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2026-05-12
Garlasco, «Corriere» e «Rep» ora insultano i lettori
Andrea Sempio (Ansa)
- Con due articoli speculari, Polito e la De Gregorio puntano il dito contro gli appassionati di cronaca nera: «Sono populisti». Peccato che i due quotidiani siano pieni di aggiornamenti sul caso Poggi. E che i primi a ridurre l’informazione a tifo siano loro.
- I verbali del 5 maggio 2026 restituiscono ricordi diversi sulla vittima e sul suo rapporto con Alberto Stasi. Per la cugina Paola, il legame non era così forte e Alberto trovò subito un’altra ragazza, Stefania nega.
Lo speciale contiene due articoli.
Basta uno starnuto e il popolo diventa popolino. Basta che il Giornalista Collettivo lo decida e quell’armata «saggia e consapevole» che bocciò la riforma della magistratura al referendum in nome della Costituzione, si trasforma in un’accozzaglia di minus habens divanati e affamati di colpi di scena sul delitto di Garlasco. È la teoria stereo del Corriere della Sera e di Repubblica, che ieri hanno dedicato alla curiosa mutazione antropologica (criticandola aspramente) riflessioni da saggio breve, affidate a grossi calibri come Antonio Polito e Concita De Gregorio. E annegate - da settimane, con granitica coerenza - dentro l’oceano di indiscrezioni, retroscena, supposizioni, gossip, interviste, grafici, presunti appunti, fotomontaggi, big data, da pagina due a pagina sei dei loro autorevoli quotidiani.
Le due testate leader nel pretendere di plasmare la coscienza critica del cittadino italiano sono fortemente preoccupate. «L’ossessione per il true crime è il male oscuro del populismo. Ma c’è forse qualcosa di nuovo nella straordinaria partecipazione di massa ai processi mediatici cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, che somiglia sempre più a un’ossessione nazionale in grado perfino di oscurare l’interesse popolare per ben più gravi vicende (le guerre per esempio)», scrive il Corriere, incline all’analisi sociologica. Per Repubblica il problema è perfino più grave: «Da sempre spostare il conflitto sul piano individuale è funzionale a distogliere dal malessere collettivo». E quale sarebbe? «L’allontanamento dalla realtà, dalla passione civile; la distrazione dai danni e dalle omissioni di chi governa le cose, dai problemi reali». Come se Andrea Sempio avesse affondato la Flotilla. Come se a nascondere le prove nei 19 anni di scempio giudiziario fosse stata Giorgia Meloni. Ecco l’assassina, fatele la prova del Dna.
Noi del ceto medio poco riflessivo (che ai doppi falli di Garlasco preferiamo gli aces di Yannik Sinner) avremmo una domanda preliminare: ma invece di sdottoreggiare con punte di lirismo che neanche Eugenio Montale, non era più semplice entrare in riunione e far valere l’understatement con la direzione e l’ufficio centrale? Se nelle vostre homepage campeggiano almeno sei titoli al giorno su Garlasco; se il vostro core business quotidiano è «il video della ricostruzione in 3D del delitto con l’avatar di Andrea Sempio», che volete dal popolino? Lasciatelo in pace e parlatevi. Corriere e Repubblica sono due network di riferimento nello stilare il menù informativo, nel decidere la scaletta, nell’influenzare il dibattito. Sia chiaro, tutto questo è un valore. Ma il corto circuito ha qualcosa di grottesco: da una parte si spinge all’inverosimile la merce, dall’altra si alza il ditino dell’elitaria insofferenza contro la merce sorseggiando Sassicaia. Snobismo in purezza mentre riecheggia la metafora di Stefano Ricucci al tempo dei furbetti del quartierino: fare i froci con il c… degli altri.
Oltre a evidenziare la contraddizione, gli editoriali paralleli suscitano un paio di pensieri sparsi. Da sempre il trittico «soldi, sangue, sesso» ha innervato le pagine dei giornali, non solo italiani. Dalla strage di Erba al delitto Yara, da Cogne ad Avetrana passando per Novi Ligure, il mistero ha sempre avuto un posto in prima fila. Indro Montanelli ripeteva spesso una frase di Ugo Ojetti: «Per fare un buon giornale servono un editoriale contro il governo, un po’ di sangue sparso e i risultati delle partite di calcio». E il moltiplicatore social, quell’enorme bar di Guerre Stellari che tutto appiattisce, è una conseguenza non certo una causa.
Sottolinea Polito: «Ci troviamo davanti a un populismo digitale senza precedenti. Tutto molto divertente per chi guarda, ma sicuramente devastante per chi ne è vittima e deve aggiungere, alla paura, la gogna». Ha ragione. Con un dettaglio: la responsabilità del processo mediatico permanente non è di chi lo guarda girando il ragù e buttando lì un like per noia. Ma di chi ne ha fatto un totem nella stagione di Tangentopoli e in 30 anni non ha mai cambiato spartito. Garlasco non è che la nemesi. E ci ricorda ogni giorno, ogni ora, lo sfacelo di un sistema giudiziario tenuto in piedi dalla santa alleanza fra procure e redazioni, dove le prime dettano gli spartiti e le seconde suonano il trombone.
