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2019-10-25
Il Copasir non chiude il caso Conte 007
Ansa
A 24 ore di distanza dalla deposizione di oltre due ore di Giuseppe Conte davanti al Copasir, restano ancora diversi nodi da sciogliere da parte del presidente del Consiglio, sia su quanto detto in audizione a palazzo San Macuto, sia sulla decisione di tenere una conferenza stampa subito dopo.
Quest'ultimo punto è tra i più misteriosi, anche perché non si ricorda nella storia della Repubblica italiana un primo ministro che sceglie di rispondere alle domande dei giornalisti dopo un colloquio così lungo, per di più secretato, di fronte ai membri del comitato parlamentare per la sicurezza. C'è chi sostiene che la scelta sia stata del portavoce del premier, Rocco Casalino, per motivi meramente mediatici, in una fase complessa per l'ex partecipante del Grande Fratello, anche perché sembra sia stato escluso dalle chat di WhatsApp di tutti i ministri 5 Stelle.
Ma polemiche interne al Movimento a parte, la decisione di Conte ha destato malumori tra gli stessi componenti del Copasir, su un tema delicato come lo Spygate americano, storia che coinvolge Joseph Mifsud, il professore maltese della Link Campus University di Roma. Durante la conferenza stampa il premier ha attaccato a testa bassa l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini sul Russiagate, ma del caso Metropol non ha fatto cenno a palazzo San Macuto. È un altro aspetto da capire, perché proprio sui movimenti di Salvini a Mosca nell'ottobre del 2018 aveva aperto un fascicolo l'ex presidente Copasir Lorenzo Guerini, ora ministro della Difesa. L'esponente del Pd aveva anche attivato i canali ufficiali con la magistratura, che indaga sulla presunta trattativa di vendita di carburante. E da quel faro, a quanto apprende La Verità, non sarebbe risultato nulla. Perché quindi non parlarne, soprattutto durante un'audizione in cui si doveva anche fare il punto sul semestre appena trascorso? «Ho visto con interesse la conferenza stampa di Conte cosa di per sé inusuale al termine di una audizione secretata», spiega appunto uno dei membri del comitato, Adolfo Urso, alla La Verità. «Lo stesso premier ci ha chiesto autorizzazione giustificandola con la necessità di rassicurare le istituzioni e dunque il Paese. Mi stupisce dunque che durante la conferenza abbia attaccato Salvini sul presunto e cosiddetto Russiagate. Per giunta su un tema che è di competenza del Copasir. Mentre nell'audizione che riguardava l'intero semestre non ne ha fatto cenno».
I dubbi non terminano qui. Di sicuro c'è che la prossima settimana di fronte al presidente leghista Raffaele Volpi arriverà Gennaro Vecchione, numero uno del Dis (Dipartimento informazione sicurezza), il nostro esponente dell'intelligence che ha incontrato il 15 agosto il ministro della giustizia statunitense William Barr nella sede di piazza Dante a Roma. Forse sarà Vecchione a spiegare quel vuoto tra giugno e agosto, tra l'arrivo della lettera di Barr, per canali diplomatici, e il primo meeting di ferragosto. In quei due mesi cosa è successo? Quali controlli sono stati effettuati e come è stata decisa la collaborazione con gli Stati uniti? Quale è stato il comportamento di Conte che allora era premier di una maggioranza diversa da quella che invece andrà formandosi dopo l'8 di agosto, giorno degli attacchi di Salvini?
Per di più ci sarebbe anche da capire quale sarebbe stato il ruolo dell'ambasciatore Armando Varricchio, «il canale diplomatico» attraverso cui Barr è entrato in contatto con Conte. Inoltre non è neppure chiaro come mai il presidente del Consiglio non abbia partecipato a questi incontri né come mai ci sia stato un nuovo incontro con i vertici dei nostri servizi (Aise e Aisi) un mese e mezzo dopo ferragosto. Non solo. Non sappiamo neppure se Conte abbia fatto cenno alla visita di Gina Haspel, direttrice della Cia, a Roma ai primi di ottobre. Per di più c'è si affaccia il tema di possibili rogatorie internazionali. «Se l'indagine di Barr assumesse rilevanza giudiziaria, ci sarebbe la necessità di rogatorie», ha detto il presidente del Consiglio.
