'economia.
Ma ciò che stride ancor di più sono i fondi legati alle politiche del lavoro. «I principali obiettivi della politica di bilancio per il 2021-2023 sono, nel breve termine, sostenere i lavoratori e i settori produttivi più colpiti dalla pandemia fintanto che perdurerà la crisi da Covid-19», si legge nella nota in un paragrafo che annuncia «un ampio programma di investimenti e riforme; un'ampia riforma fiscale che migliori l'equità, l'efficienza e la trasparenza del sistema tributario riducendo anche il carico fiscale sui redditi medi e bassi, coordinandola con l'introduzione di un assegno universale per i figli; assicurare un miglioramento qualitativo della finanza pubblica, spostando risorse verso gli utilizzi più opportuni a garantire un miglioramento del benessere dei cittadini».
Chi non lo vorrebbe. Peccato che il libro dei sogni sia ancora una volta contraddetto dai numeri. Questo governo ha puntato tantissimo sulle politiche passive del lavoro. Bonus, assegni per chi resta disoccupato e cassaintegrazione. In cambio ha pensato di impedire per legge i licenziamenti nell'errata convinzione di mantenere stabile l'occupazione. Una strategia errata -abbiamo più volte scritto su queste colonne - che non tiene conto delle vere politiche attive sul lavoro, quelle che consentono il reinserimento e pure la leva per la produttività. Va però riconosciuto che nel 2020 sono stati stanziati 26,6 miliardi per tale strategia, che nel breve termine ha prodotto qualche effetto positivo. Dalla lettura della Nadef si scopre però che di colpo la cifra stanziata per il sostegno al lavoro nel 2021 scende a 2,9 miliardi. Quasi un decimo. Nel 2023 si scende addirittura a 700 milioni. Al tempo stesso si calcolano i benefici del taglio ulteriore del cuneo, che in realtà è l'ampliamento del bonus Renzi, ma non si vede traccia di finanziamenti ingenti sulla componente previdenziale.
Senza contare che nel 2020 per le partite Iva sono stati stanziati 5,4 miliardi di euro. Sacrosanto. Ma nel 2021 e nel 2022 resteranno a bocca asciutta. Tutto ciò nonostante il tanto sbandierato Sure, il fondo europeo che destina nei prossimi anni 27 miliardi all'Italia e tutto dedicato agli ammortizzatori sociali. La domanda è: perché questo cambio di rotta? Perché tagliare i cordoni senza sostituire la Cig con altre strade di sostegno?
Quando finirà lo stato di emergenza, le aziende torneranno a licenziare. Lo faranno per sopravvivere. Lo faranno perché da quest'autunno riceveranno le cartelle esattoriali che che erano state sospese. Perché l'emergenza vale solo per mettere le mascherine, ma il governo le sue tasse le vuole come se non fosse successo nulla. E soprattutto come se dopo Natale non succederà nulla di negativo all'economia. Invece, arriverà l'onda lunga e se non ci saranno ammortizzatori che accadrà ai milioni di disoccupati, inattivi o sotto occupati? Speriamo che il testo così redatto serva solo per tenere buona Bruxelles e poi in Parlamento venga rivisto un po' tutto. Anche se visti i tempi di discussione in Aula c'è da scommettere che la manovra arriverà ai deputati all'ultimo minuto utile come lo scorso anno.
Il ritardo di Gualtieri umilia l’Aula. Testo da prendere a scatola chiusa
Povero Parlamento, ormai trattato dal governo come se fosse la sede del meno autorevole dei talk show, l'ultimo da considerare, l'ultimo da mettere in agenda.
Solo la notte scorsa, infatti, ha visto la luce la Nadef, la nota di aggiornamento al Def preparata da Roberto Gualtieri, che invece, secondo il cosiddetto «ciclo di bilancio», avrebbe dovuto essere prodotta dal governo entro il 27 settembre.
Diranno alcuni: ma cosa saranno mai una decina di giorni di ritardo? Sarebbero poco, in teoria, ma in pratica -invece - riducono il Parlamento a una umiliante funzione di passacarte, visto che incombono scadenze serrate verso la presentazione della manovra.
