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2019-09-11
Schiaffo a Mattarella e Conte. L’Europa ci ha già incastrato
Ansa
Povero Paolo Gentiloni. Nemmeno il tempo di gioire per la nomina a commissario europeo per l'Economia che scopre di essere già commissariato. Per tutto il tempo della sua avventura a Bruxelles, infatti, l'ex premier dovrà muoversi sotto la supervisione del vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis. «Dovranno collaborare moltissimo», ha specificato a margine dell'evento di presentazione della nuova squadra la presidente Ursula von der Leyen, facendo intendere che il guinzaglio al quale sarà legato Gentiloni minaccia di essere molto corto.
Solo lunedì, nel discorso tenuto alla Camera, il premier Giuseppe Conte si era preoccupato di specificare che «è dentro il perimetro dell'Unione europea e non fuori da esso che si deve operare alla ricerca del benessere degli italiani». Ebbene, ieri la von der Leyen ha tracciato con precisione i confini del recinto entro il quale il nuovo esecutivo sta confinando l'Italia. La lettera di incarico parla chiaro: «Ti occuperai di far rispettare il Patto di stabilità». E subito la mente corre agli annunci dei giorni scorsi da parte di Conte e del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Parlando lunedì a Montecitorio, il presidente del Consiglio aveva espresso la necessità di «migliorare il Patto di stabilità e di crescita e la sua applicazione, per semplificarne le regole, evitare effetti pro-ciclici, e sostenere gli investimenti». Nel corso del fine settimana appena trascorso, invece, il capo dello Stato nel messaggio inviato al Forum Ambrosetti di Cernobbio auspicava un «riesame delle regole del Patto», al fine di «contribuire a una nuova fase, rilanciando gli investimenti in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca». Tra le consegne affidate a Gentiloni non si fa menzione degli annunci sbandierati da Palazzo Chigi e dal Colle, sintomo che la revisione delle norme non figura nemmeno lontanamente nell'agenda della Commissione. Se qualcuno avesse dubbi al riguardo, ci pensa Ursula von der Leyen in persona a dissipare ogni incertezza: «Intorno al Patto di stabilità c'è oggi un ampio consenso, le regole sono chiare, i limiti sono chiari, la flessibilità è chiara». Chissà se oggi Conte parlerà anche di questo nella sua visita a Bruxelles, durante la quale incontrerà la stessa von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente dell'Europarlamento David Sassoli. Previsto invece nei prossimi giorni (il 18 settembre) un incontro con Emmanuel Macron.
Sulla gestione dei nostri conti pubblici prevale intanto, in piena continuità con la precedente Commissione, la logica dei «pizzini»: «L'ultima parola non spetta a Gentiloni, tutte le decisioni saranno prese dal Collegio e le spiegheremo insieme». Ancora più chiaro il messaggio rivolto al ministro dell'Economia Roberto Gualtieri: «Conosce perfettamente il Patto di stabilità e sa esattamente quali sono le regole che abbiamo stabilito in Europa. Gualtieri sa cosa ci aspettiamo nella prossima legge di stabilità». A fare da contraltare ai paletti imposti al commissario italiano, i poteri pressoché illimitati attribuiti a Valdis Dombrovskis: l'ex premier lettone tiene l'importantissima delega alla Stabilità finanziaria, ai servizi finanziari e al mercato unico attribuitagli nel 2016 da Jean-Claude Juncker. Nel prossimo quinquennio si occuperà, tra l'altro, del rafforzamento dell'euro, del completamento dell'unione bancaria, delle criptovalute. L'azione di Gentiloni sarà arginata anche dalla presenza del commissario al Bilancio, carica affidata all'austriaco Johannes Hahn. Tra i compiti di quest'ultimo, supportare il presidente nella chiusura degli importantissimi negoziati del bilancio settennale 2021-2027. Hahn è compagno di partito dell'ex premier Sebastian Kurz, che proprio l'altro giorno ha criticato duramente la proposta di Sergio Mattarella di modificare le regole di bilancio.
