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2019-10-25
Il Copasir non chiude il caso Conte 007
Ansa
A 24 ore di distanza dalla deposizione di oltre due ore di Giuseppe Conte davanti al Copasir, restano ancora diversi nodi da sciogliere da parte del presidente del Consiglio, sia su quanto detto in audizione a palazzo San Macuto, sia sulla decisione di tenere una conferenza stampa subito dopo.
Quest'ultimo punto è tra i più misteriosi, anche perché non si ricorda nella storia della Repubblica italiana un primo ministro che sceglie di rispondere alle domande dei giornalisti dopo un colloquio così lungo, per di più secretato, di fronte ai membri del comitato parlamentare per la sicurezza. C'è chi sostiene che la scelta sia stata del portavoce del premier, Rocco Casalino, per motivi meramente mediatici, in una fase complessa per l'ex partecipante del Grande Fratello, anche perché sembra sia stato escluso dalle chat di WhatsApp di tutti i ministri 5 Stelle.
Ma polemiche interne al Movimento a parte, la decisione di Conte ha destato malumori tra gli stessi componenti del Copasir, su un tema delicato come lo Spygate americano, storia che coinvolge Joseph Mifsud, il professore maltese della Link Campus University di Roma. Durante la conferenza stampa il premier ha attaccato a testa bassa l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini sul Russiagate, ma del caso Metropol non ha fatto cenno a palazzo San Macuto. È un altro aspetto da capire, perché proprio sui movimenti di Salvini a Mosca nell'ottobre del 2018 aveva aperto un fascicolo l'ex presidente Copasir Lorenzo Guerini, ora ministro della Difesa. L'esponente del Pd aveva anche attivato i canali ufficiali con la magistratura, che indaga sulla presunta trattativa di vendita di carburante. E da quel faro, a quanto apprende La Verità, non sarebbe risultato nulla. Perché quindi non parlarne, soprattutto durante un'audizione in cui si doveva anche fare il punto sul semestre appena trascorso? «Ho visto con interesse la conferenza stampa di Conte cosa di per sé inusuale al termine di una audizione secretata», spiega appunto uno dei membri del comitato, Adolfo Urso, alla La Verità. «Lo stesso premier ci ha chiesto autorizzazione giustificandola con la necessità di rassicurare le istituzioni e dunque il Paese. Mi stupisce dunque che durante la conferenza abbia attaccato Salvini sul presunto e cosiddetto Russiagate. Per giunta su un tema che è di competenza del Copasir. Mentre nell'audizione che riguardava l'intero semestre non ne ha fatto cenno».
I dubbi non terminano qui. Di sicuro c'è che la prossima settimana di fronte al presidente leghista Raffaele Volpi arriverà Gennaro Vecchione, numero uno del Dis (Dipartimento informazione sicurezza), il nostro esponente dell'intelligence che ha incontrato il 15 agosto il ministro della giustizia statunitense William Barr nella sede di piazza Dante a Roma. Forse sarà Vecchione a spiegare quel vuoto tra giugno e agosto, tra l'arrivo della lettera di Barr, per canali diplomatici, e il primo meeting di ferragosto. In quei due mesi cosa è successo? Quali controlli sono stati effettuati e come è stata decisa la collaborazione con gli Stati uniti? Quale è stato il comportamento di Conte che allora era premier di una maggioranza diversa da quella che invece andrà formandosi dopo l'8 di agosto, giorno degli attacchi di Salvini?
Per di più ci sarebbe anche da capire quale sarebbe stato il ruolo dell'ambasciatore Armando Varricchio, «il canale diplomatico» attraverso cui Barr è entrato in contatto con Conte. Inoltre non è neppure chiaro come mai il presidente del Consiglio non abbia partecipato a questi incontri né come mai ci sia stato un nuovo incontro con i vertici dei nostri servizi (Aise e Aisi) un mese e mezzo dopo ferragosto. Non solo. Non sappiamo neppure se Conte abbia fatto cenno alla visita di Gina Haspel, direttrice della Cia, a Roma ai primi di ottobre. Per di più c'è si affaccia il tema di possibili rogatorie internazionali. «Se l'indagine di Barr assumesse rilevanza giudiziaria, ci sarebbe la necessità di rogatorie», ha detto il presidente del Consiglio.
