True
2018-04-15
Con la guerra durata un'oretta gli Usa si siedono al tavolo siriano
Parigi ha lanciato 12 missili da crociera sulla Siria. Gli altri 80 Tomahawk sono stati mandati a bersaglio da Stati Uniti e Gran Bretagna dopo che unilateralmente il trio ha deciso che anche senza prove certe sull'uso di gas chimici era necessario intervenire e bombardare la periferia di Damasco. «L'attacco è stato eseguito perfettamente. Missione compiuta», ha commentato su Twitter Donald Trump di fatto lasciando il campo libero a Emmanuel Macron che, utilizzando per la prima volta missili di tale portata in una situazione reale, è riuscito così a conquistare il proprio posto al sole in Medioriente. «La linea rossa fissata dalla Francia nel maggio 2017 è stata oltrepassata», ha detto il presidente francese, mentre da parte sua, la premier britannica Theresa May ha chiarito che lo scopo dell'azione «non è un cambio di regime», ma dissuadere il numero uno di Damasco, Bashar Al Assad, dal fare uso di armi chimiche e ammonire che non ci può essere «impunità» al riguardo.
Al di là delle parole, il blitz -della durata di un'ora - avrebbe colpito tre obiettivi legati alla produzione o stoccaggio di armi chimiche: un centro di ricerca scientifica e allontanandosi dalla capitale un sito industriale a ovest della città di Homs. Nessun punto sensibile né per i russi né per gli iraniani è stato sfiorato, segno che l'intervento ha soltanto uno scopo politico. Tanto più che la versione di Mosca sull'attacco ha aperto numerosi punti oscuri, a partire dalle modalità del coordinamento dell'azione e dal fatto che questa sia stata preventivamente comunicata al Cremlino: una circostanza negata dal capo di Stato maggiore delle forze armate americane, Joseph Dunford, sostenuta dal ministro della Difesa francese, Florence Parly e poi pure dal Pentagono. Una quarta versione è arrivata dall'ambasciatore americano Jon Huntsman il quale ha riferito che Washington avrebbe contattato la Russia poco prima dell'attacco solo per evitare vittime fra i militari russi e la popolazione civile.
Non conosceremo mai l'esatta dinamica. Ma per la sostanza delle nuove mosse geopolitiche è quasi irrilevante. Le sacche di territorio ancora controllate dall'Isis si sono quasi dissolte e quando ci sarà un tavolo per trattare la prossima pace (più o meno lontana nel tempo) con la mossa dell'altra notte potranno sedersi oltre a Russia, Turchia, Arabia Saudita anche gli Usa che negli ultimi tempi si erano sfilati e ovviamente la Francia. Londra si accontenterà di stare in scia a Washington. Sempre che il blitz non inneschi reazioni al momento impreviste.
Gran parte dei missili sono stati intercettati e distrutti dai sistemi di difesa siriani, tutti «fabbricati in Urrs oltre 30 anni fa», ha detto Vladimir Putin parlando comunque di aggressione. Anche Teheran, l'altro grande alleato di Assad, ha fatto sapere che «gli Stati Uniti e i loro alleati sono responsabili per le conseguenze regionali che seguiranno all'attacco», con la guida suprema Khamenei che ha definito Trump, Macron e May «criminali». E mentre il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha invitato alla «moderazione e alla responsabilità», il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha dato il suo sostegno all'operazione. In serata tensione al consiglio di sicurezza Onu tra Usa e Russia, con la rappresentante americana Nikki Haley che ha detto: «Pronti a nuovi raid se la Siria userà ancora i gas».
Un appoggio all'attacco era arrivato con una frase sibillina pure da Angela Merkel: «Risposta necessaria e appropriata in caso di attacchi chimici». È la prima volta che la cancelliera apre bocca per una dichiarazione ufficiale. Un atto praticamente dovuto anche se imposto dallo scatto in avanti fatto da Macron. Berlino e Parigi hanno rotto il fronte europeo archiviando una volta per tutte l'ipotesi di esercito unico Ue e di Difesa comune ma soprattutto hanno creato una faglia tra gli interessi in gioco.
