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2024-09-16
I dati lo dimostrano: l’educazione sessuale è un grande bluff
Le scuole non hanno fatto neppure tempo a ripartire che subito, implacabile, si è riaffacciato un tormentone: quello dell’urgenza dell’educazione sessuale. Ai primi di settembre Repubblica ha pubblicato un servizio di Valentina Lupia circa uno studio dell’Università La Sapienza sui questionari sottoposti a 842 studenti del liceo Ripetta, che dimostra come, quando si tratta di sesso, «i ragazzi si informano sui social o chiedono agli amici», mentre una recente indagine su 500 ragazzi tra 14 e i 17 anni condotta da Webboh Lab - osservatorio digitale dedicato alla generazione Z, in collaborazione con Farmitalia e l’istituto di ricerca Sylla, con direttore scientifico Furio Camillo - ha registrato come i giovani chiedano una educazione sessuale priva di tabù e ricca di confronto e informazione. Se a ciò si aggiunge che l’attrice e regista Paola Cortellesi - reduce dal grande successo del suo film C’è ancora domani - aveva definito «uno scandalo» il fatto che tale insegnamento non sia già previsto fin dalla scuola dell’infanzia, sembrano davvero non esserci più dubbi sull’urgenza dell’educazione sessuale nella didattica italiana.
Peccato che, se da noi queste lezioni tanto importanti ancora non ci sono, all’estero risultano invece offerte da decenni ed abbiano dato - circa la loro efficacia - esiti nella migliore delle ipotesi dubbi, sia sul fronte preventivo delle malattie sessualmente trasmissibili sia su quello del contenimento della violenza di genere. Iniziando con il primo versante, i riscontri emersi dalla letteratura sono addirittura controintuitivi: chi segue corsi di educazione sessuale, rispetto agli altri, tende ad anticipare l’età del primo rapporto, ad averne con maggiore frequenza e ad adottare comportamenti sessualmente maggiormente a rischio. Per quanto possa apparire paradossale, questo è talmente vero che nel Regno Unito, come messo in evidenza da uno studio uscito nel 2017 sul Journal of Health Economics, si è verificato un fenomeno inatteso: quello che ha visto i tassi di gravidanza tra le adolescenti diminuire nelle aree del Paese più colpite dai tagli governativi alla spesa per l’educazione sessuale.
In questo modo, si è confermato quanto in realtà già dieci anni prima faceva osservare sul British Medical Journal Trevor Stammers, medico e bioeticista: «Contrariamente a quanto si possa pensare, invece di migliorare la salute sessuale, interventi di educazione sessuale possono peggiorare la situazione». Più recentemente, nel 2019, Irene H. Ericksen e Stan E. Weed hanno effettuato su Issues in Law & Medicine una revisione globale dei 106 studi condotti sull’educazione sessuale a livello globale - 60 statunitensi e 43 non statunitensi – scoprendo che di essi «solo sei hanno dato prove di reale efficacia», anche se non c’è stata per esempio «alcuna prova di successo nell’aumentare l’uso costante del preservativo [...] nessun successo nel ridurre le malattie sessualmente trasmissibili e solo uno studio ha mostrato una certa efficacia nel ridurre le gravidanze adolescenziali».
Ora, uno può pensare che comunque sei studi su 106 siano meglio di nulla, anche se al «nulla» somigliano parecchio. Il fatto è che Ericksen e Weed fanno notare pure altre due cose. La prima: praticamente tutte le già scarsissime prove a favore dell’efficacia dell’educazione sessuale «provenivano da studi condotti dagli sviluppatori dei programmi, anziché da valutatori indipendenti». La seconda: i soli sei studi che hanno trovato qualche prova di efficacia dell’educazione sessuale risultano contrastati «in modo netto da 16 studi che hanno rilevato effetti negativi sulla sessualità degli adolescenti, sulla loro salute e sui comportamenti a rischio».
Insomma, le lezioni che oggi i progressisti italiani richiedono a gran voce, se dall’altro hanno senz’altro un costo per i contribuenti, dall’altro risultano di utilità quanto meno dubbia, se non perfino controproducenti. La faccenda è talmente seria che la scorsa primavera un’autrice come Kathleen Stock - accademica che non può esser tacciata di bigottismo, essendo una femminista lesbica «con moglie» e figli - ha pubblicato un intervento, eloquentemente intitolato «The agony of sex education», per dire che «se l’educazione sessuale scolastica abbia successo o meno» in realtà «nessuno lo sa più veramente», con il risultato che l’idea di assicurarsi che i giovani «finiscano per ripetere a pappagallo tutte le opinioni» ritenute corrette sulla materia pare più una priorità degli adulti «che loro».
