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2018-04-15
Con la guerra durata un'oretta gli Usa si siedono al tavolo siriano
Parigi ha lanciato 12 missili da crociera sulla Siria. Gli altri 80 Tomahawk sono stati mandati a bersaglio da Stati Uniti e Gran Bretagna dopo che unilateralmente il trio ha deciso che anche senza prove certe sull'uso di gas chimici era necessario intervenire e bombardare la periferia di Damasco. «L'attacco è stato eseguito perfettamente. Missione compiuta», ha commentato su Twitter Donald Trump di fatto lasciando il campo libero a Emmanuel Macron che, utilizzando per la prima volta missili di tale portata in una situazione reale, è riuscito così a conquistare il proprio posto al sole in Medioriente. «La linea rossa fissata dalla Francia nel maggio 2017 è stata oltrepassata», ha detto il presidente francese, mentre da parte sua, la premier britannica Theresa May ha chiarito che lo scopo dell'azione «non è un cambio di regime», ma dissuadere il numero uno di Damasco, Bashar Al Assad, dal fare uso di armi chimiche e ammonire che non ci può essere «impunità» al riguardo.
Al di là delle parole, il blitz -della durata di un'ora - avrebbe colpito tre obiettivi legati alla produzione o stoccaggio di armi chimiche: un centro di ricerca scientifica e allontanandosi dalla capitale un sito industriale a ovest della città di Homs. Nessun punto sensibile né per i russi né per gli iraniani è stato sfiorato, segno che l'intervento ha soltanto uno scopo politico. Tanto più che la versione di Mosca sull'attacco ha aperto numerosi punti oscuri, a partire dalle modalità del coordinamento dell'azione e dal fatto che questa sia stata preventivamente comunicata al Cremlino: una circostanza negata dal capo di Stato maggiore delle forze armate americane, Joseph Dunford, sostenuta dal ministro della Difesa francese, Florence Parly e poi pure dal Pentagono. Una quarta versione è arrivata dall'ambasciatore americano Jon Huntsman il quale ha riferito che Washington avrebbe contattato la Russia poco prima dell'attacco solo per evitare vittime fra i militari russi e la popolazione civile.
Non conosceremo mai l'esatta dinamica. Ma per la sostanza delle nuove mosse geopolitiche è quasi irrilevante. Le sacche di territorio ancora controllate dall'Isis si sono quasi dissolte e quando ci sarà un tavolo per trattare la prossima pace (più o meno lontana nel tempo) con la mossa dell'altra notte potranno sedersi oltre a Russia, Turchia, Arabia Saudita anche gli Usa che negli ultimi tempi si erano sfilati e ovviamente la Francia. Londra si accontenterà di stare in scia a Washington. Sempre che il blitz non inneschi reazioni al momento impreviste.
Gran parte dei missili sono stati intercettati e distrutti dai sistemi di difesa siriani, tutti «fabbricati in Urrs oltre 30 anni fa», ha detto Vladimir Putin parlando comunque di aggressione. Anche Teheran, l'altro grande alleato di Assad, ha fatto sapere che «gli Stati Uniti e i loro alleati sono responsabili per le conseguenze regionali che seguiranno all'attacco», con la guida suprema Khamenei che ha definito Trump, Macron e May «criminali». E mentre il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha invitato alla «moderazione e alla responsabilità», il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha dato il suo sostegno all'operazione. In serata tensione al consiglio di sicurezza Onu tra Usa e Russia, con la rappresentante americana Nikki Haley che ha detto: «Pronti a nuovi raid se la Siria userà ancora i gas».
Un appoggio all'attacco era arrivato con una frase sibillina pure da Angela Merkel: «Risposta necessaria e appropriata in caso di attacchi chimici». È la prima volta che la cancelliera apre bocca per una dichiarazione ufficiale. Un atto praticamente dovuto anche se imposto dallo scatto in avanti fatto da Macron. Berlino e Parigi hanno rotto il fronte europeo archiviando una volta per tutte l'ipotesi di esercito unico Ue e di Difesa comune ma soprattutto hanno creato una faglia tra gli interessi in gioco.
Da un lato la Germania è nella sfera russa, iraniana e cinese (il Dragone ha inviato le sue navi di fronte a Damasco in sostegno della coalizione pro Assad). Dall'altro, la Francia, con Inghilterra, è stabilmente nella sfera americana. Un nuovo scenario che impatta anche sulle relazioni all'interno della lega araba e di tutti i Paesi mediorientali. Ieri Recepp Erdogan, il numero uno di Ankara, si è limitato a gettare acqua sul fuoco, mentre il Qatar ha addirittura rilasciato una nota ufficiale per definirsi a fianco di Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Doha non poteva fare diversamente. Macron nelle ultime settimane ha sterzato verso l'Arabia Saudita e Hamid Bin Al Thani ha imparato la lezione subita la scorsa estate dopo essere stato messo in un angolo da Ryad e Trump. Le bombe su Damasco dell'altra notte hanno avuto anche questo effetto politico: riallineare il Qatar all'Arabia Saudita che nell'area è sempre più la potenza di riferimento. Non a caso ieri, nonostante un attentato subito in casa, il capo dell'Egitto Abdel Fatah Al Sisi, si è recato a Dammam per discutere di una serie di temi che richiedono l'unità di tutti di Stati membri della Lega: principalmente Siria e Libia. Se il primo scenario è in evoluzione il secondo, quello di Tripoli e Tobruk, è tutto ancora da definire. Molto si capirà dalle reali condizioni del generale Khalifa Haftar, ricoverato a Parigi. Fino a oggi la Cirenaica è stata filo Doha e vicina alla Russia oltre che alla Francia. I punti di riferimento sono tutti cambiati ora.
Claudio Antonelli
In trincea adesso ci è finito il centrodestra
I partiti divisi su tutto. Poi, all'improvviso, una crisi internazionale che rimescola le carte, le cancellerie straniere che fischiano la fine della ricreazione. Un democristiano al Colle che rimette insieme i cocci della solita Italietta divisa. Dopo i bombardamenti della notte in Siria da parte degli Stati Uniti di Donald Trump, con la Russia di Vladimir Putin che fa la voce grossa e minaccia «conseguenze», l'Italia torna in piena Prima Repubblica. Tutti spaventati di dispiacere Washington, Londra e Parigi, con l'eccezione di Matteo Salvini, immediatamente sgridato da Silvio Berlusconi, e Luigi Di Maio, che parla come Arnaldo Forlani e prega in cuor suo che nessuno ci chieda le basi di Sigonella. Che se no, Grillo e Alessandro Di Battista chi li tiene più? Ma il tema è ancora una volta la divisione del centrodestra, sempre più difficile da nascondere.
