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2023-09-30
«In Italia non ritornerà un governo tecnico»
Giorgia Meloni (Getty Images)
Contrordine compagni, fate rientrare l’allarme spread. Ieri il differenziale tra Btp e Bund tedeschi si è attestato a 194 punti base, lontano dai 200 sfiorati per qualche ora giovedì. In netto calo, invece, il rendimento del Btp decennale che ha archiviato la seduta a quota 4,78% dal 4,91% della chiusura di giovedì. Tutto questo con grande delusione delle opposizioni e della grancassa mediatica della sinistra che hanno subito cominciato a dare i primi segni di quella fame di «montismo» e di governo tecnico accompagnata da rigurgiti nostalgici draghiani.
Interpellata dai cronisti a margine del Med9, il premier Giorgia Meloni ha sottolineato che «probabilmente, dopo aver letto alcuni titoli, gli investitori hanno letto anche la Nadef, che racconta dei numeri seri in previsione di una legge di bilancio estremamente seria». La preoccupazione per l’andamento dello spread, ha rimarcato la Meloni, «la vedo soprattutto nei desideri di chi immagina che un governo democraticamente eletto, che sta facendo il suo lavoro, che ha stabilità e una maggioranza forte debba andare a casa per essere sostituito da un governo che nessuno ha scelto. Mi diverte molto il dibattito che già si fa sui nomi dei ministri. Temo che questa speranza non si tradurrà in una realtà perché l’Italia rimane solida, ha una previsione di crescita superiore alla media europea, anche per il prossimo anno, superiore alla Francia e alla Germania anche il prossimo anno». Ma un eventuale governo tecnico, si è chiesta la Meloni, «da chi dovrebbe essere sostenuto, da quelli del Superbonus? È lì che vedo un problema per i conti pubblici italiani, non in chi le poche risorse che ha le spende per metterle nei redditi più bassi, senza lasciare voragini per chi viene dopo. Non vedo questo problema» dello spread, ha ribadito la Meloni, «il governo sta bene, la situazione è complessa, l’abbiamo maneggiata con serietà l’anno scorso, e la stiamo maneggiando con serietà quest’anno. Lo spread a ottobre scorso era a 250, durante l’anno precedente al nuovo governo è stato più alto e i titoli non li ho visti. La sinistra continui a fare la lista dei ministri del governo tecnico che noi intanto governiamo», ha concluso il premier. Si è aggiunta ieri la voce del sottosegretario leghista all’Economia, Federico Freni, che a Radio24 ha detto che «una soglia di guardia dello spread possa essere il massimo della serie storica toccato negli ultimi 4 anni, quindi 340-350 che è il massimo dal 2018 a oggi». Quando però i tassi erano a zero, aggiungiamo noi.
Sul tema è intervenuto anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco: «Gli interessi» sul debito pubblico, ha detto, «non sono il risultato di speculazione contro l’Italia, sono il risultato di un’attenzione sul fatto di tenere i nostri conti il più possibile in ordine. Questo è un impegno politico rilevante».
Un report del centro studi di Unimpresa mostra come la salita dello spread sia riconducibile alla fiammata dei tassi di interesse e che, nonostante i continui rialzi deliberati dalla Bce, il divario tra Italia e Germania è rimasto su livelli che non destano preoccupazione. Nei primi nove mesi del 2023, la media dello spread è stata di 20 punti base inferiore rispetto a quella registrata l’anno scorso: 176 punti contro 196. Il differenziale tra i titoli di Stato italiani e titoli pubblici della Germania ha cominciato a crescere, nel corso del 2022, in coincidenza con l’aumento del costo del denaro deciso da Francoforte: il picco massimo dell’ultimo triennio, infatti, è stato raggiunto tra luglio e agosto quando il tasso base Bce è stato portato, da 0, prima allo 0,50% e poi all’1,25%. Dal picco raggiunto a settembre 2022, pari a 242 punti, si è scesi progressivamente (salvo il ritorno a 219 punti di dicembre) fino ai 160 punti del luglio scorso. La maggiore spesa per interessi sul debito pubblico, aggiunge Unimpresa, è dovuta al più alto livello dei tassi d’interesse che imporrà al Tesoro italiano di incrementare la remunerazione riconosciuta ai sottoscrittori di Bot e Btp, in aumento dagli 85 miliardi del 2022 agli oltre 100 miliardi del 2023.
