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2023-09-30
«In Italia non ritornerà un governo tecnico»
Giorgia Meloni (Getty Images)
Contrordine compagni, fate rientrare l’allarme spread. Ieri il differenziale tra Btp e Bund tedeschi si è attestato a 194 punti base, lontano dai 200 sfiorati per qualche ora giovedì. In netto calo, invece, il rendimento del Btp decennale che ha archiviato la seduta a quota 4,78% dal 4,91% della chiusura di giovedì. Tutto questo con grande delusione delle opposizioni e della grancassa mediatica della sinistra che hanno subito cominciato a dare i primi segni di quella fame di «montismo» e di governo tecnico accompagnata da rigurgiti nostalgici draghiani.
Interpellata dai cronisti a margine del Med9, il premier Giorgia Meloni ha sottolineato che «probabilmente, dopo aver letto alcuni titoli, gli investitori hanno letto anche la Nadef, che racconta dei numeri seri in previsione di una legge di bilancio estremamente seria». La preoccupazione per l’andamento dello spread, ha rimarcato la Meloni, «la vedo soprattutto nei desideri di chi immagina che un governo democraticamente eletto, che sta facendo il suo lavoro, che ha stabilità e una maggioranza forte debba andare a casa per essere sostituito da un governo che nessuno ha scelto. Mi diverte molto il dibattito che già si fa sui nomi dei ministri. Temo che questa speranza non si tradurrà in una realtà perché l’Italia rimane solida, ha una previsione di crescita superiore alla media europea, anche per il prossimo anno, superiore alla Francia e alla Germania anche il prossimo anno». Ma un eventuale governo tecnico, si è chiesta la Meloni, «da chi dovrebbe essere sostenuto, da quelli del Superbonus? È lì che vedo un problema per i conti pubblici italiani, non in chi le poche risorse che ha le spende per metterle nei redditi più bassi, senza lasciare voragini per chi viene dopo. Non vedo questo problema» dello spread, ha ribadito la Meloni, «il governo sta bene, la situazione è complessa, l’abbiamo maneggiata con serietà l’anno scorso, e la stiamo maneggiando con serietà quest’anno. Lo spread a ottobre scorso era a 250, durante l’anno precedente al nuovo governo è stato più alto e i titoli non li ho visti. La sinistra continui a fare la lista dei ministri del governo tecnico che noi intanto governiamo», ha concluso il premier. Si è aggiunta ieri la voce del sottosegretario leghista all’Economia, Federico Freni, che a Radio24 ha detto che «una soglia di guardia dello spread possa essere il massimo della serie storica toccato negli ultimi 4 anni, quindi 340-350 che è il massimo dal 2018 a oggi». Quando però i tassi erano a zero, aggiungiamo noi.
Sul tema è intervenuto anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco: «Gli interessi» sul debito pubblico, ha detto, «non sono il risultato di speculazione contro l’Italia, sono il risultato di un’attenzione sul fatto di tenere i nostri conti il più possibile in ordine. Questo è un impegno politico rilevante».
Un report del centro studi di Unimpresa mostra come la salita dello spread sia riconducibile alla fiammata dei tassi di interesse e che, nonostante i continui rialzi deliberati dalla Bce, il divario tra Italia e Germania è rimasto su livelli che non destano preoccupazione. Nei primi nove mesi del 2023, la media dello spread è stata di 20 punti base inferiore rispetto a quella registrata l’anno scorso: 176 punti contro 196. Il differenziale tra i titoli di Stato italiani e titoli pubblici della Germania ha cominciato a crescere, nel corso del 2022, in coincidenza con l’aumento del costo del denaro deciso da Francoforte: il picco massimo dell’ultimo triennio, infatti, è stato raggiunto tra luglio e agosto quando il tasso base Bce è stato portato, da 0, prima allo 0,50% e poi all’1,25%. Dal picco raggiunto a settembre 2022, pari a 242 punti, si è scesi progressivamente (salvo il ritorno a 219 punti di dicembre) fino ai 160 punti del luglio scorso. La maggiore spesa per interessi sul debito pubblico, aggiunge Unimpresa, è dovuta al più alto livello dei tassi d’interesse che imporrà al Tesoro italiano di incrementare la remunerazione riconosciuta ai sottoscrittori di Bot e Btp, in aumento dagli 85 miliardi del 2022 agli oltre 100 miliardi del 2023.
