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2021-06-30
Gli Stati già affossano il green pass dell’Ue
Ansa
Entra in vigore domani in tutta l'Unione europea il green pass, ma rischia di affondare prima di lasciare il porto. Sull'efficacia del lasciapassare messo a punto per favorire la libera circolazione dei cittadini europei all'interno dei 27 Stati si stanno accumulando nuvoloni poco rassicuranti, scatenati dalla variante delta del Covid-19 e su cui soffiano le dichiarazioni del sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, ma anche le scelte di alcun stati membri, come la stessa Germania.
Ostenta ottimismo il ministro Roberto Speranza, osservando che il certificato che attesta la vaccinazione effettuata (anche una dose), negatività al test o guarigione da Covid è stato già scaricato in Italia da «13 milioni e 700.000 persone». Per il ministro il fatto è «molto positivo perché segnala che c'è una grande attenzione e che questo meccanismo, costruito anche a livello europeo, sta funzionando». Probabilmente Speranza si riferisce al sistema per scaricare il documento elettronico, visto che il suo stesso sottosegretario sostiene «come medico e non come politico» che il green pass potrebbe non essere più rilasciato dopo la prima dose, ma solo dopo la seconda. Sarebbe l'ennesima marcia indietro, questa volta dovuta al fatto che, contro la variante delta la protezione è intorno al 30% dopo la prima dose, ma sale a circa il 90% dopo la seconda.
Anche la Germania sta rivendendo l'importanza del green pass per il Covid per 14 Paesi particolarmente colpiti dalla variante delta. Tra questi non c'è solo la Gran Bretagna o la Russia - cosa comprensibile visto che sono extra Ue - ma c'è il anche il Portogallo, nei confronti del quale il governo di Angela Merkel limita fortemente l'ingresso e l'uscita. Secondo Die Zeit, chiunque torni in Germania dal Portogallo è parificato a chi arriva da un'area di variante del virus e, dopo il 29 giugno, deve essere in quarantena per due settimane. L'obbligo di quarantena vale per tutti, compresi coloro che sono guariti o che sono stati completamente vaccinati. La linea dura prevede che non si possa terminare l'isolamento prematuramente con un test negativo: è infatti richiesto anche un test antigenico o molecolare (Pcr) negativo nel viaggio di ritorno (massimo 48 o 72 ore) da presentare prima dell'imbarco sull'aereo e che viene anche controllato dalla polizia federale al momento dell'ingresso. La questione riguarda non solo gli aerei, ma anche le compagnie di autobus e treni che possono portare solo cittadini tedeschi o stranieri con residenza tedesca. Facile immaginare le conseguenze, in particolar modo per il turismo, visto che il Portogallo è la destinazione più popolare per i tedeschi: già 1.000 sarebbero in vacanza nel Paese iberico, secondo l'Associazione tedesca di viaggio Drv.
Due delle destinazioni turistiche più popolari del Portogallo sono attualmente colpite da un numero elevato di contagi. Algarve, nell'ultima settimana, ha un'incidenza di 170 casi su 100.000 abitanti e Lisbona 210 (la soglia è di 50 positivi su 100.000 abitanti) e la variante delta si aggira intorno al 70% dei casi. Ci sono realtà con numeri più bassi, ma l'intero Paese è classificato come area di variante del virus.
Nonostante le buone intenzioni, nell'Ue si può partire con delle regole e tornare con nuove norme, alla faccia del green pass che doveva armonizzare gli spostamenti tra gli Stati membri. Del resto, le stesse regole con cui è stato istituito il lasciapassare europeo hanno delle falle interpretative.
Nel sito della Commissione europea (Ce) dedicato al pass si legge che «gli Stati membri dovranno accettare certificati vaccinali ottenuti con vaccini che hanno ricevuto l'autorizzazione al commercio nell'Unione europea». Il mix vaccinale - richiamo con un vaccino diverso - potrebbe quindi non essere valido, visto che l'Agenzia europea del farmaco (Ema) non ne ha mai autorizzato l'uso. Per correggere il tiro, la Ce prevede che gli Stati membri abbiano «la facoltà di decidere se accettare anche viaggiatori europei che hanno ricevuto un altro vaccino». A questo punto in Ungheria, chi si è vaccinato con il russo Sputnik V, potrà avere il green pass, nonostante il vaccino non sia stato approvato dall'Ema. Per la cronaca, il vaccino russo è già riconosciuto all'ingresso da Cipro, Croazia e Slovenia. In Austria, Grecia e Spagna vanno bene anche i vaccini cinesi Sinopharm e Sinovac. Non in Italia, per ora. Resta inoltre il diritto di ogni Paese di concedere il green pass dopo una dose di vaccino o dopo la vaccinazione completa e la questione interessa circa un quarto degli europei (oltre cento milioni di persone) che hanno ricevuto solo la prima dose. L'Italia è uno dei Paesi che concedono il pass dopo la prima somministrazione, ma tra qualche settimana potrebbe cambiare tutto. O forse prima, visto che la Commissione europea si è attivata inviando una lettera ai 27 Stati membri per chiedere «una tempestiva e coerente applicazione della raccomandazione aggiornata sulle misure coordinate di restrizione alla libertà di movimento e sul certificato digitale Covid dell'Ue». In particolare «si dovrebbero garantire le esenzioni (alle restrizioni di viaggio, ndr) - ha precisato Christian Wigand, portavoce della Commissione - per le persone completamente vaccinate e guarite, nuclei familiari e l'applicazione delle colorazioni aggiornate della mappa Ecdc» sulla situazione epidemiologica in Europa. Tutto ciò «andrebbe fatto entro il primo luglio per garantire che queste misure siano allineate con il certificato digitale», cioè domani.
