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2024-11-05
Giudici e clandestini: è guerra agli italiani
La stazione di Genova Rivarolo. Nel riquadro, un frame dei soccorsi al capotreno accoltellato da due nordafricani
Se pensate che un Paese nel quale i giudici applicano la legge ciascuno a modo suo non sia sicuro, allora potete essere certi che l’Italia non è un Paese sicuro. Sembra un paradosso, anzi lo è, eppure la situazione è esattamente quella che emerge dalle decisioni di vari giudici italiani in merito ai trattenimenti degli immigrati clandestini propedeutici alle procedure di rimpatrio.
Ieri si sono raggiunte nuove vette di creatività nell’applicazione della legge con la decisione del presidente della sezione immigrazione del tribunale di Catania, Massimo Escher, che non ha convalidato , a quanto riferito dall’Ansa, il trattenimento disposto dal questore di Ragusa di cinque migranti che hanno presentato domanda di riconoscimento di protezione internazionale. La decisione, con singoli provvedimenti, ha riguardato tre egiziani e due bengalesi. Egitto e Bangladesh, dunque, per i giudici etnei non sono sicuri, e la sfida al governo è quindi esplicita. Lo scorso 18 ottobre, infatti, la sezione per i diritti della persona e immigrazione del tribunale di Roma non ha convalidato nessuno dei dodici trattenimenti nei confronti di altrettanti migranti nel centro italiano di permanenza per il rimpatrio di Gjader, in Albania, provenienti proprio da Bangladesh e Egitto, Paesi che, secondo i giudici, che avevano fatto riferimento a una sentenza della Corte di giustizia europea del 4 ottobre, non potevano essere ritenuti sicuri. Tre giorni dopo, il 21 ottobre, il governo ha approvato un decreto legge con la lista dei Paesi ritenuti sicuri, dove quindi gli immigrati clandestini possono essere rimpatriati: insieme a Egitto e Bangladesh, ci sono Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, , Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Perù, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia. Tutto inutile: ieri il tribunale di Catania non ha convalidato il trattenimento di egiziani e bengalesi. Il giudice Escher scrive chiaro e tondo che è necessario, nel valutare il trattenimento, esaminare la qualifica data all’Egitto, con il decreto legge del 23 ottobre 2024, che lo include «in una lista che non prevede alcuna eccezione, né per aree territoriali né per caratteristiche personali», e che questa «qualificazione non esime il giudice dall’obbligo di verifica della compatibilità della designazione con il diritto dell’Unione europea, obbligo affermato in modo chiaro e senza riserve dalla Corte di giustizia europea nella sentenza della Gran Camera del 4 ottobre 2024». Inutile dire che per il magistrato di Catania l’Egitto non è sicuro, poiché «esistono gravi violazioni di diritti umani che, in contrasto con il diritto europeo citato, persistono in maniera generale e costante e investono non soltanto ampie e indefinite categorie di persone ma anche il nucleo delle libertà fondamentali che connotano un ordinamento democratico».
Se l’italiano almeno è ancora una lingua sicura, il giudice di Catania quindi sostiene che siano i magistrati a dover stabilire se un Paese è sicuro o no. Il che pone diversi interrogativi e altrettanti paradossi. Il primo: quali strumenti ha a disposizione un giudice italiano per stabilire la sicurezza di un Paese? Si baserà sui telegiornali locali? Sui libri di storia? Sui racconti degli amici che vi hanno trascorso le vacanze? Non si sa: quello che si sa è che a questo punto potrebbe esserci un altro paradosso, ovvero che l’Egitto (per fare l’esempio più attuale) potrebbe essere considerato sicuro da un giudice di Napoli e non sicuro da un giudice di Firenze. Che succederebbe, a quel punto? Risposta esatta: saremmo nel caos totale. Del resto, la confusione già regna sovrana, considerando che a differenza dei giudici di Catania, quelli di Bologna prima e Roma poi hanno invece rinviato la decisione sui Paesi sicuri alla Corte di Giustizia europea. Dal governo si reagisce con la strategia del bastone e della carota. Il vicepremier Matteo Salvini attacca: «Per colpa di alcuni giudici comunisti che non applicano le leggi», argomenta Salvini, «il Paese insicuro ormai è l’Italia. Ma noi non ci arrendiamo!». «L’Egitto è una meta sempre più gettonata per le vacanze», recita una nota della Lega, «tanto che nel 2023 ha segnato un numero record di visitatori: 14,9 milioni, di cui 850.000 dall’Italia. In altre parole, l’Egitto è un Paese sicuro per tutti, tranne che per i clandestini che, secondo alcuni giudici di sinistra, non possono tornarci. Pensare che, per la sinistra e l’Anm, a essere insicura dovrebbe essere l’Italia perché governata dal centrodestra. Eppure, per Pd e toghe rosse i clandestini devono rimanere tutti qui». Vanno giù pesante, con comunicati-fotocopia, decine di parlamentari di centrodestra.
