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2020-07-10
Giuseppi punta tutto sul Recovery fund ma intanto la Merkel gliel’ha già smontato
Angela Merkel (Dursun Aydemir:Anadolu Agency via Getty Images)
«Agli olandesi non è importato mai nulla di apparire dialoganti ai tavoli europei. Vengono a Bruxelles a difendere gli interessi nazionali. Spesso sono irritanti perché la loro schiettezza sembra arroganza». Queste le confessioni rilasciate ieri da un anonimo diplomatico al Financial Times. Viene da sorridere - o da piangere? - pensando alla retorica di cui è ammantata la narrazione media degli appuntamenti in Europa in casa nostra. O pensando alle parole del Pd a guida Matteo Renzi che, nel giugno 2016, pronunciava parole così perentorie da rimanere immortalate in un tweet simbolo: «le nostre battaglie in Ue non erano per l'interesse dell'Italia ma perché ritenevamo fossero interesse dell'Europa».
La differenza sta tutta qui. La sinistra italiana si vergogna di ciò di cui gli altri vanno fieri; proteggere quell'interesse nazionale che Conte dice di difendere virando su una proposta - quella del Recovery fund - che oltre a essere in partenza già inutile a risollevare le sorti di un Paese, finirà per essere ancor più esigua nell'importo e altrettanto farraginosa nel funzionamento. Una trasfusione prenotata a due anni di distanza rispetto al momento in cui si sta morendo dissanguati, per intendersi. Ma andiamo con ordine.
Giuseppi prova a convincere la Spagna, la Grecia e il Portogallo a prendersi il Mes, così da non passare come l'unico appestato del continente. Ma prende il classico due di picche. Allora andrà la prossima settimana in pellegrinaggio a l'Aia, sperando di convincere il premier olandese Mark Rutte ad abbassare la sua resistenza nell'approvazione del Recovery fund. C'è da scommettere che il premier punti tutto sulla forza di persuasione personale, magari la stessa sfoggiata, nel suo primo esecutivo, al tavolo del bar di Davos quando, ignaro di essere ripreso dalle telecamere, si mostrava piuttosto ossequioso nei confronti di una sbigottita Angela Merkel. Questa in effetti non si era minimamente premurata di chiedergli alcun favore. «Ma Angela io sono molto determinato», balbettava Giuseppi nel ricordarle che lui avrebbe fatto di tutto per mettere all'angolo Matteo Salvini, allora suo vicepremier. Cosa peraltro portata a termine di lì a qualche mese.
La trasferta in Olanda, dunque, non fa che aumentare il prestigio relativo di Rutte «ben oltre l'effettivo peso politico dei Paesi Bassi», come chiosa la professoressa di scienze politiche all'Università Bocconi Catherine De Vries, secondo cui «la processione dei leader europei da Rutte dimostra agli elettori come egli si stia battendo per i loro interessi nazionali». E incredibilmente anche per quelli italiani. Soprattutto dopo l'uscita della Gran Bretagna dall'Ue, all'Olanda interessa infatti una cosa sola: un bilancio europeo più piccolo, essendo Amsterdam - così come, in maggiore misura, l'Italia - un contribuente netto. La Merkel porterà sicuramente in porto un accordo nelle prossime settimane. Ma sarà un inevitabile compromesso al ribasso per le ambizioni di Conte e Gualtieri che, con incredibile dilettantismo, si sono fin da subito dimostrati entusiasti di fronte alla proposta della Commissione Ue, precludendosi immediatamente qualunque rilancio. Da lì si potrà solo scendere. E infatti sembra proprio che la Commissione Ue verrà esclusa dal controllo degli investimenti del Recovery fund. Sarà una materia del Consiglio Ue, e quindi dei governi. Con imposizione di una condizionalità dietro l'altra prima di scucire un euro. Un'idea che piace così tanto alla Germania da avere indotto la Merkel a sposarla subito al suo debutto alla presidenza semestrale. Una proposta peraltro perfettamente coerente con l'Angela-pensiero spiegato in un'intervista a diversi quotidiani europei fra cui La Stampa, che però incredibilmente censura il passaggio più significativo. Quello in cui la Cancelliera spiega la natura del conflitto fra Corte costituzionale di Karlsruhe e Corte di giustizia europea a proposito del ruolo della Bce, e integralmente riportato su Atlanticoquotidiano.it: «Se la Corte costituzionale giudica che un confine sia stato superato, si rivolge alla Corte di giustizia dell'Ue e richiede una verifica. Sino ad ora, ogni disaccordo è stato ricomposto. Ora abbiamo un conflitto. Ciò è nella natura della bestia, poiché uno Stato nazionale sarà sempre in grado di rivendicare particolari competenze, a meno che tutti i poteri non siano trasferiti alle istituzioni europee, il che sicuramente non accadrà».
