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2018-04-15
Con la guerra durata un'oretta gli Usa si siedono al tavolo siriano
Parigi ha lanciato 12 missili da crociera sulla Siria. Gli altri 80 Tomahawk sono stati mandati a bersaglio da Stati Uniti e Gran Bretagna dopo che unilateralmente il trio ha deciso che anche senza prove certe sull'uso di gas chimici era necessario intervenire e bombardare la periferia di Damasco. «L'attacco è stato eseguito perfettamente. Missione compiuta», ha commentato su Twitter Donald Trump di fatto lasciando il campo libero a Emmanuel Macron che, utilizzando per la prima volta missili di tale portata in una situazione reale, è riuscito così a conquistare il proprio posto al sole in Medioriente. «La linea rossa fissata dalla Francia nel maggio 2017 è stata oltrepassata», ha detto il presidente francese, mentre da parte sua, la premier britannica Theresa May ha chiarito che lo scopo dell'azione «non è un cambio di regime», ma dissuadere il numero uno di Damasco, Bashar Al Assad, dal fare uso di armi chimiche e ammonire che non ci può essere «impunità» al riguardo.
Al di là delle parole, il blitz -della durata di un'ora - avrebbe colpito tre obiettivi legati alla produzione o stoccaggio di armi chimiche: un centro di ricerca scientifica e allontanandosi dalla capitale un sito industriale a ovest della città di Homs. Nessun punto sensibile né per i russi né per gli iraniani è stato sfiorato, segno che l'intervento ha soltanto uno scopo politico. Tanto più che la versione di Mosca sull'attacco ha aperto numerosi punti oscuri, a partire dalle modalità del coordinamento dell'azione e dal fatto che questa sia stata preventivamente comunicata al Cremlino: una circostanza negata dal capo di Stato maggiore delle forze armate americane, Joseph Dunford, sostenuta dal ministro della Difesa francese, Florence Parly e poi pure dal Pentagono. Una quarta versione è arrivata dall'ambasciatore americano Jon Huntsman il quale ha riferito che Washington avrebbe contattato la Russia poco prima dell'attacco solo per evitare vittime fra i militari russi e la popolazione civile.
Non conosceremo mai l'esatta dinamica. Ma per la sostanza delle nuove mosse geopolitiche è quasi irrilevante. Le sacche di territorio ancora controllate dall'Isis si sono quasi dissolte e quando ci sarà un tavolo per trattare la prossima pace (più o meno lontana nel tempo) con la mossa dell'altra notte potranno sedersi oltre a Russia, Turchia, Arabia Saudita anche gli Usa che negli ultimi tempi si erano sfilati e ovviamente la Francia. Londra si accontenterà di stare in scia a Washington. Sempre che il blitz non inneschi reazioni al momento impreviste.
Gran parte dei missili sono stati intercettati e distrutti dai sistemi di difesa siriani, tutti «fabbricati in Urrs oltre 30 anni fa», ha detto Vladimir Putin parlando comunque di aggressione. Anche Teheran, l'altro grande alleato di Assad, ha fatto sapere che «gli Stati Uniti e i loro alleati sono responsabili per le conseguenze regionali che seguiranno all'attacco», con la guida suprema Khamenei che ha definito Trump, Macron e May «criminali». E mentre il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha invitato alla «moderazione e alla responsabilità», il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha dato il suo sostegno all'operazione. In serata tensione al consiglio di sicurezza Onu tra Usa e Russia, con la rappresentante americana Nikki Haley che ha detto: «Pronti a nuovi raid se la Siria userà ancora i gas».
Un appoggio all'attacco era arrivato con una frase sibillina pure da Angela Merkel: «Risposta necessaria e appropriata in caso di attacchi chimici». È la prima volta che la cancelliera apre bocca per una dichiarazione ufficiale. Un atto praticamente dovuto anche se imposto dallo scatto in avanti fatto da Macron. Berlino e Parigi hanno rotto il fronte europeo archiviando una volta per tutte l'ipotesi di esercito unico Ue e di Difesa comune ma soprattutto hanno creato una faglia tra gli interessi in gioco.