La strada per Gentiloni, dunque, si fa tutta in salita sin dall'inizio. Si mostra fortemente contrariato il Ppe che, per bocca del portavoce in commissione Affari economici e monetari Markus Feber, fa notare come «nel corso del suo mandato Paolo Gentiloni non sia riuscito a tirar fuori l'Italia dalla depressione», precedente che «non rende fiduciosi sul fatto che farà meglio in qualità di commissario all'Economia». Anche in questo caso, l'attacco alle velleità di Conte e Mattarella è feroce: «Sotto Juncker il Patto di stabilità ha perso credibilità, ora Gentiloni deve dimostrare tutta la sua determinazione quando si tratta di far rispettare le regole fiscali». L'avvertimento non è da sottovalutare, anche perché la parola passa ora alle commissioni competenti. La bocciatura è una possibilità remota, ma reale: ne sa qualcosa Rocco Buttiglione, la cui nomina fu respinta nel 2004 a causa delle contestate dichiarazioni sugli omosessuali. Una scenario da incubo sia per il Colle che per Palazzo Chigi.
La Von der Leyen tira le poltrone Ue in testa agli Usa. E Macron se la ride
L'asse franco-tedesco brinda per la composizione della nuova Commissione europea, ufficializzata ieri a mezzogiorno. Francia e Germania sono riuscite a mantenere di fatto il controllo delle poltrone maggiormente strategiche, confermando la loro posizione di forza in seno all'Unione europea. Un elemento che potrebbe creare qualche significativo attrito con gli Stati Uniti.
Come è noto, Berlino ha ottenuto la presidenza della Commissione con Ursula von der Leyen, ribadendo così la propria centralità politica tra le alte sfere di Bruxelles. Fattore, quest'ultimo, che non deve essere stato troppo digerito dalla Casa Bianca. Non dimentichiamo del resto che Donald Trump sia da anni un feroce critico della Germania soprattutto sul fronte commerciale. E che, con l'avvicinarsi delle elezioni presidenziali americane, gli attriti tra Washington e Berlino potrebbero aumentare nei prossimi mesi. La presidenza non costituisce tuttavia l'unico aspetto problematico. Anche altre poltrone potrebbero infatti risultare indigeste dalle parti dello studio ovale.
In primo luogo, troviamo la riconferma a commissario per la Concorrenza della danese Margrethe Vestager, che ha ottenuto anche la vicepresidenza con delega all'Industria digitale. Una nomina che, a prima vista, sembrerebbe rompere le uova nel paniere all'asse franco-tedesco, visto che - lo scorso febbraio - aveva bocciato la fusione tra la francese Alstom e la tedesca Siemens, suscitando malumori a Parigi e Berlino. Ciò detto, non bisogna tuttavia neppure dimenticare che, come capo dell'antitrust nella Commissione uscente, la Vestager abbia spesso adottato un approccio particolarmente duro verso i colossi del Web americani (si pensi solo alla multa da 4,3 miliardi di euro comminata a Google l'anno scorso). Un atteggiamento che ha prodotto due conseguenze. Da una parte, ha suscitato le vive proteste di Trump («costei odia gli Stati Uniti», ebbe a dire il presidente americano una volta). Dall'altra, ha indubbiamente fornito un assist a Emmanuel Macron, da sempre ostile ai colossi americani del digitale, con lo scopo di tutelare l'industria online francese (a partire dal motore di ricerca Qwant).
Ma non è finita qui. Un altro elemento di attrito potrebbe sorgere dal fatto che, nella nuova Commissione, la francese Sylvie Goulard abbia ottenuto la direzione generale dell'industria della difesa e dell'aerospazio. Un punto problematico, visto che proprio Macron risulta da tempo tra i principali fautori di una difesa europea: una posizione che ha in passato determinato forti tensioni tra l'attuale presidente francese e Trump. Tensioni che adesso potrebbero riesplodere, visto che Parigi sembra avere tutta l'intenzione (forte dell'atomica) di procedere verso la creazione di un esercito europeo.