Seconda riflessione. Troppo comodo applaudire il popolo quando va in piazza o si fa turlupinare dai luoghi comuni («Pace o condizionatori», «Chi non si vaccina si ammala e muore» «Arriva l’helicopter money») per poi derubricarlo a feccia populista quando si appassiona ad altro. Privato della sovranità costituzionale sui grandi temi (sui soldi decide la Bce, sulle riforme l’Europa e i giudici, sulla salute Big Pharma) l’uomo della strada si sente più vicino a un caso di cronaca andato a male (diceva Lev Tolstoj: «Parla del tuo villaggio e parlerai del mondo») piuttosto che al patto di stabilità o al patriarcato tossico. Sicuri che abbia torto? E comunque versatevi un altro calice di Brunello. Dopo Garlasco è in arrivo un nuovo psicodramma collettivo: l’hantavirus. Lo gridano con la sirena i vostri giornali.
Le contraddizioni delle due Cappa: «Chiara era innamorata. Anzi no»
Tra soliloqui di Andrea Sempio, ricostruzioni 3D, impronta 33 e possibile revisione per Alberto Stasi, nel nuovo fascicolo su Garlasco colpisce anche il contrasto tra Paola e Stefania Cappa, cugine di Chiara Poggi. I verbali del 5 maggio 2026 restituiscono due immagini diverse della vittima e dell’andamento del rapporto con Stasi.
Paola racconta che Chiara le avrebbe confidato di non aver avuto intimità con Stasi a Londra: «Questa cosa a mio modo di vedere mi era suonata un po’ strana». Ridimensiona però le vecchie ipotesi sulle «avance respinte»: erano una congettura «molto casuale». E introduce la presunta nuova fidanzata di Stasi: dice di ricordarlo al funerale con Serena S., avendo la sensazione che dal giorno dopo fosse già legato a lei.
Poi sostiene: «Non glielo ho mai sentito dire che fosse innamorata. Diceva che erano fidanzati e stavano bene». Stefania, invece, è netta: «Chiara era innamorata di Alberto». Racconta che la cugina le parlò dei video intimi con Stasi «in maniera molto serena e semplice», senza farle capire di averli fatti controvoglia.
Il nodo diventa la stanza di Chiara. Marco Poggi, sentito nel 2026, spiega che il computer di famiglia era lì e che lui lo usava. Davanti al video di Sempio a scuola trovato sul desktop, dice di essere «caduto dalle nuvole» e ipotizza che Andrea avesse portato un cd per mostrargli «le bravate di scuola». C’è poi la questione dei video intimi trovati su quel computer. Stasi, nel verbale del 20 maggio 2025, conferma che i filmati erano stati girati con la sua fotocamera e inviati a Chiara, tenuti poi su supporti esterni a suo «uso esclusivo». Marco, però, gli chiese prima del fermo se esistessero video sessuali. E quando i pm gli domandano se Sempio potesse averne uno, Marco ipotizza che abbia preso «una penna usb che c’era in camera di Chiara».
La relazione di Paolo Dal Checco aggiunge che il 5 maggio 2007 viene creato sul pc di Chiara «albert.zip», archivio di circa 1 gigabyte; cinque minuti dopo viene impostata una password per l’utente Chiara. L’1 luglio 2007, «1° Maggio.mpg» entra nell’archivio, ormai protetto. Anche fuori dal computer, Chiara appare più vigile: dopo un allarme, secondo Stefania, corse in strada e «non si era calmata subito». Stasi ricorda «cenere» in casa, pur precisando: «Né io né Chiara fumavamo».
Resta poi l’orario: le 9.30. Quattro giorni dopo l’omicidio, in caserma, Stasi ipotizza: «Qualcuno è entrato e lei si è spaventata». Stefania replica: «Ma alle 9.30?». Lui: «Non lo so a che ora». Una frase oggi rilevante, perché l’orario centrale diventerà poi 9.12-9.35. E in altre conversazioni torna l’avvertimento: «Se Chiara è morta alle 9.30-10, ci siete dentro voi altri!».
