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2024-12-31
Hacker, rubati 5 milioni di dati al gestore Spid
iStock
Si parla di 5 milioni di dati rubati - inclusi nomi, cognomi, indirizzi email, codici fiscali e numeri di cellulare - e messi in vendita sul dark web. L’attacco informatico agli onori delle cronache nelle ultime ore ha interessato Infocert, azienda parte del gruppo Tinexta e leader europeo nel campo della certificazione digitale, ma nello specifico ha preso di mira un fornitore terzo dell’azienda. La società madre ha assicurato i suoi clienti sul fatto che «nessuna credenziale di accesso o password di accesso agli stessi è stata compromessa», ossia che, contrariamente ad alcune voci, nessuno Spid è stato violato. «È stata rilevata la pubblicazione non autorizzata di dati personali relativi a clienti censiti nei sistemi di un fornitore terzo», si legge nel comunicato ufficiale di Infocert, dal 2015 accreditata presso l’Agenzia per l’Italia digitale come gestore d’identità digitale e, appunto, tra i provider dello Spid (circa 1,8 milioni quelli attivi), noto sistema di accesso con identità digitale di cui si serve la pubblica amministrazione.
Il cyberattacco è stato rilevato lo scorso 27 dicembre. Poco dopo, su Breachforums (un forum presente nel dark web in cui vengono scambiate le informazioni rubate), è comparso un messaggio in cui venivano messi in vendita i dati sottratti a Infocert al costo di circa 1.400 euro, con la possibilità di trattare per chi volesse il contenuto in esclusiva. L’autore del furto ha anche pubblicato un post con un campione di quanto sottratto all’azienda, quantificando il bottino in 5,5 milioni di dati esposti, tra cui 1,1 milioni di numeri di telefono e 2,5 milioni di indirizzi email. «I dati sono ancora privati, non sono stati venduti prima d’ora e potete essere i primi compratori», si legge nell’annuncio. Secondo alcune indiscrezioni, a esser stato violato sarebbe un database riguardante le richieste di assistenza dei clienti verso Infocert, gestite però da un servizio terzo.
Indiscrezioni confermate ieri in un’ulteriore nota stampa diffusa dall’azienda, in cui viene ribadito «che la sicurezza e il funzionamento dei servizi Spid, firma digitale e Pec, oltre che di tutti gli altri servizi Infocert, non sono mai stati compromessi dall’illecita sottrazione di dati», che avrebbe invece «interessato i sistemi di un fornitore esterno, che gestisce una piattaforma di assistenza clienti utilizzata» dal customer care della società. «I dati interessati», continua, «sono limitati a quelli necessari per evadere le richieste di assistenza inviate dai clienti mediante il sistema di ticketing. Possiamo quindi confermare che, a oggi, contrariamente a quanto riportato da alcune fonti non ufficiali online, non è stata in alcun modo compromessa l’operatività, la sicurezza e l’integrità dei servizi di Infocert». «Sono ancora in corso analisi tecniche», conclude il comunicato, «che stiamo svolgendo con il massimo grado di approfondimento e insieme al nostro fornitore; contemporaneamente, stiamo procedendo con le opportune denunce e notifiche alle autorità competenti. Continueremo ovviamente a monitorare la situazione con la massima attenzione e a fornire aggiornamenti tempestivi ai nostri clienti».
Benché non siano stati violati i sistemi di accesso con identità digitale, ed è fondamentale sottolinearlo, a preoccupare alcuni addetti ai lavori è il modo in cui potrebbero essere usati i dati sottratti. Attraverso di essi, infatti, potrebbe essere più facile, per gli autori delle cybertruffe, inviare messaggi credibili alle loro vittime, convincendole a cliccare su link pericolosi o a fornire informazioni personali. Si tratta di truffe note come phishing, tipicamente via email, smishing (via sms) e vishing (via chiamata vocale). Secondo l’ultimo report della polizia postale relativo al 2023, le frodi informatiche sono salite del 15% rispetto al 2022, con 917 denunce e oltre 40 milioni di euro sottratti, di cui 19 milioni appartenenti a grandi, medie e piccole imprese italiane.
