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2019-10-25
Il Copasir non chiude il caso Conte 007
Ansa
A 24 ore di distanza dalla deposizione di oltre due ore di Giuseppe Conte davanti al Copasir, restano ancora diversi nodi da sciogliere da parte del presidente del Consiglio, sia su quanto detto in audizione a palazzo San Macuto, sia sulla decisione di tenere una conferenza stampa subito dopo.
Quest'ultimo punto è tra i più misteriosi, anche perché non si ricorda nella storia della Repubblica italiana un primo ministro che sceglie di rispondere alle domande dei giornalisti dopo un colloquio così lungo, per di più secretato, di fronte ai membri del comitato parlamentare per la sicurezza. C'è chi sostiene che la scelta sia stata del portavoce del premier, Rocco Casalino, per motivi meramente mediatici, in una fase complessa per l'ex partecipante del Grande Fratello, anche perché sembra sia stato escluso dalle chat di WhatsApp di tutti i ministri 5 Stelle.
Ma polemiche interne al Movimento a parte, la decisione di Conte ha destato malumori tra gli stessi componenti del Copasir, su un tema delicato come lo Spygate americano, storia che coinvolge Joseph Mifsud, il professore maltese della Link Campus University di Roma. Durante la conferenza stampa il premier ha attaccato a testa bassa l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini sul Russiagate, ma del caso Metropol non ha fatto cenno a palazzo San Macuto. È un altro aspetto da capire, perché proprio sui movimenti di Salvini a Mosca nell'ottobre del 2018 aveva aperto un fascicolo l'ex presidente Copasir Lorenzo Guerini, ora ministro della Difesa. L'esponente del Pd aveva anche attivato i canali ufficiali con la magistratura, che indaga sulla presunta trattativa di vendita di carburante. E da quel faro, a quanto apprende La Verità, non sarebbe risultato nulla. Perché quindi non parlarne, soprattutto durante un'audizione in cui si doveva anche fare il punto sul semestre appena trascorso? «Ho visto con interesse la conferenza stampa di Conte cosa di per sé inusuale al termine di una audizione secretata», spiega appunto uno dei membri del comitato, Adolfo Urso, alla La Verità. «Lo stesso premier ci ha chiesto autorizzazione giustificandola con la necessità di rassicurare le istituzioni e dunque il Paese. Mi stupisce dunque che durante la conferenza abbia attaccato Salvini sul presunto e cosiddetto Russiagate. Per giunta su un tema che è di competenza del Copasir. Mentre nell'audizione che riguardava l'intero semestre non ne ha fatto cenno».
I dubbi non terminano qui. Di sicuro c'è che la prossima settimana di fronte al presidente leghista Raffaele Volpi arriverà Gennaro Vecchione, numero uno del Dis (Dipartimento informazione sicurezza), il nostro esponente dell'intelligence che ha incontrato il 15 agosto il ministro della giustizia statunitense William Barr nella sede di piazza Dante a Roma. Forse sarà Vecchione a spiegare quel vuoto tra giugno e agosto, tra l'arrivo della lettera di Barr, per canali diplomatici, e il primo meeting di ferragosto. In quei due mesi cosa è successo? Quali controlli sono stati effettuati e come è stata decisa la collaborazione con gli Stati uniti? Quale è stato il comportamento di Conte che allora era premier di una maggioranza diversa da quella che invece andrà formandosi dopo l'8 di agosto, giorno degli attacchi di Salvini?
Per di più ci sarebbe anche da capire quale sarebbe stato il ruolo dell'ambasciatore Armando Varricchio, «il canale diplomatico» attraverso cui Barr è entrato in contatto con Conte. Inoltre non è neppure chiaro come mai il presidente del Consiglio non abbia partecipato a questi incontri né come mai ci sia stato un nuovo incontro con i vertici dei nostri servizi (Aise e Aisi) un mese e mezzo dopo ferragosto. Non solo. Non sappiamo neppure se Conte abbia fatto cenno alla visita di Gina Haspel, direttrice della Cia, a Roma ai primi di ottobre. Per di più c'è si affaccia il tema di possibili rogatorie internazionali. «Se l'indagine di Barr assumesse rilevanza giudiziaria, ci sarebbe la necessità di rogatorie», ha detto il presidente del Consiglio.
E questo forse potrebbe accadere, dal momento che l'inchiesta negli Stati Uniti va avanti e la prossima settimana saranno ascoltati John Brennan e James Clapper. A quel punto il presidente del Consiglio non potrebbe più fare nulla e, nel caso di richiesta, affidare il file al nostro ministero della Giustizia. Ma soprattutto Conte non ha fatto nemmeno cenno alla Libia, dove il 2 novembre scatterà la proroga automatica degli accordi sulla guardia costiera di Tripoli accusata di gravi violazioni dei diritti umani.
