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2024-10-28
I falsi miti della Pma. Un figlio a tutti i costi è un benefit di lusso
Sono benefit nei piani di welfare di molte imprese, i percorsi di procreazione medicalmente assistita (Pma). Ma varie aziende, a partire da big tech come Google, Microsoft, Facebook e Apple, oltre a rimborsare ad aspiranti genitori visite, esami e farmaci, si prodigano a pagare, alle giovani dipendenti, il social freezing, cioè le spese per prelevare, negli anni di massima fertilità, gli ovociti e crioconservarli in modo che possano scegliere il momento più opportuno per avere un figlio. Ma la vera motivazione di tale larghezza non è propriamente la promozione della maternità. Lo slogan che ha fatto decollare l’operazione, una decina di anni fa, in America, è Freeze your eggs, free your career (congela i tuoi ovociti e libera la tua carriera).
Così, una metodologia nata per preservare la fertilità in caso di trattamenti che potrebbero comprometterla, come la chemioterapia, o per un naturale impoverimento della riserva ovarica, è diventato un benefit come i buoni pasto ma anche un regalo per il compleanno. La modella Bianca Balti ha, infatti, annunciato sui social di voler regalare alla figlia, per i 21 anni, la procedura per il social freezing, così definita per distinguerla dal congelamento per motivi sanitari. Peccato che le tecniche di Pma, che già non brillano per successo - nel 2022 il tasso di gravidanza ogni 100 trasferimenti eseguiti è arrivato al 32,9% ed era il 16,3% del 2005 - vedono crollare le percentuali di efficacia quando si utilizzano ovociti di donne con più di 36 anni.
Purtroppo in questi 20 anni, dicono i dati dell’Istituto superiore di sanità, l’età media delle donne che si sottopongono a cicli di Pma, in Italia, è passata da 34 anni, nel 2005, a 37 nel 2022 e la quota delle over 40 dal 20,7%, è arrivata al 34%. Si spiega così il crescente ricorso all’eterologa, cioè all’impiego di ovociti donati da giovani donne, quindi con Dna esterno alla coppia, da cui ottenere embrioni da impiantare nell’attempata madre perché, tutto sommato, spiegano i clinici, l’utero invecchia meno velocemente. Non mancano, poi, le quarantenni che, in assenza di partner, ricorrono alla Pma utilizzando il seme di un donatore sconosciuto. Qualsiasi combinazione è possibile: dalle madri single che mettono al mondo un figlio già orfano di padre sconosciuto, fino alla surrogata, procedura diventata reato universale in Italia. La deriva della genitorialià, fuori da un contesto etico, rischia di far diventare un figlio un benefit, ignorando tutta una serie di realtà sociali, affettive e biologiche in nome di una fiducia esagerata in una tecnologia dai molti limiti.
Il ricorso alla Pma che dovrebbe curare l’infertilità - condizione che interessa solo il 10-15% delle coppie - in Italia è quasi triplicata in vent’anni, passando dai 37.257 cicli iniziati nel 2005 ai 92.407 nel 2021 (dati Iss). Anche le procedure per preservare le fertilità congelando gli ovociti è in aumento del 25-30% dal 2016, a livello globale. In Italia, i dati più recenti del gruppo specializzato in medicina della riproduzione Genera, pubblicati sulla rivista Fertility and sterility e relativi a otto cliniche, segnalano un aumento di circa il 20% anno su anno. «Nelle donne più giovani, quindi fino a 35 anni», spiega il primo autore della ricerca Danilo Cimadomo, «le probabilità cumulative di nati sono comprese fra il 70% con 15 ovociti prelevati e congelati (considerato il numero ottimale) e il 95% con 25 ovociti. Ma ci sono comunque chance di gravidanza comprese tra il 30% e il 45% nel caso in cui vengano vitrificati 8-10 ovociti».
Oltre la soglia dei 35 anni, continua il ricercatore, «il numero di ovociti necessari per raggiungere la gravidanza è chiaramente maggiore, rendendo la procedura di preservazione la fertilità» a -196 gradi «più impegnativa». Ovviamente, per normalizzare questa pratica ci sono anche influencer come Veronica Ferraro che ha organizzato una diretta su Instagram con Daniela Galliano, ginecologa specializzata in medicina della riproduzione, responsabile del Centro Pma di Ivi Roma, che la sta seguendo nel percorso di fecondazione assistita. Nella diretta è stata spiegata la differenza tra la Fivet, la fecondazione in vitro a cui si sottoporrà l’influencer, nella quale si lascia che gli spermatozoi e gli ovociti abbiano un incontro spontaneo, e l’Icsi dove, invece, è l’embriologo a iniettare lo spermatozoo nell’ovocita, oltre a chiarire la tecnica dell’egg freezing. «Dopo 10-12 giorni di stimolazione ormonale tramite delle iniezioni sottocutanee per indurre la crescita dei follicoli ovarici, Veronica si sottoporrà a breve al pick-up ovocitario», spiega nel video la Galliano. «Un prelievo poco invasivo con una leggera sedazione e che durerà una decina di minuti». Sulla stimolazione ormonale solo rassicurazioni: «Viene fatta anche su pazienti oncologiche, prima che inizino trattamenti di chemioterapia».
