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2024-12-24
Governo-giudici: secondo round sull’Albania
Giorgia Meloni (Ansa)
L’Albania è in cima alla lista dei buoni propositi per il 2025. Nella tarda mattinata di ieri, a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ha presieduto una riunione sull’attuazione del protocollo con Tirana per i migranti. Hanno partecipato Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri; Matteo Piantedosi, titolare del Viminale; Guido Crosetto, ministro della Difesa; Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei; e il sottosegretario con delega ai Servizi, Alfredo Mantovano. Il peso del parterre illustra il valore strategico attribuito dal governo all’hub di Shengjin e al Centro per i rimpatri di Gjadër. Struttura che le mancate convalide dei trattenimenti da parte dei giudici hanno svuotato, picconando un progetto sul quale la leader di Fdi ha investito soldi e reputazione.
«Il vertice», spiegava una nota della presidenza del Consiglio, «ha ribadito la ferma intenzione di continuare a lavorare, insieme ai partner Ue e in linea con le Conclusioni del Consiglio europeo dello scorso 19 dicembre, sulle cosiddette “soluzioni innovative” al fenomeno migratorio». Una strada sulla quale la Meloni ha registrato, a Bruxelles, un «forte consenso», emerso in occasione dell’incontro che si è svolto, a margine del summit Ue della settimana scorsa, «insieme ai primi ministri danese e olandese con gli Stati membri più interessati al tema». Tajani, che ieri è volato in Kosovo dai militari della missione Kfor, ha ribadito «il nostro impegno a seguire il percorso che anche l’Unione europea ha riconosciuto. Andremo avanti», ha aggiunto il capo della diplomazia italiana, «per contrastare i trafficanti di esseri umani, per il rispetto delle norme comunitarie. Le soluzioni innovative sono state apprezzate e vengono apprezzate anche da altri Paesi. Abbiamo avuto una sentenza della Corte che conferma la bontà delle scelte del governo».
Il ministro si riferiva al verdetto della Cassazione di giovedì scorso, che l’esecutivo ha accolto con entusiasmo. Gli ermellini, in effetti, hanno confermato che è il «circuito democratico della rappresentanza popolare», ossia la politica, a dover individuare i Paesi sicuri, nei quali è lecito rimandare gli immigrati con la procedura accelerata di rimpatrio. È un punto cruciale, perché il protocollo siglato con Edi Rama prevede che, al di là dell’Adriatico, siano condotti gli stranieri in età adulta, in buona salute, non vulnerabili, provenienti da uno Stato incluso nella lista governativa. Soltanto a costoro è possibile applicare l’iter veloce per il respingimento. La Suprema Corte ha precisato che i magistrati valuteranno caso per caso la situazione dei singoli ricorrenti, però ha chiarito - come hanno sottolineato dal Viminale - che il trattenimento nei Cpr si può negare solamente in presenza di una «puntuale istruttoria», qualora sussista un «manifesto contrasto» tra l’elenco dei Paesi sicuri e i «principi del diritto europeo e nazionale». È lecito disapplicare la normativa italiana solo se il richiedente asilo «abbia adeguatamente dedotto l’insicurezza» del suo rimpatrio «nelle circostanze specifiche in cui egli si trova». Per intenderci: un egiziano chiede protezione in quanto omosessuale? Dovrà provare che, all’ombra delle piramidi, le minoranze Lbgt vengono perseguitate e che egli stesso rischia di essere preso di mira.
La Cassazione ha così fissato dei paletti all’arbitrio delle toghe, ringalluzzite dalla sentenza della Corte Ue di ottobre, la quale assegnava loro il compito di valutare la compatibilità della lista dei Paesi sicuri con il diritto europeo. I criteri indicati dagli ermellini dovrebbero aver messo al bando le sentenze-fotocopia, con cui sono stati fermati i trasbordi verso l’Albania. Il verdetto riguardava il precedente decreto ministeriale, snobbato dai giudici, in quanto fonte del diritto subordinata; a maggior ragione, varrà per il decreto legge, con cui il governo ha rafforzato la disciplina dei Paesi sicuri. Rimane sullo sfondo la prossima pronuncia delle toghe del Lussemburgo, attesa per metà 2025. Comunque, l’Ue dovrebbe giocare d’anticipo, aggiornando la sua «dottrina» sui Paesi sicuri a marzo.