Da un lato la Germania è nella sfera russa, iraniana e cinese (il Dragone ha inviato le sue navi di fronte a Damasco in sostegno della coalizione pro Assad). Dall'altro, la Francia, con Inghilterra, è stabilmente nella sfera americana. Un nuovo scenario che impatta anche sulle relazioni all'interno della lega araba e di tutti i Paesi mediorientali. Ieri Recepp Erdogan, il numero uno di Ankara, si è limitato a gettare acqua sul fuoco, mentre il Qatar ha addirittura rilasciato una nota ufficiale per definirsi a fianco di Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Doha non poteva fare diversamente. Macron nelle ultime settimane ha sterzato verso l'Arabia Saudita e Hamid Bin Al Thani ha imparato la lezione subita la scorsa estate dopo essere stato messo in un angolo da Ryad e Trump. Le bombe su Damasco dell'altra notte hanno avuto anche questo effetto politico: riallineare il Qatar all'Arabia Saudita che nell'area è sempre più la potenza di riferimento. Non a caso ieri, nonostante un attentato subito in casa, il capo dell'Egitto Abdel Fatah Al Sisi, si è recato a Dammam per discutere di una serie di temi che richiedono l'unità di tutti di Stati membri della Lega: principalmente Siria e Libia. Se il primo scenario è in evoluzione il secondo, quello di Tripoli e Tobruk, è tutto ancora da definire. Molto si capirà dalle reali condizioni del generale Khalifa Haftar, ricoverato a Parigi. Fino a oggi la Cirenaica è stata filo Doha e vicina alla Russia oltre che alla Francia. I punti di riferimento sono tutti cambiati ora.
Claudio Antonelli
In trincea adesso ci è finito il centrodestra
I partiti divisi su tutto. Poi, all'improvviso, una crisi internazionale che rimescola le carte, le cancellerie straniere che fischiano la fine della ricreazione. Un democristiano al Colle che rimette insieme i cocci della solita Italietta divisa. Dopo i bombardamenti della notte in Siria da parte degli Stati Uniti di Donald Trump, con la Russia di Vladimir Putin che fa la voce grossa e minaccia «conseguenze», l'Italia torna in piena Prima Repubblica. Tutti spaventati di dispiacere Washington, Londra e Parigi, con l'eccezione di Matteo Salvini, immediatamente sgridato da Silvio Berlusconi, e Luigi Di Maio, che parla come Arnaldo Forlani e prega in cuor suo che nessuno ci chieda le basi di Sigonella. Che se no, Grillo e Alessandro Di Battista chi li tiene più? Ma il tema è ancora una volta la divisione del centrodestra, sempre più difficile da nascondere.
Va detto che, uso delle basi militari a parte, a nessuno nel mondo importa che cosa pensano i leader politici italiani della crisi siriana. Ma Sergio Mattarella era preoccupato da giorni, più che altro per possibili dibattiti sguaiati tra le forze politiche su temi come la politica estera e le alleanze internazionali.
Ieri nessuno è andato sopra le righe. Anzi. Chi sperava, tra i detrattori del Movimento 5 stelle, di godersi una bella sfuriata di Di Battista, che ancora l'anno scorso ripeteva che «Su Assad e le armi chimiche non ci sono prove», ha invece dovuto registrare le ennesime parole da giovane vecchio di Di Maio. Il candidato premier ha garantito: «Restiamo al fianco dei nostri alleati, soprattutto perché in questa fase delicatissima credo che l'Ue debba avere la forza di farsi vedere compatta e unita anche nell'invitare le Nazioni unite a compiere ispezioni sul terreno in Siria affinché si accertino le responsabilità sull'uso di armi chimiche da parte di Assad». E per finire, dalla grisaglia alla papalina: «Siamo preoccupati per quel che sta accadendo e riteniamo che in Siria occorra accelerare con urgenza il lavoro della diplomazia, incrementando i canali di assistenza umanitaria». Per queste dichiarazioni ha avuto il plauso di Pier Ferdinando Casini («parole responsabili»), che per la pancia grillina non è esattamente una medaglia.
Ma M5s ritiene giusto o sbagliato l'intervento in Siria? Nel programma aggiornato al 2017 c'era anche la politica estera e la linea era abbastanza chiara: niente esportazione di democrazia a mano armata e quando c'è un dittatore, aspettare che il suo popolo lo rovesci.
E sulla Siria di Assad, sfoggio di grande scetticismo. Ancora a marzo scorso, Di Battista ripeteva in tv che sui presunti crimini del presidente siriano non c'erano prove e quando a Piazza Pulita, su La7, Corrado Formigli gli mostrò una serie di immagini di bambini siriani morti per i gas, il colonnello penstastellato rispose sventolando una bella fotografia di Giorgio Napolitano a pranzo con Assad, nel 2010. La faccenda si chiuse lì.
