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2019-03-28
Gli assegni versati dai fondi valgono il 30% in più delle pensioni targate Inps
Le pensioni italiane, non solo sono mediamente basse, ma sono per i conti pubblici anche estremamente onerose. Tanto che, secondo una indagine del Centro studi impresa lavoro, l'Italia è - tra i Paesi Ocse - quello che spende di più per la previdenza dei suoi cittadini rispetto al totale della spesa pubblica.
Il dato apre la strada a una tradizione considerata fino a poco tempo fa di impronta anglosassone: quella della previdenza complementare. L'evoluzione di quest'ultima non solo consentirebbe di ridurre il peso sulle casse dello Stato, ma porterebbe a soluzioni interessanti da un punto di visto sia di ritorni economici sia di scadenze temporali. In pratica, le pensioni private rendono molto di più di quelle dell'Inps. Basta fare un confronto. Accoppiare i coefficienti di capitalizzazione delle pensioni Inps e fare la media degli ultimi cinque anni. Si ottiene un ritorno dello 0,33%. Nei quinquenni precedenti le percentuali non sono state dissimili. E si può dedurre che lo stesso varrà per il futuro. Al contrario il rendimento medio ponderato dei fondi pensione privati presenti sul mercato italiano ha superato il 2,6%. Immaginando di versare 10.000 euro di contributi allo Stato ogni anno e la stessa cifra a una controparte privata, a fine carriera (prendiamo a parametro la legge Fornero) il montante finale si differenzia addirittura di un 30%. Nel caso dello schema integrativo si arriva a 410.000 euro, molto più del montante Inps. Il che significa che si potrebbe andare in pensione con le tasche più gonfie oppure scegliere di andare in pensione con la stessa cifra che erogherebbe l'Inps con un anticipo di qualche anno. Una libertà non da poco che al momento è vietata dalla legge.
Senza tenere conto di tale opportunità, la spesa per la previdenza pubblica potrebbe diventare insostenibile e il ricorso alle pensioni integrative potrebbe passare dall'essere un accessorio a un obbligo.
Secondo lo studio, l'Italia, destinando ben il 31,9% della spesa pubblica totale alle pensioni, si colloca al primo posto di questa classifica. Il dato è molto superiore e quasi doppio rispetto a quello della media Ocse (18,1%). Spendono più di un quarto del totale della spesa per questa voce anche la Grecia (31,5%), il Portogallo (27,9%), l'Austria (26,2%) e la Spagna (25,3%). A destinare invece meno del 14% della spesa alle pensioni sono il Regno Unito (13,8%), l'Irlanda (12,5%) e i Paesi Bassi (11,7%), tutte nazioni dove il ricorso alla previdenza complementare è ben più radicato nella cultura dei risparmiatori. In prospettiva temporale le situazioni più preoccupanti sono quelle di Grecia e Portogallo che nell'anno Duemila spendevano quasi 10 punti percentuali in meno per pensioni rispetto al 2015 (o ultimo anno disponibile). In Italia, nello stesso periodo di tempo, la quota di spesa destinata al sistema pensionistico è cresciuta meno, solo di 2,3 punti percentuali. Non va meglio, ovviamente, anche se si confronta la spesa pensionistica con il prodotto interno lordo. L'esborso in percentuale al Pil è pari al 16,3%, un valore doppio rispetto alla media Ocse (8,2%) e inferiore solamente a quello della Grecia (17,4%). Anche Portogallo, Francia e Austria sborsano per la previdenza una quota significativa del reddito nazionale, intorno al 14%. I Paesi che destinano invece la minor quota di Pil alla spesa pensionistica sono (di nuovo, supportati da un mercato privato più sviluppato) l'Irlanda (4,9%), i Paesi Bassi (5,4%) e il Regno Unito (6,1%). Per quanto riguarda l'andamento tra gli anni Duemila e 2015, nei vari Paesi la spesa pensionistica su Pil è rimasta piuttosto stabile crescendo in media di 1,5 punti percentuali.
Incrementi molto superiori alla media (tra i 7 e i 3 punti percentuali) si sono verificati invece in Grecia, Portogallo, Finlandia e Spagna. Al contrario, negli ultimi quindici anni presi in considerazione per i Paesi Ocse, la spesa pensionistica in rapporto al Pil è calata in Lettonia (-1,2 punti), Germania (-0,7 punti) e Polonia (-0,2 punti).
Quali sono dunque le previsioni future sull'andamento della spesa pensionistica in rapporto al Pil? Qui un po' di ottimismo può esserci. Secondo uno studio pubblicato nel 2017 dal Ministero dell'Economia e delle Finanze («Le tendenze di medio lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario»), nel lungo periodo la spesa pensionistica in rapporto al Pil dovrebbe tendere a un progressivo calo, grazie alle riforme implementate e grazie a un rapido miglioramento in termini di occupazione e produttività.
Il rapporto del Mef prevede infatti che la spesa pensionistica su Pil scenda raggiungendo il 15,5% nel 2019 (comunque troppo), conseguentemente al graduale innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e all'applicazione del sistema contributivo. Il calo vero e proprio si verificherebbe però dopo l'anno 2050 e ciò avverrebbe grazie all'applicazione generalizzata del calcolo contributivo e a un'inversione di tendenza nel rapporto tra occupati e pensionati. La spesa pensionistica su Pil a quel punto, secondo queste previsioni, scenderebbe piuttosto rapidamente raggiungendo il 13,1% entro il 2070, con una decelerazione pressoché costante. Solo che nel frattempo bisognerà allineare le esigenze dei conti con quelle delle persone. Quota 100 è una soluzione che va incontro alle seconde. Dopo il triennio di prova, si potrebbe passare a quota 41 o 42, ma sarebbe più semplice se si integrasse con un mix di pubblico e privato. «Le ipotesi sulle quali si basano le previsioni del Mef sono ottimistiche e allo stesso tempo stringenti» spiegano dal Centro studi ImpresaLavoro. «I risparmi di spesa più consistenti, secondo questo modello, sarebbero infatti legati a un fortissimo incremento del tasso di occupazione. Inoltre, produttività del lavoro e Pil pro capite reale dovrebbero crescere di 1,75 punti percentuali all'anno», spiegano gli esperti, «aumenti ben lontani dai valori osservati in Italia negli ultimi decenni». Ecco perché è il caso di pensare a piani B.