Anche sul fronte della Brexit non ci sono notizie troppo incoraggianti per la Casa Bianca. Come commissario al Commercio è stato infatti scelto l'irlandese Phil Hogan, notoriamente ostile a un'uscita senza accordo del Regno Unito dall'Unione europea. Senza poi trascurare che il portafoglio al Mercato Interno sia andato proprio alla Goulard, da sempre molto critica della Brexit. Inoltre, la von der Leyen ha annunciato di pensare al rinnovo di Michel Barnier come negoziatore con Londra. Insomma, una linea nettamente contraria a quella del premier britannico, Boris Johnson, e dello stesso Trump il quale auspica una hard Brexit per poter negoziare così un trattato commerciale bilaterale tra Washington e Londra. Senza poi contare che, nell'ottica della Casa Bianca, quest'obiettivo sarebbe principalmente volto indebolire il potere della stessa Germania. La nuova Commissione sembra quindi del tutto intenzionata ad ostacolare la convergenza geopolitica e commerciale tra Trump e Johnson.
Fibrillazioni si rischiano poi anche in materia di relazioni diplomatiche. A ricevere l'incarico di Alto rappresentante per la politica estera è infatti il socialista spagnolo, Josep Borrell: una figura non esattamente amichevole verso l'attuale inquilino della Casa Bianca. In passato, ha duramente criticato l'approccio di Trump al Venezuela, definendolo spregiativamente «politica del cowboy». Ha inoltre espresso posizioni di sostegno e forte vicinanza nei confronti dell'Iran: un altro elemento che certo non può far troppo piacere agli Stati Uniti. Se già con Federica Mogherini i rapporti diplomatici tra Bruxelles e Washington non potevano dirsi idilliaci, con Borrell la situazione potrebbe addirittura peggiorare. Anche perché, esattamente come Trump, pare abbia un carattere abbastanza irrequieto. Infine, anche con Paolo Gentiloni potrebbe sorgere qualche problema. Non solo per la sua strettissima vicinanza a Francia e Germania ma anche perché, quando era presidente del Consiglio in Italia, aveva manifestato un significativo apprezzamento verso il progetto cinese della Nuova Via della Seta. Un interessamento in ottica commerciale, che potrebbe non essere granché digerito da Trump, nel pieno della guerra tariffaria tra Washington e Pechino. Per trovare un profilo «amico» il presidente americano deve forse rivolgersi al nuovo commissario all'Allargamento, l'ungherese Laszlo Trocsanyi che, da ministro della Giustizia, ha appoggiato la stretta di Viktor Orban sull'immigrazione clandestina. Un profilo tuttavia probabilmente isolato nella nuova Commissione. La cui linea franco-tedesca si fa sempre più evidente.
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Paolo Gentiloni è un commissario all'Economia commissariato. Deleghe svuotate e il falco Valdis Dombrovskis sul collo. L'erede di Jean-Claude Juncker gli ordina: «Applica il patto di stabilità». Addio ai sogni di gloria del presidente della Repubblica.Il bis di Margrethe Vestager alla Concorrenza e di Michel Barnier alla Brexit irritano Donald Trump. Con Sylvie Goulard Parigi incassa l'aerospazio.Lo speciale contiene due articoli.Povero Paolo Gentiloni. Nemmeno il tempo di gioire per la nomina a commissario europeo per l'Economia che scopre di essere già commissariato. Per tutto il tempo della sua avventura a Bruxelles, infatti, l'ex premier dovrà muoversi sotto la supervisione del vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis. «Dovranno collaborare moltissimo», ha specificato a margine dell'evento di presentazione della nuova squadra la presidente Ursula von der Leyen, facendo intendere che il guinzaglio al quale sarà legato Gentiloni minaccia di essere molto corto.Solo lunedì, nel discorso tenuto alla Camera, il premier Giuseppe Conte si era preoccupato di specificare che «è dentro il perimetro dell'Unione europea e non fuori da esso che si deve operare alla ricerca del benessere degli italiani». Ebbene, ieri la von der Leyen ha tracciato con precisione i confini del recinto entro il quale il nuovo esecutivo sta confinando l'Italia. La lettera di incarico parla chiaro: «Ti occuperai di far rispettare il Patto di stabilità». E subito la mente corre agli annunci dei giorni scorsi da parte di Conte e del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Parlando lunedì a Montecitorio, il presidente del Consiglio