Da un lato la Germania è nella sfera russa, iraniana e cinese (il Dragone ha inviato le sue navi di fronte a Damasco in sostegno della coalizione pro Assad). Dall'altro, la Francia, con Inghilterra, è stabilmente nella sfera americana. Un nuovo scenario che impatta anche sulle relazioni all'interno della lega araba e di tutti i Paesi mediorientali. Ieri Recepp Erdogan, il numero uno di Ankara, si è limitato a gettare acqua sul fuoco, mentre il Qatar ha addirittura rilasciato una nota ufficiale per definirsi a fianco di Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Doha non poteva fare diversamente. Macron nelle ultime settimane ha sterzato verso l'Arabia Saudita e Hamid Bin Al Thani ha imparato la lezione subita la scorsa estate dopo essere stato messo in un angolo da Ryad e Trump. Le bombe su Damasco dell'altra notte hanno avuto anche questo effetto politico: riallineare il Qatar all'Arabia Saudita che nell'area è sempre più la potenza di riferimento. Non a caso ieri, nonostante un attentato subito in casa, il capo dell'Egitto Abdel Fatah Al Sisi, si è recato a Dammam per discutere di una serie di temi che richiedono l'unità di tutti di Stati membri della Lega: principalmente Siria e Libia. Se il primo scenario è in evoluzione il secondo, quello di Tripoli e Tobruk, è tutto ancora da definire. Molto si capirà dalle reali condizioni del generale Khalifa Haftar, ricoverato a Parigi. Fino a oggi la Cirenaica è stata filo Doha e vicina alla Russia oltre che alla Francia. I punti di riferimento sono tutti cambiati ora.
Claudio Antonelli
In trincea adesso ci è finito il centrodestra
I partiti divisi su tutto. Poi, all'improvviso, una crisi internazionale che rimescola le carte, le cancellerie straniere che fischiano la fine della ricreazione. Un democristiano al Colle che rimette insieme i cocci della solita Italietta divisa. Dopo i bombardamenti della notte in Siria da parte degli Stati Uniti di Donald Trump, con la Russia di Vladimir Putin che fa la voce grossa e minaccia «conseguenze», l'Italia torna in piena Prima Repubblica. Tutti spaventati di dispiacere Washington, Londra e Parigi, con l'eccezione di Matteo Salvini, immediatamente sgridato da Silvio Berlusconi, e Luigi Di Maio, che parla come Arnaldo Forlani e prega in cuor suo che nessuno ci chieda le basi di Sigonella. Che se no, Grillo e Alessandro Di Battista chi li tiene più? Ma il tema è ancora una volta la divisione del centrodestra, sempre più difficile da nascondere.
Va detto che, uso delle basi militari a parte, a nessuno nel mondo importa che cosa pensano i leader politici italiani della crisi siriana. Ma Sergio Mattarella era preoccupato da giorni, più che altro per possibili dibattiti sguaiati tra le forze politiche su temi come la politica estera e le alleanze internazionali.
Ieri nessuno è andato sopra le righe. Anzi. Chi sperava, tra i detrattori del Movimento 5 stelle, di godersi una bella sfuriata di Di Battista, che ancora l'anno scorso ripeteva che «Su Assad e le armi chimiche non ci sono prove», ha invece dovuto registrare le ennesime parole da giovane vecchio di Di Maio. Il candidato premier ha garantito: «Restiamo al fianco dei nostri alleati, soprattutto perché in questa fase delicatissima credo che l'Ue debba avere la forza di farsi vedere compatta e unita anche nell'invitare le Nazioni unite a compiere ispezioni sul terreno in Siria affinché si accertino le responsabilità sull'uso di armi chimiche da parte di Assad». E per finire, dalla grisaglia alla papalina: «Siamo preoccupati per quel che sta accadendo e riteniamo che in Siria occorra accelerare con urgenza il lavoro della diplomazia, incrementando i canali di assistenza umanitaria». Per queste dichiarazioni ha avuto il plauso di Pier Ferdinando Casini («parole responsabili»), che per la pancia grillina non è esattamente una medaglia.
Ma M5s ritiene giusto o sbagliato l'intervento in Siria? Nel programma aggiornato al 2017 c'era anche la politica estera e la linea era abbastanza chiara: niente esportazione di democrazia a mano armata e quando c'è un dittatore, aspettare che il suo popolo lo rovesci.
E sulla Siria di Assad, sfoggio di grande scetticismo. Ancora a marzo scorso, Di Battista ripeteva in tv che sui presunti crimini del presidente siriano non c'erano prove e quando a Piazza Pulita, su La7, Corrado Formigli gli mostrò una serie di immagini di bambini siriani morti per i gas, il colonnello penstastellato rispose sventolando una bella fotografia di Giorgio Napolitano a pranzo con Assad, nel 2010. La faccenda si chiuse lì.
Di Maio, però, non è certo l'unico a essere sotto esame in queste ore. Salvini ha ribadito di condividere la scelta del non intervento del governo italiano, al pari di quello di Angela Merkel, ma non ha resistito alla tentazione di confermare il pieno appoggio della Lega alle tesi di Mosca, ovvero che la storia dell'uso di armi cliniche sia una bufala per colpire Assad, «dando fiato ai terroristi islamici».
