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2019-09-11
Schiaffo a Mattarella e Conte. L’Europa ci ha già incastrato
Ansa
Povero Paolo Gentiloni. Nemmeno il tempo di gioire per la nomina a commissario europeo per l'Economia che scopre di essere già commissariato. Per tutto il tempo della sua avventura a Bruxelles, infatti, l'ex premier dovrà muoversi sotto la supervisione del vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis. «Dovranno collaborare moltissimo», ha specificato a margine dell'evento di presentazione della nuova squadra la presidente Ursula von der Leyen, facendo intendere che il guinzaglio al quale sarà legato Gentiloni minaccia di essere molto corto.
Solo lunedì, nel discorso tenuto alla Camera, il premier Giuseppe Conte si era preoccupato di specificare che «è dentro il perimetro dell'Unione europea e non fuori da esso che si deve operare alla ricerca del benessere degli italiani». Ebbene, ieri la von der Leyen ha tracciato con precisione i confini del recinto entro il quale il nuovo esecutivo sta confinando l'Italia. La lettera di incarico parla chiaro: «Ti occuperai di far rispettare il Patto di stabilità». E subito la mente corre agli annunci dei giorni scorsi da parte di Conte e del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Parlando lunedì a Montecitorio, il presidente del Consiglio aveva espresso la necessità di «migliorare il Patto di stabilità e di crescita e la sua applicazione, per semplificarne le regole, evitare effetti pro-ciclici, e sostenere gli investimenti». Nel corso del fine settimana appena trascorso, invece, il capo dello Stato nel messaggio inviato al Forum Ambrosetti di Cernobbio auspicava un «riesame delle regole del Patto», al fine di «contribuire a una nuova fase, rilanciando gli investimenti in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca». Tra le consegne affidate a Gentiloni non si fa menzione degli annunci sbandierati da Palazzo Chigi e dal Colle, sintomo che la revisione delle norme non figura nemmeno lontanamente nell'agenda della Commissione. Se qualcuno avesse dubbi al riguardo, ci pensa Ursula von der Leyen in persona a dissipare ogni incertezza: «Intorno al Patto di stabilità c'è oggi un ampio consenso, le regole sono chiare, i limiti sono chiari, la flessibilità è chiara». Chissà se oggi Conte parlerà anche di questo nella sua visita a Bruxelles, durante la quale incontrerà la stessa von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente dell'Europarlamento David Sassoli. Previsto invece nei prossimi giorni (il 18 settembre) un incontro con Emmanuel Macron.
Sulla gestione dei nostri conti pubblici prevale intanto, in piena continuità con la precedente Commissione, la logica dei «pizzini»: «L'ultima parola non spetta a Gentiloni, tutte le decisioni saranno prese dal Collegio e le spiegheremo insieme». Ancora più chiaro il messaggio rivolto al ministro dell'Economia Roberto Gualtieri: «Conosce perfettamente il Patto di stabilità e sa esattamente quali sono le regole che abbiamo stabilito in Europa. Gualtieri sa cosa ci aspettiamo nella prossima legge di stabilità». A fare da contraltare ai paletti imposti al commissario italiano, i poteri pressoché illimitati attribuiti a Valdis Dombrovskis: l'ex premier lettone tiene l'importantissima delega alla Stabilità finanziaria, ai servizi finanziari e al mercato unico attribuitagli nel 2016 da Jean-Claude Juncker. Nel prossimo quinquennio si occuperà, tra l'altro, del rafforzamento dell'euro, del completamento dell'unione bancaria, delle criptovalute. L'azione di Gentiloni sarà arginata anche dalla presenza del commissario al Bilancio, carica affidata all'austriaco Johannes Hahn. Tra i compiti di quest'ultimo, supportare il presidente nella chiusura degli importantissimi negoziati del bilancio settennale 2021-2027. Hahn è compagno di partito dell'ex premier Sebastian Kurz, che proprio l'altro giorno ha criticato duramente la proposta di Sergio Mattarella di modificare le regole di bilancio.
