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2022-04-06
Non solo Giappone. La fioritura dei ciliegi si può ammirare anche a Roma
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Aprile tempo di fioriture. Dopo giorni di pioggia e persino di neve, il sole è tornato a splendere e, con lui, la voglia di aprirsi ai colori della primavera. Una stagione che, da sempre, attrae sentimenti ambivalenti: amata dai meteoropatici, ma odiata da chi soffre di allergie stagionali, presenta risvolti vantaggiosi per tutti: dalle ore in più di luce alle temperature che si fanno più miti, fino ai colori e ai profumi dei fiori in rinascita.
Per celebrare questa rinascita - anche simbolica: non sono solo gli animali a svegliarsi dal letargo - è ormai tradizione diffusa andare in giro in cerca di fioriture: i colori attirano le persone come il miele le api. Ai mesi grigi subentra un periodo dai colori tenui ed esplosivi e l’aria, finalmente tiepida, si riempie di terapeutici afrori.
In questo periodo possiamo assistere alla fioritura del glicine e del melo ornamentale, delle camelie (bianche, rosa e rosse) e dei peschi, delle azalee e delle margherite, per citare solo alcune specie. Al centro dell’interesse c’è soprattutto la fioritura dei ciliegi, non solo per la bellezza oggettiva, ma anche per le immagini da cartolina provenienti dal Giappone che tanto cinema, negli ultimi anni, ci ha regalato. Si pensi a «Le ricette della signora Toku», di Naomi Kawase; oppure ai film d’animazione come «5 cmk al secondo», di Makoto Shinkai.
Insomma, l’hanami (che si riferisce sia alla fioritura dei ciliegi che alla simbologia nipponica a essa correlata) è sbarcato anche da noi. A Roma, per esempio, i sakura possono essere nuovamente ammirati al Parco Lago dell’Eur, grazie alla presenza delle cultivar Kanzan e Prunus x yedoensis. Un evento a cui i romani tengono molto e a cui un anno fa dovettero rinunciare a causa della ripartizione delle Regioni in zone rosse e arancioni.
La fioritura dei ciliegi ci porta altrove ed è proprio altrove che spesso gli italiani si recano per ammirare i fiori più famosi al massimo del loro splendore. L’Olanda, per esempio, è da anni meta di pellegrinaggio per i suoi variopinti tulipani: il Keukenhof di Lisse, a pochi chilometri da Amsterdam, è ritenuto il parco più bello del mondo. Qui, ogni anno, sbocciano circa 800 specie diverse, per un totale di circa 7 milioni di tulipani!
Il biglietto non è regalato (l’ingresso ammonta a una ventina di euro), ma lo spettacolo ripaga di tutto. È per questo che in molte città italiane sono sorti parchi temporanei dedicati, come il Tulipark di Roma e Bologna, ma inutile aspettarsi il medesimo splendore olandese.
Anche il Belgio vanta delle bellissime fioriture, tra cui quella delle campanule dal colore violetto-bluastro. Da metà aprile la foresta di Halle (chiamata anche Foresta Blu), a circa mezz’ora da Bruxelles, diventa per 3-4 settimane una distesa coloratissima e dall’aspetto incantato. Le date cambiano di anno in anno a seconda del clima, per questo è meglio informarsi prima di partire.
Famosa è anche la fioritura dei papaveri nell’Antelope Valley, in California, che da marzo a maggio diventa una distesa di fiori non rossi, ma arancioni. Come nella nostra Castelluccio di Norcia, anche qui è vietato calpestare i prati. Si tratta infatti di una riserva e la si può percorrere solo su sentieri tracciati. Sul sito è possibile monitorare questa fioritura, il cui andamento – come in Belgio – è imprevedibile.
Infine – ma la lista sarebbe ancora lunghissima – il campo di lupini nella tedesca Riserva della biosfera di Rhön, fondata dall’Unesco. Una fioritura che dura fino a metà estate e regala fiori bianchi, rossi, blu e viola a perdita d’occhio. Alcuni superano persino il metro d’altezza.
Andare in giro per fioriture non è un semplice vezzo, ma una vera e propria attività terapeutica, soprattutto - ça va sans dire – per chi vive e lavora in città. Oltre al contatto con la natura, colori e profumi hanno effetti benefici sulla mente e sul corpo. Si parla ormai da anni sia di cromoterapia che di aromaterapia. Colori e profumi, insomma, sono alleati dell’umore: tutti sanno, per esempio, che il verde rilassa, mentre il rosso eccita, che l’aroma di lavanda coadiuva il sonno e quello di vaniglia è un antistress.
Insomma, andare per fioriture è un’attività che fa bene al corpo e allo spirito. Per questo, facciamo un viaggio da Nord a Sud alla scoperta di colori e profumi indimenticabili.
Trentino Alto Adige

iStock
Si va in Alto Adige per tanti motivi, ma è soprattutto la natura ad attrarre ogni anno migliaia di visitatori. Tutti conoscono questa terra per le sue montagne e i pascoli, ma chi si ferma a contemplare e, soprattutto, a degustare il dente di leone?
Ebbene sì, questo fiore è molto utilizzato nella cucina altoatesina. Il dente di leone, conosciuto anche come tarassaco, oltre a essere utilizzato per le sue proprietà diuretiche, antinfiammatorie e disintossicanti, arricchisce le insalate, diventa il ripieno di ravioli freschi e può persino diventare un’alternativa al caffè.
In Alto Adige, quindi si fa di bellezza virtù: andare adesso significa ammirare i campi punteggiati di giallo e, dal 15 aprile al 22 maggio, partecipare a «Le Settimane del Dente di Leone», manifestazione culinaria dedicata a uno dei simboli della Val d’Ultimo – Alta Val di Non.
Per degustare gli originali piatti a base di questa pianta, bisogna andare nelle località di Lauregno, Senale, Proves e San Felice, dove ristoranti del luogo propongono le loro ricette. Un modo per entrare a contatto con le antiche tradizioni contadine della zona, facendo contemporaneamente cromo-aroma-terapia.
