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2024-12-31
Hacker, rubati 5 milioni di dati al gestore Spid
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Si parla di 5 milioni di dati rubati - inclusi nomi, cognomi, indirizzi email, codici fiscali e numeri di cellulare - e messi in vendita sul dark web. L’attacco informatico agli onori delle cronache nelle ultime ore ha interessato Infocert, azienda parte del gruppo Tinexta e leader europeo nel campo della certificazione digitale, ma nello specifico ha preso di mira un fornitore terzo dell’azienda. La società madre ha assicurato i suoi clienti sul fatto che «nessuna credenziale di accesso o password di accesso agli stessi è stata compromessa», ossia che, contrariamente ad alcune voci, nessuno Spid è stato violato. «È stata rilevata la pubblicazione non autorizzata di dati personali relativi a clienti censiti nei sistemi di un fornitore terzo», si legge nel comunicato ufficiale di Infocert, dal 2015 accreditata presso l’Agenzia per l’Italia digitale come gestore d’identità digitale e, appunto, tra i provider dello Spid (circa 1,8 milioni quelli attivi), noto sistema di accesso con identità digitale di cui si serve la pubblica amministrazione.
Il cyberattacco è stato rilevato lo scorso 27 dicembre. Poco dopo, su Breachforums (un forum presente nel dark web in cui vengono scambiate le informazioni rubate), è comparso un messaggio in cui venivano messi in vendita i dati sottratti a Infocert al costo di circa 1.400 euro, con la possibilità di trattare per chi volesse il contenuto in esclusiva. L’autore del furto ha anche pubblicato un post con un campione di quanto sottratto all’azienda, quantificando il bottino in 5,5 milioni di dati esposti, tra cui 1,1 milioni di numeri di telefono e 2,5 milioni di indirizzi email. «I dati sono ancora privati, non sono stati venduti prima d’ora e potete essere i primi compratori», si legge nell’annuncio. Secondo alcune indiscrezioni, a esser stato violato sarebbe un database riguardante le richieste di assistenza dei clienti verso Infocert, gestite però da un servizio terzo.
Indiscrezioni confermate ieri in un’ulteriore nota stampa diffusa dall’azienda, in cui viene ribadito «che la sicurezza e il funzionamento dei servizi Spid, firma digitale e Pec, oltre che di tutti gli altri servizi Infocert, non sono mai stati compromessi dall’illecita sottrazione di dati», che avrebbe invece «interessato i sistemi di un fornitore esterno, che gestisce una piattaforma di assistenza clienti utilizzata» dal customer care della società. «I dati interessati», continua, «sono limitati a quelli necessari per evadere le richieste di assistenza inviate dai clienti mediante il sistema di ticketing. Possiamo quindi confermare che, a oggi, contrariamente a quanto riportato da alcune fonti non ufficiali online, non è stata in alcun modo compromessa l’operatività, la sicurezza e l’integrità dei servizi di Infocert». «Sono ancora in corso analisi tecniche», conclude il comunicato, «che stiamo svolgendo con il massimo grado di approfondimento e insieme al nostro fornitore; contemporaneamente, stiamo procedendo con le opportune denunce e notifiche alle autorità competenti. Continueremo ovviamente a monitorare la situazione con la massima attenzione e a fornire aggiornamenti tempestivi ai nostri clienti».
Benché non siano stati violati i sistemi di accesso con identità digitale, ed è fondamentale sottolinearlo, a preoccupare alcuni addetti ai lavori è il modo in cui potrebbero essere usati i dati sottratti. Attraverso di essi, infatti, potrebbe essere più facile, per gli autori delle cybertruffe, inviare messaggi credibili alle loro vittime, convincendole a cliccare su link pericolosi o a fornire informazioni personali. Si tratta di truffe note come phishing, tipicamente via email, smishing (via sms) e vishing (via chiamata vocale). Secondo l’ultimo report della polizia postale relativo al 2023, le frodi informatiche sono salite del 15% rispetto al 2022, con 917 denunce e oltre 40 milioni di euro sottratti, di cui 19 milioni appartenenti a grandi, medie e piccole imprese italiane.
Quello che ha interessato Infocert, d’altra parte, non è l’unico attacco hacker degli ultimi giorni. Sabato, infatti, il gruppo hacker NoName ha colpito i siti degli aeroporti milanesi di Malpensa e Linate (gestiti dalla Sea) e il sito del ministero degli Esteri mediante un attacco Ddos (Distributed denial of service), ossia un’azione informatica che mira a paralizzare una rete incrementando in maniera massiccia il traffico di dati. «I russofobi italiani ottengono una meritata risposta informatica», ha scritto il collettivo hacker rivendicando l’attacco, che tuttavia non ha arrecato problemi all’operatività degli scali.