Di Maio, però, non è certo l'unico a essere sotto esame in queste ore. Salvini ha ribadito di condividere la scelta del non intervento del governo italiano, al pari di quello di Angela Merkel, ma non ha resistito alla tentazione di confermare il pieno appoggio della Lega alle tesi di Mosca, ovvero che la storia dell'uso di armi cliniche sia una bufala per colpire Assad, «dando fiato ai terroristi islamici».
Invece in casa Pd, dove fino a poche settimane fa la linea era sempre stata anti Assad, aspettano che sia il Palazzo di Vetro o Bruxelles a toglierci le castagne dal fuoco. Il segretario reggente Maurizio Martina ha twittato: «Sulla Siria sostegno al governo e all'azione diplomatica di Onu e Ue. Inaccettabile l'uso di armi chimiche del regime». Bene sulle armi chimiche, ma la notizia del giorno erano i missili.
E dai missili si passa ai fumogeni se si torna nel centrodestra, con l'ennesimo duello tra Salvini e «l'alleato» Berlusconi. Nessuno può dargli lezioni di amicizia con Putin, ma ieri il Cavaliere ha approfittato dell'occasione per trattare il leader della Lega come un ragazzetto. Quando gli hanno riportato le dichiarazioni di Salvini, ha scosso la testa: «Questo è il momento di non pensare e di non parlare. In questa situazione italiana è meglio che lasciamo intervenire l'Onu, che dirà quello che emergerà dalle prove». Improvvisamente, tutti appassionati sostenitori dell'Onu. Ma non è stata zitta neppure Giorgia Meloni. Il capo di Fratelli d'Italia ha scritto che «l'attacco in Siria è fuori dalla legalità internazionale, in assenza di un pronunciamento dell'Onu sui presunti attacchi chimici».
Il sospetto di Salvini è che tutta questa improvvisa prudenza da euro-statista del Cavaliere nasconda un progetto di alleanza con il Pd renziano, che metterebbe Berlusconi di nuovo al centro di tutto. E se i grillini sono i primi a sospettare che Mattarella stia cercando di approfittare della crisi siriana per far digerire alle forze «populiste» nuovi governi nati in provetta, e quindi predicano calma, invece il leader leghista crede nella svolta. «La crisi siriana porta un'accelerazione sulla formazione del nuovo governo», sostiene Salvini, che chiude la porta a qualsiasi governo tecnico o istituzionale.
Così l'accelerata che vuole la Lega serve probabilmente a impedire che Forza Italia e Pd trovino un'intesa oggi ancora acerba «e ci si dimentichi chi ha vinto le elezioni», come dicono nel Carroccio. Dove già si immaginano con terrore Berlusconi che dirige con le mani anche il traffico aereo di Sigonella.
Francesco Bonazzi
Ora ripensiamo le nostre alleanze
Gli erotomani del conflitto questa notte si sono soddisfatti: fantozzianamente seduti in poltrona hanno vibromassaggiato anche alcune catene neuronali seguendo gli annunci televisivi dell'attacco sulla Siria, mentre «la Pina», moglie devota russicchiava sommessa nel letto di famiglia. Con grande indignazione del baldo marito, che nel russare quieto trovava un'assonanza politica troppo a favore della Russia putiniana, quasi il raffreddore muliere fosse un rimprovero sotteso. Ma che sfogo, dopo giorni di fibrillazione virtuale sul Web, in un conto alla rovescia collettivo che sfibrava i nervi nell'attesa, finalmente hanno colpito e l'eccitazione è virilmente esplosa.
Così fu anche durante l'attacco a Baghdad: quella notte in cui a tanti sembrò essere il dottor Stranamore che precipitava sul bersaglio a cavallo della bomba. Così come sempre si ripete nelle guerre in cui il primo missile è mediatico e poi, anche, forse, di metallo e fuoco: quest'ultimo tuttavia con una potenza che non si misura in quantità di tritolo equivalente, ma in quantità di share mediatizzata.
Così è stato dunque anche oggi. La guerra mediatizzata è la Guerra Ibrida nella quale ci si confronta dal 2001 con specifiche competenze comunicative. Ieri, Donald Trump ha deciso di parlare alla nazione annunciando l'attacco alle ore 21: solo la sua dichiarazione lo ha reso concreto e reale, alle nove di sera nel periodo di massima audience del suo pubblico interno, americano. Come era stato fatto l'11 settembre 2001, quando erano state scelte le nove del mattino, dodici ore di anticipo rispetto a ieri, perché l'evento potesse andare in diretta per l'audience esterna, globale, massimizzando l'effetto del fuso orario.