Quello che ha interessato Infocert, d’altra parte, non è l’unico attacco hacker degli ultimi giorni. Sabato, infatti, il gruppo hacker NoName ha colpito i siti degli aeroporti milanesi di Malpensa e Linate (gestiti dalla Sea) e il sito del ministero degli Esteri mediante un attacco Ddos (Distributed denial of service), ossia un’azione informatica che mira a paralizzare una rete incrementando in maniera massiccia il traffico di dati. «I russofobi italiani ottengono una meritata risposta informatica», ha scritto il collettivo hacker rivendicando l’attacco, che tuttavia non ha arrecato problemi all’operatività degli scali.
«I terroristi possono trasformare in armi i nostri oggetti connessi»
Alessandro Curioni è fondatore e presidente di Di.Gi. academy, azienda specializzata in cybersecurity, docente all’Università Cattolica e giornalista. Una voce autorevole a cui la Verità ha chiesto di commentare quanto accaduto nel caso Infocert, a partire dalle rassicurazioni dell’azienda sul fatto che sono stati sottratti dati soltanto da fornitori terzi e che nessuna compromissione ha riguardato gli Spid. «L’informazione è attendibile, è probabile che sia successo esattamente questo», ha commentato, «considerando che oggi la più grande preoccupazione riguarda proprio gli attacchi alla supply chain, cioè alla filiera dei fornitori, che è sempre più complessa, sempre più interconnessa e sempre più lunga. Non è un caso che le ultime normative europee, la Nis2, e il regolamento Dora per il sistema finanziario stressino molto il vincolo di questi soggetti a vigilare sulla loro filiera dei fornitori».
Professore, i clienti che leggono la notizia possono dunque stare tranquilli?
«Stare tranquilli è diverso. Gran parte delle truffe online ai danni delle persone sono proprio basate sulla credibilità dei messaggi che vengono inviati. Se io ho esfiltrato il suo numero di telefono, il suo nome e cognome, il suo indirizzo di posta elettronica, il suo codice fiscale e so che lei riceve dei servizi da Infocert, capisce che sono già in grado di mandarle un messaggio che a lei risulterà molto credibile? Se poi metto insieme altre informazioni, che magari arrivano da profili pubblici in rete o da altri data breach, io di lei posso saperne non dico quanto lei, ma poco ci manca».
Quel genere di informazioni sottratte, numeri di telefono e indirizzi email, non sono già di per sé molto facili da rinvenire online, ormai?
«Non sempre, e magari non in forma così strutturata. Qui si parla di milioni di identità, ognuna con associato il suo numero di telefono, la sua email e il suo codice fiscale. Poniamo per esempio che il signor Mario Rossi si sia registrato a Infocert con l’email aziendale: io so che ha un certo codice fiscale, che ha uno Spid, un certo numero di telefono e l’azienda in cui lavora. E allora io posso cercare di carpire, con un’email fatta particolarmente bene, la sua utenza e la sua password. Oppure posso fare delle semplici campagne di phishing: se invio email a 5 milioni e mezzo di persone, per bieca statistica, vogliamo che un paio di loro non ci caschino?».
Come interpretare la corsa alla digitalizzazione alla luce dei recenti attacchi hacker?