Nel frattempo, ieri, tra gli «allarmati» dello spread è spuntato pure il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Che in un’intervista a Repubblica si è detto molto preoccupato visto il livello del debito pubblico: «Il ministro Giorgetti ha detto che il solo aumento del differenziale quest’anno brucerà 15 miliardi. Una manovra finanziaria». Bonomi ha poi definito sbagliata la strada che ha preso la Bce ma ha chiesto al governo di «rivedere seriamente la spesa corrente, sono oltre 1.100 miliardi all’anno: da qualche parte si potrà risparmiare?», ha aggiunto il capo degli industriali. Lo stesso Bonomi, ora spaventato dal debito, che apprezzava il bonus 110% (perché «l’edilizia è il motorino di avviamento dell’automobile Italia») e ne chiedeva la proroga dopo che la spesa è esplosa salvo poi criticarlo ferocemente quando il governo Meloni l’ha abolito («È incredibile aver speso tutti quei soldi»). Una giravolta simile a quella sul salario minimo: tre mesi fa Bonomi aveva aperto la porta al cavallo di battaglia di Pd e Cgil assicurando che non c’era alcun veto, poi a metà settembre agli industriali riuniti in assemblea ha detto che «il salario minimo non serve, serve un salario giusto».
Nadef, il testo non è ancora pubblico. Previsto deficit sotto il 3% nel 2026
Il deficit italiano scenderà sotto il 3% entro i prossimi tre anni. È quello che si intuisce dalla tabella con gli indicatori di finanza pubblica della Nadef, in attesa che venga pubblicato il testo della Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza. Più in dettaglio per quest’anno l’indebitamento è fissato al 5,3% programmatico (5,2% tendenziale), mentre per il prossimo il deficit programmatico viene fissato al 4,3% e quello tendenziale al 3,6%. Tra due anni, nel 2025, sarà al 3,6% (3,4% tendenziale); per poi scendere nel 2026 al 2,9% (nel quadro tendenziale è al 3,1%). Lento anche il piano di decrescita del debito pubblico. In questo caso si passa dal 140,2% del Pil nel 2023 al 140,1% nel 2024 per giungere al 139,9% nel 2025 e al 139,6% nel 2026.
Sempre dalla tabella si capisce che la differenza tra entrate e spese al netto di quelle per interessi sul debito pubblico, tornerà positivo nel 2025 con un netto miglioramento rispetto al -3,8% del 2022. In particolare, il saldo primario è previsto a quota -1,5% del Pil nel 2023 e al -0,2% nel 2024. Arriverà ad avere il segno più nel 2025, allo 0,7% del Pil, per poi salire all’1,6% nel 2026.
Secondo la tabella, l’Italia spenderà inoltre quest’anno il 3,8% del Pil in interessi passivi (quadro programmatico e tendenziale), per passare al 4,2% nel 2024, al 4,3% nel 2025 e giungere al 4,6% nel 2026. La cifra cresce in percentuale perché secondo le previsioni il debito pubblico dovrebbe diminuire.
Secondo i dati già emersi, insomma, la crescita dell’Italia tira il freno a mano. Per intenderci, nel corso del 2023 il Pil viene stimato al +0,8% (era all’1% nel def di aprile) e all’1,2% nel 2024. Nel 2025 la quota giunge all’1,4% e all’1% nel 2025 e nel 2026.
Il motivo di tutto questo appare molto chiaro per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «Il motivo per cui il debito non diminuisce come auspicato è perché, ormai diventa evidente a tutti, il conto da pagare per i bonus edilizi, soprattutto il Superbonus, i famosi 80 miliardi ahimè in aumento, sono pagati in quattro comode rate dal 2024. In assenza di questo il debito sarebbe calato di un punto percentuale ogni anno», aveva detto due giorni fa Giorgetti.
Gli effetti negativi del Superbonus sui conti pubblici comporteranno sacrifici su altri fonti di spesa di cui però, dice Giorgetti, «siamo consapevoli perché le priorità sono appunto quelle che abbiamo segnalato. Dobbiamo scontare, ed è il motivo per cui il debito cala così lievemente, il fatto che abbiamo più di 80 miliardi di debiti fiscali dai bonus edilizi che scenderanno e che dovranno essere onorati nei prossimi quattro anni. In assenza di questi il nostro debito sarebbe sceso di un punto percentuale all’anno, esattamente come richiesto dagli altri Paesi europei».
Intanto il governo, in attesa del testo definitivo, fa sapere che all’interno della Nadef giocherà un ruolo fondamentale il sostegno ai redditi medio bassi fiaccati dall’inflazione a cui si porrà rimedio attraverso il taglio del cuneo fiscale. Ci saranno, inoltre, interventi a sostegno delle famiglie, dell’aumento della natalità e l’avvio della delega fiscale.
Certo è che si tratta di una Nadef nata in un momento molto difficile per l’economia italiana. «Un quadro economico-finanziario su cui gravano gli effetti di una politica monetaria restrittiva basata sull’aumento dei tassi d’interesse e le conseguenze del conflitto russo- ucraino» ha sottolineato Giorgetti.
