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2024-12-31
Hacker, rubati 5 milioni di dati al gestore Spid
iStock
Si parla di 5 milioni di dati rubati - inclusi nomi, cognomi, indirizzi email, codici fiscali e numeri di cellulare - e messi in vendita sul dark web. L’attacco informatico agli onori delle cronache nelle ultime ore ha interessato Infocert, azienda parte del gruppo Tinexta e leader europeo nel campo della certificazione digitale, ma nello specifico ha preso di mira un fornitore terzo dell’azienda. La società madre ha assicurato i suoi clienti sul fatto che «nessuna credenziale di accesso o password di accesso agli stessi è stata compromessa», ossia che, contrariamente ad alcune voci, nessuno Spid è stato violato. «È stata rilevata la pubblicazione non autorizzata di dati personali relativi a clienti censiti nei sistemi di un fornitore terzo», si legge nel comunicato ufficiale di Infocert, dal 2015 accreditata presso l’Agenzia per l’Italia digitale come gestore d’identità digitale e, appunto, tra i provider dello Spid (circa 1,8 milioni quelli attivi), noto sistema di accesso con identità digitale di cui si serve la pubblica amministrazione.
Il cyberattacco è stato rilevato lo scorso 27 dicembre. Poco dopo, su Breachforums (un forum presente nel dark web in cui vengono scambiate le informazioni rubate), è comparso un messaggio in cui venivano messi in vendita i dati sottratti a Infocert al costo di circa 1.400 euro, con la possibilità di trattare per chi volesse il contenuto in esclusiva. L’autore del furto ha anche pubblicato un post con un campione di quanto sottratto all’azienda, quantificando il bottino in 5,5 milioni di dati esposti, tra cui 1,1 milioni di numeri di telefono e 2,5 milioni di indirizzi email. «I dati sono ancora privati, non sono stati venduti prima d’ora e potete essere i primi compratori», si legge nell’annuncio. Secondo alcune indiscrezioni, a esser stato violato sarebbe un database riguardante le richieste di assistenza dei clienti verso Infocert, gestite però da un servizio terzo.
Indiscrezioni confermate ieri in un’ulteriore nota stampa diffusa dall’azienda, in cui viene ribadito «che la sicurezza e il funzionamento dei servizi Spid, firma digitale e Pec, oltre che di tutti gli altri servizi Infocert, non sono mai stati compromessi dall’illecita sottrazione di dati», che avrebbe invece «interessato i sistemi di un fornitore esterno, che gestisce una piattaforma di assistenza clienti utilizzata» dal customer care della società. «I dati interessati», continua, «sono limitati a quelli necessari per evadere le richieste di assistenza inviate dai clienti mediante il sistema di ticketing. Possiamo quindi confermare che, a oggi, contrariamente a quanto riportato da alcune fonti non ufficiali online, non è stata in alcun modo compromessa l’operatività, la sicurezza e l’integrità dei servizi di Infocert». «Sono ancora in corso analisi tecniche», conclude il comunicato, «che stiamo svolgendo con il massimo grado di approfondimento e insieme al nostro fornitore; contemporaneamente, stiamo procedendo con le opportune denunce e notifiche alle autorità competenti. Continueremo ovviamente a monitorare la situazione con la massima attenzione e a fornire aggiornamenti tempestivi ai nostri clienti».
Benché non siano stati violati i sistemi di accesso con identità digitale, ed è fondamentale sottolinearlo, a preoccupare alcuni addetti ai lavori è il modo in cui potrebbero essere usati i dati sottratti. Attraverso di essi, infatti, potrebbe essere più facile, per gli autori delle cybertruffe, inviare messaggi credibili alle loro vittime, convincendole a cliccare su link pericolosi o a fornire informazioni personali. Si tratta di truffe note come phishing, tipicamente via email, smishing (via sms) e vishing (via chiamata vocale). Secondo l’ultimo report della polizia postale relativo al 2023, le frodi informatiche sono salite del 15% rispetto al 2022, con 917 denunce e oltre 40 milioni di euro sottratti, di cui 19 milioni appartenenti a grandi, medie e piccole imprese italiane.
Quello che ha interessato Infocert, d’altra parte, non è l’unico attacco hacker degli ultimi giorni. Sabato, infatti, il gruppo hacker NoName ha colpito i siti degli aeroporti milanesi di Malpensa e Linate (gestiti dalla Sea) e il sito del ministero degli Esteri mediante un attacco Ddos (Distributed denial of service), ossia un’azione informatica che mira a paralizzare una rete incrementando in maniera massiccia il traffico di dati. «I russofobi italiani ottengono una meritata risposta informatica», ha scritto il collettivo hacker rivendicando l’attacco, che tuttavia non ha arrecato problemi all’operatività degli scali.