Nel frattempo, ieri, tra gli «allarmati» dello spread è spuntato pure il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Che in un’intervista a Repubblica si è detto molto preoccupato visto il livello del debito pubblico: «Il ministro Giorgetti ha detto che il solo aumento del differenziale quest’anno brucerà 15 miliardi. Una manovra finanziaria». Bonomi ha poi definito sbagliata la strada che ha preso la Bce ma ha chiesto al governo di «rivedere seriamente la spesa corrente, sono oltre 1.100 miliardi all’anno: da qualche parte si potrà risparmiare?», ha aggiunto il capo degli industriali. Lo stesso Bonomi, ora spaventato dal debito, che apprezzava il bonus 110% (perché «l’edilizia è il motorino di avviamento dell’automobile Italia») e ne chiedeva la proroga dopo che la spesa è esplosa salvo poi criticarlo ferocemente quando il governo Meloni l’ha abolito («È incredibile aver speso tutti quei soldi»). Una giravolta simile a quella sul salario minimo: tre mesi fa Bonomi aveva aperto la porta al cavallo di battaglia di Pd e Cgil assicurando che non c’era alcun veto, poi a metà settembre agli industriali riuniti in assemblea ha detto che «il salario minimo non serve, serve un salario giusto».
Nadef, il testo non è ancora pubblico. Previsto deficit sotto il 3% nel 2026
Il deficit italiano scenderà sotto il 3% entro i prossimi tre anni. È quello che si intuisce dalla tabella con gli indicatori di finanza pubblica della Nadef, in attesa che venga pubblicato il testo della Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza. Più in dettaglio per quest’anno l’indebitamento è fissato al 5,3% programmatico (5,2% tendenziale), mentre per il prossimo il deficit programmatico viene fissato al 4,3% e quello tendenziale al 3,6%. Tra due anni, nel 2025, sarà al 3,6% (3,4% tendenziale); per poi scendere nel 2026 al 2,9% (nel quadro tendenziale è al 3,1%). Lento anche il piano di decrescita del debito pubblico. In questo caso si passa dal 140,2% del Pil nel 2023 al 140,1% nel 2024 per giungere al 139,9% nel 2025 e al 139,6% nel 2026.
Sempre dalla tabella si capisce che la differenza tra entrate e spese al netto di quelle per interessi sul debito pubblico, tornerà positivo nel 2025 con un netto miglioramento rispetto al -3,8% del 2022. In particolare, il saldo primario è previsto a quota -1,5% del Pil nel 2023 e al -0,2% nel 2024. Arriverà ad avere il segno più nel 2025, allo 0,7% del Pil, per poi salire all’1,6% nel 2026.
Secondo la tabella, l’Italia spenderà inoltre quest’anno il 3,8% del Pil in interessi passivi (quadro programmatico e tendenziale), per passare al 4,2% nel 2024, al 4,3% nel 2025 e giungere al 4,6% nel 2026. La cifra cresce in percentuale perché secondo le previsioni il debito pubblico dovrebbe diminuire.
Secondo i dati già emersi, insomma, la crescita dell’Italia tira il freno a mano. Per intenderci, nel corso del 2023 il Pil viene stimato al +0,8% (era all’1% nel def di aprile) e all’1,2% nel 2024. Nel 2025 la quota giunge all’1,4% e all’1% nel 2025 e nel 2026.
Il motivo di tutto questo appare molto chiaro per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «Il motivo per cui il debito non diminuisce come auspicato è perché, ormai diventa evidente a tutti, il conto da pagare per i bonus edilizi, soprattutto il Superbonus, i famosi 80 miliardi ahimè in aumento, sono pagati in quattro comode rate dal 2024. In assenza di questo il debito sarebbe calato di un punto percentuale ogni anno», aveva detto due giorni fa Giorgetti.