Il ruolo di Barr, la Cia e i documenti. Quanti buchi nel racconto di Conte
Nella rappresentazione messa in scena dall'avvocato (di sé stesso) Giuseppe Conte e dal suo aiuto regista Rocco Casalino, prima davanti al Copasir e poi in conferenza stampa, ci sono diversi anelli che non tengono: punti deboli che, nonostante il trattamento in guanti bianchi che il presidente del Consiglio ha ricevuto dalla stragrande maggioranza dei media italiani, restano come altrettanti elementi di fragilità della ricostruzione contiana.
Primo. Conte può girarla come vuole, ma rimane un'asimmetria di fondo tra la caratura politica di William Barr - che sarà pure responsabile delle attività dell'Fbi in quanto attorney general, ma è soprattutto ministro della Giustizia, nominato da DonaldTrump (insomma, un politico a tutto tondo) - e lo status degli interlocutori italiani verso cui Conte lo ha indirizzato, e cioè i vertici dei nostri servizi. Gli americani - in ogni ambito - sono sempre molto attenti all'omogeneità di status nelle interlocuzioni internazionali (ad esempio, un semplice ministro straniero non incontra il presidente Usa): non si capisce perché, a parti invertite, Conte non abbia voluto coinvolgere interlocutori politici italiani, cioè dei pari grado di Barr. Il sospetto di alcuni è fin troppo chiaro: Conte potrebbe aver voluto agire - politicamente parlando - on the quiet, alla chetichella, per dare a Trump la sensazione di una collaborazione rapidissima e concreta, e incassare in cambio l'endorsement a favore di Giuseppi.
Secondo. A Roma non c'è stata solo la doppia missione di Barr e del procuratore John Durham. Si è scomodata, lo scorso 9 ottobre, anche Gina Haspel, il potentissimo direttore della Cia. Qualcuno, in Italia, sempre nella logica della minimizzazione, ha offerto la spiegazione secondo cui la visita della Haspel era già prevista da tempo. Ma è difficile derubricare a evento di routine la presenza di una figura così autorevole, che non si sposta certo solo per prendere un caffè. La si ricorda in Afghanistan, nel pieno di difficilissimi negoziati con i talebani, o in Turchia a seguito dell'affaire Khashoggi, come ha ricordato il direttore di Atlantico Federico Punzi. Davvero qualcuno crede che una come la Haspel sia venuta a Roma e non si sia a sua volta occupata del Russiagate e del suo rovente lato italiano? E perché Conte non ha menzionato questa visita nella sua dimostrazione di trasparenza?
Terzo. Ammettiamolo: su molti giornali (non tutti) e però tutte le tv la strategia diversiva del duo Conte-Casalino ieri ha funzionato. È bastata la battuta polemica di Conte contro Matteo Salvini, e molti media sono stati ben lieti di poter spostare la telecamera (e il mirino) verso il leader leghista. Ma questa cortina fumogena, questo cartello di carte, sono a forte rischio, perché a breve potrebbero uscire i report di Barr e Durham. Nessuno può sapere cosa scriveranno, ma una cosa è certa: Trump attende quel momento. Nell'altra metà campo, ci sono i democratici pronti a giocare contro di lui la carta dell'impeachment (magari in modo inefficace, perché al Senato, in ultima istanza, non avranno i numeri: ma nell'altro ramo del Parlamento Usa, in prima battuta, ci proveranno, almeno per far partire la procedura). Dunque, Trump ha bisogno di una contro narrazione, e Barr e Durham hanno gli elementi fattuali per offrirgliela. Da trentasei ore, Fox News, la tv Usa che ha seguito tutta la vicenda con più attenzione, martella sul fatto che l'inchiesta di Durham si stia allargando proprio grazie alle prove e agli elementi raccolti a Roma. E allora portiamoci avanti con il lavoro: se (ed è uno scenario che può verificarsi) tra qualche giorno o settimana Barr e Durham metteranno nero su bianco l'accusa che a Roma, nel 2016, qualche manina abbia fabbricato prove farlocche contro l'allora candidato Trump, sarà un brutto quarto d'ora sia per i governanti italiani di quegli anni (Matteo Renzi e Paolo Gentiloni) sia per Giuseppe Conte, che avrà di fatto contribuito a inguaiare gli azionisti della sua attuale maggioranza. Possibile che, con rare eccezioni, i media italiani si ostinino a non prendere nemmeno in considerazione questa eventualità?