«La corsa alla digitalizzazione, in generale, ha lasciato indietro la sicurezza. Un po’ come quando motorizzarono il mondo e le auto montavano i freni delle biciclette. C’erano poche auto, non c’era bisogno di una patente, era tutto un po’ avventuroso. Ora, finché si è in pochi funziona, ma si provi a immaginare oggi un’auto progettata nei primi del Novecento che circola sulle nostre strade: la possibilità di sopravvivenza di quell’autista è prossima allo zero. Ecco, con la digitalizzazione abbiamo fatto un’operazione simile: abbiamo spinto al massimo sulla tecnologia senza immaginare che avesse bisogno di freni, di sistemi di sicurezza. Di conseguenza, noi non solo ci stiamo trascinando dietro un pregresso che conta milioni di sistemi obsoleti, vecchi, con misure di sicurezza inadeguate, un sacco di vulnerabilità, ma ci stiamo anche costruendo sopra. Magari con sistemi più sicuri, ma purtroppo la sicurezza del sistema nel suo complesso dipende dall’anello più debole della catena: la catena è forte tanto quanto il suo anello più debole».
Sarebbe il caso di rallentare un attimo, quindi?
«Potrebbe non essere un’idea sbagliata. La mia grande preoccupazione, al di là delle truffe, è se qualcuno dovesse avere la malsana idea di colpire oggetti. Oggi un’auto è molto più digitalizzata e connessa del nostro smartphone. Le nostre caldaie sono tutte smart, e così frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie: oggetti che possono anche esplodere».
Qui siamo nell’ordine del terrorismo…
«Siamo in quell’ordine lì. Ci vorrebbe uno Stato garante, ma il problema è che l’Europa tecnologicamente è un moscerino, privo di un operatore che controlli una tecnologia dominante».
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Secondo Infocert, però, credenziali e password sensibili sono al sicuro: sarebbero stati violati i sistemi di un fornitore terzo. Diffusi sul dark web nomi, numeri di telefono ed email dei clienti. Timori di un aumento di cybertruffe a privati e imprese.L’esperto Alessandro Curioni: «Sicurezza lasciata indietro. L’Europa tecnologicamente è un moscerino».Lo speciale contiene due articoli.Si parla di 5 milioni di dati rubati - inclusi nomi, cognomi, indirizzi email, codici fiscali e numeri di cellulare - e messi in vendita sul dark web. L’attacco informatico agli onori delle cronache nelle ultime ore ha interessato Infocert, azienda parte del gruppo Tinexta e leader europeo nel campo della certificazione digitale, ma nello specifico ha preso di mira un fornitore terzo dell’azienda. La società madre ha assicurato i suoi clienti sul fatto che «nessuna credenziale di accesso o password di accesso agli stessi è stata compromessa», ossia che, contrariamente ad alcune voci, nessuno Spid è stato violato. «È stata rilevata la pubblicazione non autorizzata di dati personali relativi a clienti censiti nei sistemi di un fornitore terzo», si legge nel comunicato ufficiale di Infocert, dal 2015 accreditata presso l’Agenzia per l’Italia digitale come gestore d’identità digitale e, appunto, tra i provider dello Spid (circa 1,8 milioni quelli attivi), noto sistema di accesso con identità digitale di cui si serve la pubblica amministrazione. Il cyberattacco è stato rilevato lo scorso 27 dicembre. Poco dopo, su Breachforums (un forum presente nel dark web in cui vengono scambiate le informazioni rubate), è comparso un messaggio in cui venivano messi in vendita i dati sottratti a Infocert al costo di circa 1.400 euro, con la possibilità di trattare per chi volesse il contenuto in esclusiva. L’autore del furto ha anche pubblicato un post con un campione di quanto sottratto all’azienda, quantificando il bottino in 5,5 milioni di dati esposti, tra cui 1,1 milioni di numeri di telefono e 2,5 milioni di indirizzi email. «I dati sono ancora privati, non sono stati venduti prima d’ora e potete essere i primi compratori», si legge nell’annuncio. Secondo alcune indiscrezioni, a esser stato violato sarebbe un database riguardante le richieste di assistenza dei clienti verso Infocert, gestite