Gli effetti negativi del Superbonus sui conti pubblici comporteranno sacrifici su altri fonti di spesa di cui però, dice Giorgetti, «siamo consapevoli perché le priorità sono appunto quelle che abbiamo segnalato. Dobbiamo scontare, ed è il motivo per cui il debito cala così lievemente, il fatto che abbiamo più di 80 miliardi di debiti fiscali dai bonus edilizi che scenderanno e che dovranno essere onorati nei prossimi quattro anni. In assenza di questi il nostro debito sarebbe sceso di un punto percentuale all’anno, esattamente come richiesto dagli altri Paesi europei».
Intanto il governo, in attesa del testo definitivo, fa sapere che all’interno della Nadef giocherà un ruolo fondamentale il sostegno ai redditi medio bassi fiaccati dall’inflazione a cui si porrà rimedio attraverso il taglio del cuneo fiscale. Ci saranno, inoltre, interventi a sostegno delle famiglie, dell’aumento della natalità e l’avvio della delega fiscale.
Certo è che si tratta di una Nadef nata in un momento molto difficile per l’economia italiana. «Un quadro economico-finanziario su cui gravano gli effetti di una politica monetaria restrittiva basata sull’aumento dei tassi d’interesse e le conseguenze del conflitto russo- ucraino» ha sottolineato Giorgetti.
«Il governo», prosegue il ministro del Tesoro, «si è mosso secondo una politica di bilancio seria, responsabile e prudente consapevole che fare debito non è mai una buona cosa ma, allo stesso tempo, considerando che l’aiuto alle famiglie con redditi medio bassi deve essere comunque confermato». Di conseguenza abbiamo rideterminato la previsione di crescita per il 2023, il 2024 e gli anni successivi, aggiornando anche il livello di indebitamento che ogni anno ci possiamo permettere».
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Lo spread cala e Giorgia Meloni ribatte alla sinistra: «Non vedo problemi, ma l’opposizione ci spera per mandare a casa un esecutivo democraticamente eletto». Altra piroetta di Carlo Bonomi, che dopo aver sostenuto il Superbonus ora attacca la maggioranza sul debito.Nadef, diffusi i primi dati ma la versione integrale della Nota non è disponibile sul sito del Mef.Lo speciale contiene due articoli.Contrordine compagni, fate rientrare l’allarme spread. Ieri il differenziale tra Btp e Bund tedeschi si è attestato a 194 punti base, lontano dai 200 sfiorati per qualche ora giovedì. In netto calo, invece, il rendimento del Btp decennale che ha archiviato la seduta a quota 4,78% dal 4,91% della chiusura di giovedì. Tutto questo con grande delusione delle opposizioni e della grancassa mediatica della sinistra che hanno subito cominciato a dare i primi segni di quella fame di «montismo» e di governo tecnico accompagnata da rigurgiti nostalgici draghiani.Interpellata dai cronisti a margine del Med9, il premier Giorgia Meloni ha sottolineato che «probabilmente, dopo aver letto alcuni titoli, gli investitori hanno letto anche la Nadef, che racconta dei numeri seri in previsione di una legge di bilancio estremamente seria». La preoccupazione per l’andamento dello spread, ha rimarcato la Meloni, «la vedo soprattutto nei desideri di chi immagina che un governo democraticamente eletto, che sta facendo il suo lavoro, che ha stabilità e una maggioranza forte debba andare a casa per essere sostituito da un governo che nessuno ha scelto. Mi diverte molto il dibattito che già si fa sui nomi dei ministri. Temo che questa speranza non si tradurrà in una realtà perché l’Italia rimane solida, ha una previsione di crescita superiore alla media europea, anche per il prossimo anno, superiore alla Francia e alla Germania anche il prossimo anno». Ma un eventuale governo tecnico, si è chiesta la Meloni, «da chi dovrebbe essere sostenuto, da quelli del Superbonus? È lì che vedo un problema per i conti pubblici italiani, non in chi le poche risorse che ha le spende per metterle nei redditi più bassi, senza lasciare voragini per chi viene dopo. Non vedo questo problema» dello spread, ha ribadito la Meloni, «il governo sta bene, la situazione è complessa, l’abbiamo maneggiata con serietà l’anno scorso, e la stiamo maneggiando con serietà quest’anno. Lo spread