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2024-10-28
I falsi miti della Pma. Un figlio a tutti i costi è un benefit di lusso
Sono benefit nei piani di welfare di molte imprese, i percorsi di procreazione medicalmente assistita (Pma). Ma varie aziende, a partire da big tech come Google, Microsoft, Facebook e Apple, oltre a rimborsare ad aspiranti genitori visite, esami e farmaci, si prodigano a pagare, alle giovani dipendenti, il social freezing, cioè le spese per prelevare, negli anni di massima fertilità, gli ovociti e crioconservarli in modo che possano scegliere il momento più opportuno per avere un figlio. Ma la vera motivazione di tale larghezza non è propriamente la promozione della maternità. Lo slogan che ha fatto decollare l’operazione, una decina di anni fa, in America, è Freeze your eggs, free your career (congela i tuoi ovociti e libera la tua carriera).
Così, una metodologia nata per preservare la fertilità in caso di trattamenti che potrebbero comprometterla, come la chemioterapia, o per un naturale impoverimento della riserva ovarica, è diventato un benefit come i buoni pasto ma anche un regalo per il compleanno. La modella Bianca Balti ha, infatti, annunciato sui social di voler regalare alla figlia, per i 21 anni, la procedura per il social freezing, così definita per distinguerla dal congelamento per motivi sanitari. Peccato che le tecniche di Pma, che già non brillano per successo - nel 2022 il tasso di gravidanza ogni 100 trasferimenti eseguiti è arrivato al 32,9% ed era il 16,3% del 2005 - vedono crollare le percentuali di efficacia quando si utilizzano ovociti di donne con più di 36 anni.
Purtroppo in questi 20 anni, dicono i dati dell’Istituto superiore di sanità, l’età media delle donne che si sottopongono a cicli di Pma, in Italia, è passata da 34 anni, nel 2005, a 37 nel 2022 e la quota delle over 40 dal 20,7%, è arrivata al 34%. Si spiega così il crescente ricorso all’eterologa, cioè all’impiego di ovociti donati da giovani donne, quindi con Dna esterno alla coppia, da cui ottenere embrioni da impiantare nell’attempata madre perché, tutto sommato, spiegano i clinici, l’utero invecchia meno velocemente. Non mancano, poi, le quarantenni che, in assenza di partner, ricorrono alla Pma utilizzando il seme di un donatore sconosciuto. Qualsiasi combinazione è possibile: dalle madri single che mettono al mondo un figlio già orfano di padre sconosciuto, fino alla surrogata, procedura diventata reato universale in Italia. La deriva della genitorialià, fuori da un contesto etico, rischia di far diventare un figlio un benefit, ignorando tutta una serie di realtà sociali, affettive e biologiche in nome di una fiducia esagerata in una tecnologia dai molti limiti.
Il ricorso alla Pma che dovrebbe curare l’infertilità - condizione che interessa solo il 10-15% delle coppie - in Italia è quasi triplicata in vent’anni, passando dai 37.257 cicli iniziati nel 2005 ai 92.407 nel 2021 (dati Iss). Anche le procedure per preservare le fertilità congelando gli ovociti è in aumento del 25-30% dal 2016, a livello globale. In Italia, i dati più recenti del gruppo specializzato in medicina della riproduzione Genera, pubblicati sulla rivista Fertility and sterility e relativi a otto cliniche, segnalano un aumento di circa il 20% anno su anno. «Nelle donne più giovani, quindi fino a 35 anni», spiega il primo autore della ricerca Danilo Cimadomo, «le probabilità cumulative di nati sono comprese fra il 70% con 15 ovociti prelevati e congelati (considerato il numero ottimale) e il 95% con 25 ovociti. Ma ci sono comunque chance di gravidanza comprese tra il 30% e il 45% nel caso in cui vengano vitrificati 8-10 ovociti».
Oltre la soglia dei 35 anni, continua il ricercatore, «il numero di ovociti necessari per raggiungere la gravidanza è chiaramente maggiore, rendendo la procedura di preservazione la fertilità» a -196 gradi «più impegnativa». Ovviamente, per normalizzare questa pratica ci sono anche influencer come Veronica Ferraro che ha organizzato una diretta su Instagram con Daniela Galliano, ginecologa specializzata in medicina della riproduzione, responsabile del Centro Pma di Ivi Roma, che la sta seguendo nel percorso di fecondazione assistita. Nella diretta è stata spiegata la differenza tra la Fivet, la fecondazione in vitro a cui si sottoporrà l’influencer, nella quale si lascia che gli spermatozoi e gli ovociti abbiano un incontro spontaneo, e l’Icsi dove, invece, è l’embriologo a iniettare lo spermatozoo nell’ovocita, oltre a chiarire la tecnica dell’egg freezing. «Dopo 10-12 giorni di stimolazione ormonale tramite delle iniezioni sottocutanee per indurre la crescita dei follicoli ovarici, Veronica si sottoporrà a breve al pick-up ovocitario», spiega nel video la Galliano. «Un prelievo poco invasivo con una leggera sedazione e che durerà una decina di minuti». Sulla stimolazione ormonale solo rassicurazioni: «Viene fatta anche su pazienti oncologiche, prima che inizino trattamenti di chemioterapia».
L’identikit di chi oggi fa social freezing? Donne tra i 30 e 40 anni di un ceto socioeconomico medio-elevato, per via del costo, pari a circa 4.000 euro, a cui si devono sommare i circa 200 da versare annualmente alla biobanca. Donne separate con figli che, intorno ai 40 anni, desiderano un figlio con il nuovo compagno, attingendo alla loro riserva, potrebbero aggirare l’orologio biologico.