«Il governo», prosegue il ministro del Tesoro, «si è mosso secondo una politica di bilancio seria, responsabile e prudente consapevole che fare debito non è mai una buona cosa ma, allo stesso tempo, considerando che l’aiuto alle famiglie con redditi medio bassi deve essere comunque confermato». Di conseguenza abbiamo rideterminato la previsione di crescita per il 2023, il 2024 e gli anni successivi, aggiornando anche il livello di indebitamento che ogni anno ci possiamo permettere».
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Lo spread cala e Giorgia Meloni ribatte alla sinistra: «Non vedo problemi, ma l’opposizione ci spera per mandare a casa un esecutivo democraticamente eletto». Altra piroetta di Carlo Bonomi, che dopo aver sostenuto il Superbonus ora attacca la maggioranza sul debito.Nadef, diffusi i primi dati ma la versione integrale della Nota non è disponibile sul sito del Mef.Lo speciale contiene due articoli.Contrordine compagni, fate rientrare l’allarme spread. Ieri il differenziale tra Btp e Bund tedeschi si è attestato a 194 punti base, lontano dai 200 sfiorati per qualche ora giovedì. In netto calo, invece, il rendimento del Btp decennale che ha archiviato la seduta a quota 4,78% dal 4,91% della chiusura di giovedì. Tutto questo con grande delusione delle opposizioni e della grancassa mediatica della sinistra che hanno subito cominciato a dare i primi segni di quella fame di «montismo» e di governo tecnico accompagnata da rigurgiti nostalgici draghiani.Interpellata dai cronisti a margine del Med9, il premier Giorgia Meloni ha sottolineato che «probabilmente, dopo aver letto alcuni titoli, gli investitori hanno letto anche la Nadef, che racconta dei numeri seri in previsione di una legge di bilancio estremamente seria». La preoccupazione per l’andamento dello spread, ha rimarcato la Meloni, «la vedo soprattutto nei desideri di chi immagina che un governo democraticamente eletto, che sta facendo il suo lavoro, che ha stabilità e una maggioranza forte debba andare a casa per essere sostituito da un governo che nessuno ha scelto. Mi diverte molto il dibattito che già si fa sui nomi dei ministri. Temo che questa speranza non si tradurrà in una realtà perché l’Italia rimane solida, ha una previsione di crescita superiore alla media europea, anche per il prossimo anno, superiore alla Francia e alla Germania anche il prossimo anno». Ma un eventuale governo tecnico, si è chiesta la Meloni, «da chi dovrebbe essere sostenuto, da quelli del Superbonus? È lì che vedo un problema per i conti pubblici italiani, non in chi le poche risorse che ha le spende per metterle nei redditi più bassi, senza lasciare voragini per chi viene dopo. Non vedo questo problema» dello spread, ha ribadito la Meloni, «il governo sta bene, la situazione è complessa, l’abbiamo maneggiata con serietà l’anno scorso, e la stiamo maneggiando con serietà quest’anno. Lo spread a ottobre scorso era a 250, durante l’anno precedente al nuovo governo è stato più alto e i titoli non li ho visti. La sinistra continui a fare la lista dei ministri del governo tecnico che noi intanto governiamo», ha concluso il premier. Si è aggiunta ieri la voce del sottosegretario leghista all’Economia, Federico Freni, che a Radio24 ha detto che «una soglia di guardia dello spread possa essere il massimo della serie storica toccato negli ultimi 4 anni, quindi 340-350 che è il massimo dal 2018 a oggi». Quando però i tassi erano a zero, aggiungiamo noi. Sul tema è intervenuto anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco: «Gli interessi» sul debito pubblico, ha detto, «non sono il risultato di speculazione contro l’Italia, sono il risultato di un’attenzione sul fatto di tenere i nostri conti il più possibile in ordine. Questo è un impegno politico rilevante».Un report del centro studi di Unimpresa mostra come la salita dello spread sia riconducibile alla fiammata dei tassi di interesse e che, nonostante i continui rialzi deliberati dalla Bce, il divario tra Italia e Germania è rimasto su livelli che non destano preoccupazione. Nei primi nove mesi del 2023, la media dello spread è stata di 20 punti base inferiore rispetto a quella registrata l’anno scorso: 176 punti contro 196. Il differenziale tra i titoli di Stato italiani e titoli pubblici della Germania ha cominciato a crescere, nel corso del 2022, in coincidenza con l’aumento del costo del denaro deciso da Francoforte: il picco massimo dell’ultimo triennio, infatti, è stato raggiunto tra luglio e agosto quando il tasso base Bce è stato portato, da 0, prima allo 0,50% e poi all’1,25%. Dal picco raggiunto a settembre 