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2020-04-09
Gates, re Mida dei filantropi già si prepara a venderci il vaccino (e vuole decidere anche la fine del lockdown)
Bill Gates (Jack Taylor/Getty Images)
Un vaccino per il coronavirus? Bill Gates si sta portando avanti. L'azienda americana Inovio ha avuto il via libera alla sperimentazione di Ino-4800, un farmaco già somministrato a 40 volontari adulti sani, che tra un mese riceveranno la seconda dose. I test sono in parte finanziati dalla Bill e Melinda Gates foundation e dalla Coalition for epidemic preparedness innovations, pure questa facente parte della galassia filantropica dei Gates. Ma quella del miliardario americano è solo beneficienza disinteressata?
Su di lui gira un aneddoto, confermato qualche anno fa dal diretto interessato. Totalmente ossessionato dal lavoro, Gates aveva memorizzato una per una le targhe delle autovetture dei suoi dipendenti in Microsoft. Ciò gli permetteva di controllare chi degli impiegati rimanesse a fare straordinario, e chi no.
Ma la vera dote naturale di Gates è sempre stata un'altra: fare soldi. L'anno della svolta fu il 1981, quando Microsoft chiuse un accordo per installare il sistema operativo Ms-Dos sui personal computer Ibm. Come tante altre volte in futuro, Bill ci aveva visto giusto. Nel giro di un solo lustro, dal 1980 al 1985, fatturato e numero di dipendenti di Microsoft aumentarono infatti nell'ordine di venti volte. Man mano che gli affari prosperano, così anche il culto della personalità di Gates. Nel piccante ritratto pubblicato alcuni giorni fa, la rivista Jacobin Magazine racconta come in quegli anni non fosse infrequente assistere a importanti riunioni di lavoro durante le quali i manager di Redmond si dondolavano all'unisono con il loro capo, atteggiamento tipico di Gates per smorzare la tensione. Nonostante i tanti traguardi raggiunti, complice anche la guerra con il browser rivale Netscape, alla fine degli anni Novanta l'immagine di Bill subisce un duro colpo. Cause e contenziosi legali si moltiplicano, e il fondatore di Microsoft rischia di passare alla storia come uno spietato monopolista.
C'è bisogno di una bella ripulita all'immagine. Non mancano i particolari da libro cuore: nel 1997 Bill e la moglie Melinda leggono un articolo pubblicato sul New York Times che parla della difficoltà di accesso all'acqua potabile nel terzo mondo e decidono di mettersi all'opera. Lo stesso anno Bill si reca in India dove viene immortalato mentre amministra il vaccino della polio ai bambini più poveri. Nel 2000 nasce ufficialmente la Bill & Melinda Gates foundation, oggi la fondazione più ricca al mondo, potendo amministrare un patrimonio di 51,8 miliardi di dollari. Pressappoco, tanto per capirci, l'equivalente del Prodotto interno lordo della Slovenia. Tecnicamente, la fondazione si regge su un trust che ogni anno versa alla fondazione 5 miliardi di dollari, alimentato dalle donazioni dei coniugi Gates e del multimiliardario Warren Buffett. È ancora una volta l'affare giusto: dal 2010 a oggi Bill vede raddoppiare la propria ricchezza personale. Nella classifica dei paperoni mondiali oggi occupa il secondo posto, dietro il patron di Amazon Jeff Bezos. La rivista Forbes stima il suo patrimonio in tempo reale in circa 102,1 miliardi di dollari (94,1 miliardi di euro). Tanto che, un mese fa, il miliardario ha annunciato l'addio da Microsoft per dedicarsi totalmente alle attività filantropiche.
Ma farne solo una questione di soldi sarebbe riduttivo. Oggi il giocattolino della famiglia Gates determina di fatto l'agenda setting in campo sanitario (e non solo) a livello mondiale. Prova ne è il fatto che, intervenendo una settimana fa alla Cbs, il ricco filantropo ha dettato tempi e modi del ritorno alla normalità a seguito della crisi scatenata dal coronavirus, come fosse uno Stato sovrano. «Anche nell'eventualità che i casi dovessero diminuire», ha argomentato Gates, «alcune attività, per esempio quelle che prevedono assembramenti, potrebbero - in un certo senso - essere opzionali e, finché non si è tutti vaccinati, addirittura non tornare per nulla». Scordatevi il ritorno a scuola, le gite nei parchi e al mare, fare sport o assistere a una messa. Nel «Bill pensiero» tutte queste attività sono subordinate alla realizzazione, produzione e distribuzione su larga scala del vaccino.