Palazzo Chigi invece diffonde una nota nella quale si fa sapere che «il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ricevuto oggi (ieri, ndr) a Palazzo Chigi il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Fabio Pinelli. La visita si inserisce nell’ambito di una proficua e virtuosa collaborazione, nel rispetto dell’autonomia delle differenti istituzioni». Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, da parte sua afferma che «le operazioni di trasporto di migranti verso l’Albania possono riprendere ed avverranno appena ci saranno le condizioni logistiche di intercetto, di transito di migranti e poi il pre-screening di eventuali persone eleggibili per essere trasferite». Alcuni migranti ieri sono stati imbarcati sulla nave Libra della Marina Militare a sud di Lampedusa. Dopo lo screening a bordo, verranno trasferiti in Albania. La partita a scacchi tra governo e giudici continua, con il «blocco navale» che stavolta è prerogativa dei magistrati.
Capotreno accoltellato da due egiziani
L’accoltellamento di un capotreno a Rivarolo e lo stupro subito da una sedicenne nella sala d’attesa della stazione di Tivoli confermano che le tratte ferroviarie sono ormai in balia dell’immigrazione fuori controllo. La violenza, però, ora è entrata anche in chiesa e una suora, a Roma, è stata brutalmente aggredita. I tre episodi sono avvenuti tutti nelle ultime 48 ore, sollevando allarmanti preoccupazioni sulla sicurezza pubblica.
Ieri, intorno alle 13.30, un capotreno di 44 anni è stato accoltellato da un egiziano di 21 anni, che era in compagnia di una ragazza di 16 anni nata in Italia ma di origini egiziane, su un treno regionale diretto a Busalla mentre stava effettuando il consueto controllo dei biglietti. È in quel momento che lo straniero e la minorenne, alla richiesta di mostrare i titoli di viaggio, hanno risposto con ostilità. Nonostante l’invito a scendere dal treno, i due hanno reagito in modo violento. L’egiziano avrebbe tirato fuori un coltello e colpito il capostazione al fianco sinistro, proprio sotto al petto. L’aggressione ha lasciato i passeggeri sotto choc: alcuni hanno assistito impotenti mentre il capotreno barcollava, sanguinante. È stato immediatamente lanciato l’allarme. I carabinieri, grazie alle descrizioni dettagliate fornite dai testimoni, dopo aver bloccato tutte le vie d’uscita della stazione, sono riusciti a fermare i due aggressori poco dopo. Il capotreno, trasportato in codice rosso all’ospedale Villa Scassi, ha riportato ferite definite come particolarmente gravi. Gli inquirenti stanno valutando per l’accoltellatore la contestazione del reato di tentato omicidio. Sulla tratta il traffico è stato rallentato e sono state disposte diverse cancellazioni. Per oltre due ore il regionale è rimasto a disposizione dell’autorità giudiziaria per gli accertamenti tecnici e scientifici. Oggi, dalle 9 alle 17, il personale ferroviario di Trenitalia, Trenitalia tper, Fs security, Italo ntv e Trenord osserverà uno sciopero di otto ore proclamato dai sindacati di categoria.
Mentre il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha subito commentato: «Nessuna clemenza per i responsabili. Da parte nostra continueremo a fare il massimo per rendere l’Italia più sicura, a partire da treni e stazioni, come dimostra l’estensione del servizio di Fs security. Altro che tolleranza e accoglienza indiscriminata, dopo anni di scelte sbagliate della sinistra e di porti aperti, dobbiamo tornare a regole e buonsenso».