L’identikit di chi oggi fa social freezing? Donne tra i 30 e 40 anni di un ceto socioeconomico medio-elevato, per via del costo, pari a circa 4.000 euro, a cui si devono sommare i circa 200 da versare annualmente alla biobanca. Donne separate con figli che, intorno ai 40 anni, desiderano un figlio con il nuovo compagno, attingendo alla loro riserva, potrebbero aggirare l’orologio biologico.
Anche le tecniche più sofisticate, però, hanno il più alto margine di efficacia quando applicate negli anni di massima fertilità. A 40 e 50 anni, per quanto una si senta giovane, la probabilità di successo crolla. Per arrivare a percentuali più elevate si utilizza, allora, un numero elevato di ovociti, spesso donati, quindi si ricorre all’eterologa e si selezionano gli embrioni da impiantare, crioconservando gli altri, nella migliore delle ipotesi, mentre non è noto cosa accada ai «poco vitali». I problemi etici non sarebbero pochi e nemmeno secondari, ma ci si guarda bene dal segnalarli. Le tecniche di Pma che utilizzano gameti donati sono aumentate dai 246 cicli del 2014, pari allo 0,3%, ai 15.131 cicli del 2022 (13,8%). Attualmente in Italia si impiegano ovuli che arrivano dalla Spagna dove l’ovodonazione è incentivata nelle ragazze universitarie che donano 3-4 volte in cambio di un rimborso di circa 900 euro: non tanto, ma abbastanza per non essere una donazione. Anche il 75% dello sperma in Italia arriva da banche del seme straniere e la scelta del donatore viene fatta in base a un corrispondenza somatica, ma nessuno si azzardi a osservare che scegliere il padre da un catalogo svilisce il concetto di figlio come dono ed espressione di trasmissione di amore e vita di una coppia.
In tempi di inverno demografico, la fede cieca in una tecnologia dai molti limiti illude che si possa avere un figlio quando si vuole, per appagare un desiderio personale, a prescindere dal contesto affettivo-biologico, relazionale e dell’età, sottovalutando aspetti sulla salute propria, del nascituro, ma anche dei suoi diritti, in nome dei propri, utili per sopprimerlo, se arriva in tempi sbagliati o non è perfetto.
«Vengono abortiti milioni di embrioni. Donne e ragazze a rischio tumore»
La correttezza del consenso informato è uno dei problemi psicosociali non secondari legati alla procreazione medicalmente assistita (Pma). A ogni ciclo di trattamento la probabilità che nasca un bambino è del 9,25%. «Sono i dati del ministero della Salute su ovociti trattati a fresco e confermati nel 2023 anche dal 9,9% dell’Eshre, la Società europea di riproduzione umana ed embriologia», spiega alla Verità Giuseppe Noia, ginecologo, professore di medicina prenatale all’Università Cattolica Sacro Cuore.
«L’età, naturalmente, è un fattore rilevante: quando si superano i 40 anni il valore è dall’8% al 4,4% e crolla all’1,7% dopo i 43 anni». Non è secondario che il 37% delle donne che accede alla Pma abbia più di 40 anni. Sugli effetti di tali terapie sulla donna, il nascituro, il padre e la coppia si parla poco e in maniera non corretta, e ancor meno, sul destino degli embrioni. Nell’ultima relazione del ministero, una sintesi di Aigoc, Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici, curata da Angelo Francesco Filardo sui dati aggiornati al 2021, registra la nascita di 11.722 bambini, ma sono i figli di solo il 16,9% delle coppie trattate. E gli embrioni? A vent’anni dalla legge 40, per i quasi 160.000 nati con Pma, circa 1,8 milioni sono stati sacrificati e, nei freezer, ne sono conservarti circa 170.000 a cui si dovrebbero aggiungere i circa 31.000 dell’eterologa per i 2.063 bimbi nati da 14.421 trasferimenti (21,5%).
La tendenza è di prelevare 8 ovociti a ciclo, ma il 46,2% delle donne sospende il trattamento ormonale dopo il primo prelievo e quasi il 9% si ferma prima ancora. Come chiarisce Noia, «l’iperstimolazione ovarica, in una donna che ha uno sbilanciamento ormonale verso gli estrogeni e che in famiglia ha avuto una mamma o una zia con un tumore della mammella e i bombardamenti ormonali amplificano questo fattore di rischio oncologico. Questi rischi ci sono anche per le ragazze che fanno il trattamento per l’ovodonazione o il social freezing, legati soprattutto all’iperstimolazione ovarica. Il Bmc Pregnancy riporta, in uno studio del 2019, una serie di problemi gravi, statisticamente significativi di circa 3 volte superiore, di alterazioni dell’impianto placentare che portano quasi sempre a un alto tasso di parti cesarei».