Entro la prima decade di gennaio, invece, sarà completato il passaggio di competenze sui trattenimenti dalle sezioni immigrazione dei tribunali alle Corti d’Appello. È l’altro asso nella manica del governo: i giudici di seconda istanza non si sono occupati in maniera esclusiva di migranti e, auspicabilmente, non hanno trasformato quella per l’accoglienza in una battaglia ideologica personale; inoltre, nei gradi di giudizio superiore, in genere lavorano i magistrati più competenti ed esperti.
Le rinverdite speranze della Meloni hanno allarmato le opposizioni: se riuscisse l’operazione Albania, la sinistra finirebbe al tappeto. I 5 stelle, dunque, si sono scagliati contro una «propaganda che non risolve nulla»; Angelo Bonelli, di Avs, contestando l’interpretazione della sentenza della Cassazione, ha parlato di «analfabetismo giuridico» del premier; secondo Matteo Renzi, «è più facile credere a Babbo Natale che all’utilità dei centri albanesi». Da presidente del Consiglio, lui spalancò i porti in cambio del permesso dell’Europa a distribuire il bonus da 80 euro. Senza essere Santa Claus, ci rifilò un pacco.
Putin sta spostando in Cirenaica soldati e missili espulsi dalla Siria
L’assistenza al governo di accordo nazionale della Libia, nazione cruciale per l’immigrazione, la missione Miasit e la vicinanza ai nostri militari, per ringraziarli del loro impegno, che li tiene lontani da casa nel periodo delle festività. Sono gli scopi della visita in Libia del nostro capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, avvenuta ieri 23 dicembre. Accolto a Tripoli dall’ambasciatore italiano, Gianluca Alberini, e dal comandante Miasit, generale Luigi Tufano, Portolano ha incontrato l’omologo generale Mohamed Ali Elhaddad, con il quale ha discusso di come incrementare le capacità delle istituzioni locali e avviare la cooperazione per il supporto sanitario e umanitario, l’assistenza alle forze di sicurezza per la stabilità del Paese e di come continuare l’attività di addestramento del personale locale.
La caduta del regime siriano di Bashar al-Assad sta però cambiando la situazione: da due settimane, navi e aeroplani militari russi stanno smobilitando dalle basi siriane di Tartus e Hmeimin, facendo rotta su porti come Tobruk e basi come al-Khadim (Bengasi), dove comanda il generale Khalifa Haftar. Un fatto che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha così commentato: «Il ritiro delle forze russe dalla Siria potrebbe diventare un problema per l’Italia poiché il trasferimento avviene verso la Libia e questo può costituire una minaccia alla sicurezza. Le navi e i sottomarini russi nel Mediterraneo sono sempre una preoccupazione, ma ancora di più se sono a due passi da noi». L’ex presidente siriano Assad aveva firmato con Mosca un accordo nel 2017 per l’uso delle basi sul suo territorio, patto che pare congelato dal nuovo regime. Così Vladimir Putin, che da anni corteggia Haftar, starebbe trasferendo in territorio libico 1.500 uomini, ma anche sistemi missilistici S-300 e S-400. Vero è che la Libia è sempre stata una tappa intermedia dei voli militari tra la Russia e il resto dell’Africa, dove Mosca sostenere i golpisti della regione subsahariana, ma se Haftar accogliesse nuovi asset russi darebbe un pessimo segnale alla Nato, soprattutto dopo che, negli ultimi mesi, ha incontrato il funzionario statunitense Jeremy Berndt per discutere di riunificazione della Libia con la regione occidentale gestita dal governo di accordo nazionale, riconosciuto dall’Onu e presieduto dal primo ministro Abdul Hamid Dabaiba.