E questo forse potrebbe accadere, dal momento che l'inchiesta negli Stati Uniti va avanti e la prossima settimana saranno ascoltati John Brennan e James Clapper. A quel punto il presidente del Consiglio non potrebbe più fare nulla e, nel caso di richiesta, affidare il file al nostro ministero della Giustizia. Ma soprattutto Conte non ha fatto nemmeno cenno alla Libia, dove il 2 novembre scatterà la proroga automatica degli accordi sulla guardia costiera di Tripoli accusata di gravi violazioni dei diritti umani.
Il ruolo di Barr, la Cia e i documenti. Quanti buchi nel racconto di Conte
Nella rappresentazione messa in scena dall'avvocato (di sé stesso) Giuseppe Conte e dal suo aiuto regista Rocco Casalino, prima davanti al Copasir e poi in conferenza stampa, ci sono diversi anelli che non tengono: punti deboli che, nonostante il trattamento in guanti bianchi che il presidente del Consiglio ha ricevuto dalla stragrande maggioranza dei media italiani, restano come altrettanti elementi di fragilità della ricostruzione contiana.
Primo. Conte può girarla come vuole, ma rimane un'asimmetria di fondo tra la caratura politica di William Barr - che sarà pure responsabile delle attività dell'Fbi in quanto attorney general, ma è soprattutto ministro della Giustizia, nominato da DonaldTrump (insomma, un politico a tutto tondo) - e lo status degli interlocutori italiani verso cui Conte lo ha indirizzato, e cioè i vertici dei nostri servizi. Gli americani - in ogni ambito - sono sempre molto attenti all'omogeneità di status nelle interlocuzioni internazionali (ad esempio, un semplice ministro straniero non incontra il presidente Usa): non si capisce perché, a parti invertite, Conte non abbia voluto coinvolgere interlocutori politici italiani, cioè dei pari grado di Barr. Il sospetto di alcuni è fin troppo chiaro: Conte potrebbe aver voluto agire - politicamente parlando - on the quiet, alla chetichella, per dare a Trump la sensazione di una collaborazione rapidissima e concreta, e incassare in cambio l'endorsement a favore di Giuseppi.
Secondo. A Roma non c'è stata solo la doppia missione di Barr e del procuratore John Durham. Si è scomodata, lo scorso 9 ottobre, anche Gina Haspel, il potentissimo direttore della Cia. Qualcuno, in Italia, sempre nella logica della minimizzazione, ha offerto la spiegazione secondo cui la visita della Haspel era già prevista da tempo. Ma è difficile derubricare a evento di routine la presenza di una figura così autorevole, che non si sposta certo solo per prendere un caffè. La si ricorda in Afghanistan, nel pieno di difficilissimi negoziati con i talebani, o in Turchia a seguito dell'affaire Khashoggi, come ha ricordato il direttore di Atlantico Federico Punzi. Davvero qualcuno crede che una come la Haspel sia venuta a Roma e non si sia a sua volta occupata del Russiagate e del suo rovente lato italiano? E perché Conte non ha menzionato questa visita nella sua dimostrazione di trasparenza?