Patto Toti-Cirio per le dosi ai turisti. «Avviati i contatti con la Lombardia»
È stato annunciato l'accordo: i residenti piemontesi che si recheranno in Liguria per trascorrere un periodo di ferie e, viceversa, quelli liguri che andranno in Piemonte per lo stesso motivo avranno la possibilità di vaccinarsi contro il Covid-19 in vacanza. In particolare, questa reciprocità vaccinale entrerà in vigore a partire da domani e proseguirà fino alla metà di settembre (con il governatore del Piemonte, Alberto Cirio, che non ha comunque escluso, in caso di necessità, di attivare il servizio anche durante le prossime vacanze sciistiche invernali). Tutto questo, mentre -dal punto di vista tecnico - tale reciprocità si baserà su una sorta di collaborazione tra i portali online per la prenotazione dei vaccini delle due Regioni coinvolte: l'appuntamento verrà, nel dettaglio, fissato nella data più vicina a quella prevista per il richiamo nella Regione di residenza.
«È il primo accordo in tal senso che diventa operativo: dal primo di luglio se un cittadino piemontese viene in vacanza per almeno due settimane in Liguria o se un cittadino ligure predilige le montagne del Piemonte potrà accedere al servizio vaccinale della Regione confinante», ha dichiarato il governatore della Liguria, Giovanni Toti, in una videoconferenza con il suo omologo piemontese. «L'accordo fatto», ha aggiunto Toti, «segue le linee guida nazionali e fa da apripista per altre Regioni d'Italia che lo ritengono opportuno. Un accordo che va in aiuto in un momento in cui, almeno in Regioni come Liguria e Piemonte, la campagna vaccinale sta rallentando. Un'agevolazione che mette tutti quanti più al sicuro rispetto ai rischi che si corrono». «È un accordo fatto seguendo le indicazioni del commissario Francesco Figliuolo», ha inoltre precisato il governatore ligure. «Siamo pronti», ha sottolineato dal canto suo Cirio, «le nostre strutture tecniche hanno coronato la nostra volontà politica. Questa operazione vacanze credo sia la strada giusta».
Ma quali sono i requisiti di accesso a questo servizio? Bisognerà innanzitutto attestare - come abbiamo visto - che il proprio soggiorno nella Regione sia a scopo turistico e della durata di almeno due settimane. In secondo luogo, il richiedente - oltre a specificare la località della vacanza e ad autorizzare il trattamento dei dati personali - dovrà anche notificare o di non essere vaccinato o di aver ricevuto soltanto la prima dose. In questo quadro, agli under 60 vaccinati con Astrazeneca sarà fornita la possibilità di scegliere un siero differente per il richiamo.
Nelle scorse ore, è stato reso noto che anche la Lombardia si stia muovendo per stipulare un'intesa con la Liguria in materia di vaccinazione in vacanza. «Stiamo facendo le valutazioni, abbiamo trasmesso al commissario Figliuolo la bozza di quello che potrebbe essere un accordo. Dopo prenderemo una decisione», ha dichiarato ieri il presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana. «Con Giovanni Toti», ha proseguito il governatore lombardo, «ne ho parlato perché mi ha chiamato. Ora bisogna avere un po' di calma e capire quanti saranno i vaccini e come saranno distribuiti. È il momento di fare le valutazioni con calma». «Ho sentito il governatore Fontana», ha chiarito dal canto suo Toti, «stiamo monitorando i numeri e capendo i reali bisogni dei turisti che arrivano da lì, ma abbiamo condiviso la possibilità di qualcosa che assomigli all'accordo con il Piemonte, così come chiesto dai cittadini della Lombardia e anche da altre Regioni, per cui siamo a disposizione».
