I controllori si svegliano tardi. E, soprattutto, non pagano mai
Agli inizi della mia carriera giornalistica mi è capitato di dovermi occupare del crac del Banco Ambrosiano. Roberto Calvi, il banchiere di Dio protetto dalla Dc e dal Vaticano, aveva accumulato perdite su perdite, nascondendole in 1.000 scatole cinesi all’estero, e quando lo scoprirono fuggì aiutato da Flavio Carboni, per poi finire i suoi giorni impiccato sotto il ponte dei Frati neri a Londra. Molti altri fallimenti da allora sono passati sotto i ponti, senza che nessuno vi si impiccasse. Negli ultimi 40 anni, le banche sono infatti saltate come tappi di spumante (…)

(…) e non mi risulta che qualcuno abbia mai pagato per quei botti. Se non vi è stato un crac come quello del Banco Ambrosiano è però solo perché, una volta in dissesto, le banche sono state salvate o con i soldi pubblici o con quelli di altri istituti di credito, i quali hanno provveduto a scaricare il costo dell’operazione sui conti dei propri clienti che, a loro insaputa, hanno pagato al posto dei bancarottieri. L’elenco è lungo, anche se con gradi e responsabilità diverse. Cassa di risparmio di Prato, Carical, Banco di Napoli, Banco di Sicilia, Bipop, Banca Italease, Banca Popolare, Mps, Carige, Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti, Cariferrara, Popolare di Vicenza, Veneto Banca e, ultima, Popolare di Bari. Dalla lista manca la Tercas, ossia la Cassa di risparmio di Teramo, ma solo perché qualche anno fa fu assorbita dalla banca pugliese di cui, nei giorni scorsi, il governo ha evitato il fallimento spendendo quasi 1 miliardo di soldi pubblici.

In quasi 40 anni è stata bruciata dietro lo sportello, con prestiti dissennati e operazioni finanziarie spregiudicate, una fortuna colossale che nessuno ha mai calcolato per davvero. Si tratta di miliardi, molti, e se si escludono le fini tragiche di Calvi e, prima ancora, di Michele Sindona, i responsabili sono riusciti a farla franca. Alcuni ancora oggi, quando sono chiamati in giudizio, sorridono beffardi davanti alle vittime dei crac, ossia a risparmiatori che hanno perso tutto, certi dell’impunità.

Se ricordo la lunga scia di banche rotte che hanno costellato la nostra storia e anche l’impotenza – ma qualche volta sarebbe meglio parlare di ignavia – della giustizia è anche perché non si può continuare a fare finta di niente. Ogni volta che una banca salta, noi cronisti ci impegniamo a dare voce a chi ha perso tutti i propri risparmi e quasi sempre si tratta di persone deboli, pensionati o malati che, dietro qualche consiglio interessato, hanno investito ogni avere nei titoli della banca.

Certo, sono stati imprudenti questi risparmiatori, perché il mercato azionario non è un mercato tranquillo dove riporre senza pensieri i propri soldi. Tuttavia, dare la colpa a chi ha investito sarebbe come dare la colpa a un passeggero che ha subito un incidente stradale fidandosi del guidatore. O a una ragazza che uscendo la sera con un coetaneo si sia trovata stuprata. Sarebbe giusto chiedere alla vittima perché non si sia informata bene sul suo accompagnatore? Perché, prima di accettare l’invito, non abbia richiesto il certificato penale, informandosi magari sui suoi trascorsi, le sue ex e così via? Davanti allo sportello bancario, uno si affida senza pensare che dietro ci sia un criminale o anche solo un incapace. Per misurare il tasso delinquenziale o di impreparazione del professionista che propone un investimento ci sono le authority, ossia la vigilanza bancaria e quella azionaria. Ma se ogni volta ci ritroviamo a scoprire che la Banca d’Italia, a cui competeva il controllo su prestiti e coperture creditizie, e la Consob, a cui è rimessa la certificazione della corretta sollecitazione del risparmio, non sono riuscite a scoprire in anticipo i rischi di un crac, c’è evidentemente qualche cosa che non funziona. Sotto gli occhi degli enti di vigilanza si è commessa nel corso degli anni una quantità di reati. Dai finanziamenti baciati (ovvero prestiti a qualcuno in cambio di acquisto di azioni), a investimenti sbagliati, per non dire dei prestiti erogati a chi chiaramente non avrebbe mai potuto restituirli. Eppure, né la Banca d’Italia né la Consob si sono mai accorte prima di ciò che accadeva. Solo dopo il fallimento si sono allertate. È evidente che né l’istituto centrale né quello che controlla i corsi azionari servono allo scopo di evitare crac e truffe ai risparmiatori.

Dunque credo sia arrivato il momento di cambiare le regole. Non si tratta solo di cambiare gli uomini, sostituire il governatore con un altro, il vecchio presidente con uno nuovo. No, si tratta di stabilire se le authority sono in grado di svolgere il ruolo che è loro assegnato e, se non lo sono, di capire perché. Un revisore dei conti di una società quotata che non si accorga delle malversazioni del consiglio di amministrazione è chiamato a rispondere delle proprie inadempienze, risarcendo la società per il mancato controllo. Perché la Banca d’Italia e la Consob, invece, non solo non rispondono grazie a una specie di immunità, ma soprattutto non pagano mai?

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