Va detto che, uso delle basi militari a parte, a nessuno nel mondo importa che cosa pensano i leader politici italiani della crisi siriana. Ma Sergio Mattarella era preoccupato da giorni, più che altro per possibili dibattiti sguaiati tra le forze politiche su temi come la politica estera e le alleanze internazionali.
Ieri nessuno è andato sopra le righe. Anzi. Chi sperava, tra i detrattori del Movimento 5 stelle, di godersi una bella sfuriata di Di Battista, che ancora l'anno scorso ripeteva che «Su Assad e le armi chimiche non ci sono prove», ha invece dovuto registrare le ennesime parole da giovane vecchio di Di Maio. Il candidato premier ha garantito: «Restiamo al fianco dei nostri alleati, soprattutto perché in questa fase delicatissima credo che l'Ue debba avere la forza di farsi vedere compatta e unita anche nell'invitare le Nazioni unite a compiere ispezioni sul terreno in Siria affinché si accertino le responsabilità sull'uso di armi chimiche da parte di Assad». E per finire, dalla grisaglia alla papalina: «Siamo preoccupati per quel che sta accadendo e riteniamo che in Siria occorra accelerare con urgenza il lavoro della diplomazia, incrementando i canali di assistenza umanitaria». Per queste dichiarazioni ha avuto il plauso di Pier Ferdinando Casini («parole responsabili»), che per la pancia grillina non è esattamente una medaglia.
Ma M5s ritiene giusto o sbagliato l'intervento in Siria? Nel programma aggiornato al 2017 c'era anche la politica estera e la linea era abbastanza chiara: niente esportazione di democrazia a mano armata e quando c'è un dittatore, aspettare che il suo popolo lo rovesci.
E sulla Siria di Assad, sfoggio di grande scetticismo. Ancora a marzo scorso, Di Battista ripeteva in tv che sui presunti crimini del presidente siriano non c'erano prove e quando a Piazza Pulita, su La7, Corrado Formigli gli mostrò una serie di immagini di bambini siriani morti per i gas, il colonnello penstastellato rispose sventolando una bella fotografia di Giorgio Napolitano a pranzo con Assad, nel 2010. La faccenda si chiuse lì.
Di Maio, però, non è certo l'unico a essere sotto esame in queste ore. Salvini ha ribadito di condividere la scelta del non intervento del governo italiano, al pari di quello di Angela Merkel, ma non ha resistito alla tentazione di confermare il pieno appoggio della Lega alle tesi di Mosca, ovvero che la storia dell'uso di armi cliniche sia una bufala per colpire Assad, «dando fiato ai terroristi islamici».
Invece in casa Pd, dove fino a poche settimane fa la linea era sempre stata anti Assad, aspettano che sia il Palazzo di Vetro o Bruxelles a toglierci le castagne dal fuoco. Il segretario reggente Maurizio Martina ha twittato: «Sulla Siria sostegno al governo e all'azione diplomatica di Onu e Ue. Inaccettabile l'uso di armi chimiche del regime». Bene sulle armi chimiche, ma la notizia del giorno erano i missili.
E dai missili si passa ai fumogeni se si torna nel centrodestra, con l'ennesimo duello tra Salvini e «l'alleato» Berlusconi. Nessuno può dargli lezioni di amicizia con Putin, ma ieri il Cavaliere ha approfittato dell'occasione per trattare il leader della Lega come un ragazzetto. Quando gli hanno riportato le dichiarazioni di Salvini, ha scosso la testa: «Questo è il momento di non pensare e di non parlare. In questa situazione italiana è meglio che lasciamo intervenire l'Onu, che dirà quello che emergerà dalle prove». Improvvisamente, tutti appassionati sostenitori dell'Onu. Ma non è stata zitta neppure Giorgia Meloni. Il capo di Fratelli d'Italia ha scritto che «l'attacco in Siria è fuori dalla legalità internazionale, in assenza di un pronunciamento dell'Onu sui presunti attacchi chimici».
Il sospetto di Salvini è che tutta questa improvvisa prudenza da euro-statista del Cavaliere nasconda un progetto di alleanza con il Pd renziano, che metterebbe Berlusconi di nuovo al centro di tutto. E se i grillini sono i primi a sospettare che Mattarella stia cercando di approfittare della crisi siriana per far digerire alle forze «populiste» nuovi governi nati in provetta, e quindi predicano calma, invece il leader leghista crede nella svolta. «La crisi siriana porta un'accelerazione sulla formazione del nuovo governo», sostiene Salvini, che chiude la porta a qualsiasi governo tecnico o istituzionale.
Così l'accelerata che vuole la Lega serve probabilmente a impedire che Forza Italia e Pd trovino un'intesa oggi ancora acerba «e ci si dimentichi chi ha vinto le elezioni», come dicono nel Carroccio. Dove già si immaginano con terrore Berlusconi che dirige con le mani anche il traffico aereo di Sigonella.
Francesco Bonazzi
Ora ripensiamo le nostre alleanze
Gli erotomani del conflitto questa notte si sono soddisfatti: fantozzianamente seduti in poltrona hanno vibromassaggiato anche alcune catene neuronali seguendo gli annunci televisivi dell'attacco sulla Siria, mentre «la Pina», moglie devota russicchiava sommessa nel letto di famiglia. Con grande indignazione del baldo marito, che nel russare quieto trovava un'assonanza politica troppo a favore della Russia putiniana, quasi il raffreddore muliere fosse un rimprovero sotteso. Ma che sfogo, dopo giorni di fibrillazione virtuale sul Web, in un conto alla rovescia collettivo che sfibrava i nervi nell'attesa, finalmente hanno colpito e l'eccitazione è virilmente esplosa.