Le Settimane del Dente di Leone includono anche un mercato contadino, eventi musicali e animazione per bambini.
Dormire nella Val d’Ultimo – Alta Val di Non
- Mesnerhof, Mesner 66 Mesnerhof, Lauregno: ideale per chi cerca un appartamento nuovo e accogliente, in perfetto stile altoatesino;
- Hotel Pension Lydia, Vernago 19, Senale: posizione perfetta per chi ama le escursioni.
Mangiare nella Val d’Ultimo – Alta Val di Non
Non solo tarassaco, ovviamente. Tra i prodotti tipici della zona, consigliamo la mortandela, un salume che è anche presidio Slow Food, ma anche i dolci a base di mele e i canederli.
- Malga Revó, Località Malga Revó 1, Proves: piatti tipici della zona in un ristorante immerso nella natura;
- Pizzeria Restaurant Pension Greti, via Palade 39, Senale – San Felice: b&b apprezzato anche per le pizze e le colazioni;
- Trattoria Al Sole, 11 Località Maso Gassern, Lauregno. Da provare: gli gnocchi di cicoria.
Sigurtà

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Il Sigurtà è, di per sé, uno dei più bei parchi italiani. Si trova a Valeggio sul Mincio (VR) e vanta una serie di fioriture spettacolari, a seconda della stagione.
La sua origine risale al XV secolo ed è connessa alla storia di alcune famiglie patrizie, che si sono susseguite nel tempo. Il parco-giardino, infatti, faceva parte di una tenuta composta da varie strutture, tra cui una cappella, il fienile e la scuderia.
Visitando il parco, oltre alla bellezza naturalistica, si ha quindi modo di ammirarne le architetture, dandosi la possibilità di immaginare la vita di queste ricche famiglie, che si dedicavano all’ozio proprio negli immensi spazi verdi.
Nel mese di aprile è possibile immergersi tra i colori dei tulipani, per cui il Sigurtà è diventato celebre negli ultimissimi anni. L’evento, che ha luogo nei mesi di marzo, aprile e maggio, ha preso il nome di tulipanomania, grazie alle 300 varietà fotografate da visitatori provenienti da tutta Italia.
Si tratta della fioritura di tulipani più importante d’Italia, per cui gli amanti di questi fiori non possono farsi sfuggire un evento che non ha molto da invidiare all’Olanda. Ogni anno ci sono delle novità: il 2022 presenta una bellissima collezione di tulipani neri e alcune pregiate varietà dai colori pastello.
Quanto alle fioriture successive, segnaliamo l’albero delle farfalle, l’iris, le ninfee, ma anche i girasoli, i crochi, i giacinti e le peonie.
Il biglietto d’ingresso al Parco Giardino Sigurtà costa 15.50 € per gli adulti, 8.50 € per i ragazzi dai 5 ai 14 anni e 11.50 € per gli over 65. Si può prenotare direttamente dal sito.
Dormire a Valeggio sul Mincio
- Hotel Eden, via Don Giovanni Beltrame 10: accogliente e dalla posizione strategica;
- Agriturismo Corte Morandini, Loc. Gobbini 28/B: immerso nel verde, offre anche una cucina genuina.
Mangiare a Valeggio sul Mincio
- Trattoria Il Cavallino, vicolo Nino Bixio 7: cucina del territorio, di cui assaggiare soprattutto i tortellini;
- Hostaria Marsala 2, via Marsala 2: pochi coperti, ottima cucina;
- Giardini di Borghetto, str. Viscontea 533: da provare il tagliere di affettati.
Firenze e Sermoneta

Giardino di Ninfa a Sermoneta in provincia di Latina (iStock)
Una delle fioriture più belle del periodo è quella del glicine, rampicante dalle infiorescenze violacee e dal profumo inebriante. A partire da aprile-maggio, paesi e città si riempiono di «grappoli» che sbucano da muri, pergolati e inferriate: nonostante la sua preziosità, si tratta infatti di una pianta piuttosto diffusa in Italia.
I luoghi in cui ammirare questo spettacolo della natura in tutto il suo splendore sono molti. Se si vuole rimanere a bocca aperta, bisogna andare nella fiorentina Villa Bardini, nel cui giardino esiste una pergola che diventa una sorta di magica galleria viola. La fioritura del glicine è anche diventata un contest fotografico: le migliori fotografie verranno selezionate tra il 30 aprile e il 1° maggio e pubblicate sul profilo Instagram di questa villa, che è anche spazio museale e offre una delle visuali più belle sulla città.
Altro luogo che aiuta a sentirsi protagonisti di una fiaba è il Giardino di Ninfa, nei pressi di Sermoneta (LT): 8 ettari di riserva ai piedi dei Monti Lepini. Il New York Times l’ha definito il giardino più bello e romantico del mondo e a ragion veduta: al suo interno si trovano 1300 specie di piante, tra cui il glicine, che si specchia nel fiume Ninfa.
Non solo piante: in questo giardino all’inglese voluto da Gelasio Caetani nel 1921, esistono anche dei ruderi di origine medievale, che contribuiscono a donare al posto un aspetto surreale.
Il biglietto d’ingresso costa € 15,75. Per qualunque informazione su aperture e prezzi, basta andare sul sito.
Dormire a Firenze e Sermoneta
- Hotel Berchielli, Lungarno Acciaiuoli 14, Tornabuoni, Firenze: hotel elegante e raffinato, situato in un punto magnifico;
- Le Camere Pinte, via Matteotti 3, Sermoneta: appartamento centrale e dotato di centro benessere (da prenotare).
Mangiare a Firenze e Sermoneta
- La Leggenda dei Frati, Costa S. Giorgio 6/a, Firenze: ristorante con una stella Michelin;
- Trattoria Ghost, via Sotto il Forte 2, Sermoneta: consigliamo i tagliolini al cinghiale;
- Antico Emporio, Piazza del Comune 2, Sermoneta: apprezzato per il suo tagliere e la posizione centrale.