Terzo. Ammettiamolo: su molti giornali (non tutti) e però tutte le tv la strategia diversiva del duo Conte-Casalino ieri ha funzionato. È bastata la battuta polemica di Conte contro Matteo Salvini, e molti media sono stati ben lieti di poter spostare la telecamera (e il mirino) verso il leader leghista. Ma questa cortina fumogena, questo cartello di carte, sono a forte rischio, perché a breve potrebbero uscire i report di Barr e Durham. Nessuno può sapere cosa scriveranno, ma una cosa è certa: Trump attende quel momento. Nell'altra metà campo, ci sono i democratici pronti a giocare contro di lui la carta dell'impeachment (magari in modo inefficace, perché al Senato, in ultima istanza, non avranno i numeri: ma nell'altro ramo del Parlamento Usa, in prima battuta, ci proveranno, almeno per far partire la procedura). Dunque, Trump ha bisogno di una contro narrazione, e Barr e Durham hanno gli elementi fattuali per offrirgliela. Da trentasei ore, Fox News, la tv Usa che ha seguito tutta la vicenda con più attenzione, martella sul fatto che l'inchiesta di Durham si stia allargando proprio grazie alle prove e agli elementi raccolti a Roma. E allora portiamoci avanti con il lavoro: se (ed è uno scenario che può verificarsi) tra qualche giorno o settimana Barr e Durham metteranno nero su bianco l'accusa che a Roma, nel 2016, qualche manina abbia fabbricato prove farlocche contro l'allora candidato Trump, sarà un brutto quarto d'ora sia per i governanti italiani di quegli anni (Matteo Renzi e Paolo Gentiloni) sia per Giuseppe Conte, che avrà di fatto contribuito a inguaiare gli azionisti della sua attuale maggioranza. Possibile che, con rare eccezioni, i media italiani si ostinino a non prendere nemmeno in considerazione questa eventualità?
Quarto. In tanti si affannano a dire (Conte in testa, da quanto si apprende) che le controparti italiane non avrebbero fornito a Barr e Durham alcun documento. E qui siamo al tragicomico: davvero qualcuno pensa che queste informazioni vengano passate per iscritto o via mail? Di tutta evidenza, se passaggio di informazioni c'è stato, sarà avvenuto oralmente, con relativi appunti trascritti dai due americani nei loro taccuini.
Quinto. Nella conferenza congiunta con Sergio Mattarella, Donald Trump in persona, qualche giorno fa, evocando una catena di corruzione originata dall'Amministrazione Obama, ha detto a chiare lettere: «Si è cercato di nascondere ciò che è stato fatto in alcuni Paesi e uno di questi potrebbe essere l'Italia». Anche allora i media italiani hanno preferito baloccarsi raccontando le smorfie e le faccine dell'interprete italiana: ennesima distrazione di massa. Che altro serve per capire che la questione è incandescente, che Trump non ha alcuna voglia di scherzare, e che Conte non potrà cavarsela solo con qualche espediente retorico?
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Irritazione per la scelta del premier di andare in tv. A breve sarà chiamato il capo del Dis Gennaro Vecchione per spiegare cosa è successo dopo la prima richiesta Usa di giugno. Il procuratore generale americano, un ruolo tutto politico, ha incontrato i nostri 007. Stortura istituzionale grave. Perché tacere sulla visita del capo delle spie a Roma? L'ingenuità sullo scambio di informazioni. Lo speciale contiene due articoli. A 24 ore di distanza dalla deposizione di oltre due ore di Giuseppe Conte davanti al Copasir, restano ancora diversi nodi da sciogliere da parte del presidente del Consiglio, sia su quanto detto in audizione a palazzo San Macuto, sia sulla decisione di tenere una conferenza stampa subito dopo. Quest'ultimo punto è tra i più misteriosi, anche perché non si ricorda nella storia della Repubblica italiana un primo ministro che sceglie di rispondere alle domande dei giornalisti dopo un colloquio così lungo, per di più secretato, di fronte ai membri del comitato parlamentare per la sicurezza. C'è chi sostiene che la scelta sia stata del portavoce del premier, Rocco Casalino, per motivi meramente mediatici, in una fase complessa per