Invece in casa Pd, dove fino a poche settimane fa la linea era sempre stata anti Assad, aspettano che sia il Palazzo di Vetro o Bruxelles a toglierci le castagne dal fuoco. Il segretario reggente Maurizio Martina ha twittato: «Sulla Siria sostegno al governo e all'azione diplomatica di Onu e Ue. Inaccettabile l'uso di armi chimiche del regime». Bene sulle armi chimiche, ma la notizia del giorno erano i missili.
E dai missili si passa ai fumogeni se si torna nel centrodestra, con l'ennesimo duello tra Salvini e «l'alleato» Berlusconi. Nessuno può dargli lezioni di amicizia con Putin, ma ieri il Cavaliere ha approfittato dell'occasione per trattare il leader della Lega come un ragazzetto. Quando gli hanno riportato le dichiarazioni di Salvini, ha scosso la testa: «Questo è il momento di non pensare e di non parlare. In questa situazione italiana è meglio che lasciamo intervenire l'Onu, che dirà quello che emergerà dalle prove». Improvvisamente, tutti appassionati sostenitori dell'Onu. Ma non è stata zitta neppure Giorgia Meloni. Il capo di Fratelli d'Italia ha scritto che «l'attacco in Siria è fuori dalla legalità internazionale, in assenza di un pronunciamento dell'Onu sui presunti attacchi chimici».
Il sospetto di Salvini è che tutta questa improvvisa prudenza da euro-statista del Cavaliere nasconda un progetto di alleanza con il Pd renziano, che metterebbe Berlusconi di nuovo al centro di tutto. E se i grillini sono i primi a sospettare che Mattarella stia cercando di approfittare della crisi siriana per far digerire alle forze «populiste» nuovi governi nati in provetta, e quindi predicano calma, invece il leader leghista crede nella svolta. «La crisi siriana porta un'accelerazione sulla formazione del nuovo governo», sostiene Salvini, che chiude la porta a qualsiasi governo tecnico o istituzionale.
Così l'accelerata che vuole la Lega serve probabilmente a impedire che Forza Italia e Pd trovino un'intesa oggi ancora acerba «e ci si dimentichi chi ha vinto le elezioni», come dicono nel Carroccio. Dove già si immaginano con terrore Berlusconi che dirige con le mani anche il traffico aereo di Sigonella.
Francesco Bonazzi
Ora ripensiamo le nostre alleanze
Gli erotomani del conflitto questa notte si sono soddisfatti: fantozzianamente seduti in poltrona hanno vibromassaggiato anche alcune catene neuronali seguendo gli annunci televisivi dell'attacco sulla Siria, mentre «la Pina», moglie devota russicchiava sommessa nel letto di famiglia. Con grande indignazione del baldo marito, che nel russare quieto trovava un'assonanza politica troppo a favore della Russia putiniana, quasi il raffreddore muliere fosse un rimprovero sotteso. Ma che sfogo, dopo giorni di fibrillazione virtuale sul Web, in un conto alla rovescia collettivo che sfibrava i nervi nell'attesa, finalmente hanno colpito e l'eccitazione è virilmente esplosa.
Così fu anche durante l'attacco a Baghdad: quella notte in cui a tanti sembrò essere il dottor Stranamore che precipitava sul bersaglio a cavallo della bomba. Così come sempre si ripete nelle guerre in cui il primo missile è mediatico e poi, anche, forse, di metallo e fuoco: quest'ultimo tuttavia con una potenza che non si misura in quantità di tritolo equivalente, ma in quantità di share mediatizzata.
Così è stato dunque anche oggi. La guerra mediatizzata è la Guerra Ibrida nella quale ci si confronta dal 2001 con specifiche competenze comunicative. Ieri, Donald Trump ha deciso di parlare alla nazione annunciando l'attacco alle ore 21: solo la sua dichiarazione lo ha reso concreto e reale, alle nove di sera nel periodo di massima audience del suo pubblico interno, americano. Come era stato fatto l'11 settembre 2001, quando erano state scelte le nove del mattino, dodici ore di anticipo rispetto a ieri, perché l'evento potesse andare in diretta per l'audience esterna, globale, massimizzando l'effetto del fuso orario.
Insomma, la guerra è comunicazione, anzi: la comunicazione è guerra. Le ragioni di quanto accaduto in Siria non le esploro: lo stanno facendo in tanti. Ricordando gli interessi di tutti i contendenti per le pipeline di gas che movimentano su opposti fronti economici, prima ancora che religiosi, iraniani e sauditi con i reciproci alleati o la necessità di ricinetizzare una guerra che poteva terminare troppo presto senza avere ridefinito gli assetti di potere globale, nella fatidica crisi del settimo anno che colpisce ogni unione.