Villa Rufolo

Villa Rufolo (iStock)
Altro luogo da favola è il Giardino di Klingsor di wagneriana memoria: stiamo parlando dei Giardini di Villa Rufolo (SA), sulla Costiera Amalfitana, che tanto colpirono, oltre al Boccaccio, il musicista tedesco, la cui presenza spirituale ha inconsapevolmente dato il via all’annuale Ravello Festival.
Fu il nobile Sir Francis Nevile Reid a ideare questo giardino dalle caratteristiche tipiche del Romanticismo ottocentesco e conosciuto anche come “giardino dell’anima”. Qui, come in quello di Ninfa, ruderi di epoca precedente e ricca vegetazione, esotica e autoctona, convivono armoniosamente.
Il giardino è costruito su due livelli: al piano inferiore, tra le molte specie, si trovano rampicanti come l’edera e il glicine del Giappone, nonché aiuole adibite a fioriture stagionali, mentre altre ospitano sempreverdi. In questo periodo, sempre al piano inferiore, possiamo ammirare due pergolati di rosa banksiae e la vistosa Dolichandra unguis-cati, rampicante dai fiori che assomigliano a delle grosse trombe gialle.
Il giardino superiore, invece, sfoggia piante come il lauro trinervio, il bosso delle Baleari e la Bergenia crassifolia (per citarne solo alcune). Villa Rufolo è un felicissimo mix di natura e cultura e gli affacci mozzafiato sul mare fanno il resto.
Per maggiori informazioni basta chiamare lo 089 857621 o scrivere a segreteria@villarufolo.it
Dormire a Ravello
- Villa Amore, Via De Fusco 5: elegante, moderno e con un panorama fantastico;
- Residence Le Villette, Viale Parco della Rimembranza 19: in posizione centrale, è dotato di piscina e terrazza.
Mangiare a Ravello
Se si va sulla Costiera Amalfitana non ci si può esimere dall’assaggiare alcuni must: dalla pizza alla mozzarella in carrozza, dagli scialatielli cozze e vongole alle pastarelle amalfitane e al limoncello.
- Ristorante Salvatore, via della Repubblica 2: ottimi i ravioli con i gamberi croccanti. Vista bellissima;
- Mimí Pizzeria&Cucina, via S. Francesco 12: la pizza qui è un sine qua non;
- Babel wine bar deli & art, via Santissima Trinità 13: piatti della tradizione in versione rielaborata.
Agrigento

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Concludiamo questo viaggio ad Agrigento e, precisamente, nella Valle dei Templi, che oltre a ospitare testimonianze storiche di estrema importanza, a partire da febbraio può vantare anche un’ineguagliabile fioritura di mandorli.
Dato il clima siciliano, l’esplosione floreale di queste piante avviene in anticipo rispetto ad altre zone d’Italia, ma ad aprile si possono ancora trovare degli esemplari che assomigliano a nuvole bianche e rosacee.
La fioritura dei mandorli è però solo una scusa per andare in Sicilia e ammirare la Valle dei Templi, che in estate – date le temperature e la sua esposizione – è improponibile. Il periodo migliore è proprio questo, sia per il clima più mite che per il turismo, un po’ più rado rispetto alla stagione estiva.
Il parco archeologico è aperto dalle 8.30 alle 19.00 e il biglietto combinato costa 15 euro: comprende la Valle e il Giardino della Kolymbethra, che appaga in pieno il desiderio di fiori, natura e allo stesso tempo archeologia. I biglietti possono essere acquistati anche online.
Bene FAI e celebre meta per i protagonisti del Grand Tour, il giardino si fa ammirare per i mandorli, gli ulivi, gli agrumeti e la macchia mediterranea, che in questo periodo esplode di colori e profumi. Al suo interno si trovano anche antichi ipogei, chiamati Acquedotti Feaci, risalenti al V secolo a.C.
Dormire ad Agrigento
- Colleverde Park Hotel, via dei Templi: vale anche solo per la vista sulla Valle dei Templi;
- B&B Batarà - "La Terrazza del Centro", via Ficani 34: anche qui vista speciale e ottime colazioni.
Mangiare ad Agrigento
Tra i piatti tipici della zona ci sono la minestra di San Giuseppe (preparata con fave e legumi vari), il taganu d’Aragona (torta di pasta tipica del periodo pasquale) e le stigghiola, ossia interiora di agnello e capretto.
- Pititto Ristorante, piazzetta Vadalà 2: ottimo il tortino di melanzane e pesce spada;
- Sal8, via Cesare Battisti 8: pesce fresco di qualità;
- Ristorante Kalos di Cipolla Antonio, salita Filino 1: da provare il polpo arrosto.