2022, pari a 242 punti, si è scesi progressivamente (salvo il ritorno a 219 punti di dicembre) fino ai 160 punti del luglio scorso. La maggiore spesa per interessi sul debito pubblico, aggiunge Unimpresa, è dovuta al più alto livello dei tassi d’interesse che imporrà al Tesoro italiano di incrementare la remunerazione riconosciuta ai sottoscrittori di Bot e Btp, in aumento dagli 85 miliardi del 2022 agli oltre 100 miliardi del 2023.Nel frattempo, ieri, tra gli «allarmati» dello spread è spuntato pure il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Che in un’intervista a Repubblica si è detto molto preoccupato visto il livello del debito pubblico: «Il ministro Giorgetti ha detto che il solo aumento del differenziale quest’anno brucerà 15 miliardi. Una manovra finanziaria». Bonomi ha poi definito sbagliata la strada che ha preso la Bce ma ha chiesto al governo di «rivedere seriamente la spesa corrente, sono oltre 1.100 miliardi all’anno: da qualche parte si potrà risparmiare?», ha aggiunto il capo degli industriali. Lo stesso Bonomi, ora spaventato dal debito, che apprezzava il bonus 110% (perché «l’edilizia è il motorino di avviamento dell’automobile Italia») e ne chiedeva la proroga dopo che la spesa è esplosa salvo poi criticarlo ferocemente quando il governo Meloni l’ha abolito («È incredibile aver speso tutti quei soldi»). Una giravolta simile a quella sul salario minimo: tre mesi fa Bonomi aveva aperto la porta al cavallo di battaglia di Pd e Cgil assicurando che non c’era alcun veto, poi a metà settembre agli industriali riuniti in assemblea ha detto che «il salario minimo non serve, serve un salario giusto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-tecnico-meloni-2665765665.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nadef-il-testo-non-e-ancora-pubblico-previsto-deficit-sotto-il-3-nel-2026" data-post-id="2665765665" data-published-at="1696020813" data-use-pagination="False"> Nadef, il testo non è ancora pubblico. Previsto deficit sotto il 3% nel 2026 Il deficit italiano scenderà sotto il 3% entro i prossimi tre anni. È quello che si intuisce dalla tabella con gli indicatori di finanza pubblica della Nadef, in attesa che venga pubblicato il testo della Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza. Più in dettaglio per quest’anno l’indebitamento è fissato al 5,3% programmatico (5,2% tendenziale), mentre per il prossimo il deficit programmatico viene fissato al 4,3% e quello tendenziale al 3,6%. Tra due anni, nel 2025, sarà al 3,6% (3,4% tendenziale); per poi scendere nel 2026 al 2,9% (nel quadro tendenziale è al 3,1%). Lento anche il piano di decrescita del debito pubblico. In questo caso si passa dal 140,2% del Pil nel 2023 al 140,1% nel 2024 per giungere al 139,9% nel 2025 e al 139,6% nel 2026. Sempre dalla tabella si capisce che la differenza tra entrate e spese al netto di quelle per interessi sul debito pubblico, tornerà positivo nel 2025 con un netto miglioramento rispetto al -3,8% del 2022. In particolare, il saldo primario è previsto a quota -1,5% del Pil nel 2023 e al -0,2% nel 2024. Arriverà ad avere il segno più nel 2025, allo 0,7% del Pil, per poi salire all’1,6% nel 2026. Secondo la tabella, l’Italia spenderà inoltre quest’anno il 3,8% del Pil in interessi passivi (quadro programmatico e tendenziale), per passare al 4,2% nel 2024, al 4,3% nel 2025 e giungere al 4,6% nel 2026. La cifra cresce in percentuale perché secondo le previsioni il debito pubblico dovrebbe diminuire. Secondo i dati già emersi, insomma, la crescita dell’Italia tira il freno a mano. Per intenderci, nel corso del 2023 il Pil viene stimato al +0,8% (era all’1% nel def di aprile) e all’1,2% nel 2024. Nel 2025 la quota giunge all’1,4% e all’1% nel 2025 e nel 2026. Il motivo di tutto questo appare molto chiaro per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «Il motivo per cui il debito non diminuisce come auspicato è perché, ormai diventa evidente a tutti, il conto da pagare per i bonus edilizi, soprattutto il Superbonus, i famosi 80 miliardi ahimè in aumento, sono pagati in quattro comode rate dal 2024. In assenza di questo il debito sarebbe calato di un punto percentuale ogni anno», aveva detto due giorni fa Giorgetti. Gli effetti negativi del Superbonus sui conti pubblici comporteranno sacrifici su altri fonti di spesa di cui però, dice Giorgetti, «siamo consapevoli perché le priorità sono appunto quelle che abbiamo segnalato. Dobbiamo scontare, ed è il motivo per cui il debito cala così lievemente, il fatto che abbiamo più di 80 miliardi di debiti fiscali dai bonus edilizi che scenderanno e che dovranno