Insomma, la guerra è comunicazione, anzi: la comunicazione è guerra. Le ragioni di quanto accaduto in Siria non le esploro: lo stanno facendo in tanti. Ricordando gli interessi di tutti i contendenti per le pipeline di gas che movimentano su opposti fronti economici, prima ancora che religiosi, iraniani e sauditi con i reciproci alleati o la necessità di ricinetizzare una guerra che poteva terminare troppo presto senza avere ridefinito gli assetti di potere globale, nella fatidica crisi del settimo anno che colpisce ogni unione.
Su questi scenari si dipanano le alleanze funzionali in un'alternanza frenetica dove impropriamente lo spettatore confonde l'alleato con l'amico. Nulla di più falso: l'alleanza è una forma strumentale di reciproca utilità temporanea tra partner tesi a consolidare i propri interessi. Non confondiamo le narrative dell'alleato amico fraterno con cui combattere spalla a spalla propinate a chi lotta, con la realtà sostanziale del patto d'alleanza contrattato con clausole specifiche, redatto da chi il combattimento lo gestisce.
In sintesi la giustificazioni dell'attacco franco-britannico-americano rappresentano una azione non logica «paretiana», mossa da «residui» spiegati dall'intero sistema di «derivazioni»: il gas è stato usato l'ha detto subito Trump («figurati se non lo sa!»), e poi anche Emmanuel Macron («così carino e che parla bene») ne è sicuro, dunque la linea rossa dell'innominabile («siamo andasti oltre ogni principio!») è stata superata e pertanto si deve fare così («a questo punto non resta altro»). Grazie Vilfredo Pareto, perché «paretiana» è appunto l'ispirazione della narrativa pubblica per la produzione del consenso, per permettere lo schieramento. Non la sostanza che ha invece lanciato l'azione in questo quadro di alleanze, misurata sulle necessità degli scenari energetici e di potere che ho accennato. Povera Italia, non mi resta che dire perché i missili sulla Siria possono diventare i razzi, veri, per il nostro Paese.
Mai come in questi giorni è risuonata la parola Occidente come richiamo alla bandiera, alla identità che dovrebbe farci muovere tutti insieme, ovviamente schierati per l'alleanza santa e punitrice. Subito abbiamo assistito a una rapida conversione atlantista del Movimento 5 stelle, già da tempo coltivato dagli americani per la sua potenziale utilità e per una certa consonanza spiritatamente messianica che condividono, senza se e senza ma nell'appoggio all'azione «trump-ettiana». Nella medesima linea la pasionaria datata di +Europa non smentisce la tradizione acritica delle sue radici, fertilizzate nei tempi da consistenti concimi americani. Infine il Pd, che può finalmente ergersi con tutta la potente messe dei suoi consensi a paladino dell'Occidente, che per decenni, per quella gente, era stato solo una espressione geografica, non altro.
Eccoci finalmente di fronte a uno schieramento atlantista, che può solo ingrassare, che ha i numeri per stabilizzare l'Italia, darle un governo nell'ora buia, perché riconfermi l'alleanza storica con l'altra sponda dell'Atlantico. Senza pensarci troppo. Calma e gesso diciamo a Milano. Infatti, la crisi di questi giorni fornisce una grande occasione al mondo, a noi europei per primi, che è quella di non dare per scontata alcuna delle alleanze tradizionali: rimettiamole in gioco, sono contratti, sulla base dell'utilità reciproca che ormai, qualora ai tempi ci fosse stata per entrambi, ormai si è ampiamente logorata nel nuovo sistema globale.
Oggi, una riconsiderazione di dove collocarsi tra New York e San Pietroburgo è possibile, è opportuna, soprattutto deve essere consapevole per le sue conseguenze. A questo punto meglio non avere un governo. Tiriamo per le lunghe.
Lo schieramento dell'alleanza, con il supporto fantasma degli americani, consoliderebbe un'Italia quiescente, allineata, adeguata, adagiata, utilizzata, sfruttata come finora è stato: l'attacco alla Siria sarebbe la rivoluzione del non cambiamento delle alleanze Usa. Lo schieramento alternativo contiene solo in Matteo Salvini i germi della riflessione critica internazionale, molto deboli negli altri alleati. Dunque: a questo punto meglio non avere un governo. Tiriamo per le lunghe. Lasciamo a un governo «degli affari correnti» il prendere posizioni contingenti che potremo sempre smentire. Dopo. Per non perdere questa occasione epocale che porta l'Italia a non vivere più delle conseguenze scritte in una guerra mondiale che oramai è passata alla storia per essere stata la penultima.
