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2022-11-05
Berlino tratta da sola e strappa al Dragone il no all’arma nucleare
Olaf Scholz e Xi Jinping (Ansa)
Mentre rafforzano le loro relazioni, Germania e Cina guardano anche alla crisi ucraina. Non a caso, il tema è emerso ieri, durante un incontro a Pechino tra Olaf Scholz e Xi Jinping. In particolare, il cancelliere tedesco ha esortato il presidente cinese a utilizzare «la sua influenza sulla Russia» per far concludere la «guerra di aggressione» contro l’Ucraina. «Questo riguarda la necessità di rispettare i principi della Carta dell’Onu che tutti abbiamo sottoscritto», ha proseguito Scholz. «Si tratta», ha aggiunto, «di principi come quello della sovranità e dell’integrità territoriale, importanti anche per la Cina». Il cancelliere ha inoltre affrontato la questione taiwanese, adottando una posizione fondamentalmente ambigua: da una parte, ha ribadito fedeltà al principio dell’«unica Cina»; dall’altra, ha affermato che «qualsiasi cambiamento dello status quo delle relazioni nello Stretto di Taiwan deve essere pacifico e consensuale».
«Al momento, la situazione internazionale è complessa e mutevole», ha detto Xi al cancelliere, «in quanto potenze influenti, Cina e Germania dovrebbero lavorare insieme in tempi di cambiamento e caos per dare più contributi alla pace e allo sviluppo nel mondo». Il leader cinese ha poi sottolineato che «la Cina sostiene la Germania e l’Ue nello svolgere un ruolo importante nella promozione dei colloqui di pace e nella promozione della costruzione di un quadro di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile». Secondo Xi, la comunità internazionale dovrebbe infine puntare a «creare le condizioni per la ripresa dei negoziati e opporsi congiuntamente all’uso o alla minaccia dell’uso di armi nucleari».
Questa sponda tra il cancelliere tedesco e il presidente cinese è ricca di implicazioni dal punto di vista politico. Innanzitutto non si tratta di una novità. Già Angela Merkel (di cui Scholz è stato vicecancelliere dal marzo 2018) aveva fortemente avvicinato Berlino alla Repubblica popolare (si pensi soltanto al controverso accordo sugli investimenti che, proprio su input tedesco, venne siglato con Pechino dalla Commissione europea nel dicembre del 2020). Non è d’altronde un mistero che la Germania intrattenga stretti legami economici con il Dragone. È in tal senso che, in questo viaggio cinese, nella delegazione di Scholz sono stati inclusi alti dirigenti di alcune importanti aziende tedesche operanti nei più disparati settori: pensiamo solo a Bayer, Biontech, Merck, Adidas, Bmw, Volkswagen, Deutsche Bank e Siemens. Il viaggio del cancelliere viene quindi a inserirsi all’interno di questo quadro strutturale, che evidenzia un deciso consolidamento dei rapporti tra Berlino e la Repubblica popolare.
In secondo luogo, è chiaro che, con questa visita a Xi, Scholz punta (almeno in parte) a sganciarsi dagli Stati Uniti per quanto riguarda la crisi ucraina. Non è un mistero che l’asse franco-tedesco non abbia mai digerito la linea severa, promossa nei mesi scorsi da Regno Unito e Polonia: una linea che, pur con qualche tentennamento e non sempre in modo lineare, è stata alla fine abbracciata anche dall’amministrazione Biden. Ebbene, il fatto che Scholz abbia dedicato grande attenzione al dossier ucraino nell’incontro con Xi evidenzia una sorta di presa di distanza dalla Casa bianca.