Certo, uno può sempre ribattere che però un conto è l’educazione sessuale in senso stretto, un altro è quella contro la violenza di genere. Sfortunatamente, però, anche di quest’ultima mancano prove di reale efficacia.
A dirlo, ancora una volta, è la letteratura. Una ricerca uscita nel 2020 sulla rivista Trauma, Violence & Abuse a firma di due accademiche, Madeline Schneider e Jennifer S. Hirsch della Columbia University, ha per esempio riportato che sì, l’educazione sessuale «ha il potenziale» - dato che mira a promuovere «relazioni sane» - per arginare la «violenza sessuale», ma gli stessi specialisti dell’argomento non hanno identificato «alcun lavoro pubblicato fino ad oggi che valutasse l’impatto dell’educazione sessuale sulla violenza sessuale». Esaminando la situazione americana, tutto ciò che sempre nel 2020, in un articolo apparso sul Byu Education & Law Journal, Brittney Herman è riuscita a notare è che negli Stati dove l’educazione sessuale è presente i tassi di stupro risultano più contenuti, ma «chiaramente, dato l’ampio numero e la varietà di fattori» che stanno dietro agli stupri e alle aggressioni sessuali «non è chiaro» - ammette la stessa Herman - se questi legami siano «causali o di correlazione». Insomma, ancora nessuna prova dell’utilità dell’educazione sessuale nel contrasto alle violenze di coppia.
Al momento quel che c’è di più aggiornato su ciò che decenni di ricerca hanno prodotto riguardo alla violenza domestica sulle donne, è il lavoro uscito nel 2022 sull’International Journal of Environmental Research and Public Health. Gli autori, un gruppo multidisciplinare dell’Università Loyola in Andalusia, sono partiti da un materiale grezzo di ben 1.186 pubblicazioni fino a scremare progressivamente gli studi migliori per dare una risposta alla domanda: «Quali fattori favoriscono la violenza sulle donne da parte dei partner?». Tra i numerosi fattori individuati, troviamo immigrazione, basso reddito, scarsa scolarità, precedenti psichiatrici, comportamento violento antecedente e altri ancora; ma la presenza o meno dell’educazione all'effettività - termine attualizzato per dissimulare l’educazione sessuale - non compare, benché gli studi esaminati riguardassero nazioni dove l’educazione in oggetto è ben radicata. Ma se l’educazione sessuale è quindi di dubbia efficacia, perché alcuni spingono per promuoverla? La sensazione che si tratti di un discorso ideologico, a questo punto, si fa onestamente forte.
La follia di voler cambiare la natura
Uno dei mantra dei promotori dell’educazione sessuale nelle scuole, forse il principale, è quello della «decostruzione degli stereotipi di genere». Una battaglia che, se si può sposare nei principi (non è accettabile pensare che esistano lavori «solo maschili» o «solo femminili»), appare assai meno condivisibile nella misura in cui viene condotta a scuola – magari lasciando le famiglie all’oscuro – e, soprattutto, quando arriva a negare in radice le differenze tra maschi e femmine, che esistono fin dagli albori dell’esistenza.
Una ricerca uscita nel 2021 sull’Italian journal of gender-specific medicine ha rilevato significative differenze sessuali già nel grembo materno, scoprendo come «i feti maschi e femmine» rispondano «in modo diverso allo stesso ambiente intrauterino, suggerendo una differenza biologica fondamentale a livello cellulare e molecolare» e come vi siano «differenze significative legate al sesso nel periodo neonatale e per gli esiti dei neonati pretermine, così come per l’incidenza di malattie neurologiche, malformazioni congenite e malattie respiratorie, nonché nella risposta individuale ai farmaci durante l’infanzia». Tali differenze si riflettono anche nel comportamento dei bambini già… al primo giorno.
Fondamentale, su questo, uno studio del 2000 di Jennifer Connellan la quale, con il professor Simon Baron-Cohen, aveva monitorato 102 neonati di appena un giorno e mezzo di vita; ebbene, sottoposti all’attenzione dei piccoli prima un viso umano e poi un oggetto meccanico, la Connellan aveva notato che i maschietti fissavano il 10% in più l’oggetto delle femmine, le quali invece guardavano più a lungo il volto. Queste ed altre differenze, man mano che i bimbi crescono, si riflettono anche nei comportamenti: nella scelta dei giocattoli, nello stile di gioco, in generale nel comportamento. Con il risultato che chi tenta di avventurarsi nella «decostruzione degli stereotipi di genere» rischia di ottenere poco.