Marco Lombardi
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Un centinaio di missili, obiettivi circoscritti, la Russia avvisata per tempo. America, Francia e Inghilterra parlano di «missione compiuta». In realtà Bashar Al Assad è ancora lì ma ora Donald Trump avrà voce in capitolo sulla pace. Lo schieramento atlantista si è affrettato a giurare fedeltà incondizionata agli Stati Uniti per l'ennesima volta Il prossimo governo potrebbe cambiare le carte in tavola, portandoci a scegliere in libertà amici e nemici.La differenza di lettura dell'attacco scava il solco tra Lega e Forza Italia. Matteo Salvini: «Così si fomentano i terroristi». Silvio Berlusconi: «Era meglio se taceva». Luigi Di Maio, invece, fa l'atlantista: «Vicini ai nostri alleati». Avanza l'ipotesi del governissimo con il Pd che piace al Cav. Lo speciale contiene tre articoli. Parigi ha lanciato 12 missili da crociera sulla Siria. Gli altri 80 Tomahawk sono stati mandati a bersaglio da Stati Uniti e Gran Bretagna dopo che unilateralmente il trio ha deciso che anche senza prove certe sull'uso di gas chimici era necessario intervenire e bombardare la periferia di Damasco. «L'attacco è stato eseguito perfettamente. Missione compiuta», ha commentato su Twitter Donald Trump di fatto lasciando il campo libero a Emmanuel Macron che, utilizzando per la prima volta missili di tale portata in una situazione reale, è riuscito così a conquistare il proprio posto al sole in Medioriente. «La linea rossa fissata dalla Francia nel maggio 2017 è stata oltrepassata», ha detto il presidente francese, mentre da parte sua, la premier britannica Theresa May ha chiarito che lo scopo dell'azione «non è un cambio di regime», ma dissuadere il numero uno di Damasco, Bashar Al Assad, dal fare uso di armi chimiche e ammonire che non ci può essere «impunità» al riguardo. Al di là delle parole, il blitz -della durata di un'ora - avrebbe colpito tre obiettivi legati alla produzione o stoccaggio di armi chimiche: un centro di ricerca scientifica e allontanandosi dalla capitale un sito industriale a ovest della città di Homs. Nessun punto sensibile né per i russi né per gli iraniani è stato sfiorato, segno che l'intervento ha soltanto uno scopo politico. Tanto più che la versione di Mosca sull'attacco ha aperto numerosi punti oscuri, a partire dalle modalità del coordinamento dell'azione e dal fatto che questa sia stata preventivamente comunicata al Cremlino: una circostanza negata dal capo di Stato maggiore delle forze armate americane, Joseph Dunford, sostenuta dal ministro della Difesa francese, Florence Parly e poi pure dal Pentagono. Una quarta versione è arrivata dall'ambasciatore americano Jon Huntsman il quale ha riferito che Washington avrebbe contattato la Russia poco prima dell'attacco solo per evitare vittime fra i militari russi e la popolazione civile. Non conosceremo mai l'esatta dinamica. Ma per la sostanza delle nuove mosse geopolitiche è quasi irrilevante. Le sacche di territorio ancora controllate dall'Isis si sono quasi dissolte e quando ci sarà un tavolo per trattare la prossima pace (più o meno lontana nel tempo) con la mossa dell'altra notte potranno sedersi oltre a Russia, Turchia, Arabia Saudita anche gli Usa che negli ultimi tempi si erano sfilati e ovviamente la Francia. Londra si accontenterà di stare in scia a Washington. Sempre che il blitz non inneschi reazioni al momento impreviste. Gran parte dei missili sono stati intercettati e distrutti dai sistemi di difesa siriani, tutti «fabbricati in Urrs oltre 30 anni fa», ha detto Vladimir Putin parlando comunque di aggressione. Anche Teheran, l'altro grande alleato di Assad, ha fatto sapere che «gli Stati Uniti e i loro alleati sono responsabili per le conseguenze regionali che seguiranno all'attacco», con la guida suprema Khamenei che ha definito Trump, Macron e May «criminali». E mentre il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha invitato alla «moderazione e alla responsabilità», il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha dato il suo sostegno all'operazione. In serata tensione al consiglio di sicurezza Onu tra Usa e Russia, con la rappresentante americana Nikki Haley che ha detto: «Pronti a nuovi raid se la Siria userà ancora i gas». Un appoggio all'attacco era arrivato con una