Ricordiamo d’altronde che Pechino non ha mai condannato l’invasione russa dell’Ucraina e che, anzi, negli scorsi mesi ha spesso strizzato l’occhio al Cremlino. Il leader cinese ha d’altronde sempre visto nella crisi in corso un modo per scardinare l’ordine internazionale occidentale, rendendo al contempo la Russia sempre più subordinata allo stesso Dragone. Dall’altra parte, è pur vero che, a partire da settembre, qualcosa sembra essersi incrinato. Xi ha espresso preoccupazioni a Putin sull’andamento della guerra e si è mostrato relativamente freddo sull’annessione delle quattro regioni ucraine da parte della Federazione russa. Le sue stesse parole di ieri contro l’uso delle armi nucleari potrebbero essere lette come una sottile bacchettata al Cremlino. Ovviamente non è che Xi si sia improvvisamente convertito alla causa occidentale. È semmai più probabile che sia opportunisticamente impensierito dalle difficoltà che Mosca sta incontrando sul campo.
Come che sia, il viaggio cinese di Scholz è uno schiaffo in piena regola a Joe Biden, inferto, tra l’altro, a pochi giorni dalle elezioni di midterm, in cui i democratici, secondo i sondaggi, rischiano una ben magra performance.
A rendere più rilevante la questione sta il fatto che, come riferito da Abc News, l’attuale cancelliere tedesco è il primo leader europeo a visitare la Cina dall’inizio dell’invasione russa. Non dimentichiamo inoltre che Berlino e Pechino si stanno avvicinando in una fase in cui i rapporti tra gli Usa e la Repubblica popolare sono tesi su vari dossier: da Taiwan all’approvvigionamento di microchip, passando per la violazione dei diritti umani nello Xinjiang. Sotto sotto, Scholz approfitta della debole leadership di Biden, che finora non è stata realmente in grado di consolidare le relazioni transatlantiche. Dall’altra parte però la linea del cancelliere è azzardata. La Merkel rese la Germania e l’Ue troppo dipendenti da Putin (in barba agli avvertimenti di Donald Trump). Scholz rischia di fare altrettanto oggi con Xi. Il pericolo è quello di cadere dalla padella nella brace.
Usa, altri 400 milioni di aiuti militari
Vladimir Putin ha firmato una legge che abolisce il divieto di arruolamento nell’esercito russo dei cittadini che hanno riportato «una condanna non cancellata o in sospeso» per reati considerati «gravi». Il divieto permane «per chi è stato condannato per abusi su minori e per altri reati». Il presidente russo ha anche parlato del conflitto: «Lo scontro con il regime neonazista emerso sul territorio dell’Ucraina era inevitabile, se a febbraio non fossero state intraprese azioni appropriate da parte nostra, sarebbe stato lo stesso, solo da una posizione peggiore per noi». In attesa che dalle carceri arrivino gli uomini al fronte, le forze russe stanno continuando a ritirare alcuni elementi dal Nordovest della Regione di Kherson, dove ieri gli occupanti hanno prima annunciato e poi smentito il coprifuoco.
Importanti novità sono arrivate dall’Aie, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che ha reso noto: «Gli ispettori nucleari non hanno trovato prove di attività nucleari non dichiarate in tre centrali in Ucraina». Sempre difficile la situazione a Kiev, dove da ieri mattina almeno 450.000 case sono senza corrente elettrica. I danni alle strutture che producono e distribuiscono energia sono dovuti alla recrudescenza degli attacchi dell’esercito invasore, che tra il 27 ottobre e il 3 novembre ha utilizzato 68 missili e 30 droni suicidi, secondo il vicecapo del Dipartimento delle operazioni principali dello Stato maggiore delle forze armate ucraine, Oleksii Hromov.
