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2020-04-09
Gates, re Mida dei filantropi già si prepara a venderci il vaccino (e vuole decidere anche la fine del lockdown)
Bill Gates (Jack Taylor/Getty Images)
Un vaccino per il coronavirus? Bill Gates si sta portando avanti. L'azienda americana Inovio ha avuto il via libera alla sperimentazione di Ino-4800, un farmaco già somministrato a 40 volontari adulti sani, che tra un mese riceveranno la seconda dose. I test sono in parte finanziati dalla Bill e Melinda Gates foundation e dalla Coalition for epidemic preparedness innovations, pure questa facente parte della galassia filantropica dei Gates. Ma quella del miliardario americano è solo beneficienza disinteressata?
Su di lui gira un aneddoto, confermato qualche anno fa dal diretto interessato. Totalmente ossessionato dal lavoro, Gates aveva memorizzato una per una le targhe delle autovetture dei suoi dipendenti in Microsoft. Ciò gli permetteva di controllare chi degli impiegati rimanesse a fare straordinario, e chi no.
Ma la vera dote naturale di Gates è sempre stata un'altra: fare soldi. L'anno della svolta fu il 1981, quando Microsoft chiuse un accordo per installare il sistema operativo Ms-Dos sui personal computer Ibm. Come tante altre volte in futuro, Bill ci aveva visto giusto. Nel giro di un solo lustro, dal 1980 al 1985, fatturato e numero di dipendenti di Microsoft aumentarono infatti nell'ordine di venti volte. Man mano che gli affari prosperano, così anche il culto della personalità di Gates. Nel piccante ritratto pubblicato alcuni giorni fa, la rivista Jacobin Magazine racconta come in quegli anni non fosse infrequente assistere a importanti riunioni di lavoro durante le quali i manager di Redmond si dondolavano all'unisono con il loro capo, atteggiamento tipico di Gates per smorzare la tensione. Nonostante i tanti traguardi raggiunti, complice anche la guerra con il browser rivale Netscape, alla fine degli anni Novanta l'immagine di Bill subisce un duro colpo. Cause e contenziosi legali si moltiplicano, e il fondatore di Microsoft rischia di passare alla storia come uno spietato monopolista.
C'è bisogno di una bella ripulita all'immagine. Non mancano i particolari da libro cuore: nel 1997 Bill e la moglie Melinda leggono un articolo pubblicato sul New York Times che parla della difficoltà di accesso all'acqua potabile nel terzo mondo e decidono di mettersi all'opera. Lo stesso anno Bill si reca in India dove viene immortalato mentre amministra il vaccino della polio ai bambini più poveri. Nel 2000 nasce ufficialmente la Bill & Melinda Gates foundation, oggi la fondazione più ricca al mondo, potendo amministrare un patrimonio di 51,8 miliardi di dollari. Pressappoco, tanto per capirci, l'equivalente del Prodotto interno lordo della Slovenia. Tecnicamente, la fondazione si regge su un trust che ogni anno versa alla fondazione 5 miliardi di dollari, alimentato dalle donazioni dei coniugi Gates e del multimiliardario Warren Buffett. È ancora una volta l'affare giusto: dal 2010 a oggi Bill vede raddoppiare la propria ricchezza personale. Nella classifica dei paperoni mondiali oggi occupa il secondo posto, dietro il patron di Amazon Jeff Bezos. La rivista Forbes stima il suo patrimonio in tempo reale in circa 102,1 miliardi di dollari (94,1 miliardi di euro). Tanto che, un mese fa, il miliardario ha annunciato l'addio da Microsoft per dedicarsi totalmente alle attività filantropiche.
Ma farne solo una questione di soldi sarebbe riduttivo. Oggi il giocattolino della famiglia Gates determina di fatto l'agenda setting in campo sanitario (e non solo) a livello mondiale. Prova ne è il fatto che, intervenendo una settimana fa alla Cbs, il ricco filantropo ha dettato tempi e modi del ritorno alla normalità a seguito della crisi scatenata dal coronavirus, come fosse uno Stato sovrano. «Anche nell'eventualità che i casi dovessero diminuire», ha argomentato Gates, «alcune attività, per esempio quelle che prevedono assembramenti, potrebbero - in un certo senso - essere opzionali e, finché non si è tutti vaccinati, addirittura non tornare per nulla». Scordatevi il ritorno a scuola, le gite nei parchi e al mare, fare sport o assistere a una messa. Nel «Bill pensiero» tutte queste attività sono subordinate alla realizzazione, produzione e distribuzione su larga scala del vaccino.