Quali rischi per il nascituro?
«Partiamo dall’embrione. Studi internazionali mostrano che il 76% degli embrioni prodotti non viene trasferito e l’88% di quelli trasferiti non arriva alla nascita. Sono numeri importanti, non solo sul fronte etico, che le coppie devono sapere. Ci sono poi dati su malformazioni e nascita prematura. Uno studio di qualche anno fa mostra che l’incidenza di malformazioni è circa due volte superiore e che la paralisi cerebrale è 2.8 volte superiore rispetto a quelli concepiti naturalmente. La prematurità grave e la mortalità perinatale sono ambedue di 1.9 volte superiore. Per quanto riguarda gli effetti a distanza dei nati da Pma, sono stati segnalati una maggiore incidenza di ipertensione in adolescenza e dei profili metabolici (Diabetologia 2020, Fertility and sterility 2017). Nascere con Pma aumenta anche la probabilità di tumori nell’infanzia. Il rischio relativo (Hr) di cancro è 4,41 più alto e, in particolare, 1,68 volte più elevato per neoplasie del sistema nervoso e 1,39 maggiore per tumori solidi. Per la leucemia il valore è addirittura di 64,83 volte più grande».
Come si spiega?
«Un embrione che si forma naturalmente, sin da subito, nella tuba, è in comunicazione con la madre. Quelli formati in vitro vengono messi, invece, direttamente in utero. Mancano gli otto giorni di dialogo con la madre per sviluppare il meccanismo che impedisce all’embrione di essere riconosciuto estraneo dal sistema immunitario materno, avendo il 50% del Dna del padre. Fin da subito l’embrione è protagonista: nei primi otto giorni di vita, nella tuba, sopravvive senza ossigeno, dialoga con la madre per questioni immunitarie, per preparare l’impianto e, dopo l’impianto, manda addirittura cellule staminali alla madre per guarirla, se necessitasse. Nella Pma, soprattutto nel caso di ovodonazione, gli embrioni impiantati producono un fattore biologico che cerca di aiutarli ad attecchire creando però il problema della placenta accreta (placenta molto approfondita nella parete dell’utero) e tutto questo aumenta le complicanze emorragiche e il rischio di asportazione dell’utero».
Come si scelgono gli embrioni da trasferire?
«Viene fatta una classificazione in base alle loro caratteristiche biologiche. È una selezione che fa l’uomo, non la natura. Se si vuole quello perfetto o normale, si fa la diagnosi preimpianto: allo stadio di sviluppo di 8 cellule, se ne prelevano 3-4 per vedere se ci sono alterazioni cromosomiche o altre patologie. È uno screening selettivo e abortivo perché l’embrione può non sopravvivere all’esame. Le implicazioni etiche non sono secondarie».
Qual è l’impatto della Pma nell’uomo e nella coppia?
«La sofferenza delle coppie c’è ed è devastante, specie in quelle che hanno fatto sei-sette tentativi, a cui si aggiunge un impegno economico di migliaia di euro. L’incapacità di concepire crea una tale pressione sulla coppia che ne compromette la stabilità: il 30% si separa».
