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2018-10-07
I conti in tasca a chi dà le pagelle all’Italia
ANSA
Non è un segreto, le agenzie di rating, con uno dei loro giudizi possono fare il bello e il cattivo tempo sui mercati finanziaria. Basta un segno meno o un «downgrade», un abbassamento del voto, che le vendite da parte degli investitori iniziano a fioccare.
Quello che però, forse, è meno noto è il modello di business di queste agenzie, le più importanti sono Moody's, Standard & Poor's, Fitch, ma ce ne sono molte altre meno conosciute. Come guadagnano? Chi le paga?
Di solito questi «colossi del voto», perlopiù basati a Londra o New York (ma non solo) hanno due modi molto semplici per fare soldi: si possono far pagare dall'emittente che ha bisogno di ricevere un voto, oppure possono essere remunerate dagli investitori che vogliono restare aggiornati sui loro investimenti e sapere se sono di buona qualità o meno attraverso abbonamenti (una sorta di Netflix finanziario, per intenderci).
In realtà la stragrande maggioranza delle agenzie di rating (di certo le più grandi) preferisce farsi pagare dall'emittente dell'investimento, sia questo un Paese o un'azienda che sta per emettere un'obbligazione, oppure una compagnia che si sta affacciando al mercato dei capitali.
La vulgata ufficiale di questa scelta è che, a partire dagli anni Settanta, con la diffusione delle telecomunicazioni (ai tempi fax e telex) molti investitori diffondevano illecitamente i report delle agenzie facendo perdere loro una grossa fetta di guadagni.
Così nel tempo quasi tutte le agenzie hanno preferito farsi pagare dagli emittenti di un investimento, una scelta da molti considerata quanto meno ambigua. Se da un lato S&P spiega che «questa modalità sia migliore dell'altra perché consente di mettere i rating a disposizione di tutti gli investitori e in maniera gratuita, favorendo una maggiore efficienza del mercato dei capitali», in realtà molti ritengono che in questo modello di remunerazione vi sia un grande conflitto di interessi.
Il motivo è chiaro: chi riceve il voto è anche chi paga. Almeno in teoria, dunque, l'agenzia di rating potrebbe essere indotta a fare l'interesse dell'emittente (e non quello del mercato). Anche perché diversamente, potrebbe rischiare di perdere un cliente. Per intenderci, chi potrebbe essere disposto a pagare fior di quattrini per ricevere un voto negativo che allontana gli investitori?
A volte, viste anche le conseguenze negative che questi giudizi possono avere, le agenzie scelgono di lasciare il voto inalterato, magari limitandosi solo a sottolineare che si respira un'aria pesante. A fine agosto, ad esempio, è stato il caso di Fitch che confermato il rating BBB per l'Italia con un outlook (prospettive) negative. In calendario ora si attende il giudizio di S&P, atteso per il 26 ottobre, e i mercati già tremano.
Fatto sta che quello del rating risulta essere un bell'affare. Le «big three», come le chiamano gli esperti sono aziende in gran salute e con migliaia di dipendenti in giro per il mondo. Merito anche della crisi finanziaria che ha spinto gli investitori ad affidarsi alle agenzie di rating per qualunque informazione. Una sorta di oracoli della finanza che, va ricordato, in diverse occasioni hanno anche preso fischi per fiaschi. Basti ricordare quanto siano servite prima del fallimento di Lehman Brothers: nessuna aveva previsto che una delle maggiori banche americane sarebbe finita a gambe all'aria. Per tutti questi motivi, delle agenzie di rating non si sa molto.
Partiamo da Moody's. Il primo azionista di questo gruppo da quasi 6.500 dipendenti è Warren Buffett, con la sua holding Berkshire Hathaway. Successivamente, compaiono in ordine Capital World Investment, ValueAct Capital, T. Rowe Price, Vanguard, State Street e BlackRock. Cos'hanno in comune tutti questi azionisti? Sono tutti operatori di risparmio gestito che producono fondi di investimento e che, a loro volta, sono giudicati da Moody's.
Il gruppo Moody's, tra l'altro è tra i pochi a diffondere dati di bilancio (la società è obbligata perché quotata a Wall Street). Nel 2017 il gruppo ha messo a segno un fatturato da 4,2 miliardi di dollari, in crescita del 17% rispetto ai 3,6 del 2016.