Anche le tecniche più sofisticate, però, hanno il più alto margine di efficacia quando applicate negli anni di massima fertilità. A 40 e 50 anni, per quanto una si senta giovane, la probabilità di successo crolla. Per arrivare a percentuali più elevate si utilizza, allora, un numero elevato di ovociti, spesso donati, quindi si ricorre all’eterologa e si selezionano gli embrioni da impiantare, crioconservando gli altri, nella migliore delle ipotesi, mentre non è noto cosa accada ai «poco vitali». I problemi etici non sarebbero pochi e nemmeno secondari, ma ci si guarda bene dal segnalarli. Le tecniche di Pma che utilizzano gameti donati sono aumentate dai 246 cicli del 2014, pari allo 0,3%, ai 15.131 cicli del 2022 (13,8%). Attualmente in Italia si impiegano ovuli che arrivano dalla Spagna dove l’ovodonazione è incentivata nelle ragazze universitarie che donano 3-4 volte in cambio di un rimborso di circa 900 euro: non tanto, ma abbastanza per non essere una donazione. Anche il 75% dello sperma in Italia arriva da banche del seme straniere e la scelta del donatore viene fatta in base a un corrispondenza somatica, ma nessuno si azzardi a osservare che scegliere il padre da un catalogo svilisce il concetto di figlio come dono ed espressione di trasmissione di amore e vita di una coppia.
In tempi di inverno demografico, la fede cieca in una tecnologia dai molti limiti illude che si possa avere un figlio quando si vuole, per appagare un desiderio personale, a prescindere dal contesto affettivo-biologico, relazionale e dell’età, sottovalutando aspetti sulla salute propria, del nascituro, ma anche dei suoi diritti, in nome dei propri, utili per sopprimerlo, se arriva in tempi sbagliati o non è perfetto.
«Vengono abortiti milioni di embrioni. Donne e ragazze a rischio tumore»
La correttezza del consenso informato è uno dei problemi psicosociali non secondari legati alla procreazione medicalmente assistita (Pma). A ogni ciclo di trattamento la probabilità che nasca un bambino è del 9,25%. «Sono i dati del ministero della Salute su ovociti trattati a fresco e confermati nel 2023 anche dal 9,9% dell’Eshre, la Società europea di riproduzione umana ed embriologia», spiega alla Verità Giuseppe Noia, ginecologo, professore di medicina prenatale all’Università Cattolica Sacro Cuore.
«L’età, naturalmente, è un fattore rilevante: quando si superano i 40 anni il valore è dall’8% al 4,4% e crolla all’1,7% dopo i 43 anni». Non è secondario che il 37% delle donne che accede alla Pma abbia più di 40 anni. Sugli effetti di tali terapie sulla donna, il nascituro, il padre e la coppia si parla poco e in maniera non corretta, e ancor meno, sul destino degli embrioni. Nell’ultima relazione del ministero, una sintesi di Aigoc, Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici, curata da Angelo Francesco Filardo sui dati aggiornati al 2021, registra la nascita di 11.722 bambini, ma sono i figli di solo il 16,9% delle coppie trattate. E gli embrioni? A vent’anni dalla legge 40, per i quasi 160.000 nati con Pma, circa 1,8 milioni sono stati sacrificati e, nei freezer, ne sono conservarti circa 170.000 a cui si dovrebbero aggiungere i circa 31.000 dell’eterologa per i 2.063 bimbi nati da 14.421 trasferimenti (21,5%).
La tendenza è di prelevare 8 ovociti a ciclo, ma il 46,2% delle donne sospende il trattamento ormonale dopo il primo prelievo e quasi il 9% si ferma prima ancora. Come chiarisce Noia, «l’iperstimolazione ovarica, in una donna che ha uno sbilanciamento ormonale verso gli estrogeni e che in famiglia ha avuto una mamma o una zia con un tumore della mammella e i bombardamenti ormonali amplificano questo fattore di rischio oncologico. Questi rischi ci sono anche per le ragazze che fanno il trattamento per l’ovodonazione o il social freezing, legati soprattutto all’iperstimolazione ovarica. Il Bmc Pregnancy riporta, in uno studio del 2019, una serie di problemi gravi, statisticamente significativi di circa 3 volte superiore, di alterazioni dell’impianto placentare che portano quasi sempre a un alto tasso di parti cesarei».
Quali rischi per il nascituro?
«Partiamo dall’embrione. Studi internazionali mostrano che il 76% degli embrioni prodotti non viene trasferito e l’88% di quelli trasferiti non arriva alla nascita. Sono numeri importanti, non solo sul fronte etico, che le coppie devono sapere. Ci sono poi dati su malformazioni e nascita prematura. Uno studio di qualche anno fa mostra che l’incidenza di malformazioni è circa due volte superiore e che la paralisi cerebrale è 2.8 volte superiore rispetto a quelli concepiti naturalmente. La prematurità grave e la mortalità perinatale sono ambedue di 1.9 volte superiore. Per quanto riguarda gli effetti a distanza dei nati da Pma, sono stati segnalati una maggiore incidenza di ipertensione in adolescenza e dei profili metabolici (Diabetologia 2020, Fertility and sterility 2017). Nascere con Pma aumenta anche la probabilità di tumori nell’infanzia. Il rischio relativo (Hr) di cancro è 4,41 più alto e, in particolare, 1,68 volte più elevato per neoplasie del sistema nervoso e 1,39 maggiore per tumori solidi. Per la leucemia il valore è addirittura di 64,83 volte più grande».
Come si spiega?
«Un embrione che si forma naturalmente, sin da subito, nella tuba, è in comunicazione con la madre. Quelli formati in vitro vengono messi, invece, direttamente in utero. Mancano gli otto giorni di dialogo con la madre per sviluppare il meccanismo che impedisce all’embrione di essere riconosciuto estraneo dal sistema immunitario materno, avendo il 50% del Dna del padre. Fin da subito l’embrione è protagonista: nei primi otto giorni di vita, nella tuba, sopravvive senza ossigeno, dialoga con la madre per questioni immunitarie, per preparare l’impianto e, dopo l’impianto, manda addirittura cellule staminali alla madre per guarirla, se necessitasse. Nella Pma, soprattutto nel caso di ovodonazione, gli embrioni impiantati producono un fattore biologico che cerca di aiutarli ad attecchire creando però il problema della placenta accreta (placenta molto approfondita nella parete dell’utero) e tutto questo aumenta le complicanze emorragiche e il rischio di asportazione dell’utero».