Quarto. In tanti si affannano a dire (Conte in testa, da quanto si apprende) che le controparti italiane non avrebbero fornito a Barr e Durham alcun documento. E qui siamo al tragicomico: davvero qualcuno pensa che queste informazioni vengano passate per iscritto o via mail? Di tutta evidenza, se passaggio di informazioni c'è stato, sarà avvenuto oralmente, con relativi appunti trascritti dai due americani nei loro taccuini.
Quinto. Nella conferenza congiunta con Sergio Mattarella, Donald Trump in persona, qualche giorno fa, evocando una catena di corruzione originata dall'Amministrazione Obama, ha detto a chiare lettere: «Si è cercato di nascondere ciò che è stato fatto in alcuni Paesi e uno di questi potrebbe essere l'Italia». Anche allora i media italiani hanno preferito baloccarsi raccontando le smorfie e le faccine dell'interprete italiana: ennesima distrazione di massa. Che altro serve per capire che la questione è incandescente, che Trump non ha alcuna voglia di scherzare, e che Conte non potrà cavarsela solo con qualche espediente retorico?
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Irritazione per la scelta del premier di andare in tv. A breve sarà chiamato il capo del Dis Gennaro Vecchione per spiegare cosa è successo dopo la prima richiesta Usa di giugno. Il procuratore generale americano, un ruolo tutto politico, ha incontrato i nostri 007. Stortura istituzionale grave. Perché tacere sulla visita del capo delle spie a Roma? L'ingenuità sullo scambio di informazioni. Lo speciale contiene due articoli. A 24 ore di distanza dalla deposizione di oltre due ore di Giuseppe Conte davanti al Copasir, restano ancora diversi nodi da sciogliere da parte del presidente del Consiglio, sia su quanto detto in audizione a palazzo San Macuto, sia sulla decisione di tenere una conferenza stampa subito dopo. Quest'ultimo punto è tra i più misteriosi, anche perché non si ricorda nella storia della Repubblica italiana un primo ministro che sceglie di rispondere alle domande dei giornalisti dopo un colloquio così lungo, per di più secretato, di fronte ai membri del comitato parlamentare per la sicurezza. C'è chi sostiene che la scelta sia stata del portavoce del premier, Rocco Casalino, per motivi meramente mediatici, in una fase complessa per l'ex partecipante del Grande Fratello, anche perché sembra sia stato escluso dalle chat di WhatsApp di tutti i ministri 5 Stelle. Ma polemiche interne al Movimento a parte, la decisione di Conte ha destato malumori tra gli stessi componenti del Copasir, su un tema delicato come lo Spygate americano, storia che coinvolge Joseph Mifsud, il professore maltese della Link Campus University di Roma. Durante la conferenza stampa il premier ha attaccato a testa bassa l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini sul Russiagate, ma del caso Metropol non ha fatto cenno a palazzo San Macuto. È un altro aspetto da capire, perché proprio sui movimenti di Salvini a Mosca nell'ottobre del 2018 aveva aperto un fascicolo l'ex presidente Copasir Lorenzo Guerini, ora ministro della Difesa. L'esponente del Pd aveva anche attivato i canali ufficiali con la magistratura, che indaga sulla presunta trattativa di vendita di carburante. E da quel faro, a quanto apprende La Verità, non sarebbe risultato nulla. Perché quindi non parlarne, soprattutto durante un'audizione in cui si doveva anche fare il punto sul semestre appena trascorso? «Ho visto con interesse la conferenza stampa di Conte cosa di per sé inusuale al termine di una audizione secretata», spiega appunto uno dei membri del comitato, Adolfo Urso, alla La Verità. «Lo stesso premier ci ha chiesto autorizzazione giustificandola con la necessità di rassicurare le istituzioni e dunque il Paese. Mi stupisce dunque che durante la conferenza abbia attaccato Salvini sul presunto e cosiddetto Russiagate. Per giunta su un tema che è di competenza del Copasir. Mentre nell'audizione che riguardava l'intero semestre non ne ha fatto cenno». I dubbi non terminano qui. Di sicuro c'è che la prossima settimana di fronte al presidente leghista Raffaele Volpi arriverà Gennaro Vecchione, numero uno del Dis (Dipartimento informazione sicurezza), il nostro esponente dell'intelligence che ha incontrato il 15 agosto il ministro della giustizia statunitense William Barr nella sede di piazza Dante a Roma. Forse sarà Vecchione a spiegare quel vuoto tra giugno e agosto, tra l'arrivo della lettera di Barr, per canali diplomatici, e il primo meeting di