E questo forse potrebbe accadere, dal momento che l'inchiesta negli Stati Uniti va avanti e la prossima settimana saranno ascoltati John Brennan e James Clapper. A quel punto il presidente del Consiglio non potrebbe più fare nulla e, nel caso di richiesta, affidare il file al nostro ministero della Giustizia. Ma soprattutto Conte non ha fatto nemmeno cenno alla Libia, dove il 2 novembre scatterà la proroga automatica degli accordi sulla guardia costiera di Tripoli accusata di gravi violazioni dei diritti umani.
Il ruolo di Barr, la Cia e i documenti. Quanti buchi nel racconto di Conte
Nella rappresentazione messa in scena dall'avvocato (di sé stesso) Giuseppe Conte e dal suo aiuto regista Rocco Casalino, prima davanti al Copasir e poi in conferenza stampa, ci sono diversi anelli che non tengono: punti deboli che, nonostante il trattamento in guanti bianchi che il presidente del Consiglio ha ricevuto dalla stragrande maggioranza dei media italiani, restano come altrettanti elementi di fragilità della ricostruzione contiana.
Primo. Conte può girarla come vuole, ma rimane un'asimmetria di fondo tra la caratura politica di William Barr - che sarà pure responsabile delle attività dell'Fbi in quanto attorney general, ma è soprattutto ministro della Giustizia, nominato da DonaldTrump (insomma, un politico a tutto tondo) - e lo status degli interlocutori italiani verso cui Conte lo ha indirizzato, e cioè i vertici dei nostri servizi. Gli americani - in ogni ambito - sono sempre molto attenti all'omogeneità di status nelle interlocuzioni internazionali (ad esempio, un semplice ministro straniero non incontra il presidente Usa): non si capisce perché, a parti invertite, Conte non abbia voluto coinvolgere interlocutori politici italiani, cioè dei pari grado di Barr. Il sospetto di alcuni è fin troppo chiaro: Conte potrebbe aver voluto agire - politicamente parlando - on the quiet, alla chetichella, per dare a Trump la sensazione di una collaborazione rapidissima e concreta, e incassare in cambio l'endorsement a favore di Giuseppi.
Secondo. A Roma non c'è stata solo la doppia missione di Barr e del procuratore John Durham. Si è scomodata, lo scorso 9 ottobre, anche Gina Haspel, il potentissimo direttore della Cia. Qualcuno, in Italia, sempre nella logica della minimizzazione, ha offerto la spiegazione secondo cui la visita della Haspel era già prevista da tempo. Ma è difficile derubricare a evento di routine la presenza di una figura così autorevole, che non si sposta certo solo per prendere un caffè. La si ricorda in Afghanistan, nel pieno di difficilissimi negoziati con i talebani, o in Turchia a seguito dell'affaire Khashoggi, come ha ricordato il direttore di Atlantico Federico Punzi. Davvero qualcuno crede che una come la Haspel sia venuta a Roma e non si sia a sua volta occupata del Russiagate e del suo rovente lato italiano? E perché Conte non ha menzionato questa visita nella sua dimostrazione di trasparenza?