D'altronde lui è uno particolarmente ferrato sul tema. Quasi un terzo dei 54 miliardi di dollari spesi negli ultimi 20 anni è passato attraverso la divisione Salute della fondazione. Nel 1999, i Gates hanno donato 750 milioni di dollari per lanciare il Gavi, l'alleanza mondiale sui vaccini, stanziando a oggi complessivi 4 miliardi. Nel 2018, la fondazione ne è stata il primo finanziatore con 540 milioni, davanti a Regno Unito e Norvegia. Gavi è legato a doppio filo con le case farmaceutiche, non fosse altro perché utilizza i fondi dei donatori per acquistare vaccini da distribuire ai Paesi più poveri. Lo scorso dicembre, Medici senza frontiere ha chiesto di bloccare uno stanziamento di 262 milioni di dollari a Pfizer e Gsk per il vaccino pneumococcico. «È ora che Gavi smetta di finanziare le case farmaceutiche, hanno già raccolto più del dovuto dai fondi dei donatori, oltre ai quasi 50 miliardi di dollari ricavati in dieci anni dalle vendite», si legge nella durissima nota di Msf, «finora Pfizer e Gsk hanno già guadagnato 1,2 miliardi» dal fondo speciale Amc, creato dal Gavi nel 2007 per velocizzare l'implementazione del vaccino pneumococcico.
E poi ovviamente c'è l'Organizzazione mondiale della sanità, le cui entrate totali (2,2 miliardi di dollari) si basano per l'80% su contribuzioni volontarie. Solo la metà è versata dagli Stati, tutto il resto sono soldi elargiti dai privati. Manco a dirlo, su tutti spicca la fondazione Gates (229 milioni) e il Gavi (158 milioni). Quasi il 20% dei fondi totali dell'Oms passa di fatto per Bill, più di qualsiasi altro Paese al mondo, cosa che gli permette di poter condizionare le politica sanitaria globale.
Non stupisce dunque che la fondazione sia in prima fila fin dalle prime battute dell'epidemia di Covid-19. Già il 5 febbraio l'annuncio relativo a una donazione di 100 milioni di dollari, mentre di recente è stato lo stesso Bill Gates ad annunciare che i suoi laboratori sono al lavoro su 7 diverse linee di vaccino, due delle quali, appunto, sono già state ammesse alla fase 2 della sperimentazione. È notizia di pochi giorni fa che Madonna ha contribuito alla causa donando un milione di euro. Nel filmato pubblicato sui social la popstar indossa una t shirt con un demonio appeso a una croce. Provocazione blasfema a pochi giorni dalla Pasqua, che ha contribuito a rendere ancora più oscura l'immagine della potente fondazione.
Contraddittoria e troppo filocinese Il morbo rivela le magagne dell’Oms
Crescono le polemiche intorno all'Oms. Al di là della confusione che ormai da giorni sta regnando sulle linee guida per un corretto utilizzo delle mascherine, il bersaglio principale è la lentezza con cui l'agenzia delle Nazioni Unite ha risposto alla crisi del coronavirus: l'emergenza sanitaria mondiale è stata proclamata soltanto il 30 gennaio, quando i primi casi di polmonite sospetta a Wuhan erano già noti a dicembre - secondo alcuni, addirittura a novembre. Ricordiamo, tra l'altro, che il 24 gennaio si erano registrati ufficialmente in Cina 41 decessi e oltre 1.000 contagi. E che il morbo aveva raggiunto altre parti del mondo. Sottovalutazione del problema? O legami politici con la Cina?