La strada per Gentiloni, dunque, si fa tutta in salita sin dall'inizio. Si mostra fortemente contrariato il Ppe che, per bocca del portavoce in commissione Affari economici e monetari Markus Feber, fa notare come «nel corso del suo mandato Paolo Gentiloni non sia riuscito a tirar fuori l'Italia dalla depressione», precedente che «non rende fiduciosi sul fatto che farà meglio in qualità di commissario all'Economia». Anche in questo caso, l'attacco alle velleità di Conte e Mattarella è feroce: «Sotto Juncker il Patto di stabilità ha perso credibilità, ora Gentiloni deve dimostrare tutta la sua determinazione quando si tratta di far rispettare le regole fiscali». L'avvertimento non è da sottovalutare, anche perché la parola passa ora alle commissioni competenti. La bocciatura è una possibilità remota, ma reale: ne sa qualcosa Rocco Buttiglione, la cui nomina fu respinta nel 2004 a causa delle contestate dichiarazioni sugli omosessuali. Una scenario da incubo sia per il Colle che per Palazzo Chigi.
La Von der Leyen tira le poltrone Ue in testa agli Usa. E Macron se la ride
L'asse franco-tedesco brinda per la composizione della nuova Commissione europea, ufficializzata ieri a mezzogiorno. Francia e Germania sono riuscite a mantenere di fatto il controllo delle poltrone maggiormente strategiche, confermando la loro posizione di forza in seno all'Unione europea. Un elemento che potrebbe creare qualche significativo attrito con gli Stati Uniti.
Come è noto, Berlino ha ottenuto la presidenza della Commissione con Ursula von der Leyen, ribadendo così la propria centralità politica tra le alte sfere di Bruxelles. Fattore, quest'ultimo, che non deve essere stato troppo digerito dalla Casa Bianca. Non dimentichiamo del resto che Donald Trump sia da anni un feroce critico della Germania soprattutto sul fronte commerciale. E che, con l'avvicinarsi delle elezioni presidenziali americane, gli attriti tra Washington e Berlino potrebbero aumentare nei prossimi mesi. La presidenza non costituisce tuttavia l'unico aspetto problematico. Anche altre poltrone potrebbero infatti risultare indigeste dalle parti dello studio ovale.
In primo luogo, troviamo la riconferma a commissario per la Concorrenza della danese Margrethe Vestager, che ha ottenuto anche la vicepresidenza con delega all'Industria digitale. Una nomina che, a prima vista, sembrerebbe rompere le uova nel paniere all'asse franco-tedesco, visto che - lo scorso febbraio - aveva bocciato la fusione tra la francese Alstom e la tedesca Siemens, suscitando malumori a Parigi e Berlino. Ciò detto, non bisogna tuttavia neppure dimenticare che, come capo dell'antitrust nella Commissione uscente, la Vestager abbia spesso adottato un approccio particolarmente duro verso i colossi del Web americani (si pensi solo alla multa da 4,3 miliardi di euro comminata a Google l'anno scorso). Un atteggiamento che ha prodotto due conseguenze. Da una parte, ha suscitato le vive proteste di Trump («costei odia gli Stati Uniti», ebbe a dire il presidente americano una volta). Dall'altra, ha indubbiamente fornito un assist a Emmanuel Macron, da sempre ostile ai colossi americani del digitale, con lo scopo di tutelare l'industria online francese (a partire dal motore di ricerca Qwant).
Ma non è finita qui. Un altro elemento di attrito potrebbe sorgere dal fatto che, nella nuova Commissione, la francese Sylvie Goulard abbia ottenuto la direzione generale dell'industria della difesa e dell'aerospazio. Un punto problematico, visto che proprio Macron risulta da tempo tra i principali fautori di una difesa europea: una posizione che ha in passato determinato forti tensioni tra l'attuale presidente francese e Trump. Tensioni che adesso potrebbero riesplodere, visto che Parigi sembra avere tutta l'intenzione (forte dell'atomica) di procedere verso la creazione di un esercito europeo.
Anche sul fronte della Brexit non ci sono notizie troppo incoraggianti per la Casa Bianca. Come commissario al Commercio è stato infatti scelto l'irlandese Phil Hogan, notoriamente ostile a un'uscita senza accordo del Regno Unito dall'Unione europea. Senza poi trascurare che il portafoglio al Mercato Interno sia andato proprio alla Goulard, da sempre molto critica della Brexit. Inoltre, la von der Leyen ha annunciato di pensare al rinnovo di Michel Barnier come negoziatore con Londra. Insomma, una linea nettamente contraria a quella del premier britannico, Boris Johnson, e dello stesso Trump il quale auspica una hard Brexit per poter negoziare così un trattato commerciale bilaterale tra Washington e Londra. Senza poi contare che, nell'ottica della Casa Bianca, quest'obiettivo sarebbe principalmente volto indebolire il potere della stessa Germania. La nuova Commissione sembra quindi del tutto intenzionata ad ostacolare la convergenza geopolitica e commerciale tra Trump e Johnson.