aveva espresso la necessità di «migliorare il Patto di stabilità e di crescita e la sua applicazione, per semplificarne le regole, evitare effetti pro-ciclici, e sostenere gli investimenti». Nel corso del fine settimana appena trascorso, invece, il capo dello Stato nel messaggio inviato al Forum Ambrosetti di Cernobbio auspicava un «riesame delle regole del Patto», al fine di «contribuire a una nuova fase, rilanciando gli investimenti in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca». Tra le consegne affidate a Gentiloni non si fa menzione degli annunci sbandierati da Palazzo Chigi e dal Colle, sintomo che la revisione delle norme non figura nemmeno lontanamente nell'agenda della Commissione. Se qualcuno avesse dubbi al riguardo, ci pensa Ursula von der Leyen in persona a dissipare ogni incertezza: «Intorno al Patto di stabilità c'è oggi un ampio consenso, le regole sono chiare, i limiti sono chiari, la flessibilità è chiara». Chissà se oggi Conte parlerà anche di questo nella sua visita a Bruxelles, durante la quale incontrerà la stessa von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente dell'Europarlamento David Sassoli. Previsto invece nei prossimi giorni (il 18 settembre) un incontro con Emmanuel Macron.Sulla gestione dei nostri conti pubblici prevale intanto, in piena continuità con la precedente Commissione, la logica dei «pizzini»: «L'ultima parola non spetta a Gentiloni, tutte le decisioni saranno prese dal Collegio e le spiegheremo insieme». Ancora più chiaro il messaggio rivolto al ministro dell'Economia Roberto Gualtieri: «Conosce perfettamente il Patto di stabilità e sa esattamente quali sono le regole che abbiamo stabilito in Europa. Gualtieri sa cosa ci aspettiamo nella prossima legge di stabilità». A fare da contraltare ai paletti imposti al commissario italiano, i poteri pressoché illimitati attribuiti a Valdis Dombrovskis: l'ex premier lettone tiene l'importantissima delega alla Stabilità finanziaria, ai servizi finanziari e al mercato unico attribuitagli nel 2016 da Jean-Claude Juncker. Nel prossimo quinquennio si occuperà, tra l'altro, del rafforzamento dell'euro, del completamento dell'unione bancaria, delle criptovalute. L'azione di Gentiloni sarà arginata anche dalla presenza del commissario al Bilancio, carica affidata all'austriaco Johannes Hahn. Tra i compiti di quest'ultimo, supportare il presidente nella chiusura degli importantissimi negoziati del bilancio settennale 2021-2027. Hahn è compagno di partito dell'ex premier Sebastian Kurz, che proprio l'altro giorno ha criticato duramente la proposta di Sergio Mattarella di modificare le regole di bilancio. La strada per Gentiloni, dunque, si fa tutta in salita sin dall'inizio. Si mostra fortemente contrariato il Ppe che, per bocca del portavoce in commissione Affari economici e monetari Markus Feber, fa notare come «nel corso del suo mandato Paolo Gentiloni non sia riuscito a tirar fuori l'Italia dalla depressione», precedente che «non rende fiduciosi sul fatto che farà meglio in qualità di commissario all'Economia». Anche in questo caso, l'attacco alle velleità di Conte e Mattarella è feroce: «Sotto Juncker il Patto di stabilità ha perso credibilità, ora Gentiloni deve dimostrare tutta la sua determinazione quando si tratta di far rispettare le regole fiscali». L'avvertimento non è da sottovalutare, anche perché la parola passa ora alle commissioni competenti. La bocciatura è una possibilità remota, ma reale: ne sa qualcosa Rocco Buttiglione, la cui nomina fu respinta nel 2004 a causa delle contestate dichiarazioni sugli omosessuali. 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Come è noto, Berlino ha ottenuto la presidenza della Commissione con Ursula von der Leyen, ribadendo così la propria centralità politica tra le alte sfere di Bruxelles. Fattore, quest'ultimo, che non deve essere stato troppo digerito dalla Casa Bianca. Non dimentichiamo del resto che Donald Trump sia da anni un feroce critico della Germania soprattutto sul fronte commerciale. E che, con l'avvicinarsi delle elezioni presidenziali americane, gli attriti tra Washington e Berlino potrebbero aumentare nei prossimi mesi. La presidenza non costituisce tuttavia l'unico aspetto problematico. Anche altre poltrone potrebbero infatti risultare indigeste dalle parti dello studio ovale. In primo