• La Commissione sempre più surreale: «Patti non vincolanti». Sale il rischio rappresaglie e manca la dichiarazione congiunta.
  • Annunciato un rialzo a breve, ma secondo Bruxelles i semiconduttori fanno parte dei beni «tassati» al 15%. L’esperto: «Le aziende europee dovranno consorziarsi».

Lo speciale contiene due articoli.

Ancora una volta Donald Trump coglie di sorpresa Bruxelles dimostrando che è sempre lui a dare le carte nella partita dei dazi. Ieri sono scattate le nuove tariffe sui prodotti di decine di economie mondiali. Per l’Europa il 15%. Non oggi quindi come, in un errore di calcolo, aveva detto la Commissione europea, in totale confusione, dimostrando ancora una volta il caos e la debolezza in cui si trova. Fragile e divisa al suo interno continua a essere succube dell’imprevedibilità del presidente degli Stati Uniti. Ed è solo l’inizio, giacché anche sulle esenzioni la Commissione naviga nel buio, registrando giorno dopo giorno i cambi di scenario imposti dalla Casa Bianca. Che esulta per i risultati raggiunti, in termini di maggiori entrate e di nuovi accordi di investimento con i colossi industriali. «Miliardi di dollari provenienti in gran parte da Paesi che hanno tratto profitto dagli Stati Uniti con entusiasmo, inizieranno ad affluire negli Usa», ha dichiarato Trump sul suo social Truth pochi minuti prima della scadenza. Stando agli ultimi dati pubblicati dal Tesoro, le entrate fiscali di fine luglio sono state di circa 152 miliardi di dollari.

Le nuove tariffe variano dal 10% del Regno Unito al 50% riservato a India e Brasile. Il Canada si ritroverà a fare i conti con il 35%. La Svizzera con un pesante 39%. A poco è servito finora il colloquio col segretario di Stato Marco Rubio. Sulle importazioni dall’Europa è scattato il 15%, ma manca ancora un testo formale che blindi l’accordo del 27 luglio e soprattutto manca il consenso dei 27 Paesi membri su un documento ufficiale. Così ieri il portavoce dell’esecutivo Ue per il Commercio, Olof Gill, ha detto che gli investimenti promessi agli Usa, nell’accordo definito in Scozia, non sono vincolanti. Con la precisazione che «la Commissione non ha il potere di imporli, e non cercherebbe mai di ottenerlo. Si tratta però di intenzioni trasmesse in buona fede, dopo aver consultato le nostre industrie e gli Stati membri per avere un quadro chiaro delle prospettive».

Per l’Europa, i dazi al 15% sono quindi solo un accordo quadro e la Ue si illude di poter strappare a Washington una lunga lista di esenzioni. L’assenza di una dichiarazione congiunta (ci vorranno mesi per mettere a punto tutti gli atti giuridici) espone la Ue ai cambi di umore di Trump.

Per l’auto, ora tassata al 27,5%, ci vorrà un altro ordine esecutivo.

Non si può prevedere quale sarà la reazione di Trump alle parole della Commissione Ue . Proprio alla vigilia dell’avvio dei dazi, il presidente americano ha minacciato l’Europa di far salire le tariffe al 35% se non dovessero essere onorati gli impegni sugli investimenti per 600 miliardi.

C’è anche un’altra dichiarazione discordante con la linea espressa dalla Casa Bianca. Gill ha infatti sottolineato che l’accordo del 27 luglio «vale anche per farmaci e chip» mentre per i prodotti farmaceutici Trump ha annunciato che ci saranno tariffe crescenti in modo esponenziale, prima al 150% e poi fino al 250%. Quanto ai chip il tycoon ha prospettato imposte del 100%.

Il portavoce della Commissione ha fatto sapere che si sta aspettando la firma di Trump sulla dichiarazione congiunta tra Usa e Ue in modo da poter «far andare avanti il processo e valutare altre aree in cui possiamo ridurre i dazi».

Con questi presupposti sarà difficile trattare sulle esenzioni. Gli unici capitoli che sembrano risolti riguardano aerei e componentistica, una selezione di farmaci generici e i macchinari ad alta tecnologia. Ancora tutte da negoziare invece le deroghe per l’agroalimentare e il settore vinicolo e dei liquori, fiore all’occhiello dell’export europeo e italiano.

Pertanto continuare a ribadire come fa la Commissione Ue che accettando i dazi al 15%, è stata evitata la guerra commerciale è una illusione ottica. Non è forse una guerra commerciale, la minaccia di ritorsioni con maggiori dazi che Trump evoca costantemente? Ne sa qualcosa il Brasile che è finito nel mirino della Casa Bianca per il processo giudicato «feroce» a carico dell’ex presidente Jair Bolsonaro per il tentato golpe, secondo le accuse della magistratura, del 2022, o l’India «colpevole» di acquistare petrolio dalla Russia: entrambi i Paesi sono stati colpiti da imposte doganali pesanti al 50%. Una decisione presa dal presidente americano nonostante la scure dei dazi in India finirà per colpire anche le linee produttive di Apple ancora attive nel subcontinente.

Stessa sorte potrebbe toccare alla Cina, ha già minacciato il presidente americano, anch’essa acquirente di greggio da Mosca. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, ha chiamato il primo ministro indiano, Narendra Modi, per valutare politiche combinate in risposta ai dazi. Il prossimo a essere contattato dovrebbe essere il leader cinese, Xi Jinping. Lula starebbe valutando una risposta coordinata dei Brics ai dazi statunitensi, tema di cui si era discusso anche in occasione del vertice dei leader di luglio, a Rio de Janeiro, ed è intenzionato a fare ricorso al Wto sollevando il tema della legittimità di Trump di imporre le tariffe.

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