È il 12 febbraio 2008. Maria Rosa, madre delle gemelle, parla al telefono con la sorella Carla dopo i colloqui con la pm Rosa Muscio, all’epoca titolare dell’inchiesta. E riaffiora quel riferimento temporale: le 9.30. Ma è soprattutto nelle nuove carte della Procura di Pavia che quell’orario diventa il punto attorno a cui ruota la ricostruzione investigativa. Gli inquirenti riportano infatti uno dei soliloqui di Sempio (dell’8 febbraio 2017): «È successo qualcosa quel giorno (inc) era sempre lì a casa (inc) io non so se lei ha detto che lavorava (inc) però cazzo, oh (inc) alle nove e mezza (09.30) a casa… (inc)». Secondo i magistrati, «l’indagato sembra riferirsi all’orario in cui si sarebbe presentato a casa della vittima il giorno dell’omicidio». La Procura, basandosi anche sulla consulenza medico-legale di Cristina Cattaneo, ritiene infatti certo che Chiara abbia disattivato l’allarme della villetta alle 9.12. E aggiunge che, «per semplice somma di orari», essendo trascorsa «al minimo mezz’ora fra l’inizio della digestione» della colazione e la morte, «alle 9.45 Chiara Poggi era viva». Da qui un’altra conclusione investigativa destinata a cambiare il quadro del caso. Per gli inquirenti appare «del tutto irragionevole che possa essere stata uccisa da chi alle 9.35 era a casa propria davanti al proprio computer», cioè Stasi, distante «1,7 chilometri dalla vittima». Diversa, invece, la posizione di Sempio. Per la Procura, quella registrazione ambientale collocherebbe il nuovo indagato all’interno dell’abitazione di via Pascoli intorno alle 9.30. Poi, alle 9.58, secondo i tabulati telefonici, avrebbe chiamato l’amico Mattia Capra. Sempre secondo la consulenza medico-legale, la fase della colluttazione e dell’aggressione sarebbe durata tra i 15 e i 20 minuti. La frase intercettata è delle 17.43. Poche ore dopo che Sempio ha ricevuto la prima notifica per l’invito a comparire nell’indagine aperta nel 2017 e poi archiviata. Ed è proprio attorno alle vecchie indagini che sembrano aprirsi nuovi fronti investigativi. Gennaro Cassese, oggi colonnello dei carabinieri in pensione e all’epoca comandante della compagnia di Vigevano con il grado di capitano, sostiene di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia, pur non escludendo l’iscrizione nel registro degli indagati per false informazioni ai pm. A Cassese verrebbe contestato di non aver riferito ai magistrati del malore accusato da Sempio durante l’interrogatorio del 4 ottobre 2008, quello dello scontrino del parcheggio di Vigevano. «È vero, di quell’ambulanza non mi ricordo. Sono passati 18 anni. Ma nessuno può mettere in discussione la massima serietà con la quale ho sempre operato, nel rispetto delle istituzioni». Poi aggiunge: «Io non cambierei nulla di quell’interrogatorio. L’unica cosa che farei è inserire l’orario della sospensione, perché quello andava messo».
Lo scontrino del parcheggio, l’alibi di Sempio, resta al centro della vicenda. L’avvocato Liborio Cataliotti invita alla calma: «Già una delle sorelle Cappa parla delle 9.30 come l’orario dell’omicidio». E precisa: «Nel fascicolo non si dice che lo scontrino è falso». Sull’intercettazione tra Giuseppe Sempio e la moglie, Cataliotti richiama la trascrizione: «Lo scontrino l’hai fatto tu (sospiro) dice lui, cioè il testimone. Questa è testualmente la trascrizione».
Il legale ricorda poi che il vigile del fuoco indicato come possibile elemento critico sull’alibi afferma di «incontrare la signora in altro luogo», che «non è mai successo di incontrarla a Vigevano» e che gli incontri «erano preceduti da telefonate». Aggiunge che «è stato provato» che quel giorno il testimone «era in servizio». Da qui la sua valutazione: «Gli inquirenti sono costretti a ipotizzare che lei sia andata a Vigevano per controllare l’effettiva presenza del testimone in caserma».