luogo, troviamo la riconferma a commissario per la Concorrenza della danese Margrethe Vestager, che ha ottenuto anche la vicepresidenza con delega all'Industria digitale. Una nomina che, a prima vista, sembrerebbe rompere le uova nel paniere all'asse franco-tedesco, visto che - lo scorso febbraio - aveva bocciato la fusione tra la francese Alstom e la tedesca Siemens, suscitando malumori a Parigi e Berlino. Ciò detto, non bisogna tuttavia neppure dimenticare che, come capo dell'antitrust nella Commissione uscente, la Vestager abbia spesso adottato un approccio particolarmente duro verso i colossi del Web americani (si pensi solo alla multa da 4,3 miliardi di euro comminata a Google l'anno scorso). Un atteggiamento che ha prodotto due conseguenze. Da una parte, ha suscitato le vive proteste di Trump («costei odia gli Stati Uniti», ebbe a dire il presidente americano una volta). Dall'altra, ha indubbiamente fornito un assist a Emmanuel Macron, da sempre ostile ai colossi americani del digitale, con lo scopo di tutelare l'industria online francese (a partire dal motore di ricerca Qwant). Ma non è finita qui. Un altro elemento di attrito potrebbe sorgere dal fatto che, nella nuova Commissione, la francese Sylvie Goulard abbia ottenuto la direzione generale dell'industria della difesa e dell'aerospazio. Un punto problematico, visto che proprio Macron risulta da tempo tra i principali fautori di una difesa europea: una posizione che ha in passato determinato forti tensioni tra l'attuale presidente francese e Trump. Tensioni che adesso potrebbero riesplodere, visto che Parigi sembra avere tutta l'intenzione (forte dell'atomica) di procedere verso la creazione di un esercito europeo. Anche sul fronte della Brexit non ci sono notizie troppo incoraggianti per la Casa Bianca. Come commissario al Commercio è stato infatti scelto l'irlandese Phil Hogan, notoriamente ostile a un'uscita senza accordo del Regno Unito dall'Unione europea. Senza poi trascurare che il portafoglio al Mercato Interno sia andato proprio alla Goulard, da sempre molto critica della Brexit. Inoltre, la von der Leyen ha annunciato di pensare al rinnovo di Michel Barnier come negoziatore con Londra. Insomma, una linea nettamente contraria a quella del premier britannico, Boris Johnson, e dello stesso Trump il quale auspica una hard Brexit per poter negoziare così un trattato commerciale bilaterale tra Washington e Londra. Senza poi contare che, nell'ottica della Casa Bianca, quest'obiettivo sarebbe principalmente volto indebolire il potere della stessa Germania. La nuova Commissione sembra quindi del tutto intenzionata ad ostacolare la convergenza geopolitica e commerciale tra Trump e Johnson. Fibrillazioni si rischiano poi anche in materia di relazioni diplomatiche. A ricevere l'incarico di Alto rappresentante per la politica estera è infatti il socialista spagnolo, Josep Borrell: una figura non esattamente amichevole verso l'attuale inquilino della Casa Bianca. In passato, ha duramente criticato l'approccio di Trump al Venezuela, definendolo spregiativamente «politica del cowboy». Ha inoltre espresso posizioni di sostegno e forte vicinanza nei confronti dell'Iran: un altro elemento che certo non può far troppo piacere agli Stati Uniti. Se già con Federica Mogherini i rapporti diplomatici tra Bruxelles e Washington non potevano dirsi idilliaci, con Borrell la situazione potrebbe addirittura peggiorare. Anche perché, esattamente come Trump, pare abbia un carattere abbastanza irrequieto. Infine, anche con Paolo Gentiloni potrebbe sorgere qualche problema. Non solo per la sua strettissima vicinanza a Francia e Germania ma anche perché, quando era presidente del Consiglio in Italia, aveva manifestato un significativo apprezzamento verso il progetto cinese della Nuova Via della Seta. Un interessamento in ottica commerciale, che potrebbe non essere granché digerito da Trump, nel pieno della guerra tariffaria tra Washington e Pechino. Per trovare un profilo «amico» il presidente americano deve forse rivolgersi al nuovo commissario all'Allargamento, l'ungherese Laszlo Trocsanyi che, da ministro della Giustizia, ha appoggiato la stretta di Viktor Orban sull'immigrazione clandestina. Un profilo tuttavia probabilmente isolato nella nuova Commissione. La cui linea franco-tedesca si fa sempre più evidente.