«I terroristi possono trasformare in armi i nostri oggetti connessi»
Alessandro Curioni è fondatore e presidente di Di.Gi. academy, azienda specializzata in cybersecurity, docente all’Università Cattolica e giornalista. Una voce autorevole a cui la Verità ha chiesto di commentare quanto accaduto nel caso Infocert, a partire dalle rassicurazioni dell’azienda sul fatto che sono stati sottratti dati soltanto da fornitori terzi e che nessuna compromissione ha riguardato gli Spid. «L’informazione è attendibile, è probabile che sia successo esattamente questo», ha commentato, «considerando che oggi la più grande preoccupazione riguarda proprio gli attacchi alla supply chain, cioè alla filiera dei fornitori, che è sempre più complessa, sempre più interconnessa e sempre più lunga. Non è un caso che le ultime normative europee, la Nis2, e il regolamento Dora per il sistema finanziario stressino molto il vincolo di questi soggetti a vigilare sulla loro filiera dei fornitori».
Professore, i clienti che leggono la notizia possono dunque stare tranquilli?
«Stare tranquilli è diverso. Gran parte delle truffe online ai danni delle persone sono proprio basate sulla credibilità dei messaggi che vengono inviati. Se io ho esfiltrato il suo numero di telefono, il suo nome e cognome, il suo indirizzo di posta elettronica, il suo codice fiscale e so che lei riceve dei servizi da Infocert, capisce che sono già in grado di mandarle un messaggio che a lei risulterà molto credibile? Se poi metto insieme altre informazioni, che magari arrivano da profili pubblici in rete o da altri data breach, io di lei posso saperne non dico quanto lei, ma poco ci manca».
Quel genere di informazioni sottratte, numeri di telefono e indirizzi email, non sono già di per sé molto facili da rinvenire online, ormai?
«Non sempre, e magari non in forma così strutturata. Qui si parla di milioni di identità, ognuna con associato il suo numero di telefono, la sua email e il suo codice fiscale. Poniamo per esempio che il signor Mario Rossi si sia registrato a Infocert con l’email aziendale: io so che ha un certo codice fiscale, che ha uno Spid, un certo numero di telefono e l’azienda in cui lavora. E allora io posso cercare di carpire, con un’email fatta particolarmente bene, la sua utenza e la sua password. Oppure posso fare delle semplici campagne di phishing: se invio email a 5 milioni e mezzo di persone, per bieca statistica, vogliamo che un paio di loro non ci caschino?».
Come interpretare la corsa alla digitalizzazione alla luce dei recenti attacchi hacker?
«La corsa alla digitalizzazione, in generale, ha lasciato indietro la sicurezza. Un po’ come quando motorizzarono il mondo e le auto montavano i freni delle biciclette. C’erano poche auto, non c’era bisogno di una patente, era tutto un po’ avventuroso. Ora, finché si è in pochi funziona, ma si provi a immaginare oggi un’auto progettata nei primi del Novecento che circola sulle nostre strade: la possibilità di sopravvivenza di quell’autista è prossima allo zero. Ecco, con la digitalizzazione abbiamo fatto un’operazione simile: abbiamo spinto al massimo sulla tecnologia senza immaginare che avesse bisogno di freni, di sistemi di sicurezza. Di conseguenza, noi non solo ci stiamo trascinando dietro un pregresso che conta milioni di sistemi obsoleti, vecchi, con misure di sicurezza inadeguate, un sacco di vulnerabilità, ma ci stiamo anche costruendo sopra. Magari con sistemi più sicuri, ma purtroppo la sicurezza del sistema nel suo complesso dipende dall’anello più debole della catena: la catena è forte tanto quanto il suo anello più debole».
Sarebbe il caso di rallentare un attimo, quindi?
«Potrebbe non essere un’idea sbagliata. La mia grande preoccupazione, al di là delle truffe, è se qualcuno dovesse avere la malsana idea di colpire oggetti. Oggi un’auto è molto più digitalizzata e connessa del nostro smartphone. Le nostre caldaie sono tutte smart, e così frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie: oggetti che possono anche esplodere».
Qui siamo nell’ordine del terrorismo…
«Siamo in quell’ordine lì. Ci vorrebbe uno Stato garante, ma il problema è che l’Europa tecnologicamente è un moscerino, privo di un operatore che controlli una tecnologia dominante».