L'esito di tutte queste chiacchiere è comunque impietoso. Nell'ordine:
1 i soldi del Recovery fund entreranno in circolo nel 2023 quando l'Italia sarà già distrutta;
2 l'importo sarà di 500 miliardi, e non 750;
3 per chi volesse il rinforzino c'è sempre il Mes.
Poi all'improvviso, arriva David Sassoli che, da presidente del Parlamento Ue, minaccia la non approvazione di alcun compromesso al ribasso. E qui Rutte già si frega le mani. Proprio ieri sera, vedendo Angela Merkel , ha ribaduto che la sua richiesta è che «non crescano i contributi netti». Gli chiedono di spendere cinque, negozia tre e nel vedersi rifiutata la proposta spende zero. Sassoli ha veramente tutte le carte in regola per fregare la poltrona a Giuseppi, come dicono gli addetti ai livori...
Il candidato «frugale» presidente. L’Eurogruppo all’irlandese Donohoe
La regola, non scritta ma spesso rispettata, prevede che chi entra in conclave papa, esca cardinale. E così è accaduto alla spagnola Nadia Calviño nella corsa alla presidenza dell'Eurogruppo che nel tardo pomeriggio di ieri ha visto eletto, in sostituzione del portoghese Mario Centeno, il ministro delle Finanze irlandese Paschal Donohoe.
Si è trattato di una corsa a tre tra quest'ultimo, la spagnola e il lussemburghese Pierre Gramegna. I primi due nel ruolo di sfidanti favoriti, il terzo come outsider.
Il tutto avvenuto con voto in forma segreta e secondo una formula particolare: il quorum è di 10 voti su 19 votanti. Se la prima votazione non fornisce un vincitore, il candidato meno suffragato dei tre viene «invitato» a ritirarsi e lasciare così il campo ai primi due. Si procede quindi con votazioni successive, fino a quando uno dei due non ottiene il quorum richiesto. Ed è proprio quanto è accaduto ieri. Con Gramegna ritiratosi dopo la prima votazione e l'irlandese vincitore al successivo ballottaggio.
La segretezza del voto, questa volta espresso in forma elettronica perché la riunione si è tenuta in videoconferenza, non consente a nessuno dei candidati di conoscere i Paesi che hanno contribuito alla sua elezione. Questo formalmente: di fatto gli schieramenti erano più o meno noti da giorni. Con la Calviño c'erano Spagna, Germania, Italia, Portogallo, Finlandia e Grecia, con Malta e Francia probabili aggiunte. Belgio e Lituania incerte e decisive per il raggiungimento del quorum e tutti gli altri, in pratica il blocco nordico, a favore dell'irlandese o del lussemburghese.
Prima della votazione, la spagnola godeva dell'appoggio pesante delle maggiori economie dell'eurozona (Germania in testa). A suo favore c'era anche lo stucchevole «in quanto donna», oltre alla lunga frequentazione dei corridoi di Bruxelles, da ultimo come direttore della potente Dg Bilancio della Commissione Ue.