Novità anche sul fronte del grano: il G7, dopo aver chiesto ancora una volta alla Russia di fermare immediatamente la sua guerra di aggressione contro l'Ucraina e di ritirare tutte le sue forze e l’equipaggiamento militare, ha anche esortato Mosca a prolungare l’accordo che consente il passaggio sicuro delle spedizioni di grano dall'Ucraina: lo ha detto un alto funzionario del Dipartimento di Stato americano al G7 Esteri in corso a Munster (Germania). «Tutti hanno concordato sulla necessità di prolungare l’iniziativa sui cereali del Mar Nero», ha affermato il funzionario. E di grano hanno parlato turchi e russi che hanno trovato un accordo per inviarlo gratuitamente ai Paesi che più ne hanno bisogno, in particolare l’Africa. Lo ha annunciato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, all’agenzia Anadolu, affermando di aver parlato di questo direttamente con Putin: «Abbiamo trovato un consenso su come utilizzare maggiormente il corridoio nel mar Nerodove, dove passano le navi che trasportano grano». Una mossa che servirà anche ad aumentare l’influenza turca e russa in Africa.
Mentre il G7 annuncia che aiuterà Kiev a riparare le infrastrutture, non si ferma l’invio di armi da parte degli Stati Uniti. Gli Usa manderanno infatti a Kiev altri 400 milioni di aiuti militari e creeranno un quartier generale in Germania per l’assistenza, la sicurezza e l’addestramento militare per l’Ucraina. Immediato il ringraziamento del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky: «Sono grato al presidente Biden e ai cittadini americani. I veicoli blindati ci aiuteranno a liberare la terra ucraina», ha twittato.
Sullo stesso tema è intervenuto, su Avvenire, il ministro della Difesa, Guido Crosetto: «In una fase così complessa la sola cosa che non possiamo fare è perdere il contatto con i nostri alleati internazionali, l’Ue e l’Alleanza atlantica e dunque c’è un solo modo di muoversi e di decidere: se non cambierà la situazione in Ucraina ci sarà un sesto decreto per un nuovo invio di aiuti militari». Il ministro della Difesa ha poi aggiunto: «Se devo fare una previsione sincera, dico che ci sarà. E sarà giusto e dovuto».
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Olaf Scholz vola a Pechino, chiede a Xi Jinping di fermare Mosca, resta ambiguo su Taiwan e parla di affari: snobbati gli Stati Uniti.Volodymyr Zelensky ringrazia: «Con i blindati libereremo l’Ucraina». Guido Crosetto: «Roma pronta all’invio». Asse russo-turco per regalare il grano all’Africa. Vladimir Putin arruola i carcerati.Lo speciale contiene due articoli.Mentre rafforzano le loro relazioni, Germania e Cina guardano anche alla crisi ucraina. Non a caso, il tema è emerso ieri, durante un incontro a Pechino tra Olaf Scholz e Xi Jinping. In particolare, il cancelliere tedesco ha esortato il presidente cinese a utilizzare «la sua influenza sulla Russia» per far concludere la «guerra di aggressione» contro l’Ucraina. «Questo riguarda la necessità di rispettare i principi della Carta dell’Onu che tutti abbiamo sottoscritto», ha proseguito Scholz. «Si tratta», ha aggiunto, «di principi come quello della sovranità e dell’integrità territoriale, importanti anche per la Cina». Il cancelliere ha inoltre affrontato la questione taiwanese, adottando una posizione fondamentalmente ambigua: da una parte, ha ribadito fedeltà al principio dell’«unica Cina»; dall’altra, ha affermato che «qualsiasi cambiamento dello status quo delle relazioni nello Stretto di Taiwan deve essere pacifico e consensuale». «Al momento, la situazione internazionale è complessa e mutevole», ha detto Xi al cancelliere, «in quanto potenze influenti, Cina e Germania dovrebbero lavorare insieme in tempi di cambiamento e caos per dare più contributi alla pace e allo sviluppo nel mondo». Il leader cinese ha poi sottolineato che «la Cina sostiene la Germania e l’Ue nello svolgere un ruolo importante nella promozione dei colloqui di pace e nella promozione della costruzione di un quadro