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Secondo Infocert, però, credenziali e password sensibili sono al sicuro: sarebbero stati violati i sistemi di un fornitore terzo. Diffusi sul dark web nomi, numeri di telefono ed email dei clienti. Timori di un aumento di cybertruffe a privati e imprese.L’esperto Alessandro Curioni: «Sicurezza lasciata indietro. L’Europa tecnologicamente è un moscerino».Lo speciale contiene due articoli.Si parla di 5 milioni di dati rubati - inclusi nomi, cognomi, indirizzi email, codici fiscali e numeri di cellulare - e messi in vendita sul dark web. L’attacco informatico agli onori delle cronache nelle ultime ore ha interessato Infocert, azienda parte del gruppo Tinexta e leader europeo nel campo della certificazione digitale, ma nello specifico ha preso di mira un fornitore terzo dell’azienda. La società madre ha assicurato i suoi clienti sul fatto che «nessuna credenziale di accesso o password di accesso agli stessi è stata compromessa», ossia che, contrariamente ad alcune voci, nessuno Spid è stato violato. «È stata rilevata la pubblicazione non autorizzata di dati personali relativi a clienti censiti nei sistemi di un fornitore terzo», si legge nel comunicato ufficiale di Infocert, dal 2015 accreditata presso l’Agenzia per l’Italia digitale come gestore d’identità digitale e, appunto, tra i provider dello Spid (circa 1,8 milioni quelli attivi), noto sistema di accesso con identità digitale di cui si serve la pubblica amministrazione. Il cyberattacco è stato rilevato lo scorso 27 dicembre. Poco dopo, su Breachforums (un forum presente nel dark web in cui vengono scambiate le informazioni rubate), è comparso un messaggio in cui venivano messi in vendita i dati sottratti a Infocert al costo di circa 1.400 euro, con la possibilità di trattare per chi volesse il contenuto in esclusiva. L’autore del furto ha anche pubblicato un post con un campione di quanto sottratto all’azienda, quantificando il bottino in 5,5 milioni di dati esposti, tra cui 1,1 milioni di numeri di telefono e 2,5 milioni di indirizzi email. «I dati sono ancora privati, non sono stati venduti prima d’ora e potete essere i primi compratori», si legge nell’annuncio. Secondo alcune indiscrezioni, a esser stato violato sarebbe un database riguardante le richieste di assistenza dei clienti verso Infocert, gestite però da un servizio terzo. Indiscrezioni confermate ieri in un’ulteriore nota stampa diffusa dall’azienda, in cui viene ribadito «che la sicurezza e il funzionamento dei servizi Spid, firma digitale e Pec, oltre che di tutti gli altri servizi Infocert, non sono mai stati compromessi dall’illecita sottrazione di dati», che avrebbe invece «interessato i sistemi di un fornitore esterno, che gestisce una piattaforma di assistenza clienti utilizzata» dal customer care della società. «I dati interessati», continua, «sono limitati a quelli necessari per evadere le richieste di assistenza inviate dai clienti mediante il sistema di ticketing. Possiamo quindi confermare che, a oggi, contrariamente a quanto riportato da alcune fonti non ufficiali online, non è stata in alcun modo compromessa l’operatività, la sicurezza e l’integrità dei servizi di Infocert». «Sono ancora in corso analisi tecniche», conclude il comunicato, «che stiamo svolgendo con il massimo grado di approfondimento e insieme al nostro fornitore; contemporaneamente, stiamo procedendo con le opportune denunce e notifiche alle autorità competenti. Continueremo ovviamente a monitorare la situazione con la massima attenzione e a fornire aggiornamenti tempestivi ai nostri clienti».Benché non siano stati violati i sistemi di accesso con identità digitale, ed è fondamentale sottolinearlo, a preoccupare alcuni addetti ai lavori è il modo in cui potrebbero essere usati i dati sottratti. Attraverso di essi, infatti, potrebbe essere più facile, per gli autori delle cybertruffe, inviare messaggi credibili alle loro vittime, convincendole a cliccare su link pericolosi o a fornire informazioni personali. Si tratta di truffe note come phishing, tipicamente via email, smishing (via sms) e vishing (via chiamata vocale). Secondo l’ultimo report della polizia postale relativo al 2023, le frodi informatiche sono salite del 15% rispetto al 2022, con 917 denunce e oltre 40 milioni di euro sottratti, di cui 19 milioni appartenenti a grandi, medie e piccole imprese italiane.Quello che ha interessato Infocert, d’altra parte, non è l’unico attacco hacker degli ultimi giorni. Sabato, infatti, il gruppo hacker NoName ha colpito i siti degli aeroporti milanesi di Malpensa e Linate (gestiti dalla Sea) e il sito del ministero degli Esteri mediante un attacco Ddos (Distributed denial of service), ossia un’azione informatica che mira a paralizzare una rete incrementando in maniera massiccia il traffico di dati. «I russofobi italiani ottengono una meritata risposta informatica», ha scritto il collettivo hacker rivendicando l’attacco, che tuttavia non ha arrecato problemi all’operatività degli scali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hacker-rubati-milioni-dati-spid-2670702925.