Così fu anche durante l'attacco a Baghdad: quella notte in cui a tanti sembrò essere il dottor Stranamore che precipitava sul bersaglio a cavallo della bomba. Così come sempre si ripete nelle guerre in cui il primo missile è mediatico e poi, anche, forse, di metallo e fuoco: quest'ultimo tuttavia con una potenza che non si misura in quantità di tritolo equivalente, ma in quantità di share mediatizzata.
Così è stato dunque anche oggi. La guerra mediatizzata è la Guerra Ibrida nella quale ci si confronta dal 2001 con specifiche competenze comunicative. Ieri, Donald Trump ha deciso di parlare alla nazione annunciando l'attacco alle ore 21: solo la sua dichiarazione lo ha reso concreto e reale, alle nove di sera nel periodo di massima audience del suo pubblico interno, americano. Come era stato fatto l'11 settembre 2001, quando erano state scelte le nove del mattino, dodici ore di anticipo rispetto a ieri, perché l'evento potesse andare in diretta per l'audience esterna, globale, massimizzando l'effetto del fuso orario.
Insomma, la guerra è comunicazione, anzi: la comunicazione è guerra. Le ragioni di quanto accaduto in Siria non le esploro: lo stanno facendo in tanti. Ricordando gli interessi di tutti i contendenti per le pipeline di gas che movimentano su opposti fronti economici, prima ancora che religiosi, iraniani e sauditi con i reciproci alleati o la necessità di ricinetizzare una guerra che poteva terminare troppo presto senza avere ridefinito gli assetti di potere globale, nella fatidica crisi del settimo anno che colpisce ogni unione.
Su questi scenari si dipanano le alleanze funzionali in un'alternanza frenetica dove impropriamente lo spettatore confonde l'alleato con l'amico. Nulla di più falso: l'alleanza è una forma strumentale di reciproca utilità temporanea tra partner tesi a consolidare i propri interessi. Non confondiamo le narrative dell'alleato amico fraterno con cui combattere spalla a spalla propinate a chi lotta, con la realtà sostanziale del patto d'alleanza contrattato con clausole specifiche, redatto da chi il combattimento lo gestisce.
In sintesi la giustificazioni dell'attacco franco-britannico-americano rappresentano una azione non logica «paretiana», mossa da «residui» spiegati dall'intero sistema di «derivazioni»: il gas è stato usato l'ha detto subito Trump («figurati se non lo sa!»), e poi anche Emmanuel Macron («così carino e che parla bene») ne è sicuro, dunque la linea rossa dell'innominabile («siamo andasti oltre ogni principio!») è stata superata e pertanto si deve fare così («a questo punto non resta altro»). Grazie Vilfredo Pareto, perché «paretiana» è appunto l'ispirazione della narrativa pubblica per la produzione del consenso, per permettere lo schieramento. Non la sostanza che ha invece lanciato l'azione in questo quadro di alleanze, misurata sulle necessità degli scenari energetici e di potere che ho accennato. Povera Italia, non mi resta che dire perché i missili sulla Siria possono diventare i razzi, veri, per il nostro Paese.
Mai come in questi giorni è risuonata la parola Occidente come richiamo alla bandiera, alla identità che dovrebbe farci muovere tutti insieme, ovviamente schierati per l'alleanza santa e punitrice. Subito abbiamo assistito a una rapida conversione atlantista del Movimento 5 stelle, già da tempo coltivato dagli americani per la sua potenziale utilità e per una certa consonanza spiritatamente messianica che condividono, senza se e senza ma nell'appoggio all'azione «trump-ettiana». Nella medesima linea la pasionaria datata di +Europa non smentisce la tradizione acritica delle sue radici, fertilizzate nei tempi da consistenti concimi americani. Infine il Pd, che può finalmente ergersi con tutta la potente messe dei suoi consensi a paladino dell'Occidente, che per decenni, per quella gente, era stato solo una espressione geografica, non altro.
Eccoci finalmente di fronte a uno schieramento atlantista, che può solo ingrassare, che ha i numeri per stabilizzare l'Italia, darle un governo nell'ora buia, perché riconfermi l'alleanza storica con l'altra sponda dell'Atlantico. Senza pensarci troppo. Calma e gesso diciamo a Milano. Infatti, la crisi di questi giorni fornisce una grande occasione al mondo, a noi europei per primi, che è quella di non dare per scontata alcuna delle alleanze tradizionali: rimettiamole in gioco, sono contratti, sulla base dell'utilità reciproca che ormai, qualora ai tempi ci fosse stata per entrambi, ormai si è ampiamente logorata nel nuovo sistema globale.
Oggi, una riconsiderazione di dove collocarsi tra New York e San Pietroburgo è possibile, è opportuna, soprattutto deve essere consapevole per le sue conseguenze. A questo punto meglio non avere un governo. Tiriamo per le lunghe.
Lo schieramento dell'alleanza, con il supporto fantasma degli americani, consoliderebbe un'Italia quiescente, allineata, adeguata, adagiata, utilizzata, sfruttata come finora è stato: l'attacco alla Siria sarebbe la rivoluzione del non cambiamento delle alleanze Usa. Lo schieramento alternativo contiene solo in Matteo Salvini i germi della riflessione critica internazionale, molto deboli negli altri alleati. Dunque: a questo punto meglio non avere un governo. Tiriamo per le lunghe. Lasciamo a un governo «degli affari correnti» il prendere posizioni contingenti che potremo sempre smentire. Dopo. Per non perdere questa occasione epocale che porta l'Italia a non vivere più delle conseguenze scritte in una guerra mondiale che oramai è passata alla storia per essere stata la penultima.