Fibrillazioni si rischiano poi anche in materia di relazioni diplomatiche. A ricevere l'incarico di Alto rappresentante per la politica estera è infatti il socialista spagnolo, Josep Borrell: una figura non esattamente amichevole verso l'attuale inquilino della Casa Bianca. In passato, ha duramente criticato l'approccio di Trump al Venezuela, definendolo spregiativamente «politica del cowboy». Ha inoltre espresso posizioni di sostegno e forte vicinanza nei confronti dell'Iran: un altro elemento che certo non può far troppo piacere agli Stati Uniti. Se già con Federica Mogherini i rapporti diplomatici tra Bruxelles e Washington non potevano dirsi idilliaci, con Borrell la situazione potrebbe addirittura peggiorare. Anche perché, esattamente come Trump, pare abbia un carattere abbastanza irrequieto. Infine, anche con Paolo Gentiloni potrebbe sorgere qualche problema. Non solo per la sua strettissima vicinanza a Francia e Germania ma anche perché, quando era presidente del Consiglio in Italia, aveva manifestato un significativo apprezzamento verso il progetto cinese della Nuova Via della Seta. Un interessamento in ottica commerciale, che potrebbe non essere granché digerito da Trump, nel pieno della guerra tariffaria tra Washington e Pechino. Per trovare un profilo «amico» il presidente americano deve forse rivolgersi al nuovo commissario all'Allargamento, l'ungherese Laszlo Trocsanyi che, da ministro della Giustizia, ha appoggiato la stretta di Viktor Orban sull'immigrazione clandestina. Un profilo tuttavia probabilmente isolato nella nuova Commissione. La cui linea franco-tedesca si fa sempre più evidente.
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Paolo Gentiloni è un commissario all'Economia commissariato. Deleghe svuotate e il falco Valdis Dombrovskis sul collo. L'erede di Jean-Claude Juncker gli ordina: «Applica il patto di stabilità». Addio ai sogni di gloria del presidente della Repubblica.Il bis di Margrethe Vestager alla Concorrenza e di Michel Barnier alla Brexit irritano Donald Trump. Con Sylvie Goulard Parigi incassa l'aerospazio.Lo speciale contiene due articoli.Povero Paolo Gentiloni. Nemmeno il tempo di gioire per la nomina a commissario europeo per l'Economia che scopre di essere già commissariato. Per tutto il tempo della sua avventura a Bruxelles, infatti, l'ex premier dovrà muoversi sotto la supervisione del vicepresidente esecutivo Valdis Dombrovskis. «Dovranno collaborare moltissimo», ha specificato a margine dell'evento di presentazione della nuova squadra la presidente Ursula von der Leyen, facendo intendere che il guinzaglio al quale sarà legato Gentiloni minaccia di essere molto corto.Solo lunedì, nel discorso tenuto alla Camera, il premier Giuseppe Conte si era preoccupato di specificare che «è dentro il perimetro dell'Unione europea e non fuori da esso che si deve operare alla ricerca del benessere degli italiani». Ebbene, ieri la von der Leyen ha tracciato con precisione i confini del recinto entro il quale il nuovo esecutivo sta confinando l'Italia. La lettera di incarico parla chiaro: «Ti occuperai di far rispettare il Patto di stabilità». E subito la mente corre agli annunci dei giorni scorsi da parte di Conte e del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Parlando lunedì a Montecitorio, il presidente del Consiglio aveva espresso la necessità di «migliorare il Patto di stabilità e di crescita e la sua applicazione, per semplificarne le regole, evitare effetti pro-ciclici, e sostenere gli investimenti». Nel corso del fine settimana appena trascorso, invece, il capo dello Stato nel messaggio inviato al Forum Ambrosetti di Cernobbio auspicava un «riesame delle regole del Patto», al fine di «contribuire a una nuova fase, rilanciando gli investimenti in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca». Tra le consegne affidate a Gentiloni non si fa menzione degli annunci sbandierati da Palazzo Chigi e dal Colle, sintomo che la revisione delle norme non figura nemmeno lontanamente nell'agenda della Commissione. Se qualcuno avesse dubbi al riguardo, ci pensa Ursula von der Leyen in persona a dissipare ogni incertezza: «Intorno al Patto di stabilità c'è oggi un ampio consenso, le regole sono chiare, i limiti sono chiari, la flessibilità è