Qualche perplessità sull'Oms si è iniziata a registrare anche nel nostro Paese. Si pensi alle riserve, espresse due giorni fa, dal direttore del dipartimento di Malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità, Gianni Rezza. «Errare è umano», ha dichiarato, «e anche l'Organizzazione mondiale della sanità è fatta da uomini. Non è detto che ci abbia sempre azzeccato, sia in questa circostanza, sia in passato. L'Oms è un'organizzazione molto importante, a volte si può sottovalutare un aspetto o prendere decisioni sbagliate, poi correggerle dopo, soprattutto con virus nuovi come questo e con le conoscenze che si raccolgono passo passo». Venendo all'uso delle mascherine, Rezza lo ha definito un «tema complessissimo», sui cui ancora non si riscontra una «posizione definitiva», sottolineando poi che «anche l'Oms tende a cambiare opinione». Che queste parole vengano dall'Istituto superiore di sanità è significativo, anche perché - in un certo senso - mostrano qualche discrepanza con il governo. Non dimentichiamo infatti che consulente speciale per il nostro ministero della Salute è proprio un membro dell'Oms: Walter Ricciardi.
Sul piano internazionale, non va poi trascurato che l'agenzia si sta sempre più attirando le accuse di non aver vigilato a dovere sullo scoppio dell'epidemia: probabilmente per i suoi stretti legami con Pechino. È questa la posizione del presidente americano, Donald Trump, che ha definito polemicamente l'Oms come «molto incentrata sulla Cina», lasciando pertanto intendere che potrebbe sospenderle i finanziamenti. Secondo l'inquilino della Casa Bianca l'agenzia potrebbe infatti aver intenzionalmente ritardato il riconoscimento dell'epidemia per fare un favore alla Cina. Come sottolinea The Hill, gli Stati Uniti rappresentano il principale contributore dell'Organizzazione. Washington versa circa 116 milioni di dollari all'anno, senza poi considerare i finanziamenti per progetti aggiuntivi (che oscillano tra i 100 e i 400 milioni all'anno).
La Casa Bianca ha comunque già proposto di tagliare - per l'anno fiscale 2021 - le erogazioni dai 122 milioni di dollari dell'anno corrente a 58 milioni: una riduzione drastica che tuttavia difficilmente sarà approvata dal Congresso. Tensioni con l'Oms si erano del resto registrate già a marzo, quando l'agenzia aveva criticato il presidente americano per aver definito il Covid-19 un «virus cinese».
Trump non è comunque solo nella sua battaglia. Il senatore repubblicano, Rick Scott, ha infatti chiesto alla commissione per la Sicurezza nazionale del Senato di attuare un'indagine sulla gestione della pandemia da parte dell'Oms. Tutto questo, mentre martedì oltre 20 deputati repubblicani hanno proposto alla Camera una risoluzione per bloccare i finanziamenti all'agenzia, fin quando non sarà stata effettuate un'inchiesta e il suo direttore generale, l'etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, non avrà rassegnato le proprie dimissioni.
E proprio la figura di Ghebreyesus è stata duramente attaccata domenica scorsa da un editoriale del Wall Street Journal, il quale sosteneva che sia principalmente sua la responsabilità dei ritardi nella gestione dell'epidemia. A questo proposito, vale forse la pena di ricordare che, nel governo etiope, Ghebreyesus è stato ministro della Sanità dal 2005 al 2012 e ministro degli Esteri dal 2012 al 2016: un periodo in cui la Cina ha rafforzato i suoi legami con l'Etiopia, in termini di prestiti e investimenti in vari settori. L'Etiopia costituisce un centro fondamentale per consentire a Pechino di consolidare la propria influenza geopolitica ed economica sull'area africana. Tra l'altro, come ravvisa lo stesso Wall Street Journal, non va trascurato che - contrariamente a Washington - Pechino è riuscita negli anni a svolgere un'efficace attività di lobbying nell'Oms: un elemento che garantisce alla Repubblica popolare un peso decisivo in seno all'Organizzazione. E questo, nonostante la Cina contribuisca economicamente poco più della metà di quanto finora abbia fatto lo Zio Sam. Inoltre, al di là delle dinamiche geopolitiche in senso stretto, non è la prima volta che l'Oms si ritrova invischiata in polemiche, legate a scelte strategiche controverse. Nell'ottobre del 2014, il Guardian riportò che l'agenzia ammise di aver gestito male le fasi iniziali dell'epidemia di ebola in Africa occidentale.