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Dopo che Pierpaolo Sileri ha chiesto di negare il documento a chi non ha il richiamo, la Germania ripristina la quarantena per chi arriva dal Portogallo. Bruxelles invoca «maggior coordinamento», ma sui criteri per il lasciapassare ogni Paese sta decidendo per séI vacanzieri di Liguria e Piemonte otterranno la seconda iniezione in villeggiaturaLo speciale contiene due articoliEntra in vigore domani in tutta l'Unione europea il green pass, ma rischia di affondare prima di lasciare il porto. Sull'efficacia del lasciapassare messo a punto per favorire la libera circolazione dei cittadini europei all'interno dei 27 Stati si stanno accumulando nuvoloni poco rassicuranti, scatenati dalla variante delta del Covid-19 e su cui soffiano le dichiarazioni del sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, ma anche le scelte di alcun stati membri, come la stessa Germania.Ostenta ottimismo il ministro Roberto Speranza, osservando che il certificato che attesta la vaccinazione effettuata (anche una dose), negatività al test o guarigione da Covid è stato già scaricato in Italia da «13 milioni e 700.000 persone». Per il ministro il fatto è «molto positivo perché segnala che c'è una grande attenzione e che questo meccanismo, costruito anche a livello europeo, sta funzionando». Probabilmente Speranza si riferisce al sistema per scaricare il documento elettronico, visto che il suo stesso sottosegretario sostiene «come medico e non come politico» che il green pass potrebbe non essere più rilasciato dopo la prima dose, ma solo dopo la seconda. Sarebbe l'ennesima marcia indietro, questa volta dovuta al fatto che, contro la variante delta la protezione è intorno al 30% dopo la prima dose, ma sale a circa il 90% dopo la seconda. Anche la Germania sta rivendendo l'importanza del green pass per il Covid per 14 Paesi particolarmente colpiti dalla variante delta. Tra questi non c'è solo la Gran Bretagna o la Russia - cosa comprensibile visto che sono extra Ue - ma c'è il anche il Portogallo, nei confronti del quale il governo di Angela Merkel limita fortemente l'ingresso e l'uscita. Secondo Die Zeit, chiunque torni in Germania dal Portogallo è parificato a chi arriva da un'area di variante del virus e, dopo il 29 giugno, deve essere in quarantena per due settimane. L'obbligo di quarantena vale per tutti, compresi coloro che sono guariti o che sono stati completamente vaccinati. La linea dura prevede che non si possa terminare l'isolamento prematuramente con un test negativo: è infatti richiesto anche un test antigenico o molecolare (Pcr) negativo nel viaggio di ritorno (massimo 48 o 72 ore) da presentare prima dell'imbarco sull'aereo e che viene anche controllato dalla polizia federale al momento dell'ingresso. La questione riguarda non solo gli aerei, ma anche le compagnie di autobus e treni che possono portare solo cittadini tedeschi o stranieri con residenza tedesca. Facile immaginare le conseguenze, in particolar modo per il turismo, visto che il Portogallo è la destinazione più popolare per i tedeschi: già 1.000 sarebbero in vacanza nel Paese iberico, secondo l'Associazione tedesca di viaggio Drv. Due delle destinazioni turistiche più popolari del Portogallo sono attualmente colpite da un numero elevato di contagi. Algarve, nell'ultima settimana, ha un'incidenza di 170 casi su 100.000 abitanti e Lisbona 210 (la soglia è di 50 positivi su 100.000 abitanti) e la variante delta si aggira intorno al 70% dei casi. Ci sono realtà con numeri più bassi, ma l'intero Paese è classificato come area di variante del virus. Nonostante le buone intenzioni, nell'Ue si può partire con delle regole e tornare con nuove norme, alla faccia del green pass che doveva armonizzare gli spostamenti tra gli Stati membri. Del resto, le stesse regole con cui è stato istituito il lasciapassare europeo hanno delle falle interpretative. Nel sito della Commissione europea (Ce) dedicato al pass si legge che «gli Stati membri dovranno accettare certificati vaccinali ottenuti con vaccini che hanno ricevuto l'autorizzazione al commercio nell'Unione europea». Il mix vaccinale - richiamo con un vaccino diverso - potrebbe quindi non essere valido, visto che l'Agenzia europea del farmaco (Ema) non ne ha mai autorizzato l'uso. Per correggere il tiro, la Ce prevede che gli Stati membri abbiano «la facoltà di decidere se accettare anche viaggiatori europei che hanno ricevuto un altro vaccino». A questo punto in Ungheria, chi si è vaccinato con il russo Sputnik V, potrà avere il green