D'altronde lui è uno particolarmente ferrato sul tema. Quasi un terzo dei 54 miliardi di dollari spesi negli ultimi 20 anni è passato attraverso la divisione Salute della fondazione. Nel 1999, i Gates hanno donato 750 milioni di dollari per lanciare il Gavi, l'alleanza mondiale sui vaccini, stanziando a oggi complessivi 4 miliardi. Nel 2018, la fondazione ne è stata il primo finanziatore con 540 milioni, davanti a Regno Unito e Norvegia. Gavi è legato a doppio filo con le case farmaceutiche, non fosse altro perché utilizza i fondi dei donatori per acquistare vaccini da distribuire ai Paesi più poveri. Lo scorso dicembre, Medici senza frontiere ha chiesto di bloccare uno stanziamento di 262 milioni di dollari a Pfizer e Gsk per il vaccino pneumococcico. «È ora che Gavi smetta di finanziare le case farmaceutiche, hanno già raccolto più del dovuto dai fondi dei donatori, oltre ai quasi 50 miliardi di dollari ricavati in dieci anni dalle vendite», si legge nella durissima nota di Msf, «finora Pfizer e Gsk hanno già guadagnato 1,2 miliardi» dal fondo speciale Amc, creato dal Gavi nel 2007 per velocizzare l'implementazione del vaccino pneumococcico.
E poi ovviamente c'è l'Organizzazione mondiale della sanità, le cui entrate totali (2,2 miliardi di dollari) si basano per l'80% su contribuzioni volontarie. Solo la metà è versata dagli Stati, tutto il resto sono soldi elargiti dai privati. Manco a dirlo, su tutti spicca la fondazione Gates (229 milioni) e il Gavi (158 milioni). Quasi il 20% dei fondi totali dell'Oms passa di fatto per Bill, più di qualsiasi altro Paese al mondo, cosa che gli permette di poter condizionare le politica sanitaria globale.
Non stupisce dunque che la fondazione sia in prima fila fin dalle prime battute dell'epidemia di Covid-19. Già il 5 febbraio l'annuncio relativo a una donazione di 100 milioni di dollari, mentre di recente è stato lo stesso Bill Gates ad annunciare che i suoi laboratori sono al lavoro su 7 diverse linee di vaccino, due delle quali, appunto, sono già state ammesse alla fase 2 della sperimentazione. È notizia di pochi giorni fa che Madonna ha contribuito alla causa donando un milione di euro. Nel filmato pubblicato sui social la popstar indossa una t shirt con un demonio appeso a una croce. Provocazione blasfema a pochi giorni dalla Pasqua, che ha contribuito a rendere ancora più oscura l'immagine della potente fondazione.
Contraddittoria e troppo filocinese Il morbo rivela le magagne dell’Oms
Crescono le polemiche intorno all'Oms. Al di là della confusione che ormai da giorni sta regnando sulle linee guida per un corretto utilizzo delle mascherine, il bersaglio principale è la lentezza con cui l'agenzia delle Nazioni Unite ha risposto alla crisi del coronavirus: l'emergenza sanitaria mondiale è stata proclamata soltanto il 30 gennaio, quando i primi casi di polmonite sospetta a Wuhan erano già noti a dicembre - secondo alcuni, addirittura a novembre. Ricordiamo, tra l'altro, che il 24 gennaio si erano registrati ufficialmente in Cina 41 decessi e oltre 1.000 contagi. E che il morbo aveva raggiunto altre parti del mondo. Sottovalutazione del problema? O legami politici con la Cina?
Qualche perplessità sull'Oms si è iniziata a registrare anche nel nostro Paese. Si pensi alle riserve, espresse due giorni fa, dal direttore del dipartimento di Malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità, Gianni Rezza. «Errare è umano», ha dichiarato, «e anche l'Organizzazione mondiale della sanità è fatta da uomini. Non è detto che ci abbia sempre azzeccato, sia in questa circostanza, sia in passato. L'Oms è un'organizzazione molto importante, a volte si può sottovalutare un aspetto o prendere decisioni sbagliate, poi correggerle dopo, soprattutto con virus nuovi come questo e con le conoscenze che si raccolgono passo passo». Venendo all'uso delle mascherine, Rezza lo ha definito un «tema complessissimo», sui cui ancora non si riscontra una «posizione definitiva», sottolineando poi che «anche l'Oms tende a cambiare opinione». Che queste parole vengano dall'Istituto superiore di sanità è significativo, anche perché - in un certo senso - mostrano qualche discrepanza con il governo. Non dimentichiamo infatti che consulente speciale per il nostro ministero della Salute è proprio un membro dell'Oms: Walter Ricciardi.
