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2019-03-28
Gli assegni versati dai fondi valgono il 30% in più delle pensioni targate Inps
Le pensioni italiane, non solo sono mediamente basse, ma sono per i conti pubblici anche estremamente onerose. Tanto che, secondo una indagine del Centro studi impresa lavoro, l'Italia è - tra i Paesi Ocse - quello che spende di più per la previdenza dei suoi cittadini rispetto al totale della spesa pubblica.
Il dato apre la strada a una tradizione considerata fino a poco tempo fa di impronta anglosassone: quella della previdenza complementare. L'evoluzione di quest'ultima non solo consentirebbe di ridurre il peso sulle casse dello Stato, ma porterebbe a soluzioni interessanti da un punto di visto sia di ritorni economici sia di scadenze temporali. In pratica, le pensioni private rendono molto di più di quelle dell'Inps. Basta fare un confronto. Accoppiare i coefficienti di capitalizzazione delle pensioni Inps e fare la media degli ultimi cinque anni. Si ottiene un ritorno dello 0,33%. Nei quinquenni precedenti le percentuali non sono state dissimili. E si può dedurre che lo stesso varrà per il futuro. Al contrario il rendimento medio ponderato dei fondi pensione privati presenti sul mercato italiano ha superato il 2,6%. Immaginando di versare 10.000 euro di contributi allo Stato ogni anno e la stessa cifra a una controparte privata, a fine carriera (prendiamo a parametro la legge Fornero) il montante finale si differenzia addirittura di un 30%. Nel caso dello schema integrativo si arriva a 410.000 euro, molto più del montante Inps. Il che significa che si potrebbe andare in pensione con le tasche più gonfie oppure scegliere di andare in pensione con la stessa cifra che erogherebbe l'Inps con un anticipo di qualche anno. Una libertà non da poco che al momento è vietata dalla legge.
Senza tenere conto di tale opportunità, la spesa per la previdenza pubblica potrebbe diventare insostenibile e il ricorso alle pensioni integrative potrebbe passare dall'essere un accessorio a un obbligo.
Secondo lo studio, l'Italia, destinando ben il 31,9% della spesa pubblica totale alle pensioni, si colloca al primo posto di questa classifica. Il dato è molto superiore e quasi doppio rispetto a quello della media Ocse (18,1%). Spendono più di un quarto del totale della spesa per questa voce anche la Grecia (31,5%), il Portogallo (27,9%), l'Austria (26,2%) e la Spagna (25,3%). A destinare invece meno del 14% della spesa alle pensioni sono il Regno Unito (13,8%), l'Irlanda (12,5%) e i Paesi Bassi (11,7%), tutte nazioni dove il ricorso alla previdenza complementare è ben più radicato nella cultura dei risparmiatori. In prospettiva temporale le situazioni più preoccupanti sono quelle di Grecia e Portogallo che nell'anno Duemila spendevano quasi 10 punti percentuali in meno per pensioni rispetto al 2015 (o ultimo anno disponibile). In Italia, nello stesso periodo di tempo, la quota di spesa destinata al sistema pensionistico è cresciuta meno, solo di 2,3 punti percentuali. Non va meglio, ovviamente, anche se si confronta la spesa pensionistica con il prodotto interno lordo. L'esborso in percentuale al Pil è pari al 16,3%, un valore doppio rispetto alla media Ocse (8,2%) e inferiore solamente a quello della Grecia (17,4%). Anche Portogallo, Francia e Austria sborsano per la previdenza una quota significativa del reddito nazionale, intorno al 14%. I Paesi che destinano invece la minor quota di Pil alla spesa pensionistica sono (di nuovo, supportati da un mercato privato più sviluppato) l'Irlanda (4,9%), i Paesi Bassi (5,4%) e il Regno Unito (6,1%). Per quanto riguarda l'andamento tra gli anni Duemila e 2015, nei vari Paesi la spesa pensionistica su Pil è rimasta piuttosto stabile crescendo in media di 1,5 punti percentuali.
Incrementi molto superiori alla media (tra i 7 e i 3 punti percentuali) si sono verificati invece in Grecia, Portogallo, Finlandia e Spagna. Al contrario, negli ultimi quindici anni presi in considerazione per i Paesi Ocse, la spesa pensionistica in rapporto al Pil è calata in Lettonia (-1,2 punti), Germania (-0,7 punti) e Polonia (-0,2 punti).
Quali sono dunque le previsioni future sull'andamento della spesa pensionistica in rapporto al Pil? Qui un po' di ottimismo può esserci. Secondo uno studio pubblicato nel 2017 dal Ministero dell'Economia e delle Finanze («Le tendenze di medio lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario»), nel lungo periodo la spesa pensionistica in rapporto al Pil dovrebbe tendere a un progressivo calo, grazie alle riforme implementate e grazie a un rapido miglioramento in termini di occupazione e produttività.
Il rapporto del Mef prevede infatti che la spesa pensionistica su Pil scenda raggiungendo il 15,5% nel 2019 (comunque troppo), conseguentemente al graduale innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e all'applicazione del sistema contributivo. Il calo vero e proprio si verificherebbe però dopo l'anno 2050 e ciò avverrebbe grazie all'applicazione generalizzata del calcolo contributivo e a un'inversione di tendenza nel rapporto tra occupati e pensionati. La spesa pensionistica su Pil a quel punto, secondo queste previsioni, scenderebbe piuttosto rapidamente raggiungendo il 13,1% entro il 2070, con una decelerazione pressoché costante. Solo che nel frattempo bisognerà allineare le esigenze dei conti con quelle delle persone. Quota 100 è una soluzione che va incontro alle seconde. Dopo il triennio di prova, si potrebbe passare a quota 41 o 42, ma sarebbe più semplice se si integrasse con un mix di pubblico e privato. «Le ipotesi sulle quali si basano le previsioni del Mef sono ottimistiche e allo stesso tempo stringenti» spiegano dal Centro studi ImpresaLavoro. «I risparmi di spesa più consistenti, secondo questo modello, sarebbero infatti legati a un fortissimo incremento del tasso di occupazione. Inoltre, produttività del lavoro e Pil pro capite reale dovrebbero crescere di 1,75 punti percentuali all'anno», spiegano gli esperti, «aumenti ben lontani dai valori osservati in Italia negli ultimi decenni». Ecco perché è il caso di pensare a piani B.