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Un viaggio alla scoperta dei paesi e degli angoli famosi per le fioriture, dal giardino Sigurtà alla piana di Castelluccio. Oltre ai sakura al Parco Lago dell’Eur, in questo periodo possiamo assistere in giro per l'Italia alla fioritura del glicine e del melo ornamentale, delle camelie (bianche, rosa e rosse) e dei peschi, delle azalee e delle margherite.Lo speciale contiene un articolo e un breve itinerario di cinque tappe.Aprile tempo di fioriture. Dopo giorni di pioggia e persino di neve, il sole è tornato a splendere e, con lui, la voglia di aprirsi ai colori della primavera. Una stagione che, da sempre, attrae sentimenti ambivalenti: amata dai meteoropatici, ma odiata da chi soffre di allergie stagionali, presenta risvolti vantaggiosi per tutti: dalle ore in più di luce alle temperature che si fanno più miti, fino ai colori e ai profumi dei fiori in rinascita.Per celebrare questa rinascita - anche simbolica: non sono solo gli animali a svegliarsi dal letargo - è ormai tradizione diffusa andare in giro in cerca di fioriture: i colori attirano le persone come il miele le api. Ai mesi grigi subentra un periodo dai colori tenui ed esplosivi e l’aria, finalmente tiepida, si riempie di terapeutici afrori.In questo periodo possiamo assistere alla fioritura del glicine e del melo ornamentale, delle camelie (bianche, rosa e rosse) e dei peschi, delle azalee e delle margherite, per citare solo alcune specie. Al centro dell’interesse c’è soprattutto la fioritura dei ciliegi, non solo per la bellezza oggettiva, ma anche per le immagini da cartolina provenienti dal Giappone che tanto cinema, negli ultimi anni, ci ha regalato. Si pensi a «Le ricette della signora Toku», di Naomi Kawase; oppure ai film d’animazione come «5 cmk al secondo», di Makoto Shinkai.Insomma, l’hanami (che si riferisce sia alla fioritura dei ciliegi che alla simbologia nipponica a essa correlata) è sbarcato anche da noi. A Roma, per esempio, i sakura possono essere nuovamente ammirati al Parco Lago dell’Eur, grazie alla presenza delle cultivar Kanzan e Prunus x yedoensis. Un evento a cui i romani tengono molto e a cui un anno fa dovettero rinunciare a causa della ripartizione delle Regioni in zone rosse e arancioni.La fioritura dei ciliegi ci porta altrove ed è proprio altrove che spesso gli italiani si recano per ammirare i fiori più famosi al massimo del loro splendore. L’Olanda, per esempio, è da anni meta di pellegrinaggio per i suoi variopinti tulipani: il Keukenhof di Lisse, a pochi chilometri da Amsterdam, è ritenuto il parco più bello del mondo. Qui, ogni anno, sbocciano circa 800 specie diverse, per un totale di circa 7 milioni di tulipani!Il biglietto non è regalato (l’ingresso ammonta a una ventina di euro), ma lo spettacolo ripaga di tutto. È per questo che in molte città italiane sono sorti parchi temporanei dedicati, come il Tulipark di Roma e Bologna, ma inutile aspettarsi il medesimo splendore olandese. Anche il Belgio vanta delle bellissime fioriture, tra cui quella delle campanule dal colore violetto-bluastro. Da metà aprile la foresta di Halle (chiamata anche Foresta Blu), a circa mezz’ora da Bruxelles, diventa per 3-4 settimane una distesa coloratissima e dall’aspetto incantato. Le date cambiano di anno in anno a seconda del clima, per questo è meglio informarsi prima di partire.Famosa è anche la fioritura dei papaveri nell’Antelope Valley, in California, che da marzo a maggio diventa una distesa di fiori non rossi, ma arancioni. Come nella nostra Castelluccio di Norcia, anche qui è vietato calpestare i prati. Si tratta infatti di una riserva e la si può percorrere solo su sentieri tracciati. Sul sito è possibile monitorare questa fioritura, il cui andamento – come in Belgio – è imprevedibile.Infine – ma la lista sarebbe ancora lunghissima – il campo di lupini nella tedesca Riserva della biosfera di Rhön, fondata dall’Unesco. Una fioritura che dura fino a metà estate e regala fiori bianchi, rossi, blu e viola a perdita d’occhio. Alcuni superano persino il metro d’altezza.Andare in giro per fioriture non è un semplice vezzo, ma una vera e propria attività terapeutica, soprattutto - ça va sans dire – per chi vive e lavora in città. Oltre al contatto con la natura, colori e profumi hanno effetti benefici sulla mente e sul corpo. Si parla ormai da anni sia di cromoterapia che di aromaterapia. Colori e profumi, insomma, sono alleati dell’umore: tutti sanno, per esempio, che il verde rilassa, mentre il rosso eccita, che l’aroma di lavanda coadiuva il sonno e quello di vaniglia è un antistress.Insomma, andare per fioriture è un’attività che fa bene al corpo e allo spirito. Per questo, facciamo un viaggio da Nord a Sud alla scoperta di colori e profumi indimenticabili.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/giappone-fioritura-ciliegi-roma-2657107988.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="trentino-alto-adige" data-post-id="2657107988" data-published-at="1649260514" data-use-pagination="False"> Trentino Alto Adige iStock Si va in Alto Adige per tanti motivi, ma è soprattutto la natura ad attrarre ogni anno migliaia di visitatori. Tutti conoscono questa terra per le sue montagne e i pascoli, ma chi si ferma a contemplare e, soprattutto, a degustare il dente di leone?Ebbene sì, questo fiore è molto utilizzato nella cucina altoatesina. Il dente di leone, conosciuto anche come tarassaco, oltre a essere utilizzato per le sue proprietà diuretiche, antinfiammatorie e disintossicanti, arricchisce le insalate, diventa il ripieno di ravioli freschi e può persino diventare un’alternativa al caffè.In Alto Adige, quindi si fa di bellezza virtù: andare adesso significa ammirare i campi punteggiati di giallo e, dal 15 aprile al 22 maggio, partecipare a «Le Settimane del Dente di Leone», manifestazione culinaria dedicata a uno dei simboli della Val d’Ultimo – Alta Val di Non.Per degustare gli originali piatti a base di questa pianta, bisogna