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2024-11-05
Giudici e clandestini: è guerra agli italiani
La stazione di Genova Rivarolo. Nel riquadro, un frame dei soccorsi al capotreno accoltellato da due nordafricani
Se pensate che un Paese nel quale i giudici applicano la legge ciascuno a modo suo non sia sicuro, allora potete essere certi che l’Italia non è un Paese sicuro. Sembra un paradosso, anzi lo è, eppure la situazione è esattamente quella che emerge dalle decisioni di vari giudici italiani in merito ai trattenimenti degli immigrati clandestini propedeutici alle procedure di rimpatrio.
Ieri si sono raggiunte nuove vette di creatività nell’applicazione della legge con la decisione del presidente della sezione immigrazione del tribunale di Catania, Massimo Escher, che non ha convalidato , a quanto riferito dall’Ansa, il trattenimento disposto dal questore di Ragusa di cinque migranti che hanno presentato domanda di riconoscimento di protezione internazionale. La decisione, con singoli provvedimenti, ha riguardato tre egiziani e due bengalesi. Egitto e Bangladesh, dunque, per i giudici etnei non sono sicuri, e la sfida al governo è quindi esplicita. Lo scorso 18 ottobre, infatti, la sezione per i diritti della persona e immigrazione del tribunale di Roma non ha convalidato nessuno dei dodici trattenimenti nei confronti di altrettanti migranti nel centro italiano di permanenza per il rimpatrio di Gjader, in Albania, provenienti proprio da Bangladesh e Egitto, Paesi che, secondo i giudici, che avevano fatto riferimento a una sentenza della Corte di giustizia europea del 4 ottobre, non potevano essere ritenuti sicuri. Tre giorni dopo, il 21 ottobre, il governo ha approvato un decreto legge con la lista dei Paesi ritenuti sicuri, dove quindi gli immigrati clandestini possono essere rimpatriati: insieme a Egitto e Bangladesh, ci sono Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, , Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Perù, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia. Tutto inutile: ieri il tribunale di Catania non ha convalidato il trattenimento di egiziani e bengalesi. Il giudice Escher scrive chiaro e tondo che è necessario, nel valutare il trattenimento, esaminare la qualifica data all’Egitto, con il decreto legge del 23 ottobre 2024, che lo include «in una lista che non prevede alcuna eccezione, né per aree territoriali né per caratteristiche personali», e che questa «qualificazione non esime il giudice dall’obbligo di verifica della compatibilità della designazione con il diritto dell’Unione europea, obbligo affermato in modo chiaro e senza riserve dalla Corte di giustizia europea nella sentenza della Gran Camera del 4 ottobre 2024». Inutile dire che per il magistrato di Catania l’Egitto non è sicuro, poiché «esistono gravi violazioni di diritti umani che, in contrasto con il diritto europeo citato, persistono in maniera generale e costante e investono non soltanto ampie e indefinite categorie di persone ma anche il nucleo delle libertà fondamentali che connotano un ordinamento democratico».
Se l’italiano almeno è ancora una lingua sicura, il giudice di Catania quindi sostiene che siano i magistrati a dover stabilire se un Paese è sicuro o no. Il che pone diversi interrogativi e altrettanti paradossi. Il primo: quali strumenti ha a disposizione un giudice italiano per stabilire la sicurezza di un Paese? Si baserà sui telegiornali locali? Sui libri di storia? Sui racconti degli amici che vi hanno trascorso le vacanze? Non si sa: quello che si sa è che a questo punto potrebbe esserci un altro paradosso, ovvero che l’Egitto (per fare l’esempio più attuale) potrebbe essere considerato sicuro da un giudice di Napoli e non sicuro da un giudice di Firenze. Che succederebbe, a quel punto? Risposta esatta: saremmo nel caos totale. Del resto, la confusione già regna sovrana, considerando che a differenza dei giudici di Catania, quelli di Bologna prima e Roma poi hanno invece rinviato la decisione sui Paesi sicuri alla Corte di Giustizia europea. Dal governo si reagisce con la strategia del bastone e della carota. Il vicepremier Matteo Salvini attacca: «Per colpa di alcuni giudici comunisti che non applicano le leggi», argomenta Salvini, «il Paese insicuro ormai è l’Italia. Ma noi non ci arrendiamo!». «L’Egitto è una meta sempre più gettonata per le vacanze», recita una nota della Lega, «tanto che nel 2023 ha segnato un numero record di visitatori: 14,9 milioni, di cui 850.000 dall’Italia. In altre parole, l’Egitto è un Paese sicuro per tutti, tranne che per i clandestini che, secondo alcuni giudici di sinistra, non possono tornarci. Pensare che, per la sinistra e l’Anm, a essere insicura dovrebbe essere l’Italia perché governata dal centrodestra. Eppure, per Pd e toghe rosse i clandestini devono rimanere tutti qui». Vanno giù pesante, con comunicati-fotocopia, decine di parlamentari di centrodestra.