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La procreazione assistita è nata per preservare la fertilità ma oggi è diventata un costoso vezzo da condividere sui social.Il ginecologo e professore alla Cattolica: «Nei nascituri aumentano le probabilità di malattie oncologiche e malformazioni. Il 30% delle coppie si separa per la frustrazione che deriva dall’altro grado di insuccesso».Lo speciale contiene due articoliSono benefit nei piani di welfare di molte imprese, i percorsi di procreazione medicalmente assistita (Pma). Ma varie aziende, a partire da big tech come Google, Microsoft, Facebook e Apple, oltre a rimborsare ad aspiranti genitori visite, esami e farmaci, si prodigano a pagare, alle giovani dipendenti, il social freezing, cioè le spese per prelevare, negli anni di massima fertilità, gli ovociti e crioconservarli in modo che possano scegliere il momento più opportuno per avere un figlio. Ma la vera motivazione di tale larghezza non è propriamente la promozione della maternità. Lo slogan che ha fatto decollare l’operazione, una decina di anni fa, in America, è Freeze your eggs, free your career (congela i tuoi ovociti e libera la tua carriera).Così, una metodologia nata per preservare la fertilità in caso di trattamenti che potrebbero comprometterla, come la chemioterapia, o per un naturale impoverimento della riserva ovarica, è diventato un benefit come i buoni pasto ma anche un regalo per il compleanno. La modella Bianca Balti ha, infatti, annunciato sui social di voler regalare alla figlia, per i 21 anni, la procedura per il social freezing, così definita per distinguerla dal congelamento per motivi sanitari. Peccato che le tecniche di Pma, che già non brillano per successo - nel 2022 il tasso di gravidanza ogni 100 trasferimenti eseguiti è arrivato al 32,9% ed era il 16,3% del 2005 - vedono crollare le percentuali di efficacia quando si utilizzano ovociti di donne con più di 36 anni.Purtroppo in questi 20 anni, dicono i dati dell’Istituto superiore di sanità, l’età media delle donne che si sottopongono a cicli di Pma, in Italia, è passata da 34 anni, nel 2005, a 37 nel 2022 e la quota delle over 40 dal 20,7%, è arrivata al 34%. Si spiega così il crescente ricorso all’eterologa, cioè all’impiego di ovociti donati da giovani donne, quindi con Dna esterno alla coppia, da cui ottenere embrioni da impiantare nell’attempata madre perché, tutto sommato, spiegano i clinici, l’utero invecchia meno velocemente. Non mancano, poi, le quarantenni che, in assenza di partner, ricorrono alla Pma utilizzando il seme di un donatore sconosciuto. Qualsiasi combinazione è possibile: dalle madri single che mettono al mondo un figlio già orfano di padre sconosciuto, fino alla surrogata, procedura diventata reato universale in Italia. La deriva della genitorialià, fuori da un contesto etico, rischia di far diventare un figlio un benefit, ignorando tutta una serie di realtà sociali, affettive e biologiche in nome di una fiducia esagerata in una tecnologia dai molti limiti.Il ricorso alla Pma che dovrebbe curare l’infertilità - condizione che interessa solo il 10-15% delle coppie - in Italia è quasi triplicata in vent’anni, passando dai 37.257 cicli iniziati nel 2005 ai 92.407 nel 2021 (dati Iss). Anche le procedure per preservare le fertilità congelando gli ovociti è in aumento del 25-30% dal 2016, a livello globale. In Italia, i dati più recenti del gruppo specializzato in medicina della riproduzione Genera, pubblicati sulla rivista Fertility and sterility e relativi a otto cliniche, segnalano un aumento di circa il 20% anno su anno. «Nelle donne più giovani, quindi fino a 35 anni», spiega il primo autore della ricerca Danilo Cimadomo, «le probabilità cumulative di nati sono comprese fra il 70% con 15 ovociti prelevati e congelati (considerato il numero ottimale) e il 95% con 25 ovociti. Ma ci sono comunque chance di gravidanza comprese tra il 30% e il 45% nel caso in cui vengano vitrificati 8-10 ovociti».Oltre la soglia dei 35 anni, continua il ricercatore, «il numero di ovociti necessari per raggiungere la gravidanza è chiaramente maggiore, rendendo la procedura di preservazione la fertilità» a -196 gradi «più impegnativa». Ovviamente, per normalizzare questa pratica ci sono anche influencer come Veronica Ferraro che ha organizzato una diretta su Instagram con Daniela Galliano, ginecologa specializzata in medicina della riproduzione, responsabile del Centro Pma di Ivi Roma, che la sta seguendo nel percorso di fecondazione assistita. Nella diretta è stata spiegata la differenza tra la Fivet, la fecondazione in vitro a cui si sottoporrà l’influencer, nella quale si lascia che gli spermatozoi e gli ovociti abbiano un incontro spontaneo, e l’Icsi dove, invece, è l’embriologo a iniettare lo spermatozoo nell’ovocita, oltre a chiarire la tecnica dell’egg freezing. «Dopo 10-12 giorni di stimolazione ormonale tramite delle iniezioni sottocutanee per indurre la crescita dei follicoli ovarici, Veronica si sottoporrà a breve al pick-up ovocitario», spiega nel video la Galliano. «Un prelievo poco invasivo con una leggera sedazione e che durerà una decina di minuti». Sulla stimolazione ormonale solo rassicurazioni: «Viene fatta anche su pazienti oncologiche, prima che inizino trattamenti di chemioterapia». L’identikit di chi oggi fa social freezing? Donne tra i 30 e 40 anni di un ceto socioeconomico medio-elevato, per via del costo, pari a circa 4.000 euro, a cui si devono sommare i circa 200 da versare annualmente alla biobanca. Donne separate con figli che, intorno ai 40 anni, desiderano un figlio con il nuovo compagno, attingendo alla loro riserva, potrebbero aggirare l’orologio biologico.Anche le tecniche più sofisticate, però, hanno il più alto margine di efficacia quando applicate negli anni di massima fertilità. A 40 e 50 anni, per quanto una si senta giovane, la probabilità di successo crolla. Per arrivare a percentuali più elevate si utilizza, allora, un numero elevato di ovociti, spesso donati, quindi si ricorre all’eterologa e si selezionano gli embrioni da impiantare, crioconservando gli altri, nella migliore delle ipotesi, mentre non è noto cosa accada ai «poco vitali». I problemi etici non sarebbero pochi e nemmeno secondari, ma ci si guarda bene dal segnalarli. Le tecniche di Pma che utilizzano gameti donati sono aumentate dai 246 cicli del 2014, pari allo 0,3%, ai 15.131 cicli del 2022 (13,8%). Attualmente in Italia si impiegano ovuli che arrivano dalla Spagna dove l’ovodonazione è incentivata nelle ragazze universitarie che donano 3-4 volte in cambio di un rimborso di circa 900 euro: non tanto, ma abbastanza per non essere una donazione. Anche il 75% dello sperma in Italia arriva da banche del seme straniere e la scelta del donatore viene fatta in base a un corrispondenza somatica, ma nessuno si azzardi a osservare che scegliere il padre da un catalogo svilisce il concetto di figlio come dono ed espressione di trasmissione di amore e vita di una coppia.In tempi di inverno demografico, la fede cieca in una tecnologia dai molti limiti illude che si possa avere un figlio quando si vuole, per appagare un desiderio personale, a prescindere dal contesto affettivo-biologico, relazionale e dell’età, sottovalutando aspetti sulla salute propria, del nascituro, ma anche dei suoi diritti, in nome dei propri, utili per sopprimerlo, se arriva in tempi sbagliati o non è perfetto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-falsi-miti-della-pma-un-figlio-a-tutti-i-costi-e-un-benefit-di-lusso-2669489617.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vengono-abortiti-milioni-di-embrioni-donne-e-ragazze-a-rischio-tumore" data-post-id="2669489617" data-published-at="1730020064" data-use-pagination="False"> «Vengono abortiti milioni di embrioni. 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Nell’ultima relazione del ministero, una sintesi di Aigoc, Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici, curata da Angelo Francesco Filardo sui dati aggiornati al 2021, registra la nascita di 11.722 bambini, ma sono i figli di solo il 16,9% delle coppie trattate. E gli embrioni? A vent’anni dalla legge 40, per i quasi 160.000 nati con Pma, circa 1,8 milioni sono stati sacrificati e, nei freezer, ne sono conservarti circa 170.000 a cui si dovrebbero aggiungere i circa 31.000 dell’eterologa per i 2.063 bimbi nati da 14.421 trasferimenti (21,5%). La tendenza è di prelevare 8 ovociti a ciclo, ma il 46,2% delle donne sospende il trattamento ormonale dopo il primo prelievo e quasi il 9% si ferma prima ancora. Come chiarisce Noia, «l’iperstimolazione ovarica, in una donna che ha uno sbilanciamento ormonale verso gli estrogeni e che in famiglia ha avuto una mamma o una zia con un tumore della mammella e i bombardamenti ormonali amplificano questo fattore di rischio oncologico. Questi rischi ci sono anche per le ragazze che fanno il trattamento per l’ovodonazione o il social freezing, legati soprattutto all’iperstimolazione ovarica. Il Bmc Pregnancy riporta, in uno studio del 2019, una serie di problemi gravi, statisticamente significativi di circa 3 volte superiore, di alterazioni dell’impianto placentare che portano quasi sempre a un alto tasso di parti cesarei». Quali rischi per il nascituro? «Partiamo dall’embrione. Studi internazionali mostrano che il 76% degli embrioni prodotti non viene trasferito e l’88% di quelli trasferiti non arriva alla nascita. Sono numeri importanti, non solo sul fronte etico, che le coppie devono sapere. Ci sono poi dati su malformazioni e nascita prematura. Uno studio di qualche anno fa mostra che l’incidenza di malformazioni è circa due volte superiore e che la paralisi cerebrale è 2.8 volte superiore rispetto a quelli concepiti naturalmente. La prematurità grave e la mortalità perinatale sono ambedue di 1.9 volte superiore. Per quanto riguarda gli effetti a distanza dei nati da Pma, sono stati segnalati una maggiore incidenza di ipertensione in adolescenza e dei profili metabolici (Diabetologia 2020, Fertility and sterility 2017). Nascere con Pma aumenta anche la probabilità di tumori nell’infanzia. Il rischio relativo (Hr) di cancro è 4,41 più alto e, in particolare, 1,68 volte più elevato per neoplasie del sistema nervoso e 1,39 maggiore per tumori solidi. Per la leucemia il valore è addirittura di 64,83 volte più grande». Come si spiega? «Un embrione che si forma