pass, nonostante il vaccino non sia stato approvato dall'Ema. Per la cronaca, il vaccino russo è già riconosciuto all'ingresso da Cipro, Croazia e Slovenia. In Austria, Grecia e Spagna vanno bene anche i vaccini cinesi Sinopharm e Sinovac. Non in Italia, per ora. Resta inoltre il diritto di ogni Paese di concedere il green pass dopo una dose di vaccino o dopo la vaccinazione completa e la questione interessa circa un quarto degli europei (oltre cento milioni di persone) che hanno ricevuto solo la prima dose. L'Italia è uno dei Paesi che concedono il pass dopo la prima somministrazione, ma tra qualche settimana potrebbe cambiare tutto. O forse prima, visto che la Commissione europea si è attivata inviando una lettera ai 27 Stati membri per chiedere «una tempestiva e coerente applicazione della raccomandazione aggiornata sulle misure coordinate di restrizione alla libertà di movimento e sul certificato digitale Covid dell'Ue». In particolare «si dovrebbero garantire le esenzioni (alle restrizioni di viaggio, ndr) - ha precisato Christian Wigand, portavoce della Commissione - per le persone completamente vaccinate e guarite, nuclei familiari e l'applicazione delle colorazioni aggiornate della mappa Ecdc» sulla situazione epidemiologica in Europa. 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In particolare, questa reciprocità vaccinale entrerà in vigore a partire da domani e proseguirà fino alla metà di settembre (con il governatore del Piemonte, Alberto Cirio, che non ha comunque escluso, in caso di necessità, di attivare il servizio anche durante le prossime vacanze sciistiche invernali). Tutto questo, mentre -dal punto di vista tecnico - tale reciprocità si baserà su una sorta di collaborazione tra i portali online per la prenotazione dei vaccini delle due Regioni coinvolte: l'appuntamento verrà, nel dettaglio, fissato nella data più vicina a quella prevista per il richiamo nella Regione di residenza. «È il primo accordo in tal senso che diventa operativo: dal primo di luglio se un cittadino piemontese viene in vacanza per almeno due settimane in Liguria o se un cittadino ligure predilige le montagne del Piemonte potrà accedere al servizio vaccinale della Regione confinante», ha dichiarato il governatore della Liguria, Giovanni Toti, in una videoconferenza con il suo omologo piemontese. «L'accordo fatto», ha aggiunto Toti, «segue le linee guida nazionali e fa da apripista per altre Regioni d'Italia che lo ritengono opportuno. Un accordo che va in aiuto in un momento in cui, almeno in Regioni come Liguria e Piemonte, la campagna vaccinale sta rallentando. Un'agevolazione che mette tutti quanti più al sicuro rispetto ai rischi che si corrono». «È un accordo fatto seguendo le indicazioni del commissario Francesco Figliuolo», ha inoltre precisato il governatore ligure. «Siamo pronti», ha sottolineato dal canto suo Cirio, «le nostre strutture tecniche hanno coronato la nostra volontà politica. Questa operazione vacanze credo sia la strada giusta». Ma quali sono i requisiti di accesso a questo servizio? Bisognerà innanzitutto attestare - come abbiamo visto - che il proprio soggiorno nella Regione sia a scopo turistico e della durata di almeno due settimane. In secondo luogo, il richiedente - oltre a specificare la località della vacanza e ad autorizzare il trattamento dei dati personali - dovrà anche notificare o di non essere vaccinato o di aver ricevuto soltanto la prima dose. In questo quadro, agli under 60 vaccinati con Astrazeneca sarà fornita la possibilità di scegliere un siero differente per il richiamo. Nelle scorse ore, è stato reso noto che anche la Lombardia si stia muovendo per stipulare un'intesa con la Liguria in materia di vaccinazione in vacanza. «Stiamo facendo le valutazioni, abbiamo trasmesso al commissario Figliuolo la bozza di quello che potrebbe essere un accordo. Dopo prenderemo una decisione», ha dichiarato ieri il presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana. «Con Giovanni Toti», ha proseguito il governatore lombardo, «ne ho parlato perché mi ha chiamato. Ora bisogna avere un po' di calma e capire quanti saranno i vaccini e come saranno distribuiti. È il momento di fare le valutazioni con calma». «Ho sentito il governatore Fontana», ha chiarito dal canto suo Toti, «stiamo monitorando i numeri e capendo i reali bisogni dei turisti che arrivano da lì, ma abbiamo condiviso la possibilità di qualcosa che assomigli all'accordo con il Piemonte, così come chiesto dai cittadini della Lombardia e anche da altre Regioni, per cui siamo a disposizione».