Come si scelgono gli embrioni da trasferire?
«Viene fatta una classificazione in base alle loro caratteristiche biologiche. È una selezione che fa l’uomo, non la natura. Se si vuole quello perfetto o normale, si fa la diagnosi preimpianto: allo stadio di sviluppo di 8 cellule, se ne prelevano 3-4 per vedere se ci sono alterazioni cromosomiche o altre patologie. È uno screening selettivo e abortivo perché l’embrione può non sopravvivere all’esame. Le implicazioni etiche non sono secondarie».
Qual è l’impatto della Pma nell’uomo e nella coppia?
«La sofferenza delle coppie c’è ed è devastante, specie in quelle che hanno fatto sei-sette tentativi, a cui si aggiunge un impegno economico di migliaia di euro. L’incapacità di concepire crea una tale pressione sulla coppia che ne compromette la stabilità: il 30% si separa».
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La procreazione assistita è nata per preservare la fertilità ma oggi è diventata un costoso vezzo da condividere sui social.Il ginecologo e professore alla Cattolica: «Nei nascituri aumentano le probabilità di malattie oncologiche e malformazioni. Il 30% delle coppie si separa per la frustrazione che deriva dall’altro grado di insuccesso».Lo speciale contiene due articoliSono benefit nei piani di welfare di molte imprese, i percorsi di procreazione medicalmente assistita (Pma). Ma varie aziende, a partire da big tech come Google, Microsoft, Facebook e Apple, oltre a rimborsare ad aspiranti genitori visite, esami e farmaci, si prodigano a pagare, alle giovani dipendenti, il social freezing, cioè le spese per prelevare, negli anni di massima fertilità, gli ovociti e crioconservarli in modo che possano scegliere il momento più opportuno per avere un figlio. Ma la vera motivazione di tale larghezza non è propriamente la promozione della maternità. Lo slogan che ha fatto decollare l’operazione, una decina di anni fa, in America, è Freeze your eggs, free your career (congela i tuoi ovociti e libera la tua carriera).Così, una metodologia nata per preservare la fertilità in caso di trattamenti che potrebbero comprometterla, come la chemioterapia, o per un naturale impoverimento della riserva ovarica, è diventato un benefit come i buoni pasto ma anche un regalo per il compleanno. La modella Bianca Balti ha, infatti, annunciato sui social di voler regalare alla figlia, per i 21 anni, la procedura per il social freezing, così definita per distinguerla dal congelamento per motivi sanitari. Peccato che le tecniche di Pma, che già non brillano per successo - nel 2022 il tasso di gravidanza ogni 100 trasferimenti eseguiti è arrivato al 32,9% ed era il 16,3% del 2005 - vedono crollare le percentuali di efficacia quando si utilizzano ovociti di donne con più di 36 anni.Purtroppo in questi 20 anni, dicono i dati dell’Istituto superiore di sanità, l’età media delle donne che si sottopongono a cicli di Pma, in Italia, è passata da 34 anni, nel 2005, a 37 nel 2022 e la quota delle over 40 dal 20,7%, è arrivata al 34%. Si spiega così il crescente ricorso all’eterologa, cioè all’impiego di ovociti donati da giovani donne, quindi con Dna esterno alla coppia, da cui ottenere embrioni da impiantare nell’attempata madre perché, tutto sommato, spiegano i clinici, l’utero invecchia meno velocemente. Non mancano, poi, le quarantenni che, in assenza di partner, ricorrono alla Pma utilizzando il seme di un donatore sconosciuto. Qualsiasi combinazione è possibile: dalle madri single che mettono al mondo un figlio già orfano di padre sconosciuto, fino alla surrogata, procedura diventata reato universale in Italia. La deriva della genitorialià, fuori da un contesto etico, rischia di far diventare un figlio un benefit, ignorando tutta una serie di realtà sociali, affettive e biologiche in nome di una fiducia esagerata in una tecnologia dai molti limiti.Il ricorso alla Pma che dovrebbe curare l’infertilità - condizione che interessa solo il 10-15% delle coppie - in Italia è quasi triplicata in vent’anni, passando dai 37.257 cicli iniziati nel 2005 ai 92.407 nel 2021 (dati Iss). Anche le procedure per preservare le fertilità congelando gli ovociti è in aumento del 25-30% dal 2016, a livello globale. In Italia, i dati più recenti del gruppo specializzato in medicina della riproduzione Genera, pubblicati sulla rivista Fertility and sterility e relativi a otto cliniche, segnalano un aumento di circa il 20% anno su anno. «Nelle donne più giovani, quindi fino a 35 anni», spiega il primo autore della ricerca Danilo Cimadomo, «le probabilità cumulative di nati sono comprese fra il 70% con 15 ovociti prelevati e congelati (considerato il numero ottimale) e il 95% con 25 ovociti. Ma ci sono comunque chance di gravidanza comprese tra il 30% e il 45% nel caso in cui vengano vitrificati 8-10 ovociti».Oltre la soglia dei 35 anni, continua il ricercatore, «il numero di ovociti necessari per raggiungere la gravidanza è chiaramente maggiore, rendendo la procedura di preservazione la fertilità» a -196 gradi «più impegnativa». Ovviamente, per normalizzare questa pratica ci sono anche influencer come Veronica Ferraro che ha organizzato una diretta su Instagram con Daniela Galliano, ginecologa specializzata in medicina della riproduzione, responsabile del Centro Pma di Ivi Roma, che la sta seguendo nel percorso di fecondazione assistita. Nella diretta è stata spiegata la differenza tra la Fivet, la fecondazione in vitro a cui si sottoporrà l’influencer, nella quale si lascia che gli spermatozoi e gli ovociti abbiano un incontro spontaneo, e l’Icsi dove, invece, è l’embriologo a iniettare lo spermatozoo nell’ovocita, oltre a chiarire la tecnica dell’egg freezing. «Dopo 10-12 giorni di stimolazione ormonale tramite