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2018-10-07
I conti in tasca a chi dà le pagelle all’Italia
ANSA
Non è un segreto, le agenzie di rating, con uno dei loro giudizi possono fare il bello e il cattivo tempo sui mercati finanziaria. Basta un segno meno o un «downgrade», un abbassamento del voto, che le vendite da parte degli investitori iniziano a fioccare.
Quello che però, forse, è meno noto è il modello di business di queste agenzie, le più importanti sono Moody's, Standard & Poor's, Fitch, ma ce ne sono molte altre meno conosciute. Come guadagnano? Chi le paga?
Di solito questi «colossi del voto», perlopiù basati a Londra o New York (ma non solo) hanno due modi molto semplici per fare soldi: si possono far pagare dall'emittente che ha bisogno di ricevere un voto, oppure possono essere remunerate dagli investitori che vogliono restare aggiornati sui loro investimenti e sapere se sono di buona qualità o meno attraverso abbonamenti (una sorta di Netflix finanziario, per intenderci).
In realtà la stragrande maggioranza delle agenzie di rating (di certo le più grandi) preferisce farsi pagare dall'emittente dell'investimento, sia questo un Paese o un'azienda che sta per emettere un'obbligazione, oppure una compagnia che si sta affacciando al mercato dei capitali.
La vulgata ufficiale di questa scelta è che, a partire dagli anni Settanta, con la diffusione delle telecomunicazioni (ai tempi fax e telex) molti investitori diffondevano illecitamente i report delle agenzie facendo perdere loro una grossa fetta di guadagni.
Così nel tempo quasi tutte le agenzie hanno preferito farsi pagare dagli emittenti di un investimento, una scelta da molti considerata quanto meno ambigua. Se da un lato S&P spiega che «questa modalità sia migliore dell'altra perché consente di mettere i rating a disposizione di tutti gli investitori e in maniera gratuita, favorendo una maggiore efficienza del mercato dei capitali», in realtà molti ritengono che in questo modello di remunerazione vi sia un grande conflitto di interessi.
Il motivo è chiaro: chi riceve il voto è anche chi paga. Almeno in teoria, dunque, l'agenzia di rating potrebbe essere indotta a fare l'interesse dell'emittente (e non quello del mercato). Anche perché diversamente, potrebbe rischiare di perdere un cliente. Per intenderci, chi potrebbe essere disposto a pagare fior di quattrini per ricevere un voto negativo che allontana gli investitori?
A volte, viste anche le conseguenze negative che questi giudizi possono avere, le agenzie scelgono di lasciare il voto inalterato, magari limitandosi solo a sottolineare che si respira un'aria pesante. A fine agosto, ad esempio, è stato il caso di Fitch che confermato il rating BBB per l'Italia con un outlook (prospettive) negative. In calendario ora si attende il giudizio di S&P, atteso per il 26 ottobre, e i mercati già tremano.
Fatto sta che quello del rating risulta essere un bell'affare. Le «big three», come le chiamano gli esperti sono aziende in gran salute e con migliaia di dipendenti in giro per il mondo. Merito anche della crisi finanziaria che ha spinto gli investitori ad affidarsi alle agenzie di rating per qualunque informazione. Una sorta di oracoli della finanza che, va ricordato, in diverse occasioni hanno anche preso fischi per fiaschi. Basti ricordare quanto siano servite prima del fallimento di Lehman Brothers: nessuna aveva previsto che una delle maggiori banche americane sarebbe finita a gambe all'aria. Per tutti questi motivi, delle agenzie di rating non si sa molto.
Partiamo da Moody's. Il primo azionista di questo gruppo da quasi 6.500 dipendenti è Warren Buffett, con la sua holding Berkshire Hathaway. Successivamente, compaiono in ordine Capital World Investment, ValueAct Capital, T. Rowe Price, Vanguard, State Street e BlackRock. Cos'hanno in comune tutti questi azionisti? Sono tutti operatori di risparmio gestito che producono fondi di investimento e che, a loro volta, sono giudicati da Moody's.
Il gruppo Moody's, tra l'altro è tra i pochi a diffondere dati di bilancio (la società è obbligata perché quotata a Wall Street). Nel 2017 il gruppo ha messo a segno un fatturato da 4,2 miliardi di dollari, in crescita del 17% rispetto ai 3,6 del 2016.