In effetti, come tali lezioni rischino di essere inefficaci se non ideologiche basta dare un’occhiata alle relazioni di coloro che ne hanno messo in pratica alcuni assaggi. Per esempio, leggendo quanto riferito da un’insegnante che ha seguito lo svolgimento di un gioco presso la scuola dell’infanzia Andrea del Sarto (Fi), durante il quale maschi e femmine si erano scambiati i grembiuli azzurri e rosa, si scopre quanto parziali ed evanescenti siano stati gli esiti di quell’esperimento: «Non tutti sono d’accordo, alcuni decidono di tenersi il proprio […] Si guardano, si sorridono e si compiacciono… poi, dopo un po’ qualcuno si stanca e tutto ritorna come prima» (Educazione alla cura e contrasto degli stereotipi. Inizio di una sperimentazione, Firenze 2008, p.41).
Si ribatterà che con la «decostruzione degli stereotipi di genere» bisogna insistere. D’accordo, ma chi garantisce un risultato utile? Nel 2020 sulla rivista Current Psychology era per esempio uscito un lavoro - intitolato «Examining the impact of fiction literature on children’s gender stereotypes» - che aveva visto le sue autrici, Ellen E. Kneeskern e Patricia Reeder, sì registrare come l’«esposizione prolungata» a testi e fiabe egualitari «possa ridurre», nei bambini maschi, l’approvazione degli stereotipi di genere, senza però poter dire nulla su effetti a lungo termine e sulle condotte che, da adulti, i lettori di quei libri avranno. Insomma, più che corsi contro la «decostruzione degli stereotipi di genere» bisognerebbe chiamarli per ciò che davvero sono: esperimenti.
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I Paesi che l’hanno introdotta sono pure quelli dove i giovani hanno rapporti più precoci e più a rischio, come dimostra il maggior numero di malattie veneree e come riconoscono studiose tutt’altro che bigotte. E la violenza sulle donne non è diminuita.La follia di voler cambiare la natura. La lotta agli stereotipi di genere è ormai arrivata a negare le differenze tra maschile e femminile. Eppure perfino feti e neonati reagiscono diversamente in base al sesso.Lo speciale comprende due articoli.Le scuole non hanno fatto neppure tempo a ripartire che subito, implacabile, si è riaffacciato un tormentone: quello dell’urgenza dell’educazione sessuale. Ai primi di settembre Repubblica ha pubblicato un servizio di Valentina Lupia circa uno studio dell’Università La Sapienza sui questionari sottoposti a 842 studenti del liceo Ripetta, che dimostra come, quando si tratta di sesso, «i ragazzi si informano sui social o chiedono agli amici», mentre una recente indagine su 500 ragazzi tra 14 e i 17 anni condotta da Webboh Lab - osservatorio digitale dedicato alla generazione Z, in collaborazione con Farmitalia e l’istituto di ricerca Sylla, con direttore scientifico Furio Camillo - ha registrato come i giovani chiedano una educazione sessuale priva di tabù e ricca di confronto e informazione. Se a ciò si aggiunge che l’attrice e regista Paola Cortellesi - reduce dal grande successo del suo film C’è ancora domani - aveva definito «uno scandalo» il fatto che tale insegnamento non sia già previsto fin dalla scuola dell’infanzia, sembrano davvero non esserci più dubbi sull’urgenza dell’educazione sessuale nella didattica italiana.Peccato che, se da noi queste lezioni tanto importanti ancora non ci sono, all’estero risultano invece offerte da decenni ed abbiano dato - circa la loro efficacia - esiti nella migliore delle ipotesi dubbi, sia sul fronte preventivo delle malattie sessualmente trasmissibili sia su quello del contenimento della violenza di genere. Iniziando con il primo versante, i riscontri emersi dalla letteratura sono addirittura controintuitivi: chi segue corsi di educazione sessuale, rispetto agli altri, tende ad anticipare l’età del primo rapporto, ad averne con maggiore frequenza e ad adottare comportamenti sessualmente maggiormente a rischio. Per quanto possa apparire paradossale, questo è talmente vero che nel Regno Unito, come messo in evidenza da uno studio uscito nel 2017 sul Journal of Health Economics, si è verificato un fenomeno inatteso: quello che ha visto i tassi di gravidanza tra le adolescenti diminuire nelle aree del Paese più colpite dai tagli governativi alla spesa per l’educazione sessuale. In questo modo, si è confermato quanto in realtà già dieci anni