Non è un tabù passare al privato. Basta farlo un gradino alla volta

Il sistema pensionistico italiano non soltanto è molto costoso (la nostra spesa pensionistica su Pil è una delle più rilevanti d'Europa): è soprattutto poco efficiente. L'attuale sistema pubblico a ripartizione non garantisce un apprezzamento dei contributi versati, diversamente dai sistemi a capitalizzazione individuale. Oggi versiamo, sostanzialmente senza alcun rendimento, contributi all'Inps che servono a pagare gli assegni di chi è in quiescenza oltre alle prestazioni assistenziali: cassa integrazione, indennità di malattia o invalidità. Se la porzione di versamenti che serve a pagare le pensioni fosse investita in un sistema a capitalizzazione le cose sarebbero ben diverse.
Ipotizziamo il caso di un lavoratore che versi 10.000 euro annui per trent'anni investendoli in un fondo pensione con un rendimento di circa il 2,5%. Accumulerebbe un montante di circa 410.000 euro, cioè il 30% in più di quello che oggi obbligatoriamente accantona con l'Inps. In altre parole, sarebbe possibile andare in pensione con le attuali soglie d'età ma con un assegno più ricco del 30%, ovvero anticipare di molto la pensione con un assegno almeno pari a quello che avremmo comunque ottenuto.
È evidente che il passaggio dal sistema a ripartizione pubblico a quello a capitalizzazione privato è estremamente complesso e non potrebbe essere repentino. Tuttavia mutare modello non sarebbe impossibile, soprattutto se si procedesse per gradi con un mix iniziale tra l'attuale previdenza obbligatoria e quella integrativa. Il tema va affrontato anche perché la spesa pensionistica italiana continua a salire. Secondo l'Istat a metà anni Settanta era inferiore al 9% del Pil e i pensionati erano 22 ogni 100 abitanti. Oggi supera il 16% del Pil ed è quasi raddoppiato il rapporto: ogni 100 abitanti ci sono 38 pensionati.
Nel 1994 la Banca Mondiale fissava nel 2030 l'anno in cui i Paesi avanzati avrebbero raggiunto l'apice della spesa previdenziale, stimando che il 16% del Pil sarebbe stato il limite oltre il quale non si sarebbe mai andati. L'Italia ha raggiunto e superato quel traguardo con ben 20 anni di anticipo e il trend è tutt'altro che in discesa, tanto che a oggi nessun Paese Ocse spende quanto noi: il 31,9% della spesa pubblica italiana è assorbito dalla previdenza, contro una media del 18,1%. Uno stacco notevole che è il sintomo di un sistema ormai insostenibile, se non a prezzo di elevatissime età di pensionamento, da innalzarsi al crescere dell'aspettativa di vita media.
Secondo il bilancio consuntivo dell'Inps, il comparto relativo ai lavoratori parasubordinati ha garantito nel 2017 un risultato economico positivo per circa 5,7 miliardi di euro. Questo tesoretto, determinato in larga parte dal fatto che esistono versamenti in entrata ma pochissimi flussi in uscita, viene però annullato da altri comparti con lavoratori subordinati (su tutti il pubblico che perde 9 miliardi all'anno, gli artigiani 5,5 e i coltivatori diretti 3), portando lo sbilancio delle gestioni previdenziali dell'Inps a 7 miliardi medi l'anno.
L'insostenibilità del nostro sistema risiede in questo gap oggi strutturale che ciclicamente tende ad azzerare il patrimonio dell'Inps, tanto che per pareggiare i suoi conti ogni anno occorre trovare risorse nella fiscalità generale: in altre parole utilizzando i nostri denari. Un prezzo che oggi devono pagare soprattutto i giovani chiamati a sostenere il sistema pensionistico pur avendo ben scarse probabilità di goderne appieno in futuro. Si aggiungano l'allungamento della vita media, il numero sempre più alto di beneficiari (21 milioni) e il numero sostanzialmente stabile di chi versa (21,8 milioni). Ne sortisce un mix letale in grado di incrinare anche conti pubblici solidissimi, figuriamoci i nostri che solidi non lo sono mai stati.
Il nostro sistema pensionistico toglie ingiustamente agli individui la libertà di organizzare la propria vita. Perché deve essere l'Inps a gestire obbligatoriamente i miei versamenti contributivi? Perché non possiamo disporne almeno in parte scegliendo i migliori rendimenti tra più operatori in concorrenza? Il passaggio graduale dal sistema a ripartizione ad uno a capitalizzazione individuale, come detto, non è impossibile. Piuttosto viene talvolta contrastato ideologicamente. La realtà però purtroppo dimostra che il modello italiano rischia di crollare sotto il peso della sua insostenibilità.