Sul piano internazionale, non va poi trascurato che l'agenzia si sta sempre più attirando le accuse di non aver vigilato a dovere sullo scoppio dell'epidemia: probabilmente per i suoi stretti legami con Pechino. È questa la posizione del presidente americano, Donald Trump, che ha definito polemicamente l'Oms come «molto incentrata sulla Cina», lasciando pertanto intendere che potrebbe sospenderle i finanziamenti. Secondo l'inquilino della Casa Bianca l'agenzia potrebbe infatti aver intenzionalmente ritardato il riconoscimento dell'epidemia per fare un favore alla Cina. Come sottolinea The Hill, gli Stati Uniti rappresentano il principale contributore dell'Organizzazione. Washington versa circa 116 milioni di dollari all'anno, senza poi considerare i finanziamenti per progetti aggiuntivi (che oscillano tra i 100 e i 400 milioni all'anno).
La Casa Bianca ha comunque già proposto di tagliare - per l'anno fiscale 2021 - le erogazioni dai 122 milioni di dollari dell'anno corrente a 58 milioni: una riduzione drastica che tuttavia difficilmente sarà approvata dal Congresso. Tensioni con l'Oms si erano del resto registrate già a marzo, quando l'agenzia aveva criticato il presidente americano per aver definito il Covid-19 un «virus cinese».
Trump non è comunque solo nella sua battaglia. Il senatore repubblicano, Rick Scott, ha infatti chiesto alla commissione per la Sicurezza nazionale del Senato di attuare un'indagine sulla gestione della pandemia da parte dell'Oms. Tutto questo, mentre martedì oltre 20 deputati repubblicani hanno proposto alla Camera una risoluzione per bloccare i finanziamenti all'agenzia, fin quando non sarà stata effettuate un'inchiesta e il suo direttore generale, l'etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, non avrà rassegnato le proprie dimissioni.
E proprio la figura di Ghebreyesus è stata duramente attaccata domenica scorsa da un editoriale del Wall Street Journal, il quale sosteneva che sia principalmente sua la responsabilità dei ritardi nella gestione dell'epidemia. A questo proposito, vale forse la pena di ricordare che, nel governo etiope, Ghebreyesus è stato ministro della Sanità dal 2005 al 2012 e ministro degli Esteri dal 2012 al 2016: un periodo in cui la Cina ha rafforzato i suoi legami con l'Etiopia, in termini di prestiti e investimenti in vari settori. L'Etiopia costituisce un centro fondamentale per consentire a Pechino di consolidare la propria influenza geopolitica ed economica sull'area africana. Tra l'altro, come ravvisa lo stesso Wall Street Journal, non va trascurato che - contrariamente a Washington - Pechino è riuscita negli anni a svolgere un'efficace attività di lobbying nell'Oms: un elemento che garantisce alla Repubblica popolare un peso decisivo in seno all'Organizzazione. E questo, nonostante la Cina contribuisca economicamente poco più della metà di quanto finora abbia fatto lo Zio Sam. Inoltre, al di là delle dinamiche geopolitiche in senso stretto, non è la prima volta che l'Oms si ritrova invischiata in polemiche, legate a scelte strategiche controverse. Nell'ottobre del 2014, il Guardian riportò che l'agenzia ammise di aver gestito male le fasi iniziali dell'epidemia di ebola in Africa occidentale.
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Partono i test sul medicinale finanziato dal creatore di Microsoft, la cui fondazione, che copre d'oro la lobby farmaceutica, riesce a dettare l'agenda sanitaria globale.Gianni Rezza dell'Iss critica l'ente per le incoerenze sulle mascherine. La Casa Bianca minaccia di togliergli i fondi, accusandolo di favoritismi a Pechino. Con cui il direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus da ministro in Etiopia, fu molto benevolo.Lo speciale contiene due articoliUn vaccino per il coronavirus? Bill Gates si sta portando avanti. L'azienda americana Inovio ha avuto il via libera alla sperimentazione di Ino-4800, un farmaco già somministrato a 40 volontari adulti sani, che tra un mese riceveranno la seconda dose. I test sono in parte finanziati dalla Bill e Melinda Gates foundation e dalla Coalition for epidemic preparedness innovations, pure questa facente parte della galassia filantropica dei Gates. Ma quella del miliardario americano è solo beneficienza disinteressata?Su di lui gira un aneddoto, confermato qualche anno fa dal diretto interessato. Totalmente ossessionato dal lavoro, Gates aveva memorizzato una per una le targhe delle autovetture dei suoi dipendenti in Microsoft. Ciò gli permetteva di controllare chi degli impiegati rimanesse a fare straordinario, e chi no. Ma la vera dote naturale di Gates è sempre stata un'altra: fare soldi. L'anno della svolta fu il 1981, quando Microsoft chiuse un accordo per installare il sistema operativo Ms-Dos sui personal computer Ibm. Come tante altre volte in futuro, Bill ci aveva visto giusto. Nel giro di un solo lustro, dal 1980 al 1985, fatturato e numero di dipendenti di Microsoft aumentarono infatti nell'ordine di venti volte. Man mano che gli affari prosperano, così anche il culto della personalità di Gates. Nel piccante ritratto pubblicato alcuni giorni fa, la rivista Jacobin Magazine racconta come in quegli anni non fosse infrequente assistere a importanti riunioni di lavoro durante le quali i manager di Redmond si dondolavano all'unisono con il loro capo, atteggiamento tipico di Gates per smorzare la tensione. Nonostante i tanti traguardi raggiunti, complice anche la guerra con il browser rivale Netscape, alla fine degli anni Novanta l'immagine di Bill subisce un duro colpo. Cause e contenziosi legali si moltiplicano, e il fondatore di Microsoft rischia di passare alla storia come uno spietato monopolista.C'è bisogno di una bella ripulita all'immagine. Non mancano i particolari da libro cuore: nel 1997 Bill e la moglie Melinda leggono un articolo pubblicato sul New York Times che parla della difficoltà di accesso all'acqua potabile nel terzo mondo e decidono di mettersi all'opera. Lo stesso anno Bill si reca in India dove viene immortalato mentre amministra il vaccino della polio ai bambini più poveri. Nel 2000 nasce ufficialmente la Bill & Melinda Gates foundation, oggi la fondazione più ricca al mondo, potendo amministrare un patrimonio di 51,8 miliardi di dollari. Pressappoco, tanto per capirci, l'equivalente del Prodotto interno lordo della Slovenia. Tecnicamente, la fondazione si regge su un trust che ogni anno versa alla fondazione 5 miliardi di dollari, alimentato dalle donazioni dei coniugi Gates e del multimiliardario Warren Buffett. È ancora una volta l'affare giusto: dal 2010 a oggi Bill vede raddoppiare la propria ricchezza personale. Nella classifica dei paperoni mondiali oggi occupa il secondo posto, dietro il patron di Amazon Jeff Bezos. La rivista Forbes stima il suo patrimonio in tempo reale in circa 102,1 miliardi di dollari (94,1 miliardi di euro). Tanto che, un mese fa, il miliardario ha annunciato l'addio da Microsoft per dedicarsi totalmente alle attività filantropiche.Ma farne solo una questione di soldi sarebbe riduttivo. Oggi il giocattolino della famiglia Gates determina di fatto l'agenda setting in campo sanitario (e non solo) a livello mondiale. Prova ne è il fatto che, intervenendo una settimana fa alla Cbs, il ricco filantropo ha dettato tempi e modi del ritorno alla normalità a seguito della crisi scatenata dal coronavirus, come fosse uno Stato sovrano. «Anche nell'eventualità che i casi dovessero diminuire», ha argomentato Gates, «alcune attività, per esempio quelle che prevedono assembramenti, potrebbero - in un certo senso - essere opzionali e, finché non si è tutti vaccinati, addirittura non tornare per nulla». Scordatevi il ritorno a scuola, le gite nei parchi e al mare, fare sport o assistere a una messa. Nel «Bill pensiero» tutte queste attività sono subordinate alla realizzazione, produzione e distribuzione su larga scala del vaccino. D'altronde lui è uno particolarmente ferrato sul tema. Quasi un terzo dei 54 miliardi di dollari spesi negli ultimi 20 anni è passato attraverso la divisione Salute della fondazione. Nel 1999, i Gates hanno donato 750 milioni di dollari per lanciare il Gavi, l'alleanza mondiale sui vaccini, stanziando a oggi complessivi 4 miliardi. Nel 2018, la fondazione ne è stata il primo finanziatore con 540 milioni, davanti a Regno Unito e Norvegia. Gavi è legato a doppio filo con le case farmaceutiche, non fosse altro perché utilizza i fondi dei donatori per acquistare vaccini da distribuire ai Paesi più poveri. Lo scorso dicembre, Medici senza frontiere ha chiesto di bloccare uno stanziamento di 262 milioni di dollari a Pfizer e Gsk per il vaccino pneumococcico. «È ora che Gavi smetta di finanziare le case farmaceutiche, hanno già raccolto più del dovuto dai fondi dei donatori, oltre ai quasi 50 miliardi di dollari ricavati in dieci anni dalle vendite», si legge nella durissima nota di Msf, «finora Pfizer e Gsk hanno già guadagnato 1,2 miliardi» dal fondo speciale Amc, creato dal Gavi nel 2007 per velocizzare l'implementazione del vaccino pneumococcico.E poi ovviamente c'è l'Organizzazione mondiale della sanità, le cui entrate totali (2,2 miliardi di dollari) si basano per l'80% su contribuzioni volontarie. Solo la metà è versata dagli Stati, tutto il