di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile». Secondo Xi, la comunità internazionale dovrebbe infine puntare a «creare le condizioni per la ripresa dei negoziati e opporsi congiuntamente all’uso o alla minaccia dell’uso di armi nucleari». Questa sponda tra il cancelliere tedesco e il presidente cinese è ricca di implicazioni dal punto di vista politico. Innanzitutto non si tratta di una novità. Già Angela Merkel (di cui Scholz è stato vicecancelliere dal marzo 2018) aveva fortemente avvicinato Berlino alla Repubblica popolare (si pensi soltanto al controverso accordo sugli investimenti che, proprio su input tedesco, venne siglato con Pechino dalla Commissione europea nel dicembre del 2020). Non è d’altronde un mistero che la Germania intrattenga stretti legami economici con il Dragone. È in tal senso che, in questo viaggio cinese, nella delegazione di Scholz sono stati inclusi alti dirigenti di alcune importanti aziende tedesche operanti nei più disparati settori: pensiamo solo a Bayer, Biontech, Merck, Adidas, Bmw, Volkswagen, Deutsche Bank e Siemens. Il viaggio del cancelliere viene quindi a inserirsi all’interno di questo quadro strutturale, che evidenzia un deciso consolidamento dei rapporti tra Berlino e la Repubblica popolare. In secondo luogo, è chiaro che, con questa visita a Xi, Scholz punta (almeno in parte) a sganciarsi dagli Stati Uniti per quanto riguarda la crisi ucraina. Non è un mistero che l’asse franco-tedesco non abbia mai digerito la linea severa, promossa nei mesi scorsi da Regno Unito e Polonia: una linea che, pur con qualche tentennamento e non sempre in modo lineare, è stata alla fine abbracciata anche dall’amministrazione Biden. Ebbene, il fatto che Scholz abbia dedicato grande attenzione al dossier ucraino nell’incontro con Xi evidenzia una sorta di presa di distanza dalla Casa bianca. Ricordiamo d’altronde che Pechino non ha mai condannato l’invasione russa dell’Ucraina e che, anzi, negli scorsi mesi ha spesso strizzato l’occhio al Cremlino. Il leader cinese ha d’altronde sempre visto nella crisi in corso un modo per scardinare l’ordine internazionale occidentale, rendendo al contempo la Russia sempre più subordinata allo stesso Dragone. Dall’altra parte, è pur vero che, a partire da settembre, qualcosa sembra essersi incrinato. Xi ha espresso preoccupazioni a Putin sull’andamento della guerra e si è mostrato relativamente freddo sull’annessione delle quattro regioni ucraine da parte della Federazione russa. Le sue stesse parole di ieri contro l’uso delle armi nucleari potrebbero essere lette come una sottile bacchettata al Cremlino. Ovviamente non è che Xi si sia improvvisamente convertito alla causa occidentale. È semmai più probabile che sia opportunisticamente impensierito dalle difficoltà che Mosca sta incontrando sul campo. Come che sia, il viaggio cinese di Scholz è uno schiaffo in piena regola a Joe Biden, inferto, tra l’altro, a pochi giorni dalle elezioni di midterm, in cui i democratici, secondo i sondaggi, rischiano una ben magra performance. A rendere più rilevante la questione sta il fatto che, come riferito da Abc News, l’attuale cancelliere tedesco è il primo leader europeo a visitare la Cina dall’inizio dell’invasione russa. Non dimentichiamo inoltre che Berlino e Pechino si stanno avvicinando in una fase in cui i rapporti tra gli Usa e la Repubblica popolare sono tesi su vari dossier: da Taiwan all’approvvigionamento di microchip, passando per la violazione dei diritti umani nello Xinjiang. Sotto sotto, Scholz approfitta della debole leadership di Biden, che finora non è stata realmente in grado di consolidare le relazioni transatlantiche. Dall’altra parte però la linea del cancelliere è azzardata. La Merkel rese la Germania e l’Ue troppo dipendenti da Putin (in barba agli avvertimenti di Donald Trump). Scholz rischia di fare altrettanto oggi con Xi. Il pericolo è quello di cadere dalla padella nella brace. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-cina-russia-affari-2658602239.