delle iniezioni sottocutanee per indurre la crescita dei follicoli ovarici, Veronica si sottoporrà a breve al pick-up ovocitario», spiega nel video la Galliano. «Un prelievo poco invasivo con una leggera sedazione e che durerà una decina di minuti». Sulla stimolazione ormonale solo rassicurazioni: «Viene fatta anche su pazienti oncologiche, prima che inizino trattamenti di chemioterapia». L’identikit di chi oggi fa social freezing? Donne tra i 30 e 40 anni di un ceto socioeconomico medio-elevato, per via del costo, pari a circa 4.000 euro, a cui si devono sommare i circa 200 da versare annualmente alla biobanca. Donne separate con figli che, intorno ai 40 anni, desiderano un figlio con il nuovo compagno, attingendo alla loro riserva, potrebbero aggirare l’orologio biologico.Anche le tecniche più sofisticate, però, hanno il più alto margine di efficacia quando applicate negli anni di massima fertilità. A 40 e 50 anni, per quanto una si senta giovane, la probabilità di successo crolla. Per arrivare a percentuali più elevate si utilizza, allora, un numero elevato di ovociti, spesso donati, quindi si ricorre all’eterologa e si selezionano gli embrioni da impiantare, crioconservando gli altri, nella migliore delle ipotesi, mentre non è noto cosa accada ai «poco vitali». I problemi etici non sarebbero pochi e nemmeno secondari, ma ci si guarda bene dal segnalarli. Le tecniche di Pma che utilizzano gameti donati sono aumentate dai 246 cicli del 2014, pari allo 0,3%, ai 15.131 cicli del 2022 (13,8%). Attualmente in Italia si impiegano ovuli che arrivano dalla Spagna dove l’ovodonazione è incentivata nelle ragazze universitarie che donano 3-4 volte in cambio di un rimborso di circa 900 euro: non tanto, ma abbastanza per non essere una donazione. Anche il 75% dello sperma in Italia arriva da banche del seme straniere e la scelta del donatore viene fatta in base a un corrispondenza somatica, ma nessuno si azzardi a osservare che scegliere il padre da un catalogo svilisce il concetto di figlio come dono ed espressione di trasmissione di amore e vita di una coppia.In tempi di inverno demografico, la fede cieca in una tecnologia dai molti limiti illude che si possa avere un figlio quando si vuole, per appagare un desiderio personale, a prescindere dal contesto affettivo-biologico, relazionale e dell’età, sottovalutando aspetti sulla salute propria, del nascituro, ma anche dei suoi diritti, in nome dei propri, utili per sopprimerlo, se arriva in tempi sbagliati o non è perfetto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-falsi-miti-della-pma-un-figlio-a-tutti-i-costi-e-un-benefit-di-lusso-2669489617.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vengono-abortiti-milioni-di-embrioni-donne-e-ragazze-a-rischio-tumore" data-post-id="2669489617" data-published-at="1730020064" data-use-pagination="False"> «Vengono abortiti milioni di embrioni. Donne e ragazze a rischio tumore» La correttezza del consenso informato è uno dei problemi psicosociali non secondari legati alla procreazione medicalmente assistita (Pma). A ogni ciclo di trattamento la probabilità che nasca un bambino è del 9,25%. «Sono i dati del ministero della Salute su ovociti trattati a fresco e confermati nel 2023 anche dal 9,9% dell’Eshre, la Società europea di riproduzione umana ed embriologia», spiega alla Verità Giuseppe Noia, ginecologo, professore di medicina prenatale all’Università Cattolica Sacro Cuore. «L’età, naturalmente, è un fattore rilevante: quando si superano i 40 anni il valore è dall’8% al 4,4% e crolla all’1,7% dopo i 43 anni». Non è secondario che il 37% delle donne che accede alla Pma abbia più di 40 anni. Sugli effetti di tali terapie sulla donna, il nascituro, il padre e la coppia si parla poco e in maniera non corretta, e ancor meno, sul destino degli embrioni. Nell’ultima relazione del ministero, una sintesi di Aigoc, Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici, curata da Angelo Francesco Filardo sui dati aggiornati al 2021, registra la nascita di 11.722 bambini, ma sono i figli di solo il 16,9% delle coppie trattate. E gli embrioni? A vent’anni dalla legge 40, per i quasi 160.000 nati con Pma, circa 1,8 milioni sono stati sacrificati e, nei freezer, ne sono conservarti circa 170.000 a cui si dovrebbero aggiungere i circa 31.000 dell’eterologa per i 2.063 bimbi nati da 14.421 trasferimenti (21,5%). La tendenza è di prelevare 8 ovociti a ciclo, ma il 46,2% delle donne sospende il trattamento ormonale dopo il primo prelievo e quasi il 9% si ferma prima ancora. Come chiarisce Noia, «l’iperstimolazione ovarica, in una donna che ha uno sbilanciamento ormonale verso gli estrogeni e che in famiglia ha avuto una mamma o una zia con un tumore della mammella e i bombardamenti ormonali amplificano questo fattore di rischio oncologico. Questi rischi ci sono anche per le ragazze che fanno il trattamento per l’ovodonazione o il social freezing, legati soprattutto all’iperstimolazione ovarica. Il Bmc Pregnancy riporta, in uno studio del 2019, una serie di problemi gravi, statisticamente significativi di circa 3 volte superiore, di alterazioni dell’impianto placentare che portano quasi sempre a un alto tasso di parti cesarei». Quali rischi per il nascituro? «Partiamo dall’embrione. Studi internazionali mostrano che il 76% degli embrioni prodotti non viene trasferito e l’88% di quelli trasferiti non arriva alla nascita. Sono numeri importanti, non solo sul fronte etico, che le coppie devono sapere. Ci sono poi dati su malformazioni e nascita prematura. Uno studio di qualche anno fa mostra che l’incidenza di malformazioni è circa due volte superiore e che la paralisi cerebrale è 2.8 volte superiore rispetto a quelli concepiti naturalmente. La