Christine Lagarde (Ansa)
Lagarde farà lo stesso errore di un altro francese? Quello commesso da Jean Claude Trichet che nel 2008, mentre l’economia globale tremava per la caduta di Lehman, alzò i tassi invece di lasciarli scivolare. Il dubbio resta perché alla fine il direttivo Bce ha partorito un comunicatino stampa vestito a festa.
Contiene un tocco di originalità, bello ed elegante come le spille della signora presidente. Prima di decidere di non decidere niente, il direttivo ha fatto un incontro illuminante. Un professore di difesa e affari militari è stato invitato alla sessione dei banchieri più potenti d’Europa per spiegare come funziona la guerra. Lagarde lo ha detto in conferenza stampa con la solennità di chi presenta un premio Nobel: «Abbiamo avuto un professore di difesa e affari militari che ci ha informato della situazione». Indispensabile che i governatori partissero «dalla base informativa migliore possibile».
Peccato che questo celebre esperto sappia esattamente quello che sanno tutti: poco e niente. L’unanimità sullo stop ai tassi è stata una folgorazione sulla via di Francoforte dopo aver sentito le previsione del super esperto? Ma il vero capolavoro arriva dopo, quando la Lagarde - forte dell’expertise militare appena assorbita - decide di fare un’altra digressione. Torna sul tema della transizione green che gli è caro. Ma un banchiere centrale non dovrebbe preoccuparsi di politica monetaria lasciando ai governi il resto?
«L’attuale crisi energetica sottolinea l’imperativo di ridurre ulteriormente la dipendenza dai combustibili fossili» ha dichiarato. Una comunicazione fatta con la stessa naturalezza con cui si potrebbe inserire una ricetta di cucina in un rapporto del Fmi. La Bce - il cui mandato riguarda la stabilità dei prezzi nell’Eurozona, non la salvezza del pianeta - approfitta della guerra per rilanciare la transizione green. Una predicazione cui, ormai, non crede più nessuno tranne i burocrati di Bruxelles e i loro simpatizzanti nelle torri d’avorio del sistema finanziario continentale. La stessa transizione che ha contribuito a rendere l’Europa così drammaticamente vulnerabile agli shock energetici di cui oggi la Lagarde si lamenta. È un po’ come se il piromane, dopo aver appiccato l’incendio, si intrattenesse amabilmente con i pompieri per spiegare la rischiosità dei fiammiferi.
Esondare dai compiti istituzionali, per la Lagarde, è ormai una seconda natura. Tante volte in passato ha trasformato la Bce in un laboratorio di politica climatica. Oggi, con una guerra alle porte e il petrolio che balla come un ubriaco nella notte, non perde occasione per ricordarci che i pannelli solari sono la sola salvezza.
Ma veniamo al sodo. La Bce fotografa uno scenario genuinamente inquietante. Lo shock energetico è reale, l’inflazione potrebbe rimbalzare, e i modelli dello staff parlano chiaro: nello scenario peggiore, con il barile a 145 dollari e il gas a 106 euro per megawattora, il Pil 2026 si ridurrebbe allo 0,4% e l’inflazione schizzerebbe al 4,4% nel 2026 e addirittura al 4,8% l’anno dopo. Numeri che rendono l’eventualità di un rialzo dei tassi entro fine anno tutt’altro che remota.
Lagarde lo sa. I mercati lo sanno. L’ipotesi di tagli - accarezzata per mesi come una promessa di tempi migliori - è ormai evaporata. Si parla, semmai, di una nuova stretta monetaria. Quando accadrà? Dipende. Da cosa? Dai dati.
Ed è qui che la presidente tira fuori il suo scudo verbale contro qualunque domanda scomoda: «Data-dependent». Siamo data-dependent. Le decisioni dipenderanno dai dati. Aspetteremo i dati. Analizzeremo i dati. I dati, i dati, i dati.
Viene spontanea una domanda: per leggere le statistiche serve davvero un euroburocrate superpagata? L’Istat le pubblica gratis. L’Eurostat pure. I futures sul petrolio si trovano su qualsiasi schermo di trading. I dati sull’inflazione escono ogni mese.
Lagarde ha concluso la conferenza stampa ricordando, con evidente soddisfazione, che «abbiamo imparato la lezione» del 2022, quando la Bce rimase colpevolmente ferma mentre l’inflazione correva al 6%. Stavolta, assicura, nessuna sorpresa. È certo. O quasi. Perché c’è una guerra, c’è un esperto militare che spiega l’ovvio, c’è una green transition da rilanciare e ci sono dati da attendere.
