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2019-09-11
Schiaffo a Mattarella e Conte. L’Europa ci ha già incastrato
Ansa
Povero Paolo Gentiloni. Nemmeno il tempo di gioire per la nomina a commissario europeo per l'Economia che scopre di essere già commissariato. Per tutto il tempo della sua avventura a Bruxelles, infatti, l'ex premier dovrà muoversi sotto la supervisione del vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis. «Dovranno collaborare moltissimo», ha specificato a margine dell'evento di presentazione della nuova squadra la presidente Ursula von der Leyen, facendo intendere che il guinzaglio al quale sarà legato Gentiloni minaccia di essere molto corto.
Solo lunedì, nel discorso tenuto alla Camera, il premier Giuseppe Conte si era preoccupato di specificare che «è dentro il perimetro dell'Unione europea e non fuori da esso che si deve operare alla ricerca del benessere degli italiani». Ebbene, ieri la von der Leyen ha tracciato con precisione i confini del recinto entro il quale il nuovo esecutivo sta confinando l'Italia. La lettera di incarico parla chiaro: «Ti occuperai di far rispettare il Patto di stabilità». E subito la mente corre agli annunci dei giorni scorsi da parte di Conte e del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Parlando lunedì a Montecitorio, il presidente del Consiglio aveva espresso la necessità di «migliorare il Patto di stabilità e di crescita e la sua applicazione, per semplificarne le regole, evitare effetti pro-ciclici, e sostenere gli investimenti». Nel corso del fine settimana appena trascorso, invece, il capo dello Stato nel messaggio inviato al Forum Ambrosetti di Cernobbio auspicava un «riesame delle regole del Patto», al fine di «contribuire a una nuova fase, rilanciando gli investimenti in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca». Tra le consegne affidate a Gentiloni non si fa menzione degli annunci sbandierati da Palazzo Chigi e dal Colle, sintomo che la revisione delle norme non figura nemmeno lontanamente nell'agenda della Commissione. Se qualcuno avesse dubbi al riguardo, ci pensa Ursula von der Leyen in persona a dissipare ogni incertezza: «Intorno al Patto di stabilità c'è oggi un ampio consenso, le regole sono chiare, i limiti sono chiari, la flessibilità è chiara». Chissà se oggi Conte parlerà anche di questo nella sua visita a Bruxelles, durante la quale incontrerà la stessa von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente dell'Europarlamento David Sassoli. Previsto invece nei prossimi giorni (il 18 settembre) un incontro con Emmanuel Macron.
Sulla gestione dei nostri conti pubblici prevale intanto, in piena continuità con la precedente Commissione, la logica dei «pizzini»: «L'ultima parola non spetta a Gentiloni, tutte le decisioni saranno prese dal Collegio e le spiegheremo insieme». Ancora più chiaro il messaggio rivolto al ministro dell'Economia Roberto Gualtieri: «Conosce perfettamente il Patto di stabilità e sa esattamente quali sono le regole che abbiamo stabilito in Europa. Gualtieri sa cosa ci aspettiamo nella prossima legge di stabilità». A fare da contraltare ai paletti imposti al commissario italiano, i poteri pressoché illimitati attribuiti a Valdis Dombrovskis: l'ex premier lettone tiene l'importantissima delega alla Stabilità finanziaria, ai servizi finanziari e al mercato unico attribuitagli nel 2016 da Jean-Claude Juncker. Nel prossimo quinquennio si occuperà, tra l'altro, del rafforzamento dell'euro, del completamento dell'unione bancaria, delle criptovalute. L'azione di Gentiloni sarà arginata anche dalla presenza del commissario al Bilancio, carica affidata all'austriaco Johannes Hahn. Tra i compiti di quest'ultimo, supportare il presidente nella chiusura degli importantissimi negoziati del bilancio settennale 2021-2027. Hahn è compagno di partito dell'ex premier Sebastian Kurz, che proprio l'altro giorno ha criticato duramente la proposta di Sergio Mattarella di modificare le regole di bilancio.
