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2019-10-25
Il Copasir non chiude il caso Conte 007
Ansa
A 24 ore di distanza dalla deposizione di oltre due ore di Giuseppe Conte davanti al Copasir, restano ancora diversi nodi da sciogliere da parte del presidente del Consiglio, sia su quanto detto in audizione a palazzo San Macuto, sia sulla decisione di tenere una conferenza stampa subito dopo.
Quest'ultimo punto è tra i più misteriosi, anche perché non si ricorda nella storia della Repubblica italiana un primo ministro che sceglie di rispondere alle domande dei giornalisti dopo un colloquio così lungo, per di più secretato, di fronte ai membri del comitato parlamentare per la sicurezza. C'è chi sostiene che la scelta sia stata del portavoce del premier, Rocco Casalino, per motivi meramente mediatici, in una fase complessa per l'ex partecipante del Grande Fratello, anche perché sembra sia stato escluso dalle chat di WhatsApp di tutti i ministri 5 Stelle.
Ma polemiche interne al Movimento a parte, la decisione di Conte ha destato malumori tra gli stessi componenti del Copasir, su un tema delicato come lo Spygate americano, storia che coinvolge Joseph Mifsud, il professore maltese della Link Campus University di Roma. Durante la conferenza stampa il premier ha attaccato a testa bassa l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini sul Russiagate, ma del caso Metropol non ha fatto cenno a palazzo San Macuto. È un altro aspetto da capire, perché proprio sui movimenti di Salvini a Mosca nell'ottobre del 2018 aveva aperto un fascicolo l'ex presidente Copasir Lorenzo Guerini, ora ministro della Difesa. L'esponente del Pd aveva anche attivato i canali ufficiali con la magistratura, che indaga sulla presunta trattativa di vendita di carburante. E da quel faro, a quanto apprende La Verità, non sarebbe risultato nulla. Perché quindi non parlarne, soprattutto durante un'audizione in cui si doveva anche fare il punto sul semestre appena trascorso? «Ho visto con interesse la conferenza stampa di Conte cosa di per sé inusuale al termine di una audizione secretata», spiega appunto uno dei membri del comitato, Adolfo Urso, alla La Verità. «Lo stesso premier ci ha chiesto autorizzazione giustificandola con la necessità di rassicurare le istituzioni e dunque il Paese. Mi stupisce dunque che durante la conferenza abbia attaccato Salvini sul presunto e cosiddetto Russiagate. Per giunta su un tema che è di competenza del Copasir. Mentre nell'audizione che riguardava l'intero semestre non ne ha fatto cenno».
I dubbi non terminano qui. Di sicuro c'è che la prossima settimana di fronte al presidente leghista Raffaele Volpi arriverà Gennaro Vecchione, numero uno del Dis (Dipartimento informazione sicurezza), il nostro esponente dell'intelligence che ha incontrato il 15 agosto il ministro della giustizia statunitense William Barr nella sede di piazza Dante a Roma. Forse sarà Vecchione a spiegare quel vuoto tra giugno e agosto, tra l'arrivo della lettera di Barr, per canali diplomatici, e il primo meeting di ferragosto. In quei due mesi cosa è successo? Quali controlli sono stati effettuati e come è stata decisa la collaborazione con gli Stati uniti? Quale è stato il comportamento di Conte che allora era premier di una maggioranza diversa da quella che invece andrà formandosi dopo l'8 di agosto, giorno degli attacchi di Salvini?
Per di più ci sarebbe anche da capire quale sarebbe stato il ruolo dell'ambasciatore Armando Varricchio, «il canale diplomatico» attraverso cui Barr è entrato in contatto con Conte. Inoltre non è neppure chiaro come mai il presidente del Consiglio non abbia partecipato a questi incontri né come mai ci sia stato un nuovo incontro con i vertici dei nostri servizi (Aise e Aisi) un mese e mezzo dopo ferragosto. Non solo. Non sappiamo neppure se Conte abbia fatto cenno alla visita di Gina Haspel, direttrice della Cia, a Roma ai primi di ottobre. Per di più c'è si affaccia il tema di possibili rogatorie internazionali. «Se l'indagine di Barr assumesse rilevanza giudiziaria, ci sarebbe la necessità di rogatorie», ha detto il presidente del Consiglio.