naturalmente, sin da subito, nella tuba, è in comunicazione con la madre. Quelli formati in vitro vengono messi, invece, direttamente in utero. Mancano gli otto giorni di dialogo con la madre per sviluppare il meccanismo che impedisce all’embrione di essere riconosciuto estraneo dal sistema immunitario materno, avendo il 50% del Dna del padre. Fin da subito l’embrione è protagonista: nei primi otto giorni di vita, nella tuba, sopravvive senza ossigeno, dialoga con la madre per questioni immunitarie, per preparare l’impianto e, dopo l’impianto, manda addirittura cellule staminali alla madre per guarirla, se necessitasse. Nella Pma, soprattutto nel caso di ovodonazione, gli embrioni impiantati producono un fattore biologico che cerca di aiutarli ad attecchire creando però il problema della placenta accreta (placenta molto approfondita nella parete dell’utero) e tutto questo aumenta le complicanze emorragiche e il rischio di asportazione dell’utero». Come si scelgono gli embrioni da trasferire? «Viene fatta una classificazione in base alle loro caratteristiche biologiche. È una selezione che fa l’uomo, non la natura. Se si vuole quello perfetto o normale, si fa la diagnosi preimpianto: allo stadio di sviluppo di 8 cellule, se ne prelevano 3-4 per vedere se ci sono alterazioni cromosomiche o altre patologie. È uno screening selettivo e abortivo perché l’embrione può non sopravvivere all’esame. Le implicazioni etiche non sono secondarie». Qual è l’impatto della Pma nell’uomo e nella coppia? «La sofferenza delle coppie c’è ed è devastante, specie in quelle che hanno fatto sei-sette tentativi, a cui si aggiunge un impegno economico di migliaia di euro. L’incapacità di concepire crea una tale pressione sulla coppia che ne compromette la stabilità: il 30% si separa».
L'amministratore delegato di Stellantis Antonio Filosa (Ansa)
Le parole di ieri dell’amministratore delegato Antonio Filosa, subentrato lo scorso maggio al dimissionario Carlos Tavares, lo riconoscono con chiarezza: «I nostri risultati riflettono il costo della sopravvalutazione del ritmo della transizione energetica e della necessità di reimpostare il nostro business mettendo al centro la libertà dei clienti di scegliere all’interno di una gamma completa di tecnologie: elettrica, ibrida e a combustione interna».
La correzione di rotta sull’elettrico e la decisione di cambiare strategia hanno comportato un onere straordinario di 25,4 miliardi. Stellantis ha chiuso il 2025 con 153,3 miliardi di euro di ricavi, in calo del 2% rispetto all’anno prima, ma, ha detto Filosa, «nella seconda metà dell’anno abbiamo iniziato a vedere i primi segnali positivi di progresso, grazie ai risultati iniziali delle azioni intraprese per migliorare la qualità, alla solida esecuzione dei lanci della nostra nuova ondata di prodotti e al ritorno alla crescita del fatturato». Parole che hanno sospinto in Borsa il titolo, che ha chiuso a 6,778 euro, in rialzo del 4,24% (da inizio anno il titolo ha perso il 30%, negli ultimi 12 mesi il 50%).
Intanto però il gruppo ha deciso che non ci saranno né dividendi per gli azionisti né bonus per i lavoratori, eccezion fatta per i dipendenti in Sudamerica, Nord Africa e Medio Oriente. «Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono beneficio», ha commentato la Fiom, che vede in questa decisione una conferma della «chiara volontà» di Exor, azionista di riferimento di Stellantis, di «disimpegno delle attività industriali in Italia». In una nota unitaria, Fiom, Fim, Uilm e sigle sindacali minori hanno chiesto a Stellantis di «puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche italiane», mentre hanno invitato l’Unione europea ad «adottare i principi di neutralità tecnologica e di libertà di scelta dei consumatori, nonché abolire immediatamente il famigerato sistema delle multe».
Per i lavoratori italiani il mancato bonus, che negli scorsi anni ammontava in media a circa 2.000 euro, rappresenta un danno notevole, considerando anche che più di un dipendente su due si trova in cassa integrazione o con un contratto di solidarietà. Con in sovrappiù la beffa di aver visto premiato un anno fa Tavares, il grande sostenitore della scommessa sull’elettrico, con una buonuscita di 12 milioni di euro, che il manager portoghese ha intascato nel 2025. Ieri lo stabilimento di Pomigliano si è fermato per uno sciopero e altri scioperi sono annunciati per oggi.
Se la linea sull’elettrico è stata bruscamente rettificata dalla nuova dirigenza di Stellantis, rimane invece confermato l’approccio orientato alla stretta collaborazione con il partner cinese Leapmotor. «Quella con Leapmotor», ha sottolineato ieri Filosa, «è una partnership forte dal punto di vista commerciale, grazie alla quale abbiamo aumentato la nostra copertura del mercato ma anche una partnership tecnica che ci porta a livelli superiori in materia di elettrificazione». Una collaborazione, ha aggiunto l’amministratore delegato, che «verrà migliorata sul piano tecnologico». Molti hanno letto in queste parole una conferma alle indiscrezioni secondo cui Stellantis sarebbe intenzionata a utilizzare la tecnologia di Leapmotor per i motori elettrici dei propri marchi europei.