Al momento non pare esserci alcun accordo formale tra Haftar e Putin a suggellare queste operazioni, mentre ne esiste uno - simile a Miasit - che prevede la presenza di istruttori militari russi in Cirenaica per addestrare l’esercito nazionale libico.
La presenza russa in Libia non piace alla Turchia: il presidente Recep Erdogan ha sempre voluto essere protagonista del dopo Gheddafi armando le truppe dell’Ovest durante la guerra civile, ma Dabaiba respinge qualsiasi tentativo di trasformare il suo Paese in un centro per conflitti tra grandi potenze. Ha infatti convocato l’ambasciatore russo ribadendo: «Non daremo alcun permesso per trasferire qui asset militari poiché sarebbe un motivo per riaccendere la crisi interna».
Una delle preoccupazioni di Daibaba è seguire la linea dettata da Usa e Regno Unito per combattere la corruzione. Gli Stati Uniti hanno sospeso le transazioni in dollari della Federal Reserve Bank di New York verso la Banca centrale libica fino a quando non sarà nominato un revisore indipendente specializzato nella lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo. Ci sono sospetti di contrabbando di petrolio e di legami finanziari con Mosca.
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Maxi vertice a Palazzo Chigi sul centro per i rimpatri balcanico: «Andiamo avanti, soluzione innovativa che nell’Ue apprezzano». Giorgia Meloni confida nei paletti messi ai magistrati dalla Cassazione e nel trasferimento di competenze alle Corti d’Appello da gennaio.Il generale Luciano Portolano in Libia per rafforzare la cooperazione, in vista della nuova sfida russa.Lo speciale contiene due articoli.L’Albania è in cima alla lista dei buoni propositi per il 2025. Nella tarda mattinata di ieri, a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ha presieduto una riunione sull’attuazione del protocollo con Tirana per i migranti. Hanno partecipato Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri; Matteo Piantedosi, titolare del Viminale; Guido Crosetto, ministro della Difesa; Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei; e il sottosegretario con delega ai Servizi, Alfredo Mantovano. Il peso del parterre illustra il valore strategico attribuito dal governo all’hub di Shengjin e al Centro per i rimpatri di Gjadër. Struttura che le mancate convalide dei trattenimenti da parte dei giudici hanno svuotato, picconando un progetto sul quale la leader di Fdi ha investito soldi e reputazione.«Il vertice», spiegava una nota della presidenza del Consiglio, «ha ribadito la ferma intenzione di continuare a lavorare, insieme ai partner Ue e in linea con le Conclusioni del Consiglio europeo dello scorso 19 dicembre, sulle cosiddette “soluzioni innovative” al fenomeno migratorio». Una strada sulla quale la Meloni ha registrato, a Bruxelles, un «forte consenso», emerso in occasione dell’incontro che si è svolto, a margine del summit Ue della settimana scorsa, «insieme ai primi ministri danese e olandese con gli Stati membri più interessati al tema». Tajani, che ieri è volato in Kosovo dai militari della missione Kfor, ha ribadito «il nostro impegno a seguire il percorso che anche l’Unione europea ha riconosciuto. Andremo avanti», ha aggiunto il capo della diplomazia italiana, «per contrastare i trafficanti di esseri umani, per il rispetto delle norme comunitarie. Le soluzioni innovative sono state apprezzate e vengono apprezzate anche da altri Paesi. Abbiamo avuto una sentenza della Corte che conferma la bontà delle scelte del governo».Il ministro si riferiva al verdetto della Cassazione di giovedì scorso, che l’esecutivo ha accolto con entusiasmo. Gli ermellini, in effetti, hanno confermato che è il «circuito democratico della rappresentanza popolare», ossia la politica, a dover individuare i Paesi sicuri, nei quali è lecito rimandare gli immigrati con la procedura accelerata di rimpatrio. È un punto cruciale, perché il protocollo siglato con Edi Rama prevede che, al di là dell’Adriatico, siano condotti gli stranieri in età adulta, in buona salute, non vulnerabili, provenienti da uno Stato incluso nella lista governativa. Soltanto a costoro è possibile applicare l’iter veloce per il respingimento. La Suprema Corte ha