Non è un tabù passare al privato. Basta farlo un gradino alla volta

Il sistema pensionistico italiano non soltanto è molto costoso (la nostra spesa pensionistica su Pil è una delle più rilevanti d'Europa): è soprattutto poco efficiente. L'attuale sistema pubblico a ripartizione non garantisce un apprezzamento dei contributi versati, diversamente dai sistemi a capitalizzazione individuale. Oggi versiamo, sostanzialmente senza alcun rendimento, contributi all'Inps che servono a pagare gli assegni di chi è in quiescenza oltre alle prestazioni assistenziali: cassa integrazione, indennità di malattia o invalidità. Se la porzione di versamenti che serve a pagare le pensioni fosse investita in un sistema a capitalizzazione le cose sarebbero ben diverse.
Ipotizziamo il caso di un lavoratore che versi 10.000 euro annui per trent'anni investendoli in un fondo pensione con un rendimento di circa il 2,5%. Accumulerebbe un montante di circa 410.000 euro, cioè il 30% in più di quello che oggi obbligatoriamente accantona con l'Inps. In altre parole, sarebbe possibile andare in pensione con le attuali soglie d'età ma con un assegno più ricco del 30%, ovvero anticipare di molto la pensione con un assegno almeno pari a quello che avremmo comunque ottenuto.
È evidente che il passaggio dal sistema a ripartizione pubblico a quello a capitalizzazione privato è estremamente complesso e non potrebbe essere repentino. Tuttavia mutare modello non sarebbe impossibile, soprattutto se si procedesse per gradi con un mix iniziale tra l'attuale previdenza obbligatoria e quella integrativa. Il tema va affrontato anche perché la spesa pensionistica italiana continua a salire. Secondo l'Istat a metà anni Settanta era inferiore al 9% del Pil e i pensionati erano 22 ogni 100 abitanti. Oggi supera il 16% del Pil ed è quasi raddoppiato il rapporto: ogni 100 abitanti ci sono 38 pensionati.
Nel 1994 la Banca Mondiale fissava nel 2030 l'anno in cui i Paesi avanzati avrebbero raggiunto l'apice della spesa previdenziale, stimando che il 16% del Pil sarebbe stato il limite oltre il quale non si sarebbe mai andati. L'Italia ha raggiunto e superato quel traguardo con ben 20 anni di anticipo e il trend è tutt'altro che in discesa, tanto che a oggi nessun Paese Ocse spende quanto noi: il 31,9% della spesa pubblica italiana è assorbito dalla previdenza, contro una media del 18,1%. Uno stacco notevole che è il sintomo di un sistema ormai insostenibile, se non a prezzo di elevatissime età di pensionamento, da innalzarsi al crescere dell'aspettativa di vita media.
Secondo il bilancio consuntivo dell'Inps, il comparto relativo ai lavoratori parasubordinati ha garantito nel 2017 un risultato economico positivo per circa 5,7 miliardi di euro. Questo tesoretto, determinato in larga parte dal fatto che esistono versamenti in entrata ma pochissimi flussi in uscita, viene però annullato da altri comparti con lavoratori subordinati (su tutti il pubblico che perde 9 miliardi all'anno, gli artigiani 5,5 e i coltivatori diretti 3), portando lo sbilancio delle gestioni previdenziali dell'Inps a 7 miliardi medi l'anno.
L'insostenibilità del nostro sistema risiede in questo gap oggi strutturale che ciclicamente tende ad azzerare il patrimonio dell'Inps, tanto che per pareggiare i suoi conti ogni anno occorre trovare risorse nella fiscalità generale: in altre parole utilizzando i nostri denari. Un prezzo che oggi devono pagare soprattutto i giovani chiamati a sostenere il sistema pensionistico pur avendo ben scarse probabilità di goderne appieno in futuro. Si aggiungano l'allungamento della vita media, il numero sempre più alto di beneficiari (21 milioni) e il numero sostanzialmente stabile di chi versa (21,8 milioni). Ne sortisce un mix letale in grado di incrinare anche conti pubblici solidissimi, figuriamoci i nostri che solidi non lo sono mai stati.
Il nostro sistema pensionistico toglie ingiustamente agli individui la libertà di organizzare la propria vita. Perché deve essere l'Inps a gestire obbligatoriamente i miei versamenti contributivi? Perché non possiamo disporne almeno in parte scegliendo i migliori rendimenti tra più operatori in concorrenza? Il passaggio graduale dal sistema a ripartizione ad uno a capitalizzazione individuale, come detto, non è impossibile. Piuttosto viene talvolta contrastato ideologicamente. La realtà però purtroppo dimostra che il modello italiano rischia di crollare sotto il peso della sua insostenibilità.
Massimo Blasoni
*Imprenditore e presidente
del Centro studi ImpresaLavoro
Rendimenti medi del 2,5% ma si arriva al 22
Con l'aria che tira, sottoscrivere un fondo di previdenza integrativa oggi è quasi un obbligo e non una scelta accessoria. Complici i vantaggi fiscali (è possibile dedurre fiscalmente fino a 5.164,57 euro annui), mettere da parte un gruzzoletto aggiuntivo (per chi ha soldi da investire) può rappresentare un bel vantaggio per chi vuole mantenere il proprio tenore di vita anche dopo l'uscita dal mondo lavorativo.
Non a caso, il numero di chi si affida a questi prodotti è in costante aumento. Alla fine del 2018, il numero complessivo di posizioni aperte presso le forme pensionistiche complementari è di 8,747 milioni; al netto delle uscite, la crescita dall'inizio dell'anno è stata di 448.000 unità (5,4%). Includendo anche coloro che aderiscono contemporaneamente a più forme il totale degli iscritti a forme pensionistiche private può essere stimato in circa 8 milioni di individui.
Nei fondi negoziali si sono registrate 197.000 iscrizioni in più rispetto al 2017 (+7%), portando il totale a fine anno a 3 milioni. L'apporto maggiore alla crescita delle posizioni (circa 160.000) si è registrato nei fondi pensione che hanno attivi meccanismi di adesione contrattuale (che quindi si attivano con l'assunzione); alle otto iniziative di fondi negoziali già esistenti, a partire da gennaio 2018 si è aggiunto anche il fondo rivolto ai lavoratori del settore dell'igiene ambientale (Previambiente).
All'interno delle forme pensionistiche di mercato offerte da intermediari (banche e consulenti finanziari), i fondi aperti sono 1,462 milioni, crescendo di 88.000 unità (6,4%) rispetto alla fine del 2017. Nei Pip «nuovi» (quelli nati dopo la riforma delle pensioni private del 2005), il totale degli iscritti è di 3,276 milioni; la crescita nel 2018 è stata di 171.000 unità (5,5%).