Su questi scenari si dipanano le alleanze funzionali in un'alternanza frenetica dove impropriamente lo spettatore confonde l'alleato con l'amico. Nulla di più falso: l'alleanza è una forma strumentale di reciproca utilità temporanea tra partner tesi a consolidare i propri interessi. Non confondiamo le narrative dell'alleato amico fraterno con cui combattere spalla a spalla propinate a chi lotta, con la realtà sostanziale del patto d'alleanza contrattato con clausole specifiche, redatto da chi il combattimento lo gestisce.
In sintesi la giustificazioni dell'attacco franco-britannico-americano rappresentano una azione non logica «paretiana», mossa da «residui» spiegati dall'intero sistema di «derivazioni»: il gas è stato usato l'ha detto subito Trump («figurati se non lo sa!»), e poi anche Emmanuel Macron («così carino e che parla bene») ne è sicuro, dunque la linea rossa dell'innominabile («siamo andasti oltre ogni principio!») è stata superata e pertanto si deve fare così («a questo punto non resta altro»). Grazie Vilfredo Pareto, perché «paretiana» è appunto l'ispirazione della narrativa pubblica per la produzione del consenso, per permettere lo schieramento. Non la sostanza che ha invece lanciato l'azione in questo quadro di alleanze, misurata sulle necessità degli scenari energetici e di potere che ho accennato. Povera Italia, non mi resta che dire perché i missili sulla Siria possono diventare i razzi, veri, per il nostro Paese.
Mai come in questi giorni è risuonata la parola Occidente come richiamo alla bandiera, alla identità che dovrebbe farci muovere tutti insieme, ovviamente schierati per l'alleanza santa e punitrice. Subito abbiamo assistito a una rapida conversione atlantista del Movimento 5 stelle, già da tempo coltivato dagli americani per la sua potenziale utilità e per una certa consonanza spiritatamente messianica che condividono, senza se e senza ma nell'appoggio all'azione «trump-ettiana». Nella medesima linea la pasionaria datata di +Europa non smentisce la tradizione acritica delle sue radici, fertilizzate nei tempi da consistenti concimi americani. Infine il Pd, che può finalmente ergersi con tutta la potente messe dei suoi consensi a paladino dell'Occidente, che per decenni, per quella gente, era stato solo una espressione geografica, non altro.
Eccoci finalmente di fronte a uno schieramento atlantista, che può solo ingrassare, che ha i numeri per stabilizzare l'Italia, darle un governo nell'ora buia, perché riconfermi l'alleanza storica con l'altra sponda dell'Atlantico. Senza pensarci troppo. Calma e gesso diciamo a Milano. Infatti, la crisi di questi giorni fornisce una grande occasione al mondo, a noi europei per primi, che è quella di non dare per scontata alcuna delle alleanze tradizionali: rimettiamole in gioco, sono contratti, sulla base dell'utilità reciproca che ormai, qualora ai tempi ci fosse stata per entrambi, ormai si è ampiamente logorata nel nuovo sistema globale.
Oggi, una riconsiderazione di dove collocarsi tra New York e San Pietroburgo è possibile, è opportuna, soprattutto deve essere consapevole per le sue conseguenze. A questo punto meglio non avere un governo. Tiriamo per le lunghe.
Lo schieramento dell'alleanza, con il supporto fantasma degli americani, consoliderebbe un'Italia quiescente, allineata, adeguata, adagiata, utilizzata, sfruttata come finora è stato: l'attacco alla Siria sarebbe la rivoluzione del non cambiamento delle alleanze Usa. Lo schieramento alternativo contiene solo in Matteo Salvini i germi della riflessione critica internazionale, molto deboli negli altri alleati. Dunque: a questo punto meglio non avere un governo. Tiriamo per le lunghe. Lasciamo a un governo «degli affari correnti» il prendere posizioni contingenti che potremo sempre smentire. Dopo. Per non perdere questa occasione epocale che porta l'Italia a non vivere più delle conseguenze scritte in una guerra mondiale che oramai è passata alla storia per essere stata la penultima.