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Partono i test sul medicinale finanziato dal creatore di Microsoft, la cui fondazione, che copre d'oro la lobby farmaceutica, riesce a dettare l'agenda sanitaria globale.Gianni Rezza dell'Iss critica l'ente per le incoerenze sulle mascherine. La Casa Bianca minaccia di togliergli i fondi, accusandolo di favoritismi a Pechino. Con cui il direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus da ministro in Etiopia, fu molto benevolo.Lo speciale contiene due articoliUn vaccino per il coronavirus? Bill Gates si sta portando avanti. L'azienda americana Inovio ha avuto il via libera alla sperimentazione di Ino-4800, un farmaco già somministrato a 40 volontari adulti sani, che tra un mese riceveranno la seconda dose. I test sono in parte finanziati dalla Bill e Melinda Gates foundation e dalla Coalition for epidemic preparedness innovations, pure questa facente parte della galassia filantropica dei Gates. Ma quella del miliardario americano è solo beneficienza disinteressata?Su di lui gira un aneddoto, confermato qualche anno fa dal diretto interessato. Totalmente ossessionato dal lavoro, Gates aveva memorizzato una per una le targhe delle autovetture dei suoi dipendenti in Microsoft. Ciò gli permetteva di controllare chi degli impiegati rimanesse a fare straordinario, e chi no. Ma la vera dote naturale di Gates è sempre stata un'altra: fare soldi. L'anno della svolta fu il 1981, quando Microsoft chiuse un accordo per installare il sistema operativo Ms-Dos sui personal computer Ibm. Come tante altre volte in futuro, Bill ci aveva visto giusto. Nel giro di un solo lustro, dal 1980 al 1985, fatturato e numero di dipendenti di Microsoft aumentarono infatti nell'ordine di venti volte. Man mano che gli affari prosperano, così anche il culto della personalità di Gates. Nel piccante ritratto pubblicato alcuni giorni fa, la rivista Jacobin Magazine racconta come in quegli anni non fosse infrequente assistere a importanti riunioni di lavoro durante le quali i manager di Redmond si dondolavano all'unisono con il loro capo, atteggiamento tipico di Gates per smorzare la tensione. Nonostante i tanti traguardi raggiunti, complice anche la guerra con il browser rivale Netscape, alla fine degli anni Novanta l'immagine di Bill subisce un duro colpo. Cause e contenziosi legali si moltiplicano, e il fondatore di Microsoft rischia di passare alla storia come uno spietato monopolista.C'è bisogno di una bella ripulita all'immagine. Non mancano i particolari da libro cuore: nel 1997 Bill e la moglie Melinda leggono un articolo pubblicato sul New York Times che parla della difficoltà di accesso all'acqua potabile nel terzo mondo e decidono di mettersi all'opera. Lo stesso anno Bill si reca in India dove viene immortalato mentre amministra il vaccino della polio ai bambini più poveri. Nel 2000 nasce ufficialmente la Bill & Melinda Gates foundation, oggi la fondazione più ricca al mondo, potendo amministrare un patrimonio di 51,8 miliardi di dollari. Pressappoco, tanto per capirci, l'equivalente del Prodotto interno lordo della Slovenia. Tecnicamente, la fondazione si regge su un trust che ogni anno versa alla fondazione 5 miliardi di dollari, alimentato dalle donazioni dei coniugi Gates e del multimiliardario Warren Buffett. È ancora una volta l'affare giusto: dal 2010 a oggi Bill vede raddoppiare la propria ricchezza personale. Nella classifica dei paperoni mondiali oggi occupa il secondo posto, dietro il patron di Amazon Jeff Bezos. La rivista Forbes stima il suo patrimonio in tempo reale in circa 102,1 miliardi di dollari (94,1 miliardi di euro). Tanto che, un mese fa, il miliardario ha annunciato l'addio da Microsoft per dedicarsi totalmente alle attività filantropiche.Ma farne solo una questione di soldi sarebbe riduttivo. Oggi il giocattolino della famiglia Gates determina di fatto l'agenda setting in campo sanitario (e non solo) a livello mondiale. Prova ne è il fatto che, intervenendo una settimana fa alla Cbs, il ricco filantropo ha dettato tempi e modi del ritorno alla normalità a seguito della crisi scatenata dal coronavirus, come fosse uno Stato sovrano. «Anche nell'eventualità che i casi dovessero diminuire», ha