L’Istat fa a pezzi l’ottimismo di Gualtieri, che a maggio aveva promesso di non lasciare indietro nessuno: nonostante il blocco dei licenziamenti, in tanti sono rimasti a casa. I contratti a termine sono crollati del 21%.

I numeri sull’occupazione diffusi ieri dall’Istat lasciano purtroppo ben poco spazio all’ottimismo e fanno intuire che il peggio sul fronte del lavoro deve ancora venire. Basterebbero gli 841.000 posti di lavoro (-3,6% rispetto al 2019) persi nel secondo trimestre 2020 a far mettere le mani nei capelli. Viene dunque da domandarsi cosa succederà dopo il 31 dicembre, quando le aziende potranno tornare a licenziare liberamente. Se già con un provvedimento che ha l’obiettivo di salvaguardare l’occupazione i numeri sono questi, non stupirebbe supporre che, a «gabbie aperte», la perdita di posti di lavoro potrebbe superare di slancio il milione.

Viene amaramente da sorridere se si pensa a maggio, quando il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri affermava che il governo non avrebbe lasciato «indietro nessuno» e che l’esecutivo si sarebbe impegnato «a sostenere imprese e famiglie, a evitare un aumento delle diseguaglianze, ad aiutare i più deboli».

C’è poi da considerare il lato fiscale. Come ha detto il titolare del Mef, «sulla base di un set ampio e coerente di indicatori, valutiamo un rimbalzo nel terzo trimestre maggiore rispetto a quanto indicato nel Def ad aprile e ciò significa una caduta media annuale del Pil non lontana da quanto previsto ad aprile». Ancora ottimismo, insomma. Il punto è che con il boom di licenziamenti che partirà a gennaio le entrate fiscali crolleranno e con loro l’economia italiana.

Del resto, a giudicare dai numeri diffusi ieri, l’impegno del governo nell’aiutare i più deboli sembra vano. A pagare le spese di questa crisi che almeno a breve non avrà fine sono proprio le fasce meno protette. In primis, i giovani. Secondo i dati diffusi dall’Istat, dando uno sguardo al tasso di occupazione (sceso nel secondo trimestre al 57,6% con un calo dell’1,2% a livello generale, ma al 39,1% per gli under 35) i professionisti tra i 15 e i 34 anni sono quelli più in difficoltà con una diminuzione più marcata della media (2,2%).

Il Covid-19 sta quindi contribuendo a creare una generazione di professionisti senza futuro. Oltre a essere aumentato il tasso di occupazione e quello di disoccupazione (-3%), la fascia tra i 15 e i 34 anni è quella più caratterizzata da un aumento del tasso di inattività (+5,6%). Va solo leggermente meglio ai professionisti tra i 35 e i 49 anni, dove il tasso di occupazione cala nel secondo trimestre di 1,6 punti, quello di disoccupazione di 1,8 punti e quello di inattività mostra un incremento di 3,3 punti.

A questo si aggiunga che nel periodo in analisi l’Istat ha registrato un aumento degli inattivi del 5,5% per un totale di 14,18 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni. Un dato che da solo fa accapponare la pelle: poco meno di un quarto della popolazione italiana, circa 60 milioni di abitanti, nel secondo trimestre dell’anno è senza lavoro e non sta facendo nulla per cercarlo. Rispetto allo stesso periodo del 2019, dunque, ad aver perso terreno sono soprattutto i dipendenti a termine (-677.000 unità, con un calo del 21,6%) e continuano a diminuire gli indipendenti (-219.000, -4,1%).

La crisi, dunque, non fa sconti a nessuno. Persino tra chi un’occupazione ce l’ha si lavora di meno. Il calo interessa sia gli occupati a tempo pieno sia quelli a tempo parziale, per i quali nel 63,9% dei casi il part time è involontario. In calo, inoltre, gli occupati che hanno lavorato per almeno 36 ore a settimana (50,6%, -13,8 punti), a seguito delle assenze dal lavoro e della riduzione dell’orario dovute all’emergenza sanitaria. Nel confronto annuo, inoltre, è proseguita con maggiore intensità anche la riduzione del numero di persone in cerca di occupazione (-647.000 in un anno, -25,4%).

In più, come si può immaginare, il calo a livello occupazionale non è stato il medesimo in tutta la penisola. Nel secondo trimestre 2020 sono cresciuti i divari a livello territoriale nella partecipazione al mercato del lavoro: se il tasso di occupazione è diminuito della stessa entità nel Nord e nel Mezzogiorno (-2 punti in entrambi i casi) e poco meno nel Centro (-1,7 punti), il calo del tasso di disoccupazione è stato maggiore nel Mezzogiorno (-3,2 punti) e nel Centro (-3 punti) in confronto al Nord (-0,8 punti). L’Istat associa questo fenomeno all’aumento più intenso del tasso di inattività nelle regioni meridionali e centrali (+4,4 e +4 punti, rispettivamente) rispetto al Nord (+2,7 punti).

In aumento anche le differenze di genere: tra le donne è stato maggiore il calo del tasso di occupazione (-2,2 punti in confronto a -1,6 punti gli uomini) e di quello di disoccupazione (-2,3 e -1,9 punti, rispettivamente) in concomitanza con il maggiore aumento del tasso di inattività (+3,9 e +3,2 punti).

La crisi sanitaria, insomma, a breve dovrà lasciare spazio anche a quella finanziaria. I problemi, certo, sono già ben visibili. Ma, con lo sblocco dei licenziamenti, la situazione sarà peggiore rispetto a quella attuale. I numeri diffusi dall’Istat ne sono la prova.

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