Marco Lombardi
Related Articles Around the Web
Continua a leggereRiduci
Un centinaio di missili, obiettivi circoscritti, la Russia avvisata per tempo. America, Francia e Inghilterra parlano di «missione compiuta». In realtà Bashar Al Assad è ancora lì ma ora Donald Trump avrà voce in capitolo sulla pace. Lo schieramento atlantista si è affrettato a giurare fedeltà incondizionata agli Stati Uniti per l'ennesima volta Il prossimo governo potrebbe cambiare le carte in tavola, portandoci a scegliere in libertà amici e nemici.La differenza di lettura dell'attacco scava il solco tra Lega e Forza Italia. Matteo Salvini: «Così si fomentano i terroristi». Silvio Berlusconi: «Era meglio se taceva». Luigi Di Maio, invece, fa l'atlantista: «Vicini ai nostri alleati». Avanza l'ipotesi del governissimo con il Pd che piace al Cav. Lo speciale contiene tre articoli. Parigi ha lanciato 12 missili da crociera sulla Siria. Gli altri 80 Tomahawk sono stati mandati a bersaglio da Stati Uniti e Gran Bretagna dopo che unilateralmente il trio ha deciso che anche senza prove certe sull'uso di gas chimici era necessario intervenire e bombardare la periferia di Damasco. «L'attacco è stato eseguito perfettamente. Missione compiuta», ha commentato su Twitter Donald Trump di fatto lasciando il campo libero a Emmanuel Macron che, utilizzando per la prima volta missili di tale portata in una situazione reale, è riuscito così a conquistare il proprio posto al sole in Medioriente. «La linea rossa fissata dalla Francia nel maggio 2017 è stata oltrepassata», ha detto il presidente francese, mentre da parte sua, la premier britannica Theresa May ha chiarito che lo scopo dell'azione «non è un cambio di regime», ma dissuadere il numero uno di Damasco, Bashar Al Assad, dal fare uso di armi chimiche e ammonire che non ci può essere «impunità» al riguardo. Al di là delle parole, il blitz -della durata di un'ora - avrebbe colpito tre obiettivi legati alla produzione o stoccaggio di armi chimiche: un centro di ricerca scientifica e allontanandosi dalla capitale un sito industriale a ovest della città di Homs. Nessun punto sensibile né per i russi né per gli iraniani è stato sfiorato, segno che l'intervento ha soltanto uno scopo politico. Tanto più che la versione di Mosca sull'attacco ha aperto numerosi punti oscuri, a partire dalle modalità del coordinamento dell'azione e dal fatto che questa sia stata preventivamente comunicata al Cremlino: una circostanza negata dal capo di Stato maggiore delle forze armate americane, Joseph Dunford, sostenuta dal ministro della Difesa francese, Florence Parly e poi pure dal Pentagono. Una quarta versione è arrivata dall'ambasciatore americano Jon Huntsman il quale ha riferito che Washington avrebbe contattato la Russia poco prima dell'attacco solo per evitare vittime fra i militari russi e la popolazione civile. Non conosceremo mai l'esatta dinamica. Ma per la sostanza delle nuove mosse geopolitiche è quasi irrilevante. Le sacche di territorio ancora controllate dall'Isis si sono quasi dissolte e quando ci sarà un tavolo per trattare la prossima pace (più o meno lontana nel tempo) con la mossa dell'altra notte potranno sedersi oltre a Russia, Turchia, Arabia Saudita anche gli Usa che negli ultimi tempi si erano sfilati e ovviamente la Francia. Londra si accontenterà di stare in scia a Washington. Sempre che il blitz non inneschi reazioni al momento impreviste. Gran parte dei missili sono stati intercettati e distrutti dai sistemi di difesa siriani, tutti «fabbricati in Urrs oltre 30 anni fa», ha detto Vladimir Putin parlando comunque di aggressione. Anche Teheran, l'altro grande alleato di Assad, ha fatto sapere che «gli Stati Uniti e i loro alleati sono responsabili per le conseguenze regionali che seguiranno all'attacco», con la guida suprema Khamenei che ha definito Trump, Macron e May «criminali». E mentre il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha invitato alla «moderazione e alla responsabilità», il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha dato il suo sostegno all'operazione. In serata tensione al consiglio di sicurezza Onu tra Usa e Russia, con la rappresentante americana Nikki Haley che ha detto: «Pronti a nuovi raid se la Siria userà ancora i gas». Un appoggio all'attacco era arrivato con una frase sibillina pure da Angela Merkel: «Risposta necessaria e appropriata in caso di attacchi chimici». È la prima volta che la cancelliera apre bocca per una dichiarazione ufficiale. Un atto praticamente dovuto anche se imposto dallo scatto in avanti fatto da Macron. Berlino e Parigi hanno rotto il fronte europeo archiviando una volta per tutte l'ipotesi di esercito unico Ue e di Difesa comune ma soprattutto hanno creato