frase sibillina pure da Angela Merkel: «Risposta necessaria e appropriata in caso di attacchi chimici». È la prima volta che la cancelliera apre bocca per una dichiarazione ufficiale. Un atto praticamente dovuto anche se imposto dallo scatto in avanti fatto da Macron. Berlino e Parigi hanno rotto il fronte europeo archiviando una volta per tutte l'ipotesi di esercito unico Ue e di Difesa comune ma soprattutto hanno creato una faglia tra gli interessi in gioco. Da un lato la Germania è nella sfera russa, iraniana e cinese (il Dragone ha inviato le sue navi di fronte a Damasco in sostegno della coalizione pro Assad). Dall'altro, la Francia, con Inghilterra, è stabilmente nella sfera americana. Un nuovo scenario che impatta anche sulle relazioni all'interno della lega araba e di tutti i Paesi mediorientali. Ieri Recepp Erdogan, il numero uno di Ankara, si è limitato a gettare acqua sul fuoco, mentre il Qatar ha addirittura rilasciato una nota ufficiale per definirsi a fianco di Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Doha non poteva fare diversamente. Macron nelle ultime settimane ha sterzato verso l'Arabia Saudita e Hamid Bin Al Thani ha imparato la lezione subita la scorsa estate dopo essere stato messo in un angolo da Ryad e Trump. Le bombe su Damasco dell'altra notte hanno avuto anche questo effetto politico: riallineare il Qatar all'Arabia Saudita che nell'area è sempre più la potenza di riferimento. Non a caso ieri, nonostante un attentato subito in casa, il capo dell'Egitto Abdel Fatah Al Sisi, si è recato a Dammam per discutere di una serie di temi che richiedono l'unità di tutti di Stati membri della Lega: principalmente Siria e Libia. Se il primo scenario è in evoluzione il secondo, quello di Tripoli e Tobruk, è tutto ancora da definire. Molto si capirà dalle reali condizioni del generale Khalifa Haftar, ricoverato a Parigi. Fino a oggi la Cirenaica è stata filo Doha e vicina alla Russia oltre che alla Francia. I punti di riferimento sono tutti cambiati ora. 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Tutti spaventati di dispiacere Washington, Londra e Parigi, con l'eccezione di Matteo Salvini, immediatamente sgridato da Silvio Berlusconi, e Luigi Di Maio, che parla come Arnaldo Forlani e prega in cuor suo che nessuno ci chieda le basi di Sigonella. Che se no, Grillo e Alessandro Di Battista chi li tiene più? Ma il tema è ancora una volta la divisione del centrodestra, sempre più difficile da nascondere.Va detto che, uso delle basi militari a parte, a nessuno nel mondo importa che cosa pensano i leader politici italiani della crisi siriana. Ma Sergio Mattarella era preoccupato da giorni, più che altro per possibili dibattiti sguaiati tra le forze politiche su temi come la politica estera e le alleanze internazionali.Ieri nessuno è andato sopra le righe. Anzi. Chi sperava, tra i detrattori del Movimento 5 stelle, di godersi una bella sfuriata di Di Battista, che ancora l'anno scorso ripeteva che «Su Assad e le armi chimiche non ci sono prove», ha invece dovuto registrare le ennesime parole da giovane vecchio di Di Maio. Il candidato premier ha garantito: «Restiamo al fianco dei nostri alleati, soprattutto perché in questa fase delicatissima credo che l'Ue debba avere la forza di farsi vedere compatta e unita anche nell'invitare le Nazioni unite a compiere ispezioni sul terreno in Siria affinché si accertino le responsabilità sull'uso di armi chimiche da parte di Assad». E per finire, dalla grisaglia alla papalina: «Siamo preoccupati per quel che sta accadendo e riteniamo che in Siria occorra accelerare con urgenza il lavoro della diplomazia, incrementando i canali di assistenza umanitaria». Per queste dichiarazioni ha avuto il plauso di Pier Ferdinando Casini («parole responsabili»), che per la pancia grillina non è esattamente una medaglia.Ma M5s ritiene giusto o sbagliato l'intervento in Siria? Nel programma aggiornato al 2017 c'era anche la politica estera e la linea era abbastanza chiara: niente esportazione di democrazia a mano armata e quando c'è un dittatore, aspettare che il suo popolo lo rovesci.E sulla Siria di Assad, sfoggio di grande scetticismo. Ancora a marzo scorso, Di Battista ripeteva in tv che sui presunti crimini del presidente siriano non c'erano prove e quando a Piazza