Marco Lombardi
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Un centinaio di missili, obiettivi circoscritti, la Russia avvisata per tempo. America, Francia e Inghilterra parlano di «missione compiuta». In realtà Bashar Al Assad è ancora lì ma ora Donald Trump avrà voce in capitolo sulla pace. Lo schieramento atlantista si è affrettato a giurare fedeltà incondizionata agli Stati Uniti per l'ennesima volta Il prossimo governo potrebbe cambiare le carte in tavola, portandoci a scegliere in libertà amici e nemici.La differenza di lettura dell'attacco scava il solco tra Lega e Forza Italia. Matteo Salvini: «Così si fomentano i terroristi». Silvio Berlusconi: «Era meglio se taceva». Luigi Di Maio, invece, fa l'atlantista: «Vicini ai nostri alleati». Avanza l'ipotesi del governissimo con il Pd che piace al Cav. Lo speciale contiene tre articoli. Parigi ha lanciato 12 missili da crociera sulla Siria. Gli altri 80 Tomahawk sono stati mandati a bersaglio da Stati Uniti e Gran Bretagna dopo che unilateralmente il trio ha deciso che anche senza prove certe sull'uso di gas chimici era necessario intervenire e bombardare la periferia di Damasco. «L'attacco è stato eseguito perfettamente. Missione compiuta», ha commentato su Twitter Donald Trump di fatto lasciando il campo libero a Emmanuel Macron che, utilizzando per la prima volta missili di tale portata in una situazione reale, è riuscito così a conquistare il proprio posto al sole in Medioriente. «La linea rossa fissata dalla Francia nel maggio 2017 è stata oltrepassata», ha detto il presidente francese, mentre da parte sua, la premier britannica Theresa May ha chiarito che lo scopo dell'azione «non è un cambio di regime», ma dissuadere il numero uno di Damasco, Bashar Al Assad, dal fare uso di armi chimiche e ammonire che non ci può essere «impunità» al riguardo. Al di là delle parole, il blitz -della durata di un'ora - avrebbe colpito tre obiettivi legati alla produzione o stoccaggio di armi chimiche: un centro di ricerca scientifica e allontanandosi dalla capitale un sito industriale a ovest della città di Homs. Nessun punto sensibile né per i russi né per gli iraniani è stato sfiorato, segno che l'intervento ha soltanto uno scopo politico. Tanto più che la versione di Mosca sull'attacco ha aperto numerosi punti oscuri, a partire dalle modalità del coordinamento dell'azione e dal fatto che questa sia stata preventivamente comunicata al Cremlino: una circostanza negata dal capo di Stato maggiore delle forze armate americane, Joseph Dunford, sostenuta dal ministro della Difesa francese, Florence Parly e poi pure dal Pentagono. Una quarta versione è arrivata dall'ambasciatore americano Jon Huntsman il quale ha riferito che Washington avrebbe contattato la Russia poco prima dell'attacco solo per evitare vittime fra i militari russi e la popolazione civile. Non conosceremo mai l'esatta dinamica. Ma per la sostanza delle nuove mosse geopolitiche è quasi irrilevante. Le sacche di territorio ancora controllate dall'Isis si sono quasi dissolte e quando ci sarà un tavolo per trattare la prossima pace (più o meno lontana nel tempo) con la mossa dell'altra notte potranno sedersi oltre a Russia, Turchia, Arabia Saudita anche gli Usa che negli ultimi tempi si erano sfilati e ovviamente la Francia. Londra si accontenterà di stare in scia a Washington. Sempre che il blitz non inneschi reazioni al momento impreviste. Gran parte dei missili sono stati intercettati e distrutti dai sistemi di difesa siriani, tutti «fabbricati in Urrs oltre 30 anni fa», ha detto Vladimir Putin parlando comunque di aggressione. Anche Teheran, l'altro grande alleato di Assad, ha fatto sapere che «gli Stati Uniti e i loro alleati sono responsabili per le conseguenze regionali che seguiranno all'attacco», con la guida suprema Khamenei che ha definito Trump, Macron e May «criminali». E mentre il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha invitato alla «moderazione e alla responsabilità», il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha dato il suo sostegno all'operazione. In serata tensione al consiglio di sicurezza Onu tra Usa e Russia, con la rappresentante americana Nikki Haley che ha detto: «Pronti a nuovi raid se la Siria userà ancora i gas». Un appoggio all'attacco era arrivato con una frase sibillina pure da Angela Merkel: «Risposta necessaria e appropriata in caso di attacchi chimici». È la prima volta che la cancelliera apre bocca per una dichiarazione ufficiale. Un atto praticamente dovuto anche se imposto dallo scatto in avanti fatto da Macron. Berlino e Parigi hanno rotto il fronte europeo archiviando una volta per tutte l'ipotesi di esercito unico Ue e di Difesa comune ma soprattutto hanno creato una faglia tra gli interessi in gioco. Da un lato la Germania è nella sfera russa, iraniana e cinese (il Dragone ha inviato le sue navi di fronte a Damasco in sostegno della coalizione pro Assad). Dall'altro, la Francia, con Inghilterra, è stabilmente nella sfera americana. Un nuovo scenario che impatta anche sulle relazioni all'interno della lega araba e di tutti i Paesi mediorientali. Ieri Recepp Erdogan, il numero uno di Ankara, si è limitato a gettare acqua sul fuoco, mentre il Qatar ha addirittura rilasciato una nota ufficiale per definirsi a fianco di Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Doha non poteva fare diversamente. Macron nelle ultime settimane ha sterzato verso l'Arabia Saudita e Hamid Bin Al Thani ha imparato la lezione subita la scorsa estate dopo essere stato messo in un angolo da Ryad e Trump. Le bombe su Damasco dell'altra notte hanno avuto anche questo effetto politico: riallineare il Qatar all'Arabia Saudita che nell'area è sempre più la potenza di riferimento. Non a caso ieri, nonostante un attentato subito in casa, il capo dell'Egitto Abdel Fatah Al Sisi, si è recato a Dammam per discutere di una serie di temi che richiedono l'unità di tutti di Stati membri della Lega: principalmente Siria e Libia. Se il primo scenario è in evoluzione il secondo, quello di Tripoli e Tobruk, è tutto ancora da definire. Molto si capirà dalle reali condizioni del generale Khalifa Haftar, ricoverato a Parigi. Fino a oggi la Cirenaica è stata filo Doha e vicina alla Russia oltre che alla Francia. I punti di riferimento sono tutti cambiati ora. 