una faglia tra gli interessi in gioco. Da un lato la Germania è nella sfera russa, iraniana e cinese (il Dragone ha inviato le sue navi di fronte a Damasco in sostegno della coalizione pro Assad). Dall'altro, la Francia, con Inghilterra, è stabilmente nella sfera americana. Un nuovo scenario che impatta anche sulle relazioni all'interno della lega araba e di tutti i Paesi mediorientali. Ieri Recepp Erdogan, il numero uno di Ankara, si è limitato a gettare acqua sul fuoco, mentre il Qatar ha addirittura rilasciato una nota ufficiale per definirsi a fianco di Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Doha non poteva fare diversamente. Macron nelle ultime settimane ha sterzato verso l'Arabia Saudita e Hamid Bin Al Thani ha imparato la lezione subita la scorsa estate dopo essere stato messo in un angolo da Ryad e Trump. Le bombe su Damasco dell'altra notte hanno avuto anche questo effetto politico: riallineare il Qatar all'Arabia Saudita che nell'area è sempre più la potenza di riferimento. Non a caso ieri, nonostante un attentato subito in casa, il capo dell'Egitto Abdel Fatah Al Sisi, si è recato a Dammam per discutere di una serie di temi che richiedono l'unità di tutti di Stati membri della Lega: principalmente Siria e Libia. Se il primo scenario è in evoluzione il secondo, quello di Tripoli e Tobruk, è tutto ancora da definire. Molto si capirà dalle reali condizioni del generale Khalifa Haftar, ricoverato a Parigi. Fino a oggi la Cirenaica è stata filo Doha e vicina alla Russia oltre che alla Francia. I punti di riferimento sono tutti cambiati ora. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-usa-si-siedono-al-tavolo-siriano-2560009199.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-trincea-adesso-ci-e-finito-il-centrodestra" data-post-id="2560009199" data-published-at="1778093882" data-use-pagination="False"> In trincea adesso ci è finito il centrodestra I partiti divisi su tutto. Poi, all'improvviso, una crisi internazionale che rimescola le carte, le cancellerie straniere che fischiano la fine della ricreazione. Un democristiano al Colle che rimette insieme i cocci della solita Italietta divisa. Dopo i bombardamenti della notte in Siria da parte degli Stati Uniti di Donald Trump, con la Russia di Vladimir Putin che fa la voce grossa e minaccia «conseguenze», l'Italia torna in piena Prima Repubblica. Tutti spaventati di dispiacere Washington, Londra e Parigi, con l'eccezione di Matteo Salvini, immediatamente sgridato da Silvio Berlusconi, e Luigi Di Maio, che parla come Arnaldo Forlani e prega in cuor suo che nessuno ci chieda le basi di Sigonella. Che se no, Grillo e Alessandro Di Battista chi li tiene più? Ma il tema è ancora una volta la divisione del centrodestra, sempre più difficile da nascondere.Va detto che, uso delle basi militari a parte, a nessuno nel mondo importa che cosa pensano i leader politici italiani della crisi siriana. Ma Sergio Mattarella era preoccupato da giorni, più che altro per possibili dibattiti sguaiati tra le forze politiche su temi come la politica estera e le alleanze internazionali.Ieri nessuno è andato sopra le righe. Anzi. Chi sperava, tra i detrattori del Movimento 5 stelle, di godersi una bella sfuriata di Di Battista, che ancora l'anno scorso ripeteva che «Su Assad e le armi chimiche non ci sono prove», ha invece dovuto registrare le ennesime parole da giovane vecchio di Di Maio. Il candidato premier ha garantito: «Restiamo al fianco dei nostri alleati, soprattutto perché in questa fase delicatissima credo che l'Ue debba avere la forza di farsi vedere compatta e unita anche nell'invitare le Nazioni unite a compiere ispezioni sul terreno in Siria affinché si accertino le responsabilità sull'uso di armi chimiche da parte di Assad». E per finire, dalla grisaglia alla papalina: «Siamo preoccupati per quel che sta accadendo e riteniamo che in Siria occorra accelerare con urgenza il lavoro della diplomazia, incrementando i canali di assistenza umanitaria». Per queste dichiarazioni ha avuto il plauso di Pier Ferdinando Casini («parole responsabili»), che per la pancia grillina non è esattamente una medaglia.Ma M5s ritiene giusto o sbagliato l'intervento in Siria? Nel programma aggiornato al 2017 c'era anche la politica estera e la linea era abbastanza chiara: niente esportazione di democrazia a mano armata e quando c'è un dittatore, aspettare che il suo popolo lo rovesci.E sulla Siria di Assad, sfoggio di grande scetticismo. Ancora a marzo scorso, Di Battista ripeteva in tv che sui presunti crimini del presidente siriano non c'erano prove e quando a Piazza Pulita, su La7, Corrado Formigli gli mostrò una serie di immagini di bambini siriani morti per i gas, il colonnello penstastellato