precisato che i magistrati valuteranno caso per caso la situazione dei singoli ricorrenti, però ha chiarito - come hanno sottolineato dal Viminale - che il trattenimento nei Cpr si può negare solamente in presenza di una «puntuale istruttoria», qualora sussista un «manifesto contrasto» tra l’elenco dei Paesi sicuri e i «principi del diritto europeo e nazionale». È lecito disapplicare la normativa italiana solo se il richiedente asilo «abbia adeguatamente dedotto l’insicurezza» del suo rimpatrio «nelle circostanze specifiche in cui egli si trova». Per intenderci: un egiziano chiede protezione in quanto omosessuale? Dovrà provare che, all’ombra delle piramidi, le minoranze Lbgt vengono perseguitate e che egli stesso rischia di essere preso di mira.La Cassazione ha così fissato dei paletti all’arbitrio delle toghe, ringalluzzite dalla sentenza della Corte Ue di ottobre, la quale assegnava loro il compito di valutare la compatibilità della lista dei Paesi sicuri con il diritto europeo. I criteri indicati dagli ermellini dovrebbero aver messo al bando le sentenze-fotocopia, con cui sono stati fermati i trasbordi verso l’Albania. Il verdetto riguardava il precedente decreto ministeriale, snobbato dai giudici, in quanto fonte del diritto subordinata; a maggior ragione, varrà per il decreto legge, con cui il governo ha rafforzato la disciplina dei Paesi sicuri. Rimane sullo sfondo la prossima pronuncia delle toghe del Lussemburgo, attesa per metà 2025. Comunque, l’Ue dovrebbe giocare d’anticipo, aggiornando la sua «dottrina» sui Paesi sicuri a marzo. Entro la prima decade di gennaio, invece, sarà completato il passaggio di competenze sui trattenimenti dalle sezioni immigrazione dei tribunali alle Corti d’Appello. È l’altro asso nella manica del governo: i giudici di seconda istanza non si sono occupati in maniera esclusiva di migranti e, auspicabilmente, non hanno trasformato quella per l’accoglienza in una battaglia ideologica personale; inoltre, nei gradi di giudizio superiore, in genere lavorano i magistrati più competenti ed esperti.Le rinverdite speranze della Meloni hanno allarmato le opposizioni: se riuscisse l’operazione Albania, la sinistra finirebbe al tappeto. I 5 stelle, dunque, si sono scagliati contro una «propaganda che non risolve nulla»; Angelo Bonelli, di Avs, contestando l’interpretazione della sentenza della Cassazione, ha parlato di «analfabetismo giuridico» del premier; secondo Matteo Renzi, «è più facile credere a Babbo Natale che all’utilità dei centri albanesi». Da presidente del Consiglio, lui spalancò i porti in cambio del permesso dell’Europa a distribuire il bonus da 80 euro. Senza essere Santa Claus, ci rifilò un pacco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-giudici-secondo-round-albania-2670665454.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-sta-spostando-in-cirenaica-soldati-e-missili-espulsi-dalla-siria" data-post-id="2670665454" data-published-at="1735027373" data-use-pagination="False"> Putin sta spostando in Cirenaica soldati e missili espulsi dalla Siria L’assistenza al governo di accordo nazionale della Libia, nazione cruciale per l’immigrazione, la missione Miasit e la vicinanza ai nostri militari, per ringraziarli del loro impegno, che li tiene lontani da casa nel periodo delle festività. Sono gli scopi della visita in Libia del nostro capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, avvenuta ieri 23 dicembre. Accolto a Tripoli dall’ambasciatore italiano, Gianluca Alberini, e dal comandante Miasit, generale Luigi Tufano, Portolano ha incontrato l’omologo generale Mohamed Ali Elhaddad, con il quale ha discusso di come incrementare le capacità delle istituzioni locali e avviare la cooperazione per il supporto sanitario e umanitario, l’assistenza alle forze di sicurezza per la stabilità del Paese e di come continuare l’attività di addestramento del personale locale. La caduta del regime siriano di Bashar al-Assad sta però cambiando la situazione: da due settimane, navi e aeroplani militari russi stanno smobilitando dalle basi siriane di Tartus e Hmeimin, facendo rotta su porti come Tobruk e basi come al-Khadim (Bengasi), dove comanda il generale Khalifa Haftar. Un fatto