ferragosto. In quei due mesi cosa è successo? Quali controlli sono stati effettuati e come è stata decisa la collaborazione con gli Stati uniti? Quale è stato il comportamento di Conte che allora era premier di una maggioranza diversa da quella che invece andrà formandosi dopo l'8 di agosto, giorno degli attacchi di Salvini? Per di più ci sarebbe anche da capire quale sarebbe stato il ruolo dell'ambasciatore Armando Varricchio, «il canale diplomatico» attraverso cui Barr è entrato in contatto con Conte. Inoltre non è neppure chiaro come mai il presidente del Consiglio non abbia partecipato a questi incontri né come mai ci sia stato un nuovo incontro con i vertici dei nostri servizi (Aise e Aisi) un mese e mezzo dopo ferragosto. Non solo. Non sappiamo neppure se Conte abbia fatto cenno alla visita di Gina Haspel, direttrice della Cia, a Roma ai primi di ottobre. Per di più c'è si affaccia il tema di possibili rogatorie internazionali. «Se l'indagine di Barr assumesse rilevanza giudiziaria, ci sarebbe la necessità di rogatorie», ha detto il presidente del Consiglio. E questo forse potrebbe accadere, dal momento che l'inchiesta negli Stati Uniti va avanti e la prossima settimana saranno ascoltati John Brennan e James Clapper. A quel punto il presidente del Consiglio non potrebbe più fare nulla e, nel caso di richiesta, affidare il file al nostro ministero della Giustizia. Ma soprattutto Conte non ha fatto nemmeno cenno alla Libia, dove il 2 novembre scatterà la proroga automatica degli accordi sulla guardia costiera di Tripoli accusata di gravi violazioni dei diritti umani. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giuseppi-non-se-la-cava-il-copasir-scavera-ancora-sui-servizi-e-il-russiagate-2641095646.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ruolo-di-barr-la-cia-e-i-documenti-quanti-buchi-nel-racconto-di-conte" data-post-id="2641095646" data-published-at="1767803500" data-use-pagination="False"> Il ruolo di Barr, la Cia e i documenti. Quanti buchi nel racconto di Conte Nella rappresentazione messa in scena dall'avvocato (di sé stesso) Giuseppe Conte e dal suo aiuto regista Rocco Casalino, prima davanti al Copasir e poi in conferenza stampa, ci sono diversi anelli che non tengono: punti deboli che, nonostante il trattamento in guanti bianchi che il presidente del Consiglio ha ricevuto dalla stragrande maggioranza dei media italiani, restano come altrettanti elementi di fragilità della ricostruzione contiana. Primo. Conte può girarla come vuole, ma rimane un'asimmetria di fondo tra la caratura politica di William Barr - che sarà pure responsabile delle attività dell'Fbi in quanto attorney general, ma è soprattutto ministro della Giustizia, nominato da DonaldTrump (insomma, un politico a tutto tondo) - e lo status degli interlocutori italiani verso cui Conte lo ha indirizzato, e cioè i vertici dei nostri servizi. Gli americani - in ogni ambito - sono sempre molto attenti all'omogeneità di status nelle interlocuzioni internazionali (ad esempio, un semplice ministro straniero non incontra il presidente Usa): non si capisce perché, a parti invertite, Conte non abbia voluto coinvolgere interlocutori politici italiani, cioè dei pari grado di Barr. Il sospetto di alcuni è fin troppo chiaro: Conte potrebbe aver voluto agire - politicamente parlando - on the quiet, alla chetichella, per dare a Trump la sensazione di una collaborazione rapidissima e concreta, e incassare in cambio l'endorsement a favore di Giuseppi. Secondo. A Roma non c'è stata solo la doppia missione di Barr e del procuratore John Durham. Si è scomodata, lo scorso 9 ottobre, anche Gina Haspel, il potentissimo direttore della Cia. Qualcuno, in Italia, sempre nella logica della minimizzazione, ha offerto la spiegazione secondo cui la visita della Haspel era già prevista da tempo. Ma è difficile derubricare a evento di routine la presenza di una figura così autorevole, che non si sposta certo solo per prendere un caffè. La si ricorda in Afghanistan, nel pieno di difficilissimi negoziati con i talebani, o in Turchia a seguito dell'affaire Khashoggi, come ha ricordato il direttore di Atlantico Federico Punzi. Davvero qualcuno crede che una come la Haspel sia venuta a Roma e non si sia a sua volta occupata del Russiagate e del suo rovente lato italiano? E perché Conte non ha menzionato questa visita nella sua dimostrazione di trasparenza? Terzo. Ammettiamolo: su molti giornali (non tutti) e però tutte le tv la strategia diversiva del duo Conte-Casalino