chiara». Chissà se oggi Conte parlerà anche di questo nella sua visita a Bruxelles, durante la quale incontrerà la stessa von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente dell'Europarlamento David Sassoli. Previsto invece nei prossimi giorni (il 18 settembre) un incontro con Emmanuel Macron.Sulla gestione dei nostri conti pubblici prevale intanto, in piena continuità con la precedente Commissione, la logica dei «pizzini»: «L'ultima parola non spetta a Gentiloni, tutte le decisioni saranno prese dal Collegio e le spiegheremo insieme». Ancora più chiaro il messaggio rivolto al ministro dell'Economia Roberto Gualtieri: «Conosce perfettamente il Patto di stabilità e sa esattamente quali sono le regole che abbiamo stabilito in Europa. Gualtieri sa cosa ci aspettiamo nella prossima legge di stabilità». A fare da contraltare ai paletti imposti al commissario italiano, i poteri pressoché illimitati attribuiti a Valdis Dombrovskis: l'ex premier lettone tiene l'importantissima delega alla Stabilità finanziaria, ai servizi finanziari e al mercato unico attribuitagli nel 2016 da Jean-Claude Juncker. Nel prossimo quinquennio si occuperà, tra l'altro, del rafforzamento dell'euro, del completamento dell'unione bancaria, delle criptovalute. L'azione di Gentiloni sarà arginata anche dalla presenza del commissario al Bilancio, carica affidata all'austriaco Johannes Hahn. Tra i compiti di quest'ultimo, supportare il presidente nella chiusura degli importantissimi negoziati del bilancio settennale 2021-2027. Hahn è compagno di partito dell'ex premier Sebastian Kurz, che proprio l'altro giorno ha criticato duramente la proposta di Sergio Mattarella di modificare le regole di bilancio. La strada per Gentiloni, dunque, si fa tutta in salita sin dall'inizio. Si mostra fortemente contrariato il Ppe che, per bocca del portavoce in commissione Affari economici e monetari Markus Feber, fa notare come «nel corso del suo mandato Paolo Gentiloni non sia riuscito a tirar fuori l'Italia dalla depressione», precedente che «non rende fiduciosi sul fatto che farà meglio in qualità di commissario all'Economia». Anche in questo caso, l'attacco alle velleità di Conte e Mattarella è feroce: «Sotto Juncker il Patto di stabilità ha perso credibilità, ora Gentiloni deve dimostrare tutta la sua determinazione quando si tratta di far rispettare le regole fiscali». L'avvertimento non è da sottovalutare, anche perché la parola passa ora alle commissioni competenti. La bocciatura è una possibilità remota, ma reale: ne sa qualcosa Rocco Buttiglione, la cui nomina fu respinta nel 2004 a causa delle contestate dichiarazioni sugli omosessuali. Una scenario da incubo sia per il Colle che per Palazzo Chigi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gentiloni-dimezzato-e-colle-scornato-bruxelles-ci-ha-gia-messi-allangolo-2640296554.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-von-der-leyen-tira-le-poltrone-ue-in-testa-agli-usa-e-macron-se-la-ride" data-post-id="2640296554" data-published-at="1771569761" data-use-pagination="False"> La Von der Leyen tira le poltrone Ue in testa agli Usa. E Macron se la ride L'asse franco-tedesco brinda per la composizione della nuova Commissione europea, ufficializzata ieri a mezzogiorno. Francia e Germania sono riuscite a mantenere di fatto il controllo delle poltrone maggiormente strategiche, confermando la loro posizione di forza in seno all'Unione europea. Un elemento che potrebbe creare qualche significativo attrito con gli Stati Uniti. Come è noto, Berlino ha ottenuto la presidenza della Commissione con Ursula von der Leyen, ribadendo così la propria centralità politica tra le alte sfere di Bruxelles. Fattore, quest'ultimo, che non deve essere stato troppo digerito dalla Casa Bianca. Non dimentichiamo del resto che Donald Trump sia da anni un feroce critico della Germania soprattutto sul fronte commerciale. E che, con l'avvicinarsi delle elezioni presidenziali americane, gli attriti tra Washington e Berlino potrebbero aumentare nei prossimi mesi. La presidenza non costituisce tuttavia l'unico aspetto problematico. Anche altre poltrone potrebbero infatti risultare indigeste dalle parti dello studio ovale. In primo luogo, troviamo la riconferma a commissario per la Concorrenza