che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha così commentato: «Il ritiro delle forze russe dalla Siria potrebbe diventare un problema per l’Italia poiché il trasferimento avviene verso la Libia e questo può costituire una minaccia alla sicurezza. Le navi e i sottomarini russi nel Mediterraneo sono sempre una preoccupazione, ma ancora di più se sono a due passi da noi». L’ex presidente siriano Assad aveva firmato con Mosca un accordo nel 2017 per l’uso delle basi sul suo territorio, patto che pare congelato dal nuovo regime. Così Vladimir Putin, che da anni corteggia Haftar, starebbe trasferendo in territorio libico 1.500 uomini, ma anche sistemi missilistici S-300 e S-400. Vero è che la Libia è sempre stata una tappa intermedia dei voli militari tra la Russia e il resto dell’Africa, dove Mosca sostenere i golpisti della regione subsahariana, ma se Haftar accogliesse nuovi asset russi darebbe un pessimo segnale alla Nato, soprattutto dopo che, negli ultimi mesi, ha incontrato il funzionario statunitense Jeremy Berndt per discutere di riunificazione della Libia con la regione occidentale gestita dal governo di accordo nazionale, riconosciuto dall’Onu e presieduto dal primo ministro Abdul Hamid Dabaiba. Al momento non pare esserci alcun accordo formale tra Haftar e Putin a suggellare queste operazioni, mentre ne esiste uno - simile a Miasit - che prevede la presenza di istruttori militari russi in Cirenaica per addestrare l’esercito nazionale libico. La presenza russa in Libia non piace alla Turchia: il presidente Recep Erdogan ha sempre voluto essere protagonista del dopo Gheddafi armando le truppe dell’Ovest durante la guerra civile, ma Dabaiba respinge qualsiasi tentativo di trasformare il suo Paese in un centro per conflitti tra grandi potenze. Ha infatti convocato l’ambasciatore russo ribadendo: «Non daremo alcun permesso per trasferire qui asset militari poiché sarebbe un motivo per riaccendere la crisi interna». Una delle preoccupazioni di Daibaba è seguire la linea dettata da Usa e Regno Unito per combattere la corruzione. Gli Stati Uniti hanno sospeso le transazioni in dollari della Federal Reserve Bank di New York verso la Banca centrale libica fino a quando non sarà nominato un revisore indipendente specializzato nella lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo. Ci sono sospetti di contrabbando di petrolio e di legami finanziari con Mosca.
Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
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Cesare Parodi, presidente dell’Anm (Ansa)
Beata incoerenza. Come sappiamo, la vera, rilevantissima, posta in gioco nella contesa referendaria sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistratura giudicante e sulla modifica delle norme per la composizione del Csm, è il sorteggio dei membri togati di quest’ultimo, perché la riforma Nordio, se approvata, farebbe venir meno il, fino a oggi incontrastato, dominio delle correnti che consentono il controllo della magistratura e quindi della giustizia tutta da parte di precisi settori della politica.
Ma quello che probabilmente in molti non ricordano è che, mentre oggi l’Associazione nazionale magistrati è scatenata contro quel sorteggio, opponendovisi con le unghie e con i denti, ci fu un tempo nel quale buona parte era a favore. Lo rileva, su X, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione delle Camere penali italiane dal 2018 a 2023, noto per essere stato tra i difensori di Enzo Tortora e oggi sostenitore del Sì alla riforma. «Il 27 e 28 gennaio 2022», ci ricorda Caiazza, «l’Anm convocò un referendum tra gli iscritti sul metodo del sorteggio per i membri del Csm. Risultato: più o meno il 40% dei magistrati partecipanti al voto disse Sì al sorteggio; il quale oggi sarebbe, sempre secondo Anm, lo strumento del diavolo attraverso il quale, misteriosamente, accadrà che il giudice dipende dalla politica. Ripeto, 40% di Sì. Mi limito a parafrasare Marzullo: fatevi qualche domanda e datevi qualche risposta». In effetti, su 7.872 elettori espressero la loro preferenza 4.275 magistrati, con un’affluenza pari al 54,31%. Per il No al sorteggio ci furono 2.475 voti, mentre per il Sì le preferenze furono 1.787.