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Imagoeconomica
È l’ennesimo atto di un percorso a ostacoli, in cui a cominciare dai sequestri ordinati dai giudici nel 2012, sono andati in fumo, secondo stime, circa 40 miliardi di euro, in larga parte come mancato Pil e mancato export, ai quali vanno aggiunti 1,5 miliardi tra risorse versate da Invitalia in Acciaierie d’Italia e assorbite dalla cig e 4 miliardi che ArcelorMittal sostiene di aver investito nel gruppo.
Ora il pronunciamento del Tribunale di Milano, genera forti preoccupazioni anche per il negoziato in corso per la vendita al fondo Flacks, nonché sulle sorti del prestito ponte autorizzato di recente dalla Commissione europea fino a un massimo di 390 milioni.
La decisione della magistratura già ha provocato la dura e immediata reazione di due parlamentari di Fratelli d’Italia, il deputato Silvio Giovine e il senatore Matteo Gelmetti. «Questa sentenza», ha dichiarato Giovine, «mette a rischio l’industria italiana che non potrà più approvvigionarsi dagli stabilimenti Ilva e fa saltare anche il piano straordinario di manutenzione». E Gelmetti dice che «sono a rischio ben 25.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti».
Ma vediamo esattamente di cosa si tratta. Dopo la richiesta di residenti del comune di Taranto, il Tribunale civile di Milano ha ordinato, come si diceva, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo, con una decisione nella quale si parla di «rischi attuali e di pregiudizi alla salute». Il decreto allo sato non è esecutivo e lo diventerà solo se non verrà impugnato. Più precisamente il Tribunale di Milano ha disapplicato parzialmente il provvedimento che autorizza l’attività produttiva dello stabilimento, cioè l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025. »La disapplicazione dell’Aia», scrivono i giudici, «è stata disposta con riferimento ad alcune prescrizioni»: in sostanza dovranno essere adottate misure che modifichino in modo sostanziale alcun condizioni produttive ritenute dannose per la salute. Il decreto spiega il Tribunale, è stato emesso non solo a tutela dei ricorrenti, ma anche dei residenti a Taranto, Statte e nei quartieri limitrofi allo stabilimento, «in applicazione di quanto previsto dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024 a cui era stata rimessa la questione».
L’ordine di sospensione dell’attività produttiva cesserà di avere effetto quando la società siderurgica avrà adempiuto agli interventi indicati dal Tribunale di Milano. L’azienda avrebbe così sei mesi di tempo per scongiurare il rischio di blocco dell’impianto. È chiaro che a questo punto emergono una serie di interrogativi e di problemi. Da un lato i tempi concessi per gli interventi necessari ad evitare la chiusura, dall’altro soprattutto l’impatto della sentenza sul negoziato con il fondo Flacks. Secondo fonti vicine al dossier, citate dall’Agi, si teme che l’investitore possa defilarsi ritenendo il nuovo quadro mutato rispetto a quello sul quale si stava trattando. «Se la vendita dovesse eventualmente saltare e l’investitore dovesse manifestare il suo disimpegno perché il contesto complessivo è cambiato, non c’è nemmeno più la condizione per il prestito autorizzato dalla Ue, che è stato concesso a fronte di una trattativa con un potenziale acquirente» osservano sempre le fonti citate dall’Agi. Inoltre, si afferma, la richiesta di riscrittura di alcune prescrizioni Aia da parte del Tribunale di Milano, ha sicuramente un impatto di maggiori costi economici che adesso andrà valutato con molta attenzione, pone limiti più severi alla produzione di acciaio, ma soprattutto cambia le regole con una gara per la vendita in corso e che è stata lanciata ai primi di agosto proprio sulla base dell’Aia autorizzata dal Mase (ministero dell’Ambiente), i cui elementi erano noti.
Intanto i sindacati sono sul piede di guerra. Il ministero del Lavoro li ha convocati per discutere la proroga della cassa integrazione straordinaria richiesta da Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, misura che riguarda 4.450 lavoratori di cui 3.800 nello stabilimento di Taranto a partire dal 1 marzo 2026 per una durata di 12 mesi. Ma i sindacati dei metalmeccanici, Fiom, Fim e Uilm, hanno chiesto di essere convocati dal governo per conoscere lo stato della discussione sul futuro di Taranto e sul destino complessivo dei 20.000 dipendenti del gruppo. Lamentano di non avere avuto risposta a questa richiesta e hanno deciso di auto convocarsi a Roma, a Palazzo Chigi, il 9 marzo. Per Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl, «non c’è tempo da perdere: non basta discutere soltanto di ammortizzatori sociali».