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="usa-altri-400-milioni-di-aiuti-militari" data-post-id="2658602239" data-published-at="1667598132" data-use-pagination="False"> Usa, altri 400 milioni di aiuti militari Vladimir Putin ha firmato una legge che abolisce il divieto di arruolamento nell’esercito russo dei cittadini che hanno riportato «una condanna non cancellata o in sospeso» per reati considerati «gravi». Il divieto permane «per chi è stato condannato per abusi su minori e per altri reati». Il presidente russo ha anche parlato del conflitto: «Lo scontro con il regime neonazista emerso sul territorio dell’Ucraina era inevitabile, se a febbraio non fossero state intraprese azioni appropriate da parte nostra, sarebbe stato lo stesso, solo da una posizione peggiore per noi». In attesa che dalle carceri arrivino gli uomini al fronte, le forze russe stanno continuando a ritirare alcuni elementi dal Nordovest della Regione di Kherson, dove ieri gli occupanti hanno prima annunciato e poi smentito il coprifuoco. Importanti novità sono arrivate dall’Aie, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che ha reso noto: «Gli ispettori nucleari non hanno trovato prove di attività nucleari non dichiarate in tre centrali in Ucraina». Sempre difficile la situazione a Kiev, dove da ieri mattina almeno 450.000 case sono senza corrente elettrica. I danni alle strutture che producono e distribuiscono energia sono dovuti alla recrudescenza degli attacchi dell’esercito invasore, che tra il 27 ottobre e il 3 novembre ha utilizzato 68 missili e 30 droni suicidi, secondo il vicecapo del Dipartimento delle operazioni principali dello Stato maggiore delle forze armate ucraine, Oleksii Hromov. Novità anche sul fronte del grano: il G7, dopo aver chiesto ancora una volta alla Russia di fermare immediatamente la sua guerra di aggressione contro l'Ucraina e di ritirare tutte le sue forze e l’equipaggiamento militare, ha anche esortato Mosca a prolungare l’accordo che consente il passaggio sicuro delle spedizioni di grano dall'Ucraina: lo ha detto un alto funzionario del Dipartimento di Stato americano al G7 Esteri in corso a Munster (Germania). «Tutti hanno concordato sulla necessità di prolungare l’iniziativa sui cereali del Mar Nero», ha affermato il funzionario. E di grano hanno parlato turchi e russi che hanno trovato un accordo per inviarlo gratuitamente ai Paesi che più ne hanno bisogno, in particolare l’Africa. Lo ha annunciato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, all’agenzia Anadolu, affermando di aver parlato di questo direttamente con Putin: «Abbiamo trovato un consenso su come utilizzare maggiormente il corridoio nel mar Nerodove, dove passano le navi che trasportano grano». Una mossa che servirà anche ad aumentare l’influenza turca e russa in Africa. Mentre il G7 annuncia che aiuterà Kiev a riparare le infrastrutture, non si ferma l’invio di armi da parte degli Stati Uniti. Gli Usa manderanno infatti a Kiev altri 400 milioni di aiuti militari e creeranno un quartier generale in Germania per l’assistenza, la sicurezza e l’addestramento militare per l’Ucraina. Immediato il ringraziamento del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky: «Sono grato al presidente Biden e ai cittadini americani. I veicoli blindati ci aiuteranno a liberare la terra ucraina», ha twittato. Sullo stesso tema è intervenuto, su Avvenire, il ministro della Difesa, Guido Crosetto: «In una fase così complessa la sola cosa che non possiamo fare è perdere il contatto con i nostri alleati internazionali, l’Ue e l’Alleanza atlantica e dunque c’è un solo modo di muoversi e di decidere: se non cambierà la situazione in Ucraina ci sarà un sesto decreto per un nuovo invio di aiuti militari». Il ministro della Difesa ha poi aggiunto: «Se devo fare una previsione sincera, dico che ci sarà. E sarà giusto e dovuto».
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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