Con due articoli speculari, Polito e la De Gregorio puntano il dito contro gli appassionati di cronaca nera: «Sono populisti». Peccato che i due quotidiani siano pieni di aggiornamenti sul caso Poggi. E che i primi a ridurre l’informazione a tifo siano loro.I verbali del 5 maggio 2026 restituiscono ricordi diversi sulla vittima e sul suo rapporto con Alberto Stasi. Per la cugina Paola, il legame non era così forte e Alberto trovò subito un’altra ragazza, Stefania nega.Lo speciale contiene due articoli.Basta uno starnuto e il popolo diventa popolino. Basta che il Giornalista Collettivo lo decida e quell’armata «saggia e consapevole» che bocciò la riforma della magistratura al referendum in nome della Costituzione, si trasforma in un’accozzaglia di minus habens divanati e affamati di colpi di scena sul delitto di Garlasco. È la teoria stereo del Corriere della Sera e di Repubblica, che ieri hanno dedicato alla curiosa mutazione antropologica (criticandola aspramente) riflessioni da saggio breve, affidate a grossi calibri come Antonio Polito e Concita De Gregorio. E annegate - da settimane, con granitica coerenza - dentro l’oceano di indiscrezioni, retroscena, supposizioni, gossip, interviste, grafici, presunti appunti, fotomontaggi, big data, da pagina due a pagina sei dei loro autorevoli quotidiani.Le due testate leader nel pretendere di plasmare la coscienza critica del cittadino italiano sono fortemente preoccupate. «L’ossessione per il true crime è il male oscuro del populismo. Ma c’è forse qualcosa di nuovo nella straordinaria partecipazione di massa ai processi mediatici cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, che somiglia sempre più a un’ossessione nazionale in grado perfino di oscurare l’interesse popolare per ben più gravi vicende (le guerre per esempio)», scrive il Corriere, incline all’analisi sociologica. Per Repubblica il problema è perfino più grave: «Da sempre spostare il conflitto sul piano individuale è funzionale a distogliere dal malessere collettivo». E quale sarebbe? «L’allontanamento dalla realtà, dalla passione civile; la distrazione dai danni e dalle omissioni di chi governa le cose, dai problemi reali». Come se Andrea Sempio avesse affondato la Flotilla. Come se a nascondere le prove nei 19 anni di scempio giudiziario fosse stata Giorgia Meloni. Ecco l’assassina, fatele la prova del Dna. Noi del ceto medio poco riflessivo (che ai doppi falli di Garlasco preferiamo gli aces di Yannik Sinner) avremmo una domanda preliminare: ma invece di sdottoreggiare con punte di lirismo che neanche Eugenio Montale, non era più semplice entrare in riunione e far valere l’understatement con la direzione e l’ufficio centrale? Se nelle vostre homepage campeggiano almeno sei titoli al giorno su Garlasco; se il vostro core business quotidiano è «il video della ricostruzione in 3D del delitto con l’avatar di Andrea Sempio», che volete dal popolino? Lasciatelo in pace e parlatevi. Corriere e Repubblica sono due network di riferimento nello stilare il menù informativo, nel decidere la scaletta, nell’influenzare il dibattito. Sia chiaro, tutto questo è un valore. Ma il corto circuito ha qualcosa di grottesco: da una parte si spinge all’inverosimile la merce, dall’altra si alza il ditino dell’elitaria insofferenza contro la merce sorseggiando Sassicaia. Snobismo in purezza mentre riecheggia la metafora di Stefano Ricucci al tempo dei furbetti del quartierino: fare i froci con il c… degli altri.Oltre a evidenziare la contraddizione, gli editoriali paralleli suscitano un paio di pensieri sparsi. Da sempre il trittico «soldi, sangue, sesso» ha innervato le pagine dei giornali, non solo italiani. Dalla strage di Erba al delitto Yara, da Cogne ad Avetrana passando per Novi Ligure, il mistero ha sempre avuto un posto in prima fila. Indro Montanelli ripeteva spesso una frase di Ugo Ojetti: «Per fare un buon giornale servono un editoriale contro il governo, un po’ di sangue sparso e i risultati delle partite di calcio». E il moltiplicatore social, quell’enorme bar di Guerre Stellari che tutto appiattisce, è una conseguenza non certo una causa. Sottolinea Polito: «Ci troviamo davanti a un populismo digitale senza precedenti. Tutto molto divertente per chi guarda, ma sicuramente devastante per chi ne è vittima e deve aggiungere, alla paura, la gogna». Ha ragione. Con un dettaglio: la responsabilità del processo mediatico permanente non è di chi lo guarda girando il ragù e buttando lì un like per noia. Ma di chi ne ha fatto un totem nella stagione di Tangentopoli e in 30 anni non ha mai cambiato spartito. Garlasco non è che la nemesi. E ci ricorda ogni giorno, ogni ora, lo sfacelo di un sistema giudiziario tenuto in piedi dalla santa alleanza fra procure e redazioni, dove le prime dettano gli spartiti e le seconde suonano il trombone.Seconda riflessione. Troppo comodo applaudire il popolo quando va in piazza o si fa turlupinare dai luoghi comuni («Pace o condizionatori», «Chi non si vaccina si ammala e muore» «Arriva l’helicopter money») per poi derubricarlo a feccia populista quando si appassiona ad altro. Privato della sovranità costituzionale sui grandi temi (sui soldi decide la Bce, sulle riforme l’Europa e i giudici, sulla salute Big Pharma) l’uomo della strada si sente più vicino a un caso di cronaca andato a male (diceva Lev Tolstoj: «Parla del tuo villaggio e parlerai del mondo») piuttosto che al patto di stabilità o al patriarcato tossico. Sicuri che abbia torto? E comunque versatevi un altro calice di Brunello. Dopo Garlasco è in arrivo un nuovo psicodramma collettivo: l’hantavirus. Lo gridano con la sirena i vostri giornali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/garlasco-giornali-corriere-repubblica-2676880853.