andare nelle località di Lauregno, Senale, Proves e San Felice, dove ristoranti del luogo propongono le loro ricette. Un modo per entrare a contatto con le antiche tradizioni contadine della zona, facendo contemporaneamente cromo-aroma-terapia.Le Settimane del Dente di Leone includono anche un mercato contadino, eventi musicali e animazione per bambini.Dormire nella Val d’Ultimo – Alta Val di NonMesnerhof, Mesner 66 Mesnerhof, Lauregno: ideale per chi cerca un appartamento nuovo e accogliente, in perfetto stile altoatesino;Hotel Pension Lydia, Vernago 19, Senale: posizione perfetta per chi ama le escursioni.Mangiare nella Val d’Ultimo – Alta Val di NonNon solo tarassaco, ovviamente. Tra i prodotti tipici della zona, consigliamo la mortandela, un salume che è anche presidio Slow Food, ma anche i dolci a base di mele e i canederli.Malga Revó, Località Malga Revó 1, Proves: piatti tipici della zona in un ristorante immerso nella natura;Pizzeria Restaurant Pension Greti, via Palade 39, Senale – San Felice: b&b apprezzato anche per le pizze e le colazioni;Trattoria Al Sole, 11 Località Maso Gassern, Lauregno. Da provare: gli gnocchi di cicoria. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/giappone-fioritura-ciliegi-roma-2657107988.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sigurta" data-post-id="2657107988" data-published-at="1649260514" data-use-pagination="False"> Sigurtà iStock Il Sigurtà è, di per sé, uno dei più bei parchi italiani. Si trova a Valeggio sul Mincio (VR) e vanta una serie di fioriture spettacolari, a seconda della stagione.La sua origine risale al XV secolo ed è connessa alla storia di alcune famiglie patrizie, che si sono susseguite nel tempo. Il parco-giardino, infatti, faceva parte di una tenuta composta da varie strutture, tra cui una cappella, il fienile e la scuderia.Visitando il parco, oltre alla bellezza naturalistica, si ha quindi modo di ammirarne le architetture, dandosi la possibilità di immaginare la vita di queste ricche famiglie, che si dedicavano all’ozio proprio negli immensi spazi verdi.Nel mese di aprile è possibile immergersi tra i colori dei tulipani, per cui il Sigurtà è diventato celebre negli ultimissimi anni. L’evento, che ha luogo nei mesi di marzo, aprile e maggio, ha preso il nome di tulipanomania, grazie alle 300 varietà fotografate da visitatori provenienti da tutta Italia.Si tratta della fioritura di tulipani più importante d’Italia, per cui gli amanti di questi fiori non possono farsi sfuggire un evento che non ha molto da invidiare all’Olanda. Ogni anno ci sono delle novità: il 2022 presenta una bellissima collezione di tulipani neri e alcune pregiate varietà dai colori pastello.Quanto alle fioriture successive, segnaliamo l’albero delle farfalle, l’iris, le ninfee, ma anche i girasoli, i crochi, i giacinti e le peonie.Il biglietto d’ingresso al Parco Giardino Sigurtà costa 15.50 € per gli adulti, 8.50 € per i ragazzi dai 5 ai 14 anni e 11.50 € per gli over 65. Si può prenotare direttamente dal sito.Dormire a Valeggio sul MincioHotel Eden, via Don Giovanni Beltrame 10: accogliente e dalla posizione strategica;Agriturismo Corte Morandini, Loc. Gobbini 28/B: immerso nel verde, offre anche una cucina genuina.Mangiare a Valeggio sul MincioTrattoria Il Cavallino, vicolo Nino Bixio 7: cucina del territorio, di cui assaggiare soprattutto i tortellini;Hostaria Marsala 2, via Marsala 2: pochi coperti, ottima cucina;Giardini di Borghetto, str. Viscontea 533: da provare il tagliere di affettati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/giappone-fioritura-ciliegi-roma-2657107988.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="firenze-e-sermoneta" data-post-id="2657107988" data-published-at="1649260514" data-use-pagination="False"> Firenze e Sermoneta Giardino di Ninfa a Sermoneta in provincia di Latina (iStock) Una delle fioriture più belle del periodo è quella del glicine, rampicante dalle infiorescenze violacee e dal profumo inebriante. A partire da aprile-maggio, paesi e città si riempiono di «grappoli» che sbucano da muri, pergolati e inferriate: nonostante la sua preziosità, si tratta infatti di una pianta piuttosto diffusa in Italia.I luoghi in cui ammirare questo spettacolo della natura in tutto il suo splendore sono molti. Se si vuole rimanere a bocca aperta, bisogna andare nella fiorentina Villa Bardini, nel cui giardino esiste una pergola che diventa una sorta di magica galleria viola. La fioritura del glicine è anche diventata un contest fotografico: le migliori fotografie verranno selezionate tra il 30 aprile e il 1° maggio e pubblicate sul profilo Instagram di questa villa, che è anche spazio museale e offre una delle visuali più belle sulla città.Altro luogo che aiuta a sentirsi protagonisti di una fiaba è il Giardino di Ninfa, nei pressi di Sermoneta (LT): 8 ettari di riserva ai piedi dei Monti Lepini. Il New York Times l’ha definito il giardino più bello e romantico del mondo e a ragion veduta: al suo interno si trovano 1300 specie di piante, tra cui il glicine, che si specchia nel fiume Ninfa.Non solo piante: in questo giardino all’inglese voluto da Gelasio Caetani nel 1921, esistono anche dei ruderi di origine medievale, che contribuiscono a donare al posto un aspetto surreale.Il biglietto d’ingresso costa € 15,75. Per qualunque informazione su aperture e prezzi, basta andare sul sito.Dormire a Firenze e SermonetaHotel Berchielli, Lungarno Acciaiuoli 14, Tornabuoni, Firenze: hotel elegante e raffinato, situato in un punto magnifico;Le Camere Pinte, via Matteotti 3, Sermoneta: appartamento centrale e dotato di centro benessere (da prenotare).Mangiare a Firenze e SermonetaLa Leggenda dei Frati, Costa S. Giorgio 6/a, Firenze: ristorante con una stella Michelin;Trattoria Ghost, via Sotto il Forte 2, Sermoneta: consigliamo i tagliolini al cinghiale;Antico Emporio, Piazza del Comune 2, Sermoneta: apprezzato per il suo tagliere e la posizione centrale. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/giappone-fioritura-ciliegi-roma-2657107988.