Infatti, in base alle norme europee del Two pack, il doppio regolamento Ue che fissa il calendario comune per i bilanci degli Stati membri, già il 15 di ottobre ogni Paese deve inviare a Commissione e Eurogruppo un testo che assomiglia moltissimo alla legge di bilancio. Tecnicamente si chiama «Progetto di documento programmatico di bilancio»: insomma, non ce la si può cavare con due paginette, ma deve trattarsi di un documento che spieghi in dettaglio il budget che il governo intende presentare. Budget che - per inciso - deve essere formalmente presentato alle Camere (già nella forma compiuta del disegno di legge di bilancio) appena cinque giorni dopo, entro il 20 ottobre.
Ecco, se oggi è il 6 ottobre e già il 15 il governo deve mandare a Bruxelles lo scheletro della finanziaria, il Parlamento, nel frattempo, che fa? Al massimo, può far finta di dire la sua, prima nelle commissioni e poi in Aula; può votare documenti destinati tuttavia a rimanere totalmente lettera morta; può infilare in mozioni e risoluzioni quelli che sono destinati a rimanere pii desideri. E questa - si badi bene - è solo l'umiliazione preventiva delle Camere.
Poi arriva quella finale, che si ripete da anni: il governo presenta la manovra in ritardo; una delle due Camere inizia a esaminarla; ma poi - in extremis - arriva un maxi emendamento governativo che riscrive totalmente la finanziaria; il governo ne impone l'approvazione alla Camera o al Senato sotto la frusta della fiducia; e magari - essendo nel frattempo arrivati vicini a fine anno, e approssimandosi il rischio dell'esercizio provvisorio - l'altro ramo è puramente e semplicemente costretto a ratificare. Questo indecoroso spettacolo si ripete da anni. L'unico anno in cui ci fu indignazione generale fu quello del governo gialloblù, che però - a onor del vero - aveva una scusante reale: poco prima di Natale, Bruxelles impose la riscrittura di larga parte della manovra.
Ciononostante, allora e solo allora, si levarono alti lai sulla «compressione» della funzione parlamentare.
Peccato che analoghe lamentazioni non ci siano state negli altri casi, specie con i governi di sinistra. Gran silenzio, in quel caso, anche da parte di chi - sui giornali e nei palazzi istituzionali - ama ripetere la giaculatoria della «centralità del Parlamento».
Continua a leggereRiduci
Il governo finora ha mantenuto l'occupazione grazie al divieto di licenziare e ai sussidi. Però il prossimo anno stanzierà soltanto briciole per i lavoratori. La Nadef prevede anche un calo di deficit e debito dal 2021 al 2023: cioè altre tasse in arrivoEntro il 15 va presentata una bozza all'Ue. E poi mancherà il tempo per la discussioneLo speciale contiene due articoliLa nota di aggiornamento al documento di finanza pubblica è pronta. Il Consiglio dei ministri l'ha redatta ieri sera nella speranza che l'Ecofin di oggi fornisca qualche appiglio in più alla promesse sui fondi del Recovery plan. Ieri si è tenuto sul tema anche l'Eurogruppo, al termine del quale l'unica notizia l'ha twittata il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Ha scritto sui social: «Confermata la necessità, sostenuta tra gli altri dall'Italia, di politiche espansive nel 2021 e di mantenere la clausola di salvaguardia. Consenso sull'accelerazione del negoziato Next generation Eu e sul coordinamento nell'area euro della risposta di politica fiscale». La cruda realtà è però come sempre quella dei numeri. Nel frattempo la manovra di fine anno va preparata e i conti dovranno tornare in ogni caso. La previsione di deficit sul 2021 (aggiornato al decreto Agosto) arriva al 5,7%, mentre il ricorso di scostamento ulteriore autorizzato a fine a luglio è di un altro 0,4%. Tradotto, se l'obiettivo è spingere un po' più in là la spesa per la crescita senza andare a smontare gli accordi presi con l'Ue lo scorso