l'ex partecipante del Grande Fratello, anche perché sembra sia stato escluso dalle chat di WhatsApp di tutti i ministri 5 Stelle. Ma polemiche interne al Movimento a parte, la decisione di Conte ha destato malumori tra gli stessi componenti del Copasir, su un tema delicato come lo Spygate americano, storia che coinvolge Joseph Mifsud, il professore maltese della Link Campus University di Roma. Durante la conferenza stampa il premier ha attaccato a testa bassa l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini sul Russiagate, ma del caso Metropol non ha fatto cenno a palazzo San Macuto. È un altro aspetto da capire, perché proprio sui movimenti di Salvini a Mosca nell'ottobre del 2018 aveva aperto un fascicolo l'ex presidente Copasir Lorenzo Guerini, ora ministro della Difesa. L'esponente del Pd aveva anche attivato i canali ufficiali con la magistratura, che indaga sulla presunta trattativa di vendita di carburante. E da quel faro, a quanto apprende La Verità, non sarebbe risultato nulla. Perché quindi non parlarne, soprattutto durante un'audizione in cui si doveva anche fare il punto sul semestre appena trascorso? «Ho visto con interesse la conferenza stampa di Conte cosa di per sé inusuale al termine di una audizione secretata», spiega appunto uno dei membri del comitato, Adolfo Urso, alla La Verità. «Lo stesso premier ci ha chiesto autorizzazione giustificandola con la necessità di rassicurare le istituzioni e dunque il Paese. Mi stupisce dunque che durante la conferenza abbia attaccato Salvini sul presunto e cosiddetto Russiagate. Per giunta su un tema che è di competenza del Copasir. Mentre nell'audizione che riguardava l'intero semestre non ne ha fatto cenno». I dubbi non terminano qui. Di sicuro c'è che la prossima settimana di fronte al presidente leghista Raffaele Volpi arriverà Gennaro Vecchione, numero uno del Dis (Dipartimento informazione sicurezza), il nostro esponente dell'intelligence che ha incontrato il 15 agosto il ministro della giustizia statunitense William Barr nella sede di piazza Dante a Roma. Forse sarà Vecchione a spiegare quel vuoto tra giugno e agosto, tra l'arrivo della lettera di Barr, per canali diplomatici, e il primo meeting di ferragosto. In quei due mesi cosa è successo? Quali controlli sono stati effettuati e come è stata decisa la collaborazione con gli Stati uniti? Quale è stato il comportamento di Conte che allora era premier di una maggioranza diversa da quella che invece andrà formandosi dopo l'8 di agosto, giorno degli attacchi di Salvini? Per di più ci sarebbe anche da capire quale sarebbe stato il ruolo dell'ambasciatore Armando Varricchio, «il canale diplomatico» attraverso cui Barr è entrato in contatto con Conte. Inoltre non è neppure chiaro come mai il presidente del Consiglio non abbia partecipato a questi incontri né come mai ci sia stato un nuovo incontro con i vertici dei nostri servizi (Aise e Aisi) un mese e mezzo dopo ferragosto. Non solo. Non sappiamo neppure se Conte abbia fatto cenno alla visita di Gina Haspel, direttrice della Cia, a Roma ai primi di ottobre. Per di più c'è si affaccia il tema di possibili rogatorie internazionali. «Se l'indagine di Barr assumesse rilevanza giudiziaria, ci sarebbe la necessità di rogatorie», ha detto il presidente del Consiglio. E questo forse potrebbe accadere, dal momento che l'inchiesta negli Stati Uniti va avanti e la prossima settimana saranno ascoltati John Brennan e James Clapper. A quel punto il presidente del Consiglio non potrebbe più fare nulla e, nel caso di richiesta, affidare il file al nostro ministero della Giustizia. 