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="villa-rufolo" data-post-id="2657107988" data-published-at="1649260514" data-use-pagination="False"> Villa Rufolo Villa Rufolo (iStock) Altro luogo da favola è il Giardino di Klingsor di wagneriana memoria: stiamo parlando dei Giardini di Villa Rufolo (SA), sulla Costiera Amalfitana, che tanto colpirono, oltre al Boccaccio, il musicista tedesco, la cui presenza spirituale ha inconsapevolmente dato il via all’annuale Ravello Festival.Fu il nobile Sir Francis Nevile Reid a ideare questo giardino dalle caratteristiche tipiche del Romanticismo ottocentesco e conosciuto anche come “giardino dell’anima”. Qui, come in quello di Ninfa, ruderi di epoca precedente e ricca vegetazione, esotica e autoctona, convivono armoniosamente. Il giardino è costruito su due livelli: al piano inferiore, tra le molte specie, si trovano rampicanti come l’edera e il glicine del Giappone, nonché aiuole adibite a fioriture stagionali, mentre altre ospitano sempreverdi. In questo periodo, sempre al piano inferiore, possiamo ammirare due pergolati di rosa banksiae e la vistosa Dolichandra unguis-cati, rampicante dai fiori che assomigliano a delle grosse trombe gialle.Il giardino superiore, invece, sfoggia piante come il lauro trinervio, il bosso delle Baleari e la Bergenia crassifolia (per citarne solo alcune). Villa Rufolo è un felicissimo mix di natura e cultura e gli affacci mozzafiato sul mare fanno il resto. Per maggiori informazioni basta chiamare lo 089 857621 o scrivere a segreteria@villarufolo.itDormire a RavelloVilla Amore, Via De Fusco 5: elegante, moderno e con un panorama fantastico;Residence Le Villette, Viale Parco della Rimembranza 19: in posizione centrale, è dotato di piscina e terrazza.Mangiare a RavelloSe si va sulla Costiera Amalfitana non ci si può esimere dall’assaggiare alcuni must: dalla pizza alla mozzarella in carrozza, dagli scialatielli cozze e vongole alle pastarelle amalfitane e al limoncello.Ristorante Salvatore, via della Repubblica 2: ottimi i ravioli con i gamberi croccanti. Vista bellissima;Mimí Pizzeria&Cucina, via S. Francesco 12: la pizza qui è un sine qua non;Babel wine bar deli & art, via Santissima Trinità 13: piatti della tradizione in versione rielaborata. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/giappone-fioritura-ciliegi-roma-2657107988.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="agrigento" data-post-id="2657107988" data-published-at="1649260514" data-use-pagination="False"> Agrigento iStock Concludiamo questo viaggio ad Agrigento e, precisamente, nella Valle dei Templi, che oltre a ospitare testimonianze storiche di estrema importanza, a partire da febbraio può vantare anche un’ineguagliabile fioritura di mandorli.Dato il clima siciliano, l’esplosione floreale di queste piante avviene in anticipo rispetto ad altre zone d’Italia, ma ad aprile si possono ancora trovare degli esemplari che assomigliano a nuvole bianche e rosacee.La fioritura dei mandorli è però solo una scusa per andare in Sicilia e ammirare la Valle dei Templi, che in estate – date le temperature e la sua esposizione – è improponibile. Il periodo migliore è proprio questo, sia per il clima più mite che per il turismo, un po’ più rado rispetto alla stagione estiva.Il parco archeologico è aperto dalle 8.30 alle 19.00 e il biglietto combinato costa 15 euro: comprende la Valle e il Giardino della Kolymbethra, che appaga in pieno il desiderio di fiori, natura e allo stesso tempo archeologia. I biglietti possono essere acquistati anche online.Bene FAI e celebre meta per i protagonisti del Grand Tour, il giardino si fa ammirare per i mandorli, gli ulivi, gli agrumeti e la macchia mediterranea, che in questo periodo esplode di colori e profumi. Al suo interno si trovano anche antichi ipogei, chiamati Acquedotti Feaci, risalenti al V secolo a.C.Dormire ad AgrigentoColleverde Park Hotel, via dei Templi: vale anche solo per la vista sulla Valle dei Templi;B&B Batarà - "La Terrazza del Centro", via Ficani 34: anche qui vista speciale e ottime colazioni.Mangiare ad AgrigentoTra i piatti tipici della zona ci sono la minestra di San Giuseppe (preparata con fave e legumi vari), il taganu d’Aragona (torta di pasta tipica del periodo pasquale) e le stigghiola, ossia interiora di agnello e capretto.Pititto Ristorante, piazzetta Vadalà 2: ottimo il tortino di melanzane e pesce spada;Sal8, via Cesare Battisti 8: pesce fresco di qualità;Ristorante Kalos di Cipolla Antonio, salita Filino 1: da provare il polpo arrosto.
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Un gemellaggio virtuale all’ombra del raggiungimento di due traguardi storici.
Conseguiti con il fiato sospeso all’ultimo miglio, l’ultima giornata di campionato.
I lariani disputeranno infatti per la prima volta la Champions, avendo agganciato il quarto posto con una goleada sul campo della Cremonese (4-1), così condannata all’inferno della retrocessione.
Ventesima vittoria, altro record, esattamente come il Milan, una in più dei bianconeri.
I leccesi hanno tagliato il traguardo della quarta «salvezza» consecutiva, risultato mai raggiunto nella storia ultracentenaria della società salentina.
Il legame tra le due squadre è passato proprio attraverso la sconfitta della Cremonese, che è arrivata all’ultimo appuntamento in campo separata da un solo punto dal Lecce, coltivando la speranza di un sorpasso al fotofinish.
Illusione che si è infranta per colpa del poker calato dagli undici allenati da Cesc Fàbregas.
Como.
Lecce.
La zona alta della classifica, e quella dove si lotta con il coltello tra i denti.
Simbolo delle cosiddette «provinciali», termine che non evoca l’opera di Blaise Pascal ma designa le squadre figlie di un dio minore, quelle che non possono aspirare a uno stabile posto in Paradiso perché fuori dal circuito delle compagini più blasonate, non avendo mai vinto un titolo italiano e non essendo neppure capoluogo di regione.