Massimo Blasoni
*Imprenditore e presidente
del Centro studi ImpresaLavoro
Rendimenti medi del 2,5% ma si arriva al 22
Con l'aria che tira, sottoscrivere un fondo di previdenza integrativa oggi è quasi un obbligo e non una scelta accessoria. Complici i vantaggi fiscali (è possibile dedurre fiscalmente fino a 5.164,57 euro annui), mettere da parte un gruzzoletto aggiuntivo (per chi ha soldi da investire) può rappresentare un bel vantaggio per chi vuole mantenere il proprio tenore di vita anche dopo l'uscita dal mondo lavorativo.
Non a caso, il numero di chi si affida a questi prodotti è in costante aumento. Alla fine del 2018, il numero complessivo di posizioni aperte presso le forme pensionistiche complementari è di 8,747 milioni; al netto delle uscite, la crescita dall'inizio dell'anno è stata di 448.000 unità (5,4%). Includendo anche coloro che aderiscono contemporaneamente a più forme il totale degli iscritti a forme pensionistiche private può essere stimato in circa 8 milioni di individui.
Nei fondi negoziali si sono registrate 197.000 iscrizioni in più rispetto al 2017 (+7%), portando il totale a fine anno a 3 milioni. L'apporto maggiore alla crescita delle posizioni (circa 160.000) si è registrato nei fondi pensione che hanno attivi meccanismi di adesione contrattuale (che quindi si attivano con l'assunzione); alle otto iniziative di fondi negoziali già esistenti, a partire da gennaio 2018 si è aggiunto anche il fondo rivolto ai lavoratori del settore dell'igiene ambientale (Previambiente).
All'interno delle forme pensionistiche di mercato offerte da intermediari (banche e consulenti finanziari), i fondi aperti sono 1,462 milioni, crescendo di 88.000 unità (6,4%) rispetto alla fine del 2017. Nei Pip «nuovi» (quelli nati dopo la riforma delle pensioni private del 2005), il totale degli iscritti è di 3,276 milioni; la crescita nel 2018 è stata di 171.000 unità (5,5%).
Detto questo, il 2018 non è stato un anno entusiasmante per i mercati finanziari e i fondi pensione privati non hanno fatto eccezione. I rendimenti, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, sono stati in media negativi. I fondi negoziali hanno perso il 2,5%; -4,5 e -6,5%, rispettivamente, per i fondi aperti e per i PIP di ramo III. Meglio è andata alle gestioni separate di ramo I che, invece, hanno ottenuto rendimenti positivi (1,7%).
In realtà ciò non deve preoccupare. I prodotti di previdenza complementare si tengono in portafoglio a lungo e di solito, a fine carriera, il saldo è sempre positivo. Nel periodo da inizio 2009 a fine dicembre 2018 (dieci anni), i rendimenti sono risultati positivi per fondi negoziali (+3,7%), per i fondi aperti (4,1%) e per i Pip di ramo III (4%). Hanno raggiunto quota 2,7% le gestioni separate di ramo I. Per avere un'idea, nello stesso periodo, la rivalutazione media annua del Tfr è stata pari al 2%.
Dando uno sguarda all'analisi che Fida Finanza Dati Analisi ha realizzato per la Verità, salta subito all'occhio che i fondi pensione azionari siano quelli che negli ultimi anni hanno dato le maggiori soddisfazioni ai sottoscrittori. Allo stesso tempo, però, nel 2018 sono stati anche quelli più penalizzati dall'andamento dei mercati.
Il prodotto Allianz Insieme linea azionaria, inserito da Fida all'interno della categoria Diversificati aggressivi, in tre anni (il 2016, 2017 e 2018) ha guadagnato il 22,64%. Nel solo 2018, però, ha ceduto l'1,69%. È andata meglio al Credit Agricole vita dinamica, sempre nella medesima categoria che investe in titoli più rischiosi ma anche più redditizi, ha ottenuto in 36 mesi il 20,55% e nel 2018 ha guadagnato lo 0,56%.
In terza posizione troviamo un prodotto di Anima sgr presente nella categoria dei fondi azionari globali (che comprendono anche i mercati emergenti) che investono su società e larga e media capitalizzazione. Si tratta dell'Arti&mestieri crescita 25+ che in tre anni ha guadagnato il 19,88% e in dodici mesi (durante tutto il 2018) l'1,64%.
Alla stessa categoria di azionari globali appartengono gli altri prodotti fuori dal podio. Si tratta dell'Allianz previdenza linea azionaria che investe nell'azionario globale. Anche in questo caso il rendimento in tre anni si è aggirato intorno al 20% (19,77% per la precisione) con un crollo, però, del -2,09 nel 2018.
Numeri simili anche per l'Aureo comparto azionario di Bcc Risparmio&previdenza sgr. In questo caso il rendimento per gli anni 2016, 2017 e 2018 è stato del 19,61% cedendo, però, il 2,66% nel 2018.
All'interno dell'indagine realizzata da Fida che prende in esame 247 fondi pensione, balza subito all'occhio che per vedere un prodotto che investe nel settore obbligazionario bisogna scendere al centoventiduesimo posto con il Pensplan plurifonds comparto serenitas che investe in titoli governativi dell'area euro. Si capisce come la serenità in questo caso si paghi cara: il migliore tra i fondi obbligazionari in tre anni ha guadagnato il 2,16% e nel 2018 lo 0,25%.
È chiaro, dunque, che per prodotti destinati a rimanere in portafoglio per 20 o 30 anni, la protezione non paghi. Secondo l'indagine, tutti i fondi pensione con strategie prudenti o difensive spesso hanno infatti il segno meno davanti. Chi non risica, non rosica, insomma, quando si parla di previdenza integrativa. Basta saperlo e dormire sonno tranquilli.