A favore dell'irlandese giocava invece la militanza nel Partito popolare europeo, che conta il maggior numero di ministri, e l'avversione del blocco nordico verso la spagnola. Alcuni giorni fa quei Paesi lasciavano trapelare di volere come presidente «tutti tranne la Calviño».
L'Eurogruppo è un'istituzione sui generis all'interno del complesso organigramma europeo. È un organo informale, non redige verbali, e il suo ruolo è stato definito dal protocollo n. 14 al Trattato di Lisbona del 2009. È un luogo di discussione e coordinamento delle politiche economiche dei Paesi dell'eurozona. Non si decide nulla, ma tutti gli atti legislativi che sono poi formalmente adottati dal Consiglio Ue risentono inevitabilmente degli orientamenti politici emersi a livello dell'Eurogruppo stesso.
Le conseguenze politiche della sconfitta della Calviño sono pesanti. Innanzitutto viene sconfitta la candidata che rappresentava sulla carta i tre quarti della popolazione e del Pil dell'eurozona. Che funziona come una cooperativa: una testa un voto, da Malta alla Germania. Inoltre la Calviño era portatrice della visione «più Europa, più integrazione», che esce pesantemente sconfitta, vedendo invece prevalere la visione nordica fedele alla lettera dei Trattati che non prevedono condivisione e solidarietà di sorta.
Infine l'Italia, con il presidente Giuseppe Conte che nei giorni scorsi ha investito sull'asse Roma-Madrid e si ritrova a capo dell'Eurogruppo una figura espressione dei falchi del Nord e difensore del dumping fiscale del suo Paese. Un paladino dell'Europa intesa come ognuno per sé e Dio per tutti. E la Ue? Ritenta, sarai più fortunato.
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I soldi arriveranno nel 2023 quando l'Italia sarà già distrutta. Saranno 500 miliardi e non 750: Germania e Olanda gongolano.Presidenza Eurogruppo: sconfitta la favorita spagnola Nadia Calviño, sostenuta da Conte, tedeschi e francesi.Lo speciale contiene due articoli.«Agli olandesi non è importato mai nulla di apparire dialoganti ai tavoli europei. Vengono a Bruxelles a difendere gli interessi nazionali. Spesso sono irritanti perché la loro schiettezza sembra arroganza». Queste le confessioni rilasciate ieri da un anonimo diplomatico al Financial Times. Viene da sorridere - o da piangere? - pensando alla retorica di cui è ammantata la narrazione media degli appuntamenti in Europa in casa nostra. O pensando alle parole del Pd a guida Matteo Renzi che, nel giugno 2016, pronunciava parole così perentorie da rimanere immortalate in un tweet simbolo: «le nostre battaglie in Ue non erano per l'interesse dell'Italia ma perché ritenevamo fossero interesse dell'Europa».La differenza sta tutta qui. La sinistra italiana si vergogna di ciò di cui gli altri vanno fieri; proteggere quell'interesse nazionale che Conte dice di difendere virando su una proposta - quella del Recovery fund - che oltre a essere in partenza già inutile a risollevare le sorti di un Paese, finirà per essere ancor più esigua nell'importo e altrettanto farraginosa nel funzionamento. Una trasfusione prenotata a due anni di distanza rispetto al momento in cui si sta morendo dissanguati, per intendersi. Ma andiamo con ordine.Giuseppi prova a convincere la Spagna, la Grecia e il Portogallo a prendersi il Mes, così da non passare come l'unico appestato del continente. Ma prende il classico due di picche. Allora andrà la prossima settimana in pellegrinaggio a l'Aia, sperando di convincere il premier olandese Mark Rutte ad abbassare la sua resistenza nell'approvazione del Recovery fund. C'è da scommettere che il premier punti tutto sulla forza di persuasione personale, magari la stessa sfoggiata, nel suo primo esecutivo, al tavolo del bar di Davos quando, ignaro