«I terroristi possono trasformare in armi i nostri oggetti connessi»
Alessandro Curioni è fondatore e presidente di Di.Gi. academy, azienda specializzata in cybersecurity, docente all’Università Cattolica e giornalista. Una voce autorevole a cui la Verità ha chiesto di commentare quanto accaduto nel caso Infocert, a partire dalle rassicurazioni dell’azienda sul fatto che sono stati sottratti dati soltanto da fornitori terzi e che nessuna compromissione ha riguardato gli Spid. «L’informazione è attendibile, è probabile che sia successo esattamente questo», ha commentato, «considerando che oggi la più grande preoccupazione riguarda proprio gli attacchi alla supply chain, cioè alla filiera dei fornitori, che è sempre più complessa, sempre più interconnessa e sempre più lunga. Non è un caso che le ultime normative europee, la Nis2, e il regolamento Dora per il sistema finanziario stressino molto il vincolo di questi soggetti a vigilare sulla loro filiera dei fornitori».
Professore, i clienti che leggono la notizia possono dunque stare tranquilli?
«Stare tranquilli è diverso. Gran parte delle truffe online ai danni delle persone sono proprio basate sulla credibilità dei messaggi che vengono inviati. Se io ho esfiltrato il suo numero di telefono, il suo nome e cognome, il suo indirizzo di posta elettronica, il suo codice fiscale e so che lei riceve dei servizi da Infocert, capisce che sono già in grado di mandarle un messaggio che a lei risulterà molto credibile? Se poi metto insieme altre informazioni, che magari arrivano da profili pubblici in rete o da altri data breach, io di lei posso saperne non dico quanto lei, ma poco ci manca».
Quel genere di informazioni sottratte, numeri di telefono e indirizzi email, non sono già di per sé molto facili da rinvenire online, ormai?
«Non sempre, e magari non in forma così strutturata. Qui si parla di milioni di identità, ognuna con associato il suo numero di telefono, la sua email e il suo codice fiscale. Poniamo per esempio che il signor Mario Rossi si sia registrato a Infocert con l’email aziendale: io so che ha un certo codice fiscale, che ha uno Spid, un certo numero di telefono e l’azienda in cui lavora. E allora io posso cercare di carpire, con un’email fatta particolarmente bene, la sua utenza e la sua password. Oppure posso fare delle semplici campagne di phishing: se invio email a 5 milioni e mezzo di persone, per bieca statistica, vogliamo che un paio di loro non ci caschino?».
Come interpretare la corsa alla digitalizzazione alla luce dei recenti attacchi hacker?
«La corsa alla digitalizzazione, in generale, ha lasciato indietro la sicurezza. Un po’ come quando motorizzarono il mondo e le auto montavano i freni delle biciclette. C’erano poche auto, non c’era bisogno di una patente, era tutto un po’ avventuroso. Ora, finché si è in pochi funziona, ma si provi a immaginare oggi un’auto progettata nei primi del Novecento che circola sulle nostre strade: la possibilità di sopravvivenza di quell’autista è prossima allo zero. Ecco, con la digitalizzazione abbiamo fatto un’operazione simile: abbiamo spinto al massimo sulla tecnologia senza immaginare che avesse bisogno di freni, di sistemi di sicurezza. Di conseguenza, noi non solo ci stiamo trascinando dietro un pregresso che conta milioni di sistemi obsoleti, vecchi, con misure di sicurezza inadeguate, un sacco di vulnerabilità, ma ci stiamo anche costruendo sopra. Magari con sistemi più sicuri, ma purtroppo la sicurezza del sistema nel suo complesso dipende dall’anello più debole della catena: la catena è forte tanto quanto il suo anello più debole».
Sarebbe il caso di rallentare un attimo, quindi?
«Potrebbe non essere un’idea sbagliata. La mia grande preoccupazione, al di là delle truffe, è se qualcuno dovesse avere la malsana idea di colpire oggetti. Oggi un’auto è molto più digitalizzata e connessa del nostro smartphone. Le nostre caldaie sono tutte smart, e così frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie: oggetti che possono anche esplodere».
Qui siamo nell’ordine del terrorismo…
«Siamo in quell’ordine lì. Ci vorrebbe uno Stato garante, ma il problema è che l’Europa tecnologicamente è un moscerino, privo di un operatore che controlli una tecnologia dominante».