Detto questo, il 2018 non è stato un anno entusiasmante per i mercati finanziari e i fondi pensione privati non hanno fatto eccezione. I rendimenti, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, sono stati in media negativi. I fondi negoziali hanno perso il 2,5%; -4,5 e -6,5%, rispettivamente, per i fondi aperti e per i PIP di ramo III. Meglio è andata alle gestioni separate di ramo I che, invece, hanno ottenuto rendimenti positivi (1,7%).
In realtà ciò non deve preoccupare. I prodotti di previdenza complementare si tengono in portafoglio a lungo e di solito, a fine carriera, il saldo è sempre positivo. Nel periodo da inizio 2009 a fine dicembre 2018 (dieci anni), i rendimenti sono risultati positivi per fondi negoziali (+3,7%), per i fondi aperti (4,1%) e per i Pip di ramo III (4%). Hanno raggiunto quota 2,7% le gestioni separate di ramo I. Per avere un'idea, nello stesso periodo, la rivalutazione media annua del Tfr è stata pari al 2%.
Dando uno sguarda all'analisi che Fida Finanza Dati Analisi ha realizzato per la Verità, salta subito all'occhio che i fondi pensione azionari siano quelli che negli ultimi anni hanno dato le maggiori soddisfazioni ai sottoscrittori. Allo stesso tempo, però, nel 2018 sono stati anche quelli più penalizzati dall'andamento dei mercati.
Il prodotto Allianz Insieme linea azionaria, inserito da Fida all'interno della categoria Diversificati aggressivi, in tre anni (il 2016, 2017 e 2018) ha guadagnato il 22,64%. Nel solo 2018, però, ha ceduto l'1,69%. È andata meglio al Credit Agricole vita dinamica, sempre nella medesima categoria che investe in titoli più rischiosi ma anche più redditizi, ha ottenuto in 36 mesi il 20,55% e nel 2018 ha guadagnato lo 0,56%.
In terza posizione troviamo un prodotto di Anima sgr presente nella categoria dei fondi azionari globali (che comprendono anche i mercati emergenti) che investono su società e larga e media capitalizzazione. Si tratta dell'Arti&mestieri crescita 25+ che in tre anni ha guadagnato il 19,88% e in dodici mesi (durante tutto il 2018) l'1,64%.
Alla stessa categoria di azionari globali appartengono gli altri prodotti fuori dal podio. Si tratta dell'Allianz previdenza linea azionaria che investe nell'azionario globale. Anche in questo caso il rendimento in tre anni si è aggirato intorno al 20% (19,77% per la precisione) con un crollo, però, del -2,09 nel 2018.
Numeri simili anche per l'Aureo comparto azionario di Bcc Risparmio&previdenza sgr. In questo caso il rendimento per gli anni 2016, 2017 e 2018 è stato del 19,61% cedendo, però, il 2,66% nel 2018.
All'interno dell'indagine realizzata da Fida che prende in esame 247 fondi pensione, balza subito all'occhio che per vedere un prodotto che investe nel settore obbligazionario bisogna scendere al centoventiduesimo posto con il Pensplan plurifonds comparto serenitas che investe in titoli governativi dell'area euro. Si capisce come la serenità in questo caso si paghi cara: il migliore tra i fondi obbligazionari in tre anni ha guadagnato il 2,16% e nel 2018 lo 0,25%.
È chiaro, dunque, che per prodotti destinati a rimanere in portafoglio per 20 o 30 anni, la protezione non paghi. Secondo l'indagine, tutti i fondi pensione con strategie prudenti o difensive spesso hanno infatti il segno meno davanti. Chi non risica, non rosica, insomma, quando si parla di previdenza integrativa. Basta saperlo e dormire sonno tranquilli.
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A fine carriera e a parità di versamenti, il sistema nazionale fa perdere quasi un terzo del montante. Con quella somma mensilità più alte o ritiro anticipato.Non è un tabù passare al privato. Basta farlo un gradino alla volta. Non solo la spesa pensionistica tricolore è tra le più alte d'Europa, ma il sistema pubblico è pure inefficiente. Il sistema a capitalizzazione andrebbe integrato rispetto allo schema attuale per lasciare più libertà a tutti.Rendimenti medi del 2,5% ma si arriva al 22. Oltre 8 milioni di italiani usano la previdenza integrativa (+7%). Ecco le offerte sul mercato valutate da Fida.Lo speciale comprende tre articoli. Le pensioni italiane, non solo sono mediamente basse, ma sono per i conti pubblici anche estremamente onerose. Tanto che, secondo una indagine del Centro studi impresa lavoro, l'Italia è - tra i Paesi Ocse - quello che spende di più per la previdenza dei suoi cittadini rispetto al totale della spesa pubblica. Il dato apre la strada a una tradizione considerata fino a poco tempo fa di impronta anglosassone: quella della previdenza complementare. L'evoluzione di quest'ultima non solo consentirebbe di ridurre il peso sulle casse dello Stato, ma porterebbe a soluzioni interessanti da un punto di visto sia di ritorni economici sia di scadenze temporali. In pratica, le pensioni private rendono molto di più di quelle dell'Inps. Basta fare un confronto. Accoppiare i coefficienti di capitalizzazione delle pensioni Inps e fare la media degli ultimi cinque anni. Si ottiene un ritorno dello 0,33%. Nei quinquenni precedenti le percentuali non sono state dissimili. E si può dedurre che lo stesso varrà per il futuro. Al contrario il rendimento medio ponderato dei fondi pensione privati presenti sul mercato italiano ha superato il 2,6%. Immaginando di versare 10.000 euro di contributi allo Stato ogni anno e la stessa cifra a una controparte privata, a fine carriera (prendiamo a parametro la legge Fornero) il montante finale si differenzia addirittura di un 30%. Nel caso dello schema integrativo si arriva a 410.000 euro, molto più del montante Inps. Il che significa che si potrebbe andare in pensione con le tasche più gonfie oppure scegliere di andare in pensione con la stessa cifra che erogherebbe l'Inps con un anticipo di qualche anno. Una libertà non da poco che al momento è vietata dalla legge. Senza tenere conto di tale opportunità, la spesa per la previdenza pubblica potrebbe diventare insostenibile e il ricorso alle pensioni integrative potrebbe passare dall'essere un accessorio a un obbligo. Secondo lo studio, l'Italia, destinando ben il 31,9% della spesa pubblica totale alle pensioni, si colloca al primo posto di questa classifica. Il dato è molto superiore e quasi doppio rispetto a quello della media Ocse (18,1%). Spendono più di un quarto del totale della spesa per questa voce anche la Grecia (31,5%), il Portogallo (27,9%), l'Austria (26,2%) e la Spagna (25,3%). A destinare invece meno del 14% della spesa alle pensioni sono il Regno Unito (13,8%), l'Irlanda (12,5%) e i Paesi Bassi (11,7%), tutte nazioni dove il ricorso alla