però da un servizio terzo. Indiscrezioni confermate ieri in un’ulteriore nota stampa diffusa dall’azienda, in cui viene ribadito «che la sicurezza e il funzionamento dei servizi Spid, firma digitale e Pec, oltre che di tutti gli altri servizi Infocert, non sono mai stati compromessi dall’illecita sottrazione di dati», che avrebbe invece «interessato i sistemi di un fornitore esterno, che gestisce una piattaforma di assistenza clienti utilizzata» dal customer care della società. «I dati interessati», continua, «sono limitati a quelli necessari per evadere le richieste di assistenza inviate dai clienti mediante il sistema di ticketing. Possiamo quindi confermare che, a oggi, contrariamente a quanto riportato da alcune fonti non ufficiali online, non è stata in alcun modo compromessa l’operatività, la sicurezza e l’integrità dei servizi di Infocert». «Sono ancora in corso analisi tecniche», conclude il comunicato, «che stiamo svolgendo con il massimo grado di approfondimento e insieme al nostro fornitore; contemporaneamente, stiamo procedendo con le opportune denunce e notifiche alle autorità competenti. Continueremo ovviamente a monitorare la situazione con la massima attenzione e a fornire aggiornamenti tempestivi ai nostri clienti».Benché non siano stati violati i sistemi di accesso con identità digitale, ed è fondamentale sottolinearlo, a preoccupare alcuni addetti ai lavori è il modo in cui potrebbero essere usati i dati sottratti. Attraverso di essi, infatti, potrebbe essere più facile, per gli autori delle cybertruffe, inviare messaggi credibili alle loro vittime, convincendole a cliccare su link pericolosi o a fornire informazioni personali. Si tratta di truffe note come phishing, tipicamente via email, smishing (via sms) e vishing (via chiamata vocale). Secondo l’ultimo report della polizia postale relativo al 2023, le frodi informatiche sono salite del 15% rispetto al 2022, con 917 denunce e oltre 40 milioni di euro sottratti, di cui 19 milioni appartenenti a grandi, medie e piccole imprese italiane.Quello che ha interessato Infocert, d’altra parte, non è l’unico attacco hacker degli ultimi giorni. Sabato, infatti, il gruppo hacker NoName ha colpito i siti degli aeroporti milanesi di Malpensa e Linate (gestiti dalla Sea) e il sito del ministero degli Esteri mediante un attacco Ddos (Distributed denial of service), ossia un’azione informatica che mira a paralizzare una rete incrementando in maniera massiccia il traffico di dati. «I russofobi italiani ottengono una meritata risposta informatica», ha scritto il collettivo hacker rivendicando l’attacco, che tuttavia non ha arrecato problemi all’operatività degli scali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hacker-rubati-milioni-dati-spid-2670702925.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-terroristi-possono-trasformare-in-armi-i-nostri-oggetti-connessi" data-post-id="2670702925" data-published-at="1735591668" data-use-pagination="False"> «I terroristi possono trasformare in armi i nostri oggetti connessi» Alessandro Curioni è fondatore e presidente di Di.Gi. academy, azienda specializzata in cybersecurity, docente all’Università Cattolica e giornalista. Una voce autorevole a cui la Verità ha chiesto di commentare quanto accaduto nel caso Infocert, a partire dalle rassicurazioni dell’azienda sul fatto che sono stati sottratti dati soltanto da fornitori terzi e che nessuna compromissione ha riguardato gli Spid. «L’informazione è attendibile, è probabile che sia successo esattamente questo», ha commentato, «considerando che oggi la più grande preoccupazione riguarda proprio gli attacchi alla supply chain, cioè alla filiera dei fornitori, che è sempre più complessa, sempre più interconnessa e sempre più lunga. Non è un caso che le ultime normative europee, la Nis2, e il regolamento Dora per il sistema finanziario stressino molto il vincolo di questi soggetti a vigilare sulla loro filiera dei fornitori». Professore, i clienti che leggono la notizia possono dunque stare tranquilli? «Stare tranquilli è