anno (e questo è l'obiettivo del governo), significa che ballano circa 2 miliardi di euro in deficit. Sarà oggetto di trattativa al di fuori del Recovery fund? Difficile. Anche perché la Nadef mette nero su bianco la volontà di dare una sterzata alla spesa già dal prossimo gennaio. «Nel triennio di previsione è attesa una marcata riduzione dell'indebitamento netto a legislazione vigente, che scenderà al -5,7% del Pil nel 2021, al -4,1% del Pil nel 2022 e al -3,3% nel 2023», si legge. «Il deficit primario sarà progressivamente riassorbito, collocandosi al -2,4% del Pil nel 2021, al -0,9 nel 2022 e al -0,1% nel 2023, grazie alla dinamica delle entrate più sostenuta rispetto a quella della spesa primaria». Il senso della frase si coglie là dove il ministero dell'Economia spiega che nel 2020 il calo delle entrate quest'anno sarà dell'8% complessivamente (mentre la pressione fiscale salirà al 42,5%), ma quell'8% che lo Stato non è riuscito a incassare il governo lo chiederà in ogni caso ai cittadini il prossimo anno. Tasse in arrivo, al di là di come andrà l'economia. Ma ciò che stride ancor di più sono i fondi legati alle politiche del lavoro. «I principali obiettivi della politica di bilancio per il 2021-2023 sono, nel breve termine, sostenere i lavoratori e i settori produttivi più colpiti dalla pandemia fintanto che perdurerà la crisi da Covid-19», si legge nella nota in un paragrafo che annuncia «un ampio programma di investimenti e riforme; un'ampia riforma fiscale che migliori l'equità, l'efficienza e la trasparenza del sistema tributario riducendo anche il carico fiscale sui redditi medi e bassi, coordinandola con l'introduzione di un assegno universale per i figli; assicurare un miglioramento qualitativo della finanza pubblica, spostando risorse verso gli utilizzi più opportuni a garantire un miglioramento del benessere dei cittadini». Chi non lo vorrebbe. Peccato che il libro dei sogni sia ancora una volta contraddetto dai numeri. Questo governo ha puntato tantissimo sulle politiche passive del lavoro. Bonus, assegni per chi resta disoccupato e cassaintegrazione. In cambio ha pensato di impedire per legge i licenziamenti nell'errata convinzione di mantenere stabile l'occupazione. Una strategia errata -abbiamo più volte scritto su queste colonne - che non tiene conto delle vere politiche attive sul lavoro, quelle che consentono il reinserimento e pure la leva per la produttività. Va però riconosciuto che nel 2020 sono stati stanziati 26,6 miliardi per tale strategia, che nel breve termine ha prodotto qualche effetto positivo. Dalla lettura della Nadef si scopre però che di colpo la cifra stanziata per il sostegno al lavoro nel 2021 scende a 2,9 miliardi. Quasi un decimo. Nel 2023 si scende addirittura a 700 milioni. Al tempo stesso si calcolano i benefici del taglio ulteriore del cuneo, che in realtà è l'ampliamento del bonus Renzi, ma non si vede traccia di finanziamenti ingenti sulla componente previdenziale. Senza contare che nel 2020 per le partite Iva sono stati stanziati 5,4 miliardi di euro. Sacrosanto. Ma nel 2021 e nel 2022 resteranno a bocca asciutta. Tutto ciò nonostante il tanto sbandierato Sure, il fondo europeo che destina nei prossimi anni 27 miliardi all'Italia e tutto dedicato agli ammortizzatori sociali. La domanda è: perché questo cambio di rotta? Perché tagliare i cordoni senza sostituire la Cig con altre strade di sostegno? Quando finirà lo stato di emergenza, le aziende torneranno a licenziare. Lo faranno per sopravvivere. Lo faranno perché da quest'autunno riceveranno le cartelle esattoriali che che erano state sospese. Perché l'emergenza vale solo per mettere le mascherine, ma il governo le sue tasse le vuole come se non fosse successo nulla. E soprattutto come se dopo Natale non succederà nulla di negativo all'economia. Invece, arriverà l'onda lunga e se non ci saranno ammortizzatori che accadrà ai milioni di disoccupati, inattivi o sotto occupati? Speriamo che il testo così redatto serva solo per tenere buona Bruxelles e poi in Parlamento venga rivisto un po' tutto. Anche se visti i tempi di discussione in Aula c'è da scommettere che la manovra arriverà ai deputati all'ultimo minuto utile come lo scorso anno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-fondi-per-la-cig-crollano-da-26-a-2-9-miliardi-2648106167.