previdenza complementare è ben più radicato nella cultura dei risparmiatori. In prospettiva temporale le situazioni più preoccupanti sono quelle di Grecia e Portogallo che nell'anno Duemila spendevano quasi 10 punti percentuali in meno per pensioni rispetto al 2015 (o ultimo anno disponibile). In Italia, nello stesso periodo di tempo, la quota di spesa destinata al sistema pensionistico è cresciuta meno, solo di 2,3 punti percentuali. Non va meglio, ovviamente, anche se si confronta la spesa pensionistica con il prodotto interno lordo. L'esborso in percentuale al Pil è pari al 16,3%, un valore doppio rispetto alla media Ocse (8,2%) e inferiore solamente a quello della Grecia (17,4%). Anche Portogallo, Francia e Austria sborsano per la previdenza una quota significativa del reddito nazionale, intorno al 14%. I Paesi che destinano invece la minor quota di Pil alla spesa pensionistica sono (di nuovo, supportati da un mercato privato più sviluppato) l'Irlanda (4,9%), i Paesi Bassi (5,4%) e il Regno Unito (6,1%). Per quanto riguarda l'andamento tra gli anni Duemila e 2015, nei vari Paesi la spesa pensionistica su Pil è rimasta piuttosto stabile crescendo in media di 1,5 punti percentuali. Incrementi molto superiori alla media (tra i 7 e i 3 punti percentuali) si sono verificati invece in Grecia, Portogallo, Finlandia e Spagna. Al contrario, negli ultimi quindici anni presi in considerazione per i Paesi Ocse, la spesa pensionistica in rapporto al Pil è calata in Lettonia (-1,2 punti), Germania (-0,7 punti) e Polonia (-0,2 punti).Quali sono dunque le previsioni future sull'andamento della spesa pensionistica in rapporto al Pil? Qui un po' di ottimismo può esserci. Secondo uno studio pubblicato nel 2017 dal Ministero dell'Economia e delle Finanze («Le tendenze di medio lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario»), nel lungo periodo la spesa pensionistica in rapporto al Pil dovrebbe tendere a un progressivo calo, grazie alle riforme implementate e grazie a un rapido miglioramento in termini di occupazione e produttività. Il rapporto del Mef prevede infatti che la spesa pensionistica su Pil scenda raggiungendo il 15,5% nel 2019 (comunque troppo), conseguentemente al graduale innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e all'applicazione del sistema contributivo. Il calo vero e proprio si verificherebbe però dopo l'anno 2050 e ciò avverrebbe grazie all'applicazione generalizzata del calcolo contributivo e a un'inversione di tendenza nel rapporto tra occupati e pensionati. La spesa pensionistica su Pil a quel punto, secondo queste previsioni, scenderebbe piuttosto rapidamente raggiungendo il 13,1% entro il 2070, con una decelerazione pressoché costante. Solo che nel frattempo bisognerà allineare le esigenze dei conti con quelle delle persone. Quota 100 è una soluzione che va incontro alle seconde. Dopo il triennio di prova, si potrebbe passare a quota 41 o 42, ma sarebbe più semplice se si integrasse con un mix di pubblico e privato. «Le ipotesi sulle quali si basano le previsioni del Mef sono ottimistiche e allo stesso tempo stringenti» spiegano dal Centro studi ImpresaLavoro. «I risparmi di spesa più consistenti, secondo questo modello, sarebbero infatti legati a un fortissimo incremento del tasso di occupazione. 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L'attuale sistema pubblico a ripartizione non garantisce un apprezzamento dei contributi versati, diversamente dai sistemi a capitalizzazione individuale. Oggi versiamo, sostanzialmente senza alcun rendimento, contributi all'Inps che servono a pagare gli assegni di chi è in quiescenza oltre alle prestazioni assistenziali: cassa integrazione, indennità di malattia o invalidità. Se la porzione di versamenti che serve a pagare le pensioni fosse investita in un sistema a capitalizzazione le cose sarebbero ben diverse. Ipotizziamo il caso di un lavoratore che versi 10.000 euro annui per trent'anni investendoli in un fondo pensione con un rendimento di circa il 2,5%. Accumulerebbe un montante di circa 410.000 euro, cioè il 30% in più di quello che oggi obbligatoriamente accantona con l'Inps. In altre parole, sarebbe possibile andare in pensione con le attuali soglie d'età ma con un assegno più ricco del 30%, ovvero anticipare di molto la pensione con un assegno almeno pari a quello che avremmo comunque ottenuto. È evidente che il passaggio dal sistema a ripartizione pubblico a quello a capitalizzazione privato è estremamente complesso e non potrebbe essere repentino. Tuttavia mutare modello non sarebbe impossibile, soprattutto se si procedesse per gradi con un mix iniziale tra l'attuale previdenza obbligatoria e quella integrativa. Il tema va affrontato anche perché la spesa pensionistica italiana continua a salire. Secondo l'Istat a metà anni Settanta era inferiore al 9% del Pil e i pensionati erano 22 ogni 100 abitanti. Oggi supera il 16% del Pil ed è quasi raddoppiato il rapporto: ogni 100 abitanti ci sono 38 pensionati. Nel 1994 la Banca Mondiale fissava nel 2030 l'anno in cui i Paesi avanzati avrebbero raggiunto l'apice della spesa previdenziale, stimando che il 16% del Pil sarebbe stato il limite oltre il quale non si sarebbe mai andati. L'Italia ha raggiunto e superato quel traguardo con ben 20 anni di anticipo e il trend è tutt'altro che in discesa, tanto che a oggi nessun Paese Ocse spende quanto noi: il 31,9% della spesa pubblica italiana è assorbito dalla previdenza, contro una media del 18,1%. Uno stacco notevole che è il sintomo di un sistema ormai insostenibile, se non a prezzo di elevatissime età di pensionamento, da innalzarsi al crescere dell'aspettativa di vita media. Secondo il bilancio consuntivo dell'Inps, il comparto relativo ai lavoratori parasubordinati ha garantito nel 2017 un risultato economico positivo per circa 5,7 miliardi di euro. Questo tesoretto, determinato in larga parte dal fatto che esistono versamenti in entrata ma pochissimi flussi in uscita, viene però annullato da altri comparti con lavoratori subordinati (su tutti il pubblico che perde 9 miliardi all'anno, gli artigiani 5,5 e i coltivatori diretti 3), portando lo sbilancio delle gestioni previdenziali dell'Inps a 7 miliardi medi l'anno. L'insostenibilità del nostro sistema risiede in questo gap oggi strutturale che ciclicamente tende ad azzerare il patrimonio dell'Inps, tanto che per pareggiare i suoi conti ogni anno occorre trovare risorse nella fiscalità generale: in altre parole utilizzando i nostri denari. Un prezzo che oggi devono pagare soprattutto i giovani chiamati a sostenere