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A fine carriera e a parità di versamenti, il sistema nazionale fa perdere quasi un terzo del montante. Con quella somma mensilità più alte o ritiro anticipato.Non è un tabù passare al privato. Basta farlo un gradino alla volta. Non solo la spesa pensionistica tricolore è tra le più alte d'Europa, ma il sistema pubblico è pure inefficiente. Il sistema a capitalizzazione andrebbe integrato rispetto allo schema attuale per lasciare più libertà a tutti.Rendimenti medi del 2,5% ma si arriva al 22. Oltre 8 milioni di italiani usano la previdenza integrativa (+7%). Ecco le offerte sul mercato valutate da Fida.Lo speciale comprende tre articoli. Le pensioni italiane, non solo sono mediamente basse, ma sono per i conti pubblici anche estremamente onerose. Tanto che, secondo una indagine del Centro studi impresa lavoro, l'Italia è - tra i Paesi Ocse - quello che spende di più per la previdenza dei suoi cittadini rispetto al totale della spesa pubblica. Il dato apre la strada a una tradizione considerata fino a poco tempo fa di impronta anglosassone: quella della previdenza complementare. L'evoluzione di quest'ultima non solo consentirebbe di ridurre il peso sulle casse dello Stato, ma porterebbe a soluzioni interessanti da un punto di visto sia di ritorni economici sia di scadenze temporali. In pratica, le pensioni private rendono molto di più di quelle dell'Inps. Basta fare un confronto. Accoppiare i coefficienti di capitalizzazione delle pensioni Inps e fare la media degli ultimi cinque anni. Si ottiene un ritorno dello 0,33%. Nei quinquenni precedenti le percentuali non sono state dissimili. E si può dedurre che lo stesso varrà per il futuro. Al contrario il rendimento medio ponderato dei fondi pensione privati presenti sul mercato italiano ha superato il 2,6%. Immaginando di versare 10.000 euro di contributi allo Stato ogni anno e la stessa cifra a una controparte privata, a fine carriera (prendiamo a parametro la legge Fornero) il montante finale si differenzia addirittura di un 30%. Nel caso dello schema integrativo si arriva a 410.000 euro, molto più del montante Inps. Il che significa che si potrebbe andare in pensione con le tasche più gonfie oppure scegliere di andare in pensione con la stessa cifra che erogherebbe l'Inps con un anticipo di qualche anno. Una libertà non da poco che al momento è vietata dalla legge. Senza tenere conto di tale opportunità, la spesa per la previdenza pubblica potrebbe diventare insostenibile e il ricorso alle pensioni integrative potrebbe passare dall'essere un accessorio a un obbligo. Secondo lo studio, l'Italia, destinando ben il 31,9% della spesa pubblica totale alle pensioni, si colloca al primo posto di questa classifica. Il dato è molto superiore e quasi doppio rispetto a quello della media Ocse (18,1%). Spendono più di un quarto del totale della spesa per questa voce anche la Grecia (31,5%), il Portogallo (27,9%), l'Austria (26,2%) e la Spagna (25,3%). A destinare invece meno del 14% della spesa alle pensioni sono il Regno Unito (13,8%), l'Irlanda (12,5%) e i Paesi Bassi (11,7%), tutte nazioni dove il ricorso alla previdenza complementare è ben più radicato nella cultura dei risparmiatori. In prospettiva temporale le situazioni più preoccupanti sono quelle di Grecia e Portogallo che nell'anno Duemila spendevano quasi 10 punti percentuali in meno per pensioni rispetto al 2015 (o ultimo anno disponibile). In Italia, nello stesso periodo di tempo, la quota di spesa destinata al sistema pensionistico è cresciuta meno, solo di 2,3 punti percentuali. Non va meglio, ovviamente, anche se si confronta la spesa pensionistica con il prodotto interno lordo. L'esborso in percentuale al Pil è pari al 16,3%, un valore doppio rispetto alla media Ocse (8,2%) e inferiore solamente a quello della Grecia (17,4%). Anche Portogallo, Francia e Austria sborsano per la previdenza una quota significativa del reddito nazionale, intorno al 14%. I Paesi che destinano invece la minor quota di Pil alla spesa pensionistica sono (di nuovo, supportati da un mercato privato più sviluppato) l'Irlanda (4,9%), i Paesi Bassi (5,4%) e il Regno Unito (6,1%). Per quanto riguarda l'andamento tra gli anni Duemila e 2015, nei vari Paesi la spesa pensionistica su Pil è rimasta piuttosto stabile crescendo in media di 1,5 punti percentuali. Incrementi molto superiori alla media (tra i 7 e i 3 punti percentuali) si sono verificati invece in Grecia, Portogallo, Finlandia e Spagna. Al contrario, negli ultimi quindici anni presi in considerazione per i Paesi Ocse, la spesa pensionistica in rapporto al Pil è calata in Lettonia (-1,2 punti), Germania (-0,7 punti) e Polonia (-0,2 punti).Quali sono dunque le previsioni future sull'andamento della spesa pensionistica in rapporto al Pil? Qui un po' di ottimismo può esserci. Secondo uno studio pubblicato nel 2017 dal Ministero dell'Economia e delle Finanze («Le tendenze di medio lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario»), nel lungo periodo la spesa pensionistica in rapporto al Pil dovrebbe tendere a un progressivo calo, grazie alle riforme implementate e grazie a un rapido miglioramento in termini di occupazione e produttività. Il rapporto del Mef prevede infatti che la spesa pensionistica su Pil scenda raggiungendo il 15,5% nel 2019 (comunque troppo), conseguentemente al graduale innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e