rispose sventolando una bella fotografia di Giorgio Napolitano a pranzo con Assad, nel 2010. La faccenda si chiuse lì.Di Maio, però, non è certo l'unico a essere sotto esame in queste ore. Salvini ha ribadito di condividere la scelta del non intervento del governo italiano, al pari di quello di Angela Merkel, ma non ha resistito alla tentazione di confermare il pieno appoggio della Lega alle tesi di Mosca, ovvero che la storia dell'uso di armi cliniche sia una bufala per colpire Assad, «dando fiato ai terroristi islamici».Invece in casa Pd, dove fino a poche settimane fa la linea era sempre stata anti Assad, aspettano che sia il Palazzo di Vetro o Bruxelles a toglierci le castagne dal fuoco. Il segretario reggente Maurizio Martina ha twittato: «Sulla Siria sostegno al governo e all'azione diplomatica di Onu e Ue. Inaccettabile l'uso di armi chimiche del regime». Bene sulle armi chimiche, ma la notizia del giorno erano i missili.E dai missili si passa ai fumogeni se si torna nel centrodestra, con l'ennesimo duello tra Salvini e «l'alleato» Berlusconi. Nessuno può dargli lezioni di amicizia con Putin, ma ieri il Cavaliere ha approfittato dell'occasione per trattare il leader della Lega come un ragazzetto. Quando gli hanno riportato le dichiarazioni di Salvini, ha scosso la testa: «Questo è il momento di non pensare e di non parlare. In questa situazione italiana è meglio che lasciamo intervenire l'Onu, che dirà quello che emergerà dalle prove». Improvvisamente, tutti appassionati sostenitori dell'Onu. Ma non è stata zitta neppure Giorgia Meloni. Il capo di Fratelli d'Italia ha scritto che «l'attacco in Siria è fuori dalla legalità internazionale, in assenza di un pronunciamento dell'Onu sui presunti attacchi chimici».Il sospetto di Salvini è che tutta questa improvvisa prudenza da euro-statista del Cavaliere nasconda un progetto di alleanza con il Pd renziano, che metterebbe Berlusconi di nuovo al centro di tutto. E se i grillini sono i primi a sospettare che Mattarella stia cercando di approfittare della crisi siriana per far digerire alle forze «populiste» nuovi governi nati in provetta, e quindi predicano calma, invece il leader leghista crede nella svolta. «La crisi siriana porta un'accelerazione sulla formazione del nuovo governo», sostiene Salvini, che chiude la porta a qualsiasi governo tecnico o istituzionale.Così l'accelerata che vuole la Lega serve probabilmente a impedire che Forza Italia e Pd trovino un'intesa oggi ancora acerba «e ci si dimentichi chi ha vinto le elezioni», come dicono nel Carroccio. Dove già si immaginano con terrore Berlusconi che dirige con le mani anche il traffico aereo di Sigonella.Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-usa-si-siedono-al-tavolo-siriano-2560009199.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-ripensiamo-le-nostre-alleanze" data-post-id="2560009199" data-published-at="1778093882" data-use-pagination="False"> Ora ripensiamo le nostre alleanze Gli erotomani del conflitto questa notte si sono soddisfatti: fantozzianamente seduti in poltrona hanno vibromassaggiato anche alcune catene neuronali seguendo gli annunci televisivi dell'attacco sulla Siria, mentre «la Pina», moglie devota russicchiava sommessa nel letto di famiglia. Con grande indignazione del baldo marito, che nel russare quieto trovava un'assonanza politica troppo a favore della Russia putiniana, quasi il raffreddore muliere fosse un rimprovero sotteso. Ma che sfogo, dopo giorni di fibrillazione virtuale sul Web, in un conto alla rovescia collettivo che sfibrava i nervi nell'attesa, finalmente hanno colpito e l'eccitazione è virilmente esplosa. Così fu anche durante l'attacco a Baghdad: quella notte in cui a tanti sembrò essere il dottor Stranamore che precipitava sul bersaglio a cavallo della bomba. Così come sempre si ripete nelle guerre in cui il primo missile è mediatico e poi, anche, forse, di metallo e fuoco: quest'ultimo tuttavia con una potenza che non si misura in quantità di tritolo equivalente, ma in quantità di share mediatizzata. Così è stato dunque anche oggi. La guerra mediatizzata è la Guerra Ibrida nella quale ci si confronta dal 2001 con specifiche competenze comunicative. Ieri, Donald Trump ha deciso di parlare alla nazione annunciando l'attacco alle ore 21: solo la sua dichiarazione lo ha reso concreto e reale, alle nove di sera nel periodo di massima audience del suo pubblico interno, americano. Come era stato fatto l'11 settembre 2001, quando erano state scelte le nove del mattino, dodici ore di anticipo rispetto a ieri, perché l'evento potesse andare in diretta per l'audience esterna, globale, massimizzando l'effetto del fuso orario. Insomma, la guerra è comunicazione, anzi: la