il sistema pensionistico pur avendo ben scarse probabilità di goderne appieno in futuro. Si aggiungano l'allungamento della vita media, il numero sempre più alto di beneficiari (21 milioni) e il numero sostanzialmente stabile di chi versa (21,8 milioni). Ne sortisce un mix letale in grado di incrinare anche conti pubblici solidissimi, figuriamoci i nostri che solidi non lo sono mai stati. Il nostro sistema pensionistico toglie ingiustamente agli individui la libertà di organizzare la propria vita. Perché deve essere l'Inps a gestire obbligatoriamente i miei versamenti contributivi? Perché non possiamo disporne almeno in parte scegliendo i migliori rendimenti tra più operatori in concorrenza? Il passaggio graduale dal sistema a ripartizione ad uno a capitalizzazione individuale, come detto, non è impossibile. Piuttosto viene talvolta contrastato ideologicamente. La realtà però purtroppo dimostra che il modello italiano rischia di crollare sotto il peso della sua insostenibilità. Massimo Blasoni*Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-assegni-versati-dai-fondi-valgono-il-30-in-piu-delle-pensioni-targate-inps-2632970737.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="rendimenti-medi-del-25-ma-si-arriva-al-22" data-post-id="2632970737" data-published-at="1768093466" data-use-pagination="False"> Rendimenti medi del 2,5% ma si arriva al 22 Con l'aria che tira, sottoscrivere un fondo di previdenza integrativa oggi è quasi un obbligo e non una scelta accessoria. Complici i vantaggi fiscali (è possibile dedurre fiscalmente fino a 5.164,57 euro annui), mettere da parte un gruzzoletto aggiuntivo (per chi ha soldi da investire) può rappresentare un bel vantaggio per chi vuole mantenere il proprio tenore di vita anche dopo l'uscita dal mondo lavorativo. Non a caso, il numero di chi si affida a questi prodotti è in costante aumento. Alla fine del 2018, il numero complessivo di posizioni aperte presso le forme pensionistiche complementari è di 8,747 milioni; al netto delle uscite, la crescita dall'inizio dell'anno è stata di 448.000 unità (5,4%). Includendo anche coloro che aderiscono contemporaneamente a più forme il totale degli iscritti a forme pensionistiche private può essere stimato in circa 8 milioni di individui. Nei fondi negoziali si sono registrate 197.000 iscrizioni in più rispetto al 2017 (+7%), portando il totale a fine anno a 3 milioni. L'apporto maggiore alla crescita delle posizioni (circa 160.000) si è registrato nei fondi pensione che hanno attivi meccanismi di adesione contrattuale (che quindi si attivano con l'assunzione); alle otto iniziative di fondi negoziali già esistenti, a partire da gennaio 2018 si è aggiunto anche il fondo rivolto ai lavoratori del settore dell'igiene ambientale (Previambiente). All'interno delle forme pensionistiche di mercato offerte da intermediari (banche e consulenti finanziari), i fondi aperti sono 1,462 milioni, crescendo di 88.000 unità (6,4%) rispetto alla fine del 2017. Nei Pip «nuovi» (quelli nati dopo la riforma delle pensioni private del 2005), il totale degli iscritti è di 3,276 milioni; la crescita nel 2018 è stata di 171.000 unità (5,5%). Detto questo, il 2018 non è stato un anno entusiasmante per i mercati finanziari e i fondi pensione privati non hanno fatto eccezione. I rendimenti, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, sono stati in media negativi. I fondi negoziali hanno perso il 2,5%; -4,5 e -6,5%, rispettivamente, per i fondi aperti e per i PIP di ramo III. Meglio è andata alle gestioni separate di ramo I che, invece, hanno ottenuto rendimenti positivi (1,7%). In realtà ciò non deve preoccupare. I prodotti di previdenza complementare si tengono in portafoglio a lungo e di solito, a fine carriera, il saldo è sempre positivo. Nel periodo da inizio 2009 a fine dicembre 2018 (dieci anni), i rendimenti sono risultati positivi per fondi negoziali (+3,7%), per i fondi aperti (4,1%) e per i Pip di ramo III (4%). Hanno raggiunto quota 2,7% le gestioni separate di ramo I. Per avere un'idea, nello stesso periodo, la rivalutazione media annua del Tfr è stata pari al 2%. Dando uno sguarda all'analisi che Fida Finanza Dati Analisi ha realizzato per la Verità, salta subito all'occhio che i fondi pensione azionari siano quelli che negli ultimi anni hanno dato le maggiori soddisfazioni ai sottoscrittori. Allo stesso tempo, però, nel 2018 sono stati anche quelli più penalizzati dall'andamento dei mercati. Il prodotto Allianz Insieme linea azionaria, inserito da Fida all'interno della categoria Diversificati aggressivi, in tre anni (il 2016, 2017 e 2018) ha guadagnato il 22,64%. Nel solo 2018, però, ha ceduto l'1,69%. È andata meglio al Credit Agricole vita dinamica, sempre nella medesima categoria che investe in titoli più rischiosi ma anche più redditizi, ha ottenuto in 36 mesi il 20,55% e nel 2018 ha guadagnato lo 0,56%. In terza posizione troviamo un prodotto di Anima sgr presente nella categoria dei fondi azionari globali (che comprendono anche i mercati emergenti) che investono su società e larga e media capitalizzazione. Si tratta dell'Arti&mestieri crescita 25+ che in tre anni ha guadagnato il 19,88% e in dodici mesi (durante tutto il 2018) l'1,64%. Alla stessa categoria di azionari globali appartengono gli altri prodotti fuori dal podio. Si tratta dell'Allianz previdenza linea azionaria che investe nell'azionario globale. Anche in questo caso il rendimento in tre anni si è aggirato intorno al 20% (19,77% per la precisione) con un crollo, però, del -2,09 nel 2018. Numeri simili anche per l'Aureo comparto azionario di Bcc Risparmio&previdenza sgr. In questo caso il rendimento per gli anni 2016, 2017 e 2018 è stato del 19,61% cedendo, però, il 2,66% nel 2018. All'interno dell'indagine realizzata da Fida che prende in esame 247 fondi pensione, balza subito all'occhio che per vedere un prodotto che investe nel settore obbligazionario bisogna scendere al centoventiduesimo posto con il Pensplan plurifonds comparto serenitas che investe in titoli governativi dell'area euro. Si capisce come la serenità in questo caso si paghi cara: il migliore tra i fondi obbligazionari in tre anni ha guadagnato il 2,16% e nel 2018 lo 0,25%. È chiaro, dunque, che per prodotti destinati a rimanere in portafoglio per 20 o 30 anni, la protezione non paghi. Secondo l'indagine, tutti i fondi pensione con strategie prudenti o difensive spesso hanno infatti il segno meno davanti. Chi non risica, non rosica, insomma, quando si parla di previdenza integrativa. Basta saperlo e dormire sonno tranquilli.