resto sono soldi elargiti dai privati. Manco a dirlo, su tutti spicca la fondazione Gates (229 milioni) e il Gavi (158 milioni). Quasi il 20% dei fondi totali dell'Oms passa di fatto per Bill, più di qualsiasi altro Paese al mondo, cosa che gli permette di poter condizionare le politica sanitaria globale.Non stupisce dunque che la fondazione sia in prima fila fin dalle prime battute dell'epidemia di Covid-19. Già il 5 febbraio l'annuncio relativo a una donazione di 100 milioni di dollari, mentre di recente è stato lo stesso Bill Gates ad annunciare che i suoi laboratori sono al lavoro su 7 diverse linee di vaccino, due delle quali, appunto, sono già state ammesse alla fase 2 della sperimentazione. È notizia di pochi giorni fa che Madonna ha contribuito alla causa donando un milione di euro. Nel filmato pubblicato sui social la popstar indossa una t shirt con un demonio appeso a una croce. Provocazione blasfema a pochi giorni dalla Pasqua, che ha contribuito a rendere ancora più oscura l'immagine della potente fondazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gates-re-mida-dei-filantropi-gia-si-prepara-a-venderci-il-vaccino-e-vuole-decidere-anche-la-fine-del-lockdown-2645671064.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="contraddittoria-e-troppo-filocinese-il-morbo-rivela-le-magagne-delloms" data-post-id="2645671064" data-published-at="1586369209" data-use-pagination="False"> Contraddittoria e troppo filocinese Il morbo rivela le magagne dell’Oms Crescono le polemiche intorno all'Oms. Al di là della confusione che ormai da giorni sta regnando sulle linee guida per un corretto utilizzo delle mascherine, il bersaglio principale è la lentezza con cui l'agenzia delle Nazioni Unite ha risposto alla crisi del coronavirus: l'emergenza sanitaria mondiale è stata proclamata soltanto il 30 gennaio, quando i primi casi di polmonite sospetta a Wuhan erano già noti a dicembre - secondo alcuni, addirittura a novembre. Ricordiamo, tra l'altro, che il 24 gennaio si erano registrati ufficialmente in Cina 41 decessi e oltre 1.000 contagi. E che il morbo aveva raggiunto altre parti del mondo. Sottovalutazione del problema? O legami politici con la Cina? Qualche perplessità sull'Oms si è iniziata a registrare anche nel nostro Paese. Si pensi alle riserve, espresse due giorni fa, dal direttore del dipartimento di Malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità, Gianni Rezza. «Errare è umano», ha dichiarato, «e anche l'Organizzazione mondiale della sanità è fatta da uomini. Non è detto che ci abbia sempre azzeccato, sia in questa circostanza, sia in passato. L'Oms è un'organizzazione molto importante, a volte si può sottovalutare un aspetto o prendere decisioni sbagliate, poi correggerle dopo, soprattutto con virus nuovi come questo e con le conoscenze che si raccolgono passo passo». Venendo all'uso delle mascherine, Rezza lo ha definito un «tema complessissimo», sui cui ancora non si riscontra una «posizione definitiva», sottolineando poi che «anche l'Oms tende a cambiare opinione». Che queste parole vengano dall'Istituto superiore di sanità è significativo, anche perché - in un certo senso - mostrano qualche discrepanza con il governo. Non dimentichiamo infatti che consulente speciale per il nostro ministero della Salute è proprio un membro dell'Oms: Walter Ricciardi. Sul piano internazionale, non va poi trascurato che l'agenzia si sta sempre più attirando le accuse di non aver vigilato a dovere sullo scoppio dell'epidemia: probabilmente per i suoi stretti legami con Pechino. È questa la posizione del presidente americano, Donald Trump, che ha definito polemicamente l'Oms come «molto incentrata sulla Cina», lasciando pertanto intendere che potrebbe sospenderle i finanziamenti. Secondo l'inquilino della Casa Bianca l'agenzia potrebbe infatti aver intenzionalmente ritardato il riconoscimento dell'epidemia per fare un favore alla Cina. Come sottolinea The Hill, gli Stati Uniti rappresentano il principale contributore dell'Organizzazione. Washington versa circa 116 milioni di dollari all'anno, senza poi considerare i finanziamenti per progetti aggiuntivi (che oscillano tra i 100 e i 400 milioni all'anno). La Casa Bianca ha comunque già proposto di tagliare - per l'anno fiscale 2021 - le erogazioni dai 122 milioni di dollari dell'anno corrente a 58 milioni: una riduzione drastica che tuttavia difficilmente sarà approvata dal Congresso. Tensioni con l'Oms si erano del resto registrate già a marzo, quando l'agenzia aveva criticato il presidente americano per aver definito il Covid-19 un «virus cinese». Trump non è comunque solo nella sua