a ottobre scorso era a 250, durante l’anno precedente al nuovo governo è stato più alto e i titoli non li ho visti. La sinistra continui a fare la lista dei ministri del governo tecnico che noi intanto governiamo», ha concluso il premier. Si è aggiunta ieri la voce del sottosegretario leghista all’Economia, Federico Freni, che a Radio24 ha detto che «una soglia di guardia dello spread possa essere il massimo della serie storica toccato negli ultimi 4 anni, quindi 340-350 che è il massimo dal 2018 a oggi». Quando però i tassi erano a zero, aggiungiamo noi. Sul tema è intervenuto anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco: «Gli interessi» sul debito pubblico, ha detto, «non sono il risultato di speculazione contro l’Italia, sono il risultato di un’attenzione sul fatto di tenere i nostri conti il più possibile in ordine. Questo è un impegno politico rilevante».Un report del centro studi di Unimpresa mostra come la salita dello spread sia riconducibile alla fiammata dei tassi di interesse e che, nonostante i continui rialzi deliberati dalla Bce, il divario tra Italia e Germania è rimasto su livelli che non destano preoccupazione. Nei primi nove mesi del 2023, la media dello spread è stata di 20 punti base inferiore rispetto a quella registrata l’anno scorso: 176 punti contro 196. Il differenziale tra i titoli di Stato italiani e titoli pubblici della Germania ha cominciato a crescere, nel corso del 2022, in coincidenza con l’aumento del costo del denaro deciso da Francoforte: il picco massimo dell’ultimo triennio, infatti, è stato raggiunto tra luglio e agosto quando il tasso base Bce è stato portato, da 0, prima allo 0,50% e poi all’1,25%. Dal picco raggiunto a settembre 2022, pari a 242 punti, si è scesi progressivamente (salvo il ritorno a 219 punti di dicembre) fino ai 160 punti del luglio scorso. La maggiore spesa per interessi sul debito pubblico, aggiunge Unimpresa, è dovuta al più alto livello dei tassi d’interesse che imporrà al Tesoro italiano di incrementare la remunerazione riconosciuta ai sottoscrittori di Bot e Btp, in aumento dagli 85 miliardi del 2022 agli oltre 100 miliardi del 2023.Nel frattempo, ieri, tra gli «allarmati» dello spread è spuntato pure il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Che in un’intervista a Repubblica si è detto molto preoccupato visto il livello del debito pubblico: «Il ministro Giorgetti ha detto che il solo aumento del differenziale quest’anno brucerà 15 miliardi. Una manovra finanziaria». Bonomi ha poi definito sbagliata la strada che ha preso la Bce ma ha chiesto al governo di «rivedere seriamente la spesa corrente, sono oltre 1.100 miliardi all’anno: da qualche parte si potrà risparmiare?», ha aggiunto il capo degli industriali. Lo stesso Bonomi, ora spaventato dal debito, che apprezzava il bonus 110% (perché «l’edilizia è il motorino di avviamento dell’automobile Italia») e ne chiedeva la proroga dopo che la spesa è esplosa salvo poi criticarlo ferocemente quando il governo Meloni l’ha abolito («È incredibile aver speso tutti quei soldi»). Una giravolta simile a quella sul salario minimo: tre mesi fa Bonomi aveva aperto la porta al cavallo di battaglia di Pd e Cgil assicurando che non c’era alcun veto, poi a metà settembre agli industriali riuniti in assemblea ha detto che «il salario minimo non serve, serve un salario giusto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-tecnico-meloni-2665765665.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nadef-il-testo-non-e-ancora-pubblico-previsto-deficit-sotto-il-3-nel-2026" data-post-id="2665765665" data-published-at="1696020813" data-use-pagination="False"> Nadef, il testo non è ancora pubblico. Previsto deficit sotto il 3% nel 2026 Il deficit italiano scenderà sotto il 3% entro i prossimi tre anni. È quello che si intuisce dalla tabella con gli indicatori di finanza pubblica della Nadef, in attesa che venga pubblicato il testo della Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza. Più in dettaglio per quest’anno l’indebitamento è fissato al 5,3% programmatico (5,2% tendenziale), mentre per il prossimo il deficit programmatico viene fissato