argomentato Gates, «alcune attività, per esempio quelle che prevedono assembramenti, potrebbero - in un certo senso - essere opzionali e, finché non si è tutti vaccinati, addirittura non tornare per nulla». Scordatevi il ritorno a scuola, le gite nei parchi e al mare, fare sport o assistere a una messa. Nel «Bill pensiero» tutte queste attività sono subordinate alla realizzazione, produzione e distribuzione su larga scala del vaccino. D'altronde lui è uno particolarmente ferrato sul tema. Quasi un terzo dei 54 miliardi di dollari spesi negli ultimi 20 anni è passato attraverso la divisione Salute della fondazione. Nel 1999, i Gates hanno donato 750 milioni di dollari per lanciare il Gavi, l'alleanza mondiale sui vaccini, stanziando a oggi complessivi 4 miliardi. Nel 2018, la fondazione ne è stata il primo finanziatore con 540 milioni, davanti a Regno Unito e Norvegia. Gavi è legato a doppio filo con le case farmaceutiche, non fosse altro perché utilizza i fondi dei donatori per acquistare vaccini da distribuire ai Paesi più poveri. Lo scorso dicembre, Medici senza frontiere ha chiesto di bloccare uno stanziamento di 262 milioni di dollari a Pfizer e Gsk per il vaccino pneumococcico. «È ora che Gavi smetta di finanziare le case farmaceutiche, hanno già raccolto più del dovuto dai fondi dei donatori, oltre ai quasi 50 miliardi di dollari ricavati in dieci anni dalle vendite», si legge nella durissima nota di Msf, «finora Pfizer e Gsk hanno già guadagnato 1,2 miliardi» dal fondo speciale Amc, creato dal Gavi nel 2007 per velocizzare l'implementazione del vaccino pneumococcico.E poi ovviamente c'è l'Organizzazione mondiale della sanità, le cui entrate totali (2,2 miliardi di dollari) si basano per l'80% su contribuzioni volontarie. Solo la metà è versata dagli Stati, tutto il resto sono soldi elargiti dai privati. Manco a dirlo, su tutti spicca la fondazione Gates (229 milioni) e il Gavi (158 milioni). Quasi il 20% dei fondi totali dell'Oms passa di fatto per Bill, più di qualsiasi altro Paese al mondo, cosa che gli permette di poter condizionare le politica sanitaria globale.Non stupisce dunque che la fondazione sia in prima fila fin dalle prime battute dell'epidemia di Covid-19. Già il 5 febbraio l'annuncio relativo a una donazione di 100 milioni di dollari, mentre di recente è stato lo stesso Bill Gates ad annunciare che i suoi laboratori sono al lavoro su 7 diverse linee di vaccino, due delle quali, appunto, sono già state ammesse alla fase 2 della sperimentazione. È notizia di pochi giorni fa che Madonna ha contribuito alla causa donando un milione di euro. Nel filmato pubblicato sui social la popstar indossa una t shirt con un demonio appeso a una croce. Provocazione blasfema a pochi giorni dalla Pasqua, che ha contribuito a rendere ancora più oscura l'immagine della potente fondazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gates-re-mida-dei-filantropi-gia-si-prepara-a-venderci-il-vaccino-e-vuole-decidere-anche-la-fine-del-lockdown-2645671064.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="contraddittoria-e-troppo-filocinese-il-morbo-rivela-le-magagne-delloms" data-post-id="2645671064" data-published-at="1586369209" data-use-pagination="False"> Contraddittoria e troppo filocinese Il morbo rivela le magagne dell’Oms Crescono le polemiche intorno all'Oms. Al di là della confusione che ormai da giorni sta regnando sulle linee guida per un corretto utilizzo delle mascherine, il bersaglio principale è la lentezza con cui l'agenzia delle Nazioni Unite ha risposto alla crisi del coronavirus: l'emergenza sanitaria mondiale è stata proclamata soltanto il 30 gennaio, quando i primi casi di polmonite sospetta a Wuhan erano già noti a dicembre - secondo alcuni, addirittura a novembre. Ricordiamo, tra l'altro, che il 24 gennaio si erano registrati ufficialmente in Cina 41 decessi e oltre 1.000 contagi. E che il morbo aveva raggiunto altre parti del mondo. Sottovalutazione del problema? O legami politici con la Cina? Qualche perplessità sull'Oms si è iniziata a registrare anche nel nostro Paese. Si pensi alle riserve, espresse due giorni fa, dal direttore del dipartimento di Malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità, Gianni Rezza. «Errare