Gli accertamenti sui soldi a Renzi fanno felici i fratelli coltelli del Pd
Al Nazareno seguono le verifiche sulle erogazioni. Una sottosegretaria: «Abbiamo scoperto cose della sua segreteria che non avremmo immaginato». E alcuni onorevoli di Italia viva vogliono già tornare con i dem.

Ironia della sorte. Per quanto possa a prima vista possa sembrare strano, in questi giorni al Nazareno, il primo giornale che si aspetta, con la rassegna stampa è La Verità. Il motivo, ovviamente, non è qualche impensabile sintonia di linea, ma lo sconcerto per le rivelazioni delle inchieste di questi giorni sui flussi di denaro a Matteo Renzi, ai suoi uomini, ai suoi eletti. Ieri, l’articolo sui flussi di sottoscrizione dell’onorevole Gianfranco Librandi, detto «mister ottocentomila» (la quota versata alla cassaforte renziana) suscitavano emozioni diverse ma parallele, a seconda delle radici di provenienza nella genealogia di partito. Riprovazione soddisfatta da chi in questi anni contro Renzi ha combattuto nel partito (la sinistra e gli zingarettiani, per esempio), sconcerto in tutti quelli, moltissimi (ad esempio i gueriniani) che sono rimasti nel Pd, ma prima erano solidamente nella maggioranza con l’uomo di Rignano. Tutti costoro, parte del grande centro e tutta la destra interna, stanno oggi maturando forme di dissociazione estrema dall’ex premier che un tempo applaudivano.

Una di queste dirigenti, oggi sottosegretario, sotto garanzia di off the record ieri mi diceva: «Da questi articoli stiamo scoprendo cose che quando Matteo era segretario, ti giuro, non avremmo mai potuto immaginare. Molti di noi hanno creduto in buona fede al primo Renzi, il Matteo che svecchiava il partito e diceva di voler rinnovare. E ci siamo dissociati da lui quando è andato in tilt dopo la sconfitta del referendum. Però questa è solo politica. Se allora avessi saputo di questi giri di soldi, non avrei potuto nemmeno avvicinarmi alla corrente». Riporto questa opinione in forma anonima, per rispettare la promessa fatta alla nostra sottosegretaria. Ma perché aiuta a capire molto bene uno stato d’animo di molti. In chi viene dal Pci, pur con tutte le esperienze di lotta, guerriglia politica intuibili, l’idea del posto in Parlamento ottenuto per censo, equivale ad una bestemmia. E questo vale – anche, e per motivi diversi – per chi viene dalla Dc, dove per le candidature (al contrario che a Botteghe Oscure) era consentito spendere risorse private senza limiti di spesa, è vero. «Ma – come mi spiega un altro dirigente, ex democristiano – solo per la campagna elettorale. Non certo per ottenere il posto. Ed è una differenza enorme». Per via delle traiettorie imperscrutabili delle geografie politiche – invece – molti ex renziani, ex democristiani, delusi dal Rottamatore ipotetico, sono finiti nella corrente più post comunista che ci sia nel partito, quella di Orfini: «Non puoi stare con Zingaretti perché è troppo comunista, non puoi stare con Guerini perché ci sono le ruggini di famiglia. E allora finisci con quest’altro Matteo». Perché, provi a chiedere: «Perché avendo una solida cultura politica dalemiana rispetta le identità e i rapporti di forza».

Per motivi intuibili, tutte queste famiglie leggono con sconcerto delle segnalazioni all’antiriciclaggio per i movimenti e i flussi di denaro. Tutti sentimenti sinceri? A sentire gli ex renziani giurano tutti di sì: è devono essersi di certo convinti che sia così, perché le rivelazioni rafforzano la convinzione delle scelte di rottura fatta un anno fa. Chi sta con Franceschini oggi ti dice (come fa un ex ministro, e ovviamente non è vero): «A me non mi stupisce nulla: per Renzi noi eravamo i peggiori nemici, e ci chiamava traditori, di uno che stava con Orlando o con Cuperlo».

Non è del tutto vero, ma oggi diventa verosimile, perché nel nuovo Pd la «questione morale», evocata da a Goffredo Bettini a ogni piè sospinto come bussola ideale, è tornata di moda. Così misurare questa distanza è diventato per ciascuno dei convertiti un rito di separazione dalla propria storia recente. Per tutti quelli che sono zingarettiani, le notizie dei versamenti da estero rivelate da Giacomo Amadori sono molto di più. La conferma in una battaglia politica. Nella chat ai giornalisti di Andrea Cappelli, portavoce del segretario, sia pure con l’eleganza voluta di non aggiungere mai nessun commento, non manca una attenzione particolare ai sondaggi sempre più impietosi con Italia viva (ormai spiaggiata al 2%). Renzi resta inchiodato, mente invece secondo diversi istituti, Azione, del fratello-coltello Carlo Calenda cresce. Molti che hanno seguito l’uomo di Rignano sono in fila al Nazareno (ad esempio deputati e senatori) per capire se si può «tornare indietro». Cioè di nuovo nel Pd. La sfiducia a Bonafede, dunque, per Renzi era l’ultimo treno di una grande partita politica: tornare determinante, essere di nuovo l’ago della bilancia, compattare le truppe per far ballare il governo. La mossa non è riuscita, quando si è capito che metà dei suoi la sfiducia non l’avrebbero votata (sarebbe diventata una auto-trombatura suicida), la retromarcia è stata rovinosa. In una intervista ad Annalisa Cuzzocrea, quando dopo tante minacce il governo ha incassato la fiducia, Renzi ha detto: «È in nome della giustizia che, se avessi seguito solo il merito della questione», spiegava, «Alfonso Bonafede non sarebbe più Guardasigilli».

Non sarebbe. Se avessi. Per l’uomo dei grandi slogan, delle parole dritte del «mi dimetto» e del «lanciafiamme», in condizionale mugugnoso è una condanna. E le rivelazioni su fondi e finanziamenti vagliati dall’antiricliclaggio sono come tanti chiodi su una croce che è stata già allestita. Che non è figlia degli scandali, ma di una sconfitta politica.

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