della danese Margrethe Vestager, che ha ottenuto anche la vicepresidenza con delega all'Industria digitale. Una nomina che, a prima vista, sembrerebbe rompere le uova nel paniere all'asse franco-tedesco, visto che - lo scorso febbraio - aveva bocciato la fusione tra la francese Alstom e la tedesca Siemens, suscitando malumori a Parigi e Berlino. Ciò detto, non bisogna tuttavia neppure dimenticare che, come capo dell'antitrust nella Commissione uscente, la Vestager abbia spesso adottato un approccio particolarmente duro verso i colossi del Web americani (si pensi solo alla multa da 4,3 miliardi di euro comminata a Google l'anno scorso). Un atteggiamento che ha prodotto due conseguenze. Da una parte, ha suscitato le vive proteste di Trump («costei odia gli Stati Uniti», ebbe a dire il presidente americano una volta). Dall'altra, ha indubbiamente fornito un assist a Emmanuel Macron, da sempre ostile ai colossi americani del digitale, con lo scopo di tutelare l'industria online francese (a partire dal motore di ricerca Qwant). Ma non è finita qui. Un altro elemento di attrito potrebbe sorgere dal fatto che, nella nuova Commissione, la francese Sylvie Goulard abbia ottenuto la direzione generale dell'industria della difesa e dell'aerospazio. Un punto problematico, visto che proprio Macron risulta da tempo tra i principali fautori di una difesa europea: una posizione che ha in passato determinato forti tensioni tra l'attuale presidente francese e Trump. Tensioni che adesso potrebbero riesplodere, visto che Parigi sembra avere tutta l'intenzione (forte dell'atomica) di procedere verso la creazione di un esercito europeo. Anche sul fronte della Brexit non ci sono notizie troppo incoraggianti per la Casa Bianca. Come commissario al Commercio è stato infatti scelto l'irlandese Phil Hogan, notoriamente ostile a un'uscita senza accordo del Regno Unito dall'Unione europea. Senza poi trascurare che il portafoglio al Mercato Interno sia andato proprio alla Goulard, da sempre molto critica della Brexit. Inoltre, la von der Leyen ha annunciato di pensare al rinnovo di Michel Barnier come negoziatore con Londra. Insomma, una linea nettamente contraria a quella del premier britannico, Boris Johnson, e dello stesso Trump il quale auspica una hard Brexit per poter negoziare così un trattato commerciale bilaterale tra Washington e Londra. Senza poi contare che, nell'ottica della Casa Bianca, quest'obiettivo sarebbe principalmente volto indebolire il potere della stessa Germania. La nuova Commissione sembra quindi del tutto intenzionata ad ostacolare la convergenza geopolitica e commerciale tra Trump e Johnson. Fibrillazioni si rischiano poi anche in materia di relazioni diplomatiche. A ricevere l'incarico di Alto rappresentante per la politica estera è infatti il socialista spagnolo, Josep Borrell: una figura non esattamente amichevole verso l'attuale inquilino della Casa Bianca. In passato, ha duramente criticato l'approccio di Trump al Venezuela, definendolo spregiativamente «politica del cowboy». Ha inoltre espresso posizioni di sostegno e forte vicinanza nei confronti dell'Iran: un altro elemento che certo non può far troppo piacere agli Stati Uniti. Se già con Federica Mogherini i rapporti diplomatici tra Bruxelles e Washington non potevano dirsi idilliaci, con Borrell la situazione potrebbe addirittura peggiorare. Anche perché, esattamente come Trump, pare abbia un carattere abbastanza irrequieto. Infine, anche con Paolo Gentiloni potrebbe sorgere qualche problema. Non solo per la sua strettissima vicinanza a Francia e Germania ma anche perché, quando era presidente del Consiglio in Italia, aveva manifestato un significativo apprezzamento verso il progetto cinese della Nuova Via della Seta. Un interessamento in ottica commerciale, che potrebbe non essere granché digerito da Trump, nel pieno della guerra tariffaria tra Washington e Pechino. Per trovare un profilo «amico» il presidente americano deve forse rivolgersi al nuovo commissario all'Allargamento, l'ungherese Laszlo Trocsanyi che, da ministro della Giustizia, ha appoggiato la stretta di Viktor Orban sull'immigrazione clandestina. Un profilo tuttavia probabilmente isolato nella nuova Commissione. La cui linea franco-tedesca si fa sempre più evidente.