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Secondo Infocert, però, credenziali e password sensibili sono al sicuro: sarebbero stati violati i sistemi di un fornitore terzo. Diffusi sul dark web nomi, numeri di telefono ed email dei clienti. Timori di un aumento di cybertruffe a privati e imprese.L’esperto Alessandro Curioni: «Sicurezza lasciata indietro. L’Europa tecnologicamente è un moscerino».Lo speciale contiene due articoli.Si parla di 5 milioni di dati rubati - inclusi nomi, cognomi, indirizzi email, codici fiscali e numeri di cellulare - e messi in vendita sul dark web. L’attacco informatico agli onori delle cronache nelle ultime ore ha interessato Infocert, azienda parte del gruppo Tinexta e leader europeo nel campo della certificazione digitale, ma nello specifico ha preso di mira un fornitore terzo dell’azienda. La società madre ha assicurato i suoi clienti sul fatto che «nessuna credenziale di accesso o password di accesso agli stessi è stata compromessa», ossia che, contrariamente ad alcune voci, nessuno Spid è stato violato. «È stata rilevata la pubblicazione non autorizzata di dati personali relativi a clienti censiti nei sistemi di un fornitore terzo», si legge nel comunicato ufficiale di Infocert, dal 2015 accreditata presso l’Agenzia per l’Italia digitale come gestore d’identità digitale e, appunto, tra i provider dello Spid (circa 1,8 milioni quelli attivi), noto sistema di accesso con identità digitale di cui si serve la pubblica amministrazione. Il cyberattacco è stato rilevato lo scorso 27 dicembre. Poco dopo, su Breachforums (un forum presente nel dark web in cui vengono scambiate le informazioni rubate), è comparso un messaggio in cui venivano messi in vendita i dati sottratti a Infocert al costo di circa 1.400 euro, con la possibilità di trattare per chi volesse il contenuto in esclusiva. L’autore del furto ha anche pubblicato un post con un campione di quanto sottratto all’azienda, quantificando il bottino in 5,5 milioni di dati esposti, tra cui 1,1 milioni di numeri di telefono e 2,5 milioni di indirizzi email. «I dati sono ancora privati, non sono stati venduti prima d’ora e potete essere i primi compratori», si legge nell’annuncio. Secondo alcune indiscrezioni, a esser stato violato sarebbe un database riguardante le richieste di assistenza dei clienti verso Infocert, gestite però da un servizio terzo. Indiscrezioni confermate ieri in un’ulteriore nota stampa diffusa dall’azienda, in cui viene ribadito «che la sicurezza e il funzionamento dei servizi Spid, firma digitale e Pec, oltre che di tutti gli altri servizi Infocert, non sono mai stati compromessi dall’illecita sottrazione di dati», che avrebbe invece «interessato i sistemi di un fornitore esterno, che gestisce una piattaforma di assistenza clienti utilizzata» dal customer care della società. «I dati interessati», continua, «sono limitati a quelli necessari per evadere le richieste di assistenza inviate dai clienti mediante il sistema di ticketing. Possiamo quindi confermare che, a oggi, contrariamente a quanto riportato da alcune fonti non ufficiali online, non è stata in alcun modo compromessa l’operatività, la sicurezza e l’integrità dei servizi di Infocert». «Sono ancora in corso analisi tecniche», conclude il comunicato, «che stiamo svolgendo con il massimo grado di approfondimento e insieme al nostro fornitore; contemporaneamente, stiamo procedendo con le opportune denunce e notifiche alle autorità competenti. Continueremo ovviamente a monitorare la situazione con la massima attenzione e a fornire aggiornamenti tempestivi ai nostri clienti».Benché non siano stati violati i sistemi di accesso con identità digitale, ed è fondamentale sottolinearlo, a preoccupare alcuni addetti ai lavori è il modo in cui potrebbero essere usati i dati sottratti. Attraverso di essi, infatti, potrebbe essere più facile, per gli autori delle cybertruffe, inviare messaggi credibili alle loro vittime, convincendole a cliccare su link pericolosi o a fornire informazioni personali. Si tratta di truffe note come phishing, tipicamente via email, smishing (via sms) e vishing (via chiamata vocale). Secondo l’ultimo report della polizia postale relativo al 2023, le frodi informatiche sono salite del 15% rispetto al 2022, con 917 denunce e oltre 40 milioni di euro sottratti, di cui 19 milioni appartenenti a grandi, medie e piccole imprese italiane.Quello che ha interessato Infocert, d’altra parte, non è l’unico attacco hacker degli ultimi giorni. Sabato, infatti, il gruppo hacker NoName ha colpito i siti degli aeroporti milanesi di Malpensa e Linate (gestiti dalla Sea) e il sito del ministero degli Esteri mediante un attacco Ddos (Distributed denial of service), ossia un’azione informatica che mira a paralizzare una rete incrementando in maniera massiccia il traffico di dati. «I russofobi italiani ottengono una meritata risposta informatica», ha scritto il collettivo hacker rivendicando l’attacco, che tuttavia non ha arrecato problemi all’operatività degli scali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hacker-rubati-milioni-dati-spid-2670702925.