battaglia. Il senatore repubblicano, Rick Scott, ha infatti chiesto alla commissione per la Sicurezza nazionale del Senato di attuare un'indagine sulla gestione della pandemia da parte dell'Oms. Tutto questo, mentre martedì oltre 20 deputati repubblicani hanno proposto alla Camera una risoluzione per bloccare i finanziamenti all'agenzia, fin quando non sarà stata effettuate un'inchiesta e il suo direttore generale, l'etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, non avrà rassegnato le proprie dimissioni. E proprio la figura di Ghebreyesus è stata duramente attaccata domenica scorsa da un editoriale del Wall Street Journal, il quale sosteneva che sia principalmente sua la responsabilità dei ritardi nella gestione dell'epidemia. A questo proposito, vale forse la pena di ricordare che, nel governo etiope, Ghebreyesus è stato ministro della Sanità dal 2005 al 2012 e ministro degli Esteri dal 2012 al 2016: un periodo in cui la Cina ha rafforzato i suoi legami con l'Etiopia, in termini di prestiti e investimenti in vari settori. L'Etiopia costituisce un centro fondamentale per consentire a Pechino di consolidare la propria influenza geopolitica ed economica sull'area africana. Tra l'altro, come ravvisa lo stesso Wall Street Journal, non va trascurato che - contrariamente a Washington - Pechino è riuscita negli anni a svolgere un'efficace attività di lobbying nell'Oms: un elemento che garantisce alla Repubblica popolare un peso decisivo in seno all'Organizzazione. E questo, nonostante la Cina contribuisca economicamente poco più della metà di quanto finora abbia fatto lo Zio Sam. Inoltre, al di là delle dinamiche geopolitiche in senso stretto, non è la prima volta che l'Oms si ritrova invischiata in polemiche, legate a scelte strategiche controverse. Nell'ottobre del 2014, il Guardian riportò che l'agenzia ammise di aver gestito male le fasi iniziali dell'epidemia di ebola in Africa occidentale.
La ricetta di Elly Schlein consiste in pratica nell’assunzione di migliaia di psicologi per aiutare sia le persone in difficoltà che gli stranieri, tra i quali a causa della mancata integrazione si registrerebbero alti tassi di disagio psichico.
Tuttavia, se si guarda un po’ più in profondità, andando oltre gli slogan elettorali, si capisce che il problema non è il numero di assistenti sociali da mettere a disposizione delle famiglie e nemmeno il numero di psicologi. La questione che a sinistra rifiutano di vedere è il disagio sociale e psichico che la mancata gestione dell’immigrazione negli anni scorsi ha contribuito a far crescere. Da questo punto di vista è illuminante un rapporto redatto qualche mese fa dalla stessa Emilia-Romagna, la regione dove si è verificata la strage dello scorso sabato. Nella relazione si affrontano i temi dell’integrazione, delle condizioni di vita dei migranti e anche l’accesso ai servizi degli stranieri. Cominciamo con le percentuali di impiego dei cittadini extracomunitari regolarmente presenti nel territorio emiliano-romagnolo. Su circa 186.000 persone, meno di 51.000 hanno un lavoro. Una percentuale che è pari al 27 per cento ed è pari alla quota di migranti che godono di permessi per asilo o protezione internazionale. Gli stranieri in pratica, registrano un tasso di disoccupazione che è oltre tre volte superiore a quello degli italiani.
Ma la parte più interessante dello studio è quella che riguarda la fruizione dei servizi sociali e delle misure di sostegno alle famiglie in difficoltà. Pur rappresentando il 12 per cento della popolazione residente, i soggetti extracomunitari usufruiscono per il 30 per cento delle misure di welfare e per quanto riguarda gli alloggi popolari rappresentano il 25 per cento dei beneficiari, ovvero più del doppio della quota totale dei residenti. È interessante anche l’accesso al pronto soccorso senza urgenza: nello studio si stabilisce che il 40% delle persone che si recano nei pronto soccorso lamentando problemi sanitari è composto da stranieri che contribuiscono a intasare i presidi. Non è tutto: tra i minori assistiti dai servizi sociali, il 44 per cento non risulta italiano. Bastano questi pochi dati, che ribadisco sono frutto di uno studio della stessa Regione Emilia-Romagna, che da sempre è amministrata dalla sinistra, per capire due o tre cose riguardo alle analisi fatte dopo la strage di Modena.
Primo: a gestire i servizi sociali sono le Regioni e i Comuni e non Palazzo Chigi. Dunque, se oltre a fare ricerca, nel quartier generale di viale Aldo Moro, dove ha sede la giunta regionale, qualcuno si occupasse anche di come avviene l’erogazione dei servizi sarebbe un passo avanti.