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ritardo-di-gualtieri-umilia-laula-testo-da-prendere-a-scatola-chiusa" data-post-id="2648106167" data-published-at="1601922840" data-use-pagination="False"> Il ritardo di Gualtieri umilia l’Aula. Testo da prendere a scatola chiusa Povero Parlamento, ormai trattato dal governo come se fosse la sede del meno autorevole dei talk show, l'ultimo da considerare, l'ultimo da mettere in agenda. Solo la notte scorsa, infatti, ha visto la luce la Nadef, la nota di aggiornamento al Def preparata da Roberto Gualtieri, che invece, secondo il cosiddetto «ciclo di bilancio», avrebbe dovuto essere prodotta dal governo entro il 27 settembre. Diranno alcuni: ma cosa saranno mai una decina di giorni di ritardo? Sarebbero poco, in teoria, ma in pratica -invece - riducono il Parlamento a una umiliante funzione di passacarte, visto che incombono scadenze serrate verso la presentazione della manovra. Infatti, in base alle norme europee del Two pack, il doppio regolamento Ue che fissa il calendario comune per i bilanci degli Stati membri, già il 15 di ottobre ogni Paese deve inviare a Commissione e Eurogruppo un testo che assomiglia moltissimo alla legge di bilancio. Tecnicamente si chiama «Progetto di documento programmatico di bilancio»: insomma, non ce la si può cavare con due paginette, ma deve trattarsi di un documento che spieghi in dettaglio il budget che il governo intende presentare. Budget che - per inciso - deve essere formalmente presentato alle Camere (già nella forma compiuta del disegno di legge di bilancio) appena cinque giorni dopo, entro il 20 ottobre. Ecco, se oggi è il 6 ottobre e già il 15 il governo deve mandare a Bruxelles lo scheletro della finanziaria, il Parlamento, nel frattempo, che fa? Al massimo, può far finta di dire la sua, prima nelle commissioni e poi in Aula; può votare documenti destinati tuttavia a rimanere totalmente lettera morta; può infilare in mozioni e risoluzioni quelli che sono destinati a rimanere pii desideri. E questa - si badi bene - è solo l'umiliazione preventiva delle Camere. Poi arriva quella finale, che si ripete da anni: il governo presenta la manovra in ritardo; una delle due Camere inizia a esaminarla; ma poi - in extremis - arriva un maxi emendamento governativo che riscrive totalmente la finanziaria; il governo ne impone l'approvazione alla Camera o al Senato sotto la frusta della fiducia; e magari - essendo nel frattempo arrivati vicini a fine anno, e approssimandosi il rischio dell'esercizio provvisorio - l'altro ramo è puramente e semplicemente costretto a ratificare. Questo indecoroso spettacolo si ripete da anni. L'unico anno in cui ci fu indignazione generale fu quello del governo gialloblù, che però - a onor del vero - aveva una scusante reale: poco prima di Natale, Bruxelles impose la riscrittura di larga parte della manovra. Ciononostante, allora e solo allora, si levarono alti lai sulla «compressione» della funzione parlamentare. Peccato che analoghe lamentazioni non ci siano state negli altri casi, specie con i governi di sinistra. Gran silenzio, in quel caso, anche da parte di chi - sui giornali e nei palazzi istituzionali - ama ripetere la giaculatoria della «centralità del Parlamento».
iStock
La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
Continua a leggereRiduci