Non va diversamente per Standard & Poor's, colosso da oltre 10.000 dipendenti che nel 2017 ha realizzato ricavi per 6,06 miliardi di dollari, in aumento del 7% rispetto al 2016. Anche in questo caso, molti dei soci rilevanti di S&P sono gli stessi di Moody's: Vanguard è il primo, seguito da State Street, BlackRock, Fidelity, Jp Morgan IM, e tantissime altre firme del mondo del risparmio gestito. Tutti produttori di fondi che riterranno vantaggioso sotto diversi punti di vista possedere una fetta di chi riempie le pagelle del mondo finanziario (senza considerare che in pochi comprerebbero un fondo di un'azienda con un rating basso).
Su Fitch, non essendo quotata, le informazioni sono più scarse. Di certo si tratta di tutto rispetto con circa 3.300 dipendenti e un fatturato annuo di circa 1,9 miliardi di dollari. L'azienda è posseduta da aprile dal colosso della comunicazione Hearst. Tra i suoi executive vanta dirigenti che hanno lavorato con banche e finanziarie come Merrill Lynch, Lehman Brothers, Goldman Sachs, l'inglese Lloyd Bank, la Beneficial Corporation e tante altre.
Il legame tra chi controlla e chi deve essere controllato appare dunque a dir poco labile per queste aziende. Resta però il fatto che la crisi finanziaria iniziata nel 2008 proprio con il fallimento di Lehman Brothers abbia rappresentato una grande opportunità di fare affari per Moody's, Fitch e S&P. Per capirlo, basta dare uno sguardo ai loro bilanci annuali.
Nuova carezza dall’Ue: «Sboccati». Lega e M5s promettono: «Siete finiti»
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Nonostante il clamoroso abbaglio con il fallimento Lehman Brothers, le «tre grandi» agenzie del rating monopolizzano i giudizi su Paesi e colossi finanziari. Quasi sempre sono pagate dalle istituzioni che devono monitorare. Fatturati in crescita anche del 17%.Jean Claude Juncker fa l'offeso per le critiche di Matteo Salvini e torna a minacciare: «Valuteremo la finanziaria il 15 e, nel caso, proporremo delle modifiche». La replica gialloblù: «Questa Europa alle prossime elezioni verrà licenziata».Le visite di Mario Draghi da Sergio Mattarella sono sempre più frequenti. Il presidente, nonostante due collaboratori dedicati, cerca consigli da chi tiene il polso dei mercati finanziari.Lo speciale contiene tre articoli.Non è un segreto, le agenzie di rating, con uno dei loro giudizi possono fare il bello e il cattivo tempo sui mercati finanziaria. Basta un segno meno o un «downgrade», un abbassamento del voto, che le vendite da parte degli investitori iniziano a fioccare. Quello che però, forse, è meno noto è il modello di business di queste agenzie, le più importanti sono Moody's, Standard & Poor's, Fitch, ma ce ne sono molte altre meno conosciute. Come guadagnano? Chi le paga?Di solito questi «colossi del voto», perlopiù basati a Londra o New York (ma non solo) hanno due modi molto semplici per fare soldi: si possono far pagare dall'emittente che ha bisogno di ricevere un voto, oppure possono essere remunerate dagli investitori che vogliono restare aggiornati sui loro investimenti e sapere se sono di buona qualità o meno attraverso abbonamenti (una sorta di Netflix finanziario, per intenderci).In realtà la stragrande maggioranza delle agenzie di rating (di certo le più grandi) preferisce farsi pagare dall'emittente dell'investimento, sia questo un Paese o un'azienda che sta per emettere un'obbligazione, oppure una compagnia che si sta affacciando al mercato dei capitali. La vulgata ufficiale di questa scelta è che, a partire dagli anni Settanta, con la diffusione delle telecomunicazioni (ai tempi fax e telex) molti investitori diffondevano illecitamente i report delle agenzie facendo perdere loro una grossa fetta di guadagni.Così nel tempo quasi tutte le agenzie hanno preferito farsi pagare dagli emittenti di un investimento, una scelta da molti considerata quanto meno ambigua. Se da un lato S&P spiega che «questa modalità sia migliore dell'altra perché consente di mettere i rating a disposizione di tutti gli investitori e in maniera gratuita, favorendo una maggiore efficienza del mercato dei capitali», in realtà molti ritengono che in questo modello di remunerazione vi sia un grande conflitto di interessi.Il motivo è chiaro: chi riceve il voto è anche chi paga. Almeno in teoria, dunque, l'agenzia di rating potrebbe essere indotta a fare l'interesse