di essere ripreso dalle telecamere, si mostrava piuttosto ossequioso nei confronti di una sbigottita Angela Merkel. Questa in effetti non si era minimamente premurata di chiedergli alcun favore. «Ma Angela io sono molto determinato», balbettava Giuseppi nel ricordarle che lui avrebbe fatto di tutto per mettere all'angolo Matteo Salvini, allora suo vicepremier. Cosa peraltro portata a termine di lì a qualche mese. La trasferta in Olanda, dunque, non fa che aumentare il prestigio relativo di Rutte «ben oltre l'effettivo peso politico dei Paesi Bassi», come chiosa la professoressa di scienze politiche all'Università Bocconi Catherine De Vries, secondo cui «la processione dei leader europei da Rutte dimostra agli elettori come egli si stia battendo per i loro interessi nazionali». E incredibilmente anche per quelli italiani. Soprattutto dopo l'uscita della Gran Bretagna dall'Ue, all'Olanda interessa infatti una cosa sola: un bilancio europeo più piccolo, essendo Amsterdam - così come, in maggiore misura, l'Italia - un contribuente netto. La Merkel porterà sicuramente in porto un accordo nelle prossime settimane. Ma sarà un inevitabile compromesso al ribasso per le ambizioni di Conte e Gualtieri che, con incredibile dilettantismo, si sono fin da subito dimostrati entusiasti di fronte alla proposta della Commissione Ue, precludendosi immediatamente qualunque rilancio. Da lì si potrà solo scendere. E infatti sembra proprio che la Commissione Ue verrà esclusa dal controllo degli investimenti del Recovery fund. Sarà una materia del Consiglio Ue, e quindi dei governi. Con imposizione di una condizionalità dietro l'altra prima di scucire un euro. Un'idea che piace così tanto alla Germania da avere indotto la Merkel a sposarla subito al suo debutto alla presidenza semestrale. Una proposta peraltro perfettamente coerente con l'Angela-pensiero spiegato in un'intervista a diversi quotidiani europei fra cui La Stampa, che però incredibilmente censura il passaggio più significativo. Quello in cui la Cancelliera spiega la natura del conflitto fra Corte costituzionale di Karlsruhe e Corte di giustizia europea a proposito del ruolo della Bce, e integralmente riportato su Atlanticoquotidiano.it: «Se la Corte costituzionale giudica che un confine sia stato superato, si rivolge alla Corte di giustizia dell'Ue e richiede una verifica. Sino ad ora, ogni disaccordo è stato ricomposto. Ora abbiamo un conflitto. Ciò è nella natura della bestia, poiché uno Stato nazionale sarà sempre in grado di rivendicare particolari competenze, a meno che tutti i poteri non siano trasferiti alle istituzioni europee, il che sicuramente non accadrà».L'esito di tutte queste chiacchiere è comunque impietoso. Nell'ordine: 1 i soldi del Recovery fund entreranno in circolo nel 2023 quando l'Italia sarà già distrutta; 2 l'importo sarà di 500 miliardi, e non 750; 3 per chi volesse il rinforzino c'è sempre il Mes. Poi all'improvviso, arriva David Sassoli che, da presidente del Parlamento Ue, minaccia la non approvazione di alcun compromesso al ribasso. E qui Rutte già si frega le mani. Proprio ieri sera, vedendo Angela Merkel , ha ribaduto che la sua richiesta è che «non crescano i contributi netti». Gli chiedono di spendere cinque, negozia tre e nel vedersi rifiutata la proposta spende zero. Sassoli ha veramente tutte le carte in regola per fregare la poltrona a Giuseppi, come dicono gli addetti ai livori...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giuseppi-punta-tutto-sul-recovery-fund-ma-intanto-la-merkel-glielha-gia-smontato-2646376834.