Terzo. Ammettiamolo: su molti giornali (non tutti) e però tutte le tv la strategia diversiva del duo Conte-Casalino ieri ha funzionato. È bastata la battuta polemica di Conte contro Matteo Salvini, e molti media sono stati ben lieti di poter spostare la telecamera (e il mirino) verso il leader leghista. Ma questa cortina fumogena, questo cartello di carte, sono a forte rischio, perché a breve potrebbero uscire i report di Barr e Durham. Nessuno può sapere cosa scriveranno, ma una cosa è certa: Trump attende quel momento. Nell'altra metà campo, ci sono i democratici pronti a giocare contro di lui la carta dell'impeachment (magari in modo inefficace, perché al Senato, in ultima istanza, non avranno i numeri: ma nell'altro ramo del Parlamento Usa, in prima battuta, ci proveranno, almeno per far partire la procedura). Dunque, Trump ha bisogno di una contro narrazione, e Barr e Durham hanno gli elementi fattuali per offrirgliela. Da trentasei ore, Fox News, la tv Usa che ha seguito tutta la vicenda con più attenzione, martella sul fatto che l'inchiesta di Durham si stia allargando proprio grazie alle prove e agli elementi raccolti a Roma. E allora portiamoci avanti con il lavoro: se (ed è uno scenario che può verificarsi) tra qualche giorno o settimana Barr e Durham metteranno nero su bianco l'accusa che a Roma, nel 2016, qualche manina abbia fabbricato prove farlocche contro l'allora candidato Trump, sarà un brutto quarto d'ora sia per i governanti italiani di quegli anni (Matteo Renzi e Paolo Gentiloni) sia per Giuseppe Conte, che avrà di fatto contribuito a inguaiare gli azionisti della sua attuale maggioranza. Possibile che, con rare eccezioni, i media italiani si ostinino a non prendere nemmeno in considerazione questa eventualità?
Quarto. In tanti si affannano a dire (Conte in testa, da quanto si apprende) che le controparti italiane non avrebbero fornito a Barr e Durham alcun documento. E qui siamo al tragicomico: davvero qualcuno pensa che queste informazioni vengano passate per iscritto o via mail? Di tutta evidenza, se passaggio di informazioni c'è stato, sarà avvenuto oralmente, con relativi appunti trascritti dai due americani nei loro taccuini.
Quinto. Nella conferenza congiunta con Sergio Mattarella, Donald Trump in persona, qualche giorno fa, evocando una catena di corruzione originata dall'Amministrazione Obama, ha detto a chiare lettere: «Si è cercato di nascondere ciò che è stato fatto in alcuni Paesi e uno di questi potrebbe essere l'Italia». Anche allora i media italiani hanno preferito baloccarsi raccontando le smorfie e le faccine dell'interprete italiana: ennesima distrazione di massa. Che altro serve per capire che la questione è incandescente, che Trump non ha alcuna voglia di scherzare, e che Conte non potrà cavarsela solo con qualche espediente retorico?
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Irritazione per la scelta del premier di andare in tv. A breve sarà chiamato il capo del Dis Gennaro Vecchione per spiegare cosa è successo dopo la prima richiesta Usa di giugno. Il procuratore generale americano, un ruolo tutto politico, ha incontrato i nostri 007. Stortura istituzionale grave. Perché tacere sulla visita del capo delle spie a Roma? L'ingenuità sullo scambio di informazioni. Lo speciale contiene due articoli. A 24 ore di distanza dalla deposizione di oltre due ore di Giuseppe Conte davanti al Copasir, restano ancora diversi nodi da sciogliere da parte del presidente del Consiglio, sia su quanto detto in audizione a palazzo San Macuto, sia sulla decisione di tenere una conferenza stampa subito dopo. Quest'ultimo punto è tra i più misteriosi, anche perché non si ricorda nella storia della Repubblica italiana un primo ministro che sceglie di rispondere alle domande dei giornalisti dopo un colloquio così lungo, per di più secretato, di fronte ai membri del comitato parlamentare per la sicurezza. C'è chi sostiene che la scelta sia stata del portavoce del premier, Rocco Casalino, per motivi meramente mediatici, in una fase complessa per l'ex partecipante del Grande Fratello, anche perché sembra sia stato escluso dalle chat di WhatsApp di tutti i ministri 5 Stelle. Ma polemiche interne al Movimento a parte, la decisione di Conte ha destato malumori tra gli stessi componenti del Copasir, su un tema delicato