diverso. Gran parte delle truffe online ai danni delle persone sono proprio basate sulla credibilità dei messaggi che vengono inviati. Se io ho esfiltrato il suo numero di telefono, il suo nome e cognome, il suo indirizzo di posta elettronica, il suo codice fiscale e so che lei riceve dei servizi da Infocert, capisce che sono già in grado di mandarle un messaggio che a lei risulterà molto credibile? Se poi metto insieme altre informazioni, che magari arrivano da profili pubblici in rete o da altri data breach, io di lei posso saperne non dico quanto lei, ma poco ci manca». Quel genere di informazioni sottratte, numeri di telefono e indirizzi email, non sono già di per sé molto facili da rinvenire online, ormai? «Non sempre, e magari non in forma così strutturata. Qui si parla di milioni di identità, ognuna con associato il suo numero di telefono, la sua email e il suo codice fiscale. Poniamo per esempio che il signor Mario Rossi si sia registrato a Infocert con l’email aziendale: io so che ha un certo codice fiscale, che ha uno Spid, un certo numero di telefono e l’azienda in cui lavora. E allora io posso cercare di carpire, con un’email fatta particolarmente bene, la sua utenza e la sua password. Oppure posso fare delle semplici campagne di phishing: se invio email a 5 milioni e mezzo di persone, per bieca statistica, vogliamo che un paio di loro non ci caschino?». Come interpretare la corsa alla digitalizzazione alla luce dei recenti attacchi hacker? «La corsa alla digitalizzazione, in generale, ha lasciato indietro la sicurezza. Un po’ come quando motorizzarono il mondo e le auto montavano i freni delle biciclette. C’erano poche auto, non c’era bisogno di una patente, era tutto un po’ avventuroso. Ora, finché si è in pochi funziona, ma si provi a immaginare oggi un’auto progettata nei primi del Novecento che circola sulle nostre strade: la possibilità di sopravvivenza di quell’autista è prossima allo zero. Ecco, con la digitalizzazione abbiamo fatto un’operazione simile: abbiamo spinto al massimo sulla tecnologia senza immaginare che avesse bisogno di freni, di sistemi di sicurezza. Di conseguenza, noi non solo ci stiamo trascinando dietro un pregresso che conta milioni di sistemi obsoleti, vecchi, con misure di sicurezza inadeguate, un sacco di vulnerabilità, ma ci stiamo anche costruendo sopra. Magari con sistemi più sicuri, ma purtroppo la sicurezza del sistema nel suo complesso dipende dall’anello più debole della catena: la catena è forte tanto quanto il suo anello più debole». Sarebbe il caso di rallentare un attimo, quindi? «Potrebbe non essere un’idea sbagliata. La mia grande preoccupazione, al di là delle truffe, è se qualcuno dovesse avere la malsana idea di colpire oggetti. Oggi un’auto è molto più digitalizzata e connessa del nostro smartphone. Le nostre caldaie sono tutte smart, e così frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie: oggetti che possono anche esplodere». Qui siamo nell’ordine del terrorismo… «Siamo in quell’ordine lì. Ci vorrebbe uno Stato garante, ma il problema è che l’Europa tecnologicamente è un moscerino, privo di un operatore che controlli una tecnologia dominante».
Roberto Massucci (Imagoeconomica)
«Negli arresti effettuati, che spesso riguardano sempre le stesse persone immigrate, l’anello mancante per comprendere il fenomeno è rappresentato dalla mancata integrazione». Una situazione che può trasformarsi in «una sorta di costrizione al reato». Mentre pronuncia queste parole riferendosi alle periferie della Capitale, il questore di Roma Roberto Massucci ha davanti una platea di addetti ai lavori.
Quella di un convegno organizzato dal Siulp dal titolo «Roma, immigrazione e sicurezza integrata». A riferire le parole del questore è una nota del sindacato di polizia. «Quella della immigrazione», ha spiegato Masucci, «è una questione molto delicata e con molti attori in campo. La polizia di Stato ha le sue peculiarità ed una esclusività di funzione che debbono però trovare la giusta corrispondenza in termini operativi ed economici».