è umano», ha dichiarato, «e anche l'Organizzazione mondiale della sanità è fatta da uomini. Non è detto che ci abbia sempre azzeccato, sia in questa circostanza, sia in passato. L'Oms è un'organizzazione molto importante, a volte si può sottovalutare un aspetto o prendere decisioni sbagliate, poi correggerle dopo, soprattutto con virus nuovi come questo e con le conoscenze che si raccolgono passo passo». Venendo all'uso delle mascherine, Rezza lo ha definito un «tema complessissimo», sui cui ancora non si riscontra una «posizione definitiva», sottolineando poi che «anche l'Oms tende a cambiare opinione». Che queste parole vengano dall'Istituto superiore di sanità è significativo, anche perché - in un certo senso - mostrano qualche discrepanza con il governo. Non dimentichiamo infatti che consulente speciale per il nostro ministero della Salute è proprio un membro dell'Oms: Walter Ricciardi. Sul piano internazionale, non va poi trascurato che l'agenzia si sta sempre più attirando le accuse di non aver vigilato a dovere sullo scoppio dell'epidemia: probabilmente per i suoi stretti legami con Pechino. È questa la posizione del presidente americano, Donald Trump, che ha definito polemicamente l'Oms come «molto incentrata sulla Cina», lasciando pertanto intendere che potrebbe sospenderle i finanziamenti. Secondo l'inquilino della Casa Bianca l'agenzia potrebbe infatti aver intenzionalmente ritardato il riconoscimento dell'epidemia per fare un favore alla Cina. Come sottolinea The Hill, gli Stati Uniti rappresentano il principale contributore dell'Organizzazione. Washington versa circa 116 milioni di dollari all'anno, senza poi considerare i finanziamenti per progetti aggiuntivi (che oscillano tra i 100 e i 400 milioni all'anno). La Casa Bianca ha comunque già proposto di tagliare - per l'anno fiscale 2021 - le erogazioni dai 122 milioni di dollari dell'anno corrente a 58 milioni: una riduzione drastica che tuttavia difficilmente sarà approvata dal Congresso. Tensioni con l'Oms si erano del resto registrate già a marzo, quando l'agenzia aveva criticato il presidente americano per aver definito il Covid-19 un «virus cinese». Trump non è comunque solo nella sua battaglia. Il senatore repubblicano, Rick Scott, ha infatti chiesto alla commissione per la Sicurezza nazionale del Senato di attuare un'indagine sulla gestione della pandemia da parte dell'Oms. Tutto questo, mentre martedì oltre 20 deputati repubblicani hanno proposto alla Camera una risoluzione per bloccare i finanziamenti all'agenzia, fin quando non sarà stata effettuate un'inchiesta e il suo direttore generale, l'etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, non avrà rassegnato le proprie dimissioni. E proprio la figura di Ghebreyesus è stata duramente attaccata domenica scorsa da un editoriale del Wall Street Journal, il quale sosteneva che sia principalmente sua la responsabilità dei ritardi nella gestione dell'epidemia. A questo proposito, vale forse la pena di ricordare che, nel governo etiope, Ghebreyesus è stato ministro della Sanità dal 2005 al 2012 e ministro degli Esteri dal 2012 al 2016: un periodo in cui la Cina ha rafforzato i suoi legami con l'Etiopia, in termini di prestiti e investimenti in vari settori. L'Etiopia costituisce un centro fondamentale per consentire a Pechino di consolidare la propria influenza geopolitica ed economica sull'area africana. Tra l'altro, come ravvisa lo stesso Wall Street Journal, non va trascurato che - contrariamente a Washington - Pechino è riuscita negli anni a svolgere un'efficace attività di lobbying nell'Oms: un elemento che garantisce alla Repubblica popolare un peso decisivo in seno all'Organizzazione. E questo, nonostante la Cina contribuisca economicamente poco più della metà di quanto finora abbia fatto lo Zio Sam. Inoltre, al di là delle dinamiche geopolitiche in senso stretto, non è la prima volta che l'Oms si ritrova invischiata in polemiche, legate a scelte strategiche controverse. Nell'ottobre del 2014, il Guardian riportò che l'agenzia ammise di aver gestito male le fasi iniziali dell'epidemia di ebola in Africa occidentale.
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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