Ansa
«Oggi abbiamo preso le cartelle cliniche e i pareri del gruppo interdisciplinare, li abbiamo sottoposti al nostro team medico legale, al dottor Luca Scognamiglio. Un altro elemento è che, una volta tolta la sedazione, il bambino non si è svegliato. Avendo valutato che vi è sicuramente una prognosi certamente e senza ombra di dubbio infausta, un paio di ore fa ho mandato una pec al Monaldi dove per volontà della famiglia abbiamo fatto una richiesta di Pcc, che è la pianificazione condivisa delle cure, un istituto introdotto nel 2017». Così, ieri sera, nel corso della diretta televisiva della trasmissione Dritto e Rovescio in onda su rete 4, l'avvocato della famiglia del piccolo Domenico, Francesco Petruzzi, ha annunciato che il bimbo a cui il 23 dicembre scorso è stato trapiantato un «cuore bruciato» all’ospedale Monaldi di Napoli sarà sottoposto a un nuovo percorso terapeutico che prevede l'alleviamento delle sofferenze.
Mamma Patrizia adesso chiede «silenzio». Dopo il no a un nuovo trapianto per il piccolo Domenico, lei continua a stare accanto al suo bimbo di due anni e mezzo. Domenico resta attaccato a una macchina cuore-polmone, così da oltre 50 giorni.
Patrizia era ottimista, poi è arrivato il parere negativo dei massimi esperti nazionali. Però non vuole rassegnarsi: finché il piccolo ha gli occhi aperti lei spera, vive e lotta per entrambi.
Nella giornata di ieri l’ospedale partenopeo ha rilasciato alla famiglia la documentazione medica relativa al ricovero, alle terapie e all’operazione di trapianto. Ora sarà il medico legale, nominato dagli avvocati della famiglia, a esaminare la relazione. Le condizioni del bimbo continuano a essere «gravi ma stabili nella loro criticità». Da quanto si è appreso, non è escluso che, dopo lo studio della relazione, la famiglia possa individuare altre soluzioni alternative anche all’estero. Al momento, però, serve cautela e silenzio.
La famiglia è stretta in un dolore composto che racchiude tanto amore. Nel tardo pomeriggio di ieri, in tanti sono scesi in piazza a Nola (Comune dove vive la famiglia) per una fiaccolata dedicata al piccolo.
Intanto, proseguono le indagini sul «cuore bruciato». Al momento sono sei gli indagati tra medici e paramedici del Monaldi, ma il numero sembra destinato ad aumentare. L’inchiesta della Procura di Napoli si sta concentrando sul trasporto dell’organo e, in particolare, sul contenitore che custodiva il cuore da Bolzano a Napoli, simile a una borsa frigo per le bibite. Ma dal verbale dell’indagine interna del Monaldi emergono dettagli agghiaccianti, pubblicati dal quotidiano La Repubblica e ripresi ieri da diverse agenzie di stampa. «All’apertura del contenitore termico risultava impossibile estrarre il secchiello contenente il cuore, completamente inglobato in un blocco di ghiaccio», è scritto nella relazione dell’ospedale.
Le attenzioni degli inquirenti sono rivolte al contenitore che non avrebbe avuto il sistema di monitoraggio della temperatura e alle procedure di trasporto. Da quanto è emerso il cuore era congelato, ma nonostante «il forte sospetto di un grave danno da congelamento dell’organo, in assenza di alternative», visto che il cuore malato del piccolo era stato già espiantato, «si decideva di procedere ugualmente e con la massima rapidità all’impianto». Ma quel cuoricino non ripartiva e dopo tre ore si è reso necessario utilizzare l’Ecmo, il macchinario extracorporeo che tiene in vita il bambino mentre «contestualmente veniva inoltrata la richiesta urgente per la disponibilità di un nuovo organo». «Abbiamo trovato una serie di organi compromessi», ha detto all’Adkronos Carlo Pace Napoleone, direttore della struttura complessa di Cardiochirurgia pediatrica e Cardiopatie congenite dell’ospedale Regina Margherita di Torino che ha fatto parte dell’Heart team del Monaldi.
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Il caso Tortora è la storia del più clamoroso abbaglio della giustizia italiana. Insieme a Vittorio Pezzuto, autore di «Applausi e sputi», ripercorriamo l'arresto di Enzo Tortora, le bugie dei falsi pentiti e la gogna mediatica di un uomo che trasformò il proprio calvario in una battaglia di civiltà per tutti i cittadini.