prima faceva osservare sul British Medical Journal Trevor Stammers, medico e bioeticista: «Contrariamente a quanto si possa pensare, invece di migliorare la salute sessuale, interventi di educazione sessuale possono peggiorare la situazione». Più recentemente, nel 2019, Irene H. Ericksen e Stan E. Weed hanno effettuato su Issues in Law & Medicine una revisione globale dei 106 studi condotti sull’educazione sessuale a livello globale - 60 statunitensi e 43 non statunitensi – scoprendo che di essi «solo sei hanno dato prove di reale efficacia», anche se non c’è stata per esempio «alcuna prova di successo nell’aumentare l’uso costante del preservativo [...] nessun successo nel ridurre le malattie sessualmente trasmissibili e solo uno studio ha mostrato una certa efficacia nel ridurre le gravidanze adolescenziali». Ora, uno può pensare che comunque sei studi su 106 siano meglio di nulla, anche se al «nulla» somigliano parecchio. Il fatto è che Ericksen e Weed fanno notare pure altre due cose. La prima: praticamente tutte le già scarsissime prove a favore dell’efficacia dell’educazione sessuale «provenivano da studi condotti dagli sviluppatori dei programmi, anziché da valutatori indipendenti». La seconda: i soli sei studi che hanno trovato qualche prova di efficacia dell’educazione sessuale risultano contrastati «in modo netto da 16 studi che hanno rilevato effetti negativi sulla sessualità degli adolescenti, sulla loro salute e sui comportamenti a rischio». Insomma, le lezioni che oggi i progressisti italiani richiedono a gran voce, se dall’altro hanno senz’altro un costo per i contribuenti, dall’altro risultano di utilità quanto meno dubbia, se non perfino controproducenti. La faccenda è talmente seria che la scorsa primavera un’autrice come Kathleen Stock - accademica che non può esser tacciata di bigottismo, essendo una femminista lesbica «con moglie» e figli - ha pubblicato un intervento, eloquentemente intitolato «The agony of sex education», per dire che «se l’educazione sessuale scolastica abbia successo o meno» in realtà «nessuno lo sa più veramente», con il risultato che l’idea di assicurarsi che i giovani «finiscano per ripetere a pappagallo tutte le opinioni» ritenute corrette sulla materia pare più una priorità degli adulti «che loro». Certo, uno può sempre ribattere che però un conto è l’educazione sessuale in senso stretto, un altro è quella contro la violenza di genere. Sfortunatamente, però, anche di quest’ultima mancano prove di reale efficacia.A dirlo, ancora una volta, è la letteratura. Una ricerca uscita nel 2020 sulla rivista Trauma, Violence & Abuse a firma di due accademiche, Madeline Schneider e Jennifer S. Hirsch della Columbia University, ha per esempio riportato che sì, l’educazione sessuale «ha il potenziale» - dato che mira a promuovere «relazioni sane» - per arginare la «violenza sessuale», ma gli stessi specialisti dell’argomento non hanno identificato «alcun lavoro pubblicato fino ad oggi che valutasse l’impatto dell’educazione sessuale sulla violenza sessuale». Esaminando la situazione americana, tutto ciò che sempre nel 2020, in un articolo apparso sul Byu Education & Law Journal, Brittney Herman è riuscita a notare è che negli Stati dove l’educazione sessuale è presente i tassi di stupro risultano più contenuti, ma «chiaramente, dato l’ampio numero e la varietà di fattori» che stanno dietro agli stupri e alle aggressioni sessuali «non è chiaro» - ammette la stessa Herman - se questi legami siano «causali o di correlazione». Insomma, ancora nessuna prova dell’utilità dell’educazione sessuale nel contrasto alle violenze di coppia. Al momento quel che c’è di più aggiornato su ciò che decenni di ricerca hanno prodotto riguardo alla violenza domestica sulle donne, è il lavoro uscito nel 2022 sull’International Journal of Environmental Research and Public Health. Gli autori, un gruppo multidisciplinare dell’Università Loyola in Andalusia, sono partiti da un materiale grezzo di ben 1.186 pubblicazioni fino a scremare progressivamente gli studi migliori per dare una risposta alla domanda: «Quali fattori favoriscono la violenza sulle donne da parte dei partner?». Tra i numerosi fattori individuati, troviamo immigrazione, basso reddito, scarsa scolarità, precedenti psichiatrici, comportamento violento antecedente e altri ancora; ma la presenza o meno dell’educazione all'effettività - termine attualizzato per dissimulare l’educazione sessuale - non compare, benché gli studi esaminati riguardassero nazioni dove l’educazione in oggetto è ben radicata. Ma se l’educazione sessuale è quindi di dubbia efficacia, perché alcuni spingono per promuoverla? La sensazione che si tratti di un discorso ideologico, a questo punto, si fa onestamente forte. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-dati-lo-dimostrano-leducazione-sessuale-e-un-grande-bluff-2669210399.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-follia-di-voler-cambiare-la-natura" data-post-id="2669210399" data-published-at="1726436809" data-use-pagination="False"> La follia di voler cambiare la natura Uno dei mantra dei promotori dell’educazione sessuale nelle scuole, forse il principale, è quello della «decostruzione degli stereotipi di genere». Una battaglia che, se si può sposare nei principi (non è accettabile pensare che esistano lavori «solo maschili» o «solo femminili»), appare assai meno condivisibile nella misura in cui viene condotta a scuola – magari lasciando le famiglie all’oscuro – e, soprattutto, quando arriva a negare in radice le differenze tra maschi e femmine, che esistono fin dagli albori dell’esistenza. Una ricerca uscita nel 2021 sull’Italian journal of gender-specific medicine ha rilevato significative differenze sessuali già nel grembo materno, scoprendo come «i feti maschi e femmine» rispondano «in modo diverso allo stesso ambiente intrauterino, suggerendo una differenza biologica fondamentale a livello cellulare e molecolare» e come vi siano «differenze significative legate al sesso nel periodo neonatale e per gli esiti dei neonati pretermine, così come per l’incidenza di malattie neurologiche, malformazioni congenite e malattie respiratorie, nonché nella risposta individuale ai farmaci durante l’infanzia». Tali differenze si riflettono anche nel comportamento dei bambini già… al primo giorno. Fondamentale, su questo, uno studio del 2000 di Jennifer Connellan la quale, con il professor Simon Baron-Cohen, aveva monitorato 102 neonati di appena un giorno e mezzo di vita; ebbene, sottoposti all’attenzione dei piccoli prima un viso umano e poi un oggetto meccanico, la Connellan aveva notato che i maschietti fissavano il 10% in più l’oggetto delle femmine, le quali invece guardavano più a lungo il volto. Queste ed altre differenze, man mano che i bimbi crescono, si riflettono anche nei comportamenti: nella scelta dei giocattoli, nello stile di gioco, in generale nel comportamento. Con il risultato che chi tenta di avventurarsi nella «decostruzione degli stereotipi di genere» rischia di ottenere poco. In effetti, come tali lezioni rischino di essere inefficaci se non ideologiche basta dare un’occhiata alle relazioni di coloro che ne hanno messo in pratica alcuni assaggi. Per esempio, leggendo quanto riferito da un’insegnante che ha seguito lo svolgimento di un gioco presso la scuola dell’infanzia Andrea del Sarto (Fi), durante il quale maschi e femmine si erano scambiati i grembiuli azzurri e rosa, si scopre quanto parziali ed evanescenti siano stati gli esiti di quell’esperimento: «Non tutti sono d’accordo, alcuni decidono di tenersi il proprio […] Si guardano, si sorridono e si compiacciono… poi, dopo un po’ qualcuno si stanca e tutto ritorna come prima» (Educazione alla cura e contrasto degli stereotipi. Inizio di una sperimentazione, Firenze 2008, p.41). Si ribatterà che con la «decostruzione degli stereotipi di genere» bisogna insistere. D’accordo, ma chi garantisce un risultato utile? Nel 2020 sulla rivista Current Psychology era per esempio uscito un lavoro - intitolato «Examining the impact of fiction literature on children’s gender stereotypes» - che aveva visto le sue autrici, Ellen E. Kneeskern e Patricia Reeder, sì registrare come l’«esposizione prolungata» a testi e fiabe egualitari «possa ridurre», nei bambini maschi, l’approvazione degli stereotipi di genere, senza però poter dire nulla su effetti a lungo termine e sulle condotte che, da adulti, i lettori di quei libri avranno. Insomma, più che corsi contro la «decostruzione degli stereotipi di genere» bisognerebbe chiamarli per ciò che davvero sono: esperimenti.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.