
Paolo Gentiloni (Ansa)
Il dem prima nomina il Patto di stabilità poi fa dietrofront: «Parlavo solo di fisco».
Autore della famosissima immagine V-J Day in Times Square, ad Alfred Eisenstaedt (1898-1995), fra i fotografi di punta della rivista Life, il Centro Italiano per la fotografia di Torino dedica una mostra (sino al 21 settembre 2025) di oltre 170 scatti che ne ripercorrono l’intera carriera, dagli anni Trenta al 1990.
I siti che espongono le donne all’insaputa non riaffermano il dominio maschile, ma rivelano un vuoto: uomini incapaci di relazione, che cercano conferma solo nello sguardo degli altri, trasformando l’intimità in merce pubblica.
Sen. Susanna Donatella Campione Componente commissione giustizia e femminicidio
In questi giorni si parla molto dei siti e dei gruppi come “Mia moglie” e Phica.eu, luoghi virtuali in cui venivano condivise immagini di donne fotografate all’insaputa delle dirette interessate, con lo scopo di commentarne volgarmente l’aspetto fisico ed esplicitare fantasie sessuali triviali.
Colpisce, prima di tutto, che tali gruppi fossero aperti e accessibili a chiunque. Nessuno degli iscritti sembrava provare imbarazzo, né percepire il disvalore sociale e morale di simili pratiche. È l’ennesima conferma di come l’avvento dei social abbia reso obsoleto il concetto di riservatezza, che pure la nostra Costituzione eleva a diritto inviolabile. Oggi ogni momento della vita quotidiana può diventare pubblico: nascite, atti sessuali, tradimenti, scene imbarazzanti, nulla è più custodito. Persino ciò che un tempo gli uomini condividevano di nascosto, foto o filmati osé, viene ora esibito senza pudore.
È sparito il “segreto”, che aveva un valore protettivo, come i segreti industriali tutelano un’invenzione. È sparita la “vergogna”, la cui etimologia latina “verecundia” richiama il rispetto e il timore, la parola discrezione appare ormai un termine desueto che evoca scenari arcaici. Tutto si consuma rapidamente e sotto gli occhi di tutti.
Molti osservatori spiegano questo fenomeno come una nuova manifestazione del patriarcato. Eppure, a ben vedere, nessun patriarca avrebbe mai esposto la propria moglie al pubblico ludibrio. Certo, si potrebbe dire che aveva altri strumenti per esercitare dominio e controllo sulle donne ma non le avrebbe certamente rese oggetto di scherno collettivo o esposte ai commenti volgari di altri uomini.
Qui non siamo di fronte a una riaffermazione del patriarcato e tantomeno del machismo.
Al contrario. Gli uomini che hanno condiviso quelle immagini non hanno esercitato alcun potere sulle proprie compagne, ma hanno mostrato una vera e propria dipendenza dall’immagine femminile. Una dipendenza che non si traduce in relazione, ma in surrogato: incapaci di rapporti reali con donne reali, cercano conferma solo attraverso lo schermo.
A un’analisi più attenta emerge qualcosa di ancora più radicale: non mascolinità, ma il suo opposto. L’obiettivo reale non è il corpo delle donne ma lo scambio di sguardi, battute e approvazioni tra maschi.
E’ il meccanismo che scatta negli scambi di coppia. L’uomo patriarcale non trae gratificazione dal giudizio di altri uomini sul corpo femminile, soprattutto se quel corpo appartiene a una donna alla quale è legato, anzi di quel corpo vuole l’esclusiva e reagisce se altri tentano di guardarlo o toccarlo. Nelle società patriarcali il corpo delle donne viene coperto proprio per sottrarlo totalmente agli sguardi di altri uomini. Non c’è alcuna possibilità di condivisione di quella donna, al contrario tutti gli uomini vengono esclusi dal contatto, anche visivo, con lei.
La condivisione di immagini delle proprie mogli sui siti web non è quindi patriarcato ma l’espressione distorta di una fluidità che non si accetta e viene negata e repressa.