E questo forse potrebbe accadere, dal momento che l'inchiesta negli Stati Uniti va avanti e la prossima settimana saranno ascoltati John Brennan e James Clapper. A quel punto il presidente del Consiglio non potrebbe più fare nulla e, nel caso di richiesta, affidare il file al nostro ministero della Giustizia. Ma soprattutto Conte non ha fatto nemmeno cenno alla Libia, dove il 2 novembre scatterà la proroga automatica degli accordi sulla guardia costiera di Tripoli accusata di gravi violazioni dei diritti umani.
Il ruolo di Barr, la Cia e i documenti. Quanti buchi nel racconto di Conte
Nella rappresentazione messa in scena dall'avvocato (di sé stesso) Giuseppe Conte e dal suo aiuto regista Rocco Casalino, prima davanti al Copasir e poi in conferenza stampa, ci sono diversi anelli che non tengono: punti deboli che, nonostante il trattamento in guanti bianchi che il presidente del Consiglio ha ricevuto dalla stragrande maggioranza dei media italiani, restano come altrettanti elementi di fragilità della ricostruzione contiana.
Primo. Conte può girarla come vuole, ma rimane un'asimmetria di fondo tra la caratura politica di William Barr - che sarà pure responsabile delle attività dell'Fbi in quanto attorney general, ma è soprattutto ministro della Giustizia, nominato da DonaldTrump (insomma, un politico a tutto tondo) - e lo status degli interlocutori italiani verso cui Conte lo ha indirizzato, e cioè i vertici dei nostri servizi. Gli americani - in ogni ambito - sono sempre molto attenti all'omogeneità di status nelle interlocuzioni internazionali (ad esempio, un semplice ministro straniero non incontra il presidente Usa): non si capisce perché, a parti invertite, Conte non abbia voluto coinvolgere interlocutori politici italiani, cioè dei pari grado di Barr. Il sospetto di alcuni è fin troppo chiaro: Conte potrebbe aver voluto agire - politicamente parlando - on the quiet, alla chetichella, per dare a Trump la sensazione di una collaborazione rapidissima e concreta, e incassare in cambio l'endorsement a favore di Giuseppi.
Secondo. A Roma non c'è stata solo la doppia missione di Barr e del procuratore John Durham. Si è scomodata, lo scorso 9 ottobre, anche Gina Haspel, il potentissimo direttore della Cia. Qualcuno, in Italia, sempre nella logica della minimizzazione, ha offerto la spiegazione secondo cui la visita della Haspel era già prevista da tempo. Ma è difficile derubricare a evento di routine la presenza di una figura così autorevole, che non si sposta certo solo per prendere un caffè. La si ricorda in Afghanistan, nel pieno di difficilissimi negoziati con i talebani, o in Turchia a seguito dell'affaire Khashoggi, come ha ricordato il direttore di Atlantico Federico Punzi. Davvero qualcuno crede che una come la Haspel sia venuta a Roma e non si sia a sua volta occupata del Russiagate e del suo rovente lato italiano? E perché Conte non ha menzionato questa visita nella sua dimostrazione di trasparenza?