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-contraddizioni-delle-due-cappa-chiara-era-innamorata-anzi-no" data-post-id="2676880853" data-published-at="1778566601" data-use-pagination="False"> Le contraddizioni delle due Cappa: «Chiara era innamorata. 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Racconta che la cugina le parlò dei video intimi con Stasi «in maniera molto serena e semplice», senza farle capire di averli fatti controvoglia.Il nodo diventa la stanza di Chiara. Marco Poggi, sentito nel 2026, spiega che il computer di famiglia era lì e che lui lo usava. Davanti al video di Sempio a scuola trovato sul desktop, dice di essere «caduto dalle nuvole» e ipotizza che Andrea avesse portato un cd per mostrargli «le bravate di scuola». C’è poi la questione dei video intimi trovati su quel computer. Stasi, nel verbale del 20 maggio 2025, conferma che i filmati erano stati girati con la sua fotocamera e inviati a Chiara, tenuti poi su supporti esterni a suo «uso esclusivo». Marco, però, gli chiese prima del fermo se esistessero video sessuali. E quando i pm gli domandano se Sempio potesse averne uno, Marco ipotizza che abbia preso «una penna usb che c’era in camera di Chiara».La relazione di Paolo Dal Checco aggiunge che il 5 maggio 2007 viene creato sul pc di Chiara «albert.zip», archivio di circa 1 gigabyte; cinque minuti dopo viene impostata una password per l’utente Chiara. L’1 luglio 2007, «1° Maggio.mpg» entra nell’archivio, ormai protetto. Anche fuori dal computer, Chiara appare più vigile: dopo un allarme, secondo Stefania, corse in strada e «non si era calmata subito». Stasi ricorda «cenere» in casa, pur precisando: «Né io né Chiara fumavamo».Resta poi l’orario: le 9.30. Quattro giorni dopo l’omicidio, in caserma, Stasi ipotizza: «Qualcuno è entrato e lei si è spaventata». Stefania replica: «Ma alle 9.30?». Lui: «Non lo so a che ora». Una frase oggi rilevante, perché l’orario centrale diventerà poi 9.12-9.35. E in altre conversazioni torna l’avvertimento: «Se Chiara è morta alle 9.30-10, ci siete dentro voi altri!».È il 12 febbraio 2008. Maria Rosa, madre delle gemelle, parla al telefono con la sorella Carla dopo i colloqui con la pm Rosa Muscio, all’epoca titolare dell’inchiesta. E riaffiora quel riferimento temporale: le 9.30. Ma è soprattutto nelle nuove carte della Procura di Pavia che quell’orario diventa il punto attorno a cui ruota la ricostruzione investigativa. Gli inquirenti riportano infatti uno dei soliloqui di Sempio (dell’8 febbraio 2017): «È successo qualcosa quel giorno (inc) era sempre lì a casa (inc) io non so se lei ha detto che lavorava (inc) però cazzo, oh (inc) alle nove e mezza (09.30) a casa… (inc)». Secondo i magistrati, «l’indagato sembra riferirsi all’orario in cui si sarebbe presentato a casa della vittima il giorno dell’omicidio». La Procura, basandosi anche sulla consulenza medico-legale di Cristina Cattaneo, ritiene infatti certo che Chiara abbia disattivato l’allarme della villetta alle 9.12. E aggiunge che, «per semplice somma di orari», essendo trascorsa «al minimo mezz’ora fra l’inizio della digestione» della colazione e la morte, «alle 9.45 Chiara Poggi era viva». Da qui un’altra conclusione investigativa destinata a cambiare il quadro del caso. Per gli inquirenti appare «del tutto irragionevole che possa essere stata uccisa da chi alle 9.35 era a casa propria davanti al proprio computer», cioè Stasi, distante «1,7 chilometri dalla vittima». Diversa, invece, la posizione di Sempio. Per la Procura, quella registrazione ambientale collocherebbe il nuovo indagato all’interno dell’abitazione di via Pascoli intorno alle 9.30. Poi, alle 9.58, secondo i tabulati telefonici, avrebbe chiamato l’amico Mattia Capra. Sempre secondo la consulenza medico-legale, la fase della colluttazione e dell’aggressione sarebbe durata tra i 15 e i 20 minuti. La frase intercettata è delle 17.43. Poche ore dopo che Sempio ha ricevuto la prima notifica per l’invito a comparire nell’indagine aperta nel 2017 e poi archiviata. Ed è proprio attorno alle vecchie indagini che sembrano aprirsi nuovi fronti investigativi. Gennaro Cassese, oggi colonnello dei carabinieri in pensione e all’epoca comandante della compagnia di Vigevano con il grado di capitano, sostiene di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia, pur non escludendo l’iscrizione nel registro degli indagati per false informazioni ai pm. A Cassese verrebbe contestato di non aver riferito ai magistrati del malore accusato da Sempio durante l’interrogatorio del 4 ottobre 2008, quello dello scontrino del parcheggio di Vigevano. «È vero, di quell’ambulanza non mi ricordo. Sono passati 18 anni. Ma nessuno può mettere in discussione la massima serietà con la quale ho sempre operato, nel rispetto delle istituzioni». Poi aggiunge: «Io non cambierei nulla di quell’interrogatorio. L’unica cosa che farei è inserire l’orario della sospensione, perché quello andava messo».Lo scontrino del parcheggio, l’alibi di Sempio, resta al centro della vicenda. L’avvocato Liborio Cataliotti invita alla calma: «Già una delle sorelle Cappa parla delle 9.30 come l’orario dell’omicidio». E precisa: «Nel fascicolo non si dice che lo scontrino è falso». Sull’intercettazione tra Giuseppe Sempio e la moglie, Cataliotti richiama la trascrizione: «Lo scontrino l’hai fatto tu (sospiro) dice lui, cioè il testimone. Questa è testualmente la trascrizione».Il legale ricorda poi che il vigile del fuoco indicato come possibile elemento critico sull’alibi afferma di «incontrare la signora in altro luogo», che «non è mai successo di incontrarla a Vigevano» e che gli incontri «erano preceduti da telefonate». Aggiunge che «è stato provato» che quel giorno il testimone «era in servizio». Da qui la sua valutazione: «Gli inquirenti sono costretti a ipotizzare che lei sia andata a Vigevano per controllare l’effettiva presenza del testimone in caserma».
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Erano solo illeciti amministrativi, bastava un’ammenda disposta ad esempio dal prefetto e notificata attraverso un verbale. Ha dovuto intervenire la Cassazione, e a Belluno un giudice che conosce il Codice penale, annullando i capi di imputazione perché «per la legge il fatto non è reato».
Intanto, due cittadini sono stati sotto procedimento penale quattro anni prima di essere assolti, spendendo soldi in avvocati e rovinandosi la vita. «I procedimenti non dovevano nemmeno essere avviati, i miei assistiti non dovevano neppure essere iscritti nel registro degli indagati», commenta l’avvocato Alberto Poli, che adesso chiederà allo Stato il pagamento di quanto hanno dovuto ingiustamente sborsare.
La Cassazione è intervenuta nel ricorso presentato contro la condanna alla pena pecuniaria di 150 euro, inflitta il 21 marzo 2025 dal giudice di Treviso Laura Contini a un professore di storia e di latino di Rovigo, Moreno Ferrari, per il reato dell’articolo 650 del Codice penale, che punisce l’inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Il professore, il 19 giugno 2021, in qualità di organizzatore di una manifestazione sulle politiche per il contenimento dell’emergenza sanitaria, non avrebbe osservato le prescrizioni imposte dal questore della provincia di Treviso.
«Ometteva di avvisare i partecipanti con ogni mezzo a propria disposizione del divieto di assembramento e dell’obbligo dell’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie». Ferrari aveva fatto appello, convertito in ricorso in Cassazione. Gli Ermellini l’hanno ritenuto fondato, disponendo l’annullamento «senza rinvio» della sentenza impugnata «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato».
I giudici della Suprema Corte ricordano, infatti, che la disposizione dell’art. 3, comma 4, del decreto legge 23 febbraio 2020 che qualificava reato punibile ai sensi dell’art. 650 c.p. il mancato rispetto delle misure di contenimento emanate per fronteggiare lo stato di emergenza dovuto alla diffusione del Covid-19 «è stata sostituita dall’art. 4, comma 1, del d.l. 25 marzo 2020, n.19, in vigore dal giorno successivo e convertito con modificazioni dalla legge 22 maggio 2020, n.35, che ha depenalizzato, trasformandola in illecito amministrativo, la condotta di mancato rispetto delle citate misure di contenimento».
Ma il pm di Treviso, Daniela Brunetti, e il giudice Contini non sapevano che non è reato? Perché hanno avviato un processo, con diverse udienze e perché si è arrivati a una sentenza di condanna? Se la legge del 2020 stabiliva che «le disposizioni del presente articolo che sostituiscono sanzioni penali con sanzioni amministrative si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto», figuriamoci se non andava depenalizzato quanto sarebbe stato commesso un anno dopo, a giugno 2021.
La Cassazione non si limita a sottolineare che Procura e tribunale hanno preso un abbaglio, ma aggiunge che «è, peraltro, consolidato l’orientamento di questa Corte, al di là dell’esplicita previsione normativa ora illustrata, che la contravvenzione di cui all’art. 650 cod. penale, anche per l’espressa clausola di sussidiarietà, può ritenersi integrata solo qualora la condotta contestata sia relativa alla violazione di provvedimenti emessi per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o di igiene legittimamente adottati rispetto a situazioni non previste da una norma specifica, mentre va esclusa la sua applicazione per l’inottemperanza ad ordinanze applicative di leggi o regolamenti considerato che in queste ipotesi l’omissione è sanzionata, come il caso in esame, in via amministrativa».
Giudice e pm bocciati in pieno, ma intanto un cittadino ha dovuto subire un processo e presentare ricorso contro una sentenza assurda, che nemmeno riconosceva le attenuanti generiche. Senza contare che non era compito del professore far rispettare ai partecipanti l’utilizzo della mascherina (li aveva comunque avvertiti) e che egli godeva di un’esenzione terapeutica.
Per fortuna, a Belluno, il giudice Domenico Riposati è arrivato alle stesse conclusioni della Cassazione, ritenendo in primo grado che ciò di cui era imputata una mamma «non è reato». Patrizia Baldovin, il 14 febbraio 2022 aveva chiesto di non far indossare la mascherina al bimbo più piccolo che allora frequentava la terza elementare. Davanti al rifiuto della scuola, li aveva riportati a casa ma anche alla signora è stata imputata la violazione dell’art. 650 c.p.
La condotta penalmente perseguibile sarebbe consistita nell’aver accompagnato i figli minorenni presso un istituto scolastico senza dispositivi di protezione delle vie respiratorie, in violazione dell’ordinanza ministeriale dell’8 febbraio 2022 emanata per ragioni di igiene e sanità pubblica. Ma sempre la legge 35 del 2020 riportata dalla Cassazione, «escludeva l’applicazione dell’art. 650 per le violazioni delle misure di contenimento Covid-19, prevedendo, invece, una sanzione amministrativa pecuniaria», ribadisce l’avvocato Poli.
Si trattava di un illecito amministrativo, il giudice di Belluno ad aprile di quest’anno ha assolto la mamma ma la domanda rimane la stessa: perché si è messo in piedi un processo penale sapendo che non si trattava di un reato?
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Matteo Maria Zuppi (Imagoeconomica)
Nemmeno venti giorni fa, il Papa ha difeso il celibato dei sacerdoti. Ieri, il capo dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Maria Zuppi, capofila del cattoprogressismo bolognese, ha dato l’impressione di pensarla diversamente: al Salone del libro, intervistato da Aldo Cazzullo, ha sostenuto che «probabilmente sì», la Chiesa cattolica aprirà ai preti sposati. «Ci sono già», ha aggiunto. «Qualcuno sorride e dice: “Sì, però…”. No no, è tutto regolare. Ci sono nelle Chiese orientali cattoliche, nelle Chiese di rito bizantino, come gli ucraini cattolici, i rumeni cattolici, gli albanesi cattolici». Il presidente della Conferenza episcopale, qui, ha omesso un paio di dettagli cruciali. Il primo è che, in quelle comunità, tra cui i maroniti e i melchiti, si possono ordinare uomini già coniugati, ma dopo l’ordinazione nessuno è autorizzato a contrarre matrimonio; inoltre, i vescovi sono scelti quasi sempre tra i celibi. In più, la prassi non è una innovazione modernista - tale apparirebbe in Occidente - bensì una antica e consolidata usanza. Dopodiché, bisogna tenere conto che già prima dell’editto di Costantino del 313, con cui l’Impero romano pose fine alle persecuzioni, i concili proibirono ai ministri i rapporti con le mogli e la generazione dei figli. «Continenza» e «castità» vennero qualificate come virtù di ascendenza apostolica dal Concilio di Cartagine del 390. La regola del celibato - una regola, non un dogma - fu introdotta dal Concilio Lateranense IV, nel 1215, dopo una lunga lotta contro il concubinato, comportamento che turbava i fedeli e che era stato duramente contrastato già durante il pontificato di Gregorio VII.
Questa ricchezza e questa fecondità storiche vengono ridotte, nel ragionamento di Zuppi, a una questione di apertura e inclusività: «L’importante», ha predicato ieri il porporato, «è che la Chiesa non si chiuda, perché questa è la visione che papa Francesco ci ha trasmesso con forza: una Chiesa missionaria, che non vive per sé stessa. Non si tratta semplicemente di cambiare le regole del club, ma di capire che cosa sia meglio perché la Chiesa raggiunga tutti, comunichi il Vangelo e risponda alla domanda spirituale e umana delle persone». È il pretesto per aprire una breccia nel muro? Già dai tempi del Sinodo per l’Amazzonia ricordato ieri dal cardinale, si proponeva di utilizzare i «viri probati», cioè uomini sposati ma di condotta esemplare e fede matura, «per garantire l’Eucarestia dove non ci sono preti». Tipico metodo bergogliano: avviare un processo e lasciare che, da un fiocco di neve, pian piano si origini una valanga.
Solo che il Papa è cambiato. E quello americano ha le idee chiare. Il 26 aprile scorso, ai nuovi sacerdoti ordinati nella Basilica di San Pietro, ha trasmesso un messaggio difficilmente equivocabile: «Come l’amore degli sposi», ha detto Leone XIV, «così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato». Custodire, rinnovare. Zuppi, purtroppo, si infila nel ginepraio delle distinzioni tra «situazioni molto diverse dal Nord Europa all’Africa, dall’America Latina all’Asia»; e nelle formulette sentimentali, per cui «il problema è il dono di sé» e, quindi, basta andare dove porta il cuore. Il paradosso dello spirito progressista sta nella sua torsione finale: l’innovazione rischia di tramutarsi nel ritorno al passato più deteriore. Tipo quello di preti che giacevano con le donne e che scandalizzavano il popolo, inducendo il pontefice a intervenire.