essere onorati nei prossimi quattro anni. In assenza di questi il nostro debito sarebbe sceso di un punto percentuale all’anno, esattamente come richiesto dagli altri Paesi europei». Intanto il governo, in attesa del testo definitivo, fa sapere che all’interno della Nadef giocherà un ruolo fondamentale il sostegno ai redditi medio bassi fiaccati dall’inflazione a cui si porrà rimedio attraverso il taglio del cuneo fiscale. Ci saranno, inoltre, interventi a sostegno delle famiglie, dell’aumento della natalità e l’avvio della delega fiscale. Certo è che si tratta di una Nadef nata in un momento molto difficile per l’economia italiana. «Un quadro economico-finanziario su cui gravano gli effetti di una politica monetaria restrittiva basata sull’aumento dei tassi d’interesse e le conseguenze del conflitto russo- ucraino» ha sottolineato Giorgetti. «Il governo», prosegue il ministro del Tesoro, «si è mosso secondo una politica di bilancio seria, responsabile e prudente consapevole che fare debito non è mai una buona cosa ma, allo stesso tempo, considerando che l’aiuto alle famiglie con redditi medio bassi deve essere comunque confermato». Di conseguenza abbiamo rideterminato la previsione di crescita per il 2023, il 2024 e gli anni successivi, aggiornando anche il livello di indebitamento che ogni anno ci possiamo permettere».
La Polizia scientifica in via Nerino a Milano, luogo della morte di Oleksandr Adarich, nel riquadro (Ansa)
In alcuni articoli di denuncia, Adarich viene definito senza mezzi termini «un banchiere truffatore, un imbroglione della famiglia Yanukovych», accusato di aver usato banche e società collegate per spremere l’azienda ucraina Tomak attraverso pignoramenti e passaggi societari pilotati, con l’appoggio di apparati statali deviati. Vicino all’area politica di Sylna Ukrayina, confluita nel sistema di Yanukovych, Adarich incarnava il profilo di un banchiere inserito nelle reti economico-politiche pre-Maidan, oggi invise al governo di Volodymyr Zelensky. Con questo fardello, il 54enne nato a Kiev, sposato, padre di due figli e con doppia cittadinanza ucraina e romena, è morto la sera del 23 gennaio a Milano, precipitando dal quarto piano di un B&b in via Nerino, a pochi passi dal Duomo.
L’indagine, coordinata dal pm Rosario Ferracane e dalla Squadra Mobile, ipotizza un suicidio inscenato. Il B&b era stato affittato con un alias; nella stanza sono stati trovati documenti d’identità multipli; testimoni e telecamere indicano presenze subito dopo la caduta e sul corpo ci sono segni di costrizione. L’autopsia, attesa nei prossimi giorni, dovrà chiarire se fosse già morto prima del volo di 15 metri. Adarich era arrivato dalla Spagna, dove viveva, per affari mai chiariti.
Secondo i registri aziendali ucraini, il banchiere non era stato solo il proprietario di Fidobank, ma controllava una rete di società con sede a Kiev, tra cui Eurobank, Deviza e Fido investments, ed era stato dirigente di Ukrsibbank: una presenza economica strutturata nel cuore della finanza ucraina.
Circa 260-270 milioni di euro bruciati: 62-64 milioni rimborsati dallo Stato ai correntisti, 16-17 milioni rimasti congelati sui conti, un presunto schema da 50-52 milioni legato all’acquisto di Erste Bank e oltre 140 milioni di euro fatti uscire all’estero. Una ricostruzione delle autorità che ha travolto decine di migliaia di famiglie e imprese, lasciando migliaia di risparmiatori senza recuperare i propri soldi.
La storia parte a Kiev nei primi anni Duemila: Adarich cresce come manager, diventa banchiere-padrone tra il 2012 e il 2013 ed entra nella politica regionale. Dopo Maidan incarna un sistema che il Paese vuole smantellare. Nel 2016 la Banca nazionale dichiara insolventi Fidobank ed Eurobank e avvia la liquidazione. A Kiev partono indagini amministrative e penali, con sequestri e verifiche sui flussi di capitale. Le accuse più dure arrivano dal Fondo di garanzia dei depositi: Kateryna Mysnyk, direttrice del dipartimento investigativo, aveva parlato di «uno dei primi e più grandi schemi fraudolenti» del settore, descrivendo una catena di operazioni da circa 55-56 milioni di dollari, fondi fatti uscire come importazioni fittizie per oltre 150 milioni di dollari e rientrati come presunti investimenti, seguiti dall’acquisto di Erste per 82 milioni di dollari e dall’acquisizione di oltre 180 immobili, poi rivenduti - secondo il Fondo - a prezzi sottostimati. Anche dopo il crac, gli asset di Fidobank hanno continuato a circolare: nel 2020 i suoi crediti sono finiti a società poi emerse in inchieste di Radio liberty per legami opachi e connessioni con Mosca.