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Tutti spaventati di dispiacere Washington, Londra e Parigi, con l'eccezione di Matteo Salvini, immediatamente sgridato da Silvio Berlusconi, e Luigi Di Maio, che parla come Arnaldo Forlani e prega in cuor suo che nessuno ci chieda le basi di Sigonella. Che se no, Grillo e Alessandro Di Battista chi li tiene più? Ma il tema è ancora una volta la divisione del centrodestra, sempre più difficile da nascondere.Va detto che, uso delle basi militari a parte, a nessuno nel mondo importa che cosa pensano i leader politici italiani della crisi siriana. Ma Sergio Mattarella era preoccupato da giorni, più che altro per possibili dibattiti sguaiati tra le forze politiche su temi come la politica estera e le alleanze internazionali.Ieri nessuno è andato sopra le righe. Anzi. Chi sperava, tra i detrattori del Movimento 5 stelle, di godersi una bella sfuriata di Di Battista, che ancora l'anno scorso ripeteva che «Su Assad e le armi chimiche non ci sono prove», ha invece dovuto registrare le ennesime parole da giovane vecchio di Di Maio. Il candidato premier ha garantito: «Restiamo al fianco dei nostri alleati, soprattutto perché in questa fase delicatissima credo che l'Ue debba avere la forza di farsi vedere compatta e unita anche nell'invitare le Nazioni unite a compiere ispezioni sul terreno in Siria affinché si accertino le responsabilità sull'uso di armi chimiche da parte di Assad». E per finire, dalla grisaglia alla papalina: «Siamo preoccupati per quel che sta accadendo e riteniamo che in Siria occorra accelerare con urgenza il lavoro della diplomazia, incrementando i canali di assistenza umanitaria». Per queste dichiarazioni ha avuto il plauso di Pier Ferdinando Casini («parole responsabili»), che per la pancia grillina non è esattamente una medaglia.Ma M5s ritiene giusto o sbagliato l'intervento in Siria? Nel programma aggiornato al 2017 c'era anche la politica estera e la linea era abbastanza chiara: niente esportazione di democrazia a mano armata e quando c'è un dittatore, aspettare che il suo popolo lo rovesci.E sulla Siria di Assad, sfoggio di grande scetticismo. Ancora a marzo scorso, Di Battista ripeteva in tv che sui presunti crimini del presidente siriano non c'erano prove e quando a Piazza Pulita, su La7, Corrado Formigli gli mostrò una serie di immagini di bambini siriani morti per i gas, il colonnello penstastellato rispose sventolando una bella fotografia di Giorgio Napolitano a pranzo con Assad, nel 2010. La faccenda si chiuse lì.Di Maio, però, non è certo l'unico a essere sotto esame in queste ore. Salvini ha ribadito di condividere la scelta del non intervento del governo italiano, al pari di quello di Angela Merkel, ma non ha resistito alla tentazione di confermare il pieno appoggio della Lega alle tesi di Mosca, ovvero che la storia dell'uso di armi cliniche sia una bufala per colpire Assad, «dando fiato ai terroristi islamici».Invece in casa Pd, dove fino a poche settimane fa la linea era sempre stata anti Assad, aspettano che sia il Palazzo di Vetro o Bruxelles a toglierci le castagne dal fuoco. Il segretario reggente Maurizio Martina ha twittato: «Sulla Siria sostegno al governo e all'azione diplomatica di Onu e Ue. Inaccettabile l'uso di armi chimiche del regime». Bene sulle armi chimiche, ma la notizia del giorno erano i missili.E dai missili si passa ai fumogeni se si torna nel centrodestra, con l'ennesimo duello tra Salvini e «l'alleato» Berlusconi. Nessuno può dargli lezioni di amicizia con Putin, ma ieri il Cavaliere ha approfittato dell'occasione per trattare il leader della Lega come un ragazzetto. Quando gli hanno riportato le dichiarazioni di Salvini, ha scosso la testa: «Questo è il momento di non pensare e di non parlare. In questa situazione italiana è meglio che lasciamo intervenire l'Onu, che dirà quello che emergerà dalle prove». Improvvisamente, tutti appassionati sostenitori dell'Onu. Ma non è stata zitta neppure Giorgia Meloni. Il capo di Fratelli d'Italia ha scritto che «l'attacco in Siria è fuori dalla legalità internazionale, in assenza di un pronunciamento dell'Onu sui presunti attacchi chimici».Il sospetto di Salvini è che tutta questa improvvisa prudenza da euro-statista del Cavaliere nasconda un progetto di alleanza con il Pd renziano, che metterebbe Berlusconi di nuovo al centro di tutto. E se i grillini sono i primi a sospettare che Mattarella stia cercando di approfittare della crisi siriana per far digerire alle forze «populiste» nuovi governi nati in provetta, e quindi predicano calma, invece il leader leghista crede nella svolta. «La crisi siriana porta un'accelerazione sulla formazione del nuovo governo», sostiene Salvini, che chiude la porta a qualsiasi governo tecnico o istituzionale.Così l'accelerata che vuole la Lega serve probabilmente a impedire che Forza Italia e Pd trovino un'intesa oggi ancora acerba «e ci si dimentichi chi ha vinto le elezioni», come dicono nel Carroccio. 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Ma che sfogo, dopo giorni di fibrillazione virtuale sul Web, in un conto alla rovescia collettivo che sfibrava i nervi nell'attesa, finalmente hanno colpito e l'eccitazione è virilmente esplosa. Così fu anche durante l'attacco a Baghdad: quella notte in cui a tanti sembrò essere il dottor Stranamore che precipitava sul bersaglio a cavallo della bomba. Così come sempre si ripete nelle guerre in cui il primo missile è mediatico e poi, anche, forse, di metallo e fuoco: quest'ultimo tuttavia con una potenza che non si misura in quantità di tritolo equivalente, ma in quantità di share mediatizzata. Così è stato dunque anche oggi. La guerra mediatizzata è la Guerra Ibrida nella quale ci si confronta dal 2001 con specifiche competenze comunicative. Ieri, Donald Trump ha deciso di parlare alla nazione annunciando l'attacco alle ore 21: solo la sua dichiarazione lo ha reso concreto e reale, alle nove di