Can Yaman (Ansa)
Secondo quanto riferito dalla Procura di Istanbul, citata da Turkish Minute, le perquisizioni, a cui hanno preso parte circa 100 agenti della sezione antidroga della polizia di Istanbul, con il supporto della gendarmeria, hanno interessato il noto Bebek hotel sul Bosforo e 9 locali notturni, tra cui il Klein Phonix, uno dei locali più alla moda della capitale turca; sarebbero stati effettuati sequestri di cocaina, marijuana, pasticche, residui di sostanze liquide ritenute stupefacenti, un bilancino e munizioni.
Proprio al Bebek hotel secondo Cnn Turk, citata dalla testata online Hurriyet, gli inquirenti sospettavano l’esistenza di una «stanza segreta» nella quale potrebbero essere state realizzate delle registrazioni. Stanza che, a quanto pare, sarebbe stata trovata durante la perquisizione. La stampa locale, che parla di un possibile «livello superiore» dell’indagine, ora si chiede quale fosse la vera funzione di questa presunta stanza, e chi la utilizzasse, avanzando anche il sospetto di possibili video girati per essere successivamente usati a scopo di ricatto. Dietro al fermo del trentaseienne attore, protagonista di fiction e serie tv, ci sarebbe una soffiata.
Secondo quanto riportato da Hurriyet, durante il blitz qualcuno avrebbe segnalato alle forze dell’ordine che Yaman, presente all’interno di uno dei locali controllati (il nome dell’attore non era tra quelli sui mandati), sembra un night club, aveva fatto uso di droga. Durante la successiva perquisizione a Yaman sarebbe stata trovata addosso della sostanza stupefacente. L’attore, che dopo il fermo è stato condotto presso l’Istituto di medicina legale per gli esami del sangue necessari a verificare l’eventuale consumo di droga, è poi stato rilasciato nel tardo pomeriggio di ieri. Tra i sette fermati dalla polizia turca nell’ambito delle indagini, che riguardano, a vario titolo, le accuse di «possesso di droghe o stimolanti per uso personale», «agevolazione dell’uso di droghe» e «incoraggiamento di una persona alla prostituzione, facilitazione di tale pratica o mediazione o fornitura di un luogo per la prostituzione», oltre a Yaman e alla collega attrice Selen Gorguzel, ci sarebbero anche Ayse Saglam e Ceren Alper, oltre a proprietari di locali, gestori e Youtuber. Al momento non è noto se per le altre persone coinvolte è stato disposto l’arresto o il rilascio come per Yaman. L’indagine, in corso da mesi, è condotta dall’ufficio del procuratore capo di Istanbul attraverso le unità per reati finanziari, narcotraffico e contrabbando e prosegue a ondate: comprende 26 indagati destinatari di ordini di detenzione, ha già portato complessivamente all’incarcerazione di circa 36 persone, nonché a sequestri di beni e alla chiusura temporanea di alcuni locali.
Alcuni indagati risultano latitanti all’estero. L’indagine nella cui rete è finito il protagonista della serie Early Bird era diventata di pubblico dominio lo scorso 5 gennaio con l’arresto di 23 persone a Istanbul, Smirne, ma anche nelle località marittime di Mugla e Denizli. Tra questi l’attore Dogukan Gungor, l’influencer Burak Altindag, la modella e influencer Ceyda Ersoy.
Lo stesso giorno era finito in carcere anche il produttore Muzaffer Yildirim. Quest’ultimo sì, accusato di offrire party privati con tolleranza verso l’uso di droghe. L’uomo è anche il proprietario del Bebek hotel.
Nato a Istanbul nel 1989, Yaman ha un legame profondo con l’Italia fin dalla sua formazione. Il popolare attore si è infatti diplomato al liceo italiano di Istanbul. Un percorso di studi che ha facilitato la parte italiana della sua carriera. Figlio di un avvocato e di una professoressa di lettere, inizialmente segue le orme paterne laureandosi in Giurisprudenza e iniziando per un breve periodo la carriera legale. Ma a 24 anni sceglie la strada della recitazione. La sua carriera decolla nel 2017 con la serie Bitter Sweet - Ingredienti d’amore, ma è con DayDreamer - Le ali del sogno (2018-2019), al fianco di Demet Ozdemir, che la sua popolarità esplode a livello globale, trasformandolo in un sex symbol e facendogli guadagnare il titolo di «Uomo dell’anno» da GQ nel 2019.
Sbarcato in Italia, diventa un volto familiare al grande pubblico. Anche grazie al fidanzamento con la conduttrice di Dazn Diletta Leotta, durata circa un anno, che lo aveva fatto salire agli onori delle cronache rosa. Nel 2021 recita in un celebre spot per la pasta De Cecco diretto da Ferzan Ozpetek, al fianco di Claudia Gerini. La consacrazione nel nostro Paese arriva tra il 2022 e il 2024, quando è co-protagonista con Francesca Chillemi della serie di successo di Canale 5 Viola come il mare, nel ruolo dell’ispettore Francesco Demir.
Il 2025 ha segnato la sua definitiva affermazione con il ruolo da protagonista nella miniserie Il Turco e, soprattutto, nell’ambizioso remake Rai di Sandokan dove ha raccolto la tutt’altro che facile eredità di Kabir Bedi. Una carriera fatta di sole luci, fino alla vicenda delle ultime ore, che a prescindere dalle conseguenze legali (il suo ruolo appare francamente marginale), potrebbe però incidere sulla sua immagine.
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Chalet Franz Kraler - Club Moritzino di Cortina d’Ampezzo. Nel riquadro, la famiglia Kraler
Oggi, in un momento storico segnato dall’attesa per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, Franz Kraler si trova al centro di una nuova fase evolutiva: tra il fermento del periodo pre olimpico, il dialogo costante con le grandi maison e l’apertura a nuovi linguaggi del lusso contemporaneo, come dimostra l’esperienza dello Chalet Franz Kraler. Un racconto fatto di intuizioni, relazioni e visione, che continua a guardare al futuro grazie a Franz, alla moglie Daniela e al figlio Alexander senza dimenticare mai le proprie radici. Ne parliamo con Daniela Kraler.