Non va diversamente per Standard & Poor's, colosso da oltre 10.000 dipendenti che nel 2017 ha realizzato ricavi per 6,06 miliardi di dollari, in aumento del 7% rispetto al 2016. Anche in questo caso, molti dei soci rilevanti di S&P sono gli stessi di Moody's: Vanguard è il primo, seguito da State Street, BlackRock, Fidelity, Jp Morgan IM, e tantissime altre firme del mondo del risparmio gestito. Tutti produttori di fondi che riterranno vantaggioso sotto diversi punti di vista possedere una fetta di chi riempie le pagelle del mondo finanziario (senza considerare che in pochi comprerebbero un fondo di un'azienda con un rating basso).
Su Fitch, non essendo quotata, le informazioni sono più scarse. Di certo si tratta di tutto rispetto con circa 3.300 dipendenti e un fatturato annuo di circa 1,9 miliardi di dollari. L'azienda è posseduta da aprile dal colosso della comunicazione Hearst. Tra i suoi executive vanta dirigenti che hanno lavorato con banche e finanziarie come Merrill Lynch, Lehman Brothers, Goldman Sachs, l'inglese Lloyd Bank, la Beneficial Corporation e tante altre.
Il legame tra chi controlla e chi deve essere controllato appare dunque a dir poco labile per queste aziende. Resta però il fatto che la crisi finanziaria iniziata nel 2008 proprio con il fallimento di Lehman Brothers abbia rappresentato una grande opportunità di fare affari per Moody's, Fitch e S&P. Per capirlo, basta dare uno sguardo ai loro bilanci annuali.
Nuova carezza dall’Ue: «Sboccati». Lega e M5s promettono: «Siete finiti»
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Nonostante il clamoroso abbaglio con il fallimento Lehman Brothers, le «tre grandi» agenzie del rating monopolizzano i giudizi su Paesi e colossi finanziari. Quasi sempre sono pagate dalle istituzioni che devono monitorare. Fatturati in crescita anche del 17%.Jean Claude Juncker fa l'offeso per le critiche di Matteo Salvini e torna a minacciare: «Valuteremo la finanziaria il 15 e, nel caso, proporremo delle modifiche». La replica gialloblù: «Questa Europa alle prossime elezioni verrà licenziata».Le visite di Mario Draghi da Sergio Mattarella sono sempre più frequenti. Il presidente, nonostante due collaboratori dedicati, cerca consigli da chi tiene il polso dei mercati finanziari.Lo speciale contiene tre articoli.Non è un segreto, le agenzie di rating, con uno dei loro giudizi possono fare il bello e il cattivo tempo sui mercati finanziaria. Basta un segno meno o un «downgrade», un abbassamento del voto, che le vendite da parte degli investitori iniziano a fioccare. Quello che però, forse, è meno noto è il modello di business di queste agenzie, le più importanti sono Moody's, Standard & Poor's, Fitch, ma ce ne sono molte altre meno conosciute. Come guadagnano? Chi le paga?Di solito questi «colossi del voto», perlopiù basati a Londra o New York (ma non solo) hanno due modi molto semplici per fare soldi: si possono far pagare dall'emittente che ha bisogno di ricevere un voto, oppure possono essere remunerate dagli investitori che vogliono restare aggiornati sui loro investimenti e sapere se sono di buona qualità o meno attraverso abbonamenti (una sorta di Netflix finanziario, per intenderci).In realtà la stragrande maggioranza delle agenzie di rating (di certo le più grandi) preferisce farsi pagare dall'emittente dell'investimento, sia questo un Paese o un'azienda che sta per emettere un'obbligazione, oppure una compagnia che si sta affacciando al mercato dei capitali. La vulgata ufficiale di questa scelta è che, a partire dagli anni Settanta, con la diffusione delle telecomunicazioni (ai tempi fax e telex) molti investitori diffondevano illecitamente i report delle agenzie facendo perdere loro una grossa fetta di guadagni.Così nel tempo quasi tutte le agenzie hanno preferito farsi pagare dagli emittenti di un investimento, una scelta da molti considerata quanto meno ambigua. Se da un lato S&P spiega che «questa modalità sia migliore dell'altra perché consente di mettere i rating a disposizione di tutti gli investitori e in maniera gratuita, favorendo una maggiore efficienza del mercato dei capitali», in realtà molti ritengono che in questo modello di remunerazione vi sia un grande conflitto di interessi.Il motivo è chiaro: chi riceve il voto è anche chi paga. Almeno in teoria, dunque, l'agenzia di rating potrebbe essere