La strada per Gentiloni, dunque, si fa tutta in salita sin dall'inizio. Si mostra fortemente contrariato il Ppe che, per bocca del portavoce in commissione Affari economici e monetari Markus Feber, fa notare come «nel corso del suo mandato Paolo Gentiloni non sia riuscito a tirar fuori l'Italia dalla depressione», precedente che «non rende fiduciosi sul fatto che farà meglio in qualità di commissario all'Economia». Anche in questo caso, l'attacco alle velleità di Conte e Mattarella è feroce: «Sotto Juncker il Patto di stabilità ha perso credibilità, ora Gentiloni deve dimostrare tutta la sua determinazione quando si tratta di far rispettare le regole fiscali». L'avvertimento non è da sottovalutare, anche perché la parola passa ora alle commissioni competenti. La bocciatura è una possibilità remota, ma reale: ne sa qualcosa Rocco Buttiglione, la cui nomina fu respinta nel 2004 a causa delle contestate dichiarazioni sugli omosessuali. Una scenario da incubo sia per il Colle che per Palazzo Chigi.
La Von der Leyen tira le poltrone Ue in testa agli Usa. E Macron se la ride
L'asse franco-tedesco brinda per la composizione della nuova Commissione europea, ufficializzata ieri a mezzogiorno. Francia e Germania sono riuscite a mantenere di fatto il controllo delle poltrone maggiormente strategiche, confermando la loro posizione di forza in seno all'Unione europea. Un elemento che potrebbe creare qualche significativo attrito con gli Stati Uniti.
Come è noto, Berlino ha ottenuto la presidenza della Commissione con Ursula von der Leyen, ribadendo così la propria centralità politica tra le alte sfere di Bruxelles. Fattore, quest'ultimo, che non deve essere stato troppo digerito dalla Casa Bianca. Non dimentichiamo del resto che Donald Trump sia da anni un feroce critico della Germania soprattutto sul fronte commerciale. E che, con l'avvicinarsi delle elezioni presidenziali americane, gli attriti tra Washington e Berlino potrebbero aumentare nei prossimi mesi. La presidenza non costituisce tuttavia l'unico aspetto problematico. Anche altre poltrone potrebbero infatti risultare indigeste dalle parti dello studio ovale.
In primo luogo, troviamo la riconferma a commissario per la Concorrenza della danese Margrethe Vestager, che ha ottenuto anche la vicepresidenza con delega all'Industria digitale. Una nomina che, a prima vista, sembrerebbe rompere le uova nel paniere all'asse franco-tedesco, visto che - lo scorso febbraio - aveva bocciato la fusione tra la francese Alstom e la tedesca Siemens, suscitando malumori a Parigi e Berlino. Ciò detto, non bisogna tuttavia neppure dimenticare che, come capo dell'antitrust nella Commissione uscente, la Vestager abbia spesso adottato un approccio particolarmente duro verso i colossi del Web americani (si pensi solo alla multa da 4,3 miliardi di euro comminata a Google l'anno scorso). Un atteggiamento che ha prodotto due conseguenze. Da una parte, ha suscitato le vive proteste di Trump («costei odia gli Stati Uniti», ebbe a dire il presidente americano una volta). Dall'altra, ha indubbiamente fornito un assist a Emmanuel Macron, da sempre ostile ai colossi americani del digitale, con lo scopo di tutelare l'industria online francese (a partire dal motore di ricerca Qwant).
Ma non è finita qui. Un altro elemento di attrito potrebbe sorgere dal fatto che, nella nuova Commissione, la francese Sylvie Goulard abbia ottenuto la direzione generale dell'industria della difesa e dell'aerospazio. Un punto problematico, visto che proprio Macron risulta da tempo tra i principali fautori di una difesa europea: una posizione che ha in passato determinato forti tensioni tra l'attuale presidente francese e Trump. Tensioni che adesso potrebbero riesplodere, visto che Parigi sembra avere tutta l'intenzione (forte dell'atomica) di procedere verso la creazione di un esercito europeo.
Anche sul fronte della Brexit non ci sono notizie troppo incoraggianti per la Casa Bianca. Come commissario al Commercio è stato infatti scelto l'irlandese Phil Hogan, notoriamente ostile a un'uscita senza accordo del Regno Unito dall'Unione europea. Senza poi trascurare che il portafoglio al Mercato Interno sia andato proprio alla Goulard, da sempre molto critica della Brexit. Inoltre, la von der Leyen ha annunciato di pensare al rinnovo di Michel Barnier come negoziatore con Londra. Insomma, una linea nettamente contraria a quella del premier britannico, Boris Johnson, e dello stesso Trump il quale auspica una hard Brexit per poter negoziare così un trattato commerciale bilaterale tra Washington e Londra. Senza poi contare che, nell'ottica della Casa Bianca, quest'obiettivo sarebbe principalmente volto indebolire il potere della stessa Germania. La nuova Commissione sembra quindi del tutto intenzionata ad ostacolare la convergenza geopolitica e commerciale tra Trump e Johnson.
