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2019-10-25
Il Copasir non chiude il caso Conte 007
Ansa
A 24 ore di distanza dalla deposizione di oltre due ore di Giuseppe Conte davanti al Copasir, restano ancora diversi nodi da sciogliere da parte del presidente del Consiglio, sia su quanto detto in audizione a palazzo San Macuto, sia sulla decisione di tenere una conferenza stampa subito dopo.
Quest'ultimo punto è tra i più misteriosi, anche perché non si ricorda nella storia della Repubblica italiana un primo ministro che sceglie di rispondere alle domande dei giornalisti dopo un colloquio così lungo, per di più secretato, di fronte ai membri del comitato parlamentare per la sicurezza. C'è chi sostiene che la scelta sia stata del portavoce del premier, Rocco Casalino, per motivi meramente mediatici, in una fase complessa per l'ex partecipante del Grande Fratello, anche perché sembra sia stato escluso dalle chat di WhatsApp di tutti i ministri 5 Stelle.
Ma polemiche interne al Movimento a parte, la decisione di Conte ha destato malumori tra gli stessi componenti del Copasir, su un tema delicato come lo Spygate americano, storia che coinvolge Joseph Mifsud, il professore maltese della Link Campus University di Roma. Durante la conferenza stampa il premier ha attaccato a testa bassa l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini sul Russiagate, ma del caso Metropol non ha fatto cenno a palazzo San Macuto. È un altro aspetto da capire, perché proprio sui movimenti di Salvini a Mosca nell'ottobre del 2018 aveva aperto un fascicolo l'ex presidente Copasir Lorenzo Guerini, ora ministro della Difesa. L'esponente del Pd aveva anche attivato i canali ufficiali con la magistratura, che indaga sulla presunta trattativa di vendita di carburante. E da quel faro, a quanto apprende La Verità, non sarebbe risultato nulla. Perché quindi non parlarne, soprattutto durante un'audizione in cui si doveva anche fare il punto sul semestre appena trascorso? «Ho visto con interesse la conferenza stampa di Conte cosa di per sé inusuale al termine di una audizione secretata», spiega appunto uno dei membri del comitato, Adolfo Urso, alla La Verità. «Lo stesso premier ci ha chiesto autorizzazione giustificandola con la necessità di rassicurare le istituzioni e dunque il Paese. Mi stupisce dunque che durante la conferenza abbia attaccato Salvini sul presunto e cosiddetto Russiagate. Per giunta su un tema che è di competenza del Copasir. Mentre nell'audizione che riguardava l'intero semestre non ne ha fatto cenno».
I dubbi non terminano qui. Di sicuro c'è che la prossima settimana di fronte al presidente leghista Raffaele Volpi arriverà Gennaro Vecchione, numero uno del Dis (Dipartimento informazione sicurezza), il nostro esponente dell'intelligence che ha incontrato il 15 agosto il ministro della giustizia statunitense William Barr nella sede di piazza Dante a Roma. Forse sarà Vecchione a spiegare quel vuoto tra giugno e agosto, tra l'arrivo della lettera di Barr, per canali diplomatici, e il primo meeting di ferragosto. In quei due mesi cosa è successo? Quali controlli sono stati effettuati e come è stata decisa la collaborazione con gli Stati uniti? Quale è stato il comportamento di Conte che allora era premier di una maggioranza diversa da quella che invece andrà formandosi dopo l'8 di agosto, giorno degli attacchi di Salvini?
Per di più ci sarebbe anche da capire quale sarebbe stato il ruolo dell'ambasciatore Armando Varricchio, «il canale diplomatico» attraverso cui Barr è entrato in contatto con Conte. Inoltre non è neppure chiaro come mai il presidente del Consiglio non abbia partecipato a questi incontri né come mai ci sia stato un nuovo incontro con i vertici dei nostri servizi (Aise e Aisi) un mese e mezzo dopo ferragosto. Non solo. Non sappiamo neppure se Conte abbia fatto cenno alla visita di Gina Haspel, direttrice della Cia, a Roma ai primi di ottobre. Per di più c'è si affaccia il tema di possibili rogatorie internazionali. «Se l'indagine di Barr assumesse rilevanza giudiziaria, ci sarebbe la necessità di rogatorie», ha detto il presidente del Consiglio.