prematurità grave e la mortalità perinatale sono ambedue di 1.9 volte superiore. Per quanto riguarda gli effetti a distanza dei nati da Pma, sono stati segnalati una maggiore incidenza di ipertensione in adolescenza e dei profili metabolici (Diabetologia 2020, Fertility and sterility 2017). Nascere con Pma aumenta anche la probabilità di tumori nell’infanzia. Il rischio relativo (Hr) di cancro è 4,41 più alto e, in particolare, 1,68 volte più elevato per neoplasie del sistema nervoso e 1,39 maggiore per tumori solidi. Per la leucemia il valore è addirittura di 64,83 volte più grande». Come si spiega? «Un embrione che si forma naturalmente, sin da subito, nella tuba, è in comunicazione con la madre. Quelli formati in vitro vengono messi, invece, direttamente in utero. Mancano gli otto giorni di dialogo con la madre per sviluppare il meccanismo che impedisce all’embrione di essere riconosciuto estraneo dal sistema immunitario materno, avendo il 50% del Dna del padre. Fin da subito l’embrione è protagonista: nei primi otto giorni di vita, nella tuba, sopravvive senza ossigeno, dialoga con la madre per questioni immunitarie, per preparare l’impianto e, dopo l’impianto, manda addirittura cellule staminali alla madre per guarirla, se necessitasse. Nella Pma, soprattutto nel caso di ovodonazione, gli embrioni impiantati producono un fattore biologico che cerca di aiutarli ad attecchire creando però il problema della placenta accreta (placenta molto approfondita nella parete dell’utero) e tutto questo aumenta le complicanze emorragiche e il rischio di asportazione dell’utero». Come si scelgono gli embrioni da trasferire? «Viene fatta una classificazione in base alle loro caratteristiche biologiche. È una selezione che fa l’uomo, non la natura. Se si vuole quello perfetto o normale, si fa la diagnosi preimpianto: allo stadio di sviluppo di 8 cellule, se ne prelevano 3-4 per vedere se ci sono alterazioni cromosomiche o altre patologie. È uno screening selettivo e abortivo perché l’embrione può non sopravvivere all’esame. Le implicazioni etiche non sono secondarie». Qual è l’impatto della Pma nell’uomo e nella coppia? «La sofferenza delle coppie c’è ed è devastante, specie in quelle che hanno fatto sei-sette tentativi, a cui si aggiunge un impegno economico di migliaia di euro. L’incapacità di concepire crea una tale pressione sulla coppia che ne compromette la stabilità: il 30% si separa».
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La quarta conferenza stampa di Giorgia Meloni è quella della maturità. Organizzato come da tradizione dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, in collaborazione con l’Associazione della stampa parlamentare, il suo colloquio si trasforma soprattutto in un’analisi lucida. Del tanto di buono che è stato fatto ma anche del tanto lavoro che ancora c’è da fare. Soprattutto sulla sicurezza, lo riconosce lei stessa. «Abbiamo lavorato moltissimo, gli anni di lassismo non sono facili da cancellare, ma i risultati per me non sono sufficienti». Meloni è da sempre considerata severa e sa esserlo anche con sé stessa. «Questo dev’essere l’anno in cui si cambia passo su questa materia, in cui si fa molto di più, ma rivendico che ci abbiamo lavorato molto, con moltissime iniziative». Tra le iniziative «stiamo studiando anche un provvedimento sul tema delle baby gang», per il presidente del Consiglio «altra situazione fuori controllo».
Rivendica però alcuni primi risultati: «I dati dicono che nei primi dieci mesi del 2025 i reati sono calati del 3,5% rispetto all’anno precedente». Frutto di un lavoro copioso del governo: «Assunti 30.000 nuovi operatori delle forze dell’ordine; stanziato 1,5 miliardi per il rinnovo dei contratti nel settore difesa, sicurezza e soccorso; sbloccato investimenti fermi da anni; il famoso decreto Sicurezza molto contestato dalle opposizioni con cui abbiamo dato risposta a reati che impattano maggiormente sulla popolazione; la lotta alla mafia, con 120 latitanti catturati e migliaia di arresti e beni confiscati alla criminalità in questi tre anni». Infine ricorda Caivano e il lavoro fatto per «combattere tutte le zone franche». E ancora: «Strade sicure e Stazioni sicure, oltre 220 interi stabili sgomberati e quasi 4.000 case restituite ai legittimi proprietari; abbiamo diminuito di oltre il 60% gli arrivi degli immigrati illegali, che impattano sulla sicurezza in maniera significativa».
Meloni poi si mostra durissima con quella magistratura che «a volte rende vano il lavoro del Parlamento». Perché «se vogliamo garantire sicurezza ai nostri cittadini occorre lavorare tutti nella stessa direzione, lo deve fare il governo, le forze della polizia, e la magistratura che è fondamentale in questo disegno. Un appello a lavorare tutti nella stessa direzione per garantire la sicurezza dei cittadini può fare la differenza». E stila una serie di esempi: «Escluso quello del capotreno, per il quale rinnovo la mia totale solidarietà alla famiglia, ricordo il caso dell’imam di Torino. La polizia ne dimostra la pericolosità per i suoi contatti con i jihadisti, il ministro Matteo Piantedosi ne dispone l’espulsione e questa viene bloccata. Lo scorso novembre una mamma ha ucciso il figlio di 9 anni, era stata più volte denunciata dalle forze dell’ordine e dai servizi sociali e l’autorità giudiziaria ha ritenuto di lasciarla a piede libero. Sempre a novembre ad Acerra una persona è stata arrestata mentre sversava tonnellate di rifiuti nocivi nella Terra dei fuochi, grazie ai provvedimenti del governo, e dopo poche ore è stato rimesso in libertà dall’autorità giudiziaria. Quando questo accade, non è solo vano il lavoro del Parlamento, ma soprattutto quello delle forze dell’ordine».
