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Dire la verità su Gaza è diventato pericoloso

Dire la verità su Gaza è diventato pericoloso
La bandiera di Israele bruciata durante la manifestazione del 1°maggio a Torino (Ansa)
Sui social è sommerso dall’odio chi contesta l’accusa di «genocidio», mossa a Israele addirittura prima che iniziasse a rispondere alle stragi del 7 ottobre 2023. Ma sono i numeri a smentire politici, cantanti, università e enti internazionali amici degli islamici.
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Alex Karp. Il filosofo «prestato» alla Silicon Valley che teorizza l’alleanza tra Stato e industria
Alexander Karp (Ansa)
In un settore dominato da nerd e imprenditori orientati a soddisfare i consumi di massa, il numero uno di Palantir (che ha fondato con Peter Thiel) si colloca fuori dagli schemi tradizionali. La «neutralità» tecnologica è un’illusione: le imprese devono piuttosto collaborare con le istituzioni pubbliche per difendere la democrazia e l’Occidente nella sfida con le autocrazie. Focalizzandosi su difesa e intelligence.

Alexander Karp è uno dei dirigenti tecnologici più singolari della sua generazione. Amministratore delegato e co-fondatore di Palantir Technologies, Karp si distingue dagli altri big della Silicon Valley per un percorso formativo e culturale interamente radicato nelle discipline umanistiche e giuridiche. La reductio ad silicium, in altre parole, è certamente ingenerosa nei confronti di un soggetto molto distante dagli stereotipi del nerd occhialuto e un po’ sfigato genio dei computer.

Bill Gates, per fare un nome, ha mollato l’università di Harvard al terzo anno e non si è mai laureato, rapito da codici e personal computer. Karp invece, dopo la laurea all’Haverford College e il dottorato in giurisprudenza a Stanford (dove conosce Peter Thiel, futuro investitore e cofondatore di Palantir), sceglie di proseguire gli studi in Germania, attratto dal rigore della teoria sociale europea. Completa un dottorato di ricerca in filosofia a Francoforte, sede della celebre Scuola filosofica e della teoria critica. La sua tesi in teoria sociale, Aggression in der Lebenswelt (Aggressione nel mondo della vita), è una sorta di dialogo critico con le categorie di Jürgen Habermas, padre della teoria dell’agire comunicativo ed erede ancora vivente della Scuola di Francoforte.

Sull’interesse per la teoria critica europea ha certo influito l’ambiente culturale di provenienza di Karp, figlio di un pediatra ebreo di Filadelfia e di una madre afroamericana artista, entrambi attivisti progressisti radicali.

Certo non sfugge la contraddizione tra questa estrazione culturale di stampo liberal e la fondazione da parte di Karp di un’azienda, Palantir, diventata un pilastro tecnologico della difesa e dell’intelligence statunitense. Ma Karp rifiuta, per sé, la definizione di imprenditore, preferendo definirsi un «osservatore sociale», che utilizza la tecnologia come strumento per difendere i valori democratici.

Karp, in più occasioni, ha manifestato una posizione di rottura rispetto alla cultura predominante dei colossi tecnologici californiani. Secondo il ceo di Palantir, la Silicon Valley soffre di una forma di elitarismo tecnocratico che la porta a disinteressarsi delle sorti delle democrazie occidentali, preferendo concentrarsi su mercati globali o su prodotti di consumo marginali. L’accusa alle aziende Big Tech è di aver creato una sorta di bolla morale, dove l’innovazione è fine a sé stessa e slegata dalle responsabilità civili e militari.

Il suo ingresso nel settore tecnologico avviene nel 2003, quando partecipa alla fondazione di Palantir insieme a Peter Thiel e ad altri imprenditori provenienti dall’esperienza PayPal (quella che, con poco felice locuzione, viene chiamata in gergo PayPal Mafia, di cui fa parte anche Elon Musk). L’azienda nasce anche sull’onda emotiva degli attentati dell’11 settembre 2001, per dare al governo gli strumenti per distillare informazioni disperse ma disponibili.

Fin dalla nascita, quindi, Palantir non si propone come azienda orientata al mercato di massa, tutt’altro. Il modello scelto è invece quello della collaborazione con governi e istituzioni pubbliche, attraverso piattaforme software destinate all’integrazione e all’analisi di enormi quantità di dati.

Nei primi anni di attività, l’azienda ottiene contratti con agenzie governative statunitensi, tra cui strutture legate alla sicurezza e alla difesa. Questo orientamento segna una linea di demarcazione netta rispetto alla cultura dominante della Silicon Valley, tradizionalmente focalizzata su prodotti destinati al grande pubblico e su modelli di business fondati sulla pubblicità, sui social o sulle piattaforme.