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Giorgia Meloni e Friedrich Merz (Ansa)
In Europa è battaglia dura sugli Ets, l’Emissions Trading System, il sistema di scambio delle quote di emissione di Co2, introdotto dall’Unione europea come uno dei principali strumenti di politica climatica per ridurre l’impatto ambientale delle attività industriali. L’Italia guida il fronte di chi intende abolirli. Insieme ad altri nove Paesi Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia, si chiede una «revisione approfondita» di questo strumento. L’obiettivo è quello di sollevare l’industria in questo momento così difficile. Di questo ha parlato Giorgia Meloni ieri prima del Consiglio Ue con il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e il primo ministro belga Bart de Wever. La riunione si è concentrata sui temi urgenti: il conflitto in Medio Oriente e le sue conseguenze sul mercato globale delle fonti energetiche e sulle possibili iniziative da adottare rapidamente per contenere la spinta dei prezzi dell’energia. L’Italia spinge per l’abolizione degli Ets, ma in quest’incontro non è riuscita a trovare sponde. Sintonia invece in tema di semplificazione, mercato unico e investimenti.
«Chiediamo un intervento di sospensione, almeno per quanto riguarda gli aspetti legati all’energia elettrica», ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani parlando con la stampa a Bruxelles. L’Europa però si è spaccata. Germania e Francia vorrebbero preservare lo strumento degli Ets. Il presidente francese Emmanuel Macron ha spiegato di voler tenere questo meccanismo perché, «consente di effettuare la transizione preservando la competitività e quindi di conciliare i nostri obiettivi di competitività e di clima». Tuttavia «nel contesto attuale», secondo il presidente francese bisogna «trovare flessibilità ed elasticità che consentano di rispondere alla crisi» ma anche «mantenere la struttura, la filosofia, l’approccio e non perdere di vista proprio ciò che è importante anche per gli europei». D’altronde il commissario all’Energia, Dan Jorgensen in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera ha spiegato di voler puntare su questo strumento anche lui e che all’ultimo Consiglio Energia la grande maggioranza dei Paesi membri era «favorevole a mantenere la rotta attuale». Ha spiegato di voler puntare ancora sulle rinnovabili perché «se vogliamo davvero porre fine alla nostra esposizione ai mercati globali volatili, la decarbonizzazione e una maggiore produzione interna di energia pulita rappresentano la strada migliore».
Sulla linea italiana si schiera il premier ceco Andrej Babis che entrando alla riunione del Consiglio europeo ha detto: «L’unica soluzione è rivedere il sistema Ets, è la soluzione più rapida» perché tutte le altre proposte dall’integrazione del mercato unico all’unione del mercato dei capitali, passando per autostrade energetiche e tecnologie, «richiederanno molto tempo. E l’unica che stiamo proponendo è esentare l’industria ad alta intensità energetica dal sistema Ets-1 dal sistema di quote» perché «è l’unica via». Babis, poi, spiegando che «l’industria ceca ha pagato 13 miliardi di euro per le quote Ets» ha ricordato il rapporto Draghi: «Diceva chiaramente che l’industria metallurgica e altre industrie stanno perdendo capacità. E naturalmente non sono competitive contro Cina e Stati Uniti». Per il premier spagnolo Pedro Sánchez invece «il sistema Ets è uno dei pilastri della politica climatica europea e mondiale. Noi siamo aperti ad una qualche riforma che possa adattarli a questa congiuntura, ma non certo ad un suo smantellamento. Anzi, va rafforzato» ha avvertito arrivando al Consiglio europeo.
Nella bozza finale delle conclusioni del Vertice Ue viene indicato che «i recenti picchi nei prezzi dei combustibili fossili importati dimostrano che la transizione energetica rimane la strategia più efficace per raggiungere l’autonomia strategica dell’Europa, rafforzare la resilienza, ridurre strutturalmente i prezzi dell’energia e fornire l’energia pulita, abbondante e prodotta internamente necessaria per alimentare l’economia del futuro». Insomma non si è trovata unità per sospendere il sistema Ets come ha chiesto l’Italia. Il messaggio che si vuole far passare è: abbiamo i mezzi per fronteggiare la crisi. Secondo quanto aveva già anticipato il presidente della Commissione Ursula von der Leyen la strategia è quella di ricorrere a contratti a lungo termine per disaccoppiare i prezzi dell’energia industriale dal mercato all’ingrosso e permettere aiuti di Stato per «fornire un sollievo immediato sui prezzi dell’elettricità ai settori ad alta intensità energetica più colpiti». Lo stesso è possibile per i costi del carbonio, per i quali gli Stati membri possono anche compensare fino all’80% dei costi indiretti. Ci sarà più flessibilità. Tuttavia quella degli aiuti pubblici è una scelta che mette gli Stati più indebitati in una posizione difficile e svantaggiosa: chi ha spazio di bilancio per agire può farlo, chi non ce l’ha (come l’Italia) non potrà avvalersene. Intanto sono chiaramente gli industriali a protestare per primi. «Chiediamo la sospensione dell’Ets e il nostro è un grido d’allarme» così Emanuele Orsini, in un punto stampa a Bruxelles.