Ma realtà che con le loro imprese ci ricordano che un altro calcio è possibile, basato sull’entusiasmo, sulla mentalità e la voglia di arrivare, sui giovani atleti semi (o del tutto) sconosciuti, sugli investimenti sapientemente amministrati.
Con una equilibrata gestione delle risorse che non possono di certo competere con quelle impiegate, per esempio, da Juve, Inter e Milan (76 scudetti in tre).
È la favola del Cagliari, che vince lo scudetto nel 1969-70, schierando un certo Gigi Riva «rombo di tuono» (peraltro l’anno prima il tricolore era finito sulle maglie della Fiorentina, che non è certo una città di provincia ma che nel calcio è arrivata prima solo due volte, la precedente era stata nel 1955-56).
È l’epopea del Verona, l’ultima provinciale a imporsi al vertice del campionato 1984-85, in panchina un signore chiamato Osvaldo Bagnoli. In seguito, a spezzare l’opprimente predominio delle tre sorelle, Inter, Milan, Juventus, arriveranno il Napoli (con quattro scudetti) la Sampdoria (nel 90-91), la Lazio (nel 99-2000, dopo il 73-74), la Roma (2000-2001, dopo l’82-83), che non fanno parte della categoria di Como e Lecce perché espressioni di città «di peso», per storia, tradizione, dimensioni, avendo in più lo status di capoluogo di regione.
Ma come dimenticare il «miracolo Chievo» di Luigi Delneri, che nel 2000-2001 viene promossa per la prima volta in serie A, e nella stagione successiva arriva quinta guadagnandosi l’accesso alla Coppa Uefa (dal 2009 Europa League)?
E vogliamo parlare dell’Atalanta, la Dea «regina delle provinciali», perché quella con il maggior numero di partecipazioni in serie A? In questa stagione, la prima dopo l’era di Gian Piero Gasperini, allenatore dal 2016 al 2025, si è piazzata al settimo posto. Ma proprio con Gasp in panchina è arrivata a disputare tre finali di Coppa Italia e a vincere l’Europa League, finendo in sei campionati su nove tra le prime quattro.
Ecco perché i numeri macinati dal Como dovrebbero consolare tutti gli appassionati, indipendentemente dalla fede calcistica professata.
Ha chiuso infatti con il secondo miglior attacco del campionato (65 reti fatte, dietro l’Inter con 89) e con la miglior difesa (29 reti subite).
Il Lecce ha saputo fare le nozze con i fichi secchi, sotto la presidenza di Saverio Sticchi Damiani, professore di diritto amministrativo e avvocato cassazionista (suo zio è l’ex presidente dell’Aci Angelo Sticchi Damiani, a Roma ha come vicina di studio Giulia Buongiorno, nella stessa palazzina di piazza San Lorenzo in Lucina dove aveva l’ufficio Giulio Andreotti), ai vertici della società dal 2017.
Ha scommesso su un tecnico come Eusebio Di Francesco, reduce da due retrocessioni consecutive, con il Frosinone e il Venezia, ma pur sempre l’allenatore con cui la Roma è stata l’ultima volta in Champions, nel 2019.
E si è affidato alle scelte mirate di Pantaleo Corvino, già direttore sportivo della squadra leccese dal 1998 al 2005, e di nuovo responsabile dell’area tecnica dal 2020, conosciuto come «il signore delle plusvalenze»: ha ingaggiato per esempio Morten Hjulmand, Patrick Dorgu, Marin Pongracic, Valentin Gendrey, le cui cessioni hanno portato nelle casse del club oltre 70 milioni di euro, a fronte di un investimento iniziale di 5.
Il successo genera invidie, come è noto, quindi nei confronti del Como fioccano le illazioni.
Come farà con il cosiddetto fairplay finanziario, visto che spende troppo rispetto al fatturato?
E vogliamo parlare dello stadio, il Sinigaglia che si affaccia sul lago, che non è da Champions?
E poi: il suo trionfo non è un primato italiano, visto che la proprietà è della famiglia di miliardari indonesiani Hartono, e in campo vanno solo stranieri (come se questa circostanza, che sicuramente non favorisce il rilancio della Nazionale, non facendo crescere talenti nostrani, riguardasse solo il Como).
E soprattutto: chissà quanto durerà.
Ma andate a da' via i ciapp, replica il comasco di nascita, «mezzo terrone» di sangue e tutto interista che sono.
E che fa proprie le parole del Corriere dello Sport: «Ammettiamolo serenamente, tutti quanti senza paraocchi e bandiere: il Como - bello e spensierato - è la più divertente consolazione espressa da un campionato rachitico e incarognito».
Amen.
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Gabriele D'Annunzio (Getty Images)
Innanzitutto va notata una cosa: D’Annunzio ebbe un vasto popolo di seguaci, imitatori, anche maldestri, tra letterati, dandy e borghesi e tra militari e arditi, ma gli scrittori e intellettuali che vengono a torto o ragione intruppati nella definizione di cultura di destra in larga parte non lo sopportavano. In fondo per D’Annunzio accadde la stessa cosa che avvenne sul piano filosofico con Gentile: un regime autoritario, con tratti totalitari, riconobbe nel primo il Poeta soldato per antonomasia e nel secondo il Filosofo istituzionale del regime. Ma D’Annunzio e Gentile ebbero in ambito letterario e filosofico più nemici che amici, più critici, avversari e perfino denigratori che ammiratori e seguaci.
Nel caso di D’Annunzio la rassegna che fa Parlato è vasta e impietosa. A parte il controverso rapporto con il duce e con il fascismo, che personalmente risolvo in questo modo: D’Annunzio non fu fascista ma il fascismo fu dannunziano, si ispirò a lui. Con Mussolini ebbe poi un rapporto di consonanza, contrasto e competizione.