indotta a fare l'interesse dell'emittente (e non quello del mercato). Anche perché diversamente, potrebbe rischiare di perdere un cliente. Per intenderci, chi potrebbe essere disposto a pagare fior di quattrini per ricevere un voto negativo che allontana gli investitori?A volte, viste anche le conseguenze negative che questi giudizi possono avere, le agenzie scelgono di lasciare il voto inalterato, magari limitandosi solo a sottolineare che si respira un'aria pesante. A fine agosto, ad esempio, è stato il caso di Fitch che confermato il rating BBB per l'Italia con un outlook (prospettive) negative. In calendario ora si attende il giudizio di S&P, atteso per il 26 ottobre, e i mercati già tremano. Fatto sta che quello del rating risulta essere un bell'affare. Le «big three», come le chiamano gli esperti sono aziende in gran salute e con migliaia di dipendenti in giro per il mondo. Merito anche della crisi finanziaria che ha spinto gli investitori ad affidarsi alle agenzie di rating per qualunque informazione. Una sorta di oracoli della finanza che, va ricordato, in diverse occasioni hanno anche preso fischi per fiaschi. Basti ricordare quanto siano servite prima del fallimento di Lehman Brothers: nessuna aveva previsto che una delle maggiori banche americane sarebbe finita a gambe all'aria. Per tutti questi motivi, delle agenzie di rating non si sa molto. Partiamo da Moody's. Il primo azionista di questo gruppo da quasi 6.500 dipendenti è Warren Buffett, con la sua holding Berkshire Hathaway. Successivamente, compaiono in ordine Capital World Investment, ValueAct Capital, T. Rowe Price, Vanguard, State Street e BlackRock. Cos'hanno in comune tutti questi azionisti? Sono tutti operatori di risparmio gestito che producono fondi di investimento e che, a loro volta, sono giudicati da Moody's.Il gruppo Moody's, tra l'altro è tra i pochi a diffondere dati di bilancio (la società è obbligata perché quotata a Wall Street). Nel 2017 il gruppo ha messo a segno un fatturato da 4,2 miliardi di dollari, in crescita del 17% rispetto ai 3,6 del 2016. Non va diversamente per Standard & Poor's, colosso da oltre 10.000 dipendenti che nel 2017 ha realizzato ricavi per 6,06 miliardi di dollari, in aumento del 7% rispetto al 2016. Anche in questo caso, molti dei soci rilevanti di S&P sono gli stessi di Moody's: Vanguard è il primo, seguito da State Street, BlackRock, Fidelity, Jp Morgan IM, e tantissime altre firme del mondo del risparmio gestito. Tutti produttori di fondi che riterranno vantaggioso sotto diversi punti di vista possedere una fetta di chi riempie le pagelle del mondo finanziario (senza considerare che in pochi comprerebbero un fondo di un'azienda con un rating basso). Su Fitch, non essendo quotata, le informazioni sono più scarse. Di certo si tratta di tutto rispetto con circa 3.300 dipendenti e un fatturato annuo di circa 1,9 miliardi di dollari. L'azienda è posseduta da aprile dal colosso della comunicazione Hearst. Tra i suoi executive vanta dirigenti che hanno lavorato con banche e finanziarie come Merrill Lynch, Lehman Brothers, Goldman Sachs, l'inglese Lloyd Bank, la Beneficial Corporation e tante altre.Il legame tra chi controlla e chi deve essere controllato appare dunque a dir poco labile per queste aziende. Resta però il fatto che la crisi finanziaria iniziata nel 2008 proprio con il fallimento di Lehman Brothers abbia rappresentato una grande opportunità di fare affari per Moody's, Fitch e S&P. Per capirlo, basta dare uno sguardo ai loro bilanci annuali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-conti-in-tasca-a-chi-da-le-pagelle-allitalia-2610501771.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nuova-carezza-dallue-sboccati-lega-e-m5s-promettono-siete-finiti" data-post-id="2610501771" data-published-at="1779867059" data-use-pagination="False"> Nuova carezza dall’Ue: «Sboccati». Lega e M5s promettono: «Siete finiti» Il braccio di ferro tra governo italiano e Unione Europea sul Def e in particolare sul rapporto deficit/pil previsto al 2,4% nel 2019 diventa sempre più incandescente, ma la sensazione è che dietro i toni duri ci siano ancora ampi margini per una trattativa, anche perché le elezioni europee incombono e tutti i segnali fanno prevedere un radicale cambiamento degli equilibri politici a Bruxelles. La Commissione europea ha scritto una