E questo forse potrebbe accadere, dal momento che l'inchiesta negli Stati Uniti va avanti e la prossima settimana saranno ascoltati John Brennan e James Clapper. A quel punto il presidente del Consiglio non potrebbe più fare nulla e, nel caso di richiesta, affidare il file al nostro ministero della Giustizia. Ma soprattutto Conte non ha fatto nemmeno cenno alla Libia, dove il 2 novembre scatterà la proroga automatica degli accordi sulla guardia costiera di Tripoli accusata di gravi violazioni dei diritti umani.
Il ruolo di Barr, la Cia e i documenti. Quanti buchi nel racconto di Conte
Nella rappresentazione messa in scena dall'avvocato (di sé stesso) Giuseppe Conte e dal suo aiuto regista Rocco Casalino, prima davanti al Copasir e poi in conferenza stampa, ci sono diversi anelli che non tengono: punti deboli che, nonostante il trattamento in guanti bianchi che il presidente del Consiglio ha ricevuto dalla stragrande maggioranza dei media italiani, restano come altrettanti elementi di fragilità della ricostruzione contiana.
Primo. Conte può girarla come vuole, ma rimane un'asimmetria di fondo tra la caratura politica di William Barr - che sarà pure responsabile delle attività dell'Fbi in quanto attorney general, ma è soprattutto ministro della Giustizia, nominato da DonaldTrump (insomma, un politico a tutto tondo) - e lo status degli interlocutori italiani verso cui Conte lo ha indirizzato, e cioè i vertici dei nostri servizi. Gli americani - in ogni ambito - sono sempre molto attenti all'omogeneità di status nelle interlocuzioni internazionali (ad esempio, un semplice ministro straniero non incontra il presidente Usa): non si capisce perché, a parti invertite, Conte non abbia voluto coinvolgere interlocutori politici italiani, cioè dei pari grado di Barr. Il sospetto di alcuni è fin troppo chiaro: Conte potrebbe aver voluto agire - politicamente parlando - on the quiet, alla chetichella, per dare a Trump la sensazione di una collaborazione rapidissima e concreta, e incassare in cambio l'endorsement a favore di Giuseppi.
Secondo. A Roma non c'è stata solo la doppia missione di Barr e del procuratore John Durham. Si è scomodata, lo scorso 9 ottobre, anche Gina Haspel, il potentissimo direttore della Cia. Qualcuno, in Italia, sempre nella logica della minimizzazione, ha offerto la spiegazione secondo cui la visita della Haspel era già prevista da tempo. Ma è difficile derubricare a evento di routine la presenza di una figura così autorevole, che non si sposta certo solo per prendere un caffè. La si ricorda in Afghanistan, nel pieno di difficilissimi negoziati con i talebani, o in Turchia a seguito dell'affaire Khashoggi, come ha ricordato il direttore di Atlantico Federico Punzi. Davvero qualcuno crede che una come la Haspel sia venuta a Roma e non si sia a sua volta occupata del Russiagate e del suo rovente lato italiano? E perché Conte non ha menzionato questa visita nella sua dimostrazione di trasparenza?