all'applicazione del sistema contributivo. Il calo vero e proprio si verificherebbe però dopo l'anno 2050 e ciò avverrebbe grazie all'applicazione generalizzata del calcolo contributivo e a un'inversione di tendenza nel rapporto tra occupati e pensionati. La spesa pensionistica su Pil a quel punto, secondo queste previsioni, scenderebbe piuttosto rapidamente raggiungendo il 13,1% entro il 2070, con una decelerazione pressoché costante. Solo che nel frattempo bisognerà allineare le esigenze dei conti con quelle delle persone. Quota 100 è una soluzione che va incontro alle seconde. Dopo il triennio di prova, si potrebbe passare a quota 41 o 42, ma sarebbe più semplice se si integrasse con un mix di pubblico e privato. «Le ipotesi sulle quali si basano le previsioni del Mef sono ottimistiche e allo stesso tempo stringenti» spiegano dal Centro studi ImpresaLavoro. «I risparmi di spesa più consistenti, secondo questo modello, sarebbero infatti legati a un fortissimo incremento del tasso di occupazione. 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L'attuale sistema pubblico a ripartizione non garantisce un apprezzamento dei contributi versati, diversamente dai sistemi a capitalizzazione individuale. Oggi versiamo, sostanzialmente senza alcun rendimento, contributi all'Inps che servono a pagare gli assegni di chi è in quiescenza oltre alle prestazioni assistenziali: cassa integrazione, indennità di malattia o invalidità. Se la porzione di versamenti che serve a pagare le pensioni fosse investita in un sistema a capitalizzazione le cose sarebbero ben diverse. Ipotizziamo il caso di un lavoratore che versi 10.000 euro annui per trent'anni investendoli in un fondo pensione con un rendimento di circa il 2,5%. Accumulerebbe un montante di circa 410.000 euro, cioè il 30% in più di quello che oggi obbligatoriamente accantona con l'Inps. In altre parole, sarebbe possibile andare in pensione con le attuali soglie d'età ma con un assegno più ricco del 30%, ovvero anticipare di molto la pensione con un assegno almeno pari a quello che avremmo comunque ottenuto. È evidente che il passaggio dal sistema a ripartizione pubblico a quello a capitalizzazione privato è estremamente complesso e non potrebbe essere repentino. Tuttavia mutare modello non sarebbe impossibile, soprattutto se si procedesse per gradi con un mix iniziale tra l'attuale previdenza obbligatoria e quella integrativa. Il tema va affrontato anche perché la spesa pensionistica italiana continua a salire. Secondo l'Istat a metà anni Settanta era inferiore al 9% del Pil e i pensionati erano 22 ogni 100 abitanti. Oggi supera il 16% del Pil ed è quasi raddoppiato il rapporto: ogni 100 abitanti ci sono 38 pensionati. Nel 1994 la Banca Mondiale fissava nel 2030 l'anno in cui i Paesi avanzati avrebbero raggiunto l'apice della spesa previdenziale, stimando che il 16% del Pil sarebbe stato il limite oltre il quale non si sarebbe mai andati. L'Italia ha raggiunto e superato quel traguardo con ben 20 anni di anticipo e il trend è tutt'altro che in discesa, tanto che a oggi nessun Paese Ocse spende quanto noi: il 31,9% della spesa pubblica italiana è assorbito dalla previdenza, contro una media del 18,1%. Uno stacco notevole che è il sintomo di un sistema ormai insostenibile, se non a prezzo di elevatissime età di pensionamento, da innalzarsi al crescere dell'aspettativa di vita media. Secondo il bilancio consuntivo dell'Inps, il comparto relativo ai lavoratori parasubordinati ha garantito nel 2017 un risultato economico positivo per circa 5,7 miliardi di euro. Questo tesoretto, determinato in larga parte dal fatto che esistono versamenti in entrata ma pochissimi flussi in uscita, viene però annullato da altri comparti con lavoratori subordinati (su tutti il pubblico che perde 9 miliardi all'anno, gli artigiani 5,5 e i coltivatori diretti 3), portando lo sbilancio delle gestioni previdenziali dell'Inps a 7 miliardi medi l'anno. L'insostenibilità del nostro sistema risiede in questo gap oggi strutturale che ciclicamente tende ad azzerare il patrimonio dell'Inps, tanto che per pareggiare i suoi conti ogni anno occorre trovare risorse nella fiscalità generale: in altre parole utilizzando i nostri denari. Un prezzo che oggi devono pagare soprattutto i giovani chiamati a sostenere il sistema pensionistico pur avendo ben scarse probabilità di goderne appieno in futuro. Si aggiungano l'allungamento della vita media, il numero sempre più alto di beneficiari (21 milioni) e il numero sostanzialmente stabile di chi versa (21,8 milioni). Ne sortisce un mix letale in grado di incrinare anche conti pubblici solidissimi, figuriamoci i nostri che solidi non lo sono mai stati. Il nostro sistema pensionistico toglie ingiustamente agli individui la libertà di organizzare la propria vita. Perché deve essere l'Inps a gestire obbligatoriamente i miei versamenti contributivi? Perché non possiamo disporne almeno in parte scegliendo i migliori rendimenti tra più operatori in concorrenza? Il passaggio graduale dal sistema a ripartizione ad uno a capitalizzazione individuale, come detto, non è impossibile. Piuttosto viene talvolta contrastato ideologicamente. La realtà però purtroppo dimostra che il modello italiano rischia di crollare sotto il peso della sua insostenibilità. Massimo Blasoni*Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-assegni-versati-dai-fondi-valgono-il-30-in-piu-delle-pensioni-targate-inps-2632970737.