sera nel periodo di massima audience del suo pubblico interno, americano. Come era stato fatto l'11 settembre 2001, quando erano state scelte le nove del mattino, dodici ore di anticipo rispetto a ieri, perché l'evento potesse andare in diretta per l'audience esterna, globale, massimizzando l'effetto del fuso orario. Insomma, la guerra è comunicazione, anzi: la comunicazione è guerra. Le ragioni di quanto accaduto in Siria non le esploro: lo stanno facendo in tanti. Ricordando gli interessi di tutti i contendenti per le pipeline di gas che movimentano su opposti fronti economici, prima ancora che religiosi, iraniani e sauditi con i reciproci alleati o la necessità di ricinetizzare una guerra che poteva terminare troppo presto senza avere ridefinito gli assetti di potere globale, nella fatidica crisi del settimo anno che colpisce ogni unione. Su questi scenari si dipanano le alleanze funzionali in un'alternanza frenetica dove impropriamente lo spettatore confonde l'alleato con l'amico. Nulla di più falso: l'alleanza è una forma strumentale di reciproca utilità temporanea tra partner tesi a consolidare i propri interessi. Non confondiamo le narrative dell'alleato amico fraterno con cui combattere spalla a spalla propinate a chi lotta, con la realtà sostanziale del patto d'alleanza contrattato con clausole specifiche, redatto da chi il combattimento lo gestisce. In sintesi la giustificazioni dell'attacco franco-britannico-americano rappresentano una azione non logica «paretiana», mossa da «residui» spiegati dall'intero sistema di «derivazioni»: il gas è stato usato l'ha detto subito Trump («figurati se non lo sa!»), e poi anche Emmanuel Macron («così carino e che parla bene») ne è sicuro, dunque la linea rossa dell'innominabile («siamo andasti oltre ogni principio!») è stata superata e pertanto si deve fare così («a questo punto non resta altro»). Grazie Vilfredo Pareto, perché «paretiana» è appunto l'ispirazione della narrativa pubblica per la produzione del consenso, per permettere lo schieramento. Non la sostanza che ha invece lanciato l'azione in questo quadro di alleanze, misurata sulle necessità degli scenari energetici e di potere che ho accennato. Povera Italia, non mi resta che dire perché i missili sulla Siria possono diventare i razzi, veri, per il nostro Paese. Mai come in questi giorni è risuonata la parola Occidente come richiamo alla bandiera, alla identità che dovrebbe farci muovere tutti insieme, ovviamente schierati per l'alleanza santa e punitrice. Subito abbiamo assistito a una rapida conversione atlantista del Movimento 5 stelle, già da tempo coltivato dagli americani per la sua potenziale utilità e per una certa consonanza spiritatamente messianica che condividono, senza se e senza ma nell'appoggio all'azione «trump-ettiana». Nella medesima linea la pasionaria datata di +Europa non smentisce la tradizione acritica delle sue radici, fertilizzate nei tempi da consistenti concimi americani. Infine il Pd, che può finalmente ergersi con tutta la potente messe dei suoi consensi a paladino dell'Occidente, che per decenni, per quella gente, era stato solo una espressione geografica, non altro. Eccoci finalmente di fronte a uno schieramento atlantista, che può solo ingrassare, che ha i numeri per stabilizzare l'Italia, darle un governo nell'ora buia, perché riconfermi l'alleanza storica con l'altra sponda dell'Atlantico. Senza pensarci troppo. Calma e gesso diciamo a Milano. Infatti, la crisi di questi giorni fornisce una grande occasione al mondo, a noi europei per primi, che è quella di non dare per scontata alcuna delle alleanze tradizionali: rimettiamole in gioco, sono contratti, sulla base dell'utilità reciproca che ormai, qualora ai tempi ci fosse stata per entrambi, ormai si è ampiamente logorata nel nuovo sistema globale. Oggi, una riconsiderazione di dove collocarsi tra New York e San Pietroburgo è possibile, è opportuna, soprattutto deve essere consapevole per le sue conseguenze. A questo punto meglio non avere un governo. Tiriamo per le lunghe. Lo schieramento dell'alleanza, con il supporto fantasma degli americani, consoliderebbe un'Italia quiescente, allineata, adeguata, adagiata, utilizzata, sfruttata come finora è stato: l'attacco alla Siria sarebbe la rivoluzione del non cambiamento delle alleanze Usa. Lo schieramento alternativo contiene solo in Matteo Salvini i germi della riflessione critica internazionale, molto deboli negli altri alleati. Dunque: a questo punto meglio non avere un governo. Tiriamo per le lunghe. Lasciamo a un governo «degli affari correnti» il prendere posizioni contingenti che potremo sempre smentire. Dopo. Per non perdere questa occasione epocale che porta l'Italia a non vivere più delle conseguenze scritte in una guerra mondiale che oramai è passata alla storia per essere stata la penultima. Marco Lombardi
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«Felicità/ è un bicchiere di vino con un panino,/ la felicità…». Cuore e vino, la storia continua.
Due settimane fa abbiamo lasciato Noè - primo viticoltore e primo flebotomista della vigna ad estrarre il «sangue dell’uva» - con una domanda da un milione di euro: il vino fa bene o male al cuore? Riprendiamo l’argomento intonando l’inno alla gioia versione Romina Power e Al Bano. Il cantante pugliese produce due milioni di bottiglie nella Tenuta Al Bano Carrisi di Cellino San Marco, in terra salentina. Tra le etichette, guarda caso, spicca Felicità, un Salento bianco Igp ottenuto per il 70% da uve di Sauvignon Blanc e il 30% di Chardonnay in vendita in Internet sui 16 euro. Ovvio che Al Bano sia un supporter del vino, ma lo fa con giudizio, non da ultras. In una recente intervista al periodico dei sommelier Ais del Veneto, ha sottolineato: «Il vino è come una medicina: con la giusta dose tu vivi bene, ma con la dose sbagliata ti freghi il fegato. Il vino è un regalo di Dio: non puoi mai abusarne altrimenti si vendica». Parole sante, già dette dallo scienziato greco Ippocrate, padre della medicina, 2.500 anni prima di Al Bano. Comunque l’invito alla moderazione torna ad onore del cantavignaiolo brindisino.