Terzo. Ammettiamolo: su molti giornali (non tutti) e però tutte le tv la strategia diversiva del duo Conte-Casalino ieri ha funzionato. È bastata la battuta polemica di Conte contro Matteo Salvini, e molti media sono stati ben lieti di poter spostare la telecamera (e il mirino) verso il leader leghista. Ma questa cortina fumogena, questo cartello di carte, sono a forte rischio, perché a breve potrebbero uscire i report di Barr e Durham. Nessuno può sapere cosa scriveranno, ma una cosa è certa: Trump attende quel momento. Nell'altra metà campo, ci sono i democratici pronti a giocare contro di lui la carta dell'impeachment (magari in modo inefficace, perché al Senato, in ultima istanza, non avranno i numeri: ma nell'altro ramo del Parlamento Usa, in prima battuta, ci proveranno, almeno per far partire la procedura). Dunque, Trump ha bisogno di una contro narrazione, e Barr e Durham hanno gli elementi fattuali per offrirgliela. Da trentasei ore, Fox News, la tv Usa che ha seguito tutta la vicenda con più attenzione, martella sul fatto che l'inchiesta di Durham si stia allargando proprio grazie alle prove e agli elementi raccolti a Roma. E allora portiamoci avanti con il lavoro: se (ed è uno scenario che può verificarsi) tra qualche giorno o settimana Barr e Durham metteranno nero su bianco l'accusa che a Roma, nel 2016, qualche manina abbia fabbricato prove farlocche contro l'allora candidato Trump, sarà un brutto quarto d'ora sia per i governanti italiani di quegli anni (Matteo Renzi e Paolo Gentiloni) sia per Giuseppe Conte, che avrà di fatto contribuito a inguaiare gli azionisti della sua attuale maggioranza. Possibile che, con rare eccezioni, i media italiani si ostinino a non prendere nemmeno in considerazione questa eventualità?
Quarto. In tanti si affannano a dire (Conte in testa, da quanto si apprende) che le controparti italiane non avrebbero fornito a Barr e Durham alcun documento. E qui siamo al tragicomico: davvero qualcuno pensa che queste informazioni vengano passate per iscritto o via mail? Di tutta evidenza, se passaggio di informazioni c'è stato, sarà avvenuto oralmente, con relativi appunti trascritti dai due americani nei loro taccuini.
Quinto. Nella conferenza congiunta con Sergio Mattarella, Donald Trump in persona, qualche giorno fa, evocando una catena di corruzione originata dall'Amministrazione Obama, ha detto a chiare lettere: «Si è cercato di nascondere ciò che è stato fatto in alcuni Paesi e uno di questi potrebbe essere l'Italia». Anche allora i media italiani hanno preferito baloccarsi raccontando le smorfie e le faccine dell'interprete italiana: ennesima distrazione di massa. Che altro serve per capire che la questione è incandescente, che Trump non ha alcuna voglia di scherzare, e che Conte non potrà cavarsela solo con qualche espediente retorico?
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Irritazione per la scelta del premier di andare in tv. A breve sarà chiamato il capo del Dis Gennaro Vecchione per spiegare cosa è successo dopo la prima richiesta Usa di giugno. Il procuratore generale americano, un ruolo tutto politico, ha incontrato i nostri 007. Stortura istituzionale grave. Perché tacere sulla visita del capo delle spie a Roma? L'ingenuità sullo scambio di informazioni. Lo speciale contiene due articoli. A 24 ore di distanza dalla deposizione di oltre due ore di Giuseppe Conte davanti al Copasir, restano ancora diversi nodi da sciogliere da parte del presidente del Consiglio, sia su quanto detto in audizione a palazzo San Macuto, sia sulla decisione di tenere una conferenza stampa subito dopo. Quest'ultimo punto è tra i più misteriosi, anche perché non si ricorda nella storia della Repubblica italiana un primo ministro che sceglie di rispondere alle domande dei giornalisti dopo un colloquio così lungo, per di più secretato, di fronte ai membri del comitato parlamentare per la sicurezza. C'è chi sostiene che la scelta sia stata del portavoce del premier, Rocco Casalino, per motivi meramente mediatici, in una fase complessa per l'ex partecipante del Grande Fratello, anche perché sembra sia stato escluso dalle chat di WhatsApp di tutti i ministri 5 Stelle. Ma polemiche interne al Movimento a parte, la decisione