Poi ha evidenziato l’impegno degli agenti che operano sul territorio: «Dietro al fenomeno migratorio l’aspetto umano è preponderante e i colleghi dietro alla gestione di tale fenomeno hanno una professionalità invidiabile». Ma non basta, per Massucci «l’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata» anche «da strategie di visione e correzione strutturale».
Poche ore prima, altra location, in pieno centro città, quella del seminario tecnico «Sicurezza urbana: innovazione, infrastrutture e partenariato pubblico-privato per le città del futuro», promosso nella capitale dall’Ordine degli ingegneri della Provincia di Roma e dall’Ordine degli architetti Ppc di Roma e provincia e dedicato al contributo di istituzioni, professionisti e imprese per la sicurezza delle città. È sempre Massucci che parla, ancora una volta a dei tecnici. E il concetto che il questore porta avanti è quello della necessità di «un’operazione di sartoria sociale». Ovvero «un filo che unisce azioni convergenti per rivedere la sicurezza sul territorio». Perché, spiega ancora il questore, «la psicologia sociale ci insegna che l’ambiente impatta significativamente sul comportamento delle persone».
Come noto, il cuore del problema, nella Capitale, pulsa nelle zone più lontane dal centro. Non a caso Massucci indica proprio quelle come il punto nevralgico da affrontare: «Partire dalle periferie è la precondizione principale per la sicurezza di una grande collettività come quella romana».
Del resto, i numeri che emergono dalle attività della Polizia di Stato a Roma raccontano una pressione costante. Dall’inizio del 2026 (fino ad aprile) nelle aree periferiche sono state controllate 9.606 persone, con 223 accompagnamenti negli uffici di polizia. Gli arrestati sono 179, mentre 175 persone risultano indagate in stato di libertà. E sul fronte dell’immigrazione il lavoro legato alla sicurezza non è mancato: si contano 25 espulsioni amministrative e dieci trattenimenti nei Centri per il rimpatrio.
Per Massucci però gli agenti non possono fare tutto da soli: «L’azione delle forze dell’ordine deve essere supportata da strategie di visione e correzione strutturale, attivando un percorso di miglioramento continuo per la sicurezza di tutti».
Secondo il questore, il tema della sicurezza richiede un approccio integrato e il coinvolgimento di competenze diverse. «Le collaborazioni con gli ordini professionali, che apportano il proprio know-how tecnico, sono fondamentali», ha sottolineato Massucci, che poi ha richiamato anche il rapporto tra qualità degli spazi urbani e comportamenti sociali.
L’appello del questore ai tecnici presenti nella sala ubicata nella centralissima piazza della Repubblica arriva mentre le forze dell’ordine continuano a concentrare uomini e mezzi nei quadranti più difficili della città. Il Municipio VI delle Torri è il simbolo di questa emergenza. Territorio molto vasto e il più alto tasso di criminalità, compresa la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca, la più grande d’Europa. Gli interventi delle Volanti hanno già sfiorato quota 12.000. Ma le mappe della criminalità portano sempre nelle stesse aree: Casilino, Prenestino e Fidene sono i commissariati che registrano il maggior numero di sequestri di droga. Lo spaccio continua a essere il principale motore economico delle attività illegali. E in molti quartieri l’attività al dettaglio è nelle mani di immigrati. Nel 2026 sono già stati sequestrati 61 chili di sostanze stupefacenti, 14 dei quali di cocaina. Dove gira droga, gira anche molto denaro. Nei primi mesi dell’anno la polizia ha sequestrato oltre 1 milione di euro nelle periferie, contro i 256.266 euro complessivamente sequestrati nell’intero 2025. E accanto ai soldi spuntano anche le armi.