Palazzo Chigi invece diffonde una nota nella quale si fa sapere che «il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ricevuto oggi (ieri, ndr) a Palazzo Chigi il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Fabio Pinelli. La visita si inserisce nell’ambito di una proficua e virtuosa collaborazione, nel rispetto dell’autonomia delle differenti istituzioni». Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, da parte sua afferma che «le operazioni di trasporto di migranti verso l’Albania possono riprendere ed avverranno appena ci saranno le condizioni logistiche di intercetto, di transito di migranti e poi il pre-screening di eventuali persone eleggibili per essere trasferite». Alcuni migranti ieri sono stati imbarcati sulla nave Libra della Marina Militare a sud di Lampedusa. Dopo lo screening a bordo, verranno trasferiti in Albania. La partita a scacchi tra governo e giudici continua, con il «blocco navale» che stavolta è prerogativa dei magistrati.
Capotreno accoltellato da due egiziani
L’accoltellamento di un capotreno a Rivarolo e lo stupro subito da una sedicenne nella sala d’attesa della stazione di Tivoli confermano che le tratte ferroviarie sono ormai in balia dell’immigrazione fuori controllo. La violenza, però, ora è entrata anche in chiesa e una suora, a Roma, è stata brutalmente aggredita. I tre episodi sono avvenuti tutti nelle ultime 48 ore, sollevando allarmanti preoccupazioni sulla sicurezza pubblica.
Ieri, intorno alle 13.30, un capotreno di 44 anni è stato accoltellato da un egiziano di 21 anni, che era in compagnia di una ragazza di 16 anni nata in Italia ma di origini egiziane, su un treno regionale diretto a Busalla mentre stava effettuando il consueto controllo dei biglietti. È in quel momento che lo straniero e la minorenne, alla richiesta di mostrare i titoli di viaggio, hanno risposto con ostilità. Nonostante l’invito a scendere dal treno, i due hanno reagito in modo violento. L’egiziano avrebbe tirato fuori un coltello e colpito il capostazione al fianco sinistro, proprio sotto al petto. L’aggressione ha lasciato i passeggeri sotto choc: alcuni hanno assistito impotenti mentre il capotreno barcollava, sanguinante. È stato immediatamente lanciato l’allarme. I carabinieri, grazie alle descrizioni dettagliate fornite dai testimoni, dopo aver bloccato tutte le vie d’uscita della stazione, sono riusciti a fermare i due aggressori poco dopo. Il capotreno, trasportato in codice rosso all’ospedale Villa Scassi, ha riportato ferite definite come particolarmente gravi. Gli inquirenti stanno valutando per l’accoltellatore la contestazione del reato di tentato omicidio. Sulla tratta il traffico è stato rallentato e sono state disposte diverse cancellazioni. Per oltre due ore il regionale è rimasto a disposizione dell’autorità giudiziaria per gli accertamenti tecnici e scientifici. Oggi, dalle 9 alle 17, il personale ferroviario di Trenitalia, Trenitalia tper, Fs security, Italo ntv e Trenord osserverà uno sciopero di otto ore proclamato dai sindacati di categoria.
Mentre il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha subito commentato: «Nessuna clemenza per i responsabili. Da parte nostra continueremo a fare il massimo per rendere l’Italia più sicura, a partire da treni e stazioni, come dimostra l’estensione del servizio di Fs security. Altro che tolleranza e accoglienza indiscriminata, dopo anni di scelte sbagliate della sinistra e di porti aperti, dobbiamo tornare a regole e buonsenso».
Protagonista un immigrato anche a Tivoli. I fatti risalgono al 2 novembre. La vittima stava attendendo un treno nella sala d’aspetto e si è trovata di fronte un ventiquattrenne senza fissa dimora e senza permesso di soggiorno originario del Bangladesh, che nelle ultime settimane è stato più volte identificato dalle Forze dell’ordine alla stazione Termini di Roma e in altri scali della provincia. Ubriaco, avrebbe approfittato della situazione aggredendo la ragazza in un’area isolata e semibuia della sala d’attesa (dove non c’erano altre persone). Le urla della minorenne hanno attirato l’attenzione di alcune persone che attendevano in auto all’uscita della stazione. Lo straniero si è ritrovato circondato, anche dal personale di sicurezza delle Ferrovie, ed è stato consegnato ai carabinieri. Era in stato confusionale per l’alcol assunto ed è stato portato in caserma, dove poco dopo è scattato l’arresto. La ragazza è stata assistita dai militari e successivamente trasportata in ospedale per gli accertamenti.
Voleva probabilmente impossessarsi delle offerte, invece, il nigeriano che a Roma, in una chiesa di largo Torre Argentina, ha pestato la giovane suora che era presente nel luogo sacro. Mentre stava svolgendo le sue mansioni quotidiane in vista della messa che sarebbe stata celebrata poco dopo, la religiosa ha notato il nigeriano aggirarsi con fare sospetto: cercava di coprirsi il volto con il cappuccio e sollevando il colletto di una felpa. Preoccupata, con modi gentili ha chiesto allo straniero di allontanarsi. Il nigeriano, però, si è subito scagliato contro di lei, colpendola con pugni al volto e schiaffi. La violenza è stata tale che la suora è caduta a terra, mentre i passanti, attirati dalle grida d’aiuto, hanno immediatamente allertato le Forze dell’ordine. Nonostante la brutalità dell’aggressione, la religiosa, trasportata in ospedale per accertamenti, è risultata in buone condizioni generali. L’aggressore è stato arrestato poco dopo dagli agenti della sezione volanti grazie all’identikit fornito dai testimoni. È stato rintracciato e bloccato a poca distanza, in piazza del Monte di Pietà, dove si aggirava come se nulla fosse accaduto. Portato negli uffici del primo distretto di polizia Trevi Campo Marzio, è stato arrestato «perché gravemente indiziato» del reato di lesioni aggravate e portato nelle camere di sicurezza della questura in attesa del rito direttissimo in Tribunale, dopo il quale, ieri mattina, il giudice ha convalidato l’arresto.