al 4,3% e quello tendenziale al 3,6%. Tra due anni, nel 2025, sarà al 3,6% (3,4% tendenziale); per poi scendere nel 2026 al 2,9% (nel quadro tendenziale è al 3,1%). Lento anche il piano di decrescita del debito pubblico. In questo caso si passa dal 140,2% del Pil nel 2023 al 140,1% nel 2024 per giungere al 139,9% nel 2025 e al 139,6% nel 2026. Sempre dalla tabella si capisce che la differenza tra entrate e spese al netto di quelle per interessi sul debito pubblico, tornerà positivo nel 2025 con un netto miglioramento rispetto al -3,8% del 2022. In particolare, il saldo primario è previsto a quota -1,5% del Pil nel 2023 e al -0,2% nel 2024. Arriverà ad avere il segno più nel 2025, allo 0,7% del Pil, per poi salire all’1,6% nel 2026. Secondo la tabella, l’Italia spenderà inoltre quest’anno il 3,8% del Pil in interessi passivi (quadro programmatico e tendenziale), per passare al 4,2% nel 2024, al 4,3% nel 2025 e giungere al 4,6% nel 2026. La cifra cresce in percentuale perché secondo le previsioni il debito pubblico dovrebbe diminuire. Secondo i dati già emersi, insomma, la crescita dell’Italia tira il freno a mano. Per intenderci, nel corso del 2023 il Pil viene stimato al +0,8% (era all’1% nel def di aprile) e all’1,2% nel 2024. Nel 2025 la quota giunge all’1,4% e all’1% nel 2025 e nel 2026. Il motivo di tutto questo appare molto chiaro per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «Il motivo per cui il debito non diminuisce come auspicato è perché, ormai diventa evidente a tutti, il conto da pagare per i bonus edilizi, soprattutto il Superbonus, i famosi 80 miliardi ahimè in aumento, sono pagati in quattro comode rate dal 2024. In assenza di questo il debito sarebbe calato di un punto percentuale ogni anno», aveva detto due giorni fa Giorgetti. Gli effetti negativi del Superbonus sui conti pubblici comporteranno sacrifici su altri fonti di spesa di cui però, dice Giorgetti, «siamo consapevoli perché le priorità sono appunto quelle che abbiamo segnalato. Dobbiamo scontare, ed è il motivo per cui il debito cala così lievemente, il fatto che abbiamo più di 80 miliardi di debiti fiscali dai bonus edilizi che scenderanno e che dovranno essere onorati nei prossimi quattro anni. In assenza di questi il nostro debito sarebbe sceso di un punto percentuale all’anno, esattamente come richiesto dagli altri Paesi europei». Intanto il governo, in attesa del testo definitivo, fa sapere che all’interno della Nadef giocherà un ruolo fondamentale il sostegno ai redditi medio bassi fiaccati dall’inflazione a cui si porrà rimedio attraverso il taglio del cuneo fiscale. Ci saranno, inoltre, interventi a sostegno delle famiglie, dell’aumento della natalità e l’avvio della delega fiscale. Certo è che si tratta di una Nadef nata in un momento molto difficile per l’economia italiana. «Un quadro economico-finanziario su cui gravano gli effetti di una politica monetaria restrittiva basata sull’aumento dei tassi d’interesse e le conseguenze del conflitto russo- ucraino» ha sottolineato Giorgetti. «Il governo», prosegue il ministro del Tesoro, «si è mosso secondo una politica di bilancio seria, responsabile e prudente consapevole che fare debito non è mai una buona cosa ma, allo stesso tempo, considerando che l’aiuto alle famiglie con redditi medio bassi deve essere comunque confermato». Di conseguenza abbiamo rideterminato la previsione di crescita per il 2023, il 2024 e gli anni successivi, aggiornando anche il livello di indebitamento che ogni anno ci possiamo permettere».
Mentre il Papa torna a essere l'unica autorità morale che parla di pace e teologia, per il tycoon esiste un solo "scelto da Dio" che non siede a Roma ma nello Studio Ovale.
L’obiettivo è ambizioso: sviluppare una serra multipiano adattiva capace di funzionare sia su stazioni orbitali sia sulla Luna. «Entro maggio concluderemo lo studio di fattibilità», ha spiegato Malerba.
Le piante, ha sottolineato, saranno fondamentali per il futuro dell’esplorazione spaziale: non solo per migliorare la dieta degli astronauti nelle missioni di lunga durata in orbita terrestre, ma soprattutto per garantire autonomia nelle missioni lunari.