come lo Spygate americano, storia che coinvolge Joseph Mifsud, il professore maltese della Link Campus University di Roma. Durante la conferenza stampa il premier ha attaccato a testa bassa l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini sul Russiagate, ma del caso Metropol non ha fatto cenno a palazzo San Macuto. È un altro aspetto da capire, perché proprio sui movimenti di Salvini a Mosca nell'ottobre del 2018 aveva aperto un fascicolo l'ex presidente Copasir Lorenzo Guerini, ora ministro della Difesa. L'esponente del Pd aveva anche attivato i canali ufficiali con la magistratura, che indaga sulla presunta trattativa di vendita di carburante. E da quel faro, a quanto apprende La Verità, non sarebbe risultato nulla. Perché quindi non parlarne, soprattutto durante un'audizione in cui si doveva anche fare il punto sul semestre appena trascorso? «Ho visto con interesse la conferenza stampa di Conte cosa di per sé inusuale al termine di una audizione secretata», spiega appunto uno dei membri del comitato, Adolfo Urso, alla La Verità. «Lo stesso premier ci ha chiesto autorizzazione giustificandola con la necessità di rassicurare le istituzioni e dunque il Paese. Mi stupisce dunque che durante la conferenza abbia attaccato Salvini sul presunto e cosiddetto Russiagate. Per giunta su un tema che è di competenza del Copasir. Mentre nell'audizione che riguardava l'intero semestre non ne ha fatto cenno». I dubbi non terminano qui. Di sicuro c'è che la prossima settimana di fronte al presidente leghista Raffaele Volpi arriverà Gennaro Vecchione, numero uno del Dis (Dipartimento informazione sicurezza), il nostro esponente dell'intelligence che ha incontrato il 15 agosto il ministro della giustizia statunitense William Barr nella sede di piazza Dante a Roma. Forse sarà Vecchione a spiegare quel vuoto tra giugno e agosto, tra l'arrivo della lettera di Barr, per canali diplomatici, e il primo meeting di ferragosto. In quei due mesi cosa è successo? Quali controlli sono stati effettuati e come è stata decisa la collaborazione con gli Stati uniti? Quale è stato il comportamento di Conte che allora era premier di una maggioranza diversa da quella che invece andrà formandosi dopo l'8 di agosto, giorno degli attacchi di Salvini? Per di più ci sarebbe anche da capire quale sarebbe stato il ruolo dell'ambasciatore Armando Varricchio, «il canale diplomatico» attraverso cui Barr è entrato in contatto con Conte. Inoltre non è neppure chiaro come mai il presidente del Consiglio non abbia partecipato a questi incontri né come mai ci sia stato un nuovo incontro con i vertici dei nostri servizi (Aise e Aisi) un mese e mezzo dopo ferragosto. Non solo. Non sappiamo neppure se Conte abbia fatto cenno alla visita di Gina Haspel, direttrice della Cia, a Roma ai primi di ottobre. Per di più c'è si affaccia il tema di possibili rogatorie internazionali. «Se l'indagine di Barr assumesse rilevanza giudiziaria, ci sarebbe la necessità di rogatorie», ha detto il presidente del Consiglio. E questo forse potrebbe accadere, dal momento che l'inchiesta negli Stati Uniti va avanti e la prossima settimana saranno ascoltati John Brennan e James Clapper. A quel punto il presidente del Consiglio non potrebbe più fare nulla e, nel caso di richiesta, affidare il file al nostro ministero della Giustizia. Ma soprattutto Conte non ha fatto nemmeno cenno alla Libia, dove il 2 novembre scatterà la proroga automatica degli accordi sulla guardia costiera di Tripoli accusata di gravi violazioni dei diritti umani. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giuseppi-non-se-la-cava-il-copasir-scavera-ancora-sui-servizi-e-il-russiagate-2641095646.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ruolo-di-barr-la-cia-e-i-documenti-quanti-buchi-nel-racconto-di-conte" data-post-id="2641095646" data-published-at="1772062885" data-use-pagination="False"> Il ruolo di Barr, la Cia e i documenti. 