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Stupri, suora pestata in chiesa, controllore accoltellato in treno: è il bollettino delle «imprese» compiute da stranieri in sole 48 ore. Eppure i magistrati si ostinano a boicottare i rimpatri. Il tribunale di Catania straccia il decreto del governo: «L’Egitto non è Paese sicuro». E anche Roma si rivolge alla Corte europea.Se pensate che un Paese nel quale i giudici applicano la legge ciascuno a modo suo non sia sicuro, allora potete essere certi che l’Italia non è un Paese sicuro. Sembra un paradosso, anzi lo è, eppure la situazione è esattamente quella che emerge dalle decisioni di vari giudici italiani in merito ai trattenimenti degli immigrati clandestini propedeutici alle procedure di rimpatrio. Ieri si sono raggiunte nuove vette di creatività nell’applicazione della legge con la decisione del presidente della sezione immigrazione del tribunale di Catania, Massimo Escher, che non ha convalidato , a quanto riferito dall’Ansa, il trattenimento disposto dal questore di Ragusa di cinque migranti che hanno presentato domanda di riconoscimento di protezione internazionale. La decisione, con singoli provvedimenti, ha riguardato tre egiziani e due bengalesi. Egitto e Bangladesh, dunque, per i giudici etnei non sono sicuri, e la sfida al governo è quindi esplicita. Lo scorso 18 ottobre, infatti, la sezione per i diritti della persona e immigrazione del tribunale di Roma non ha convalidato nessuno dei dodici trattenimenti nei confronti di altrettanti migranti nel centro italiano di permanenza per il rimpatrio di Gjader, in Albania, provenienti proprio da Bangladesh e Egitto, Paesi che, secondo i giudici, che avevano fatto riferimento a una sentenza della Corte di giustizia europea del 4 ottobre, non potevano essere ritenuti sicuri. Tre giorni dopo, il 21 ottobre, il governo ha approvato un decreto legge con la lista dei Paesi ritenuti sicuri, dove quindi gli immigrati clandestini possono essere rimpatriati: insieme a Egitto e Bangladesh, ci sono Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Costa d’Avorio, , Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Perù, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia. Tutto inutile: ieri il tribunale di Catania non ha convalidato il trattenimento di egiziani e bengalesi. Il giudice Escher scrive chiaro e tondo che è necessario, nel valutare il trattenimento, esaminare la qualifica data all’Egitto, con il decreto legge del 23 ottobre 2024, che lo include «in una lista che non prevede alcuna eccezione, né per aree territoriali né per caratteristiche personali», e che questa «qualificazione non esime il giudice dall’obbligo di verifica della compatibilità della designazione con il diritto dell’Unione europea, obbligo affermato in modo chiaro e senza riserve dalla Corte di giustizia europea nella sentenza della Gran Camera del 4 ottobre 2024». Inutile dire che per il magistrato di Catania l’Egitto non è sicuro, poiché «esistono gravi violazioni di diritti umani che, in contrasto con il diritto europeo citato, persistono in maniera generale e costante e investono non soltanto ampie e indefinite categorie di persone ma anche il nucleo delle libertà fondamentali che connotano un ordinamento democratico». Se l’italiano almeno è ancora una lingua sicura, il giudice di Catania quindi sostiene che siano i magistrati a dover stabilire se un Paese è sicuro o no. Il che pone diversi interrogativi e altrettanti paradossi. Il primo: quali strumenti ha a disposizione un giudice italiano per stabilire la sicurezza di un Paese? Si baserà sui telegiornali locali? Sui libri di storia? Sui racconti degli amici che vi hanno trascorso le vacanze? Non si sa: quello che si sa è che a questo punto potrebbe esserci un altro paradosso, ovvero che l’Egitto (per fare l’esempio più attuale) potrebbe essere considerato sicuro da un giudice di Napoli e non sicuro da un giudice di Firenze. Che succederebbe, a quel punto? Risposta esatta: saremmo nel caos totale. Del resto, la confusione già regna sovrana, considerando che a differenza dei giudici di Catania, quelli di Bologna prima e Roma poi hanno invece rinviato la decisione sui Paesi sicuri alla Corte di Giustizia europea. Dal governo si reagisce con la strategia del bastone e della carota. Il vicepremier Matteo Salvini attacca: «Per colpa di alcuni giudici comunisti che non applicano le leggi», argomenta Salvini, «il Paese insicuro ormai è l’Italia. Ma noi non ci arrendiamo!». «L’Egitto è una meta sempre più gettonata per le vacanze», recita una nota della Lega, «tanto che nel 2023 ha segnato un numero record di visitatori: 14,9 milioni, di cui 850.000 dall’Italia. In altre parole, l’Egitto è un Paese sicuro per tutti, tranne che per i clandestini che, secondo alcuni giudici di sinistra, non possono tornarci. Pensare che, per la sinistra e l’Anm, a essere insicura dovrebbe essere l’Italia perché governata dal centrodestra. Eppure, per Pd e toghe rosse i clandestini devono rimanere tutti qui». Vanno giù pesante, con comunicati-fotocopia, decine di parlamentari di centrodestra. Palazzo Chigi invece diffonde una nota nella quale si fa sapere che «il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ricevuto oggi (ieri, ndr) a Palazzo Chigi il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Fabio Pinelli. La visita si inserisce nell’ambito di una proficua e virtuosa collaborazione, nel rispetto dell’autonomia delle differenti istituzioni». Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, da parte sua afferma che «le operazioni di trasporto di migranti verso l’Albania possono riprendere ed avverranno appena ci saranno le condizioni logistiche di intercetto, di transito di migranti e poi il pre-screening di eventuali persone eleggibili per essere trasferite». Alcuni migranti ieri sono stati imbarcati sulla nave Libra della Marina Militare a sud di Lampedusa. Dopo lo screening a bordo, verranno trasferiti in Albania. La partita a scacchi tra governo e giudici continua, con il «blocco navale» che stavolta è prerogativa dei magistrati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giudici-e-clandestini-e-guerra-agli-italiani-2669586679.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="capotreno-accoltellato-da-due-egiziani" data-post-id="2669586679" data-published-at="1730759398" data-use-pagination="False"> Capotreno accoltellato da due egiziani L’accoltellamento di un capotreno a Rivarolo e lo stupro subito da una sedicenne nella sala d’attesa della stazione di Tivoli confermano che le tratte ferroviarie sono ormai in balia dell’immigrazione fuori controllo. La violenza, però, ora è entrata anche in chiesa e una suora, a Roma, è stata brutalmente aggredita. I tre episodi sono avvenuti tutti nelle ultime 48 ore, sollevando allarmanti preoccupazioni sulla sicurezza pubblica. Ieri, intorno alle 13.30, un capotreno di 44 anni è stato accoltellato da un egiziano di 21 anni, che era in compagnia di una ragazza di 16 anni nata in Italia ma di origini egiziane, su un treno regionale diretto a Busalla mentre stava effettuando il consueto controllo dei biglietti. È in quel momento che lo straniero e la minorenne, alla richiesta di mostrare i titoli di viaggio, hanno risposto con ostilità. Nonostante l’invito a scendere dal treno, i due hanno reagito in modo violento. L’egiziano avrebbe tirato fuori un coltello e colpito il capostazione al fianco sinistro, proprio sotto al petto. L’aggressione ha lasciato i passeggeri sotto choc: alcuni hanno assistito impotenti mentre il capotreno barcollava, sanguinante. È stato immediatamente lanciato l’allarme. I carabinieri, grazie alle descrizioni dettagliate fornite dai testimoni, dopo aver bloccato tutte le vie d’uscita della stazione, sono riusciti a fermare i due aggressori poco dopo. Il capotreno, trasportato in codice rosso all’ospedale Villa Scassi, ha riportato ferite definite come particolarmente gravi. Gli inquirenti stanno valutando per l’accoltellatore la contestazione del reato di tentato omicidio. Sulla tratta il traffico è stato rallentato e sono state disposte diverse cancellazioni. Per oltre due ore il regionale è rimasto a disposizione dell’autorità giudiziaria per gli accertamenti tecnici e scientifici. Oggi, dalle 9 alle 17, il personale ferroviario di Trenitalia, Trenitalia tper, Fs security, Italo ntv e Trenord osserverà uno sciopero di otto ore proclamato dai sindacati di categoria. Mentre il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha subito commentato: «Nessuna clemenza per i responsabili. Da parte nostra continueremo a fare il massimo per rendere l’Italia più sicura, a partire da treni e stazioni, come dimostra l’estensione del servizio di Fs security. Altro che tolleranza e accoglienza indiscriminata, dopo anni di scelte sbagliate della sinistra e di porti aperti, dobbiamo tornare a regole e buonsenso». Protagonista un immigrato anche a Tivoli. I fatti risalgono al 2 novembre. La vittima stava attendendo un treno nella sala d’aspetto e si è trovata di fronte un ventiquattrenne senza fissa dimora e senza permesso di soggiorno originario del Bangladesh, che nelle ultime settimane è stato più volte identificato dalle Forze dell’ordine alla stazione Termini di Roma e in altri scali della provincia. Ubriaco, avrebbe approfittato della situazione aggredendo la ragazza in un’area isolata e semibuia della sala d’attesa (dove non c’erano altre persone). Le urla della minorenne hanno attirato l’attenzione di alcune persone che attendevano in auto all’uscita della stazione. Lo straniero si è ritrovato circondato, anche dal personale di sicurezza delle Ferrovie, ed è stato consegnato ai carabinieri. Era in stato confusionale per l’alcol assunto ed è stato portato in caserma, dove poco dopo è scattato l’arresto. La ragazza è stata assistita dai militari e successivamente trasportata in ospedale per gli accertamenti. Voleva probabilmente impossessarsi