lettera al ministro dell'Economia, Giovanni Tria, in risposta al documento inviato dallo stesso Tria con il quale si illustravano i contenuti del Documento di economia e finanza approvato dal governo. La risposta della Ue è esattamente quella che ci si attendeva: «Il Def», scrivono il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis e il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, «a prima vista sembra costituire una deviazione significativa dal percorso di bilancio raccomandato dal Consiglio Ue, il che è motivo di seria preoccupazione. Secondo le stesse proiezioni del governo, i nuovi obiettivi corrisponderebbero ad un deterioramento strutturale dello 0,8% del Pil nel 2019 e ad un saldo strutturale stabile nel 2020-21». La Commissione «invita l'Italia ad assicurare che il tasso di crescita nominale della spesa pubblica primaria non ecceda lo 0,1% nel 2019, cosa che corrisponde ad un aggiustamento strutturale dello 0,6% del Pil per il 2019. Chiediamo alle autorità italiane di assicurare che la manovra sia in linea con le regole fiscali comuni». La Commissione europea, si legge ancora nel documento inviato a Tria, «rimane disponibile a un dialogo costruttivo» con il governo italiano sulla manovra, e sottolinea che «la valutazione effettiva sulla sua conformità inizierà una volta che il progetto di legge di bilancio sarà sottoposto alla Commissione, cosa che deve avvenire entro il 15 ottobre». Bruxelles dunque fa la voce grossa con Roma, ma non troppo: il passaggio finale sul «dialogo costruttivo» è particolarmente significativo, l'Unione sa benissimo che non può forzare la mano più di tanto. La lettera è dunque un cartellino giallo, non quello rosso che avrebbero desiderato gli esponenti dell'opposizione e i giornali di riferimento, che ieri titolavano a reti unificate su una «bocciatura» da parte dell'Ue, bocciatura che non c'è stata e non poteva esserci, visto che il confronto è appena iniziato. Immediatamente dopo l'arrivo della lettera firmata da Dombrovskis e Moscovici, Palazzo Chigi ha fatto presente che «non c'è stata alcuna bocciatura da parte dell'Ue, anche perché non è stata ancora avviata, né poteva essere, alcuna interlocuzione formale. La valutazione della Commissione Ue avverrà in base al documento draft budgetary plan che sarà inviato dal governo italiano entro il 15 ottobre. Dal canto suo», ha fatto trapelare l'entourage del premier Giuseppe Conte, «il governo rimane fortemente convinto della bontà delle misure che andranno a costituire la manovra economica. Altrettanto forte è la volontà ad avviare un dialogo costruttivo con l'Ue». Il governo italiano sa benissimo che le elezioni europee della prossima primavera cambieranno radicalmente gli assetti di potere a Bruxelles. Salvo clamorosi imprevisti, le forze populiste e sovraniste, quelle che in tutta Europa si oppongono alle politiche portate avanti dai burosauri europei negli ultimi anni, conseguiranno un grande risultato. Già tra pochi mesi, il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, e i suoi commissari, potrebbero appartenere alla storia e non più alla cronaca. A decidere la rotta dell'Europa saranno protagonisti politici con idee profondamente diverse, assai più simili a quelle di Lega e M5s. Ieri Juncker ha nuovamente attaccato Roma: «L'Italia si trova in una condizione difficile. Spetta ai politici italiani», ha detto il presidente della Commissione, in una intervista quotidiano viennese Der Standard, «impostare misure che consentano all'Italia di rimanere entro gli obiettivi di bilancio concordati. Il fatto che due vicepremier italiani si esprimano in modo estremamente sboccato sulla Ue fa capire tante cose». Juncker ha fatto poi finta di ritornare sui propri passi: «Non ho paragonato l'Italia alla Grecia», ma certamente «l'Italia si trova in una situazione difficile». E poi la consueta minaccia: «Il governo italiano dovrà presentare il proprio bilancio alla Commissione entro il 15 ottobre: valuteremo, valuteremo e, se necessario, proporremo modifiche sine ira et studio». Immediata la risposta di Matteo Salvini, autore di diverse e pungenti stoccate nei confronti di Juncker: «L'Europa dei banchieri», ha attaccato Salvini, «quella fondata sull'immigrazione di massa e sulla precarietà, continua a minacciare e insultare gli italiani e il loro governo? Tranquilli, fra 