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Gli americani - in ogni ambito - sono sempre molto attenti all'omogeneità di status nelle interlocuzioni internazionali (ad esempio, un semplice ministro straniero non incontra il presidente Usa): non si capisce perché, a parti invertite, Conte non abbia voluto coinvolgere interlocutori politici italiani, cioè dei pari grado di Barr. Il sospetto di alcuni è fin troppo chiaro: Conte potrebbe aver voluto agire - politicamente parlando - on the quiet, alla chetichella, per dare a Trump la sensazione di una collaborazione rapidissima e concreta, e incassare in cambio l'endorsement a favore di Giuseppi. Secondo. A Roma non c'è stata solo la doppia missione di Barr e del procuratore John Durham. Si è scomodata, lo scorso 9 ottobre, anche Gina Haspel, il potentissimo direttore della Cia. Qualcuno, in Italia, sempre nella logica della minimizzazione, ha offerto la spiegazione secondo cui la visita della Haspel era già prevista da tempo. Ma è difficile derubricare a evento di routine la presenza di una figura così autorevole, che non si sposta certo solo per prendere un caffè. La si ricorda in Afghanistan, nel pieno di difficilissimi negoziati con i talebani, o in Turchia a seguito dell'affaire Khashoggi, come ha ricordato il direttore di Atlantico Federico Punzi. Davvero qualcuno crede che una come la Haspel sia venuta a Roma e non si sia a sua volta occupata del Russiagate e del suo rovente lato italiano? E perché Conte non ha menzionato questa visita nella sua dimostrazione di trasparenza? Terzo. Ammettiamolo: su molti giornali (non tutti) e però tutte le tv la strategia diversiva del duo Conte-Casalino ieri ha funzionato. È bastata la battuta polemica di Conte contro Matteo Salvini, e molti media sono stati ben lieti di poter spostare la telecamera (e il mirino) verso il leader leghista. Ma questa cortina fumogena, questo cartello di carte, sono a forte rischio, perché a breve potrebbero uscire i report di Barr e Durham. Nessuno può sapere cosa scriveranno, ma una cosa è certa: Trump attende quel momento. Nell'altra metà campo, ci sono i democratici pronti a giocare contro di lui la carta dell'impeachment (magari in modo inefficace, perché al Senato, in ultima istanza, non avranno i numeri: ma nell'altro ramo del Parlamento Usa, in prima battuta, ci proveranno, almeno per far partire la procedura). Dunque, Trump ha bisogno di una contro narrazione, e Barr e Durham hanno gli elementi fattuali per offrirgliela. Da trentasei ore, Fox News, la tv Usa che ha seguito tutta la vicenda con più attenzione, martella sul fatto che l'inchiesta di Durham si stia allargando proprio grazie alle prove e agli elementi raccolti a Roma. E allora portiamoci avanti con il lavoro: se (ed è uno scenario che può verificarsi) tra qualche giorno o settimana Barr e Durham metteranno nero su bianco l'accusa che a Roma, nel 2016, qualche manina abbia fabbricato prove farlocche contro l'allora candidato Trump, sarà un brutto quarto d'ora sia per i governanti italiani di quegli anni (Matteo Renzi e Paolo Gentiloni) sia per Giuseppe Conte, che avrà di fatto contribuito a inguaiare gli azionisti della sua attuale maggioranza. Possibile che, con rare eccezioni, i media italiani si ostinino a non prendere nemmeno in considerazione questa eventualità? Quarto. In tanti si affannano a dire (Conte in testa, da quanto si apprende) che le controparti italiane non avrebbero fornito a Barr e Durham alcun documento. E qui siamo al tragicomico: davvero qualcuno pensa che queste informazioni vengano passate per iscritto o via mail? Di tutta evidenza, se passaggio di informazioni c'è stato, sarà avvenuto oralmente, con relativi appunti trascritti dai due americani nei loro taccuini. Quinto. Nella conferenza congiunta con Sergio Mattarella, Donald Trump in persona, qualche giorno fa, evocando una catena di corruzione originata dall'Amministrazione Obama, ha detto a chiare lettere: «Si è cercato di nascondere ciò che è stato fatto in alcuni Paesi e uno di questi potrebbe essere l'Italia». Anche allora i media italiani hanno preferito baloccarsi raccontando le smorfie e le faccine dell'interprete italiana: ennesima distrazione di massa. Che altro serve per capire che la questione è incandescente, che Trump non ha alcuna voglia di scherzare, e che Conte non potrà cavarsela solo con qualche espediente retorico?
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
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A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
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Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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