Protagonista un immigrato anche a Tivoli. I fatti risalgono al 2 novembre. La vittima stava attendendo un treno nella sala d’aspetto e si è trovata di fronte un ventiquattrenne senza fissa dimora e senza permesso di soggiorno originario del Bangladesh, che nelle ultime settimane è stato più volte identificato dalle Forze dell’ordine alla stazione Termini di Roma e in altri scali della provincia. Ubriaco, avrebbe approfittato della situazione aggredendo la ragazza in un’area isolata e semibuia della sala d’attesa (dove non c’erano altre persone). Le urla della minorenne hanno attirato l’attenzione di alcune persone che attendevano in auto all’uscita della stazione. Lo straniero si è ritrovato circondato, anche dal personale di sicurezza delle Ferrovie, ed è stato consegnato ai carabinieri. Era in stato confusionale per l’alcol assunto ed è stato portato in caserma, dove poco dopo è scattato l’arresto. La ragazza è stata assistita dai militari e successivamente trasportata in ospedale per gli accertamenti.
Voleva probabilmente impossessarsi delle offerte, invece, il nigeriano che a Roma, in una chiesa di largo Torre Argentina, ha pestato la giovane suora che era presente nel luogo sacro. Mentre stava svolgendo le sue mansioni quotidiane in vista della messa che sarebbe stata celebrata poco dopo, la religiosa ha notato il nigeriano aggirarsi con fare sospetto: cercava di coprirsi il volto con il cappuccio e sollevando il colletto di una felpa. Preoccupata, con modi gentili ha chiesto allo straniero di allontanarsi. Il nigeriano, però, si è subito scagliato contro di lei, colpendola con pugni al volto e schiaffi. La violenza è stata tale che la suora è caduta a terra, mentre i passanti, attirati dalle grida d’aiuto, hanno immediatamente allertato le Forze dell’ordine. Nonostante la brutalità dell’aggressione, la religiosa, trasportata in ospedale per accertamenti, è risultata in buone condizioni generali. L’aggressore è stato arrestato poco dopo dagli agenti della sezione volanti grazie all’identikit fornito dai testimoni. È stato rintracciato e bloccato a poca distanza, in piazza del Monte di Pietà, dove si aggirava come se nulla fosse accaduto. Portato negli uffici del primo distretto di polizia Trevi Campo Marzio, è stato arrestato «perché gravemente indiziato» del reato di lesioni aggravate e portato nelle camere di sicurezza della questura in attesa del rito direttissimo in Tribunale, dopo il quale, ieri mattina, il giudice ha convalidato l’arresto.
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Stupri, suora pestata in chiesa, controllore accoltellato in treno: è il bollettino delle «imprese» compiute da stranieri in sole 48 ore. Eppure i magistrati si ostinano a boicottare i rimpatri. Il tribunale di Catania straccia il decreto del governo: «L’Egitto non è Paese sicuro». E anche Roma si rivolge alla Corte europea.Se pensate che un Paese nel quale i giudici applicano la legge ciascuno a modo suo non sia sicuro, allora potete essere certi che l’Italia non è un Paese sicuro. Sembra un paradosso, anzi lo è, eppure la situazione è esattamente quella che emerge dalle decisioni di vari giudici italiani in merito ai trattenimenti degli immigrati clandestini propedeutici alle procedure di rimpatrio. Ieri si sono raggiunte nuove vette di creatività nell’applicazione della legge con la decisione del presidente della sezione immigrazione del tribunale di Catania, Massimo Escher, che non ha convalidato , a quanto riferito dall’Ansa, il trattenimento disposto dal questore di Ragusa di cinque migranti che hanno presentato domanda di riconoscimento di protezione internazionale. La decisione, con singoli provvedimenti, ha riguardato tre egiziani e due bengalesi. Egitto e Bangladesh, dunque, per i giudici etnei non sono sicuri, e la sfida al governo è quindi esplicita. Lo scorso 18 ottobre, infatti, la sezione per i diritti della persona e immigrazione del tribunale di Roma non ha convalidato nessuno dei dodici trattenimenti nei confronti di altrettanti migranti nel centro italiano di permanenza per il rimpatrio di Gjader, in Albania, provenienti proprio da Bangladesh e Egitto, Paesi che, secondo i giudici, che avevano fatto riferimento a una sentenza della Corte di giustizia europea del 4 ottobre, non potevano essere ritenuti sicuri. Tre giorni dopo, il 21 ottobre, il governo ha approvato un decreto legge con la lista dei Paesi ritenuti sicuri, dove quindi gli immigrati clandestini possono essere rimpatriati: insieme a Egitto e Bangladesh, ci sono Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, , Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Perù, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia. Tutto