Paolo Petrecca (Ansa)
Dopo 13 giorni in trincea nel suo ufficio di viale Mazzini, assediato dai comunicati dell’Usigrai e frustrato da un gelo paragonabile a quello di Sofia Goggia davanti agli exploit di Federica Brignone, ieri Petrecca si è arreso. Ha rimesso il mandato nelle mani dell’ad ma nel farlo ha voluto esagerare, postando su Instagram l’immagine di un affresco che rappresenta l’apostolo Matteo corredata dalla citazione di Cristo nell’Ultima cena: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». Il paragone è un tantino impegnativo ma le coordinate allegate «Mt 26, 20-29» dimostrano che questa volta non ha preso cantonate.
L’interim della direzione di Raisport va al vice Marco Lollobrigida, giornalista sportivo di comprovato valore, impegnato a cantare le gesta dei pattinatori azzurri dall’Ice skating Arena di Assago. Comprese quelle della lontana cugina Francesca Lollobrigida, doppio oro con il piccolo Tommaso in braccio. Per proprietà transitiva è pure parente dell’attrice Gina detta la Bersagliera e del ministro meloniano Francesco Lollobrigida, dettaglio che per riflesso pavloviano potrebbe rimandare sulle barricate Usigrai, comitati di redazione e pattuglie di pasdaran di redazione legati a doppio filo a Pd e Movimento 5stelle.
Petrecca paga le gaffe della cerimonia d’apertura che ha dovuto commentare dopo il siluramento voluto dal Quirinale di Auro Bulbarelli, reo di avere rivelato in anticipo il giretto in tram del presidente Sergio Mattarella. Petrecca sconta banalità assortite («gli atleti spagnoli sono calienti, i brasiliani hanno la musica nel sangue») e l’aver scambiato la presidente del Cio per la figlia del capo dello Stato. Insomma era il capro espiatorio ideale per lenire la gastrite della sinistra tutta nei confronti di un’Olimpiade stupenda e osteggiata in ogni modo. Da qui il voto di sfiducia e l’accusa di «avere provocato la peggior figura di sempre alla Rai e alle redazioni. Un danno per i lavoratori e per gli spettatori che pagano il canone».
Mentre l’autonominato San Paolo si dirige verso il Golgota, è interessante notare come «dei lavoratori e dei paganti il canone» importasse meno di zero ad Usigrai, dirigenti e affini tre anni fa quando, sul palco del festival di Sanremo e davanti a 12 milioni di italiani, Fedez e Rosa Chemical mimarono un amplesso gay con lingue guizzanti mentre Chiara Ferragni faceva pubblicità occulta a Instagram danneggiando l’azienda. O quando, all’inizio della guerra in Ucraina (febbraio 2022), la Rai mandò in onda i videogiochi ArmA3 e War Thunder scambiandoli «per la contraerea di Kiev che cerca di abbattere un aereo da combattimento di Putin». O ancora quando Rainews24 fece credere che una vecchia esplosione a Tianjin in Cina fosse «un bombardamento russo sulle città ucraine». Con la comica postilla: «Lo abbiamo trovato in rete. Questa è una guerra tradizionale ma anche una narrazione social».
Erano fake news da nascondersi per un decennio, altro che le amenità di Petrecca. Ma allora nessuno fiatò, evidentemente i telespettatori (che si scompisciavano dal ridere) e i lavoratori della più grande azienda culturale del paese potevano essere gabbati senza un plissè. Nessun comunicato, nessuno sciopero, nessuna fiducia revocata. Il motivo era nobile: come stigmatizzare l’operato di direttori che trascorrevano i giorni di corta sul palco delle feste de L’Unità a intervistare in ginocchio Enrico Letta e Massimo D’Alema? E se Lucia Annunziata definiva gli ucraini «cameriere, camerieri, badanti, amanti» cosa vuoi che sia? Bastavano due righe di scusa.
Dos pesos y dos misuras, come da contratto. È simpatico notare l’indignazione irredimibile «per l’autorevolezza perduta» da parte degli stessi giornalisti che, subito dopo l’insediamento del governo di centrodestra, scrivevano sui loro profili che «se queste sono le Camere non oso immaginare il cesso». Con varianti letterarie del tipo: «Una Camera ai fasci e l’altra ai talebani, a posto». Servizio pubblico, chiamatela pure TeleMeloni. Il sindacato era in ferie anche quando, durante i mondiali di nuoto di Fukuoka, su RaiPlay si ascoltarono idiozie del tipo «Le olandesi sono grosse ma tanto a letto sono tutte alte uguali» e «Questa si chiama Harper, una suonatrice d’arpa. Non la si tocca, la si pizzica». Sessismo, bodyshaming? Ma va, vuoi mettere con i brasiliani che hanno la musica nel sangue?