Terzo. Ammettiamolo: su molti giornali (non tutti) e però tutte le tv la strategia diversiva del duo Conte-Casalino ieri ha funzionato. È bastata la battuta polemica di Conte contro Matteo Salvini, e molti media sono stati ben lieti di poter spostare la telecamera (e il mirino) verso il leader leghista. Ma questa cortina fumogena, questo cartello di carte, sono a forte rischio, perché a breve potrebbero uscire i report di Barr e Durham. Nessuno può sapere cosa scriveranno, ma una cosa è certa: Trump attende quel momento. Nell'altra metà campo, ci sono i democratici pronti a giocare contro di lui la carta dell'impeachment (magari in modo inefficace, perché al Senato, in ultima istanza, non avranno i numeri: ma nell'altro ramo del Parlamento Usa, in prima battuta, ci proveranno, almeno per far partire la procedura). Dunque, Trump ha bisogno di una contro narrazione, e Barr e Durham hanno gli elementi fattuali per offrirgliela. Da trentasei ore, Fox News, la tv Usa che ha seguito tutta la vicenda con più attenzione, martella sul fatto che l'inchiesta di Durham si stia allargando proprio grazie alle prove e agli elementi raccolti a Roma. E allora portiamoci avanti con il lavoro: se (ed è uno scenario che può verificarsi) tra qualche giorno o settimana Barr e Durham metteranno nero su bianco l'accusa che a Roma, nel 2016, qualche manina abbia fabbricato prove farlocche contro l'allora candidato Trump, sarà un brutto quarto d'ora sia per i governanti italiani di quegli anni (Matteo Renzi e Paolo Gentiloni) sia per Giuseppe Conte, che avrà di fatto contribuito a inguaiare gli azionisti della sua attuale maggioranza. Possibile che, con rare eccezioni, i media italiani si ostinino a non prendere nemmeno in considerazione questa eventualità?
Quarto. In tanti si affannano a dire (Conte in testa, da quanto si apprende) che le controparti italiane non avrebbero fornito a Barr e Durham alcun documento. E qui siamo al tragicomico: davvero qualcuno pensa che queste informazioni vengano passate per iscritto o via mail? Di tutta evidenza, se passaggio di informazioni c'è stato, sarà avvenuto oralmente, con relativi appunti trascritti dai due americani nei loro taccuini.
Quinto. Nella conferenza congiunta con Sergio Mattarella, Donald Trump in persona, qualche giorno fa, evocando una catena di corruzione originata dall'Amministrazione Obama, ha detto a chiare lettere: «Si è cercato di nascondere ciò che è stato fatto in alcuni Paesi e uno di questi potrebbe essere l'Italia». Anche allora i media italiani hanno preferito baloccarsi raccontando le smorfie e le faccine dell'interprete italiana: ennesima distrazione di massa. Che altro serve per capire che la questione è incandescente, che Trump non ha alcuna voglia di scherzare, e che Conte non potrà cavarsela solo con qualche espediente retorico?
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Irritazione per la scelta del premier di andare in tv. A breve sarà chiamato il capo del Dis Gennaro Vecchione per spiegare cosa è successo dopo la prima richiesta Usa di giugno. Il procuratore generale americano, un ruolo tutto politico, ha incontrato i nostri 007. Stortura istituzionale grave. Perché tacere sulla visita del capo delle spie a Roma? L'ingenuità sullo scambio di informazioni. Lo speciale contiene due articoli. A 24 ore di distanza dalla deposizione di oltre due ore di Giuseppe Conte davanti al Copasir, restano ancora diversi nodi da sciogliere da parte del presidente del Consiglio, sia su quanto detto in audizione a palazzo San Macuto, sia sulla decisione di tenere una conferenza stampa subito dopo. Quest'ultimo punto è tra i più misteriosi, anche perché non si ricorda nella storia della Repubblica italiana un primo ministro che sceglie di rispondere alle domande dei giornalisti dopo un colloquio così lungo, per di più secretato, di fronte ai membri del comitato parlamentare per la sicurezza. C'è chi sostiene che la scelta sia stata del portavoce del premier, Rocco Casalino, per motivi meramente mediatici, in una fase complessa per