Secondo: se negli anni crescono i sostegni alla popolazione straniera e la distribuzione di alloggi agli extracomunitari e tutto questo non è accompagnato da un aumento degli occupati stranieri, in Emilia-Romagna, così come nel resto d’Italia, stiamo importando povertà.
Terzo: la disoccupazione e i bassi redditi favoriscono l’incremento dei disagi sociali, perché senza soldi si complica la vita ed è quasi impossibile l’integrazione.
Quarto: c’è anche il problema dei soldi non spesi da alcune città, come Parma e Ravenna, amministrate - come la Regione - dalla sinistra. Invece di essere investiti per aiutare l’inserimento sociale, i fondi sono rimasti sul conto corrente.
Ultimo: a meno di non voler inventare un Reddito d’immigrazione che retribuisca gli stranieri, di casi come quello di Salim El Koudri ne vedremo altri. Con buona pace di Elly Schlein.
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(Polizia di Stato)
Il quindicenne nordafricano, accusato di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale, ieri si è avvalso della facoltà di non rispondere. È in cella, nel carcere minorile di Firenze, perché questa risulta «l’unica misura idonea», secondo il gip del tribunale per i minorenni, Giuditta Merli, che ha disposto l’ordinanza su richiesta del procuratore di Firenze, Roberta Pieri. Per il magistrato, infatti, «sussiste il concreto pericolo che l’indagato, se non adeguatamente cautelato, reiteri il reato intensificando il processo di radicalizzazione ed esponendo la collettività al rischio di atti di violenza dimostrativi e indiscriminati». Il ragazzo era già stato sottoposto a misura cautelare a ottobre 2025, con la medesima accusa però con collocamento in comunità.
Quando lo scorso 23 marzo gli venne concesso il regime della messa alla prova, l’aspirante terrorista non perse tempo riprendendo subito le frequentazioni con l’Isis. Lo dimostrano le conversazioni scoperte sul suo cellulare dalla direzione centrale della polizia di prevenzione e dalla Digos di Firenze. Il giovane, che malgrado il divieto aveva acquistato due nuovi cellulari mentre stava in comunità, il 24 marzo si era intestato una nuova utenza.
Una prima conversazione dura dal 23 al 26 aprile scorso con un utente che la Digos cerca di identificare. Dopo alcuni preliminari del tipo «Come stai fratello mio?» e «che Dio ti benedica e ti protegga», l’interlocutore chiede: «Come è la situazione e quali sono le ultime notizie, fratello?». Il minorenne risponde: «Mi sto preparando come ben sai». Alla nuova domanda: «Cosa fai?», risponde: «Eseguire». Ci pensa l’altro utente a chiarire che cosa il minorenne doveva mettere in atto: «Esplosioni, che Dio voglia», scrive.
Mezze frasi, per non esporsi, il cui significato è però indubbio, si stavano organizzando attentati. Il giovane chiede: «Vuoi parlare su Telegram?». Risposta: «Volevo tenerti lontano da queste cose dopo che mi hai detto che sei sorvegliato», ma poi l’altro acconsente e gli fornisce l’account.
Nelle chat di maggio su Telegram, utilizzando una Vpn che camuffa l’indirizzo Ip e maschera la posizione, escono le conversazioni più inquietanti. Un interlocutore scrive: «Vediamo il commerciante a quanto mette il prezzo del kalashnikov e qualche munizione […] l’importante è che il luogo sia affollato per poter raccogliere il numero più grande di loro». Stavano discutendo i dettagli di un gesto terroristico, con quante più persone da colpire?
Il minorenne nordafricano spiega: «Se Dio lo permette, ho con me una persona del Bangladesh». E alla domanda «Ti fidi di lui?», risponde: «Sì, lo giuro su Dio. È una persona vittima di un’ingiustizia e io lo conosco da sette mesi». L’altro sembra soddisfatto: «Perfetto. Cerca di accelerare con il commerciante per riuscire a sapere quanti te ne mandiamo», riferendosi a soldi. Aggiunge: «Così non tardi a compiere il lavoro».
Il ragazzino assicura che avrà risposta «più tardi» e scrive una frase che lascia impietriti: «Non appena finisco con il commerciante inizio a preparare le motolov». L’interlocutore sembra perplesso, il giovane incalza: «Le bottiglie infuocate», ma dall’altra parte arriva una risposta secca: «Non ne hai bisogno, l’importante è un’arma». Inoltre, l’interlocutore aggiunge: «Questo lavoro potrebbe rallentarti in quello più importante».