Poi ampio spazio alla riforma della giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio, chiarendo sul voto: «A norma di legge dobbiamo dare la data entro il 17 di gennaio, lo farà il prossimo cdm: il 22 e 23 marzo è la data più probabile e mi sentirei di confermarla», spiega, chiarendo che le norme attuative verranno emanate prima del rinnovo del prossimo Csm, scongiurando il rischio che questo si possa rinnovare senza sorteggio nell’eventualità che vincesse il Sì. Riconoscendo poi un «intento dilatorio nelle polemiche dei giorni scorsi» riferendosi alla possibilità che il fronte del No intendesse allontanare la data del voto con lo scopo di rieleggere il Csm senza sorteggio.
E sulla campagna referendaria quella condotta «dall’Anm nelle stazioni delegittima la magistratura perché, se chi ha nel suo Dna la ricerca della verità, scrive una menzogna per difendere la sua campagna legittimissima contro il referendum, di fatto la delegittima». E ancora: «Il dibattito sulla separazione delle carriere dovrebbe essere concentrato sul merito della riforma», perché «se dovesse diventare uno scontro politico banalmente non aiuterebbe i cittadini a votare e a scegliere. Quindi ho chiesto di stare molto sul tema». Ed è per questo che «a me fa arrabbiare la campagna che ha portato avanti l’Anm. Perché nella riforma facciamo esattamente il contrario di quello che dice l’Anm, cioè non si può fare una campagna dicendo che i giudici verranno sottomessi alla politica. Quello che facciamo noi è togliere al Parlamento la possibilità di eleggere un pezzo del Csm; quindi, semmai stiamo togliendo la possibilità della politica di influenzare quello che fanno i magistrati, questa è la realtà».
Sui rapporti con il Quirinale Meloni chiarisce di avere un buon rapporto «soprattutto con il presidente della Repubblica», lasciando intendere che potrebbe non essere così con tutto il Colle. «Io e il capo dello Stato non siamo sempre d’accordo, ma c'è una cosa che fa la differenza: Sergio Mattarella, quando si tratta di difendere gli interessi nazionali, c’è». E sulla possibilità di occuparne il suo posto risponde: «Attualmente non c’è, nei miei radar, quello di salire di livello. Mi faccio bastare il mio». Infine si dice «fiera dei partiti della maggioranza, dei loro leader, del rapporto che ho con loro. Sono fiera del lavoro che stanno facendo Matteo Salvini e Antonio Tajani». Insomma, risultati a ambizioni di miglioramento sulla sicurezza ma anche sulla crescita: «Sono i due focus principali per me».
In serata è arrivata la replica dell’Anm: «La costante delegittimazione dei magistrati e delle decisioni prese esclusivamente in base alla legge è pericolosa per la tenuta dello Stato di diritto».
«È ora che l’Ue parli con la Russia»
Gli argomenti di politica estera in conferenza stampa hanno preso il sopravvento su quelli nazionali. Inevitabile visto il quadro geopolitico e la fattiva e continuata attività di politica estera del premier, Giorgia Meloni. Dalla guerra in Ucraina alla Groenlandia, dal Venezuela ai rapporti con l’amministrazione Trump, passando per il dialogo con la Russia.
Su questo la Meloni riconosce che «è arrivato il momento in cui anche l’Europa parli con la Russia, perché se l’Europa decide di partecipare a questa fase di negoziazioni parlando solo con una delle due parti in campo, temo che alla fine vedrà il contributo positivo che può portare sia limitato». Difende poi il pensiero del vicepremier, Matteo Salvini, accusato di essere «filorusso»: «Per quello che riguarda la Russia nel G8 e i contatti con Vladimir Putin, Salvini ha fatto una riflessione sui rapporti dell’Italia come Emmanuel Macron l’ha fatta per esempio sui rapporti con l’Europa, nel senso che al di là di quelli che sono i rapporti italiani, perché noi siamo in un ambito che è quello anche della cooperazione dell’Unione europea, penso che però Macron abbia ragione su questo». Perché «se noi facessimo l’errore di decidere da una parte di riaprire le interlocuzioni con la Russia e dall’altra di andare in ordine sparso mentre lo facciamo, noi faremo un favore a Putin e l’ultima cosa che voglio fare nella vita è un favore a Putin».
L’invio di truppe «a oggi non lo considero necessario», spiega il premier, perché «il principale strumento oggi individuato per costruire solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina è un sistema ispirato all’articolo 5 della Nato». E poi, circa l’ipotesi di una missione multinazionale con ombrello Onu, ha chiarito: «Non è sul campo oggi».
A molti uno degli argomenti più urgenti su cui porre domanda sono state le mire americane sulla Groenlandia. Ha ribadito: «Io continuo a non credere nell’ipotesi che gli Usa attuino un’azione militare per assumere il controllo dell’isola. Un’opzione che chiaramente non condividerei, l’ho già messo nero su bianco.