Ma la parte più interessante è la critica e il sarcasmo che raccolse in quel mondo che pure sembrava cresciuto all’ombra del suo mito. Da l’Italiano di Longanesi al Selvaggio di Mino Maccari, da l’Universale di Berto Ricci agli strali di Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini; persino il dannunziano sui generis Curzio Malaparte, che studiò a Prato nello stesso liceo di D’Annunzio, il famoso Cicognini. Anche Luigi Pirandello lo detestava. Che don Benedetto Croce avesse in antipatia D’Annunzio è comprensibile, era il suo esatto contrario, nella vita, nella prosa, nell’interventismo. E poi, come nota Parlato, Croce attaccava D’Annunzio «tutto falso e commediante» non potendo attaccare Mussolini e il regime. Ma che fossero antidannunziani tanti autori in vario modo portatori di idee, militanze e visioni vicine alle sue, quello sì, sorprende. Il problema è che D’Annunzio è troppo ingombrante, occupa intera la scena, oscura gli altri, ha quell’Ego sconfinato, quella prosa ridondante e quella poesia «ampollosa» pur nella grandezza dei versi, da suscitare reazioni di fastidio, ironia e rivolta. Anche chi gli era in apparenza più vicino lo criticava ed era a sua volta da lui criticato: come Marinetti, con cui volarono definizioni come «cretino fosforescente» e «cretino con lampi d’imbecillità». Sulla scia di Marinetti, anche il giovane pittore dadaista Julius Evola definì D’Annunzio «un grande imbecille». E più tardi precisò la sua critica verso il suo culto estetizzante degli eroi e dei geni, il suo esibizionismo, la smania d’originalità e la vanità del suo io.
D’Annunzio influenzò la gioventù della belle époque e quella che fece la Prima guerra mondiale e poi il fascismo; ma la generazione che si formò sotto il fascismo, come notava Augusto del Noce, non lo considerava un riferimento «ideale», lo riteneva al più un precursore ottocentesco, più vicino ai Carducci e ai Pascoli che all’epoca del fascismo e del comunismo. Lo stroncò pure il Dizionario di politica del Partito fascista, con una nota del critico letterario Giovanni Macchia. Perfino l’Omaggio a d’Annunzio, pubblicato in pieno regime dalla rivista Letteratura a un anno dalla sua morte con l’intento di celebrarlo, a cura di Giuseppe de Robertis ed Enrico Falqui, ebbe la metà degli interventi, tra una sessantina in tutto, critici verso di lui. Fu riscoperto in extremis al tempo della Repubblica sociale, ripubblicando i suoi discorsi ai soldati d’Italia e nella passione dannunziana di militari come il principe Junio Valerio Borghese che costituì nella Decima Mas, definizione coniata dal poeta - Memento audere semper - la «Compagnia D’Annunzio». Nel dopoguerra sorse la questione del Vittoriale finito in mani antidannunziane, che sollevò Giovannino Guareschi sul Candido, poi ripresa dall’esponente missino Ezio Maria Gray sul Nazionale. Ma D’Annunzio non fu molto presente nel Msi, se non come icona del combattentismo.
Oggi si insiste molto sul D’Annunzio rivoluzionario, sull’impresa fiumana, sul suo spirito trasgressivo, radicale e antiborghese; ma si deve riconoscere che l’impronta più forte che lasciò D’Annunzio fu quella di poeta-soldato, nazionalista, comandante, aristocratico e superuomo, passione letteraria dei borghesi di provincia, con alcuni imitatori che raggiungevano fasce più umili (come Guido da Verona, definito il «D’Annunzio delle sartine»). Furono rari tra i neofascisti coloro che come Diano Brocchi videro nell’impresa fiumana un annuncio della rivoluzione corporativa e sociale.
Parlato segue il solco di due storici che si erano occupati del D’Annunzio politico: Gioacchino Volpe che ne scrisse un libro-profilo sull’italiano, il politico, il combattente, e Renzo De Felice, di cui Parlato fu allievo. Con la storicizzazione che ne fece De Felice si cominciò a scoprire il D’Annunzio rivoluzionario, a partire da quando in Parlamento lasciò i banchi della destra per andare a sinistra («vado verso la vita», disse, ma non andò verso la sua rielezione). Nota giustamente Parlato: «Mancò alla destra e al neofascismo una riflessione complessiva» su D’Annunzio. Restò il mito dell’eroe e delle sue imprese di guerra, il poeta della Grande Italia e della parola alata, di cui fu fervente apostolo Giorgio Almirante, che non aveva cultura politica ma letteraria e citava Dante e D’Annunzio più che la «cultura di destra». E a sinistra? Prevalse l’anatema politico-ideologico, come - ad esempio - il Processo a D’Annunzio imbastito dall’Espresso con Moravia, Pasolini, Sapegno, e la scontata condanna senza appello. Restò indigesto D’Annunzio, fin nelle scuole, nel tempo della Repubblica italiana.
Tra i pochi, a destra, che cercarono di andare oltre i santini ci fu Adriano Romualdi che lesse D’Annunzio in relazione con Nietzsche, criticando il generico patriottismo dannunziano. Nelle letture critiche più recenti Parlato si riferisce ad alcuni scritti di Giano Accame e miei, a proposito della «rivoluzione conservatrice» e al manifesto per un nuovo comunitarismo che lanciai sulla rivista Pagine Libere. A tenere viva la memoria dannunziana è oggi soprattutto Giordano Bruno Guerri che guida da anni il Vittoriale dannunziano. D’Annunzio restò a cavallo tra passato e futuro, aristocrazia e popoli, rivoluzione e tradizione, come la sua vita si divise come un centauro per metà nell’Ottocento e metà nel Novecento.
Alla fine, Parlato conclude che non è facile rispondere alla domanda se D’Annunzio fu effettivamente un mito per la cultura di destra oppure no. Condivido la sua perplessità al proposito e non imprigionerei il Vate in quella casella. Ammesso poi che si possa parlare della cultura di destra come un’entità reale e coesa. Ma questa è un’altra storia.
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Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.