Buttarsi a capofitto sulle rinnovabili rimane una strategia da kamikaze
Un vantaggio che esiste solo perché il rivale sta male non è un vantaggio, è una circostanza. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz e i bombardamenti sugli impianti di gas e petrolio nel Golfo Persico, in quanto gravi e straordinarie anomalie, rendono subito più costosi petrolio e gas. Ed ecco che le energie rinnovabili sembrano improvvisamente molto convenienti. «Sappiamo per certo che ci sono due cose che faranno abbassare i prezzi dell’energia in Europa: più rinnovabili il più velocemente possibile» ha detto due giorni fa Dan Jorgensen, commissario europeo per l’Energia.
Questa convenienza non nasce però da un cambiamento nei fondamentali energetici, bensì da una distorsione patologica del mercato. La convenienza relativa può migliorare, ma la condizione che la produce è eccezionale e temporanea. In condizioni normali i combustibili fossili rimangono imbattibili per densità energetica, trasportabilità, erogabilità e costo marginale di produzione. È su quel prezzo, non sul prezzo che emerge in tempo di guerra, che si costruiscono le politiche industriali. La normalità è un concetto statistico. Nonostante tutto, gas, petrolio e carbone rappresentano ancora la stragrande maggioranza dei consumi primari di energia, in tutto il mondo.
Nel periodo tra il 2010 e il 2020 il prezzo medio del gas sul mercato Ttf si è mantenuto generalmente stabile in un intervallo compreso tra 15 euro/MWh e 25 euro/MWh. Tanto è vero che per spingere le aziende a non utilizzare più il gas si è creato il mercato dell’Ets, che al prezzo del combustibile aggiunge una tassa al fine di rendere le fonti rinnovabili più competitive. Si tratta di una prima distorsione introdotta ex lege per orientare i consumi, con un fine politico.
È solo a seguito della turbativa nei rapporti con la Russia che i prezzi del gas in Europa si sono alzati a livelli straordinari. Così come oggi è una nuova guerra a provocare rialzi consistenti.
Si dirà che non si può ridurre la questione solo in termini di costi e che occorre rendersi indipendenti energeticamente. È un ragionamento corretto, ma attenzione alle illusioni ottiche. Se è vero che le fonti rinnovabili (che peraltro richiedono prima l’elettrificazione dei consumi energetici, altro passaggio epocale e costoso) non hanno necessità di combustibili, è altrettanto vero che le relative tecnologie e materiali sono un monopolio di fatto di un grande paese asiatico, la Cina. E sostituire la dipendenza dai combustibili fossili con una dipendenza dalle terre rare cinesi, per esempio, non appare un grosso passo avanti. Non è passato molto tempo da quando Pechino ha ridotto l’export di certi materiali mettendo in crisi gli obiettivi di sviluppo di fonti rinnovabili in Europa. Né da quando l’Unione europea, improvvisamente consapevole del vicolo cieco in cui si è infilata, ha emesso regolamenti per cercare di costruire in casa propria le filiere sui materiali critici. Senza riuscirvi ed essendone molto, molto lontana.
Le rinnovabili sono un complemento importante nell’ottica di una integrazione in un portafoglio equilibrato e diversificato di fonti energetiche. Ma non si può pensare di costruire un intero sistema energetico solo su quelle. Persino la Cina, indicata come pioniera nelle fonti rinnovabili, prevede ancora un quarto del suo consumo primario di energia al 2060 fatto da carbone, gas e petrolio, con il nucleare in grande evidenza.
Le fonti rinnovabili restano appesantite dai loro limiti strutturali, dalla producibilità ai costi di integrazione. Per forzare il cambio verso le rinnovabili serve mantenere un mercato del carbonio robusto, con prezzi alti della CO2, ma in un contesto di prezzi energetici alle stelle, un Ets costoso non produce transizione verde, bensì deindustrializzazione.
Una transizione forzata da un’emergenza geopolitica temporanea, che scambia la distorsione eccezionale per segnale strutturale, assomiglia più al panico che ad una visione strategica. Ciò di cui il sistema industriale ha bisogno adesso è energia abbondante che mantenga i prezzi bassi e permetta all’economia reale di respirare, poiché la scarsità energetica produce recessione, non transizione verso il green. Per molte applicazioni industriali l’elettrificazione dei consumi è impraticabile e il passaggio all’auto elettrica è in un costoso pantano da cui non si sa come uscire, se non forse con la riduzione della mobilità personale e il predominio industriale della Cina. Qualcuno ha detto, in questi giorni, che il sole non passa dallo Stretto di Hormuz. È vero, passa soprattutto da Pechino.
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Donald Trump (Ansa)
Invece la Casa Bianca ogni giorno si ritrova a dover alzare l’asticella della propaganda interna a corredo di un esibizionismo muscolare ben raffigurato da video e meme creati dalla Ia.
Ma ne valeva davvero la pena, dunque? Ad aver trascinato il famoso elefante nella stanza sono quegli stessi ambienti che avevano spinto Trump, a botte di endorsement, verso il bis alla Casa Bianca; è quella «destra» Maga per cui finalmente gli americani sarebbero arrivati prima di tutto il resto, inclusi i Paperoni delle banche d’affari, della finanza e di Big Tech. Cioè coloro che si stanno arricchendo a piene mani tra guerre, commesse militari, speculazioni. Persino le compagnie del Big Oil stanno incassando parecchi soldi a causa della volatilità dei prezzi, nonostante il rischio per gli investimenti in quelle stesse aree scenario di guerra. Al momento il gioco vale la candela.
Chi non ci guadagna invece è la platea dell’America first, la working class, soprattutto quegli operai bianchi «eroi» della Elegia americana di JD Vance, che non a caso è il più tiepido di tutti rispetto all’intervento armato. Chi resta fuori dai giochi è il ceto medio basso che sperava nel riscatto e che ora assiste al rifinanziamento dell’ennesima guerra in Medio Oriente.
Va detto che per il momento i sondaggi non puniscono Trump: la maggior parte dei repubblicani Maga approva la guerra in Iran nonostante in sia in contrasto con le promesse elettorali. Questo zoccolo però comincia a porsi le stesse domande dei «duri e puri»; si tratta di una narrazione scatenata dalle dimissioni di Joe Kent, ex capo del Centro antiterrorismo, e dalle parole di Tulsi Gabbard, numero uno dell’intelligence Usa, per i quali l’Iran non era una minaccia.
Poi c’è il pressing dei due ex presentatori di Fox News, Tucker Carlson e Megyn Kelly, con audience più alte dello share di molti canali tv tradizionali. Sono loro, dicevamo, ad aver infilato l’elefante nella stanza: ne valeva la pena? «È difficile dirlo, non sono stati gli Stati Uniti a prendere questa decisione. È stato Benjamin Netanyahu», ha detto Carlson riportando a galla le forti perplessità che negli ambienti Maga esistono rispetto allo strapotere del lobbismo israeliano nei gangli vitali del sistema Usa. E Carlson non è l’unico a tirare pesantemente in ballo Bibi; lo aveva fatto anche Joe Kent, nella lettera di dimissioni dal vertice del Centro per l’antiterrorismo americano: «L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata iniziata per la pressione di Israele e della sua potente lobby americana».
Non mancano poi coloro che all’interno del Senato hanno smosso le viscere dell’elettorato più radicale del mondo Maga, contribuendo a dar vita a discussioni che uniscono i puntini più delicati, dagli Epstein files allo strapotere delle Big Tech. Questioni che sono arrivate anche al Congresso, attraverso Thomas Massie e Rand Paul (ai quali vanno aggiunte Marjorie Taylor Greene, Lauren Boebert e Nancy Mace, già note per essere la spina nel fianco del presidente rispetto alle ombre legate al finanziere pedofilo); e nella comunità degli influencer con Nick Fuentes, il quale aveva recentemente recuperato alcuni passaggi dei discorsi del compianto Charlie Kirk sul gioco di Netanyahu in Medio Oriente.
Si torna così alla questione politica legata all’elefante nella stanza, a quel «ne valeva la pena». Al di là dello scontro appena nato all’interno della destra americana, non mancano contributi meno di pancia rispetto alle parole di Tucker Carlson sul ruolo egemone israeliano; uno di questi porta la firma di uno dei massimi conoscitori delle dinamiche persiane e mediorientali, Trita Parsi, il quale ha commentato l’ennesima eliminazione dei vertici del potere iraniano: «Israele sta cercando letteralmente di bloccare le vie di fuga di Trump. Larijani non era solo una figura chiave del regime, ma era anche favorevole ai colloqui con gli Stati Uniti. Gli israeliani vogliono che la guerra continui. Hanno lottato per oltre due decenni per spingere gli Stati Uniti a dichiarare una guerra su vasta scala all’Iran e, avendo finalmente raggiunto l’obiettivo, non vogliono che Trump interrompa il conflitto». A chi giova?
Al concetto di Super Sparta sicuramente. Al concetto di America First molto meno.
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