6 mesi verranno licenziati da 500 milioni di elettori, noi tiriamo dritto!». Sulla stessa lunghezza d'onda l'altro vicepremier, Luigi Di Maio: «Non alzo i toni con l'Europa», ha detto Di Maio, «perché, diciamolo chiaro, questa Europa è finita, sopravvivrà ancora pochi mesi. Dalle prossime elezioni europee mi aspetto un terremoto politico proprio come c'è stato un terremoto con il voto in Italia. Voci che oggi fanno fatica a farsi ascoltare in Europa», ha aggiunto Di Maio, «avranno, dopo le europee, il quadruplo della forza avuta in questi anni. Ci aspettavamo che questa manovra non piacesse a Bruxelles, adesso inizia una fase di discussione con la Commissione ma deve essere chiaro che indietro non si torna». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-conti-in-tasca-a-chi-da-le-pagelle-allitalia-2610501771.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-colle-e-a-corto-di-esperti-economici" data-post-id="2610501771" data-published-at="1779867059" data-use-pagination="False"> Il Colle è a corto di esperti economici Mercoledì scorso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha incontrato e non certo per una stretta di mano il numero uno della Bce, Mario Draghi. La notizia è uscita su due quotidiani nazionali venerdì mattina. La notte prima il governo aveva già vistato e inviato il Def alle Camere. Alcuni osservatori sostengono che quando Mattarella voglia avere un quadro completo di quanto stia accadendo ai mercati europei e al nostro debito pubblico chiami direttamente il capo di Francoforte. Non sappiamo se la notizia sia sfuggita dal Colle e finita sui giornali oppure se il Quirinale abbia gradito lo scoop. Un modo per fare sapere che i vertici del Colle sono estremamente preoccupati, tanto da cercare notizie di prima mano a chi gestisce l'euro. In realtà, i due si incontrano con una certa frequenza, non è un dato così riservato. Certo mercoledì sarebbe stato opportuno far sapere che i sue si erano almeno visti e non tenere tutto nascosto. Mattarella però sa bene che tra le sue prime fila di consiglieri manca quello che tiene in pugno i concetti economici e soprattutto le relazioni finanziarie. I potentissimi Ugo Zampetti e a seguire Rolando Mosca Moschin e Simone Guerrini garantiscono al presidente della Repubblica una vasta rete di relazioni e un network iper efficiente. Ma l'agenda di chi conta nella finanza privata in giro per l'Europa non è certo il loro forte. Il Colle ha ereditato dalla precedente presidenza Giuseppe Fotia, colui che Silvio Berlusconi chiamava «signor no». Considerato più rigido addirittura del ragioniere dello Stato nel valutare le coperture, mantiene ancora oggi il ruolo di consigliere finanziario, ma certo non può essere definito uno stretto collaboratore di Mattarella. Un po' per il fatto di provenire dalla scuderia di Giorgio Napolitano. L'attuale presidente vanta quindi una sola consulente economica nel grande ufficio che è il Quirinale. Si tratta della bergamasca Magda Bianco. Entrata in Banca d'Italia nel 1989, presso il Servizio Studi, dove ha lavorato fino al 1999. Dal 1999 è transitata all'Ufficio Diritto dell'economia, nel 2007 diviene titolare della Divisione economia e diritto, di nuovo nel Servizio Studi di struttura economica e finanziaria. Si è occupata della struttura industriale italiana, di regolamentazione dei mercati, corporate governance e diritto societario, diritto fallimentare, giustizia civile, donne ed economia. Su questi temi ha pubblicato diversi articoli e coordinato progetti di ricerca. Durante il periodo di Mario Monti ed Enrico Letta è passata al ministero della Giustizia prima e al Mef dopo. Un curriculum eccellente, ma il tema è un altro. Il capo dello Stato cerca sempre più un alto consigliere che si muova fuori dal Parlamento e nella comunità finanziaria per capire i veri umori di quest'ultima. Abbiamo più volte scritto che il governo gialloblù è diviso in tre componenti. Una fa riferimenti allo stesso Mattarella. Questa componente comprende anche Giovanni Tria il quale dalla stesura del Def è uscito appannato nell'immagine. Per settimane è stato incensato dall'opposizione come l'unico ministro degno di tale nome. In poche parole è diventato un elemento da insultare o al limite denigrare. Insomma, Mattarella cerca Draghi per sapere e forse agire. Se sia opportuno è un'altra cosa.