comunicazione è guerra. Le ragioni di quanto accaduto in Siria non le esploro: lo stanno facendo in tanti. Ricordando gli interessi di tutti i contendenti per le pipeline di gas che movimentano su opposti fronti economici, prima ancora che religiosi, iraniani e sauditi con i reciproci alleati o la necessità di ricinetizzare una guerra che poteva terminare troppo presto senza avere ridefinito gli assetti di potere globale, nella fatidica crisi del settimo anno che colpisce ogni unione. Su questi scenari si dipanano le alleanze funzionali in un'alternanza frenetica dove impropriamente lo spettatore confonde l'alleato con l'amico. Nulla di più falso: l'alleanza è una forma strumentale di reciproca utilità temporanea tra partner tesi a consolidare i propri interessi. Non confondiamo le narrative dell'alleato amico fraterno con cui combattere spalla a spalla propinate a chi lotta, con la realtà sostanziale del patto d'alleanza contrattato con clausole specifiche, redatto da chi il combattimento lo gestisce. In sintesi la giustificazioni dell'attacco franco-britannico-americano rappresentano una azione non logica «paretiana», mossa da «residui» spiegati dall'intero sistema di «derivazioni»: il gas è stato usato l'ha detto subito Trump («figurati se non lo sa!»), e poi anche Emmanuel Macron («così carino e che parla bene») ne è sicuro, dunque la linea rossa dell'innominabile («siamo andasti oltre ogni principio!») è stata superata e pertanto si deve fare così («a questo punto non resta altro»). Grazie Vilfredo Pareto, perché «paretiana» è appunto l'ispirazione della narrativa pubblica per la produzione del consenso, per permettere lo schieramento. Non la sostanza che ha invece lanciato l'azione in questo quadro di alleanze, misurata sulle necessità degli scenari energetici e di potere che ho accennato. Povera Italia, non mi resta che dire perché i missili sulla Siria possono diventare i razzi, veri, per il nostro Paese. Mai come in questi giorni è risuonata la parola Occidente come richiamo alla bandiera, alla identità che dovrebbe farci muovere tutti insieme, ovviamente schierati per l'alleanza santa e punitrice. Subito abbiamo assistito a una rapida conversione atlantista del Movimento 5 stelle, già da tempo coltivato dagli americani per la sua potenziale utilità e per una certa consonanza spiritatamente messianica che condividono, senza se e senza ma nell'appoggio all'azione «trump-ettiana». Nella medesima linea la pasionaria datata di +Europa non smentisce la tradizione acritica delle sue radici, fertilizzate nei tempi da consistenti concimi americani. Infine il Pd, che può finalmente ergersi con tutta la potente messe dei suoi consensi a paladino dell'Occidente, che per decenni, per quella gente, era stato solo una espressione geografica, non altro. Eccoci finalmente di fronte a uno schieramento atlantista, che può solo ingrassare, che ha i numeri per stabilizzare l'Italia, darle un governo nell'ora buia, perché riconfermi l'alleanza storica con l'altra sponda dell'Atlantico. Senza pensarci troppo. Calma e gesso diciamo a Milano. Infatti, la crisi di questi giorni fornisce una grande occasione al mondo, a noi europei per primi, che è quella di non dare per scontata alcuna delle alleanze tradizionali: rimettiamole in gioco, sono contratti, sulla base dell'utilità reciproca che ormai, qualora ai tempi ci fosse stata per entrambi, ormai si è ampiamente logorata nel nuovo sistema globale. Oggi, una riconsiderazione di dove collocarsi tra New York e San Pietroburgo è possibile, è opportuna, soprattutto deve essere consapevole per le sue conseguenze. A questo punto meglio non avere un governo. Tiriamo per le lunghe. Lo schieramento dell'alleanza, con il supporto fantasma degli americani, consoliderebbe un'Italia quiescente, allineata, adeguata, adagiata, utilizzata, sfruttata come finora è stato: l'attacco alla Siria sarebbe la rivoluzione del non cambiamento delle alleanze Usa. Lo schieramento alternativo contiene solo in Matteo Salvini i germi della riflessione critica internazionale, molto deboli negli altri alleati. Dunque: a questo punto meglio non avere un governo. Tiriamo per le lunghe. Lasciamo a un governo «degli affari correnti» il prendere posizioni contingenti che potremo sempre smentire. Dopo. Per non perdere questa occasione epocale che porta l'Italia a non vivere più delle conseguenze scritte in una guerra mondiale che oramai è passata alla storia per essere stata la penultima. Marco Lombardi
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
Continua a leggereRiduci
Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 6 maggio 2026. L'avvocato Capozzo, vicepresidente Accademia Italiana Scienze Forensi, sugli sviluppi del caso Garlasco.