di Conte ha destato malumori tra gli stessi componenti del Copasir, su un tema delicato come lo Spygate americano, storia che coinvolge Joseph Mifsud, il professore maltese della Link Campus University di Roma. Durante la conferenza stampa il premier ha attaccato a testa bassa l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini sul Russiagate, ma del caso Metropol non ha fatto cenno a palazzo San Macuto. È un altro aspetto da capire, perché proprio sui movimenti di Salvini a Mosca nell'ottobre del 2018 aveva aperto un fascicolo l'ex presidente Copasir Lorenzo Guerini, ora ministro della Difesa. L'esponente del Pd aveva anche attivato i canali ufficiali con la magistratura, che indaga sulla presunta trattativa di vendita di carburante. E da quel faro, a quanto apprende La Verità, non sarebbe risultato nulla. Perché quindi non parlarne, soprattutto durante un'audizione in cui si doveva anche fare il punto sul semestre appena trascorso? «Ho visto con interesse la conferenza stampa di Conte cosa di per sé inusuale al termine di una audizione secretata», spiega appunto uno dei membri del comitato, Adolfo Urso, alla La Verità. «Lo stesso premier ci ha chiesto autorizzazione giustificandola con la necessità di rassicurare le istituzioni e dunque il Paese. Mi stupisce dunque che durante la conferenza abbia attaccato Salvini sul presunto e cosiddetto Russiagate. Per giunta su un tema che è di competenza del Copasir. Mentre nell'audizione che riguardava l'intero semestre non ne ha fatto cenno». I dubbi non terminano qui. Di sicuro c'è che la prossima settimana di fronte al presidente leghista Raffaele Volpi arriverà Gennaro Vecchione, numero uno del Dis (Dipartimento informazione sicurezza), il nostro esponente dell'intelligence che ha incontrato il 15 agosto il ministro della giustizia statunitense William Barr nella sede di piazza Dante a Roma. Forse sarà Vecchione a spiegare quel vuoto tra giugno e agosto, tra l'arrivo della lettera di Barr, per canali diplomatici, e il primo meeting di ferragosto. In quei due mesi cosa è successo? Quali controlli sono stati effettuati e come è stata decisa la collaborazione con gli Stati uniti? Quale è stato il comportamento di Conte che allora era premier di una maggioranza diversa da quella che invece andrà formandosi dopo l'8 di agosto, giorno degli attacchi di Salvini? Per di più ci sarebbe anche da capire quale sarebbe stato il ruolo dell'ambasciatore Armando Varricchio, «il canale diplomatico» attraverso cui Barr è entrato in contatto con Conte. Inoltre non è neppure chiaro come mai il presidente del Consiglio non abbia partecipato a questi incontri né come mai ci sia stato un nuovo incontro con i vertici dei nostri servizi (Aise e Aisi) un mese e mezzo dopo ferragosto. Non solo. Non sappiamo neppure se Conte abbia fatto cenno alla visita di Gina Haspel, direttrice della Cia, a Roma ai primi di ottobre. Per di più c'è si affaccia il tema di possibili rogatorie internazionali. «Se l'indagine di Barr assumesse rilevanza giudiziaria, ci sarebbe la necessità di rogatorie», ha detto il presidente del Consiglio. E questo forse potrebbe accadere, dal momento che l'inchiesta negli Stati Uniti va avanti e la prossima settimana saranno ascoltati John Brennan e James Clapper. A quel punto il presidente del Consiglio non potrebbe più fare nulla e, nel caso di richiesta, affidare il file al nostro ministero della Giustizia. Ma soprattutto Conte non ha fatto nemmeno cenno alla Libia, dove il 2 novembre scatterà la proroga automatica degli accordi sulla guardia costiera di Tripoli accusata di gravi violazioni dei diritti umani. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giuseppi-non-se-la-cava-il-copasir-scavera-ancora-sui-servizi-e-il-russiagate-2641095646.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ruolo-di-barr-la-cia-e-i-documenti-quanti-buchi-nel-racconto-di-conte" data-post-id="2641095646" data-published-at="1778176050" data-use-pagination="False"> Il ruolo di Barr, la Cia e i documenti. 