Ippocrate considerava il vino un pharmakon, un farmaco, raccomandando di usarlo con saggezza: «È una bevanda portentosa, ma va preso nella giusta misura». Per lui era un toccasana multiterapeutico: era l’alcol per disinfettare le ferite, il paracetamolo per ridurre la febbre, il Lasix per eliminare le tossine con la pipì. Il vino ippocratico mescolato con miele ridava vigore al convalescente, era un tonico per il cuore. Rosso, ricco di tannini, alleviava gli afflitti da cacarella gastrointestinale. Il padre della medicina usava il vino come «veicolo» per portare all’interno dell’organismo gli estratti delle erbe medicinali, utili a guarirlo, macerate nello stesso. Non è forse quello che fanno i farmacologi d’oggidì che sfruttano i nanovettori lipidici per veicolare i farmaci nelle parti del corpo dove devono agire?
Ippocrate predicava di usare il vino con buon senso e, a seconda dell’età, in modi diversi. Prima regola, mai puro, ma mescolato con acqua, miele, spezie, erbe. Seconda: niente vino ai giovani che di energia ne hanno da vendere. Allentava le redini per anziani, malinconici, freddolosi e filosofi. Non dimentichiamo che negli ambienti intellettuali dell’antica Ellade era di moda il symposión, parola che significa «bere insieme». Non erano bevute d’osteria, ma intrattenimenti colti, raffinati, praticati da menti superiori: cittadini liberi della polis, politici (pensate agli attuali e immaginate esattamente il contrario), artisti e filosofi. Platone scrisse un dialogo intitolato Symposión nel quale fa discutere sull’amore Socrate che beve vino senza mai perdere la lucidità, acquistando, anzi, in loquacità e acume.
C’è da precisare che il vino nei simposi circolava nelle coppe abbondantemente annacquato: quanta H2O si dovesse aggiungere al nettare di Dioniso nel cratere collettivo lo decideva il simposiarca, ma era sempre un bel po’ di acqua in modo di non permettere al vino di ottundere la mente. Al symposión partecipavano flautisti ed Hetaìrai, le etere, donne colte, dotate di arguzia e cervello fino che offrivano, così lasciò detto Demostene, «il piacere dello spirito». E, diciamolo, il brivido della sensualità.
Nel II secolo prima di Cristo, l’Ellade finisce nelle fauci di Roma. «Graecia capta ferum victorem cepit», scrive Orazio in una delle sue Epistole, «et artes intulit agresti Latio»: la Grecia conquistata conquistò il feroce vincitore e introdusse le arti nel Lazio contadino. Traduzione migliore: nella terra dei bifolchi. Non solo la Grecia capta introdusse nell’Spqr le arti, ma anche la letteratura, la filosofia, il teatro. E il vino. Lo dimostrano ancora oggi alcuni vitigni del sud che affondano le radici nella Magna Grecia o le allungano fino al Pelopponeso: Greco, Primitivo, Negroamaro, Aglianico (deriva da Ellenico?), Fiano… Sia i Greci che i Romani consideravano un barbaro ubriacone chi beveva vino puro. Sia i primi che i secondi allungavano il nettare di Dioniso (Bacco) con acqua calda d’inverno e fredda d’estate secondo i precetti di Ippocrate e di Galeno, medico greco con passaporto romano vissuto nell’Urbe nel II secolo dopo Cristo. Nei banchetti romani a decidere la quantità d’acqua che stemperava il vino era il magister bibendi, erede del simposiarca.
I Romani di allora somigliavano molto, quanto a concretezza e senso degli affari, ai milanesi di adesso: appresa l’arte di fare il vino, non lo mescolarono soltanto con l’acqua nel cratere e nelle coppe dai quali i Greci attingevano cultura, poesia e filosofia, ma secolo dopo secolo, tra la res publica e l’impero, trasformarono quell’arte in agronomia, in viticoltura specializzata grazie agli scritti sull’agricoltura di Catone, Varrone e Columella: tanta conoscenza agraria con l’occhio rivolto agli ettari vitati, al torchio, alla cantina e al fatturato. Se in Grecia il vino filosofava, a Roma generava profitto e democrazia. In Grecia beveva vino la crema della società, a Roma tutti, dall’imperatore all’ultimo schiavo. È vero che non c’era paragone tra il vino dei convivi dei patrizi, dei senatori e dell’augusto signore con quello versato nei pocula delle tabernae e delle thermopolia, le osterie della romanità. Nei primi venivano serviti Falernum, Caecubum o altri vini di pregio, ma plebei, legionari e schiavi s’accontentavano del loro vino quotidiano, d’infimo pregio, ma distributore di illusioni: il posca, praticamente acqua e aceto, il lora ottenuto pressando gli ultimi succhi delle vinacce innaffiate d’acqua. Questo è resistito fino a qualche decennio fa nel mondo della civiltà contadina col nome di «vin piccolo». Per avere un’idea di quanto sangue d’uva circolava nell’impero, basti pensare ai milioni e milioni di anfore vinarie e ai milioni e milioni di ettolitri trasportati dalle navi onerarie in tutti i porti del Mediterraneo. Un Mare nostrum di vino.
Galeno, medico di corte dell’imperatore Marco Aurelio, come Ippocrate, considerava il vino alimento salutare. I suoi scritti influenzarono la medicina e l’enologia fino a medioevo inoltrato. Santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), suora, teologa e mistica innalzata agli altari da papa Benedetto XVI nel 2012, fu colei che inventò il «vino del cuore», una bevanda medicinale preparata con vino rosso, prezzemolo, miele e aceto bolliti insieme. Garantiva la badessa tedesca che la mistura presa tre volte al giorno per una quindicina di giorni fortificava il muscolo cardiaco, faceva correre il sangue nei vasi e preveniva i disturbi al cuore. Se vi scappa da ridere, non fatelo. Non solo il «vino del cuore» di Santa Ildegarda si usa ancora, preparato in casa o venduto nelle erboristerie e nelle farmacie con angolo natura, ma in Germania un’associazione che porta il nome della santa monaca diffonde e difende i suoi insegnamenti: «La medicina di Santa Ildegarda è eccezionale, in quanto trasmessa all’umanità direttamente da Dio. Ildegarda ricevette il compito dal Signore di annotare quello che vedeva nelle sue visioni e di portarlo a conoscenza degli uomini». Insomma, la mistica anticipò di quasi 900 anni il paradosso di Serge Renaud e Michel de Longeril, i ricercatori che sostennero alla vigilia del 2000 che il robusto vino rosso grazie al resveratrolo, polifenolo con qualità antiossidanti e antinfiammatorie, è un protettore cardiovascolare. A differenza dei due scienziati francesi, Sant’Ildegarda ha finora evitato gli strali dell’Organizzazione mondiale della sanità che confuta il paradosso sostenendo che è statisticamente sbagliato e sconsiglia assolutamente il consumo del vino.