delle offerte, invece, il nigeriano che a Roma, in una chiesa di largo Torre Argentina, ha pestato la giovane suora che era presente nel luogo sacro. Mentre stava svolgendo le sue mansioni quotidiane in vista della messa che sarebbe stata celebrata poco dopo, la religiosa ha notato il nigeriano aggirarsi con fare sospetto: cercava di coprirsi il volto con il cappuccio e sollevando il colletto di una felpa. Preoccupata, con modi gentili ha chiesto allo straniero di allontanarsi. Il nigeriano, però, si è subito scagliato contro di lei, colpendola con pugni al volto e schiaffi. La violenza è stata tale che la suora è caduta a terra, mentre i passanti, attirati dalle grida d’aiuto, hanno immediatamente allertato le Forze dell’ordine. Nonostante la brutalità dell’aggressione, la religiosa, trasportata in ospedale per accertamenti, è risultata in buone condizioni generali. L’aggressore è stato arrestato poco dopo dagli agenti della sezione volanti grazie all’identikit fornito dai testimoni. È stato rintracciato e bloccato a poca distanza, in piazza del Monte di Pietà, dove si aggirava come se nulla fosse accaduto. Portato negli uffici del primo distretto di polizia Trevi Campo Marzio, è stato arrestato «perché gravemente indiziato» del reato di lesioni aggravate e portato nelle camere di sicurezza della questura in attesa del rito direttissimo in Tribunale, dopo il quale, ieri mattina, il giudice ha convalidato l’arresto.
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Ma qui non si parla delle conquiste di Don Giovanni, ma di ciliegie. Tra le precoci ecco le maiatiche, buone e suggestive come un’aurora primaverile, chiamate così perché sono le ciliegie di maggio, maius per i latini. Le maiatiche sono le debuttanti della stagione: «Maggio ciliegie per assaggio». Le precoci più celebri sono di Taurasi, patria di due celebri rossi: il vino Docg e, appunto, la ciliegia dolce e succosa, buona al naturale e ottima come marmellata. Altrettanto gustose la Melella e la San Pasquale, cugine irpine, e la maiatica di Cerisano, nel Cosentino.
La ciliegia non è solo un frutto. È molto di più. È un simbolo, sacro e profano, è desiderio e appagamento, palato e lingua, gusto e metafora. La ciliegia è poesia. A volte intrigante, passionale, erotica. «Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi», sussurra Pablo Neruda in una delle sue canzoni disperate lasciandoci la libertà di pensare cosa mai farà la primavera con i ciliegi. In García Lorca il sentimento è trasporto: «E io ti baciavo senza rendermi conto che non ti dicevo: labbra di ciliegia».
A volte la ciliegia è malinconia, nostalgia di un amore lontano o perduto: «Vi supplico o figlie di Xiang, ricamate un guanciale di lino con mille ciliegie purpuree. Cerco il mio dolce amore e non lo trovo. Dov’è la mia bella, la mia amata? Posando il capo sui rossi ricami stanotte sognerò le labbra punicee del mio tesoro, le carezze vermiglie del mio bene smarrito. Le ciliegie addolciscono il sonno e l’assenza». Chi supplica è un anonimo poeta orientale convinto che solo sognando bacerà il suo amore spezzando il malvagio sortilegio dell’abbandono. In Angiolo Silvio Novaro c’è il ricordo dell’infanzia e delle poesie imparate a memoria: «E l’estate vien cantando, vien cantando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta? Un cestel di bionde pesche vellutate, appena tocche, e ciliege lustre e fresche, ben divise a mazzi e a ciocche».
Ciliege e amore è un classico anche nella canzone, nel romanzo d’amore, nel cinema. Se la «ninfetta» Lolita, nell’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov (tradotto poi in film), si fosse dipinta le labbra con un rossetto qualsiasi anziché con il wet cherry (ciliegia bagnata) e avesse succhiato un leccalecca al limone, più consono alla sua età, piuttosto di leccare quello alla ciliegia a forma di cuore, il trentasettenne professor Humbert Humbert non avrebbe rischiato la camicia di forza. Quale misero effetto avrebbe fatto in Pulp fiction di Quentin Tarantino, il frappè di latte di Uma Thurman se sopra la candida schiuma del frullato che sta bevendo con voluttà ci fosse stata, al posto della ciliegia scarlatta, una moscatella, ciliegia buonissima ma di color bianco? Riguardate la scena nella mente: la stangona di Hollywood fissa negli occhi John Travolta passando e ripassando tra le labbra la pallida controfigura di una ciliegia rossa come il fuoco. Seee…addio eros.
Purtroppo le ciliegie bianche hanno la dolcezza delle sorelle rosse, ma non lo stesso sex appeal. Non emozionano, non stuzzicano i sensi come le sorelle scarlatte. Queste, frutto proibito, suggeriscono voluttà, sensualità, peccato (ai minori di 14 anni, come è opportuno che sia, solo golosità). Quelle - oltre alla moscatella ci sono la limona, la bianca di Verona - fanno pensare all’innocenza, alla pudicizia, alla Prima comunione. Al bianco vestito delle spose che (almeno una volta era così) arrivavano illibate all’altare.