Acqua passata, Petrecca all’ultima cena dopo i presunti sprechi. Ora il problema di Rossi e dei rossi è la cerimonia di chiusura all’Arena di Verona. Probabile il ripristino di Bulbarelli, al quale andrebbe pure il premio Usigrai per il reporter dell’anno. Lo stramerita come risarcimento. In fondo quello di Mattarella sul tram è stato l’unico scoop Rai da medaglia d’oro.
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Ansa
Eppure, il secondo comma è chiaro: la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Non appartiene al Quirinale e nemmeno al Csm, men che meno è di proprietà dei giudici i quali, vale la pena di ricordarlo, sono servitori dello Stato, tenuti ad applicare le leggi, non a interpretarle e nemmeno a stravolgerle. Eppure, noi ogni giorno assistiamo ormai a un rovesciamento della realtà e pure del diritto.
L’ultimo esempio è stato fornito dalle recenti sentenze che coinvolgono alcuni migranti e le Ong che da anni fanno la spola tra le sponde africane e quelle italiane. Partiamo dal caso della Sea Watch e di Carola Rackete, la capitana tedesca che, ignorando le disposizioni delle autorità, decise di forzare il blocco che era stato imposto all’imbarcazione di cui era al comando, schiantandosi contro una motovedetta della Guardia di finanza. Il tribunale ha stabilito un risarcimento. Non nei confronti dello Stato italiano, le cui disposizioni sono state bellamente ignorate. E nemmeno a vantaggio del corpo delle fiamme gialle, il cui mezzo navale pure subì dei danni. Nessun indennizzo neppure per i poveri finanzieri, che se la sono vista brutta e hanno rischiato di essere schiacciati dalla Sea Watch contro la banchina. No, i soldi – 76.000 euro – andranno all’organizzazione della capitana. Cioè: aver disubbidito all’altolà è valso un premio. Il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, ex segretario delle toghe rosse, dice che la sentenza non è altro che la presa d’atto di un comportamento dell’amministrazione pubblica non conforme alla legge. In pratica, aver tenuto ferma la nave condotta da Carola Rackete avrebbe generato un diritto al risarcimento della Ong per il «danno» subito. E il danneggiamento della motovedetta della Gdf? Il detrimento patito dallo Stato che ha visto un’organizzazione infischiarsene allegramente delle disposizioni imposte dalle autorità? Chi pagherà mai le perdite derivanti per esempio dal processo intentato contro l'allora ministro dell’Interno Matteo Salvini per aver bloccato un’imbarcazione carica di migranti ed essere stato imputato della fantasiosa accusa di «sequestro di persona» (mai peraltro usata nei confronti del ministro Luciana Lamorgese, che pure una volta succeduta a Salvini fermò come il suo predecessore le barche degli extracomunitari)?
Morosini, cioè l’ex capo di Magistratura democratica e oggi alla guida del tribunale palermitano, dice che il risarcimento della Sea Watch non ha nulla a che vedere con lo speronamento della stessa imbarcazione. Sarà, ma è forte la sensazione che alcuni procedimenti procedano speditamente, mentre altri arranchino. Prendete il caso dell’algerino risarcito per essere stato trasferito in un centro per il rimpatrio in Albania. Com’è possibile che il presunto danno patito dallo straniero giunga a sentenza prima delle infinite vicende giudiziarie che lo riguardano e che dovrebbero valere la sua espulsione a vita?
Qui non si tratta di mancare di rispetto alle istituzioni, ma di rispettare la volontà popolare. Gli italiani hanno votato Giorgia Meloni perché arginasse l’immigrazione e cacciasse chi non ha diritto a restare in Italia, soprattutto a seguito di reati. E perché la magistratura non rispetta le decisioni di un popolo che secondo la Costituzione è sovrano? Tre elettori di sinistra su quattro vogliono le espulsioni degli stranieri condannati e uno su quattro chiede il blocco navale. Perfino i compagni hanno capito che cosa bisogna fare. I soli a non averlo compreso e a continuare a tifare invasione a quanto pare sono alcuni magistrati.
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