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Gli americani - in ogni ambito - sono sempre molto attenti all'omogeneità di status nelle interlocuzioni internazionali (ad esempio, un semplice ministro straniero non incontra il presidente Usa): non si capisce perché, a parti invertite, Conte non abbia voluto coinvolgere interlocutori politici italiani, cioè dei pari grado di Barr. Il sospetto di alcuni è fin troppo chiaro: Conte potrebbe aver voluto agire - politicamente parlando - on the quiet, alla chetichella, per dare a Trump la sensazione di una collaborazione rapidissima e concreta, e incassare in cambio l'endorsement a favore di Giuseppi. Secondo. A Roma non c'è stata solo la doppia missione di Barr e del procuratore John Durham. Si è scomodata, lo scorso 9 ottobre, anche Gina Haspel, il potentissimo direttore della Cia. Qualcuno, in Italia, sempre nella logica della minimizzazione, ha offerto la spiegazione secondo cui la visita della Haspel era già prevista da tempo. Ma è difficile derubricare a evento di routine la presenza di una figura così autorevole, che non si sposta certo solo per prendere un caffè. La si ricorda in Afghanistan, nel pieno di difficilissimi negoziati con i talebani, o in Turchia a seguito dell'affaire Khashoggi, come ha ricordato il direttore di Atlantico Federico Punzi. Davvero qualcuno crede che una come la Haspel sia venuta a Roma e non si sia a sua volta occupata del Russiagate e del suo rovente lato italiano? E perché Conte non ha menzionato questa visita nella sua dimostrazione di trasparenza? Terzo. Ammettiamolo: su molti giornali (non tutti) e però tutte le tv la strategia diversiva del duo Conte-Casalino ieri ha funzionato. È bastata la battuta polemica di Conte contro Matteo Salvini, e molti media sono stati ben lieti di poter spostare la telecamera (e il mirino) verso il leader leghista. Ma questa cortina fumogena, questo cartello di carte, sono a forte rischio, perché a breve potrebbero uscire i report di Barr e Durham. Nessuno può sapere cosa scriveranno, ma una cosa è certa: Trump attende quel momento. Nell'altra metà campo, ci sono i democratici pronti a giocare contro di lui la carta dell'impeachment (magari in modo inefficace, perché al Senato, in ultima istanza, non avranno i numeri: ma nell'altro ramo del Parlamento Usa, in prima battuta, ci proveranno, almeno per far partire la procedura). Dunque, Trump ha bisogno di una contro narrazione, e Barr e Durham hanno gli elementi fattuali per offrirgliela. Da trentasei ore, Fox News, la tv Usa che ha seguito tutta la vicenda con più attenzione, martella sul fatto che l'inchiesta di Durham si stia allargando proprio grazie alle prove e agli elementi raccolti a Roma. E allora portiamoci avanti con il lavoro: se (ed è uno scenario che può verificarsi) tra qualche giorno o settimana Barr e Durham metteranno nero su bianco l'accusa che a Roma, nel 2016, qualche manina abbia fabbricato prove farlocche contro l'allora candidato Trump, sarà un brutto quarto d'ora sia per i governanti italiani di quegli anni (Matteo Renzi e Paolo Gentiloni) sia per Giuseppe Conte, che avrà di fatto contribuito a inguaiare gli azionisti della sua attuale maggioranza. Possibile che, con rare eccezioni, i media italiani si ostinino a non prendere nemmeno in considerazione questa eventualità? Quarto. In tanti si affannano a dire (Conte in testa, da quanto si apprende) che le controparti italiane non avrebbero fornito a Barr e Durham alcun documento. E qui siamo al tragicomico: davvero qualcuno pensa che queste informazioni vengano passate per iscritto o via mail? Di tutta evidenza, se passaggio di informazioni c'è stato, sarà avvenuto oralmente, con relativi appunti trascritti dai due americani nei loro taccuini. Quinto. Nella conferenza congiunta con Sergio Mattarella, Donald Trump in persona, qualche giorno fa, evocando una catena di corruzione originata dall'Amministrazione Obama, ha detto a chiare lettere: «Si è cercato di nascondere ciò che è stato fatto in alcuni Paesi e uno di questi potrebbe essere l'Italia». Anche allora i media italiani hanno preferito baloccarsi raccontando le smorfie e le faccine dell'interprete italiana: ennesima distrazione di massa. Che altro serve per capire che la questione è incandescente, che Trump non ha alcuna voglia di scherzare, e che Conte non potrà cavarsela solo con qualche espediente retorico?
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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