ieri ha funzionato. È bastata la battuta polemica di Conte contro Matteo Salvini, e molti media sono stati ben lieti di poter spostare la telecamera (e il mirino) verso il leader leghista. Ma questa cortina fumogena, questo cartello di carte, sono a forte rischio, perché a breve potrebbero uscire i report di Barr e Durham. Nessuno può sapere cosa scriveranno, ma una cosa è certa: Trump attende quel momento. Nell'altra metà campo, ci sono i democratici pronti a giocare contro di lui la carta dell'impeachment (magari in modo inefficace, perché al Senato, in ultima istanza, non avranno i numeri: ma nell'altro ramo del Parlamento Usa, in prima battuta, ci proveranno, almeno per far partire la procedura). Dunque, Trump ha bisogno di una contro narrazione, e Barr e Durham hanno gli elementi fattuali per offrirgliela. Da trentasei ore, Fox News, la tv Usa che ha seguito tutta la vicenda con più attenzione, martella sul fatto che l'inchiesta di Durham si stia allargando proprio grazie alle prove e agli elementi raccolti a Roma. E allora portiamoci avanti con il lavoro: se (ed è uno scenario che può verificarsi) tra qualche giorno o settimana Barr e Durham metteranno nero su bianco l'accusa che a Roma, nel 2016, qualche manina abbia fabbricato prove farlocche contro l'allora candidato Trump, sarà un brutto quarto d'ora sia per i governanti italiani di quegli anni (Matteo Renzi e Paolo Gentiloni) sia per Giuseppe Conte, che avrà di fatto contribuito a inguaiare gli azionisti della sua attuale maggioranza. Possibile che, con rare eccezioni, i media italiani si ostinino a non prendere nemmeno in considerazione questa eventualità? Quarto. In tanti si affannano a dire (Conte in testa, da quanto si apprende) che le controparti italiane non avrebbero fornito a Barr e Durham alcun documento. E qui siamo al tragicomico: davvero qualcuno pensa che queste informazioni vengano passate per iscritto o via mail? Di tutta evidenza, se passaggio di informazioni c'è stato, sarà avvenuto oralmente, con relativi appunti trascritti dai due americani nei loro taccuini. Quinto. Nella conferenza congiunta con Sergio Mattarella, Donald Trump in persona, qualche giorno fa, evocando una catena di corruzione originata dall'Amministrazione Obama, ha detto a chiare lettere: «Si è cercato di nascondere ciò che è stato fatto in alcuni Paesi e uno di questi potrebbe essere l'Italia». Anche allora i media italiani hanno preferito baloccarsi raccontando le smorfie e le faccine dell'interprete italiana: ennesima distrazione di massa. Che altro serve per capire che la questione è incandescente, che Trump non ha alcuna voglia di scherzare, e che Conte non potrà cavarsela solo con qualche espediente retorico?
La coalizione dei volenterosi a Parigi il 6 gennaio 2026 (Ansa)
Con l’Eliseo che, ancora prima dell’inizio del summit, si era già preso il merito di aver fatto «convergere l’Ucraina, l’Europa e l’America», il leader francese ha accolto oltre 30 capi di Stato e di governo, tra cui il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il presidente del consiglio, Giorgia Meloni. E visto che l’obiettivo era cercare di finalizzare un accordo sulle garanzie di sicurezza, a prendere parte al vertice sono stati anche l’inviato speciale americano, Steve Witkoff, e il genero del presidente americano, Jared Kushner.
La dichiarazione finale rilasciata dalla Coalizione dei volenterosi al termine dei lavori conferma l’impegno a «un sistema di garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti che saranno attivate una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, in aggiunta agli accordi bilaterali di sicurezza e in conformità con i rispettivi ordinamenti giuridici e costituzionali». E si parla di cinque componenti: il monitoraggio del cessate il fuoco, il sostegno alle forze armate ucraine, la forza multinazionale, gli impegni per sostenere l’Ucraina in caso di una nuova aggressione russa e l’impegno a «una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina». Riguardo al primo aspetto, è annunciata «la partecipazione a un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti». A tal proposito si prevede «un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco continuo e affidabile, che includerà i contributi dei membri della Coalizione dei volenterosi». Tra l’altro la Coalizione sarà anche «rappresentata nella Commissione speciale» che verrà creata «per affrontare eventuali violazioni, attribuire le responsabilità e determinare i rimedi».