«Evidentemente nessuno meglio degli stessi magistrati comprende le ragioni per le quali la soluzione del sorteggio è apparsa necessaria», continua Caiazza, «sono i magistrati che meglio di chiunque altro conoscono le dinamiche distorte del potere correntizio sulle carriere e quindi sulla qualità della giurisdizione. Oggi parlare di sorteggio sembra una bestemmia, è un tema intoccabile; invece, come dimostrato dal referendum di Anm, appena quattro anni fa, la si pensava diversamente. Qui non è tanto il fatto di cambiare idea o meno, questo è un dato statistico, non il comportamento di una persona».
Un bel numero 1.787, soprattutto se si considera anche il periodo storico: eravamo in piena bufera Palamara. Come molti ricorderanno, Luca Palamara, oltre a essere stato membro del Csm, è stato il più giovane presidente dell’Anm (39 anni), dal maggio 2008 al marzo 2012 e dal 19 settembre 2020 è stato il primo presidente nella storia dell’Anm a esserne stato espulso. Nel 2021 scrisse insieme ad Alessandro Sallusti il libro Il Sistema sulle magagne del modello giudiziario italiano, che scatenò un clamore incredibile. «È curioso che proprio sulla scia del Sistema», ragiona Caiazzo, «l’Anm indisse quel referendum tra gli iscritti. Perché pose quel quesito? Forse perché se lo era posto come dubbio, come soluzione possibile e voleva sapere dai propri iscritti cosa ne pensassero».
Ma oggi hanno repentinamente cambiato idea. Il fronte del No, tra cui l’Anm appunto, si oppone alla nomina dei membri togati del Csm per estrazione a sorte, obiettando che in questo modo non si avrebbero garanzie sufficienti sulla loro idoneità al ruolo. Per il fronte del No la partecipazione al Csm non può essere scelta per sorteggio. Per far parte del Csm occorre necessariamente la benedizione delle correnti.
Eppure, le correnti sono da sempre una deriva che nel tempo ha tradito l’idea originaria di terzietà e, come dimostra quel referendum, anche nell’Anm lo sanno. Per questo il sorteggio dei componenti del Csm potrebbe rafforzare in modo significativo la terzietà nelle nomine più delicate, che oggi risultano spesso dall’equilibrio tra correnti e assumono inevitabilmente una connotazione politica. Solo così la dea della giustizia Temi (Themis), rappresentata con la bilancia (equità) e la spada (potere punitivo), potrà continuare a tenere sul volto la sua benda (imparzialità).
Riformisti, democratici e moderati. A sinistra c’è chi ha sempre detto Sì
C’è una sinistra che voterà sì al referendum sulla riforma della giustizia di fine marzo. Una minoranza, certo, ma che appare sempre meno silenziosa: soprattutto sempre più trasversale. Mentre il Partito democratico ufficiale resta schierato per il no, nelle ultime settimane - tra fine dicembre e inizio gennaio - si sta consolidando un fronte riformista che rivendica il diritto di giudicare la riforma nel merito, sottraendola alla logica del puro schieramento.
La segretaria Elly Schlein, che rischia di restare isolata, continua a evocare il rischio di una magistratura sottoposta al controllo dell’esecutivo. Ma è proprio su questo punto che si apre la faglia interna. Perché per una parte della sinistra la separazione delle carriere non rappresenta una minaccia all’indipendenza della magistratura, bensì uno strumento per rafforzare la terzietà del giudice e la fiducia dei cittadini nel processo penale.