Pulita, su La7, Corrado Formigli gli mostrò una serie di immagini di bambini siriani morti per i gas, il colonnello penstastellato rispose sventolando una bella fotografia di Giorgio Napolitano a pranzo con Assad, nel 2010. La faccenda si chiuse lì.Di Maio, però, non è certo l'unico a essere sotto esame in queste ore. Salvini ha ribadito di condividere la scelta del non intervento del governo italiano, al pari di quello di Angela Merkel, ma non ha resistito alla tentazione di confermare il pieno appoggio della Lega alle tesi di Mosca, ovvero che la storia dell'uso di armi cliniche sia una bufala per colpire Assad, «dando fiato ai terroristi islamici».Invece in casa Pd, dove fino a poche settimane fa la linea era sempre stata anti Assad, aspettano che sia il Palazzo di Vetro o Bruxelles a toglierci le castagne dal fuoco. Il segretario reggente Maurizio Martina ha twittato: «Sulla Siria sostegno al governo e all'azione diplomatica di Onu e Ue. Inaccettabile l'uso di armi chimiche del regime». Bene sulle armi chimiche, ma la notizia del giorno erano i missili.E dai missili si passa ai fumogeni se si torna nel centrodestra, con l'ennesimo duello tra Salvini e «l'alleato» Berlusconi. Nessuno può dargli lezioni di amicizia con Putin, ma ieri il Cavaliere ha approfittato dell'occasione per trattare il leader della Lega come un ragazzetto. Quando gli hanno riportato le dichiarazioni di Salvini, ha scosso la testa: «Questo è il momento di non pensare e di non parlare. In questa situazione italiana è meglio che lasciamo intervenire l'Onu, che dirà quello che emergerà dalle prove». Improvvisamente, tutti appassionati sostenitori dell'Onu. Ma non è stata zitta neppure Giorgia Meloni. Il capo di Fratelli d'Italia ha scritto che «l'attacco in Siria è fuori dalla legalità internazionale, in assenza di un pronunciamento dell'Onu sui presunti attacchi chimici».Il sospetto di Salvini è che tutta questa improvvisa prudenza da euro-statista del Cavaliere nasconda un progetto di alleanza con il Pd renziano, che metterebbe Berlusconi di nuovo al centro di tutto. E se i grillini sono i primi a sospettare che Mattarella stia cercando di approfittare della crisi siriana per far digerire alle forze «populiste» nuovi governi nati in provetta, e quindi predicano calma, invece il leader leghista crede nella svolta. «La crisi siriana porta un'accelerazione sulla formazione del nuovo governo», sostiene Salvini, che chiude la porta a qualsiasi governo tecnico o istituzionale.Così l'accelerata che vuole la Lega serve probabilmente a impedire che Forza Italia e Pd trovino un'intesa oggi ancora acerba «e ci si dimentichi chi ha vinto le elezioni», come dicono nel Carroccio. 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Ma che sfogo, dopo giorni di fibrillazione virtuale sul Web, in un conto alla rovescia collettivo che sfibrava i nervi nell'attesa, finalmente hanno colpito e l'eccitazione è virilmente esplosa. Così fu anche durante l'attacco a Baghdad: quella notte in cui a tanti sembrò essere il dottor Stranamore che precipitava sul bersaglio a cavallo della bomba. Così come sempre si ripete nelle guerre in cui il primo missile è mediatico e poi, anche, forse, di metallo e fuoco: quest'ultimo tuttavia con una potenza che non si misura in quantità di tritolo equivalente, ma in quantità di share mediatizzata. Così è stato dunque anche oggi. La guerra mediatizzata è la Guerra Ibrida nella quale ci si confronta dal 2001 con specifiche competenze comunicative. Ieri, Donald Trump ha deciso di parlare alla nazione annunciando l'attacco alle ore 21: solo la sua dichiarazione lo ha reso concreto e reale, alle nove di sera nel periodo di massima audience del suo pubblico interno, americano. Come era stato fatto l'11 settembre 2001, quando erano state scelte le nove del mattino, dodici ore di anticipo rispetto a ieri, perché l'evento potesse andare in diretta per l'audience esterna, globale, massimizzando l'effetto del fuso orario. Insomma, la guerra è comunicazione, anzi: la comunicazione è guerra. Le ragioni di quanto accaduto in Siria non le esploro: lo stanno facendo in tanti. Ricordando gli interessi di tutti i contendenti per le pipeline di gas che movimentano su opposti fronti economici, prima ancora che religiosi, iraniani e sauditi con i reciproci