In merito al sostegno alle truppe ucraine, la Coalizione «ha concordato di continuare a fornire assistenza militare a lungo termine e armamenti» ai soldati ucraini «per garantirne una capacità sostenibile» visto che «rimarranno la prima linea di difesa e deterrenza». Questo sostegno include «pacchetti di difesa a lungo termine; sostegno al finanziamento per acquistare armi; continua cooperazione con l’Ucraina sul suo bilancio nazionale per finanziare le forze armate; accesso a depositi di difesa che possono fornire un rapido supporto aggiuntivo in caso di un futuro attacco armato; fornitura di supporto pratico e tecnico all’Ucraina nella costruzione di fortificazioni difensive».
Riguardo al cavallo di battaglia di Macron e Starmer, ovvero «la forza di multinazionale per l’Ucraina», nella dichiarazione finale si conferma la base volontaria. Si specifica infatti che sarà creata dai contributi dei Paesi «disponibili nell’ambito della Coalizione» per «sostenere la ricostruzione delle forze armate ucraine e la deterrenza». La Coalizione poi afferma: «È stata condotta una pianificazione militare coordinata per preparare misure di rassicurazione in aria, in mare e a terra e per la rigenerazione delle forze armate ucraine. Abbiamo confermato che queste misure di rassicurazione dovranno essere rigorosamente implementate su richiesta dell’Ucraina una volta ottenuta una credibile cessazione delle ostilità». Si annuncia anche che «questi elementi saranno guidati dall’Europa, con il coinvolgimento anche di membri non europei della Coalizione e il proposto
sostegno degli Stati Uniti».
Nella quarta componente, inerente agli «impegni vincolanti a sostegno dell’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia al fine di ripristinare la pace», è stato concordato di «finalizzare gli impegni vincolanti che definiscano il nostro approccio per sostenere l’Ucraina e ripristinare la pace e la sicurezza in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia. Tali impegni possono includere l’impiego di capacità militari, supporto logistico e di intelligence, iniziative diplomatiche e l’adozione di sanzioni aggiuntive». Infine, riguardo «all’impegno a una cooperazione di difesa a lungo termine con l’Ucraina», la dichiarazione annuncia: «Abbiamo concordato di continuare a sviluppare e approfondire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa in materia di difesa con l’Ucraina, tra cui: addestramento, produzione congiunta industriale della difesa, anche con l’uso di strumenti europei pertinenti, e cooperazione in materia di intelligence».
Il testo si chiude con la decisione di «istituire una cellula di coordinamento tra gli Stati Uniti, l’Ucraina e la Coalizione presso il Quartier generale operativo della Coalizione a Parigi». A dire qualcosa in più a tal proposito è stato Macron durante la conferenza stampa: la cellula di coordinamento «integrerà pienamente tutte le forze armate interessate». Starmer ha poi annunciato che, dopo il cessate il fuoco, «il Regno Unito e la Francia creeranno degli hub militari in Ucraina per sostenere le necessità di difesa degli ucraini».
Per quanto riguarda la posizione italiana, non ci sono stati cambi di programma con il governo che ha ribadito la contrarietà all’invio delle truppe. Nella nota diffusa da Palazzo Chigi si legge: «Nel confermare il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina, in coerenza con quanto sempre fatto, il Presidente Meloni ha ribadito alcuni punti fermi della posizione del Governo italiano sul tema delle garanzie, in particolare l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».
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Delcy Rodríguez, neo presidente ad interim del Venezuela (Getty Images)
Il presidente ad interim deve infatti bilanciare pressioni contrapposte: da un lato contenere i settori più intransigenti del chavismo rimasti fedeli a Maduro, dall’altro mantenere un canale aperto con Washington. «Diamo priorità al progresso verso relazioni internazionali equilibrate e rispettose tra Stati Uniti e Venezuela, basate sull’uguaglianza sovrana e sulla non ingerenza», ha affermato Rodríguez, segnando un cambio di tono evidente rispetto al passato. In un’intervista a Nbc, Donald Trump ha dichiarato che il segretario di Stato Marco Rubio intrattiene «un buon rapporto» con il presidente ad interim, sottolineando che il fatto che Rubio «parli fluentemente spagnolo» abbia facilitato i contatti. Il presidente ha lasciato intendere che una mancata collaborazione potrebbe riaprire lo scenario militare, pur precisando di non ritenere necessario un nuovo intervento armato.