A rimettere ordine nel dibattito è stato, nelle ultime settimane, Stefano Ceccanti. Il costituzionalista ed ex deputato dem ha spiegato che «al referendum arriveranno dei sì anche da chi oggi sta con Schlein», rompendo l’idea di una disciplina di partito automatica su una materia che riguarda l’assetto costituzionale dello Stato. Per Ceccanti la separazione delle carriere è coerente con l’articolo 111 della Costituzione, quello che sancisce il giusto processo e la parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. E soprattutto - insiste - non implica alcuna subordinazione del pubblico ministero al potere politico: confondere i due piani significa alimentare un equivoco giuridico prima ancora che politico.
Il vero nodo, secondo Ceccanti, non è l’autonomia del pm, che resta garantita, ma il sistema di autogoverno e il peso delle correnti nel Csm, che hanno finito per politicizzare la magistratura dall’interno. Il referendum, in questa chiave, non è un voto pro o contro l’esecutivo di Giorgia Meloni, ma una scelta di merito su un’anomalia italiana che dura da decenni.
Una linea che trova sponda nell’area riformista del Pd. Claudio Petruccioli parla di una riforma «coerente con la cultura della sinistra», mentre Enrico Morando la definisce «un passaggio utile per superare un tabù politico». È la stessa area che guarda alla separazione delle carriere come al completamento di un processo penale realmente accusatorio.
Su questo terreno si muovono anche figure storiche del riformismo democratico, da Enzo Bianco a Cesare Salvi, fino a Giovanni Pellegrino, accomunate dall’idea che la terzietà del giudice sia un principio non negoziabile. Studiosi come Tommaso Nannicini condividono l’idea che la riforma non alteri gli equilibri costituzionali, ma intervenga su una commistione che indebolisce la percezione di imparzialità della giurisdizione. L’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera ha richiamato la necessità di rafforzare la terzietà del giudice come cardine dello Stato di diritto. Goffredo Bettini invita a valutare la riforma «senza riflessi identitari», richiamando la tradizione garantista della sinistra.
Sul versante opposto, l’ex ministro Clemente Mastella, pur schierandosi per il no, ha osservato che «mezzo Pd voterà sì». Una frase che restituisce meglio di molte analisi il clima che attraversa il centrosinistra: una linea ufficiale compatta, ma una base culturale divisa. Sul piano politico, il sì trova una sponda anche fuori dal Pd. Carlo Calenda ha confermato che Azione voterà a favore della separazione delle carriere, richiamando la necessità di ridurre il peso della politica nella magistratura e il ruolo delle correnti nel Csm.
Se poi si considera che Italia viva ha scelto di lasciare libertà di voto e che l’area radicale difficilmente potrebbe schierarsi contro una riforma che fu una storica battaglia di Marco Pannella, il quadro si completa.
In filigrana poi riemerge una storia più lunga. Quando Carlo Nordio era ancora magistrato a Venezia, scrisse nel 2008 con Giuliano Pisapia un libro, In attesa giustizia. Dialogo sulle riforme possibili. Lì si sosteneva che un giudice chiamato talvolta a giudicare e talvolta ad accusare rischia di apparire non imparziale, come un arbitro che cambia maglia. Pisapia oggi tace, ma «scripta manent».
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Al vicebrigadiere negate anche le attenuanti generiche. In sede penale, oltre ai 36 mesi di carcere per aver ucciso l’aggressore, gli è stato inflitto pure l’obbligo di risarcire 125.000 euro. Ma il processo civile potrebbe aumentare ancora la cifra fino a 1 milione.
La Verità apre una sottoscrizione in favore del militare ingiustamente condannato e offre a tutti i lettori la possibilità di far sentire la propria vicinanza concreta a Emanuele Marroccella.
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Iban: IT 60 R 02008 01628 000107393460
Causale: AIUTIAMO IL CARABINIERE
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Ieri, infatti, dalle Procure di competenza territoriale, è stato disposto e fissato per il 20 gennaio prossimo l’esame autoptico per il corpo di Emanuele Galeppini, è stata ordinata la riesumazione di Giovanni Tamburi e sono state bloccate le tumulazioni di Chiara Costanzo e di Achille Barosi che sarebbero dovute avvenire nei prossimi giorni.