Fibrillazioni si rischiano poi anche in materia di relazioni diplomatiche. A ricevere l'incarico di Alto rappresentante per la politica estera è infatti il socialista spagnolo, Josep Borrell: una figura non esattamente amichevole verso l'attuale inquilino della Casa Bianca. In passato, ha duramente criticato l'approccio di Trump al Venezuela, definendolo spregiativamente «politica del cowboy». Ha inoltre espresso posizioni di sostegno e forte vicinanza nei confronti dell'Iran: un altro elemento che certo non può far troppo piacere agli Stati Uniti. Se già con Federica Mogherini i rapporti diplomatici tra Bruxelles e Washington non potevano dirsi idilliaci, con Borrell la situazione potrebbe addirittura peggiorare. Anche perché, esattamente come Trump, pare abbia un carattere abbastanza irrequieto. Infine, anche con Paolo Gentiloni potrebbe sorgere qualche problema. Non solo per la sua strettissima vicinanza a Francia e Germania ma anche perché, quando era presidente del Consiglio in Italia, aveva manifestato un significativo apprezzamento verso il progetto cinese della Nuova Via della Seta. Un interessamento in ottica commerciale, che potrebbe non essere granché digerito da Trump, nel pieno della guerra tariffaria tra Washington e Pechino. Per trovare un profilo «amico» il presidente americano deve forse rivolgersi al nuovo commissario all'Allargamento, l'ungherese Laszlo Trocsanyi che, da ministro della Giustizia, ha appoggiato la stretta di Viktor Orban sull'immigrazione clandestina. Un profilo tuttavia probabilmente isolato nella nuova Commissione. La cui linea franco-tedesca si fa sempre più evidente.
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Paolo Gentiloni è un commissario all'Economia commissariato. Deleghe svuotate e il falco Valdis Dombrovskis sul collo. L'erede di Jean-Claude Juncker gli ordina: «Applica il patto di stabilità». Addio ai sogni di gloria del presidente della Repubblica.Il bis di Margrethe Vestager alla Concorrenza e di Michel Barnier alla Brexit irritano Donald Trump. Con Sylvie Goulard Parigi incassa l'aerospazio.Lo speciale contiene due articoli.Povero Paolo Gentiloni. Nemmeno il tempo di gioire per la nomina a commissario europeo per l'Economia che scopre di essere già commissariato. Per tutto il tempo della sua avventura a Bruxelles, infatti, l'ex premier dovrà muoversi sotto la supervisione del vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis. «Dovranno collaborare moltissimo», ha specificato a margine dell'evento di presentazione della nuova squadra la presidente Ursula von der Leyen, facendo intendere che il guinzaglio al quale sarà legato Gentiloni minaccia di essere molto corto.Solo lunedì, nel discorso tenuto alla Camera, il premier Giuseppe Conte si era preoccupato di specificare che «è dentro il perimetro dell'Unione europea e non fuori da esso che si deve operare alla ricerca del benessere degli italiani». Ebbene, ieri la von der Leyen ha tracciato con precisione i confini del recinto entro il quale il nuovo esecutivo sta confinando l'Italia. La lettera di incarico parla chiaro: «Ti occuperai di far rispettare il Patto di stabilità». E subito la mente corre agli annunci dei giorni scorsi da parte di Conte e del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Parlando lunedì a Montecitorio, il presidente del Consiglio aveva espresso la necessità di «migliorare il Patto di stabilità e di crescita e la sua applicazione, per semplificarne le regole, evitare effetti pro-ciclici, e sostenere gli investimenti». Nel corso del fine settimana appena trascorso, invece, il capo dello Stato nel messaggio inviato al Forum Ambrosetti di Cernobbio auspicava un «riesame delle regole del Patto», al fine di «contribuire a una nuova fase, rilanciando gli investimenti in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca». Tra le consegne affidate a Gentiloni non si fa menzione degli annunci sbandierati da Palazzo Chigi e dal Colle, sintomo che la revisione delle norme non figura nemmeno lontanamente nell'agenda della Commissione. Se qualcuno avesse dubbi al riguardo, ci pensa Ursula von der Leyen in persona a dissipare ogni incertezza: «Intorno al Patto di stabilità c'è oggi un ampio consenso, le regole sono chiare, i limiti sono chiari, la flessibilità è chiara». Chissà se oggi Conte