(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
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Simone Venturini, nuovo sindaco di Venezia (Ansa)
Sindaco Simone Veturini, una grande vittoria al primo turno se la aspettava?
«Mi aspettavo che il centrodestra avrebbe vinto, ma non in queste dimensioni, soprattutto mi ha stupito il risultato della mia lista. Sapevo però che i sondaggi che faceva girare il centrosinistra che ci davano perdenti senza chances di vittoria non erano aderenti alla realtà. Io sentivo altro girando per la città, parlando con le persone. Infatti, poi i risultati hanno dimostrato che quello che sentivo era vero».
Lei quindi in campagna elettorale aveva capito che tutti i dibattiti e le polemiche cresciute intorno alla Biennale e alla Fenice non stavano influenzando il voto in alcun modo?
«Sentivo che i veneziani volevano scegliere un sindaco vicino a loro, simile a loro, figlio di questa città, che la conoscesse, che avesse esperienza di governo qui, ed effettivamente così poi è stato. L’altro candidato invece era un profilo completamente diverso dal mio».
Per quanto riguarda gli stranieri, ha detto che hanno votato per lei alla fine. Perché?
«Non c’è stato un voto monolitico degli stranieri per il Pd solo perché ha candidato dei bengalesi. Loro speravano che con questa operazione avrebbero ottenuto i 3.000 voti dei bengalesi. Un’operazione semplicistica che evidentemente non ha funzionato e anche offensiva per l’intelligenza delle persone. La cosa che mi ha inquietato di più è stata questa sorta di accordo elettorale che non mi è chiaro in cosa consistesse. Prendiamo i vostri voti e poi? Cosa avrebbero dato in cambio? Questi aspetti non sono mai stati chiariti, nonostante io abbia incalzato il mio avversario più volte su questo punto».
Il centrodestra cosa offre invece agli stranieri?
«Integrazione, che secondo me presuppone la volontà delle persone di voler aderire ai principi, al nostro modo di vivere. Altrimenti non si può parlare di integrazione, ma di creazione di un sottoinsieme di persone che vivono separatamente con regole diverse. Oggi la comunità bengalese ha ancora molta strada da fare in tal senso. L’operazione del Pd, per altro, non ha fatto che acuire tensioni e non ha fatto un regalo al processo di integrazione della città, anzi lo ha danneggiato. Molti voti li avranno ottenuti, ma evidentemente ne hanno persi altrettanti perché l’elettorato ha capito l’operazione e si è sentito preso in giro. Tutti, come me, si sono chiesti: cosa ha barattato il Pd in cambio di questi voti? Ha barattato sui diritti delle donne? Ha offerto nuove moschee in cambio? Qual era la contropartita? E su questo secondo me non hanno ricevuto risposte».
Esiste un tema sulla città di Mestre: insicurezza, degrado. Che piani ha?
«Io prevedo una realizzazione di una mappa delle opportunità come le aree di sviluppo e riqualificazione, Progetti che possano partire velocemente grazie a una serie di investimenti da fare».
Pubblici o privati?
«Di privati, io non sono per fare solamente investimenti pubblici, perché non viviamo in un Paese socialista. Certo che questi investimenti vanno attirati».
E qual è la strategia?
«Prevedo la realizzazione di un board internazionale composto da personalità importanti che vivono a Venezia o che ci passano che, opportunamente motivate, potrebbero mettere al servizio della città una rete importante di relazioni capace di attirare grandi investitori».
Ha in mente una squadra per la sua giunta?
«Fra pochi giorni mi insedierò ufficialmente e sarò eletto ufficialmente. Poi mi incontrerò con le forze politiche della coalizione, sicuramente chiederò a tutti competenza e dedizione. Quindi chiederò una rosa di nomi e farò una valutazione che sarà molto incentrata sul merito».
Qual è la prima cosa che conta di fare appena insediato? Il primo atto politico.
«Sarò un sindaco presente sulla strada, conto di esserlo fin da subito anche nei quartieri difficili, sia per dare un segnale di attenzione sia per dimostrare la volontà di voler risolvere i problemi».
Sul piano della cultura quali sono i suoi progetti?