Il vino, dunque, ha santi in calendario che sostengono che un cuore ce l’ha se bevuto con moderazione. «E ha anche un’anima», garantisce il patron della Masi, Sandro Boscaini, Mister Amarone. «Il cuore è la porta della dimensione più profonda dell’uomo: l’anima».
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Nel riquadro, lo stilista Brett Johnson
Settantacinque appuntamenti, tra cui 16 sfilate fisiche, 6 eventi digitali, 44 presentazioni, 2 presentazioni su appuntamento e 7 eventi speciali. Un programma ricco che testimonia la vitalità del settore e la capacità di Milano di attrarre brand affermati e nuove realtà creative. Questi i numeri della fashion week (19/23 giugno) dedicata all’abbigliamento da uomo. In calendario anche Brett Johnson, stilista americano specializzato nel lusso maschile di alta gamma. Ha lanciato il suo marchio durante la settimana della moda di New York nel 2013-2014 e successivamente ha trasferito il centro operativo a Milano, dove oggi ha showroom e uffici. Dietro a ogni sua collezione c’è molto di più: una visione della qualità fondata sull’artigianalità italiana, sul valore della permanenza e sulla volontà di costruire una nuova eredità culturale nel panorama internazionale dell’ultra-lusso. In questa conversazione, Brett Johnson racconta la sua idea di stile, il rapporto con il made in Italy e l’ambizione di creare una maison capace di lasciare un segno nella storia della moda contemporanea.
La Costiera Amalfitana è stata la principale fonte d’ispirazione per la Primavera-estate 2027. Quali emozioni o immagini desiderava tradurre in questa collezione?
«La Costiera ha qualcosa di magnetico, un luogo sospeso tra mare e roccia, dove la luce scolpisce le superfici, i colori si fondono con il paesaggio e il tempo sembra seguire un ritmo diverso. Ho voluto evocare la naturale eleganza del territorio sia attraverso i colori sia i materiali e le costruzioni. Ho scelto per questo il bianco della calce, le sfumature minerali della sabbia, l’acquamarina del mare, il verde salvia della vegetazione costiera. Ho voluto utilizzare lini superfini, cotoni mercerizzati, blend di seta e cotone, suede impalpabili e pelli ultraleggere, molto confortevoli. Anche il tailoring segue questa filosofia: le forme sono leggere, le strutture morbide e rilassate. Giacche destrutturate, pantaloni fluidi, bermuda sartoriali, overshit. Questa collezione racchiude un equilibrio perfetto tra eleganza disinvolta, artigianalità ed energia vibrante».
Nelle sue collezioni il concetto di «lusso silenzioso» emerge con grande forza. Come definirebbe oggi il vero lusso in un’epoca dominata dalla velocità e dall’ostentazione?
«Credo che oggi il vero lusso sia avere il tempo e la libertà di fare le cose nel modo giusto. Quando acquisti qualcosa, dovresti sapere che è stato prodotto con cura, con materiali straordinari e da artigiani capaci di valorizzare i capi. Questo, per me, è il lusso. In un mondo che corre sempre più veloce e premia l’ostentazione, penso che le persone sentano il bisogno di qualcosa di più autentico. Un abito non dovrebbe gridare per essere notato: dovrebbe parlare attraverso la sua costruzione, il comfort e il modo in cui ti fa sentire quando lo indossi. Il lusso è anche correttezza. È offrire il miglior prodotto possibile, realizzato con rispetto per chi lo crea e a un prezzo che rifletta il suo vero valore. Non mi interessa il lusso come simbolo di status. Mi interessa creare capi destinati a durare».
Lei lavora esclusivamente con manifatture d’eccellenza in Toscana e Umbria. Che cosa ha imparato dagli artigiani italiani e in che modo questa esperienza ha influenzato la sua visione creativa?
«Gli artigiani italiani mi hanno insegnato prima di tutto il rispetto. Rispetto per il materiale, per il tempo necessario a realizzare qualcosa bene e per un sapere che si tramanda da generazioni. Quando ho iniziato, non avevo una formazione tradizionale nella moda: ho imparato osservando, facendo domande e lavorando ogni giorno al loro fianco. È stata un’esperienza che ha cambiato completamente il mio modo di pensare il design. Oggi, quando sviluppo una collezione, non parto solo da un’idea estetica, ma da ciò che una manifattura è realmente in grado di esprimere al massimo livello. Credo che il miglior design nasca proprio da questo dialogo continuo tra creatività e artigianalità. L’Italia mi ha insegnato che l’eccellenza non è mai il risultato di una scorciatoia. È disciplina, pazienza e attenzione ai dettagli. Lavorare con le manifatture in Toscana e in Umbria significa confrontarsi ogni giorno con persone che fanno questo mestiere da tutta la vita e che hanno un livello di competenza incredibile. Il mio ruolo è valorizzare quel patrimonio di conoscenze e trasformarlo in qualcosa di contemporaneo».
La ricerca delle materie prime è un elemento centrale del suo lavoro. Quando seleziona una pelle o un tessuto, quali caratteristiche cerca per capire se quel materiale è davvero straordinario?
«La prima cosa che cerco è il carattere. Un materiale straordinario non deve solo essere bello da vedere, deve trasmettere qualcosa già al primo contatto. Mi interessa la mano del tessuto, il modo in cui cade sul corpo, come reagisce al movimento e, soprattutto, come evolve nel tempo. Mi interessa capire se possiede un’autenticità che il cliente percepirà anche tra dieci anni. I materiali migliori hanno una qualità quasi silenziosa. Dietro una pelle o un tessuto ci sono persone, competenze e decenni di esperienza. Non acquisto semplicemente una materia prima: scelgo di lavorare con aziende che condividono i miei stessi valori. Se un materiale è eccellente ma nasce da una filiera che non rispetta le persone o il territorio, per me perde immediatamente gran parte del suo valore. La qualità non può essere separata dall’integrità».
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Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
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(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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