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Christine Lagarde (Ansa)
E mentre le famiglie stringono i cordoni della borsa, i conti correnti del comitato esecutivo Bce sorridono. Come emerge dal bilancio dell’istituto nel 2025, lo stipendio di Christine Lagarde è salito a 492.204 euro, in aumento del 5,6% rispetto ai 466.092 euro del 2024. Considerando che l’inflazione è stata solo del 2% la signora presidente, sempre assai rigorosa in fatto di buste paga, si è concessa un bel bonus. Un aumento difficile da spiegare soprattutto considerando che la sua retribuzione è quattro volte più alta di quella del collega Jerome Powell che guida la Fed. Ma perchè questa differenza? C’è anche da dire che l’extra-large di Christine non è un caso isolato. Tutto il consiglio direttivo della banca si è fatto un bel regalo portando a 2,3 milioni di euro il totale dei compensi. Il vice presidente Luis de Guindos si accontenta di 421.908 euro; Piero Cipollone, Frank Elderson, Philip R. Lane e Isabel Schnabel si consolano con 351.576 euro ciascuno. La morale? Quando l’inflazione non morde, si aumenta lo stipendio. Quando morde, si alza la voce. Ma qui entra in gioco un dettaglio che merita un applauso ironico. Il nome di Christine Lagarde compare anche nelle conversazioni via mail di Jeffrey Epstein. Al finanziere pedofilo un mittente oscurato la descrive con grande sintesi e grande lusinga: «Really smart lady».
Sì, proprio così. Non «capace», non «competente», ma «proprio intelligente». E se qualcuno stava pensando a un complimento innocuo, aggiungiamo un contesto. Nelle mail di Peter Mandelson, esponente di punta del Partito laburista britannico finito in galera proprio per via dei su antichi rapporti con Epstein, il nome della Lagarde compare nella cabina di regia, insieme a Trichet e Sarkozy del cosiddetto «massacro della Grecia» del 2010. All’epoca era ministro dell’Economia in Francia. Poi, come direttore generale del Fmi, non ha certo brillato per interventi risolutivi. Eppure, il suo stipendio sale e il mondo guarda, tra ironia e incredulità, come se il tempo e i conti pubblici fossero concetti marginali rispetto al potere e alla reputazione.
Ah la Grecia. Nella sua mail di tanti anni fa Mandelson lo spiega senza mezzi termini: gli eurofans non si occupano per niente delle sofferenze della popolazione. Certi atteggiamenti non sembrano essere cambiati. Le «elite» guardano solo il loro ombelico.
«Avanti tutta», dice Lagarde, con il suo aumento del 5,6% appena approvato. La stabilità, per lei, significa crescita dei conti correnti del comitato esecutivo e continuità del proprio stipendio, mentre le famiglie contano ogni centesimo al supermercato e gli scaffali si svuotano. Un binomio perfetto tra realtà e percezione: l’inflazione «misurata» può scendere, quella «vissuta» resta in aumento.
E i file di Epstein? Non sono solo curiosità, ma un vero sigillo di intelligenza - almeno secondo il criminale che si ammantava di buone intenzioni e ospitava i potenti del mondo. «Really smart lady». Sì, ma mentre il mondo contava euro e debiti, Epstein annotava giudizi personali, che oggi risuonano quasi come una vignetta satirica in versione «noir» sulla politica europea.
Se i file di Epstein aggiungono ironia, le mail di Peter Mandelson aggiungono dramma. Lagarde, insieme a Trichet e Sarkozy, viene citata come regista del disastro greco. Un sipario tragico tra obbligazioni, piani fiscali e mercati pronti a scatenare il panico. Non solo numeri: responsabilità politica, scelte strategiche, effetti sul continente. Il tutto mentre il presidente della Bce aumenta il suo stipendio e sorride davanti alle telecamere, incurante di chi paga le conseguenze.
I cittadini europei vivono la spesa quotidiana come un campo minato: latte, pane, pasta, carne, tutto più caro di ieri. La presidente della Bce spiega che l’inflazione è diminuita, ma la percezione resta alta. È il paradosso della politica monetaria: misurata e vissuta non coincidono mai. E mentre le famiglie sospirano, Lagarde firma il proprio aumento e guarda avanti, con l’aria di chi sa di essere davvero intelligente
Così Christine Lagarde avanza sul palcoscenico europeo: stipendio in crescita, famiglie in difficoltà, Grecia al centro del dramma, file di Epstein e mail di Mandelson a testimoniare un ruolo da protagonista, silenziosa e potente. E il mondo osserva, tra ironia, incredulità e un po’ di sbalordimento: perché nella finanza internazionale, come in una commedia tragica, ci sono eroi, cattivi, spettatori e, naturalmente, «really smart ladies».
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