inutile: ieri il tribunale di Catania non ha convalidato il trattenimento di egiziani e bengalesi. Il giudice Escher scrive chiaro e tondo che è necessario, nel valutare il trattenimento, esaminare la qualifica data all’Egitto, con il decreto legge del 23 ottobre 2024, che lo include «in una lista che non prevede alcuna eccezione, né per aree territoriali né per caratteristiche personali», e che questa «qualificazione non esime il giudice dall’obbligo di verifica della compatibilità della designazione con il diritto dell’Unione europea, obbligo affermato in modo chiaro e senza riserve dalla Corte di giustizia europea nella sentenza della Gran Camera del 4 ottobre 2024». Inutile dire che per il magistrato di Catania l’Egitto non è sicuro, poiché «esistono gravi violazioni di diritti umani che, in contrasto con il diritto europeo citato, persistono in maniera generale e costante e investono non soltanto ampie e indefinite categorie di persone ma anche il nucleo delle libertà fondamentali che connotano un ordinamento democratico». Se l’italiano almeno è ancora una lingua sicura, il giudice di Catania quindi sostiene che siano i magistrati a dover stabilire se un Paese è sicuro o no. Il che pone diversi interrogativi e altrettanti paradossi. Il primo: quali strumenti ha a disposizione un giudice italiano per stabilire la sicurezza di un Paese? Si baserà sui telegiornali locali? Sui libri di storia? Sui racconti degli amici che vi hanno trascorso le vacanze? Non si sa: quello che si sa è che a questo punto potrebbe esserci un altro paradosso, ovvero che l’Egitto (per fare l’esempio più attuale) potrebbe essere considerato sicuro da un giudice di Napoli e non sicuro da un giudice di Firenze. Che succederebbe, a quel punto? Risposta esatta: saremmo nel caos totale. Del resto, la confusione già regna sovrana, considerando che a differenza dei giudici di Catania, quelli di Bologna prima e Roma poi hanno invece rinviato la decisione sui Paesi sicuri alla Corte di Giustizia europea. Dal governo si reagisce con la strategia del bastone e della carota. Il vicepremier Matteo Salvini attacca: «Per colpa di alcuni giudici comunisti che non applicano le leggi», argomenta Salvini, «il Paese insicuro ormai è l’Italia. Ma noi non ci arrendiamo!». «L’Egitto è una meta sempre più gettonata per le vacanze», recita una nota della Lega, «tanto che nel 2023 ha segnato un numero record di visitatori: 14,9 milioni, di cui 850.000 dall’Italia. In altre parole, l’Egitto è un Paese sicuro per tutti, tranne che per i clandestini che, secondo alcuni giudici di sinistra, non possono tornarci. Pensare che, per la sinistra e l’Anm, a essere insicura dovrebbe essere l’Italia perché governata dal centrodestra. Eppure, per Pd e toghe rosse i clandestini devono rimanere tutti qui». Vanno giù pesante, con comunicati-fotocopia, decine di parlamentari di centrodestra. Palazzo Chigi invece diffonde una nota nella quale si fa sapere che «il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ricevuto oggi (ieri, ndr) a Palazzo Chigi il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Fabio Pinelli. La visita si inserisce nell’ambito di una proficua e virtuosa collaborazione, nel rispetto dell’autonomia delle differenti istituzioni». Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, da parte sua afferma che «le operazioni di trasporto di migranti verso l’Albania possono riprendere ed avverranno appena ci saranno le condizioni logistiche di intercetto, di transito di migranti e poi il pre-screening di eventuali persone eleggibili per essere trasferite». Alcuni migranti ieri sono stati imbarcati sulla nave Libra della Marina Militare a sud di Lampedusa. Dopo lo screening a bordo, verranno trasferiti in Albania. La partita a scacchi tra governo e giudici continua, con il «blocco navale» che stavolta è prerogativa dei magistrati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giudici-e-clandestini-e-guerra-agli-italiani-2669586679.