«Vorrei coordinare e mettere a terra una sorta di regia per coordinare tutte le realtà associative e fondazioni culturali che stanno nascendo. Rafforzare la sinergia con la Biennale che sta facendo un grandissimo lavoro e d’altra parte chiedere alla Fondazione musei civici di effettuare un grande investimento per i giovani che scelgono di vivere a Venezia per un periodo per produrre qui la loro creazione artistica».
Prima di lasciarla: qual è stato il più grave errore del centrosinistra in questa campagna elettorale?
«La tracotanza. Sono partiti con l’idea di essere superiori moralmente, convinti di vincere. E poi la scelta del candidato. Un nome calato dall’alto estraneo alla città».
E tutti quei big dei partiti nazionali secondo lei non hanno aiutato?
«Conte, Schlein e Fratoianni alla fine venendo a Venezia hanno aiutato me. Volevano entusiasmare i loro, ma la gente fuori dai partiti li ha guardati un po’ stralunata. Insomma, effetto opposto a quello desiderato».
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Imagoeconomica
Il suo estremismo religioso è diventato centrale nell’ordinanza di custodia cautelare con cui il gip l’ha privato della libertà. L’indagato, dopo aver gridato per anni «al lupo al lupo» in Germania, con falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere con riferimenti ad Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio e minacce deliranti che gli sono costati l’espulsione verso l’Italia, secondo il giudice avrebbe superato il confine della semplice provocazione entrando in contatto con ambienti capaci di accompagnarlo verso un possibile attentato. Un quadro molto cupo rispetto alla sua radicalizzazione viene segnalato il 26 dicembre 2023. Naggay è nel penitenziario di Adelsheim, in Germania. Parlando con un operatore della struttura, è riportato nel suo curriculum giudiziario, «aveva auspicato la morte per le persone omosessuali, ribadendo che presto il territorio tedesco sarebbe stato occupato dallo Stato islamico». In quello stesso episodio affermò «che era pronto a morire come martire». E anche che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le sue convinzioni religiose».
Ma c’è anche una frase che sembra uscita da un proclama jihadista: «In nome di Allah il misericordioso. Voglio solo mettervi in guardia, poiché così è scritto nel Corano. Che mettiate in guardia o no i miscredenti, essi non crederanno comunque a nulla». Infine, durante il colloquio con uno psicologo avrebbe manifestato «ammirazione per l’attentatore di Wurzburg (un somalo che il 25 giugno 2021 accoltellò passanti nel centro della città bavarese, provocando tre morti e diversi feriti, ndr)» e spiegato di voler uccidere gli infedeli. Per poi commentare: «Così si può essere grandi come Dio e raggiungere Dio». I tedeschi, a quel punto, gli hanno messo in mano un foglio di via. Lui è quindi tornato dai genitori a Montecchio Emilia. E dalla sua cameretta ha ricominciato a fantasticare. È finito in una chat di Telegram. Lì dentro un contatto (al momento non identificato) dal nome «ForDm» ha cominciato a prendergli le misure. Finché Naggay si propone per «un’operazione». Due parole che gli inquirenti traducono con «un attentato». Naggay in quella chat avrebbe cercato legittimazione, dimostrando di essere pronto. E annunciando: «Registrerò un video in cui confesserò di essere un sostenitore del Daesh». E un attimo dopo: «Organizzerò un’operazione con ostaggi per te». Il tono della conversazione cambia rapidamente. Si parla di soldi, di aiuti, di preparazione tecnica. Naggay chiede denaro: «Mi servono dei soldi». L’interlocutore continua a verificare quanto sia disposto ad andare avanti. A un certo punto usa una definizione che accende un campanello d’allarme: «Lupo solitario». La formula con cui il terrorismo jihadista definisce chi colpisce da solo, usando mezzi rudimentali: coltelli, auto o esplosivi artigianali. Solo un attimo prima l’uomo misterioso si era reso disponibile a fornire a Naggay «dei file su produzione di tossine» e a farlo «entrare» in un «gruppo specializzato». Secondo il gip, Naggay non è più il ragazzo che in Germania telefonava annunciando falsi attentati per vedere le stazioni evacuate e per finire sui giornali. Qui, scrive il giudice, emerge «la concreta disponibilità» dell’indagato «al compimento di atti terroristici». Tutta la conversazione si intreccia con i messaggi mandati alla madre solo poche ore prima del fermo: «Sto veramente male, chiama la polizia, vado a fare una cosa in centro con un coltello». A quel punto gli inquirenti l’hanno preso sul serio. E l’hanno fermato.
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