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-terroristi-possono-trasformare-in-armi-i-nostri-oggetti-connessi" data-post-id="2670702925" data-published-at="1735591668" data-use-pagination="False"> «I terroristi possono trasformare in armi i nostri oggetti connessi» Alessandro Curioni è fondatore e presidente di Di.Gi. academy, azienda specializzata in cybersecurity, docente all’Università Cattolica e giornalista. Una voce autorevole a cui la Verità ha chiesto di commentare quanto accaduto nel caso Infocert, a partire dalle rassicurazioni dell’azienda sul fatto che sono stati sottratti dati soltanto da fornitori terzi e che nessuna compromissione ha riguardato gli Spid. «L’informazione è attendibile, è probabile che sia successo esattamente questo», ha commentato, «considerando che oggi la più grande preoccupazione riguarda proprio gli attacchi alla supply chain, cioè alla filiera dei fornitori, che è sempre più complessa, sempre più interconnessa e sempre più lunga. Non è un caso che le ultime normative europee, la Nis2, e il regolamento Dora per il sistema finanziario stressino molto il vincolo di questi soggetti a vigilare sulla loro filiera dei fornitori». Professore, i clienti che leggono la notizia possono dunque stare tranquilli? «Stare tranquilli è diverso. Gran parte delle truffe online ai danni delle persone sono proprio basate sulla credibilità dei messaggi che vengono inviati. Se io ho esfiltrato il suo numero di telefono, il suo nome e cognome, il suo indirizzo di posta elettronica, il suo codice fiscale e so che lei riceve dei servizi da Infocert, capisce che sono già in grado di mandarle un messaggio che a lei risulterà molto credibile? Se poi metto insieme altre informazioni, che magari arrivano da profili pubblici in rete o da altri data breach, io di lei posso saperne non dico quanto lei, ma poco ci manca». Quel genere di informazioni sottratte, numeri di telefono e indirizzi email, non sono già di per sé molto facili da rinvenire online, ormai? «Non sempre, e magari non in forma così strutturata. Qui si parla di milioni di identità, ognuna con associato il suo numero di telefono, la sua email e il suo codice fiscale. Poniamo per esempio che il signor Mario Rossi si sia registrato a Infocert con l’email aziendale: io so che ha un certo codice fiscale, che ha uno Spid, un certo numero di telefono e l’azienda in cui lavora. E allora io posso cercare di carpire, con un’email fatta particolarmente bene, la sua utenza e la sua password. Oppure posso fare delle semplici campagne di phishing: se invio email a 5 milioni e mezzo di persone, per bieca statistica, vogliamo che un paio di loro non ci caschino?». Come interpretare la corsa alla digitalizzazione alla luce dei recenti attacchi hacker? «La corsa alla digitalizzazione, in generale, ha lasciato indietro la sicurezza. Un po’ come quando motorizzarono il mondo e le auto montavano i freni delle biciclette. C’erano poche auto, non c’era bisogno di una patente, era tutto un po’ avventuroso. Ora, finché si è in pochi funziona, ma si provi a immaginare oggi un’auto progettata nei primi del Novecento che circola sulle nostre strade: la possibilità di sopravvivenza di quell’autista è prossima allo zero. Ecco, con la digitalizzazione abbiamo fatto un’operazione simile: abbiamo spinto al massimo sulla tecnologia senza immaginare che avesse bisogno di freni, di sistemi di sicurezza. Di conseguenza, noi non solo ci stiamo trascinando dietro un pregresso che conta milioni di sistemi obsoleti, vecchi, con misure di sicurezza inadeguate, un sacco di vulnerabilità, ma ci stiamo anche costruendo sopra. Magari con sistemi più sicuri, ma purtroppo la sicurezza del sistema nel suo complesso dipende dall’anello più debole della catena: la catena è forte tanto quanto il suo anello più debole». Sarebbe il caso di rallentare un attimo, quindi? «Potrebbe non essere un’idea sbagliata. La mia grande preoccupazione, al di là delle truffe, è se qualcuno dovesse avere la malsana idea di colpire oggetti. Oggi un’auto è molto più digitalizzata e connessa del nostro smartphone. Le nostre caldaie sono tutte smart, e così frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie: oggetti che possono anche esplodere». Qui siamo nell’ordine del terrorismo… «Siamo in quell’ordine lì. Ci vorrebbe uno Stato garante, ma il problema è che l’Europa tecnologicamente è un moscerino, privo di un operatore che controlli una tecnologia dominante».
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara