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2020-04-09
Gates, re Mida dei filantropi già si prepara a venderci il vaccino (e vuole decidere anche la fine del lockdown)
Bill Gates (Jack Taylor/Getty Images)
Un vaccino per il coronavirus? Bill Gates si sta portando avanti. L'azienda americana Inovio ha avuto il via libera alla sperimentazione di Ino-4800, un farmaco già somministrato a 40 volontari adulti sani, che tra un mese riceveranno la seconda dose. I test sono in parte finanziati dalla Bill e Melinda Gates foundation e dalla Coalition for epidemic preparedness innovations, pure questa facente parte della galassia filantropica dei Gates. Ma quella del miliardario americano è solo beneficienza disinteressata?
Su di lui gira un aneddoto, confermato qualche anno fa dal diretto interessato. Totalmente ossessionato dal lavoro, Gates aveva memorizzato una per una le targhe delle autovetture dei suoi dipendenti in Microsoft. Ciò gli permetteva di controllare chi degli impiegati rimanesse a fare straordinario, e chi no.
Ma la vera dote naturale di Gates è sempre stata un'altra: fare soldi. L'anno della svolta fu il 1981, quando Microsoft chiuse un accordo per installare il sistema operativo Ms-Dos sui personal computer Ibm. Come tante altre volte in futuro, Bill ci aveva visto giusto. Nel giro di un solo lustro, dal 1980 al 1985, fatturato e numero di dipendenti di Microsoft aumentarono infatti nell'ordine di venti volte. Man mano che gli affari prosperano, così anche il culto della personalità di Gates. Nel piccante ritratto pubblicato alcuni giorni fa, la rivista Jacobin Magazine racconta come in quegli anni non fosse infrequente assistere a importanti riunioni di lavoro durante le quali i manager di Redmond si dondolavano all'unisono con il loro capo, atteggiamento tipico di Gates per smorzare la tensione. Nonostante i tanti traguardi raggiunti, complice anche la guerra con il browser rivale Netscape, alla fine degli anni Novanta l'immagine di Bill subisce un duro colpo. Cause e contenziosi legali si moltiplicano, e il fondatore di Microsoft rischia di passare alla storia come uno spietato monopolista.
C'è bisogno di una bella ripulita all'immagine. Non mancano i particolari da libro cuore: nel 1997 Bill e la moglie Melinda leggono un articolo pubblicato sul New York Times che parla della difficoltà di accesso all'acqua potabile nel terzo mondo e decidono di mettersi all'opera. Lo stesso anno Bill si reca in India dove viene immortalato mentre amministra il vaccino della polio ai bambini più poveri. Nel 2000 nasce ufficialmente la Bill & Melinda Gates foundation, oggi la fondazione più ricca al mondo, potendo amministrare un patrimonio di 51,8 miliardi di dollari. Pressappoco, tanto per capirci, l'equivalente del Prodotto interno lordo della Slovenia. Tecnicamente, la fondazione si regge su un trust che ogni anno versa alla fondazione 5 miliardi di dollari, alimentato dalle donazioni dei coniugi Gates e del multimiliardario Warren Buffett. È ancora una volta l'affare giusto: dal 2010 a oggi Bill vede raddoppiare la propria ricchezza personale. Nella classifica dei paperoni mondiali oggi occupa il secondo posto, dietro il patron di Amazon Jeff Bezos. La rivista Forbes stima il suo patrimonio in tempo reale in circa 102,1 miliardi di dollari (94,1 miliardi di euro). Tanto che, un mese fa, il miliardario ha annunciato l'addio da Microsoft per dedicarsi totalmente alle attività filantropiche.
Ma farne solo una questione di soldi sarebbe riduttivo. Oggi il giocattolino della famiglia Gates determina di fatto l'agenda setting in campo sanitario (e non solo) a livello mondiale. Prova ne è il fatto che, intervenendo una settimana fa alla Cbs, il ricco filantropo ha dettato tempi e modi del ritorno alla normalità a seguito della crisi scatenata dal coronavirus, come fosse uno Stato sovrano. «Anche nell'eventualità che i casi dovessero diminuire», ha argomentato Gates, «alcune attività, per esempio quelle che prevedono assembramenti, potrebbero - in un certo senso - essere opzionali e, finché non si è tutti vaccinati, addirittura non tornare per nulla». Scordatevi il ritorno a scuola, le gite nei parchi e al mare, fare sport o assistere a una messa. Nel «Bill pensiero» tutte queste attività sono subordinate alla realizzazione, produzione e distribuzione su larga scala del vaccino.
D'altronde lui è uno particolarmente ferrato sul tema. Quasi un terzo dei 54 miliardi di dollari spesi negli ultimi 20 anni è passato attraverso la divisione Salute della fondazione. Nel 1999, i Gates hanno donato 750 milioni di dollari per lanciare il Gavi, l'alleanza mondiale sui vaccini, stanziando a oggi complessivi 4 miliardi. Nel 2018, la fondazione ne è stata il primo finanziatore con 540 milioni, davanti a Regno Unito e Norvegia. Gavi è legato a doppio filo con le case farmaceutiche, non fosse altro perché utilizza i fondi dei donatori per acquistare vaccini da distribuire ai Paesi più poveri. Lo scorso dicembre, Medici senza frontiere ha chiesto di bloccare uno stanziamento di 262 milioni di dollari a Pfizer e Gsk per il vaccino pneumococcico. «È ora che Gavi smetta di finanziare le case farmaceutiche, hanno già raccolto più del dovuto dai fondi dei donatori, oltre ai quasi 50 miliardi di dollari ricavati in dieci anni dalle vendite», si legge nella durissima nota di Msf, «finora Pfizer e Gsk hanno già guadagnato 1,2 miliardi» dal fondo speciale Amc, creato dal Gavi nel 2007 per velocizzare l'implementazione del vaccino pneumococcico.
E poi ovviamente c'è l'Organizzazione mondiale della sanità, le cui entrate totali (2,2 miliardi di dollari) si basano per l'80% su contribuzioni volontarie. Solo la metà è versata dagli Stati, tutto il resto sono soldi elargiti dai privati. Manco a dirlo, su tutti spicca la fondazione Gates (229 milioni) e il Gavi (158 milioni). Quasi il 20% dei fondi totali dell'Oms passa di fatto per Bill, più di qualsiasi altro Paese al mondo, cosa che gli permette di poter condizionare le politica sanitaria globale.
Non stupisce dunque che la fondazione sia in prima fila fin dalle prime battute dell'epidemia di Covid-19. Già il 5 febbraio l'annuncio relativo a una donazione di 100 milioni di dollari, mentre di recente è stato lo stesso Bill Gates ad annunciare che i suoi laboratori sono al lavoro su 7 diverse linee di vaccino, due delle quali, appunto, sono già state ammesse alla fase 2 della sperimentazione. È notizia di pochi giorni fa che Madonna ha contribuito alla causa donando un milione di euro. Nel filmato pubblicato sui social la popstar indossa una t shirt con un demonio appeso a una croce. Provocazione blasfema a pochi giorni dalla Pasqua, che ha contribuito a rendere ancora più oscura l'immagine della potente fondazione.
Contraddittoria e troppo filocinese Il morbo rivela le magagne dell’Oms
Crescono le polemiche intorno all'Oms. Al di là della confusione che ormai da giorni sta regnando sulle linee guida per un corretto utilizzo delle mascherine, il bersaglio principale è la lentezza con cui l'agenzia delle Nazioni Unite ha risposto alla crisi del coronavirus: l'emergenza sanitaria mondiale è stata proclamata soltanto il 30 gennaio, quando i primi casi di polmonite sospetta a Wuhan erano già noti a dicembre - secondo alcuni, addirittura a novembre. Ricordiamo, tra l'altro, che il 24 gennaio si erano registrati ufficialmente in Cina 41 decessi e oltre 1.000 contagi. E che il morbo aveva raggiunto altre parti del mondo. Sottovalutazione del problema? O legami politici con la Cina?
Qualche perplessità sull'Oms si è iniziata a registrare anche nel nostro Paese. Si pensi alle riserve, espresse due giorni fa, dal direttore del dipartimento di Malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità, Gianni Rezza. «Errare è umano», ha dichiarato, «e anche l'Organizzazione mondiale della sanità è fatta da uomini. Non è detto che ci abbia sempre azzeccato, sia in questa circostanza, sia in passato. L'Oms è un'organizzazione molto importante, a volte si può sottovalutare un aspetto o prendere decisioni sbagliate, poi correggerle dopo, soprattutto con virus nuovi come questo e con le conoscenze che si raccolgono passo passo». Venendo all'uso delle mascherine, Rezza lo ha definito un «tema complessissimo», sui cui ancora non si riscontra una «posizione definitiva», sottolineando poi che «anche l'Oms tende a cambiare opinione». Che queste parole vengano dall'Istituto superiore di sanità è significativo, anche perché - in un certo senso - mostrano qualche discrepanza con il governo. Non dimentichiamo infatti che consulente speciale per il nostro ministero della Salute è proprio un membro dell'Oms: Walter Ricciardi.
Sul piano internazionale, non va poi trascurato che l'agenzia si sta sempre più attirando le accuse di non aver vigilato a dovere sullo scoppio dell'epidemia: probabilmente per i suoi stretti legami con Pechino. È questa la posizione del presidente americano, Donald Trump, che ha definito polemicamente l'Oms come «molto incentrata sulla Cina», lasciando pertanto intendere che potrebbe sospenderle i finanziamenti. Secondo l'inquilino della Casa Bianca l'agenzia potrebbe infatti aver intenzionalmente ritardato il riconoscimento dell'epidemia per fare un favore alla Cina. Come sottolinea The Hill, gli Stati Uniti rappresentano il principale contributore dell'Organizzazione. Washington versa circa 116 milioni di dollari all'anno, senza poi considerare i finanziamenti per progetti aggiuntivi (che oscillano tra i 100 e i 400 milioni all'anno).
La Casa Bianca ha comunque già proposto di tagliare - per l'anno fiscale 2021 - le erogazioni dai 122 milioni di dollari dell'anno corrente a 58 milioni: una riduzione drastica che tuttavia difficilmente sarà approvata dal Congresso. Tensioni con l'Oms si erano del resto registrate già a marzo, quando l'agenzia aveva criticato il presidente americano per aver definito il Covid-19 un «virus cinese».
Trump non è comunque solo nella sua battaglia. Il senatore repubblicano, Rick Scott, ha infatti chiesto alla commissione per la Sicurezza nazionale del Senato di attuare un'indagine sulla gestione della pandemia da parte dell'Oms. Tutto questo, mentre martedì oltre 20 deputati repubblicani hanno proposto alla Camera una risoluzione per bloccare i finanziamenti all'agenzia, fin quando non sarà stata effettuate un'inchiesta e il suo direttore generale, l'etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, non avrà rassegnato le proprie dimissioni.
E proprio la figura di Ghebreyesus è stata duramente attaccata domenica scorsa da un editoriale del Wall Street Journal, il quale sosteneva che sia principalmente sua la responsabilità dei ritardi nella gestione dell'epidemia. A questo proposito, vale forse la pena di ricordare che, nel governo etiope, Ghebreyesus è stato ministro della Sanità dal 2005 al 2012 e ministro degli Esteri dal 2012 al 2016: un periodo in cui la Cina ha rafforzato i suoi legami con l'Etiopia, in termini di prestiti e investimenti in vari settori. L'Etiopia costituisce un centro fondamentale per consentire a Pechino di consolidare la propria influenza geopolitica ed economica sull'area africana. Tra l'altro, come ravvisa lo stesso Wall Street Journal, non va trascurato che - contrariamente a Washington - Pechino è riuscita negli anni a svolgere un'efficace attività di lobbying nell'Oms: un elemento che garantisce alla Repubblica popolare un peso decisivo in seno all'Organizzazione. E questo, nonostante la Cina contribuisca economicamente poco più della metà di quanto finora abbia fatto lo Zio Sam. Inoltre, al di là delle dinamiche geopolitiche in senso stretto, non è la prima volta che l'Oms si ritrova invischiata in polemiche, legate a scelte strategiche controverse. Nell'ottobre del 2014, il Guardian riportò che l'agenzia ammise di aver gestito male le fasi iniziali dell'epidemia di ebola in Africa occidentale.
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Partono i test sul medicinale finanziato dal creatore di Microsoft, la cui fondazione, che copre d'oro la lobby farmaceutica, riesce a dettare l'agenda sanitaria globale.Gianni Rezza dell'Iss critica l'ente per le incoerenze sulle mascherine. La Casa Bianca minaccia di togliergli i fondi, accusandolo di favoritismi a Pechino. Con cui il direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus da ministro in Etiopia, fu molto benevolo.Lo speciale contiene due articoliUn vaccino per il coronavirus? Bill Gates si sta portando avanti. L'azienda americana Inovio ha avuto il via libera alla sperimentazione di Ino-4800, un farmaco già somministrato a 40 volontari adulti sani, che tra un mese riceveranno la seconda dose. I test sono in parte finanziati dalla Bill e Melinda Gates foundation e dalla Coalition for epidemic preparedness innovations, pure questa facente parte della galassia filantropica dei Gates. Ma quella del miliardario americano è solo beneficienza disinteressata?Su di lui gira un aneddoto, confermato qualche anno fa dal diretto interessato. Totalmente ossessionato dal lavoro, Gates aveva memorizzato una per una le targhe delle autovetture dei suoi dipendenti in Microsoft. Ciò gli permetteva di controllare chi degli impiegati rimanesse a fare straordinario, e chi no. Ma la vera dote naturale di Gates è sempre stata un'altra: fare soldi. L'anno della svolta fu il 1981, quando Microsoft chiuse un accordo per installare il sistema operativo Ms-Dos sui personal computer Ibm. Come tante altre volte in futuro, Bill ci aveva visto giusto. Nel giro di un solo lustro, dal 1980 al 1985, fatturato e numero di dipendenti di Microsoft aumentarono infatti nell'ordine di venti volte. Man mano che gli affari prosperano, così anche il culto della personalità di Gates. Nel piccante ritratto pubblicato alcuni giorni fa, la rivista Jacobin Magazine racconta come in quegli anni non fosse infrequente assistere a importanti riunioni di lavoro durante le quali i manager di Redmond si dondolavano all'unisono con il loro capo, atteggiamento tipico di Gates per smorzare la tensione. Nonostante i tanti traguardi raggiunti, complice anche la guerra con il browser rivale Netscape, alla fine degli anni Novanta l'immagine di Bill subisce un duro colpo. Cause e contenziosi legali si moltiplicano, e il fondatore di Microsoft rischia di passare alla storia come uno spietato monopolista.C'è bisogno di una bella ripulita all'immagine. Non mancano i particolari da libro cuore: nel 1997 Bill e la moglie Melinda leggono un articolo pubblicato sul New York Times che parla della difficoltà di accesso all'acqua potabile nel terzo mondo e decidono di mettersi all'opera. Lo stesso anno Bill si reca in India dove viene immortalato mentre amministra il vaccino della polio ai bambini più poveri. Nel 2000 nasce ufficialmente la Bill & Melinda Gates foundation, oggi la fondazione più ricca al mondo, potendo amministrare un patrimonio di 51,8 miliardi di dollari. Pressappoco, tanto per capirci, l'equivalente del Prodotto interno lordo della Slovenia. Tecnicamente, la fondazione si regge su un trust che ogni anno versa alla fondazione 5 miliardi di dollari, alimentato dalle donazioni dei coniugi Gates e del multimiliardario Warren Buffett. È ancora una volta l'affare giusto: dal 2010 a oggi Bill vede raddoppiare la propria ricchezza personale. Nella classifica dei paperoni mondiali oggi occupa il secondo posto, dietro il patron di Amazon Jeff Bezos. La rivista Forbes stima il suo patrimonio in tempo reale in circa 102,1 miliardi di dollari (94,1 miliardi di euro). Tanto che, un mese fa, il miliardario ha annunciato l'addio da Microsoft per dedicarsi totalmente alle attività filantropiche.Ma farne solo una questione di soldi sarebbe riduttivo. Oggi il giocattolino della famiglia Gates determina di fatto l'agenda setting in campo sanitario (e non solo) a livello mondiale. Prova ne è il fatto che, intervenendo una settimana fa alla Cbs, il ricco filantropo ha dettato tempi e modi del ritorno alla normalità a seguito della crisi scatenata dal coronavirus, come fosse uno Stato sovrano. «Anche nell'eventualità che i casi dovessero diminuire», ha argomentato Gates, «alcune attività, per esempio quelle che prevedono assembramenti, potrebbero - in un certo senso - essere opzionali e, finché non si è tutti vaccinati, addirittura non tornare per nulla». Scordatevi il ritorno a scuola, le gite nei parchi e al mare, fare sport o assistere a una messa. Nel «Bill pensiero» tutte queste attività sono subordinate alla realizzazione, produzione e distribuzione su larga scala del vaccino. D'altronde lui è uno particolarmente ferrato sul tema. Quasi un terzo dei 54 miliardi di dollari spesi negli ultimi 20 anni è passato attraverso la divisione Salute della fondazione. Nel 1999, i Gates hanno donato 750 milioni di dollari per lanciare il Gavi, l'alleanza mondiale sui vaccini, stanziando a oggi complessivi 4 miliardi. Nel 2018, la fondazione ne è stata il primo finanziatore con 540 milioni, davanti a Regno Unito e Norvegia. Gavi è legato a doppio filo con le case farmaceutiche, non fosse altro perché utilizza i fondi dei donatori per acquistare vaccini da distribuire ai Paesi più poveri. Lo scorso dicembre, Medici senza frontiere ha chiesto di bloccare uno stanziamento di 262 milioni di dollari a Pfizer e Gsk per il vaccino pneumococcico. «È ora che Gavi smetta di finanziare le case farmaceutiche, hanno già raccolto più del dovuto dai fondi dei donatori, oltre ai quasi 50 miliardi di dollari ricavati in dieci anni dalle vendite», si legge nella durissima nota di Msf, «finora Pfizer e Gsk hanno già guadagnato 1,2 miliardi» dal fondo speciale Amc, creato dal Gavi nel 2007 per velocizzare l'implementazione del vaccino pneumococcico.E poi ovviamente c'è l'Organizzazione mondiale della sanità, le cui entrate totali (2,2 miliardi di dollari) si basano per l'80% su contribuzioni volontarie. Solo la metà è versata dagli Stati, tutto il resto sono soldi elargiti dai privati. Manco a dirlo, su tutti spicca la fondazione Gates (229 milioni) e il Gavi (158 milioni). Quasi il 20% dei fondi totali dell'Oms passa di fatto per Bill, più di qualsiasi altro Paese al mondo, cosa che gli permette di poter condizionare le politica sanitaria globale.Non stupisce dunque che la fondazione sia in prima fila fin dalle prime battute dell'epidemia di Covid-19. Già il 5 febbraio l'annuncio relativo a una donazione di 100 milioni di dollari, mentre di recente è stato lo stesso Bill Gates ad annunciare che i suoi laboratori sono al lavoro su 7 diverse linee di vaccino, due delle quali, appunto, sono già state ammesse alla fase 2 della sperimentazione. È notizia di pochi giorni fa che Madonna ha contribuito alla causa donando un milione di euro. Nel filmato pubblicato sui social la popstar indossa una t shirt con un demonio appeso a una croce. Provocazione blasfema a pochi giorni dalla Pasqua, che ha contribuito a rendere ancora più oscura l'immagine della potente fondazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gates-re-mida-dei-filantropi-gia-si-prepara-a-venderci-il-vaccino-e-vuole-decidere-anche-la-fine-del-lockdown-2645671064.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="contraddittoria-e-troppo-filocinese-il-morbo-rivela-le-magagne-delloms" data-post-id="2645671064" data-published-at="1586369209" data-use-pagination="False"> Contraddittoria e troppo filocinese Il morbo rivela le magagne dell’Oms Crescono le polemiche intorno all'Oms. Al di là della confusione che ormai da giorni sta regnando sulle linee guida per un corretto utilizzo delle mascherine, il bersaglio principale è la lentezza con cui l'agenzia delle Nazioni Unite ha risposto alla crisi del coronavirus: l'emergenza sanitaria mondiale è stata proclamata soltanto il 30 gennaio, quando i primi casi di polmonite sospetta a Wuhan erano già noti a dicembre - secondo alcuni, addirittura a novembre. Ricordiamo, tra l'altro, che il 24 gennaio si erano registrati ufficialmente in Cina 41 decessi e oltre 1.000 contagi. E che il morbo aveva raggiunto altre parti del mondo. Sottovalutazione del problema? O legami politici con la Cina? Qualche perplessità sull'Oms si è iniziata a registrare anche nel nostro Paese. Si pensi alle riserve, espresse due giorni fa, dal direttore del dipartimento di Malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità, Gianni Rezza. «Errare è umano», ha dichiarato, «e anche l'Organizzazione mondiale della sanità è fatta da uomini. Non è detto che ci abbia sempre azzeccato, sia in questa circostanza, sia in passato. L'Oms è un'organizzazione molto importante, a volte si può sottovalutare un aspetto o prendere decisioni sbagliate, poi correggerle dopo, soprattutto con virus nuovi come questo e con le conoscenze che si raccolgono passo passo». Venendo all'uso delle mascherine, Rezza lo ha definito un «tema complessissimo», sui cui ancora non si riscontra una «posizione definitiva», sottolineando poi che «anche l'Oms tende a cambiare opinione». Che queste parole vengano dall'Istituto superiore di sanità è significativo, anche perché - in un certo senso - mostrano qualche discrepanza con il governo. Non dimentichiamo infatti che consulente speciale per il nostro ministero della Salute è proprio un membro dell'Oms: Walter Ricciardi. Sul piano internazionale, non va poi trascurato che l'agenzia si sta sempre più attirando le accuse di non aver vigilato a dovere sullo scoppio dell'epidemia: probabilmente per i suoi stretti legami con Pechino. È questa la posizione del presidente americano, Donald Trump, che ha definito polemicamente l'Oms come «molto incentrata sulla Cina», lasciando pertanto intendere che potrebbe sospenderle i finanziamenti. Secondo l'inquilino della Casa Bianca l'agenzia potrebbe infatti aver intenzionalmente ritardato il riconoscimento dell'epidemia per fare un favore alla Cina. Come sottolinea The Hill, gli Stati Uniti rappresentano il principale contributore dell'Organizzazione. Washington versa circa 116 milioni di dollari all'anno, senza poi considerare i finanziamenti per progetti aggiuntivi (che oscillano tra i 100 e i 400 milioni all'anno). La Casa Bianca ha comunque già proposto di tagliare - per l'anno fiscale 2021 - le erogazioni dai 122 milioni di dollari dell'anno corrente a 58 milioni: una riduzione drastica che tuttavia difficilmente sarà approvata dal Congresso. Tensioni con l'Oms si erano del resto registrate già a marzo, quando l'agenzia aveva criticato il presidente americano per aver definito il Covid-19 un «virus cinese». Trump non è comunque solo nella sua battaglia. Il senatore repubblicano, Rick Scott, ha infatti chiesto alla commissione per la Sicurezza nazionale del Senato di attuare un'indagine sulla gestione della pandemia da parte dell'Oms. Tutto questo, mentre martedì oltre 20 deputati repubblicani hanno proposto alla Camera una risoluzione per bloccare i finanziamenti all'agenzia, fin quando non sarà stata effettuate un'inchiesta e il suo direttore generale, l'etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, non avrà rassegnato le proprie dimissioni. E proprio la figura di Ghebreyesus è stata duramente attaccata domenica scorsa da un editoriale del Wall Street Journal, il quale sosteneva che sia principalmente sua la responsabilità dei ritardi nella gestione dell'epidemia. A questo proposito, vale forse la pena di ricordare che, nel governo etiope, Ghebreyesus è stato ministro della Sanità dal 2005 al 2012 e ministro degli Esteri dal 2012 al 2016: un periodo in cui la Cina ha rafforzato i suoi legami con l'Etiopia, in termini di prestiti e investimenti in vari settori. L'Etiopia costituisce un centro fondamentale per consentire a Pechino di consolidare la propria influenza geopolitica ed economica sull'area africana. Tra l'altro, come ravvisa lo stesso Wall Street Journal, non va trascurato che - contrariamente a Washington - Pechino è riuscita negli anni a svolgere un'efficace attività di lobbying nell'Oms: un elemento che garantisce alla Repubblica popolare un peso decisivo in seno all'Organizzazione. E questo, nonostante la Cina contribuisca economicamente poco più della metà di quanto finora abbia fatto lo Zio Sam. Inoltre, al di là delle dinamiche geopolitiche in senso stretto, non è la prima volta che l'Oms si ritrova invischiata in polemiche, legate a scelte strategiche controverse. Nell'ottobre del 2014, il Guardian riportò che l'agenzia ammise di aver gestito male le fasi iniziali dell'epidemia di ebola in Africa occidentale.
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.