l'ex partecipante del Grande Fratello, anche perché sembra sia stato escluso dalle chat di WhatsApp di tutti i ministri 5 Stelle. Ma polemiche interne al Movimento a parte, la decisione di Conte ha destato malumori tra gli stessi componenti del Copasir, su un tema delicato come lo Spygate americano, storia che coinvolge Joseph Mifsud, il professore maltese della Link Campus University di Roma. Durante la conferenza stampa il premier ha attaccato a testa bassa l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini sul Russiagate, ma del caso Metropol non ha fatto cenno a palazzo San Macuto. È un altro aspetto da capire, perché proprio sui movimenti di Salvini a Mosca nell'ottobre del 2018 aveva aperto un fascicolo l'ex presidente Copasir Lorenzo Guerini, ora ministro della Difesa. L'esponente del Pd aveva anche attivato i canali ufficiali con la magistratura, che indaga sulla presunta trattativa di vendita di carburante. E da quel faro, a quanto apprende La Verità, non sarebbe risultato nulla. Perché quindi non parlarne, soprattutto durante un'audizione in cui si doveva anche fare il punto sul semestre appena trascorso? «Ho visto con interesse la conferenza stampa di Conte cosa di per sé inusuale al termine di una audizione secretata», spiega appunto uno dei membri del comitato, Adolfo Urso, alla La Verità. «Lo stesso premier ci ha chiesto autorizzazione giustificandola con la necessità di rassicurare le istituzioni e dunque il Paese. Mi stupisce dunque che durante la conferenza abbia attaccato Salvini sul presunto e cosiddetto Russiagate. Per giunta su un tema che è di competenza del Copasir. Mentre nell'audizione che riguardava l'intero semestre non ne ha fatto cenno». I dubbi non terminano qui. Di sicuro c'è che la prossima settimana di fronte al presidente leghista Raffaele Volpi arriverà Gennaro Vecchione, numero uno del Dis (Dipartimento informazione sicurezza), il nostro esponente dell'intelligence che ha incontrato il 15 agosto il ministro della giustizia statunitense William Barr nella sede di piazza Dante a Roma. Forse sarà Vecchione a spiegare quel vuoto tra giugno e agosto, tra l'arrivo della lettera di Barr, per canali diplomatici, e il primo meeting di ferragosto. In quei due mesi cosa è successo? Quali controlli sono stati effettuati e come è stata decisa la collaborazione con gli Stati uniti? Quale è stato il comportamento di Conte che allora era premier di una maggioranza diversa da quella che invece andrà formandosi dopo l'8 di agosto, giorno degli attacchi di Salvini? Per di più ci sarebbe anche da capire quale sarebbe stato il ruolo dell'ambasciatore Armando Varricchio, «il canale diplomatico» attraverso cui Barr è entrato in contatto con Conte. Inoltre non è neppure chiaro come mai il presidente del Consiglio non abbia partecipato a questi incontri né come mai ci sia stato un nuovo incontro con i vertici dei nostri servizi (Aise e Aisi) un mese e mezzo dopo ferragosto. Non solo. Non sappiamo neppure se Conte abbia fatto cenno alla visita di Gina Haspel, direttrice della Cia, a Roma ai primi di ottobre. Per di più c'è si affaccia il tema di possibili rogatorie internazionali. «Se l'indagine di Barr assumesse rilevanza giudiziaria, ci sarebbe la necessità di rogatorie», ha detto il presidente del Consiglio. E questo forse potrebbe accadere, dal momento che l'inchiesta negli Stati Uniti va avanti e la prossima settimana saranno ascoltati John Brennan e James Clapper. A quel punto il presidente del Consiglio non potrebbe più fare nulla e, nel caso di richiesta, affidare il file al nostro ministero della Giustizia. 