Con una mossa a sorpresa il leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, ha annunciato l’intenzione di condividere il suo premio Nobel per la pace con Donald Trump, ringraziandolo per l’intervento militare in Venezuela. In un’intervista a Fox News, Machado ha lodato Trump per la destituzione di Maduro definendo l’azione di Washington «un passo enorme per l’umanità, per la libertà e per la dignità umana». Donald Trump ha escluso qualsiasi ipotesi di elezioni a breve termine. «Nei prossimi 30 giorni non si vota. Prima dobbiamo risanare il Paese. Non c’è modo che la gente possa andare alle urne», ha spiegato, ribadendo che il ritorno alla normalità istituzionale richiederà tempo. Secondo il consigliere Stephen Miller, il presidente ha incaricato Rubio «di guidare il processo di riforme economiche e politiche», sostenendo che gli Stati Uniti ritengono di avere «piena, completa e totale cooperazione» da parte del governo di Caracas.
Sul piano economico, Donald Trump ha evocato la possibilità di un ritorno massiccio delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela entro 18 mesi, parlando di «un enorme investimento» che potrebbe essere recuperato attraverso ricavi o rimborsi federali. In questo senso l’amministrazione Trump incontrerà nei prossimi giorni le grandi aziende petrolifere americane per parlare dell’aumento della produzione di petrolio. Mentre a Washington si disegna il futuro, sul terreno venezuelano la tensione resta altissima. Un decreto che dichiara lo stato di emergenza ha avviato una vasta caccia ai presunti collaboratori dell’operazione statunitense che ha portato all’arresto di Maduro. Il clima repressivo ha coinvolto anche il mondo dell’informazione. Il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha denunciato il fermo di 14 giornalisti nelle ore successive all’operazione, poi rilasciati. Il giornalista italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato invece bloccato all’aeroporto di Caracas ed espulso verso la Colombia, nonostante fosse residente nel Paese.
Sul piano militare, la cattura di Maduro ha rappresentato un duro colpo per i servizi segreti cubani, responsabili della sua sicurezza con circa 140 agenti cubani assegnati alla protezione del leader venezuelano. Durante l’assalto condotto dalle unità della Delta Force, almeno 32 cubani e 25 venezuelani sarebbero rimasti uccisi e sono decine i feriti. Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione», avvertendo che l’intervento statunitense ha «minato un principio fondamentale del diritto internazionale». Da Ginevra, la portavoce dell’Alto Commissariato per i diritti umani ha ricordato che «gli Stati non devono minacciare né usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di alcun Paese». In precedenza Marco Rubio aveva già affermato: «Non mi interessa cosa dice l’Onu», confermando una linea che rivendica la legittimità dell’azione e ridimensiona il ruolo dei consessi multilaterali.
Sul fronte giudiziario, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha riscritto l’atto d’accusa contro Maduro, correggendo uno degli elementi più controversi. Senza ritirare le imputazioni per narcotraffico, è stata abbandonata la definizione del Cartel de los Soles come cartello strutturato. Al suo posto emerge la descrizione di un sistema diffuso di patronato e corruzione, una rete di complicità interne allo Stato. Una revisione sostanziale che attenua l’impianto più aggressivo, ma non riduce affatto il rischio per Nicolás Maduro di una condanna fino a 70 anni di carcere. A questo proposito il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, si è rivolto oggi all’Assemblea nazionale chiedendo al giudice statunitense che segue il procedimento contro Maduro, arrestato dagli Stati Uniti e trasferito a New York, di rispettare il diritto internazionale e l’immunità diplomatica del leader venezuelano. Infine, gli Stati Uniti valutano il sequestro di presunte riserve segrete di criptovalute venezuelane: secondo la giornalista Olga Nesterova sarebbero circa 600.000 bitcoin, accumulati aggirando le sanzioni. Un eventuale congelamento potrebbe bloccare fino al 3% dell’offerta globale di Bitcoin, riducendo la liquidità e spingendo i prezzi al rialzo.
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(Ansa)
Tanti colleghi di Alessandro Ambrosio hanno partecipato in divisa da ferroviere, con centinaia di persone presenti, al presidio in stazione a Bologna per ricordare il capotreno ucciso il 5 gennaio nel parcheggio dello scalo. Corone di fiori e commozione in piazza Medaglie d'oro, con foto e biglietti. Il gruppo ha raggiunto in corteo il luogo dove e' stato trovato morto il 34enne. Ad una recinzione, nei pressi, sono stati apposti un berretto e una cravatta da ferroviere.
Barack Obama e Angela Merkel (Getty Images)
La vicenda è descritta, con dovizia di fonti e particolari, in un libro appena uscito in Germania, scritto dal vicedirettore del settimanale Die Zeit, Holger Stark, con una trentennale esperienza di corrispondente dagli Usa.