Credo che non converrebbe a nessuno, non converrebbe neanche agli Stati Uniti d’America». Per il premier, l’attenzione di Washington sarebbe piuttosto rivolta alla rilevanza strategica dell’Artico: «Io ritengo che gli Usa, con metodi diciamo molto assertivi, stiano soprattutto ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia e in generale dell’area artica per i suoi interessi per la sua sicurezza», chiarendo che in questo senso fa bene e anche che in questo quadro anche «l’Europa deve continuare a lavorare in ambito Nato per una maggiore presenza nell’area artica». Sul tema Meloni ha annunciato che entro fine mese il ministero degli Affari esteri presenterà una strategia italiana sull’Artico, con l’obiettivo di «preservare l’area come zona di pace e di cooperazione contribuire alla sicurezza della regione». Questo perché il premier capisce «quanto sia strategico e importante oggi occuparsi di questa area del mondo e stiamo facendo la nostra parte. Poi il ministro Tajani, che ringrazio, presenteranno i contenuti di questa strategia, ma chiaramente gli obiettivi sono preservare l’area artica come zona di pace e di cooperazione, contribuire alla sicurezza della regione, aiutare le aziende italiane che volessero investire anche in questa realtà».
Sulla reazione alle dichiarazioni di Trump, il presidente del Consiglio ha rivendicato: «L’Europa è stata immediata nella risposta quando appunto nei giorni scorsi si è alzata la tensione, penso che il dibattito non coinvolga solo l’Europa, penso che sia un dibattito che deve coinvolgere la Nato. Credo che sia chiara a tutti l’implicazione che avrebbe per il futuro dell’Alleanza atlantica una scelta e un’opzione di questo tipo ed è il motivo per cui io non la credo realistica». Anche perché, come chiarito per altri, «con Trump ci sono molte cose sulle quali non sono d’accordo, l’ho detto, lo ribadisco, penso per esempio che il tema del diritto internazionale sia qualcosa che vada ampiamente difeso, penso che quando saltano le regole del diritto internazionale siamo tutti molto più esposti e quindi sì, quando non sono d’accordo lo dico, ma guardi lo dico a lui, non c’è neanche difficoltà e penso che se parlaste con i miei partner lo sapreste molto bene anche voi».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Ma non c’è solo Emilio Gabriel Valdes Velazco, stupratore e omicida della diciannovenne. La lista di clandestini lasciati liberi di aggredire, derubare, violentare e uccidere è lunga e quasi sempre alle origini del crimine c’è l’inefficienza della macchina della giustizia. Lo dice sempre l’avvocato Basile: «In questi momenti si palesa tutta l’inadeguatezza del sistema giudiziario». Del resto, basta scorrere le pagine di cronaca, partendo dal caso Iris Setti, una pensionata di 61 anni che nell’agosto di due anni fa ebbe la sventura di attraversare il parco Nikolajewka a Rovereto per recarsi dall’anziana madre. Lì incontrò il suo assassino: un nigeriano senza fissa dimora, già noto per le scorribande e le molestie, che prima la picchiò, poi la violentò e infine la uccise. Doveva essere espulso oppure in carcere, ma la Procura aveva ritenuto che non ci fosse motivo di arrestarlo, nonostante le risse e le minacce. Dal Trentino alla Puglia, dove un marocchino irregolare, senza permesso di soggiorno e con precedenti, ha rapinato e assassinato una tabaccaia di 75 anni a Foggia. Aveva già una condanna ed era rinchiuso in un centro per il rimpatrio, ma nonostante il curriculum da delinquente un giudice aveva deciso di non convalidare il trattenimento e dunque è stato lasciato libero di uccidere.
Dal Sud di nuovo al Nord, a Milano, dove un irregolare del Camerun con una spranga ha colpito tre volte alla testa un trentunenne incontrato per caso alla fermata dell’autobus. Ovviamente la risorsa africana aveva precedenti, ma nessuno si era preoccupato di metterlo dietro le sbarre. Sempre in Lombardia, a San Zenone al Lambro, un altro clandestino ha aggredito e stuprato una ragazza di 18 anni nei pressi della stazione del piccolo centro fra la provincia di Milano e quella di Lodi. L’elenco potrebbe continuare, ma quasi sempre le storie hanno per protagonisti stranieri che non dovrebbero trovarsi in Italia, e per i quali la magistratura ha reso impossibile l’espulsione, vuoi perché se n’è dimenticata, vuoi per l’applicazione di tutte le attenuanti possibili, come nel caso dell’assassino di Iris Setti.
Del resto, per capire quanto sia difficile rispedire a casa chi non ha titolo per restare in Italia lo dimostra anche il caso dei centri di rimpatrio in Albania. Costruiti per scoraggiare gli arrivi e incentivare le espulsioni, il Cpr di Gjader e l’hotspot di Shengjin sono stati da subito osteggiati dai giudici. Il trasferimento sulla costa adriatica di Tirana dovrebbe servire per impedire ai clandestini di aggirarsi nelle nostre strade e allo stesso tempo accelerare il rimpatrio. Ma nonostante molti dei migranti trasferiti in Albania avessero precedenti penali anche gravi, i magistrati hanno negato il trattenimento e hanno ordinato di riportarli in Italia. E, ovviamente, di lasciarli in libertà.
Ha ragione il premier a dire che nel 2026 intende mettere la sicurezza al primo posto, non contenta di come le cose vanno in Italia. E ha ragione Meloni a spiegare che molte decisioni sono vanificate dalla magistratura. Proprio per questo ritengo che la riforma Nordio non possa che essere l’inizio: una toga che lascia libero un assassino, uno stupratore o un rapinatore che tornano a uccidere, a stuprare o a rapinare non può continuare a fare il giudice: come un medico che sbaglia un intervento deve essere sospeso.
Ma già che ci sono, suggerisco un’altra misura. Dopo la condanna del vicebrigadiere Emanuele Marroccella a tre anni di carcere, e a pagare 125.000 euro per aver sparato e ucciso un bandito che aveva ferito un carabiniere suo collega, propongo di varare una norma che almeno impedisca di rivalersi economicamente sugli uomini delle forze dell’ordine. In fondo lo Stato non paga gli errori giudiziari dei magistrati, impedendo alle vittime di agire nei confronti di giudici e pm? E allora perché carabinieri e poliziotti devono pagare di tasca propria i parenti di un criminale? Gli uomini delle forze dell’ordine sono servitori dello Stato. Dunque, paghi lo Stato. Ma forse sarebbe anche giusto chiedersi se sia corretto risarcire le famiglie di chi ha volontariamente scelto di delinquere e rischiare la propria vita e quella degli altri.