«Sulla Luna non avremo a disposizione il fruttivendolo — ha osservato — quindi ci converrà portare dei semi, farli crescere gradualmente e costruire una forma di sostenibilità anche in un ambiente così difficile».
Il progetto punta dunque a rendere più autosufficienti le missioni spaziali, integrando produzione alimentare e supporto alla vita in condizioni estreme.
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Il neopresidente bulgaro Rumen Radev (Ansa)
L’ex presidente della repubblica Rumen Radev, sostenuto dal nuovo partito Bulgaria Progressista (Progresivna Bulgariya - Pb, fondato a marzo), ha infatti vinto le elezioni parlamentari di domenica, ottenendo la maggioranza assoluta con il 44,7% dei voti (130 seggi sui 240 totali): 30 punti percentuali in più rispetto al partito conservatore Gerb di Boyko Borissov, che ha riscosso il consenso di appena il 13% degli elettori, dopo una legislatura che ha visto ben otto cambi di governo.
Non è sicuro, per usare un eufemismo, che la vittoria di Radev sia una buona notizia per Von der Leyen, la presidente che, dopo una prima legislatura orientata a sinistra, dopo le elezioni europee del 2024 ha cercato di barcamenarsi virando il timone del suo esecutivo più verso il centrodestra. Di fatto, la vittoria del neo premier bulgaro rappresenta un cortocircuito per Bruxelles, essendo stata accolta con favore sia dalla Russia che dall’Unione europea. Il Cremlino ha definito «positive» le dichiarazioni di Radev a favore del dialogo con la Russia. Ma anche donna Ursula gli ha espresso le sue vive congratulazioni, facendo buon viso a cattivo gioco: «La Bulgaria è un membro orgoglioso della famiglia europea e svolge un ruolo importante nell’affrontare le nostre sfide comuni. Non vedo l’ora di collaborare con lui (Radev, ndr) per la prosperità e la sicurezza della Bulgaria e dell’Europa». Quasi le stesse parole usate dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che su X ha scritto: «Congratulazioni a Rumen Radev per la sua vittoria. Non vedo l’ora di lavorare assieme a voi nel Consiglio sulla nostra agenda condivisa per un’Europa prospera, autonoma e sicura».
Non vedranno l’ora, ma l’elezione di Radev rischia di essere una bella patata bollente per Von der Leyen e tutta l’eurocrazia europea, che temono più della morte l’avvento di un nuovo Orbán e di nuovi veti al Consiglio: non così improbabili, dato che il vincitore delle elezioni ha espressamente manifestato idee euroscettiche e non ostili a Mosca nel corso della campagna elettorale.
Il neo premier ha auspicato infatti il ripristino di relazioni «pratiche e pragmatiche» con la Russia, basate sul rispetto reciproco e sul libero flusso di gas e petrolio russo verso l’Europa, che passa proprio per il territorio bulgaro. Ha ripetutamente dichiarato che le sanzioni europee contro Putin sono «inefficaci» e dannose per l’economia Ue, definendo «immorale», da parte dell’Europa, la pressione sull’Ucraina per il proseguimento della guerra. «Queste politiche stanno portando l’Ucraina al disastro e l’Europa a un vicolo cieco», ha detto.
Ma il fattore forse decisivo che ha condotto alla vittoria di domenica è stata l’ondata di proteste, per tutto il 2025, all’adesione, fortemente sostenuta dalla Bce e dalla Commissione, della Bulgaria alla zona euro, scattata a gennaio 2026: anche Radev, che all’epoca era presidente della repubblica, si è schierato contro, chiedendo che la voce del popolo fosse ascoltata. Il 9 maggio dello scorso anno, data simbolica per l’Europa, il neo premier ha proposto, inascoltato, di indire un referendum per decidere l’ingresso nell’eurozona. Sulla notizia è caduto l’occhio attento dell’economista Alberto Bagnai, deputato e responsabile economico della Lega che, affiancando i dati del Pil pro capite di Bulgaria e Italia rispetto alla media europea dal 2000 ad oggi (in euro e a parità di potere d’acquisto), ha osservato che la percentuale bulgara è andata in costante aumento, mentre quella italiana in declino. È vero che il lev bulgaro era già agganciato all’euro da tempo ma, ha commentato Bagnai sul suo blog goofynomics, «quanto può far schifo il “progetto europeo” se perfino quelli che ne hanno tratto un discreto vantaggio fanno così tanta resistenza a un definitivo ingresso in esso? Di cosa hanno paura i bulgari? Sospetto che temano che l’entrata nell’euro interrompa la fase di catch-up, di recupero di posizioni rispetto alla media. Sarà un timore fondato, o è un’ondata di irrazionalità fomentata dai soliti populisti irresponsabili?», ha ironizzato il deputato leghista.