parlerà anche di questo nella sua visita a Bruxelles, durante la quale incontrerà la stessa von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente dell'Europarlamento David Sassoli. Previsto invece nei prossimi giorni (il 18 settembre) un incontro con Emmanuel Macron.Sulla gestione dei nostri conti pubblici prevale intanto, in piena continuità con la precedente Commissione, la logica dei «pizzini»: «L'ultima parola non spetta a Gentiloni, tutte le decisioni saranno prese dal Collegio e le spiegheremo insieme». Ancora più chiaro il messaggio rivolto al ministro dell'Economia Roberto Gualtieri: «Conosce perfettamente il Patto di stabilità e sa esattamente quali sono le regole che abbiamo stabilito in Europa. Gualtieri sa cosa ci aspettiamo nella prossima legge di stabilità». A fare da contraltare ai paletti imposti al commissario italiano, i poteri pressoché illimitati attribuiti a Valdis Dombrovskis: l'ex premier lettone tiene l'importantissima delega alla Stabilità finanziaria, ai servizi finanziari e al mercato unico attribuitagli nel 2016 da Jean-Claude Juncker. Nel prossimo quinquennio si occuperà, tra l'altro, del rafforzamento dell'euro, del completamento dell'unione bancaria, delle criptovalute. L'azione di Gentiloni sarà arginata anche dalla presenza del commissario al Bilancio, carica affidata all'austriaco Johannes Hahn. Tra i compiti di quest'ultimo, supportare il presidente nella chiusura degli importantissimi negoziati del bilancio settennale 2021-2027. Hahn è compagno di partito dell'ex premier Sebastian Kurz, che proprio l'altro giorno ha criticato duramente la proposta di Sergio Mattarella di modificare le regole di bilancio. La strada per Gentiloni, dunque, si fa tutta in salita sin dall'inizio. Si mostra fortemente contrariato il Ppe che, per bocca del portavoce in commissione Affari economici e monetari Markus Feber, fa notare come «nel corso del suo mandato Paolo Gentiloni non sia riuscito a tirar fuori l'Italia dalla depressione», precedente che «non rende fiduciosi sul fatto che farà meglio in qualità di commissario all'Economia». Anche in questo caso, l'attacco alle velleità di Conte e Mattarella è feroce: «Sotto Juncker il Patto di stabilità ha perso credibilità, ora Gentiloni deve dimostrare tutta la sua determinazione quando si tratta di far rispettare le regole fiscali». L'avvertimento non è da sottovalutare, anche perché la parola passa ora alle commissioni competenti. La bocciatura è una possibilità remota, ma reale: ne sa qualcosa Rocco Buttiglione, la cui nomina fu respinta nel 2004 a causa delle contestate dichiarazioni sugli omosessuali. Una scenario da incubo sia per il Colle che per Palazzo Chigi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gentiloni-dimezzato-e-colle-scornato-bruxelles-ci-ha-gia-messi-allangolo-2640296554.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-von-der-leyen-tira-le-poltrone-ue-in-testa-agli-usa-e-macron-se-la-ride" data-post-id="2640296554" data-published-at="1779982681" data-use-pagination="False"> La Von der Leyen tira le poltrone Ue in testa agli Usa. E Macron se la ride L'asse franco-tedesco brinda per la composizione della nuova Commissione europea, ufficializzata ieri a mezzogiorno. Francia e Germania sono riuscite a mantenere di fatto il controllo delle poltrone maggiormente strategiche, confermando la loro posizione di forza in seno all'Unione europea. Un elemento che potrebbe creare qualche significativo attrito con gli Stati Uniti. Come è noto, Berlino ha ottenuto la presidenza della Commissione con Ursula von der Leyen, ribadendo così la propria centralità politica tra le alte sfere di Bruxelles. Fattore, quest'ultimo, che non deve essere stato troppo digerito dalla Casa Bianca. Non dimentichiamo del resto che Donald Trump sia da anni un feroce critico della Germania soprattutto sul fronte commerciale. E che, con l'avvicinarsi delle elezioni presidenziali americane, gli attriti tra Washington e Berlino potrebbero aumentare nei prossimi mesi. La presidenza non costituisce tuttavia l'unico aspetto problematico. Anche altre poltrone potrebbero infatti risultare indigeste dalle parti dello studio ovale. In primo luogo, troviamo la riconferma a commissario per la Concorrenza della danese Margrethe Vestager, che ha ottenuto anche la vicepresidenza