Alla fine fa convinto il minorenne che scrive: «Hai ragione. Che Dio mi conceda il successo di questo lavoro». Sconvolgente l’invocazione di chi pone termine alla conversazione: «Chiediamo a Dio di concedervi successo e fermezza», accompagnando la frase con l’emoticon di un cuore. Senza ombra di dubbio, l’augurio era di fare quanto male possibile a noi cristiani.
ll gip, infatti, scrive che «l’indagato si accorda con una terza persona per compiere atti di terrorismo di matrice islamica», ricordando che il nordafricano «aveva prestato giuramento», alla jihad. Nel corso delle indagini che avevano portato alla misura cautelare dell’ottobre scorso, era emerso che il giovane, da tre anni in Italia, attraverso l’utilizzo di piattaforme di messaggistica che garantiscono il quasi completo anonimato, aveva prestato giuramento a un «gruppo di musulmani provenienti da tutto il mondo che mirano a sostenere i nostri fratelli oppressi in Palestina, Siria e persino i nostri fratelli uiguri, in Cina», come dichiarava l’adescatore.
Nel novembre del 2024, «per accelerare il processo di affiliazione e accreditarsi maggiormente all’interno del gruppo, il minorenne si è reso lui stesso artefice di tentativi di arruolamento di altre persone», riferiva la polizia di Stato. Già due anni fa, nel suo cellulare furono trovati dei video dove, con il volto nascosto da un passamontagna, in nome di Allah minacciava di compiere gravi azioni di violenza contro i miscredenti. Votato alla jihad, in comunità non ha cambiato posizioni e studiava attacchi, contro la città di Firenze, il Vaticano, forse contro altri obiettivi sensibili. Appena ha potuto, si è messo a cercare armi.
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Antonio Tajani al Festival del Lavoro (Ansa)
Chiaro no? Più gli italiani riusciranno a fare figli, meno ci sarà bisogno di lavoratori stranieri. Lapalissiano. Non ci sarebbe nulla da aggiungere se Boccia non avesse replicato. Ovviamente, il senatore del Partito democratico ha introdotto il suo intervento specificando che si tratta di una «questione complessa». E lo capiamo bene. Del resto, quando c’è di mezzo il Pd, diventa tutto molto più complicato visto che sono gli stessi che aumentano il numero dei generi un giorno sì e l’altro pure. Chiarito che la questione è complessa, Boccia afferma: «Non ne usciamo certo dicendo, come ha fatto il ministro Tajani, che tutto si risolverà facendo fare più figli agli italiani. Se dal 2014 a oggi abbiamo perso 2 milioni di persone non è perché sono scappati tutti dall’Italia, ma perché per la prima volta c’è un saldo negativo tra nati e morti. Oggi ogni anno in Italia nascono circa 370.000 bambini e muoiono 700.000 persone. È un’emergenza demografica». Ora, che ci troviamo di fronte a un’emergenza demografica è proprio quello che diceva Tajani. L’esponente del Pd cita pure i numeri (del resto sono i competenti) e, facendo una rapida operazione, scopriamo che ogni anno in Italia ci sono circa 330.000 persone in meno. Una mente razionale direbbe: beh, in effetti se si trovasse il modo di far fare più figli agli italiani, il trend quantomeno sarebbe rallentato. Una mente razionale, appunto. Boccia, invece, sostanzialmente dice: la denatalità non si risolve facendo fare figli agli italiani. Il che è letteralmente difficile da comprendere.
Poi però il senatore Pd offre la sua ricetta (che questa volta non è complessa): «Servono politiche serie per sostenere le donne e i giovani e serve più Europa, anche su questo fronte. E certamente serve più immigrazione regolare. Perché l’emergenza demografica porta anche problemi di occupazione e di innovazione. Sono tutte questioni per le quali il governo Meloni ha fatto poco e lo ha fatto male, perché continua a guardare il mondo dal buco della serratura dei nazionalismi, mentre noi dovremmo pensare all’Italia nei termini di un pezzo degli Stati Uniti d’Europa». Un primo appunto: perché nelle politiche serie (per quelle non serie Boccia va benissimo) per aiutare la popolazione a crescere non sono presenti anche gli uomini? Ora, abbiamo vaghi ricordi di educazione sessuale a scuola, ma qualcosa ci ricordiamo. E oltre alle donne servono anche gli uomini. E poi: ma siamo davvero sicuri che serva solamente più immigrazione regolare visto anche quello che sta accadendo attorno a noi? No. Infine: che ma c’azzecca, come direbbe Antonio Di Pietro più Europa anche in questo? Nulla. Serve solo a rendere complesso qualcosa che è facile.
È vero: l’Italia ha un problema. E non da oggi. Da decenni. Si fanno sempre meno figli ed è ovvio che la politica debba fare la sua parte. Ma se non si riscoprono il senso di comunità e la disponibilità a sacrificarsi per un bene più grande (la famiglia) non si andrà da nessuna parte. Si rimarrà sulla superficie, rispondendo in maniera complessa a qualcosa che in realtà è molto più semplice. Come fa Boccia. Bocciato in demografia (e pure in logica).
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(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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