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="capotreno-accoltellato-da-due-egiziani" data-post-id="2669586679" data-published-at="1730759398" data-use-pagination="False"> Capotreno accoltellato da due egiziani L’accoltellamento di un capotreno a Rivarolo e lo stupro subito da una sedicenne nella sala d’attesa della stazione di Tivoli confermano che le tratte ferroviarie sono ormai in balia dell’immigrazione fuori controllo. La violenza, però, ora è entrata anche in chiesa e una suora, a Roma, è stata brutalmente aggredita. I tre episodi sono avvenuti tutti nelle ultime 48 ore, sollevando allarmanti preoccupazioni sulla sicurezza pubblica. Ieri, intorno alle 13.30, un capotreno di 44 anni è stato accoltellato da un egiziano di 21 anni, che era in compagnia di una ragazza di 16 anni nata in Italia ma di origini egiziane, su un treno regionale diretto a Busalla mentre stava effettuando il consueto controllo dei biglietti. È in quel momento che lo straniero e la minorenne, alla richiesta di mostrare i titoli di viaggio, hanno risposto con ostilità. Nonostante l’invito a scendere dal treno, i due hanno reagito in modo violento. L’egiziano avrebbe tirato fuori un coltello e colpito il capostazione al fianco sinistro, proprio sotto al petto. L’aggressione ha lasciato i passeggeri sotto choc: alcuni hanno assistito impotenti mentre il capotreno barcollava, sanguinante. È stato immediatamente lanciato l’allarme. I carabinieri, grazie alle descrizioni dettagliate fornite dai testimoni, dopo aver bloccato tutte le vie d’uscita della stazione, sono riusciti a fermare i due aggressori poco dopo. Il capotreno, trasportato in codice rosso all’ospedale Villa Scassi, ha riportato ferite definite come particolarmente gravi. Gli inquirenti stanno valutando per l’accoltellatore la contestazione del reato di tentato omicidio. Sulla tratta il traffico è stato rallentato e sono state disposte diverse cancellazioni. Per oltre due ore il regionale è rimasto a disposizione dell’autorità giudiziaria per gli accertamenti tecnici e scientifici. Oggi, dalle 9 alle 17, il personale ferroviario di Trenitalia, Trenitalia tper, Fs security, Italo ntv e Trenord osserverà uno sciopero di otto ore proclamato dai sindacati di categoria. Mentre il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha subito commentato: «Nessuna clemenza per i responsabili. Da parte nostra continueremo a fare il massimo per rendere l’Italia più sicura, a partire da treni e stazioni, come dimostra l’estensione del servizio di Fs security. Altro che tolleranza e accoglienza indiscriminata, dopo anni di scelte sbagliate della sinistra e di porti aperti, dobbiamo tornare a regole e buonsenso». Protagonista un immigrato anche a Tivoli. I fatti risalgono al 2 novembre. La vittima stava attendendo un treno nella sala d’aspetto e si è trovata di fronte un ventiquattrenne senza fissa dimora e senza permesso di soggiorno originario del Bangladesh, che nelle ultime settimane è stato più volte identificato dalle Forze dell’ordine alla stazione Termini di Roma e in altri scali della provincia. Ubriaco, avrebbe approfittato della situazione aggredendo la ragazza in un’area isolata e semibuia della sala d’attesa (dove non c’erano altre persone). Le urla della minorenne hanno attirato l’attenzione di alcune persone che attendevano in auto all’uscita della stazione. Lo straniero si è ritrovato circondato, anche dal personale di sicurezza delle Ferrovie, ed è stato consegnato ai carabinieri. Era in stato confusionale per l’alcol assunto ed è stato portato in caserma, dove poco dopo è scattato l’arresto. La ragazza è stata assistita dai militari e successivamente trasportata in ospedale per gli accertamenti. Voleva probabilmente impossessarsi delle offerte, invece, il nigeriano che a Roma, in una chiesa di largo Torre Argentina, ha pestato la giovane suora che era presente nel luogo sacro. Mentre stava svolgendo le sue mansioni quotidiane in vista della messa che sarebbe stata celebrata poco dopo, la religiosa ha notato il nigeriano aggirarsi con fare sospetto: cercava di coprirsi il volto con il cappuccio e sollevando il colletto di una felpa. Preoccupata, con modi gentili ha chiesto allo straniero di allontanarsi. Il nigeriano, però, si è subito scagliato contro di lei, colpendola con pugni al volto e schiaffi. La violenza è stata tale che la suora è caduta a terra, mentre i passanti, attirati dalle grida d’aiuto, hanno immediatamente allertato le Forze dell’ordine. Nonostante la brutalità dell’aggressione, la religiosa, trasportata in ospedale per accertamenti, è risultata in buone condizioni generali. L’aggressore è stato arrestato poco dopo dagli agenti della sezione volanti grazie all’identikit fornito dai testimoni. È stato rintracciato e bloccato a poca distanza, in piazza del Monte di Pietà, dove si aggirava come se nulla fosse accaduto. Portato negli uffici del primo distretto di polizia Trevi Campo Marzio, è stato arrestato «perché gravemente indiziato» del reato di lesioni aggravate e portato nelle camere di sicurezza della questura in attesa del rito direttissimo in Tribunale, dopo il quale, ieri mattina, il giudice ha convalidato l’arresto.
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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