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-candidato-frugale-presidente-leurogruppo-allirlandese-donohoe" data-post-id="2646376834" data-published-at="1594321509" data-use-pagination="False"> Il candidato «frugale» presidente. L’Eurogruppo all’irlandese Donohoe La regola, non scritta ma spesso rispettata, prevede che chi entra in conclave papa, esca cardinale. E così è accaduto alla spagnola Nadia Calviño nella corsa alla presidenza dell'Eurogruppo che nel tardo pomeriggio di ieri ha visto eletto, in sostituzione del portoghese Mario Centeno, il ministro delle Finanze irlandese Paschal Donohoe. Si è trattato di una corsa a tre tra quest'ultimo, la spagnola e il lussemburghese Pierre Gramegna. I primi due nel ruolo di sfidanti favoriti, il terzo come outsider. Il tutto avvenuto con voto in forma segreta e secondo una formula particolare: il quorum è di 10 voti su 19 votanti. Se la prima votazione non fornisce un vincitore, il candidato meno suffragato dei tre viene «invitato» a ritirarsi e lasciare così il campo ai primi due. Si procede quindi con votazioni successive, fino a quando uno dei due non ottiene il quorum richiesto. Ed è proprio quanto è accaduto ieri. Con Gramegna ritiratosi dopo la prima votazione e l'irlandese vincitore al successivo ballottaggio. La segretezza del voto, questa volta espresso in forma elettronica perché la riunione si è tenuta in videoconferenza, non consente a nessuno dei candidati di conoscere i Paesi che hanno contribuito alla sua elezione. Questo formalmente: di fatto gli schieramenti erano più o meno noti da giorni. Con la Calviño c'erano Spagna, Germania, Italia, Portogallo, Finlandia e Grecia, con Malta e Francia probabili aggiunte. Belgio e Lituania incerte e decisive per il raggiungimento del quorum e tutti gli altri, in pratica il blocco nordico, a favore dell'irlandese o del lussemburghese. Prima della votazione, la spagnola godeva dell'appoggio pesante delle maggiori economie dell'eurozona (Germania in testa). A suo favore c'era anche lo stucchevole «in quanto donna», oltre alla lunga frequentazione dei corridoi di Bruxelles, da ultimo come direttore della potente Dg Bilancio della Commissione Ue. A favore dell'irlandese giocava invece la militanza nel Partito popolare europeo, che conta il maggior numero di ministri, e l'avversione del blocco nordico verso la spagnola. Alcuni giorni fa quei Paesi lasciavano trapelare di volere come presidente «tutti tranne la Calviño». L'Eurogruppo è un'istituzione sui generis all'interno del complesso organigramma europeo. È un organo informale, non redige verbali, e il suo ruolo è stato definito dal protocollo n. 14 al Trattato di Lisbona del 2009. È un luogo di discussione e coordinamento delle politiche economiche dei Paesi dell'eurozona. Non si decide nulla, ma tutti gli atti legislativi che sono poi formalmente adottati dal Consiglio Ue risentono inevitabilmente degli orientamenti politici emersi a livello dell'Eurogruppo stesso. Le conseguenze politiche della sconfitta della Calviño sono pesanti. Innanzitutto viene sconfitta la candidata che rappresentava sulla carta i tre quarti della popolazione e del Pil dell'eurozona. Che funziona come una cooperativa: una testa un voto, da Malta alla Germania. Inoltre la Calviño era portatrice della visione «più Europa, più integrazione», che esce pesantemente sconfitta, vedendo invece prevalere la visione nordica fedele alla lettera dei Trattati che non prevedono condivisione e solidarietà di sorta. Infine l'Italia, con il presidente Giuseppe Conte che nei giorni scorsi ha investito sull'asse Roma-Madrid e si ritrova a capo dell'Eurogruppo una figura espressione dei falchi del Nord e difensore del dumping fiscale del suo Paese. Un paladino dell'Europa intesa come ognuno per sé e Dio per tutti. E la Ue? Ritenta, sarai più fortunato.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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