Ieri, tra l’altro, il porporato ha pensato bene di mettersi anche a battere cassa: ha svelato che il Papa argentino era preoccupato «che noi non facessimo le cose perché avevamo pochi soldi. Cioè la Chiesa con l’8 per mille ha una sua… Poi non basta, davvero non basta». Cazzullo gli ha chiesto quanto guadagni un vescovo: «Millequattro e qualcosa», ha risposto lui. Chissà: vuol chiedere un adeguamento all’inflazione?
Fatto sta che la questione del celibato sacerdotale, nell’ultimo periodo, è diventata un tema pop. Alberto Ravagnani, il «don» noto per i dibattiti social con Fedez, ha abbandonato la tonaca, in polemica con il divieto di intrattenere relazioni sentimentali. Alla sua «scelta» ha dedicato pure un libro. Giovanni Gatto, parroco in una frazione dell’Aquila, era finito sulle cronache nazionali per l’annuncio rivolto al suo vescovo e al Papa in persona: «Ho capito che non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo». Leone, però, già a febbraio aveva spiegato come stanno le cose: «Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus - lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate». Zuppi condivide?
Le veglie gay dividono l’episcopato
Oggi, i gruppi Lgbt del mondo intero celebrano l’ennesima Giornata internazionale contro l’omofobia, in attesa dei pride di giugno. Nel Belpaese, poi, già da alcuni anni, ogni maggio, il mese di Maria è anche il mese delle «veglie e dei culti contro l’omobitransfobia»: una locuzione che è divenuta uno slogan e una moralistica clava per i «cattolici arcobaleno» di Gionata, l’avanguardia catto-gay italiana. Secondo il loro conteggio, «sono oltre sessanta» le veglie che si terranno (o che si sono già tenute) durante questo mese in Europa, di cui ben 54 in Italia. La lista di parrocchie, conventi e santuari coinvolti è lunga: da Milano a Reggio Calabria, da Genova a Bolzano, da Catania a Cagliari, da Avellino a Padova e perfino a Bologna, nella diocesi di cui è ordinario il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. È utile indicare i nomi di quei vescovi che non solo hanno concesso dei luoghi di culto a queste discusse cerimonie - la cui cifra di fondo è l’ambiguità semantica e concettuale - ma si sono esposti in prima persona, presiedendo, approvando e omaggiando queste coloratissime manifestazioni.Si va da monsignor Enrico Solmi, vescovo di Parma, a monsignor Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini; da monsignor Gherardo Gambelli, arcivescovo di Firenze, a monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena; da monsignor Gero Marino, vescovo di Savona, a monsignor Andrea Andreozzi, vescovo di Fano; da monsignor Sandro Salvucci, arcivescovo di Pesaro, a monsignor Domenico Pompili, vescovo di Verona; da monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari, a monsignor Livio Corazza, vescovo di Forlì e a monsignor Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo. Pensare che, proprio per evitare «gravi fraintendimenti» dottrinali ed etici sul punto, papa Karol Woytjla chiese ai vescovi italiani di ritirare «ogni appoggio» a «qualunque organizzazione» che volesse «sovvertire l’insegnamento della Chiesa». Vietando espressamente l’uso degli «edifici appartenenti alla Chiesa da parte di questi gruppi» (Lettera ai vescovi sulla cura delle persone omosessuali, 1986, n. 17).Toni Brandi, il battagliero presidente di Pro vita e famiglia, ha scritto un’accorata lettera ai vescovi italiani, comunicando «sentimenti di confusione» dinnanzi alle «veglie arcobaleno», che in nome della lotta all’omofobia, sembrano «incentivare comportamenti contrari alla dottrina cristiana» e «ispirati ai princìpi dell’ideologia gender». «Con sentimenti di filiale devozione», Pro vita e famiglia «implora» dunque i vescovi affinché non si dia spazio nelle chiese cattoliche delle loro diocesi ad «alcuna iniziativa» contraria al Vangelo e ai chiari «insegnamenti di papa Francesco e di papa Leone». I vescovi delle diocesi di Venezia, Vicenza, Cuneo, Reggio Calabria, Parma, Bolzano e Latina hanno risposto (o hanno fatto rispondere) al presidente Brandi. Cercando di rassicurarlo sulla «non eterodossia» delle veglie di preghiera da loro presiedute e associandosi volentieri a Pro vita sia nella difesa della famiglia e della morale, sia nella disapprovazione netta della funesta «ideologia del gender». Ma il problema è lungi dall’essere risolto.
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