con delega all'Industria digitale. Una nomina che, a prima vista, sembrerebbe rompere le uova nel paniere all'asse franco-tedesco, visto che - lo scorso febbraio - aveva bocciato la fusione tra la francese Alstom e la tedesca Siemens, suscitando malumori a Parigi e Berlino. Ciò detto, non bisogna tuttavia neppure dimenticare che, come capo dell'antitrust nella Commissione uscente, la Vestager abbia spesso adottato un approccio particolarmente duro verso i colossi del Web americani (si pensi solo alla multa da 4,3 miliardi di euro comminata a Google l'anno scorso). Un atteggiamento che ha prodotto due conseguenze. Da una parte, ha suscitato le vive proteste di Trump («costei odia gli Stati Uniti», ebbe a dire il presidente americano una volta). Dall'altra, ha indubbiamente fornito un assist a Emmanuel Macron, da sempre ostile ai colossi americani del digitale, con lo scopo di tutelare l'industria online francese (a partire dal motore di ricerca Qwant). Ma non è finita qui. Un altro elemento di attrito potrebbe sorgere dal fatto che, nella nuova Commissione, la francese Sylvie Goulard abbia ottenuto la direzione generale dell'industria della difesa e dell'aerospazio. Un punto problematico, visto che proprio Macron risulta da tempo tra i principali fautori di una difesa europea: una posizione che ha in passato determinato forti tensioni tra l'attuale presidente francese e Trump. Tensioni che adesso potrebbero riesplodere, visto che Parigi sembra avere tutta l'intenzione (forte dell'atomica) di procedere verso la creazione di un esercito europeo. Anche sul fronte della Brexit non ci sono notizie troppo incoraggianti per la Casa Bianca. Come commissario al Commercio è stato infatti scelto l'irlandese Phil Hogan, notoriamente ostile a un'uscita senza accordo del Regno Unito dall'Unione europea. Senza poi trascurare che il portafoglio al Mercato Interno sia andato proprio alla Goulard, da sempre molto critica della Brexit. Inoltre, la von der Leyen ha annunciato di pensare al rinnovo di Michel Barnier come negoziatore con Londra. Insomma, una linea nettamente contraria a quella del premier britannico, Boris Johnson, e dello stesso Trump il quale auspica una hard Brexit per poter negoziare così un trattato commerciale bilaterale tra Washington e Londra. Senza poi contare che, nell'ottica della Casa Bianca, quest'obiettivo sarebbe principalmente volto indebolire il potere della stessa Germania. La nuova Commissione sembra quindi del tutto intenzionata ad ostacolare la convergenza geopolitica e commerciale tra Trump e Johnson. Fibrillazioni si rischiano poi anche in materia di relazioni diplomatiche. A ricevere l'incarico di Alto rappresentante per la politica estera è infatti il socialista spagnolo, Josep Borrell: una figura non esattamente amichevole verso l'attuale inquilino della Casa Bianca. In passato, ha duramente criticato l'approccio di Trump al Venezuela, definendolo spregiativamente «politica del cowboy». Ha inoltre espresso posizioni di sostegno e forte vicinanza nei confronti dell'Iran: un altro elemento che certo non può far troppo piacere agli Stati Uniti. Se già con Federica Mogherini i rapporti diplomatici tra Bruxelles e Washington non potevano dirsi idilliaci, con Borrell la situazione potrebbe addirittura peggiorare. Anche perché, esattamente come Trump, pare abbia un carattere abbastanza irrequieto. Infine, anche con Paolo Gentiloni potrebbe sorgere qualche problema. Non solo per la sua strettissima vicinanza a Francia e Germania ma anche perché, quando era presidente del Consiglio in Italia, aveva manifestato un significativo apprezzamento verso il progetto cinese della Nuova Via della Seta. Un interessamento in ottica commerciale, che potrebbe non essere granché digerito da Trump, nel pieno della guerra tariffaria tra Washington e Pechino. Per trovare un profilo «amico» il presidente americano deve forse rivolgersi al nuovo commissario all'Allargamento, l'ungherese Laszlo Trocsanyi che, da ministro della Giustizia, ha appoggiato la stretta di Viktor Orban sull'immigrazione clandestina. Un profilo tuttavia probabilmente isolato nella nuova Commissione. La cui linea franco-tedesca si fa sempre più evidente.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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