Dall’inizio dell’anno nelle periferie romane ne sono state sequestrate 52, oltre a cinque sequestri di munizioni. Numeri che fotografano quartieri dove il controllo del territorio passa spesso attraverso l’intimidazione e la disponibilità di strumenti offensivi. La Questura, per contrastare il fenomeno, ha rafforzato la presenza di agenti sul territorio. I sette commissariati dell’anello periferico ora hanno 139 agenti in più rispetto allo scorso anno, raggiungendo un organico complessivo di 624 poliziotti. Il Casilino guida la graduatoria con 112 unità, seguito da Fidene-Serpentara e Prenestino. Ed è proprio in quell’intreccio tra degrado urbano, esclusione sociale, immigrazione irregolare e criminalità che Roma continua a giocarsi una delle sue partite più difficili. Ma dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo: «Negli ultimi due anni abbiamo registrato una diminuzione dei reati del 23 per cento», ha detto ancora Massucci. Ma le periferie restano un tema delicatissimo.
Preso un jihadista 16enne a Bologna. Voleva colpire giudici e giornalisti
Aveva in casa materiale suprematista, di propaganda jihadista e manuali per la fabbricazione di armi il sedicenne residente in provincia di Bologna arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Durante l’operazione, svolta con il supporto della Digos di Bologna e il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, è stata eseguita una perquisizione personale, domiciliare e informatica, su decreto della Procura presso il tribunale per i minorenni di Bologna. Le indagini sono iniziate nell’autunno 2025 nell’ambito del monitoraggio dei canali di estrazione suprematista e hanno portato al ritrovamento del materiale sequestrato al ragazzo.
Come già avvenuto in altri casi simili che vedevano coinvolti altri adolescenti, le indagini evidenzierebbero un pericoloso intreccio tra contenuti riconducibili all’estremismo suprematista e alla propaganda jihadista. Si tratta di un fenomeno che gli specialisti del contrasto al terrorismo definiscono «white jihad», una convergenza di ideologie teoricamente distanti e incompatibili, ma che trovano un punto di congiunzione nella comune esaltazione della violenza quale strumento di affermazione ideologica. Nella prima fase le indagini sul canale Web che hanno portato a identificare nel sedicenne l’utilizzatore dell’account, erano coordinate dalla Procura distrettuale di Venezia. La Digos di Verona, durante un monitoraggio di routine dei canali di comunicazione di estrazione suprematista, aveva puntato i riflettori su un utente che aveva pubblicato online manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti e un elenco numerato di suggerimenti utili a garantire l’anonimato sul Web. La scoperta della residenza dell’indagato nel bolognese ha poi portato al trasferimento del fascicolo alla Procura per i minorenni del capoluogo emiliano.
Nel corso della perquisizione nell’abitazione dell’adolescente arrestato sono stati rinvenuti fogli in formato A4 con disegni, simboli ed emblemi riconducibili all’ideologia suprematista, e una pagina dattiloscritta con indicazioni per la realizzazione di un giubbotto antiproiettile artigianale. Inoltre, sullo smartphone del ragazzo è stato trovato altro materiale di propaganda suprematista e jihadista, manuali per la fabbricazione di armi artigianali, uno per la costruzione di una pistola, un testo tradotto dal cirillico contenente indicazioni su sostanze chimiche aggressive e un manuale per il confezionamento di ordigni artigianali.
C’era anche il video integrale dell’attentato terroristico compiuto a Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019, corredato da messaggi nei quali l’autore della strage, che aveva provocato 51 vittime, veniva indicato come modello da emulare. Le conversazioni rilevate dagli investigatori, hanno fatto emergere anche propositi di ricostituzione di organizzazioni clandestine sul territorio nazionale, riferimenti all’utilizzo di armi artigianali e all’ipotesi di possibili azioni violente nei confronti di categorie come «magistrati e giornalisti influenti». Il sedicenne è stato arrestato in flagranza di reato ed è stato trasferito presso una comunità di prima accoglienza ad Ancona. L’arresto del ragazzo è stato convalidato dall’autorità giudiziaria che nei confronti del giovane ha applicato, per la durata di due mesi, il divieto di utilizzare dispositivi elettronici e di accedere a internet, e il divieto di ricercare o detenere materiale riconducibile a ideologie eversive o terroristiche.