La ciliegia rossa ha ispirato compositori e cantanti. Nell’Amico Fritz di Pietro Mascagni c’è il Duetto delle ciliegie: «Han della porpora vivo il colore, son dolci e tenere». Nel 1950 Nilla Pizzi titillava il cuore degli innamorati cantando «Ciliegi rosa a primavera come le labbra del mio amor, i baci della prima sera ricordo ancor». Nel 1959 Gloria Christian gorgheggiava Cerasella al Festival di Napoli. Nel 1990 Pino Mango firma con Mogol Ma com’è rossa la ciliegia: «Ma com’è rossa la ciliegia, come mai? I raggi del sole l’hanno baciata e lei si è trovata già maturata». Insomma, ciliegie, baci e amore vanno sempre d’accordo. Ma, e non è cosa da poco, le ciliegie fanno bene alla salute oltre che all’amore. Sono ricche di vitamine: A, C, B1 e B2 e di sali minerali: potassio, calcio, magnesio, fosforo. Hanno poche calorie (38 in un etto) e sono diuretiche.
La bellezza e la dolcezza della ciliegia hanno ispirato artisti e letterati fin dall’antichità. A Ercolano, nella casa detta del Gran portale, c’è un bellissimo ciliegio dipinto 2.000 anni fa. I Greci, che la chiamavano kèrasos, la apprezzavano da molto prima dei Romani. Teofrasto ne parla 300 anni prima di Cristo. Prima di loro, la conoscevano gli Egizi. Secondo Plinio fu Lucio Licinio Lucullo a introdurre il ciliegio in Italia nel 73 a.C. dopo aver sconfitto Mitridate, re del Ponto. Oltre a essere il più noto gourmet del mondo antico - celebri le cene luculliane - fu anche un ottimo generale e, siccome una ciliegia tira l’altra, Lucullo pensò bene di procacciarsene una scorta infinita portandosi un ciliegio da Cerasunte, colonia greca sul Mar Nero famosa per la coltivazione della pianta dalla quale prese il nome: il cerasum.
Nome che, più o meno modificato, si usa ancora in molti dialetti della Penisola e all’estero. In Sicilia (famose le ciliegie etnee) la chiamano ciràsa; a Napoli ’a ceràsa; cirésa in Piemonte (celebri quelle di Pecetto); sirésa in Veneto dove domina la Mora di Tramigna. In Spagna è cereza, in Francia cerise, in Portogallo cereja. In Inglese è cherry che è anche il nome del liquore che si ricava dal frutto. Gabriele D’Annunzio battezzò Sangue morlacco il liquore che la Luxardo produceva a Fiume con le marasche.
La ciliegia, oltre all’arte e alla poesia, appartiene alla simbologia cristiana. Il rosso richiama il sangue di Cristo e dei martiri. Per questo si trovano ciliegie su tavole raffiguranti l’ultima cena o la Cena in Emmaus. Nel Riposo durante la fuga in Egitto del Barocci, Gesù Bambino ha ciliegie in mano. Nella Madonna del libro di Sandro Botticelli c’è una coppa di ciliegie. Nella Madonna delle ciliegie di Tiziano sono in mano al Bambino e a Maria che le porge a San Giovannino; simboleggiano la futura Passione di Gesù e il martirio del Battista decollato da Erode.
Agli smemorati mangiatori di frutta d’oggidì, la ciliegia bianca presenta le sue antiche e aristocratiche radici, il blasone rinascimentale. È nelle nature morte dei pittori del Cinquecento e del Seicento. La troviamo in scenografici vassoi. Bellissime le fruttivendole di Vincenzo Campi che dispongono cesti di frutta con tutte le varietà di ciliegie, anche le bianche. Il toscano Bartolomeo Bimbi, alla corte dei Medici, tocca le vette della natura morta. Nella villa medicea di Poggio a Caiano le sue tele con la frutta e i fiori dominano meravigliose, educative e tragiche perché ci fanno capire quanta biodiversità, quanti frutti, verdure, animali abbiamo perduto dal Settecento a oggi. Il Bimbi, nella grande tela delle ciliegie pone al centro della scena le moscatelle bianche che i Medici coltivavano nelle tenute intorno a Firenze.
Pochi lo sanno, ma anche le ciliegie, sia rosse sia bianche, dolci o asprigne, hanno un santo protettore: San Gerardo dei Tintori, patrono della città di Monza (lo si festeggia tra poco, il 6 giugno). Una sera d’inverno del Duecento, in cui sentiva ardentemente il bisogno di pregare, chiese ai chierici del Duomo di Monza di farlo entrare. I custodi, insonnoliti, gli opposero un «no» secco. San Gerardo non si scompose: se lo avessero fatto entrare, avrebbe donato loro un cesto di ciliegie. Vista la stagione, gli altri acconsentirono ridacchiando. Di lì a poco Gerardo tornò con le ciliegie.
