
A rallentare l'assegno è il farraginoso passaggio dagli enti locali all'Inps.Come prevedibile inizia il rimpallo di colpe tra il governo e le Regioni sull'erogazione della cassa integrazione. O meglio, dopo che in occasione del decreto Cura Italia Roma ha persino complicato le norme di gestione degli assegni, si è sollevato il ministro Roberto Gualtieri in persona a puntare il dito contro i governatori. «Più di 9 milioni di lavoratori sono in cassa integrazione anche se sappiamo bene che solo in 5 milioni hanno percepito l'assegno e ci sono dei ritardi che deploriamo soprattutto per la parte che riguarda la procedura regionale della cassa in deroga, un problema che va affrontato e risolto», ha detto mercoledì in tarda serata Gualtieri, in sede di replica in Aula durante la discussione su Def e sullo scostamento di bilancio. L'appello è stato ripreso da molti quotidiani tanto che ieri è partito il tam tam dagli alla Lombardia e alle altre Regioni. Eppure al netto dei ritardi strutturali degli enti locali, il meccanismo sembra interrompersi altrove. E per altrove intendiamo l'Inps. Come scritto sulle colonne della Verità da Gabriele Fava, vice presidente del consiglio di presidenza della Corte dei conti. L'esperto giuslavorista ha spiegato molto bene come le norme introdotte dall'Inps hanno complicato la situazione e minato l'autonomia delle singole Regioni. La circolare di Pasquale Tridico del 28 marzo 2020 e gli «accordi quadro regionali siglati in tema di cassa integrazione in deroga avrebbero potuto risolvere i dubbi e meglio spiegare la pratica delle assegnazioni», spiegava Fava. Invece il tardivo intervento del ministero del Lavoro, con la circolare 8 del 2020, non ha chiarito le prime indicazioni operative fornite dall'Inps, ma è andato in senso contrario. Infatti, sono state aggiunte, paradossalmente, nuove perplessità, andando a complicare ulteriormente il compito delle aziende che si accingono a presentare o, peggio ancora, che hanno già presentato le richieste di cassa integrazione, specie quella in deroga. «Insomma», proseguiva, «un'aggiunta di confusione della quale non si sentiva il bisogno. Basti pensare, anzitutto, alla stortura di far rientrare nel concetto di unità produttiva - al fine di individuare le aziende pluri localizzate - anche i singoli punti vendita di un'impresa commerciale, con il risultato di attrarre al ministero il potere o la facoltà di riconoscere il trattamento di integrazione salariale in deroga a favore di molte più aziende, che normalmente verrebbero valutate a livello regionale, con tutto ciò che ne consegue in termini di lungaggini e tempistiche». Insomma, Fava aveva previsto la débâcle, così come dall'Inps si sono più volte limitati a spostare di settimana in settimana i termini per i rimborsi della cassa. A criticare il modello è stato anche il sottosegretario piddino Pier Paolo Baretta. «Ogni Regione deve infatti processare le domande inviate dalle singole aziende, le quali specificano il numero dei dipendenti per cui viene richiesto il beneficio, il monte ore e la durata dell'erogazione», ha commentato l'esponete di governo alla Reuters, «Dalle Regioni le domande passano all'Inps, e da questa si ritorna infine ai beneficiari: il meccanismo che prevede l'istruttoria delle domande da parte delle Regioni e successivamente l'erogazione del denaro da parte dell'Inps è troppo lungo e non funziona. Stiamo studiando come velocizzare il processo», ha concluso Baretta. Studiarlo adesso è forse un po' tardi, così il capo del Mef preferisce evidentemente rigirare la frittata e infilare anche il tema della cassa integrazione nel più grande calderone dello scontro politico tra governo e Regioni. È evidente che il modello dovrebbe essere accantonato e la cassa integrazione dovrebbe essere gestita tramite F24 direttamente sui conti correnti delle imprese. Un procedimento snello che però avrebbe fatto emergere il problema vero della liquidità che non c'è. Così intanto si chiede ai datori di lavoro di anticipare soldi, sottraendoli alla cassa.
Scontri fra pro-Pal e Polizia a Torino. Nel riquadro, Walter Mazzetti (Ansa)
La tenuità del reato vale anche se la vittima è un uomo in divisa. La Corte sconfessa il principio della sua ex presidente Cartabia.
Ennesima umiliazione per le forze dell’ordine. Sarà contenta l’eurodeputata Ilaria Salis, la quale non perde mai occasione per difendere i violenti e condannare gli agenti. La mano dello Stato contro chi aggredisce poliziotti o carabinieri non è mai stata pesante, ma da oggi potrebbe diventare una piuma. A dare il colpo di grazia ai servitori dello Stato che ogni giorno vengono aggrediti da delinquenti o facinorosi è una sentenza fresca di stampa, destinata a far discutere.
Mohamed Shahin (Ansa). Nel riquadro, il vescovo di Pinerolo Derio Olivero (Imagoeconomica)
Per il Viminale, Mohamed Shahin è una persona radicalizzata che rappresenta una minaccia per lo Stato. Sulle stragi di Hamas disse: «Non è violenza». Monsignor Olivero lo difende: «Ha solo espresso un’opinione».
Per il Viminale è un pericoloso estremista. Per la sinistra e la Chiesa un simbolo da difendere. Dalla Cgil al Pd, da Avs al Movimento 5 stelle, dal vescovo di Pinerolo ai rappresentanti della Chiesa valdese, un’alleanza trasversale e influente è scesa in campo a sostegno di un imam che è in attesa di essere espulso per «ragioni di sicurezza dello Stato e prevenzione del terrorismo». Un personaggio a cui, già l’8 novembre 2023, le autorità negarono la cittadinanza italiana per «ragioni di sicurezza dello Stato». Addirittura un nutrito gruppo di antagonisti, anche in suo nome, ha dato l’assalto alla redazione della Stampa. Una saldatura tra mondi diversi che non promette niente di buono.
Nei riquadri, Letizia Martina prima e dopo il vaccino (IStock)
Letizia Martini, oggi ventiduenne, ha già sintomi in seguito alla prima dose, ma per fiducia nel sistema li sottovaluta. Con la seconda, la situazione precipita: a causa di una malattia neurologica certificata ora non cammina più.
«Io avevo 18 anni e stavo bene. Vivevo una vita normale. Mi allenavo. Ero in forma. Mi sono vaccinata ad agosto del 2021 e dieci giorni dopo la seconda dose ho iniziato a stare malissimo e da quel momento in poi sono peggiorata sempre di più. Adesso praticamente non riesco a fare più niente, riesco a stare in piedi a malapena qualche minuto e a fare qualche passo in casa, ma poi ho bisogno della sedia a rotelle, perché se mi sforzo mi vengono dolori lancinanti. Non riesco neppure ad asciugarmi i capelli perché le braccia non mi reggono…». Letizia Martini, di Rimini, oggi ha 22 anni e la vita rovinata a causa degli effetti collaterali neurologici del vaccino Pfizer. Già subito dopo la prima dose aveva avvertito i primi sintomi della malattia, che poi si è manifestata con violenza dopo la seconda puntura, tant’è che adesso Letizia è stata riconosciuta invalida all’80%.
Maria Rita Parsi critica la gestione del caso “famiglia nel bosco”: nessun pericolo reale per i bambini, scelta brusca e dannosa, sistema dei minori da ripensare profondamente.