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="rendimenti-medi-del-25-ma-si-arriva-al-22" data-post-id="2632970737" data-published-at="1780634811" data-use-pagination="False"> Rendimenti medi del 2,5% ma si arriva al 22 Con l'aria che tira, sottoscrivere un fondo di previdenza integrativa oggi è quasi un obbligo e non una scelta accessoria. Complici i vantaggi fiscali (è possibile dedurre fiscalmente fino a 5.164,57 euro annui), mettere da parte un gruzzoletto aggiuntivo (per chi ha soldi da investire) può rappresentare un bel vantaggio per chi vuole mantenere il proprio tenore di vita anche dopo l'uscita dal mondo lavorativo. Non a caso, il numero di chi si affida a questi prodotti è in costante aumento. Alla fine del 2018, il numero complessivo di posizioni aperte presso le forme pensionistiche complementari è di 8,747 milioni; al netto delle uscite, la crescita dall'inizio dell'anno è stata di 448.000 unità (5,4%). Includendo anche coloro che aderiscono contemporaneamente a più forme il totale degli iscritti a forme pensionistiche private può essere stimato in circa 8 milioni di individui. Nei fondi negoziali si sono registrate 197.000 iscrizioni in più rispetto al 2017 (+7%), portando il totale a fine anno a 3 milioni. L'apporto maggiore alla crescita delle posizioni (circa 160.000) si è registrato nei fondi pensione che hanno attivi meccanismi di adesione contrattuale (che quindi si attivano con l'assunzione); alle otto iniziative di fondi negoziali già esistenti, a partire da gennaio 2018 si è aggiunto anche il fondo rivolto ai lavoratori del settore dell'igiene ambientale (Previambiente). All'interno delle forme pensionistiche di mercato offerte da intermediari (banche e consulenti finanziari), i fondi aperti sono 1,462 milioni, crescendo di 88.000 unità (6,4%) rispetto alla fine del 2017. Nei Pip «nuovi» (quelli nati dopo la riforma delle pensioni private del 2005), il totale degli iscritti è di 3,276 milioni; la crescita nel 2018 è stata di 171.000 unità (5,5%). Detto questo, il 2018 non è stato un anno entusiasmante per i mercati finanziari e i fondi pensione privati non hanno fatto eccezione. I rendimenti, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, sono stati in media negativi. I fondi negoziali hanno perso il 2,5%; -4,5 e -6,5%, rispettivamente, per i fondi aperti e per i PIP di ramo III. Meglio è andata alle gestioni separate di ramo I che, invece, hanno ottenuto rendimenti positivi (1,7%). In realtà ciò non deve preoccupare. I prodotti di previdenza complementare si tengono in portafoglio a lungo e di solito, a fine carriera, il saldo è sempre positivo. Nel periodo da inizio 2009 a fine dicembre 2018 (dieci anni), i rendimenti sono risultati positivi per fondi negoziali (+3,7%), per i fondi aperti (4,1%) e per i Pip di ramo III (4%). Hanno raggiunto quota 2,7% le gestioni separate di ramo I. Per avere un'idea, nello stesso periodo, la rivalutazione media annua del Tfr è stata pari al 2%. Dando uno sguarda all'analisi che Fida Finanza Dati Analisi ha realizzato per la Verità, salta subito all'occhio che i fondi pensione azionari siano quelli che negli ultimi anni hanno dato le maggiori soddisfazioni ai sottoscrittori. Allo stesso tempo, però, nel 2018 sono stati anche quelli più penalizzati dall'andamento dei mercati. Il prodotto Allianz Insieme linea azionaria, inserito da Fida all'interno della categoria Diversificati aggressivi, in tre anni (il 2016, 2017 e 2018) ha guadagnato il 22,64%. Nel solo 2018, però, ha ceduto l'1,69%. È andata meglio al Credit Agricole vita dinamica, sempre nella medesima categoria che investe in titoli più rischiosi ma anche più redditizi, ha ottenuto in 36 mesi il 20,55% e nel 2018 ha guadagnato lo 0,56%. In terza posizione troviamo un prodotto di Anima sgr presente nella categoria dei fondi azionari globali (che comprendono anche i mercati emergenti) che investono su società e larga e media capitalizzazione. Si tratta dell'Arti&mestieri crescita 25+ che in tre anni ha guadagnato il 19,88% e in dodici mesi (durante tutto il 2018) l'1,64%. Alla stessa categoria di azionari globali appartengono gli altri prodotti fuori dal podio. Si tratta dell'Allianz previdenza linea azionaria che investe nell'azionario globale. Anche in questo caso il rendimento in tre anni si è aggirato intorno al 20% (19,77% per la precisione) con un crollo, però, del -2,09 nel 2018. Numeri simili anche per l'Aureo comparto azionario di Bcc Risparmio&previdenza sgr. In questo caso il rendimento per gli anni 2016, 2017 e 2018 è stato del 19,61% cedendo, però, il 2,66% nel 2018. All'interno dell'indagine realizzata da Fida che prende in esame 247 fondi pensione, balza subito all'occhio che per vedere un prodotto che investe nel settore obbligazionario bisogna scendere al centoventiduesimo posto con il Pensplan plurifonds comparto serenitas che investe in titoli governativi dell'area euro. Si capisce come la serenità in questo caso si paghi cara: il migliore tra i fondi obbligazionari in tre anni ha guadagnato il 2,16% e nel 2018 lo 0,25%. È chiaro, dunque, che per prodotti destinati a rimanere in portafoglio per 20 o 30 anni, la protezione non paghi. Secondo l'indagine, tutti i fondi pensione con strategie prudenti o difensive spesso hanno infatti il segno meno davanti. Chi non risica, non rosica, insomma, quando si parla di previdenza integrativa. Basta saperlo e dormire sonno tranquilli.