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Gli americani - in ogni ambito - sono sempre molto attenti all'omogeneità di status nelle interlocuzioni internazionali (ad esempio, un semplice ministro straniero non incontra il presidente Usa): non si capisce perché, a parti invertite, Conte non abbia voluto coinvolgere interlocutori politici italiani, cioè dei pari grado di Barr. Il sospetto di alcuni è fin troppo chiaro: Conte potrebbe aver voluto agire - politicamente parlando - on the quiet, alla chetichella, per dare a Trump la sensazione di una collaborazione rapidissima e concreta, e incassare in cambio l'endorsement a favore di Giuseppi. Secondo. A Roma non c'è stata solo la doppia missione di Barr e del procuratore John Durham. Si è scomodata, lo scorso 9 ottobre, anche Gina Haspel, il potentissimo direttore della Cia. Qualcuno, in Italia, sempre nella logica della minimizzazione, ha offerto la spiegazione secondo cui la visita della Haspel era già prevista da tempo. Ma è difficile derubricare a evento di routine la presenza di una figura così autorevole, che non si sposta certo solo per prendere un caffè. La si ricorda in Afghanistan, nel pieno di difficilissimi negoziati con i talebani, o in Turchia a seguito dell'affaire Khashoggi, come ha ricordato il direttore di Atlantico Federico Punzi. Davvero qualcuno crede che una come la Haspel sia venuta a Roma e non si sia a sua volta occupata del Russiagate e del suo rovente lato italiano? E perché Conte non ha menzionato questa visita nella sua dimostrazione di trasparenza? Terzo. Ammettiamolo: su molti giornali (non tutti) e però tutte le tv la strategia diversiva del duo Conte-Casalino ieri ha funzionato. È bastata la battuta polemica di Conte contro Matteo Salvini, e molti media sono stati ben lieti di poter spostare la telecamera (e il mirino) verso il leader leghista. Ma questa cortina fumogena, questo cartello di carte, sono a forte rischio, perché a breve potrebbero uscire i report di Barr e Durham. Nessuno può sapere cosa scriveranno, ma una cosa è certa: Trump attende quel momento. Nell'altra metà campo, ci sono i democratici pronti a giocare contro di lui la carta dell'impeachment (magari in modo inefficace, perché al Senato, in ultima istanza, non avranno i numeri: ma nell'altro ramo del Parlamento Usa, in prima battuta, ci proveranno, almeno per far partire la procedura). Dunque, Trump ha bisogno di una contro narrazione, e Barr e Durham hanno gli elementi fattuali per offrirgliela. Da trentasei ore, Fox News, la tv Usa che ha seguito tutta la vicenda con più attenzione, martella sul fatto che l'inchiesta di Durham si stia allargando proprio grazie alle prove e agli elementi raccolti a Roma. E allora portiamoci avanti con il lavoro: se (ed è uno scenario che può verificarsi) tra qualche giorno o settimana Barr e Durham metteranno nero su bianco l'accusa che a Roma, nel 2016, qualche manina abbia fabbricato prove farlocche contro l'allora candidato Trump, sarà un brutto quarto d'ora sia per i governanti italiani di quegli anni (Matteo Renzi e Paolo Gentiloni) sia per Giuseppe Conte, che avrà di fatto contribuito a inguaiare gli azionisti della sua attuale maggioranza. Possibile che, con rare eccezioni, i media italiani si ostinino a non prendere nemmeno in considerazione questa eventualità? Quarto. In tanti si affannano a dire (Conte in testa, da quanto si apprende) che le controparti italiane non avrebbero fornito a Barr e Durham alcun documento. E qui siamo al tragicomico: davvero qualcuno pensa che queste informazioni vengano passate per iscritto o via mail? Di tutta evidenza, se passaggio di informazioni c'è stato, sarà avvenuto oralmente, con relativi appunti trascritti dai due americani nei loro taccuini. Quinto. Nella conferenza congiunta con Sergio Mattarella, Donald Trump in persona, qualche giorno fa, evocando una catena di corruzione originata dall'Amministrazione Obama, ha detto a chiare lettere: «Si è cercato di nascondere ciò che è stato fatto in alcuni Paesi e uno di questi potrebbe essere l'Italia». Anche allora i media italiani hanno preferito baloccarsi raccontando le smorfie e le faccine dell'interprete italiana: ennesima distrazione di massa. Che altro serve per capire che la questione è incandescente, che Trump non ha alcuna voglia di scherzare, e che Conte non potrà cavarsela solo con qualche espediente retorico?
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.