Karp ha più volte chiarito che questa scelta non nasce da un’opportunità contingente ma da una convinzione precisa. In vari interventi pubblici ha sostenuto che la neutralità tecnologica sia un’illusione e che le infrastrutture digitali siano inevitabilmente inserite in un contesto politico. Sembra difficile dargli torto, su questo punto.

Secondo le sue dichiarazioni, le democrazie occidentali devono mantenere il controllo sulle tecnologie strategiche per non perdere terreno nella competizione globale. Il lessico utilizzato da Karp nei suoi interventi pubblici è quindi molto distante da quello consueto nel mondo delle start-up. Nei suoi discorsi compaiono riferimenti espliciti alla difesa dell’Occidente, al ruolo dello Stato moderno, alla responsabilità delle istituzioni democratiche. In più occasioni ha affermato che le imprese tecnologiche non possono sottrarsi alle implicazioni politiche delle proprie attività. Un discorso che alle Big Tech non piace moltissimo.

Su questi argomenti il miliardario ha pure scritto un libro, The technological republic, pubblicato nel 2025 e scritto insieme al giornalista Nicholas W. Zamiska. Il testo sostiene che negli ultimi decenni si sia creata una frattura tra industria tecnologica e Stato, e che tale separazione abbia indebolito la capacità delle democrazie di affrontare sfide geopolitiche complesse. Karp dice in sostanza che la collaborazione tra settore tecnologico e apparati pubblici deve essere considerata una componente storica imprescindibile dello sviluppo occidentale.

Nel libro e in recenti presentazioni pubbliche, Karp ha indicato la competizione con potenze autoritarie come elemento centrale del nuovo scenario internazionale. In questo contesto, la capacità di raccogliere e analizzare dati viene descritta come una risorsa strategica comparabile alle infrastrutture tradizionali di difesa. Una specie di ombrello nucleare digitale, insomma.

Anche sul piano personale, Karp ha mantenuto un profilo diverso rispetto ai boss tecnologici più coccolati dai mass media. Dichiara di non identificarsi con la cultura libertaria che ha caratterizzato una parte della Silicon Valley a partire dagli anni Novanta, quella dell’Internet gratis e libero per tutti, in parole semplici.

Nel corso del tempo, questa impostazione ha contribuito a fare di Karp, che conduce anche una vita privata piuttosto ritirata, un esponente di pensiero che concepisce l’impresa come attore inserito in un sistema istituzionale più ampio. La sua azienda viene presentata non come semplice fornitore di software, ma come una sorta di snodo tra tecnologia, sicurezza e potere pubblico. All’atto pratico, certo, si tratta in fondo di ricchi contratti con il governo. Ma non solo: la gestione e l’analisi di masse enormi di dati comporta in sé una responsabilità politica e su questo Karp ha certamente ragione.

La figura di Alexander Karp si colloca dunque fuori dagli schemi tradizionali della Silicon Valley, anche se per questa serie di articoli ce lo abbiamo ricondotto. La sua formazione filosofica, l’influenza europea e quella dei genitori, il linguaggio politicamente esplicito e la scelta di lavorare con istituzioni statali ne fanno un caso atipico nel panorama dei grandi leader tecnologici contemporanei. In un settore dominato da nerd, ingegneri e imprenditori orientati al mercato di massa, Karp è un soggetto che si è collocato al centro del rapporto (sovra)strutturale tra tecnologia e Stato.

(Totaleu)

Lo ha dichiarato il ministro a margine del Consiglio Affari esteri tenutosi a Bruxelles.

Domenico Vecchioni: «A Cuba il regime sta agonizzando»
Ansa
L’ex ambasciatore a L’Avana: «Trump vuole una transizione graduale alla democrazia, che è l’unica via per evitare disastri. Se i dirigenti rifiutano il dialogo prevarrà la linea dell’intervento militare sostenuta da Rubio».

Dal 2005 al 2009, Domenico Vecchioni è stato ambasciatore a Cuba. Quattro anni in cui ha potuto toccare con mano la dittatura castrista, dedicando anche un libro a Raúl Castro. Il rivoluzionario conservatore. Da tempo, circolano parecchie voci attorno a Cuba. C’è chi parla di un’opzione simile a quella che ha portato alla caduta di Nicolás Maduro e chi, invece, è convinto che il Paese cadrà sotto i colpi di un’economia che arranca sempre di più.

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Il 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati a esprimersi sul referendum costituzionale confermativo relativo alla riforma della Giustizia, che interviene sull’ordinamento della magistratura. Riforma che introduce, tra le altre cose, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Si voterà domenica e lunedì, secondo quanto stabilito dal decreto elezioni.

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