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-terroristi-possono-trasformare-in-armi-i-nostri-oggetti-connessi" data-post-id="2670702925" data-published-at="1735591668" data-use-pagination="False"> «I terroristi possono trasformare in armi i nostri oggetti connessi» Alessandro Curioni è fondatore e presidente di Di.Gi. academy, azienda specializzata in cybersecurity, docente all’Università Cattolica e giornalista. Una voce autorevole a cui la Verità ha chiesto di commentare quanto accaduto nel caso Infocert, a partire dalle rassicurazioni dell’azienda sul fatto che sono stati sottratti dati soltanto da fornitori terzi e che nessuna compromissione ha riguardato gli Spid. «L’informazione è attendibile, è probabile che sia successo esattamente questo», ha commentato, «considerando che oggi la più grande preoccupazione riguarda proprio gli attacchi alla supply chain, cioè alla filiera dei fornitori, che è sempre più complessa, sempre più interconnessa e sempre più lunga. Non è un caso che le ultime normative europee, la Nis2, e il regolamento Dora per il sistema finanziario stressino molto il vincolo di questi soggetti a vigilare sulla loro filiera dei fornitori». Professore, i clienti che leggono la notizia possono dunque stare tranquilli? «Stare tranquilli è diverso. Gran parte delle truffe online ai danni delle persone sono proprio basate sulla credibilità dei messaggi che vengono inviati. Se io ho esfiltrato il suo numero di telefono, il suo nome e cognome, il suo indirizzo di posta elettronica, il suo codice fiscale e so che lei riceve dei servizi da Infocert, capisce che sono già in grado di mandarle un messaggio che a lei risulterà molto credibile? Se poi metto insieme altre informazioni, che magari arrivano da profili pubblici in rete o da altri data breach, io di lei posso saperne non dico quanto lei, ma poco ci manca». Quel genere di informazioni sottratte, numeri di telefono e indirizzi email, non sono già di per sé molto facili da rinvenire online, ormai? «Non sempre, e magari non in forma così strutturata. Qui si parla di milioni di identità, ognuna con associato il suo numero di telefono, la sua email e il suo codice fiscale. Poniamo per esempio che il signor Mario Rossi si sia registrato a Infocert con l’email aziendale: io so che ha un certo codice fiscale, che ha uno Spid, un certo numero di telefono e l’azienda in cui lavora. E allora io posso cercare di carpire, con un’email fatta particolarmente bene, la sua utenza e la sua password. Oppure posso fare delle semplici campagne di phishing: se invio email a 5 milioni e mezzo di persone, per bieca statistica, vogliamo che un paio di loro non ci caschino?». Come interpretare la corsa alla digitalizzazione alla luce dei recenti attacchi hacker? «La corsa alla digitalizzazione, in generale, ha lasciato indietro la sicurezza. Un po’ come quando motorizzarono il mondo e le auto montavano i freni delle biciclette. C’erano poche auto, non c’era bisogno di una patente, era tutto un po’ avventuroso. Ora, finché si è in pochi funziona, ma si provi a immaginare oggi un’auto progettata nei primi del Novecento che circola sulle nostre strade: la possibilità di sopravvivenza di quell’autista è prossima allo zero. Ecco, con la digitalizzazione abbiamo fatto un’operazione simile: abbiamo spinto al massimo sulla tecnologia senza immaginare che avesse bisogno di freni, di sistemi di sicurezza. Di conseguenza, noi non solo ci stiamo trascinando dietro un pregresso che conta milioni di sistemi obsoleti, vecchi, con misure di sicurezza inadeguate, un sacco di vulnerabilità, ma ci stiamo anche costruendo sopra. Magari con sistemi più sicuri, ma purtroppo la sicurezza del sistema nel suo complesso dipende dall’anello più debole della catena: la catena è forte tanto quanto il suo anello più debole». Sarebbe il caso di rallentare un attimo, quindi? «Potrebbe non essere un’idea sbagliata. La mia grande preoccupazione, al di là delle truffe, è se qualcuno dovesse avere la malsana idea di colpire oggetti. Oggi un’auto è molto più digitalizzata e connessa del nostro smartphone. Le nostre caldaie sono tutte smart, e così frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie: oggetti che possono anche esplodere». Qui siamo nell’ordine del terrorismo… «Siamo in quell’ordine lì. Ci vorrebbe uno Stato garante, ma il problema è che l’Europa tecnologicamente è un moscerino, privo di un operatore che controlli una tecnologia dominante».
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.