Nell’Ucraina oggi in guerra con la Russia, figure come Adarich sono invise a Kiev perché incarnano l’intreccio tra banche, politica e vecchie élite, lo stesso contesto da dove arriva l’ex ministro Yuriy Kolobov, arrestato in Spagna, da dove Adarich era partito per Milano.
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Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz (Ansa)
E che il diktat di Zelensky non si traduca in una mossa vincente ne è convinto anche il Lussemburgo. Il ministro degli Esteri lussemburghese, Xavier Bettel, prima di varcare le porte del Consiglio esteri dell’Ue, ha dichiarato: «Ho sentito che il presidente Zelensky ha detto che devono diventare membri l’anno prossimo. Mi dispiace, gliel’ho detto più volte: non dare ultimatum, non è nel tuo interesse». Il rischio di imboccare la strada di due pesi e due misure è infatti dietro l’angolo: «Il fatto è che esistono delle regole, i criteri di Copenaghen, e devono essere rispettati. Non possiamo dire che ci sono criteri per alcuni e non per altri».
Sulla questione, il premier ungherese Viktor Orbán è tornato a criticare Bruxelles. «Tre quarti degli europei respingono l’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione europea. Eppure, Bruxelles continua a procedere. Non le importa cosa pensa la gente» ha scritto su X. Tra l’altro Orbán aveva rivelato l’esistenza di un documento segreto, discusso nell’Ue, che dovrebbe prevedere proprio la procedura accelerata per l’adesione di Kiev il prossimo anno. L’Alta rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio esteri, non ha risposto a chi le ha chiesto chiarimenti sulle rivelazioni del premier ungherese. Si è limitata a sostenere vagamente che «ciò che è chiaro è che il futuro dell’Ucraina è nell’Unione europea. Stiamo quindi lavorando su questo, sul processo di adesione all’Ue».
Ma oltre al percorso accelerato, tra le varie richieste del presidente ucraino rientra anche la creazione di un esercito europeo: aveva lanciato l’appello la scorsa settimana dal palco di Davos. A esprimersi in merito è stato ieri l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: «Non sposo l’idea di esercito europeo, resto legato alla Nato assieme agli Usa» ha dichiarato, precisando che «i militari americani rimangono fondamentali». Ha poi aggiunto: «Adesso avremo più fondi grazie agli apporti europei e questo permetterà una più stretta collaborazione con le industrie militari». A commentare le parole di Dragone, è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante la prima edizione del «Forum Difesa», promosso da Bruno Vespa e Comin & Partners in collaborazione con l’Iai. Il ministro ha chiarito che «nessuno pensa di avere domani mattina un esercito europeo», anche perché «la difesa resta nazionale per Costituzione». Sull’Europa si tratta piuttosto «della possibilità di interoperare tra eserciti, aeronautiche e marine dei diversi Paesi» ma sempre «secondo gli schemi della Nato».
E mentre Bruxelles ha sbandierato alcune misure discusse contro Mosca, dall’inclusione della Russia nella lista nera antiriciclaggio all’intenzione di presentare il 20° pacchetto di sanzioni, il presidente americano Donald Trump ha annunciato la tregua di una settimana.
La proposta della Casa Bianca sarebbe stata infatti accettata dallo zar russo, Vladimir Putin. «A causa del freddo estremo, ho chiesto personalmente al presidente Putin di non aprire il fuoco su Kiev e le altre città per una settimana durante questo periodo e lui ha accettato di farlo. E devo dire che è stato molto bello», ha detto il tycoon durante la riunione di gabinetto. Prima dell’annuncio, dai blogger militari russi e dai media ucraini era trapelata la notizia, non confermata dal Cremlino, di un possibile cessate il fuoco inerente alle infrastrutture energetiche. Stando a quanto riferito da Axios, la tregua per il freddo era stata proposta dagli Stati Uniti durante il trilaterale della scorsa settimana, ma Mosca aveva preso tempo. L’inviato americano, Steve Witkoff, ha poi fatto il punto su quanto raggiunto ad Abu Dhabi: si sono registrati «sviluppi positivi» sulla questione territoriale che stanno proseguendo e sono «in gran parte completati» gli accordi «sul protocollo di sicurezza» e «sulla prosperità».