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In occasione del Milan longevity summit, Unifarco presenta il progetto GenAge® e il modello delle Farmacie specializzate in longevità: un approccio che punta a trasformare la farmacia in un vero «Longevity hub», dove il farmacista diventa guida multidisciplinare in un percorso costruito su evidenze scientifiche, analisi dello stile di vita e prevenzione personalizzata. Ne parliamo con il dottor Gianni Baratto, direttore scientifico e vicepresidente (Ricerca e sviluppo) di Unifarco, per capire quale ruolo potranno avere le farmacie nella diffusione di una cultura della longevità sana e consapevole.
Oggi si parla moltissimo di longevità. Secondo lei qual è il rischio più grande: trasformarla in una moda o riuscire davvero a renderla prevenzione quotidiana?
«Sicuramente oggi il termine “longevity” è ampiamente utilizzato e strumentalizzato anche fuori dai giusti contesti. È diventato un termine spendibile in svariati ambiti, dalla comunicazione sanitaria a quella finanziaria e assicurativa. Tuttavia è utile ricordare che, sebbene questo termine sia oggi sulla bocca di tutti e possa sembrare una trovata commerciale per vendere più beni e servizi, non è un tema così recente. Longevità si può tradurre anche con “salute nel tempo”, e ogni prodotto nasce per far star bene le persone. È esplosa questa meravigliosa bolla, finalmente ora parlare di longevità non è più fantascienza ma scienza, e questo ha reso più motivati brand come GenAge® a fornire a tutte le persone gli strumenti più concreti che la scienza oggi offre».
A che punto è la conoscenza?
«In questo campo non si ferma mai, nascono ogni giorno startup e aziende dedicate, vengono investiti sempre più capitali per lo studio di come accompagnare l’allungamento della durata media della vita con un parallelo aumento degli anni in salute. A chi è scettico suggeriamo di trovare i giusti referenti, interlocutori formati e competenti con cui differenziare ciò che è longevity solo per moda e convenienza da ciò che è realmente longevity, per una salute ora e nel tempo tramite un lavoro di squadra sulle proprie abitudini e sulla propria biologia. Così da esprimere al meglio le potenzialità genetiche che abbiamo ricevuto e vivere più a lungo e in salute, con partecipazione attiva alla vita sociale, autonomia e soddisfazione di noi stessi a qualsiasi età. Perché è davvero possibile».
Che cosa significa «manutenzione della salute» nella vita di una persona di 40, 50 o 60 anni?
«Quando parliamo di meccanismi biologici malleabili, di azioni sul nostro stile di vita, di cambiamenti che devono diventare sane routine mantenute nel tempo, ecco che si evidenzia chiaramente come sia necessario cominciare a occuparsi della propria longevità (in salute) prima che tutto sia visibile e manifesto. In realtà, a partire dai 35-40 anni, nel nostro corpo, i meccanismi biologici, la vitalità delle cellule, l’accumulo di danni, le compensazioni che prima erano altamente efficienti, cominciano ad alterarsi innescando la curva dell’invecchiamento. È nel momento in cui siamo al massimo della nostra vitalità che dobbiamo sostenerla e “revisionarla” (quasi fosse la nostra automobile), per darle l’energia e la carica per durare più a lungo nel tempo e in modo più performante».
Nel vostro approccio i farmacisti diventano una sorta di «guida della longevità». Come cambia il ruolo della farmacia rispetto al passato?
«Il farmacista è depositario di una solida esperienza formulativa e analitica di stampo multidisciplinare e ha le competenze necessarie per mettere la persona al centro, prendersene cura a 360 gradi, accompagnarla in modo personalizzato e sostenerne la motivazione. Possiede tutte le caratteristiche per essere il primo punto di riferimento e l’anello di congiunzione per un percorso multidisciplinare che include anche altri professionisti della salute. Oltre a questo, la farmacia è un presidio accessibile, diffuso capillarmente in tutto il territorio e intercetta tutte le fasce della popolazione. In farmacia, con la presenza di un farmacista preparatore formato nell’approccio pro-longevity promosso da GenAge®, potrà così concretizzarsi un percorso di manutenzione della salute fatto di analisi genetiche, analisi dei principali parametri ematici e dei marker infiammatori, test del microbiota e valutazione della composizione corporea. Approcci concreti, facilmente accessibili ed estremamente scientifici e personalizzati. Per rendere il tutto più approfondito e oggettivo, abbiamo creato il Programma yougevity, in cui alla figura del farmacista si affianca un team multidisciplinare composto da medico, nutrizionista, personal trainer e mental coach, per un’esperienza completa che integra ogni aspetto essenziale alla nostra longevità in salute».
Parlate di geroscienze e «hallmarks of aging». Quanto siamo vicini a una medicina che non cura solo le malattie, ma rallenta i meccanismi dell’invecchiamento?
«Negli ultimi anni la scienza dell’invecchiamento ha registrato un progresso senza precedenti. Ad oggi, è in grado di dare una risposta, seppur complessa e forse ancora incompleta, a questa domanda. La scienza si è concentrata soprattutto nell’analisi dei meccanismi chiave responsabili del progressivo declino dei sistemi di regolazione ed equilibrio (omeostasi) cellulare, identificando 12 “hallmarks of aging”, cioè 12 pilastri dell’invecchiamento».
Quali sono?