Silvio Berlusconi in tribunale (Getty Images)
Ma il pool dei legali ha deciso di non diffondere la notizia per «tenere i toni bassi» ed evitare lo strepitus mediatico. Lo stesso che ha accompagnato tutti i passaggi dell’inchiesta. Per anni alcuni quotidiani hanno raccontato come procedessero le indagini. A firmare gli articoli quasi sempre i soliti cronisti ben informati. Ma questa volta nessuno di loro ha fatto lo scoop e la notizia dell’archiviazione è stata data dall’Ansa. Per mesi la Procura è riuscita a blindare l’esito dell’inchiesta e, al pari del Tribunale, non ha diffuso il testo della propria richiesta di archiviazione, arrivata a ridosso della scadenza dei termini, fissati prima per il 22 dicembre 2024 e poi prorogati sino al 22 dicembre 2025. Il fascicolo era, infatti, stato iscritto per l’ennesima volta il 22 dicembre 2023.
Il gip Martucci ha deciso di archiviare per la mancanza di «elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi».
L’accusa per entrambi era di quelle che fanno tremare i polsi: strage continuata a fini eversivi con l’aggravante di avere favorito la mafia. Ma, come detto, non si sarebbero trovate prove per dimostrare il teorema.
Le posizioni archiviate potrebbero essere anche altre, ma, al momento, non v’è certezza di questo.
Richiesta e decreto, spiega chi li ha letti, sono pieni di omissis. «Queste “cancellature” sono chiaramente indicative del fatto che ci sono altri filoni ancora aperti e io credo che ci sia anche qualcosa che riguarda Dell’Utri» ragiona una fonte. «Perché chiaramente i pm chiudono soltanto perché scadono i termini e poi riaprono».
Le indagini per dimostrare il coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi sono la classica «never-ending story». Si contano almeno otto inchieste sul tema, tutte a carico del fondatore di Forza Italia e del suo collaboratore, e tutte inesorabilmente finite in nulla.
Il primo fascicolo viene aperto a Firenze nel 1996, tre anni dopo la strage di via dei Georgofili. Berlusconi e Dell’Utri sono iscritti sul registro degli indagati come «Autore 1» e «Autore 2» per motivi di riservatezza. Nell’agosto 1998, però, la Procura stessa chiede l’archiviazione, che viene decisa dal gip nel successivo novembre con la formula «gli inquirenti non hanno potuto trovare conferma delle chiamate de relato». Quasi la stessa motivazione usata dalla Martucci nel 2026.
Nel luglio 1998 le indagini contro i due politici di Forza Italia sono riaperte a Caltanissetta dal pm Luca Tescaroli; nel marzo 2001, però, anche quest’ultimo decide di chiudere le indagini e nel maggio 2002 il gip accoglie l’istanza per «la friabilità del quadro indiziario».
L’inizio della collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza spinge la magistratura fiorentina a ripartire una seconda volta, nel luglio 2009.
Anche in questo caso non vengono raccolte prove sufficienti per il rinvio a giudizio e, nell’agosto 2011, arriva la nuova richiesta di archiviazione che, il 2 novembre, viene decretata dal Tribunale.
Una settimana dopo, però, la Procura fiorentina chiede al giudice di aprire un terzo fascicolo, sostenendo che «non era stato possibile completare le investigazioni».
Ma in meno di due anni anche questo finisce in nulla: nel giugno 2013 i pm propongono l’ennesima istanza di archiviazione, subito accolta dal giudice.
Arriviamo così alla quarta riapertura fiorentina, e siamo al settembre 2017. In questo caso, la Procura decide di utilizzare contro Berlusconi e Dell’Utri le parole del boss Giuseppe Graviano, intercettato nel carcere di Ascoli Piceno. Secondo l’interpretazione dell’accusa (che, va detto, le difese hanno sempre contestato in toto), il mafioso stragista avrebbe «rivelato» a un altro detenuto, il camorrista Umberto Adinolfi, che nel 1992 Berlusconi «voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto “ci vorrebbe una bella cosa”». I pm interpretano la frase come la richiesta di un gesto forte, quindi una strage, in grado di sovvertire l’ordine del Paese e favorire la nascita del nuovo partito berlusconiano. Per un gioco del destino, a occuparsi dell’inchiesta è di nuovo Tescaroli, il pm nisseno che ha già indagato e archiviato e che nel 2018 si è trasferito a Firenze.
Anche la quarta inchiesta non porta a niente: torna alla casella di partenza, come in una specie di gioco dell’oca giudiziario, e nel marzo del 2020 c’è l’ennesima richiesta di archiviazione, prontamente accolta dal giudice.
Passa un mese e Tescaroli propone la quinta riapertura, che, però, ha lo stesso destino di tutte le altre: a ottobre 2022 arriva la richiesta di chiusura del fascicolo, il 6 dicembre dello stesso anno il gip firma l’archiviazione.
Nel frattempo, nel luglio 2022, anche la Procura di Caltanissetta decide di riavviare le indagini contro Dell’Utri e Berlusconi, soprattutto sulle due stragi del 1992, a Capaci e in via D’Amelio, ma nel gennaio 2026 chiede al gip di chiuderle per «infondatezza della notizia di reato o, comunque, perché gli elementi raccolti non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio». In questo caso, però, il gip non ha ancora dato il suo parere positivo.