Ma i prossimi colloqui, che si terranno domenica sempre nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, si svolgeranno senza la mediazione americana. A confermarlo è stato il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov: «Questo è ciò su cui americani e ucraini hanno concordato: instaurare contatti bilaterali a un livello inferiore». Lo stesso Witkoff ha comunicato che il secondo round del trilaterale, che prevede quindi anche la partecipazione americana, si terrà «tra circa una settimana».
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Ali Khamenei (Ansa)
L’amministrazione Trump sta aumentando la pressione sull’Iran. Ieri, Washington ha portato a un totale di dieci unità le navi da guerra schierate in Medio Oriente. Dall’altra parte, le forze armate della Repubblica islamica hanno ricevuto un lotto di mille droni. «In linea con le minacce future, l’esercito mantiene e potenzia i suoi vantaggi strategici per un combattimento rapido e per imporre una risposta schiacciante contro qualsiasi aggressore», ha dichiarato il comandante in capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami. Non solo. Teheran ha altresì annunciato che, la settimana prossima, effettuerà delle esercitazioni militari nello Stretto di Hormuz. «Oggi dobbiamo essere preparati a uno stato di guerra. La nostra strategia è che non inizieremo mai una guerra, ma se verrà imposta, ci difenderemo», ha affermato, dal canto suo, il vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Aref, che ha poi invocato delle «garanzie» per eventuali negoziati con Washington. Reuters ha intanto riferito che il regime di Ali Khamenei starebbe attuando una campagna di arresti di massa per dissuadere il sorgere di nuove proteste.
Che la tensione complessiva stia aumentando è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, il direttore generale di Rosatom, Alexey Likhachev, ha reso noto che Mosca sarebbe pronta a ritirare il personale russo dalla centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, mentre la stessa Ankara si sta preparando all’ipotesi di un attacco statunitense contro la Repubblica islamica. «Se gli Stati Uniti attaccassero l’Iran e il regime cadesse, la Turchia sta pianificando ulteriori misure per rafforzare la sicurezza del confine», ha affermato un funzionario turco.
È nel mezzo di queste fibrillazioni che si sono registrate varie manovre diplomatiche. Axios ha riferito che, entro la fine di questa settimana, alti funzionari israeliani e sauditi saranno a Washington per discutere della crisi iraniana. Mosca, dal canto suo, sta cercando di calmare le acque. «Continuiamo a invitare tutte le parti alla moderazione e ad astenersi dal ricorrere alla forza per risolvere questa controversia. Qualsiasi azione coercitiva non farebbe altro che seminare il caos nella regione», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Di Iran ha parlato, ieri, anche Vladimir Putin nell’incontro che ha avuto con il presidente degli Emirati arabi, Mohamed bin Zayed al-Nahyan. Non è del resto un mistero che, dopo aver perso un alleato chiave come Bashar al Assad in Siria, la Russia tema adesso di veder crollare anche il regime khomeinista.
Tutto questo, mentre, mercoledì, il vice consigliere per la sicurezza nazionale dell’India, Pavan Kapoor, si è recato a Teheran per incontrare il suo omologo iraniano, Ali Bagheri Kani. Dall’altra parte, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si è sentito al telefono ieri con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Nel frattempo, oggi il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, si recherà ad Ankara: il suo obiettivo è quello di far leva sulla Turchia per scongiurare un eventuale attacco statunitense. Del resto, l’altro ieri, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha avuto un colloquio con l’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack.
Insomma, l’incremento della tensione e tutta questa fibrillazione diplomatica evidenziano che potrebbe succedere presto qualcosa. Per quanto non ci sia ancora nulla di certo, sembra che, negli ultimi giorni, la frustrazione di Trump nei confronti di Teheran sia aumentata. Il presidente americano, in particolare, sarebbe irritato dalla mancanza di progressi nelle trattative inerenti a due delicate questioni: quella del programma nucleare e quella del programma balistico. Ragion per cui, sarebbe al momento orientato all’opzione militare contro la Repubblica islamica: il che significherebbe probabilmente un attacco o ad alcuni siti atomici o agli impianti per la fabbricazione missilistica. In quest’ottica, il presidente americano potrebbe decidere di ordinare un’azione militare proprio per mettere gli ayatollah con le spalle al muro, costringendoli a cedere alle sue richieste negoziali. «Hanno tutte le possibilità di raggiungere un accordo. Non dovrebbero perseguire capacità nucleari. Saremo pronti a fare tutto ciò che questo presidente si aspetta dal dipartimento della Guerra, proprio come abbiamo fatto questo mese in Venezuela», ha detto, ieri sera, il capo del Pentagono, Pete Hegseth.