Quando è nata la vostra storia?
«Nel 1984 a Dobbiaco, tra un incontro fortuito che ha segnato il nostro amore e ha dato vita alla nostra avventura imprenditoriale. Franz era già nel mondo dell’abbigliamento e articoli sportivi con la sua famiglia; dopo il nostro matrimonio e il mio trasferimento da Verona a Dobbiaco, abbiamo aperto la prima boutique di fianco alle scuderie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, che proprio a Dobbiaco aveva una delle sue residenze. È da quell’incontro, tra moda, territorio e sogno imprenditoriale, che è germogliata l’idea di un luogo in cui eleganza e relazione potessero convivere armoniosamente».
Come si è evoluta l’azienda dopo la prima apertura?
«Dopo Dobbiaco, la nostra crescita è stata guidata da strategia, visione e un pizzico di casualità. Nel 2004 siamo arrivati a Cortina d’Ampezzo con il primo negozio di proprietà in Corso Italia 107, oggi sede Dior. La posizione era perfetta: nel cuore della via pedonale, con una piazzetta antistante che è stata teatro di eventi e installazioni culturali, consolidando la nostra presenza nel cuore della città. Successivamente abbiamo acquisito gli spazi sotto l’Hotel Cortina, così come il palazzo accanto all’hotel, ancora oggi sede di Louis Vuitton. Il nostro quartier generale si trova ora nel building affacciato sulla piazzetta di Dior, che si articola ai civici 119, 127 e 111, quest’ultimo dedicato all’uomo. Questi spazi sono diventati il cuore pulsante dei nostri eventi, happening e installazioni, unendo retail, cultura e spettacolo».
Che ruolo ha Cortina nella storia dei Kraler?
«Cortina, la perla delle Dolomiti e luogo di villeggiatura della nobiltà e dell’alta borghesia dagli anni Cinquanta, è stata una tappa fondamentale nel nostro percorso. Dal 2004, con la prima boutique e la piazzetta centrale, è diventata un laboratorio di sperimentazione, dialogo culturale e visione internazionale, permettendoci di raccontare il lusso in chiave scenografica, teatrale e profondamente radicata nel territorio alpino».
Perché Cortina è strategica per un luxury retailer come Franz Kraler?
«Perché unisce natura, storia e un pubblico internazionale sensibile al lusso esperienziale. È una piazza che ascolta e risponde alle aspirazioni estetiche contemporanee, un palcoscenico naturale dove accogliere clienti che cercano qualità, cultura e senso di appartenenza. Qui il nostro progetto diventa molto più di una boutique: è un hub culturale e relazionale, integrato con il territorio e la comunità».
Come si sta preparando Franz Kraler per il periodo olimpico?
«Stiamo trasformando la presenza a Cortina in un ecosistema che va oltre il retail tradizionale. La boutique è stata ripensata come un’esperienza immersiva, mentre lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino assume una dimensione culturale e sociale, intrecciando moda, ospitalità, performance e relazioni. Questo modello ci permette di dialogare con il mondo in modo contemporaneo, festoso e relazionale, anticipando l’energia e l’entusiasmo delle Olimpiadi».
Che opportunità rappresenta questo periodo per la maison?
«I Giochi sono una straordinaria occasione per condividere la nostra visione di lusso esperienziale con un pubblico internazionale, rafforzare alleanze con brand globali, e trasformare ogni incontro in un momento memorabile. È un’opportunità per mostrare come una boutique possa essere teatro di cultura, design e comunità».
Qual è il rapporto con le maison internazionali più prestigiose?
«Di collaborazione e rispetto. Le partnership non sono meri accordi commerciali, ma dialoghi creativi: insieme progettiamo capsule esclusive, scenografie e installazioni che valorizzano tanto i prodotti quanto l’ecosistema spaziale in cui sono presentati. Questo ci consente di raccontare ogni Maison in modo unico, contestualizzato e memorabile».
E ora anche lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino.
«È un progetto di ospitalità totale, nato in collaborazione con il leggendario Club Moritzino. Non è solo un ristorante o uno ski-bar: è un palcoscenico di esperienze - eventi, performance, mostre, relazioni - dove moda, arte, gastronomia e territorio si fondono, trasformando la montagna in teatro contemporaneo».
Nel futuro?
«Il consolidamento della nostra presenza a Bolzano, sviluppando collaborazioni con brand ancora non presenti nel capoluogo. L’intento è continuare a raccontare il lusso come un’esperienza totale e immersiva, dove territorio, estetica e relazioni si intrecciano in modalità sempre nuove, sorprendenti e autenticamente emozionali».
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Grazie alle star di Hollywood e ai turisti americani che facevano a gara quando arrivavano a Roma per andare a mangiare le fettuccine da lui, il mito di Alfredo che si va sempre più opacizzando in Italia, non è mai tramontato in America. È vero che laggiù il piatto con cui è diventato celeberrimo, le fettuccine all’uovo tirate e tagliate a mano, condite solo con burro e parmigiano reggiano, non ha più niente a che vedere con la ricetta originale, ma il mito di Alfredo è perpetuato in milioni e milioni di menu.
Per i mangiatori a stelle e strisce, infatti, basta il nome per avere una garanzia del made in Italy. Basta il nome Alfredo per far chioccolare l’acquolina in bocca ai golosi amanti dei (pseudo)piatti all’italiana. L’oste romano e le fettuccine sono un simbolo legato al cinema, ai dialoghi muti, fatti di soli sguardi tra Douglas Fairbanks e Mary Pickford, di Vacanze Romane, di Gregory Peck in Vespa con Audrey Hepburn, di Dolce vita. Basta che nella lista dei piatti si nomini Alfredo per assolvere la pasta scotta e il relativo condimento. Un esempio? Recentemente abbiamo sfogliato il menu del ristorante Dave and Buster’s sulla 42nd Street a Times Square, New York City. Chiamare ristorante il Dave eccetera eccetera, è riduttivo. Dave è il classico locale all’americana, consigliato a chi ama i grassi gusti all’americana e l’abbondanza dei piatti, ma sconsigliato ai palati esigenti e a chi cerca tranquillità o intimità. Offre un servizio completo: food, drink, fun, entertainment. Oltre a mangiare in una delle grandi sale piatti ciclopici per quantità e calorie (food); oltre al bere straripanti aperitivi e cocktail (drink); grandi e piccoli possono andare a digerire nella vasta sala giochi affollata di videogame e macchinette varie (fun); sulle pareti giganteschi schermi proiettano per 18 ore al giorno gli eventi sportivi più gettonati: basket, football, baseball (entertainment).