Toccherà a Ursula & Co. sbrogliare la matassa. Le elezioni di domenica, che hanno riunito sotto lo stesso tetto un pot-pourri di elettori di diversa estrazione politica (socialisti anti-sistema ma anche sovranisti), accomunati dal malcontento, stanno riposizionando Sofia anche sul piano geopolitico: pur mantenendo formalmente gli impegni dell’Ue e della Nato, Radev cerca relazioni equilibrate sia con l’Occidente che con Mosca, con buona pace della vacuità bruxellese.
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Ansa
Le famiglie dei feriti - alcuni molto gravi e ancora in riabilitazione - denunciano che «gli ospedali svizzeri non ci mandano le cartelle sanitarie (fondamentali per i processi, ndr) bensì le fatture per le cure ricevute poco dopo l’incendio». A far indignare anche le cifre: per un ricovero di appena 15 ore, prima del trasferimento in elicottero verso l’ospedale Niguarda di Milano, vengono contabilizzati dai 17.000 ai 75.000 euro. Sui documenti, inviati via mail, è indicato che quelle somme non dovranno essere pagate dalle famiglie, ma sono ben spiegati i dettagli economici relativi alle prime ore di ricovero in strutture come quella di Sion, dove i ragazzi furono soccorsi prima che venisse messo in moto il ponte aereo fra Svizzera e Italia. «Oltre il danno la beffa», commenta Umberto Marcucci, papà del sedicenne Manfredi sopravvissuto al rogo, «per tutti noi è stato uno choc vedere quella mail, arrivata senza nessun avvertimento, con cifre senza nessuna spiegazione che somigliano più che altro a una tariffa oraria». Intanto le famiglie sono sempre in attesa delle cartelle cliniche, che però non arrivano, e che invece sarebbero necessarie considerato che molti ragazzi sono ancora ricoverati o in fase di riabilitazione dopo ustioni gravissime e danni polmonari in virtù dei quali, per proseguire il percorso di ripresa, è utile sapere nel dettaglio le cure effettuate nelle prime ore successive all’incendio.
Nel frattempo, la postilla sui documenti contabili che specifica come il pagamento non vada effettuato, non rassicura mamme e papà di casa nostra che chiedono chiarezza e garanzie: vogliono la certezza che i costi saranno interamente coperti dal Cantone Vallese e che lo Stato italiano non debba intervenire. Per discutere di questa delicata questione l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, nei prossimi giorni avrà una serie di incontri con le autorità elvetiche, tra Berna e il Vallese, proprio per una conferma ufficiale di quanto già stabilito: le spese sanitarie sono interamente a carico delle autorità svizzere, non di quelle italiane né delle famiglie delle vittime. L’ambasciatore si fa portavoce dell’indignazione dei genitori: «Di fronte a una tragedia spaventosa, capisco che ricevere un documento del genere possa far male e far ripiombare nella tragedia, ma è prassi ricorrente in Svizzera».
Pià netto l’avvocato Domenico Radice, legale di diverse famiglie di feriti italiani, che parla apertamente di gestione inadeguata: «Al di là di chi dovrà pagare, l’invio delle fatture in un contesto del genere è abbastanza scandaloso e avrebbe richiesto maggiore attenzione. Per le famiglie la misura è colma».
Sul fronte delle indagini salgono a 13 gli indagati per la strage di Crans-Montana, provocata dal rogo innescato da fontane luminose pirotecniche, che incendiarono i pannelli fonoassorbenti del soffitto nel seminterrato. La Procura di Sion oltre al Comune di Crans-Montana ha coinvolto anche i vertici politici della vecchia amministrazione di Chermignon, in carica fino al 2017, prima della fusione tra le due comunità.
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