alleati o la necessità di ricinetizzare una guerra che poteva terminare troppo presto senza avere ridefinito gli assetti di potere globale, nella fatidica crisi del settimo anno che colpisce ogni unione. Su questi scenari si dipanano le alleanze funzionali in un'alternanza frenetica dove impropriamente lo spettatore confonde l'alleato con l'amico. Nulla di più falso: l'alleanza è una forma strumentale di reciproca utilità temporanea tra partner tesi a consolidare i propri interessi. Non confondiamo le narrative dell'alleato amico fraterno con cui combattere spalla a spalla propinate a chi lotta, con la realtà sostanziale del patto d'alleanza contrattato con clausole specifiche, redatto da chi il combattimento lo gestisce. In sintesi la giustificazioni dell'attacco franco-britannico-americano rappresentano una azione non logica «paretiana», mossa da «residui» spiegati dall'intero sistema di «derivazioni»: il gas è stato usato l'ha detto subito Trump («figurati se non lo sa!»), e poi anche Emmanuel Macron («così carino e che parla bene») ne è sicuro, dunque la linea rossa dell'innominabile («siamo andasti oltre ogni principio!») è stata superata e pertanto si deve fare così («a questo punto non resta altro»). Grazie Vilfredo Pareto, perché «paretiana» è appunto l'ispirazione della narrativa pubblica per la produzione del consenso, per permettere lo schieramento. Non la sostanza che ha invece lanciato l'azione in questo quadro di alleanze, misurata sulle necessità degli scenari energetici e di potere che ho accennato. Povera Italia, non mi resta che dire perché i missili sulla Siria possono diventare i razzi, veri, per il nostro Paese. Mai come in questi giorni è risuonata la parola Occidente come richiamo alla bandiera, alla identità che dovrebbe farci muovere tutti insieme, ovviamente schierati per l'alleanza santa e punitrice. Subito abbiamo assistito a una rapida conversione atlantista del Movimento 5 stelle, già da tempo coltivato dagli americani per la sua potenziale utilità e per una certa consonanza spiritatamente messianica che condividono, senza se e senza ma nell'appoggio all'azione «trump-ettiana». Nella medesima linea la pasionaria datata di +Europa non smentisce la tradizione acritica delle sue radici, fertilizzate nei tempi da consistenti concimi americani. Infine il Pd, che può finalmente ergersi con tutta la potente messe dei suoi consensi a paladino dell'Occidente, che per decenni, per quella gente, era stato solo una espressione geografica, non altro. Eccoci finalmente di fronte a uno schieramento atlantista, che può solo ingrassare, che ha i numeri per stabilizzare l'Italia, darle un governo nell'ora buia, perché riconfermi l'alleanza storica con l'altra sponda dell'Atlantico. Senza pensarci troppo. Calma e gesso diciamo a Milano. Infatti, la crisi di questi giorni fornisce una grande occasione al mondo, a noi europei per primi, che è quella di non dare per scontata alcuna delle alleanze tradizionali: rimettiamole in gioco, sono contratti, sulla base dell'utilità reciproca che ormai, qualora ai tempi ci fosse stata per entrambi, ormai si è ampiamente logorata nel nuovo sistema globale. Oggi, una riconsiderazione di dove collocarsi tra New York e San Pietroburgo è possibile, è opportuna, soprattutto deve essere consapevole per le sue conseguenze. A questo punto meglio non avere un governo. Tiriamo per le lunghe. Lo schieramento dell'alleanza, con il supporto fantasma degli americani, consoliderebbe un'Italia quiescente, allineata, adeguata, adagiata, utilizzata, sfruttata come finora è stato: l'attacco alla Siria sarebbe la rivoluzione del non cambiamento delle alleanze Usa. Lo schieramento alternativo contiene solo in Matteo Salvini i germi della riflessione critica internazionale, molto deboli negli altri alleati. Dunque: a questo punto meglio non avere un governo. Tiriamo per le lunghe. Lasciamo a un governo «degli affari correnti» il prendere posizioni contingenti che potremo sempre smentire. Dopo. Per non perdere questa occasione epocale che porta l'Italia a non vivere più delle conseguenze scritte in una guerra mondiale che oramai è passata alla storia per essere stata la penultima. Marco Lombardi
Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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