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Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Cisse Camara, 42 anni, è deceduto al San Martino dove era ricoverato in rianimazione dopo il fermo per l’omicidio del senzatetto Pietro Alberto Paolo Signor, conosciuto come Pedro, ucciso nel parco genovese. L’uomo non è mai stato interrogato e il movente resta senza risposta.
È morto all’ospedale Policlinico San Martino Cisse Camara, il 42enne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, il senzatetto conosciuto come Pedro, ucciso il 30 maggio nel parco di Villetta di Negro, nel pieno centro di Genova.
Il decesso è avvenuto nel reparto di Rianimazione M3 del Monoblocco, dove l’uomo era ricoverato da giorni in condizioni critiche a causa di una polmonite e altre patologie. Intubato e sedato, Camara non si è mai ripreso dal peggioramento clinico seguito al fermo dei carabinieri e al successivo ricovero d’urgenza. Nelle ultime ore le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate fino alla morte.
Con la sua scomparsa si chiude anche la possibilità di ottenere da lui una versione dei fatti sull’omicidio. Il senegalese non è mai stato interrogato.
La vicenda era stata ricostruita nei giorni successivi al delitto attraverso le immagini di videosorveglianza e le prime testimonianze raccolte dagli investigatori. Vittima e aggressore si conoscevano e risultano insieme nelle ore precedenti all’omicidio, entrati nel parco all’alba senza apparenti segni di tensione. Poi la lite, improvvisa, degenerata in violenza. Signor viene colpito più volte al volto e al collo con un oggetto contundente, verosimilmente un coccio di bottiglia. Successivamente il corpo viene legato e trascinato all’interno dell’area verde. Una scena notata da una passante che ha dato l’allarme al 112, consentendo l’intervento immediato dei carabinieri. Quando i militari arrivano sul posto, trovano Camara ancora nei pressi del corpo. L’uomo viene bloccato dopo una fase concitata, durante la quale avrebbe opposto resistenza e tentato di aggredire gli stessi militari. Pochi minuti dopo viene trasferito all’ospedale San Martino per un grave stato di agitazione e un quadro clinico compromesso. Le condizioni di salute dell’uomo erano poi rapidamente peggiorate fino al ricovero in rianimazione. Le ipotesi investigative avevano richiamato un possibile stato di alterazione da stupefacenti, ma le cause precise del crollo clinico non sono mai state definitivamente chiarite.
Camara era in Italia da anni e la sua posizione amministrativa risultava irregolare dopo la mancata concessione della protezione internazionale e la successiva evoluzione del contenzioso giudiziario. Nel corso del tempo aveva accumulato diverse denunce e precedenti di polizia, mentre la sua permanenza sul territorio non era stata accompagnata da un provvedimento di espulsione eseguito. L’omicidio di Pietro Signor aveva aperto un ulteriore fronte di indagine su una vicenda già segnata da degrado sociale e marginalità estrema. La vittima, senza fissa dimora, era conosciuta nel quartiere per la sua presenza stabile nell’area della Villetta, dove trascorreva le giornate.
Con la morte dell’indagato, l’inchiesta prosegue ora sulla base degli elementi raccolti: rilievi, testimonianze e immagini di videosorveglianza. Ma il nodo del movente, già rimasto irrisolto nei giorni immediatamente successivi al delitto, resta senza una risposta diretta. Una vicenda che si chiude in ospedale, senza interrogatori e senza una versione definitiva di ciò che è accaduto nelle ore precedenti all'omicidio.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
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Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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