L’ultimo capitolo fiorentino di questa incredibile saga processuale si apre, come detto, poche settimane dopo la penultima archiviazione, il 22 dicembre 2023, ma anche stavolta il tempo trascorre invano e le indagini non portano a nulla di concreto, tant’è vero che lo scorso 5 gennaio la Procura propone la sesta archiviazione.
Oltre che inutile, questa storia giudiziaria è stata sicuramente anche molto costosa. Un calcolo esatto non è possibile, ma l’insieme degli otto procedimenti ha comportato un elevato costo per lo Stato, stimabile a spanne tra i 15 e i 25 milioni di euro, escludendo il costo per le parcelle (milionarie) delle difese.
Tra i primi a commentare l’ultimo passaggio processuale è stata Marina Berlusconi: «È la sesta volta che l’assurda inchiesta di Firenze finisce nel nulla, e per la sesta volta su richiesta stessa degli inquirenti. Stupisce che il decreto di archiviazione risalga a gennaio e se ne sappia qualcosa soltanto oggi. Verrebbe da chiedersi: se l’esito fosse stato opposto, ci sarebbero voluti cinque mesi per leggerlo sui giornali, o sarebbero bastate cinque ore, se non cinque minuti?». C’è da dire che in mezzo c’è stato il referendum sulla giustizia e forse qualcuno può aver pensato che la rumorosa archiviazione avrebbe potuto portare acqua al mulino del Sì.
Marina fa sapere anche di non essere sorpresa dal fallimento di «un teorema giudiziario e mediatico costruito non con il cemento delle prove, ma con il fango del pregiudizio ideologico» e ricorda che «sono stati i governi Berlusconi a rendere stabile il carcere duro per i boss mafiosi, a introdurre il primo Codice Antimafia e a istituire l’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali». Fatti che definisce «concreti, quanto inconfutabili», mentre tutto il resto è «vergognosa e illogica mistificazione».
Marina, di fronte all’«ennesimo segnale di quanto la giustizia nel nostro Paese resti afflitta da problemi colossali», chiede, infine, «alla politica di non archiviare il problema della giustizia con il referendum»: «Si potrebbe ripartire dalla responsabilità civile dei magistrati, ma sono tante le aree di intervento su cui la politica deve ancora spendersi. Senza ammainare la bandiera del garantismo».
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Marina Berlusconi (Ansa)
Raccoglie l’assist il vicepremier Matteo Salvini: «Nelle Procure e nelle redazioni», scrive su X il leader della Lega, «c’è chi ha costruito una carriera sul fango, da scagliare rigorosamente contro il centrodestra. L’archiviazione di Silvio Berlusconi per le stragi del 1993 ribadisce, una volta di più, che certa sinistra si è nutrita di odio, bugie e deliri. La Lega è determinata per approvare, entro fine legislatura, una legge sulla responsabilità civile dei magistrati». La proposta di una responsabilità civile delle toghe, portata avanti da Lega e Fi, registra le perplessità di Fratelli d’Italia. La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, commenta l’archiviazione attraverso un articolato commento: «L’archiviazione disposta dal tribunale di Firenze nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993», argomenta la Meloni, «rappresenta l’ennesima conferma di una verità storica e giudiziaria incontrovertibile: dopo decenni di indagini e processi, si chiude anche quest’ultimo capitolo con l’unica conclusione possibile, ovvero l’assoluta inesistenza di rapporti tra Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata. Silvio Berlusconi è stato il fondatore del centrodestra e per quattro volte presidente del Consiglio. Per trent’anni, insieme a lui»,sottolinea il premier, «un’intera comunità politica, composta da milioni di italiani che esprimevano liberamente il proprio voto, è stata ingiustamente posta davanti al sospetto infamante che il consenso raccolto nelle urne poggiasse su finanziamenti mafiosi o dinamiche illegali. I fatti e le decisioni giudiziarie spazzano via definitivamente ogni ombra: quel dubbio non aveva fondamento allora e non lo ha oggi. Il centrodestra italiano non si fonda sull’illegalità e non accetta che la propria storia venga letta attraverso teoremi costantemente smentiti nel tempo. Rivendico con fermezza e orgoglio il ruolo politico e istituzionale di questa comunità: il centrodestra è, ed è sempre stato, una forza della legalità e per la legalità in Italia». Profonda la riflessione del leader di Forza Italia, Antonio Tajani: «Ci sono voluti trent’anni e sei archiviazioni», scrive Tajani su X, «per accertare e confermare la totale estraneità di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri alle stragi di mafia del ’93 a Firenze. Altro che mandanti occulti. Di inquietante e occulto c’è solo l’azione di quella parte di magistratura che ha usato false accuse, che già si smentivano da sole, come una clava politica cercando di riscrivere la storia della nostra democrazia. È indegna di questo Paese la lentezza con cui si è arrivati a questa conclusione, e disgustoso l’accanimento con il quale si è cercato di neutralizzare politicamente il fondatore di Forza Italia e il suo partito. Finalmente giustizia è fatta», aggiunge il vicepremier e ministro degli Esteri, «ma è incredibile che una decisione presa il 15 gennaio diventi pubblica soltanto adesso. Tutto questo dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia fondamentale la nostra battaglia per una giustizia giusta ed efficiente per tutti i cittadini». Decine e decine i messaggi e i commenti da parte di esponenti del centrodestra, in particolare di Fi, mentre neanche una voce si alza dalle opposizioni. «Trent’anni di persecuzione, fango e veleni. Ma l’invidia e l’odio oggi vengono sconfitti! Giustizia è fatta amore mio!», scrive sui social Marta Fascina, parlamentare e ultima compagna di Silvio Berlusconi, condividendo una foto del Cavaliere.
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