iStock
Lunedì il quindicenne esce da scuola e sale sull’autobus nel quartiere San Felice, per tornare a casa, che è parecchio distante. Come ha raccontato la mamma al Giornale di Vicenza, «credeva di aver dimenticato l’abbonamento: nella sua completa onestà lo ha detto subito all’autista e lui lo ha fatto scendere». Insomma, una piccola botta di ansia, affrontata «autodenunciandosi», nella speranza di trovare un minimo di umanità. E invece, nulla. Il guidatore è stato inflessibile. Pioveva pure e il minore ha chiamato il nonno per farsi venire a prendere. Poi è stata informata la mamma, stupitissima, perché il figlio ha l’abbonamento, che per altro ha trovato poco dopo. La signora ha protestato con l’azienda locale di trasporti, che promette la solita «rapida inchiesta», ma intanto già si cosparge il capo di cenere. Dice il presidente di Svt, Marco Sandonà: «A nome dell’azienda vorrei scusarmi pubblicamente con lo studente e la sua famiglia per questo increscioso episodio».
L’azienda ha subito aperto una procedura di contestazione nei confronti del proprio dipendente. Possibile che la disabilità non fosse molto evidente, ma non sposta più di tanto i termini della questione perché un quindicenne è un quindicenne.
Se ne rende conto lo stesso Sandonà, che spiega: «Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri utenti, a maggior ragione quando si tratta di minorenni, che in nessun caso devono essere lasciati a terra». E aggiunge un’osservazione non banale: «La giusta applicazione delle regole deve sempre e comunque tenere conto della persona che abbiamo di fronte, proprio perché trasportiamo persone». Anche la mamma dimostra una certa pacatezza quando dice: «Non capisco perché mio figlio sia stato fatto scendere. Non avrebbero dovuto semplicemente fargli una multa che poi noi avremmo potuto contestare dimostrando che mio figlio è in possesso di un regolare abbonamento?». Si vede che l’autista non aveva tempo di multare un innocuo ragazzino.
Il regolamento dell’azienda di trasporti vicentina prevede che una multa possa essere annullata entro 15 giorni, se l’utente dimostra di avere un biglietto o un abbonamento valido. In ogni caso sul grave infortunio della municipalizzata interviene anche Zaia, per il quale «il rispetto viene prima di ogni procedura. Non è solo un fatto di regole, ma di umanità, di responsabilità e di buon senso».
Tre qualità che sono forse sospese nel Veneto che ospita le Olimpiadi invernali, almeno a bordo dei mezzi pubblici. È incredibile, ma a Vicenza si ripete, in versione anche peggiore, quello che è successo nel Bellunese appena dieci giorni fa, con la notizia che ha fatto il giro d’Italia. Si tratta di quel ragazzino di 11 anni che non aveva il biglietto «olimpico» ma solo biglietti ordinari (avrebbero potuto essere cumulati), ed è stato fatto scendere dall’autobus. Non aveva il cellulare e quindi ha camminato fino a casa per sei chilometri nella neve, dove è arrivato in condizioni pietose.
Questi due episodi, che si spera non siano la punta di un iceberg, confermano che dal Covid in poi questo non è un Paese per bimbi e ragazzini. Prima li hanno rinchiusi a casa senza motivo, ora escono e chiunque abbia un minimo di autorità li bullizza. Tutto intorno, bande di maranza senza biglietto non vengono degnate di uno sguardo. Nessuno chiede gesti di eroismo a chi guida l’autobus spesso in condizioni difficili, ma mostre i muscoli con undicenni e disabili non è il modo di rifarsi.