Per poter attribuire le responsabilità che spettano ad ogni singolo attore di questa vicenda, costruita, pezzo per pezzo, tra omissioni, abusi e mancati controlli, è necessario chiarire esattamente come sono andate le cose e non accontentarsi di ricostruzioni ipotetiche che potrebbero alleggerire i giudizi. I dubbi più importanti sono emersi dal caso di Emanuele Galeppini, 16 anni, genovese, promessa del golf. Ai genitori chiamati in Svizzera dopo il rogo era stato comunicato che il ragazzo era stato riconosciuto, come tanti, grazie al test del Dna. Mamma e papà si aspettavano di dover piangere il loro bambino su resti irriconoscibili, mentre quando si sono visti riconsegnare il corpo sono rimasti senza parole: nessun segno di ustioni, nemmeno una bruciatura, la figura del giovane perfettamente integra, così come intatti erano il cellulare e il portafoglio.
Invano hanno posto domande su come fosse possibile, sempre invano hanno chiesto che venisse ordinata l’autopsia per conoscere la verità. Dalle autorità svizzere nessuna risposta. Ora la procura di Genova ha disposto l’esame, anzi gli esami: sul corpo di Emanuele verrà prima eseguita una Tac per verificare possibili lesioni da schiacciamento e poi l’autopsia vera e propria per capire cosa ha provocato il decesso.
Stessa linea anche per la procura di Bologna che ha deciso di far riesumare le spoglie di Giovanni Tamburi, 16 anni, bolognese, anche in questo caso la riesumazione è necessaria per eseguire le verifiche che in Svizzera non sono state fatte. Uno dei punti più importanti da stabilire per accertare le responsabilità è quale sia stata la dinamica esatta, non solo dell’incendio ma anche del tentativo di fuga dei ragazzi. E cosa lo abbia reso inutile. Delle 40 vittime, infatti, tre sono state trovate fuori dal locale mentre le altre 37 erano all’interno, la maggior parte sulle scale.
Proprio ieri, a tal proposito, anche dall’inchiesta svizzera è emerso un particolare importante: la porta di servizio della terrazza del locale era chiusa dall’interno e decine di corpi sono stati trovati dietro di essa, privi di sensi o ustionati. La certezza è arrivata durante il secondo interrogatorio di Jacques Moretti e Jessica Maric, i due gestori del locale indagati per incendio, lesioni e omicidio colposi e in carcere (lui) e ai domiciliari (lei) per evitare il pericolo di fuga. È stato lo stesso Jacques ad ammettere l’ennesima mancanza in termini di sicurezza all’interno del bar che, è bene sempre ricordarlo, si trovava in un seminterrato di un vecchio palazzo, era frequentato da giovanissimi, non aveva le licenze da discoteca, non era stato controllato per le norme antincendio negli ultimi cinque anni e aveva il soffitto completamente rivestito di materiale plastico altamente infiammabile.
Rispondendo alle domande degli inquirenti l’uomo ha raccontato di essere corso a Le Constellation la notte del rogo, di aver «raggiunto la porta di servizio dall’esterno» e di averla «trovata chiusa», senza sapere il perché. Nello stesso interrogatorio l’uomo ha ammesso anche di aver montato personalmente i pannelli di schiuma insonorizzante sul soffitto del seminterrato del locale, quella che ha preso fuoco a causa delle candele pirotecniche posizionate sulle bottiglie di champagne, dopo averla acquistata - attenzione all’ennesimo macabro dettaglio - a poco prezzo, nel noto negozio di bricolage per famiglie Hornbach. Altro che «tragedia inimmaginabile» come l’ha definita Jessica Maric, due giorni fa, piangendo davanti alle telecamere, appena uscita dalla procura di Lens, con il braccialetto elettronico ad attenderla a casa. Anche alla luce di queste ammissioni diventa impossibile pensare che i due gestori non si rendessero conto del pericolo che facevano correre ai loro clienti, da anni, ogni sera.
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