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Partita a razzo la sottoscrizione lanciata dalla Verità per aiutare il vicebrigadiere, condannato a tre anni per aver difeso un collega ferito da un siriano irregolare. Nel primo giorno dell’iniziativa le donazioni in favore del carabiniere sfiorano quota 20.000 euro. La somma che sarà raccolta servirà al militare per pagare la provvisionale: 125.000 euro complessivi che, secondo il giudice, dovrà versare ai familiari del clandestino morto nel 2020, bloccato durante un furto a Roma.
Qui di seguito le coordinate per la donazione:
Conto corrente intestato a Sei SpA
Iban: IT 60 R 02008 01628 000107393460
Causale: AIUTIAMO IL CARABINIERE
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Imagoeconomica). Nel riquadro l'avvocato Paolo Gallinelli, legale che assiste il vicebrigadiere Emanuele Marroccella
Oltre a una condanna durissima, tre anni per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi», rispetto alla richiesta del pm che aveva indicato due anni e sei mesi, il quarantaquattrenne carabiniere originario di Napoli deve versare alle parti civili una somma ingente, pari a sei anni di lavoro nell’Arma. Più il risarcimento (800.000 euro) che sarà chiesto nel processo civile
Avvocato Gallinelli, come sta reagendo il vice brigadiere?
«La sentenza è stata un colpo durissimo. Il sostegno dei colleghi e adesso questa iniziativa davvero “storica” da parte della Verità lo stanno aiutando. Non si aspettava certo una sottoscrizione, gli fa solo bene sapere che c’è ancora attenzione, rispetto per le forze dell’ordine».
Sperava in una condanna più lieve?
«Il vice brigadiere era convinto che sarebbe stato assolto perché il fatto non costituisce reato in quanto commesso nell’uso legittimo delle armi. È stata la nostra linea difensiva, non era configurabile l’articolo 55 del codice penale, il cosiddetto eccesso colposo».
Invece nemmeno le attenuanti generiche gli sono state riconosciute.
«Marroccella è distrutto. Già era stata dura per lui prendere atto che il colpo sparato aveva ucciso Badawi. Ha fatto mesi di terapia, fornita dall’Arma perché potesse tornare al suo lavoro con più serenità. Mai è stato sospeso, nemmeno dopo l’accaduto del 2020. Sempre operativo sul campo, vent’anni di servizio nel radiomobile di Roma. Un carabiniere modello».
È stata «una condanna che ha fatto piangere me e la mia famiglia» ha detto il vice brigadiere al ministro della Difesa Guido Crosetto, che l’ha chiamato invitandolo a «continuare a credere nello Stato e nella giustizia nei prossimi gradi di giudizio e non sentirti mai solo». Intanto, da servitore dello Stato il carabiniere si è ritrovato a essere pregiudicato.
«Si era preoccupato della tutela degli altri. Marroccella aveva intimato “alt carabinieri”, non aveva il colpo in canna. Dopo aver visto la reazione, l’aggressione violenta al collega Grasso, ha avuto paura che scavalcando il cancello per fuggire il siriano avrebbe colpito anche i carabinieri che erano fuori. Ha percepito l’estrema pericolosità del soggetto, pensava che fosse armato di coltello, solo dopo si è saputo che era un grosso cacciavite che comunque ha rischiato di perforare il polmone del Grasso».
I rilievi, le relazioni dei Ris hanno dimostrato che il carabiniere aveva sparato dall’alto verso il basso puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto.
«Infatti, ma in quel momento il Badawi si è abbassato per prendere lo slancio e saltare il cancello e il proiettile l’ha colpito ad altezza busto, piegato verso il basso».
Nella situazione contingente, il carabiniere poteva muoversi diversamente?
«Gli appartenenti alle forze dell’ordine hanno l’obbligo di intervenire, la scriminante dell’uso legittimo delle armi a favore del pubblico ufficiale non è un privilegio: devono tutelare i cittadini».
Il giudice gli ha attribuito l’eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, oltre ogni ragionevole dubbio.
«Per noi avvocati della difesa, il dubbio doveva esserci per le relazioni dei Ris e perché le telecamere di sorveglianza non sono riuscite a riprendere il Badawi nel momento in cui veniva colpito, mentre se fosse stato in posizione eretta lo si sarebbe visto. Certezza non c’era dell’eccesso colposo, eppure è stato condannato un appartenente alle forze dell’ordine che ha l’obbligo di intervenire nell’adempimento del dovere».
Il carabiniere è sempre stato presente in tribunale?
«Sì, per tutte le dodici udienze, con colleghi e superiori. C’era anche la moglie, ultimamente. È stata una via crucis questo processo, per l’intera famiglia. Le parti civili volevano che fosse imputato addirittura di omicidio volontario, oltre a chiedere una provvisionale astronomica - 200.000 euro -per ciascun familiare. Ridotta poi dal giudice a 15.000 euro per ogni figlio la moglie del Badawi, a 5.000 euro per ciascuno dei suoi fratelli».
Come riferisce Carmine Caforio segretario generale Usmia, l’Unione sindacale militare interforze associati, il vice brigadiere ha detto: «Le parole del ministro Crosetto mi danno la forza per affrontare con più serenità i futuri gradi di giudizio e continuare a credere in ciò che ho giurato il giorno in cui, con orgoglio e onore, ho indossato per la prima volta l’uniforme dei carabinieri». Intanto voi preparate l’appello?
«Certo. Non si trattò né di legittima difesa né di eccesso colposo, ma di uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale che non ha scelta: deve intervenire».
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