Tutto parte da un’attività di intelligence del servizio segreto tedesco per l’estero (Bnd), che aveva scoperto che non tutte le chiamate in arrivo o in partenza dall’Air Force One erano criptate. E così, gli uomini dello spionaggio di Berlino si sono messi a origliare su una dozzina di frequenze, «non sempre tutte e non tutto il giorno, ma abbastanza sistematicamente da intercettare le comunicazioni del presidente degli Stati Uniti (e di altri funzionari governativi e militari Usa) in diverse occasioni», scrive Stark nel libro.
Il contenuto di quelle conversazioni è finito in una cartella segreta nella diretta disponibilità del presidente del Bnd e, secondo le fonti citate nel libro, è stato poi visibile a una ristretta cerchia di alti funzionari, prima di essere distrutto.
Il fatto ancora più rilevante è che - secondo fonti raccolte dal Washington Post - quella cartella sia stata a disposizione della Cancelliera Merkel. Nel 2014/2015 fu una commissione d’inchiesta sul Bnd a rendere nota l’esistenza di questa cartella, ma il Bnd era riuscito a tenere nascosto il segreto più importante: dentro c’erano le conversazioni di Obama dall’Air Force One. Uno scandalo di portata internazionale. Anche se le stesse fonti hanno precisato che non si sia trattato di un’operazione avente come obiettivo specifico il presidente Usa, quanto di «un’acquisizione accidentale».
La gravità di questa vicenda va inquadrata alla luce del fatto che stiamo parlando di un periodo in cui i rapporti transatlantici erano relativamente distesi e sereni, nulla di paragonabile alla tensione attuale. Lo scossone del Dieselgate era di là da venire, tuttavia Washington e Berlino si dedicavano già «attenzioni» riservate, non proprio abituali tra alleati. Fu la stessa Merkel, in una telefonata a Obama, a definire quelle pratiche «completamente inaccettabili».
Se questi sono i fatti - almeno quelli parzialmente ricostruiti da Stark - crediamo che sia agevole e non tacciabile di complottismo «unire alcuni puntini» e affermare che questa è l’ennesima tessera di un puzzle in cui gli Usa hanno sistematicamente mal tollerato e poi avversato la Ue a trazione tedesca. Considerata, senza mezzi termini, un produttore di squilibri macroeconomici nel mondo e verso gli Usa. Dopo alcuni interventi soft durante i due mandati di Obama, non possiamo dimenticare le parole di Peter Navarro, principale consigliere per il commercio e la politica industriale durante la prima presidenza di Donald Trump, che nel 2017 in un’intervista al Financial Times accusò la Germania di utilizzare un euro ampiamente sottovalutato come una sorta di «Deutsche Mark implicito», al fine di sfruttare partner commerciali come gli Usa e gli altri Paesi Ue.
Le critiche di Navarro si concentravano soprattutto sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di cui il saldo commerciale costituisce la parte più rilevante. Tale saldo viene considerato eccessivo dal Fmi quando supera il 6% del Pil. Ebbene, la Germania dal 5% del 2005, è sempre stata ben oltre quel livello, con un massimo storico nel 2016 al 9 per cento. Solo la crisi energetica del 2022 ha causato una riduzione intorno al 4-5%, ma nel 2024 era di nuovo al 6% circa.
Un Paese la cui crescita dipende in misura così rilevante dal consumo degli altri Paesi, è un elemento di squilibrio nell’economia mondiale.
Non mancarono anche le critiche alla Germania per la dipendenza energetica dalla Russia, rafforzata dal progetto del gasdotto Nord Stream 2, descritto da Navarro come una minaccia alla sicurezza europea e americana, rendendo la Germania «prigioniera» della Russia.
L’elenco potrebbe continuare a lungo anche citando episodi sotto la presidenza di Joe Biden.
Il punto è che risultano oggi totalmente miopi le analisi e i commenti che scoprono l’acqua calda della rottura dell’ordine internazionale, avvenuta nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina o con le parole di J.D. Vance a Monaco o sabato scorso, con la cattura di Nicolás Maduro. I fatti dimostrano che, almeno dall’inizio degli anni Dieci, gli Usa abbiano guardato alla Ue come a un fattore di rischio geopolitico ed economico da correggere e contenere. I cui costi di smantellamento superano, per ora, il costo di quei rischi e di quegli squilibri. Da Berlino erano perfettamente consapevoli di questa postura e si sono organizzati di conseguenza, spiando gli Usa.
Le anime candide che sembrano appena svegliate da un lungo sonno, puntando oggi il dito contro l’amministrazione Trump, dovrebbero chiedersi dove abbiano passato gli ultimi 15 anni.
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