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Ansa
La rappresentazione dei fatti presentata dai pm, in sostanza, sarebbe stata dolosamente artefatta. L’istruttoria, però, secondo i giudici, pur avendo dimostrato che, all’epoca dei fatti, le operatrici dei servizi sociali non avessero elementi oggettivi da cui desumere che il bambino fosse stato vittima di abusi intrafamiliari, ha stabilito che non avrebbero avuto una tale «convinzione», ancorché infondata. Non solo. Limitano, e di molto, l’azione dei servizi sociali: «La funzione probatoria che connota le relazioni del servizio sociale», scrivono, «non coincide con la funzione probatoria richiesta dalla giurisprudenza per l’individuazione degli atti pubblici dotati di fede privilegiata». Quelle relazioni erano carta straccia? In realtà i giudici, che hanno assolto gli operatori anche dall’accusa di frode processuale, li salvano con questo passaggio: «Difatti, rispetto agli operatori sociali, […] l’istruttoria, oltre ad aver escluso la sussistenza di condotte assimilabili a quelle concepite nelle imputazioni, ha dimostrato come gli stessi abbiano sempre agito su specifico mandato del tribunale per i minorenni, che rendeva quindi doverosa la loro azione (come per gli allontanamenti e le successive collocazioni etero-familiari), oppure nell’ambito di quanto dallo stesso tribunale loro delegato (come di prassi si prevedeva per l’avvio e la gestione degli incontri protetti)».
E non è finita: «Gli stessi hanno sempre, costantemente, aggiornato l’autorità giudiziaria, ovvero proprio il soggetto che, in ipotesi d’accusa, avrebbero voluto ingannare, tramite le proprie relazioni». È il resoconto di un cortocircuito giudiziario. «Sebbene molte di queste (relazioni, ndr) siano state tacciate di falsità», aggiungono i giudici, «non ci si può esimere dal rilevare come anche tali contestazioni risultino smentite, o comunque indimostrate, all’esito della complessa istruttoria svolta». La conclusione: «Da ciò consegue […] che sia le decisioni che l’operato del servizio, diversamente da quanto ipotizzano nei capi in cui si contesta la frode processuale, non erano mossi da alcun fine di inganno ma si basavano, a ben vedere, su valutazioni tecnico-professionali, di competenza propria degli operatori, di cui non si è provata né l’abnormità né l’erroneità, così come neppure si è dimostrata la falsità dei dati di fatto su cui si fondavano».
Ogni volta che la sentenza esamina le condotte attribuite ai genitori o ai familiari (abuso sessuale, maltrattamento, pregiudizio grave), però, la conclusione è sempre la stessa: le ipotesi non reggono alla prova dibattimentale. Le ricostruzioni non superano la soglia «dell’oltre ogni ragionevole dubbio». La formula usata dai giudici è questa: «Non solo non si è dimostrata la sussistenza, in positivo, di condotte di tal fatta (gli abusi, ndr), ma l’istruttoria dibattimentale ha restituito un quadro del tutto divergente». La sentenza chiarisce che le ipotesi di abuso nascono e si sviluppano all’interno di un circuito valutativo, costruito attraverso relazioni, osservazioni, interpretazioni. Ma quando queste ipotesi arrivano in aula non diventano fatti. Restano ipotesi. I giudici spiegano che le valutazioni dei servizi sociali non sono prove. Non hanno «fede privilegiata». E soprattutto non possono trasformarsi, da sole, in accertamenti di eventi storici. Le ricostruzioni prospettate «non trovano riscontro in elementi oggettivi». I rilievi contenuti nelle relazioni poi usate per allontanare i minorenni dai loro genitori, per quanto non provate, stando alle valutazioni del tribunale, avrebbero avuto come fine quello «di tutelare i minori e aiutarli a elaborare i propri vissuti».
Alla fine non ha sbagliato nessuno. La sentenza, però, un passo ulteriore lo fa. Spiega che la partita non è chiusa. Ma che è aperto un altro fronte. Quello civile. In un caso in particolare, argomentano i giudici, «il provvedimento giudiziale di sospensione della responsabilità genitoriale, che ha determinato una lesione ingiusta del diritto» del minorenne «a mantenere un rapporto con i propri genitori e del diritto di questi a esercitare le prerogative connesse alla responsabilità genitoriale», avrebbe causato «un danno patrimoniale e non patrimoniale». Perché anche se l’allontanamento è avvenuto sulla base di presupposti non del tutto provati nel processo, qualcuno comunque dovrà rispondere delle conseguenze.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 febbraio 2026. Il deputato della Lega Paolo Formentini commenta il voto di fiducia di oggi sull'Ucraina e i rapporti col partito di Vannacci.
Intellò, radical chic e progressisti si ribellano contro il termine «maranza» ed esortano a usare «immigrati di seconda generazione» o «risorse».