Il locale newyorchese fa parte di una catena di 178 restaurant, stesso nome, stesso food, stessa filosofia, presenti in 43 Stati Usa. Tornando al chilometrico menu, nella sezione Perfect Pastas si celebra Alfredo, re incontrastato della pasta lunga, sia pure farlocca come le borse Gucci o Louis Vuitton distese che i vu’ cumprà della Grande mela vendono lungo i marciapiedi intorno al Rockefeller center.
Sono quattro i piatti che fanno riferimento ad Alfredo. Il Bistro steak & shrimp Alfredo linguine consiste in un controfiletto di manzo alla griglia su un letto di linguine, con gamberi, funghi, pomodorini, prezzemolo, parmigiano e salsa Alfredo all’astice. Un guazzabuglio di mare, monti, orto e stalla. Costa 27,99 dollari, circa 24 euro e dà una bella botta di calorie: 1.480. Il secondo piatto, Blackened Chicken Alfredo, prevede pezzi di pollo arrostito, condito con funghi, pomodorini a cubetti e salsa Alfredo su un letto di linguine. Costa 20,49 dollari. C’è poi il Chicken Parmesan Alfredo: petto di pollo in crosta di parmigiano servito su linguine in salsa Alfredo, condito con marinara rustica, un mix di 5 formaggi, pomodorini ciliegini, basilico fresco e parmigiano grattugiato: 1.660 calorie a 21,49 dollari. Il quarto piatto è il Cajun Shrimp Pasta: gamberi scottati, salsiccia formaggio cheddar con peperoncino jalapeño, rigatoni, peperoni in Alfredo sauce con parmigiano grattugiato, 24,99 dollari. Sia pure americanizzato, in Yankeelandia Alfredo è un mito come Joe Petrosino e Frank Sinatra. La leggenda del suo ristorante e delle fettuccine, raccontate dalle star di Hollywood al ritorno da Roma, ha tuttora un successo incredibile negli States, popolarità testimoniata dagli oltre 800 libri di cucina americani pubblicati negli ultimi cent’anni.
Alfredo Di Lelio nasce nel cuore di Roma, a Trastevere, nel 1883. È il primo di 11 figli. Inizia l’attività di ristoratore nel localino di famiglia in piazza Rosa, ora piazza Colonna, demolito per far posto alla galleria commerciale ora intitolata ad Alberto Sordi. Mamma Angelina era ai fornelli e lui girava per i tavoli, giovanissimo cameriere pronto al saluto, alla battuta e pronto soprattutto a rincorrere i clienti che cercavano di sgattaiolare via senza pagare il conto. Croccanti supplì e vino dei Castelli erano le specialità della minuscola trattoria. Alfredo scriverà nella sua biografia: «Mi piaceva il lavoro. Potevo incontrare molte persone, come giornalisti, facchini, operai e artisti di varietà. E quando i tavoli erano pieni fuori, ero solito servire il cibo sulle sedie, senza tovaglie o formalità, ma sempre con un sorriso e pronto a ridere e scherzare con chiunque».
La chiusura della taverna in via Rosa, il matrimonio con Ines Ferratini («La ragazza più bella di Trastevere»), l’apertura di un nuovo ristorante in via della Scrofa, che prenderà il nome da lui, Ristorante Alfredo, a pochi passi da piazza Navona e da Castel Sant’Angelo, sono le tappe che porteranno il «re» nell’olimpo della cucina italiana. Il mito di Di Lelio e delle fettuccine nasce con la nascita di Armando, il primogenito. Ines ha un complicato dopo parto: è sfinita e ha perso l’appetito. Alfredo è preoccupato e convinto che la moglie si rimetterà in forma solo se riprende a mangiare. «Un giorno decisi di prendere il toro per le corna e risolvere il problema una volta per tutte», racconta nella biografia. «Andai in cucina a preparare un piatto che avrebbe tentato Ines. Doveva essere qualcosa di appetitoso e nutriente allo stesso tempo, ma essere semplice, perché non le piacevano i sughi troppo elaborati. Pensai alle fettuccine alla romana, fatte in casa con le uova e farina extrafine, tagliate a mano e condite solo con burro. Anzi, condite due volte con burro e con il miglior Parmigiano reggiano. Scolata la pasta, condita e dopo aver recitato un’Ave Maria per Sant’Anna, patrona dei parti, portai le fettuccine a mia moglie». Le fettuccine piacquero talmente a Ines che, ripresasi, suggerì al marito di metterle in menu. È così che le fettuccine al doppio burro in via della Scrofa diventarono la carta vincente di Alfredo.
Una carta che, dopo aver conquistato i palati romani, conquistò quelli americani grazie a due star del cinema muto. Accadde nel 1927. Racconta Alfredo: «La porta del ristorante si aprì ed entrarono due stranieri. Lui alto e forte, con un sorriso aperto e amichevole; lei bionda, bellissima ed elegantissima. Li guardai mentre li conducevo al tavolo migliore della sala. Sapevo di averli già visti, ma dove? Andai da Ines che disse: “Li abbiamo visti al cinema. Sono Mary Pickford e Douglas Fairbanks“».
Erano proprio loro, la felice coppia dei film internazionali di passaggio per Roma, al loro primo viaggio in Europa. Doug e Mary mangiarono con appetito le fettuccine, Alla fine pagarono il conto e si congratularono con Alfredo. Tornarono la sera accompagnati da una folla di giornalisti e fotografi. Si sedettero allo stesso tavolo del pranzo e chiesero ad Alfredo le fettuccine. «Li ebbi a pranzo e a cena durante tutto il loro soggiorno. Alla loro partenza da Roma, mi lasciarono il ricordo diventato il simbolo e l’insegna del ristorante: la forchetta e il cucchiaio d’oro con la dedica di Mary e Doug incisa: To Alfredo, the king of the noodles».
La leggenda di Alfredo re delle fettuccine iniziò in quel giorno del 1927. La stampa mondiale parlava di Mary Pickford e Douglas Fairbanks e di Alfredo, «re delle fettuccine». Da quel giorno altre star del cinema, re, capi di Stato, premi Nobel, campioni dello sport e una marea di personaggi famosissimi si sono seduti ai tavoli di via della Scrofa conquistati dalle fettuccine e dalla simpatia di Alfredo. Ma questa è una storia da riprendere.
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Papa Leone XIV (Getty Images)
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
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