dell'emittente (e non quello del mercato). Anche perché diversamente, potrebbe rischiare di perdere un cliente. Per intenderci, chi potrebbe essere disposto a pagare fior di quattrini per ricevere un voto negativo che allontana gli investitori?A volte, viste anche le conseguenze negative che questi giudizi possono avere, le agenzie scelgono di lasciare il voto inalterato, magari limitandosi solo a sottolineare che si respira un'aria pesante. A fine agosto, ad esempio, è stato il caso di Fitch che confermato il rating BBB per l'Italia con un outlook (prospettive) negative. In calendario ora si attende il giudizio di S&P, atteso per il 26 ottobre, e i mercati già tremano. Fatto sta che quello del rating risulta essere un bell'affare. Le «big three», come le chiamano gli esperti sono aziende in gran salute e con migliaia di dipendenti in giro per il mondo. Merito anche della crisi finanziaria che ha spinto gli investitori ad affidarsi alle agenzie di rating per qualunque informazione. Una sorta di oracoli della finanza che, va ricordato, in diverse occasioni hanno anche preso fischi per fiaschi. Basti ricordare quanto siano servite prima del fallimento di Lehman Brothers: nessuna aveva previsto che una delle maggiori banche americane sarebbe finita a gambe all'aria. Per tutti questi motivi, delle agenzie di rating non si sa molto. Partiamo da Moody's. Il primo azionista di questo gruppo da quasi 6.500 dipendenti è Warren Buffett, con la sua holding Berkshire Hathaway. Successivamente, compaiono in ordine Capital World Investment, ValueAct Capital, T. Rowe Price, Vanguard, State Street e BlackRock. Cos'hanno in comune tutti questi azionisti? Sono tutti operatori di risparmio gestito che producono fondi di investimento e che, a loro volta, sono giudicati da Moody's.Il gruppo Moody's, tra l'altro è tra i pochi a diffondere dati di bilancio (la società è obbligata perché quotata a Wall Street). Nel 2017 il gruppo ha messo a segno un fatturato da 4,2 miliardi di dollari, in crescita del 17% rispetto ai 3,6 del 2016. Non va diversamente per Standard & Poor's, colosso da oltre 10.000 dipendenti che nel 2017 ha realizzato ricavi per 6,06 miliardi di dollari, in aumento del 7% rispetto al 2016. Anche in questo caso, molti dei soci rilevanti di S&P sono gli stessi di Moody's: Vanguard è il primo, seguito da State Street, BlackRock, Fidelity, Jp Morgan IM, e tantissime altre firme del mondo del risparmio gestito. Tutti produttori di fondi che riterranno vantaggioso sotto diversi punti di vista possedere una fetta di chi riempie le pagelle del mondo finanziario (senza considerare che in pochi comprerebbero un fondo di un'azienda con un rating basso). Su Fitch, non essendo quotata, le informazioni sono più scarse. Di certo si tratta di tutto rispetto con circa 3.300 dipendenti e un fatturato annuo di circa 1,9 miliardi di dollari. L'azienda è posseduta da aprile dal colosso della comunicazione Hearst. Tra i suoi executive vanta dirigenti che hanno lavorato con banche e finanziarie come Merrill Lynch, Lehman Brothers, Goldman Sachs, l'inglese Lloyd Bank, la Beneficial Corporation e tante altre.Il legame tra chi controlla e chi deve essere controllato appare dunque a dir poco labile per queste aziende. Resta però il fatto che la crisi finanziaria iniziata nel 2008 proprio con il fallimento di Lehman Brothers abbia rappresentato una grande opportunità di fare affari per Moody's, Fitch e S&P. Per capirlo, basta dare uno sguardo ai loro bilanci annuali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-conti-in-tasca-a-chi-da-le-pagelle-allitalia-2610501771.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nuova-carezza-dallue-sboccati-lega-e-m5s-promettono-siete-finiti" data-post-id="2610501771" data-published-at="1774134235" data-use-pagination="False"> Nuova carezza dall’Ue: «Sboccati». Lega e M5s promettono: «Siete finiti» Il braccio di ferro tra governo italiano e Unione Europea sul Def e in particolare sul rapporto deficit/pil previsto al 2,4% nel 2019 diventa sempre più incandescente, ma la sensazione è che dietro i toni duri ci siano ancora ampi margini per una trattativa, anche perché le elezioni europee incombono e tutti i segnali fanno prevedere un radicale cambiamento degli equilibri politici a Bruxelles. La Commissione europea ha scritto una lettera al ministro dell'Economia, Giovanni Tria, in