«Biomarker distintivi e responsabili della senescenza che si manifestano durante il normale invecchiamento, che lo accelerano se esacerbati e, viceversa, lo rallentano se gestiti correttamente. Metabolismo, funzioni cognitive, ossa, articolazioni, muscoli, pelle e intestino possono incontrare qualche ostacolo lungo il percorso degli anni anagrafici, spesso con segnali sottili, difficili da riconoscere e sensazioni che emergono nella routine quotidiana. Se siamo consapevoli dei nostri punti di forza e riconosciamo le nostre aree più vulnerabili, grazie a genetica e azione epigenetica con lo stile di vita pro-longevity, facciamo il primo fondamentale passo per lavorare sulla nostra biologia, rendendola più vitale, più funzionale, più ottimizzata e longeva».
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Le foto stanno facendo il tour dei social con una velocità superiore a quella del cronoman Filippo Ganna. Ed escludendo l’autoironia (difficile trovarne qualche grammo su questi temi), indicano tante cose insieme: il delirio fuori scala di chi ha avuto la pensata, la volontà di abbracciare la moda woke ormai fuori tempo massimo e la dimostrazione di insensibilità nell’accostare il mondo fantasy a quello reale. Perché vedere la sedia a rotelle (con tutto ciò che presuppone in termini di dolore e di coraggio) accanto a un droide da Star Wars farebbe sobbalzare anche il più cinico dei leoni da tastiera di X.
Quello grossetano nella Cittadella dello studente dev’essere un istituto davvero fortunato. Mentre gli altri, in tutta Italia, sono preoccupati dalla dispersione scolastica, dall’uso indiscriminato dell’Intelligenza artificiale, dalle sacche di violenza al loro interno, ecco la paradisiaca Eat dove c’è la possibilità per i ragazzi di incontrare Robin mentre fa asciugare i guanti verdi sotto il getto di aria calda. È l’invasione dell’ultra-woke. Non fa una piega l’assessore regionale toscano alla Scuola, Alessandra Nardini (Pd), orgogliosa di mostrare l’opera su Facebook nella speranza che sia un viatico per decollare verso il Nazareno. Si sa che Elly Schlein è molto sensibile alle pulsioni radical da terza liceo «sull’accessibilità universale» che arriva ad abbracciare il transgenderismo planetario. Anzi galattico. Anzi a fumetti.
Così l’istituto dedicato a enogastronomia, accoglienza (nel senso di hospitality) e turismo deve fare i conti con i bagni più inclusivi dell’universo interstellar. Non vorremmo deludere chi ha avuto la pensata, ma è arrivato ultimo. Alcune università italiane, mosse dall’urgenza di adeguarsi ai dogmi del fanatismo Lgbtq+ da campus californiano, da tempo hanno ricavato servizi igienici per il presunto terzo sesso, destinati a rimanere deserti o ad attrarre superflue polemiche. Come quella avvampata due anni fa alla Bocconi di Milano, allorché tre studenti sono stati sospesi per sei mesi dalle lezioni per aver pubblicato sui social media commenti a loro dire goliardici, ma ritenuti «transfobici» dal consiglio di disciplina dell’ateneo. Un provvedimento molto severo, rigorosamente in linea con la polizia del pensiero e della parola.
I bagni di Guerre Stellari (noi boomer di periferia eravamo fermi al bar) stanno facendo discutere. Il parlamentare di Fratelli d’Italia, Fabrizio Rossi, ha commentato: «Direbbe il poeta, Non so se il riso o la pietà prevale. Ecco come le porte di un gabinetto diventano una crociata». È bastata la frase perché si autoproducesse come un blob una task force molto seria e molto presa dall’argomento, capitanata dall’assessora Nardini, pronta a far divampare lo scontro ideologico: «L’attacco di Rossi è l’ennesima prova dell’ossessione della destra. Io sto dalla parte di chi realizza spazi accoglienti, non di chi agita fantasmi woke. Davvero il problema sarebbero bagni pensati per riconoscere ogni persona? Penso che tutte le iniziative che consentono a ogni persona, ogni corpo e ogni identità, di essere riconosciuta, siano le benvenute». Se c’erano dubbi sulla mancanza di autoironia e di profondità morale del progressismo radical, questi evaporano. Perché sarebbe interessante definire l’identità e il perimetro sociale del robottino Ambrogio e della sirenetta Ariel. E capire le profonde motivazioni filosofiche che consentono di accostare nella stessa frase, con la stessa sensibilità, dentro lo stesso perimetro di dignità civile Batman e una mamma incinta, i Minions e una persona disabile. Anche il presidente provinciale Francesco Limatola (ovviamente piddino pure lui) non si è risparmiato qualche grammo di indignazione: «L’onorevole Rossi dovrebbe preoccuparsi un po’ di più di dare risposte ai territori e un po’ di meno di inseguire un maldestro tentativo di fare il fenomeno sui social». È noto che il presidente di una Provincia, al contrario, possa mettersi alle spalle le tematiche che riguardano i cittadini per baloccarsi a piacere dentro un cartoon. Undici icone, zero autocritica, una difesa d’ufficio da far cascare le braccia. Non resta che un consiglio: controllate spesso la carta igienica.
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