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Gli americani - in ogni ambito - sono sempre molto attenti all'omogeneità di status nelle interlocuzioni internazionali (ad esempio, un semplice ministro straniero non incontra il presidente Usa): non si capisce perché, a parti invertite, Conte non abbia voluto coinvolgere interlocutori politici italiani, cioè dei pari grado di Barr. Il sospetto di alcuni è fin troppo chiaro: Conte potrebbe aver voluto agire - politicamente parlando - on the quiet, alla chetichella, per dare a Trump la sensazione di una collaborazione rapidissima e concreta, e incassare in cambio l'endorsement a favore di Giuseppi. Secondo. A Roma non c'è stata solo la doppia missione di Barr e del procuratore John Durham. Si è scomodata, lo scorso 9 ottobre, anche Gina Haspel, il potentissimo direttore della Cia. Qualcuno, in Italia, sempre nella logica della minimizzazione, ha offerto la spiegazione secondo cui la visita della Haspel era già prevista da tempo. Ma è difficile derubricare a evento di routine la presenza di una figura così autorevole, che non si sposta certo solo per prendere un caffè. La si ricorda in Afghanistan, nel pieno di difficilissimi negoziati con i talebani, o in Turchia a seguito dell'affaire Khashoggi, come ha ricordato il direttore di Atlantico Federico Punzi. Davvero qualcuno crede che una come la Haspel sia venuta a Roma e non si sia a sua volta occupata del Russiagate e del suo rovente lato italiano? E perché Conte non ha menzionato questa visita nella sua dimostrazione di trasparenza? Terzo. Ammettiamolo: su molti giornali (non tutti) e però tutte le tv la strategia diversiva del duo Conte-Casalino ieri ha funzionato. È bastata la battuta polemica di Conte contro Matteo Salvini, e molti media sono stati ben lieti di poter spostare la telecamera (e il mirino) verso il leader leghista. Ma questa cortina fumogena, questo cartello di carte, sono a forte rischio, perché a breve potrebbero uscire i report di Barr e Durham. Nessuno può sapere cosa scriveranno, ma una cosa è certa: Trump attende quel momento. Nell'altra metà campo, ci sono i democratici pronti a giocare contro di lui la carta dell'impeachment (magari in modo inefficace, perché al Senato, in ultima istanza, non avranno i numeri: ma nell'altro ramo del Parlamento Usa, in prima battuta, ci proveranno, almeno per far partire la procedura). Dunque, Trump ha bisogno di una contro narrazione, e Barr e Durham hanno gli elementi fattuali per offrirgliela. Da trentasei ore, Fox News, la tv Usa che ha seguito tutta la vicenda con più attenzione, martella sul fatto che l'inchiesta di Durham si stia allargando proprio grazie alle prove e agli elementi raccolti a Roma. E allora portiamoci avanti con il lavoro: se (ed è uno scenario che può verificarsi) tra qualche giorno o settimana Barr e Durham metteranno nero su bianco l'accusa che a Roma, nel 2016, qualche manina abbia fabbricato prove farlocche contro l'allora candidato Trump, sarà un brutto quarto d'ora sia per i governanti italiani di quegli anni (Matteo Renzi e Paolo Gentiloni) sia per Giuseppe Conte, che avrà di fatto contribuito a inguaiare gli azionisti della sua attuale maggioranza. Possibile che, con rare eccezioni, i media italiani si ostinino a non prendere nemmeno in considerazione questa eventualità? Quarto. In tanti si affannano a dire (Conte in testa, da quanto si apprende) che le controparti italiane non avrebbero fornito a Barr e Durham alcun documento. E qui siamo al tragicomico: davvero qualcuno pensa che queste informazioni vengano passate per iscritto o via mail? Di tutta evidenza, se passaggio di informazioni c'è stato, sarà avvenuto oralmente, con relativi appunti trascritti dai due americani nei loro taccuini. Quinto. Nella conferenza congiunta con Sergio Mattarella, Donald Trump in persona, qualche giorno fa, evocando una catena di corruzione originata dall'Amministrazione Obama, ha detto a chiare lettere: «Si è cercato di nascondere ciò che è stato fatto in alcuni Paesi e uno di questi potrebbe essere l'Italia». Anche allora i media italiani hanno preferito baloccarsi raccontando le smorfie e le faccine dell'interprete italiana: ennesima distrazione di massa. Che altro serve per capire che la questione è incandescente, che Trump non ha alcuna voglia di scherzare, e che Conte non potrà cavarsela solo con qualche espediente retorico?
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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