risposta al documento inviato dallo stesso Tria con il quale si illustravano i contenuti del Documento di economia e finanza approvato dal governo. La risposta della Ue è esattamente quella che ci si attendeva: «Il Def», scrivono il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis e il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, «a prima vista sembra costituire una deviazione significativa dal percorso di bilancio raccomandato dal Consiglio Ue, il che è motivo di seria preoccupazione. Secondo le stesse proiezioni del governo, i nuovi obiettivi corrisponderebbero ad un deterioramento strutturale dello 0,8% del Pil nel 2019 e ad un saldo strutturale stabile nel 2020-21». La Commissione «invita l'Italia ad assicurare che il tasso di crescita nominale della spesa pubblica primaria non ecceda lo 0,1% nel 2019, cosa che corrisponde ad un aggiustamento strutturale dello 0,6% del Pil per il 2019. Chiediamo alle autorità italiane di assicurare che la manovra sia in linea con le regole fiscali comuni». La Commissione europea, si legge ancora nel documento inviato a Tria, «rimane disponibile a un dialogo costruttivo» con il governo italiano sulla manovra, e sottolinea che «la valutazione effettiva sulla sua conformità inizierà una volta che il progetto di legge di bilancio sarà sottoposto alla Commissione, cosa che deve avvenire entro il 15 ottobre». Bruxelles dunque fa la voce grossa con Roma, ma non troppo: il passaggio finale sul «dialogo costruttivo» è particolarmente significativo, l'Unione sa benissimo che non può forzare la mano più di tanto. La lettera è dunque un cartellino giallo, non quello rosso che avrebbero desiderato gli esponenti dell'opposizione e i giornali di riferimento, che ieri titolavano a reti unificate su una «bocciatura» da parte dell'Ue, bocciatura che non c'è stata e non poteva esserci, visto che il confronto è appena iniziato. Immediatamente dopo l'arrivo della lettera firmata da Dombrovskis e Moscovici, Palazzo Chigi ha fatto presente che «non c'è stata alcuna bocciatura da parte dell'Ue, anche perché non è stata ancora avviata, né poteva essere, alcuna interlocuzione formale. La valutazione della Commissione Ue avverrà in base al documento draft budgetary plan che sarà inviato dal governo italiano entro il 15 ottobre. Dal canto suo», ha fatto trapelare l'entourage del premier Giuseppe Conte, «il governo rimane fortemente convinto della bontà delle misure che andranno a costituire la manovra economica. Altrettanto forte è la volontà ad avviare un dialogo costruttivo con l'Ue». Il governo italiano sa benissimo che le elezioni europee della prossima primavera cambieranno radicalmente gli assetti di potere a Bruxelles. Salvo clamorosi imprevisti, le forze populiste e sovraniste, quelle che in tutta Europa si oppongono alle politiche portate avanti dai burosauri europei negli ultimi anni, conseguiranno un grande risultato. Già tra pochi mesi, il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, e i suoi commissari, potrebbero appartenere alla storia e non più alla cronaca. A decidere la rotta dell'Europa saranno protagonisti politici con idee profondamente diverse, assai più simili a quelle di Lega e M5s. Ieri Juncker ha nuovamente attaccato Roma: «L'Italia si trova in una condizione difficile. Spetta ai politici italiani», ha detto il presidente della Commissione, in una intervista quotidiano viennese Der Standard, «impostare misure che consentano all'Italia di rimanere entro gli obiettivi di bilancio concordati. Il fatto che due vicepremier italiani si esprimano in modo estremamente sboccato sulla Ue fa capire tante cose». Juncker ha fatto poi finta di ritornare sui propri passi: «Non ho paragonato l'Italia alla Grecia», ma certamente «l'Italia si trova in una situazione difficile». E poi la consueta minaccia: «Il governo italiano dovrà presentare il proprio bilancio alla Commissione entro il 15 ottobre: valuteremo, valuteremo e, se necessario, proporremo modifiche sine ira et studio». Immediata la risposta di Matteo Salvini, autore di diverse e pungenti stoccate nei confronti di Juncker: «L'Europa dei banchieri», ha attaccato Salvini, «quella fondata sull'immigrazione di massa e sulla precarietà, continua a minacciare e insultare gli italiani e il loro governo? Tranquilli, fra 6 mesi verranno licenziati da 500 milioni di elettori, noi tiriamo dritto!». Sulla stessa lunghezza d'onda l'altro vicepremier, Luigi Di Maio: «Non alzo i toni con l'Europa», ha detto Di Maio, «perché, diciamolo chiaro, questa Europa è finita, sopravvivrà ancora pochi mesi. Dalle prossime elezioni europee mi aspetto un terremoto politico proprio come c'è stato un terremoto con il voto in Italia. Voci che oggi fanno fatica a farsi ascoltare in Europa», ha aggiunto Di Maio, «avranno, dopo le europee, il quadruplo della forza avuta in questi anni. Ci aspettavamo che questa manovra non piacesse a Bruxelles, adesso inizia una fase di discussione con la Commissione ma deve essere chiaro che indietro non si torna». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-conti-in-tasca-a-chi-da-le-pagelle-allitalia-2610501771.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-colle-e-a-corto-di-esperti-economici" data-post-id="2610501771" data-published-at="1774134235" data-use-pagination="False"> Il Colle è a corto di esperti economici Mercoledì scorso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha incontrato e non certo per una stretta di mano il numero uno della Bce, Mario Draghi. La notizia è uscita su due quotidiani nazionali venerdì mattina. La notte prima il governo aveva già vistato e inviato il Def alle Camere. Alcuni osservatori sostengono che quando Mattarella voglia avere un quadro completo di quanto stia accadendo ai mercati europei e al nostro debito pubblico chiami direttamente il capo di Francoforte. Non sappiamo se la notizia sia sfuggita dal Colle e finita sui giornali oppure se il Quirinale abbia gradito lo scoop. Un modo per fare sapere che i vertici del Colle sono estremamente preoccupati, tanto da cercare notizie di prima mano a chi gestisce l'euro. In realtà, i due si incontrano con una certa frequenza, non è un dato così riservato. Certo mercoledì sarebbe stato opportuno far sapere che i sue si erano almeno visti e non tenere tutto nascosto. Mattarella però sa bene che tra le sue prime fila di consiglieri manca quello che tiene in pugno i concetti economici e soprattutto le relazioni finanziarie. I potentissimi Ugo Zampetti e a seguire Rolando Mosca Moschin e Simone Guerrini garantiscono al presidente della Repubblica una vasta rete di relazioni e un network iper efficiente. Ma l'agenda di chi conta nella finanza privata in giro per l'Europa non è certo il loro forte. Il Colle ha ereditato dalla precedente presidenza Giuseppe Fotia, colui che Silvio Berlusconi chiamava «signor no». Considerato più rigido addirittura del ragioniere dello Stato nel valutare le coperture, mantiene ancora oggi il ruolo di consigliere finanziario, ma certo non può essere definito uno stretto collaboratore di Mattarella. Un po' per il fatto di provenire dalla scuderia di Giorgio Napolitano. L'attuale presidente vanta quindi una sola consulente economica nel grande ufficio che è il Quirinale. Si tratta della bergamasca Magda Bianco. Entrata in Banca d'Italia nel 1989, presso il Servizio Studi, dove ha lavorato fino al 1999. Dal 1999 è transitata all'Ufficio Diritto dell'economia, nel 2007 diviene titolare della Divisione economia e diritto, di nuovo nel Servizio Studi di struttura economica e finanziaria. Si è occupata della struttura industriale italiana, di regolamentazione dei mercati, corporate governance e diritto societario, diritto fallimentare, giustizia civile, donne ed economia. Su questi temi ha pubblicato diversi articoli e coordinato progetti di ricerca. Durante il periodo di Mario Monti ed Enrico Letta è passata al ministero della Giustizia prima e al Mef dopo. Un curriculum eccellente, ma il tema è un altro. Il capo dello Stato cerca sempre più un alto consigliere che si muova fuori dal Parlamento e nella comunità finanziaria per capire i veri umori di quest'ultima. Abbiamo più volte scritto che il governo gialloblù è diviso in tre componenti. Una fa riferimenti allo stesso Mattarella. Questa componente comprende anche Giovanni Tria il quale dalla stesura del Def è uscito appannato nell'immagine. Per settimane è stato incensato dall'opposizione come l'unico ministro degno di tale nome. In poche parole è diventato un elemento da insultare o al limite denigrare. Insomma, Mattarella cerca Draghi per sapere e forse agire. Se sia opportuno è un'altra cosa.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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