Ma non è tutto. Sul tavolo, secondo la Cnn, ci sarebbero anche azioni militari mirate contro i leader del regime khomeinista. E qui veniamo a un punto cruciale. Più che a un regime change classico, Trump sarebbe interessato ad adottare con l’Iran una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime, per poi scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima però di averlo adeguatamente addomesticato. L’obiettivo sarebbe quello di esercitare la pressione per riorientare la politica estera di Teheran: esattamente quello che la Casa Bianca sta facendo a Caracas, in nome della cosiddetta «coercizione senza proprietà».
Una strategia, questa, che consentirebbe a Washington di tutelare gli interessi nazionali, evitando al contempo che gli Usa si ritrovino direttamente impelagati in qualche pantano militare. Trump ha d’altronde sempre nutrito significativo scetticismo verso i processi di nation building. Chiaramente, al netto di alcuni parallelismi, la situazione venezuelana non è completamente sovrapponibile a quella iraniana.
Via libera per inserire i pasdaran tra le organizzazioni terroristiche
«La repressione non può rimanere impunita». Con queste parole Kaja Kallas ha commentato la svolta impressa dai ministri degli Esteri dell’Unione europea, che hanno compiuto un passo ritenuto ormai irreversibile: l’avvio del processo per inserire i Guardiani della Rivoluzione iraniana nella lista delle organizzazioni terroristiche. «Un regime che elimina migliaia di cittadini al proprio interno - ha scritto Kallas - sta preparando la propria fine».
Allo stesso tempo, il consiglio Affari esteri ha dato il via libera a un nuovo pacchetto di misure restrittive contro Teheran. Secondo fonti diplomatiche europee, le sanzioni prevedono il divieto di ingresso nell’Ue e il congelamento dei beni per 21 soggetti: 15 persone fisiche e sei entità coinvolte nella repressione delle proteste interne, oltre a dieci individui legati alla fornitura di armamenti iraniani alla Russia, impiegati nella guerra in Ucraina. Le sanzioni individuali sono state approvate formalmente all’apertura dei lavori dei Ventisette, riuniti a Bruxelles.
Diverso, ma strettamente collegato, il percorso che riguarda la designazione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione come organizzazione terroristica. La decisione finale è attesa in una fase successiva, anche se - secondo fonti europee - diversi Stati membri avrebbero già espresso il proprio assenso. Un orientamento confermato dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani: «È emerso il consenso sulla definizione dei pasdaran come organizzazione terroristica, ma questo non significa che non si debba dialogare con Teheran». Il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha definito «storica», in un’intervista televisiva, la possibilità di inserire i Guardiani della Rivoluzione nella lista nera dell’Ue. «È una richiesta avanzata dall’Eurocamera fin dal 2023 - ha ricordato - e oggi ciò che sembrava irrealizzabile diventa finalmente possibile». Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato l’Europa di contribuire all’escalation delle tensioni regionali e ha definito la decisione un grave errore strategico: «Diversi Paesi stanno attualmente cercando di evitare lo scoppio di una guerra totale nella nostra regione. Nessuno di loro è europeo. L’Europa è invece impegnata ad alimentare il fuoco», ha scritto su X il capo della diplomazia di Teheran. Per l’ambasciatore in Italia dello Stato di Israele, Jonathan Peled, «è una decisione storica dell’Unione europea che chiama le cose con il loro nome. I Guardiani della Rivoluzione iraniana sono il principale motore del terrorismo e dell’instabilità. Esprimiamo il nostro apprezzamento per il contributo apportato dall’Italia a una decisione dell’Ue che costituisce un passo decisivo sulla via della responsabilità e della sicurezza».
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica nasce nel 1979, all’indomani della rivoluzione khomeinista, su impulso diretto della nuova leadership religiosa. La sua missione ufficiale è «difendere e diffondere i principi della rivoluzione islamica». Oltre al controllo interno, il Corpo rappresenta lo strumento principale della proiezione regionale iraniana. Attraverso la Forza Quds, unità specializzata nelle operazioni esterne, Teheran sostiene e coordina alleati come Hezbollah in Libano e le milizie sciite Hashd al-Shaabi in Iraq. La stessa Forza Quds è sospettata di aver preso parte a numerose attività clandestine sul suolo europeo, tra cui un attentato contro una sinagoga a Bochum, in Germania, nel 2021: un episodio che costituisce la base giuridica utilizzata per avviare la procedura di designazione terroristica a livello Ue.
Una decisione attesa da anni dall’opposizione iraniana. Azar Karimi, portavoce dell’associazione Giovani iraniani in Italia, parla di «un passaggio storico»: «L’Ue riconosce ciò che il popolo iraniano denuncia da 47 anni: repressione, violenza, terrorismo e violazioni sistematiche dei diritti umani. È una vittoria morale e politica per milioni di iraniani. Non cancella il dolore, ma manda un segnale chiaro: questo regime è agli sgoccioli. È un momento di speranza, responsabilità e memoria».
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