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2020-11-06
Francesco accentra le finanze del Vaticano
Papa Francesco (Ansa)
L'accentramento delle finanze vaticane compie finalmente, dopo ripetuti scandali e vatileaks, un passo importante lasciando le chiavi del forziere della Segreteria di stato in mano a monsignor Nunzio Galantino, attuale presidente dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica. La potentissima Segreteria di stato, sconquassata dal volo di corvi e rapaci gabbiani, annidati anche all'interno, resta ora un dicastero come altri, senza portafoglio, addirittura con la possibilità di chiudere l'ufficio amministrativo.
La novità era nell'aria, quando il Segretario di stato Pietro Parolin non era stato incluso nella commissione cardinalizia dello Ior, ma ora è annunciata dalla Sala stampa vaticana con allegata una lettera autografa di papa Francesco datata 25 agosto 2020 e indirizzata proprio a Parolin. L'intento di Francesco è chiaro: togliere alla Segreteria di stato la possibilità di gestire qualsiasi patrimonio. Gli scandali culminati una quarantina di giorni fa con il siluramento dell'ex numero due della Segreteria, il cardinale Angelo Becciu, è stato un capitolo a sorpresa di una lunga vicenda di possibili malversazioni e corruzioni per cui indaga da tempo la magistratura vaticana e che hanno riguardato collaboratori e dipendenti della Segreteria.
Il Papa chiede che la Segreteria di stato trasferisca all'Apsa «la gestione e l'amministrazione di tutti i fondi finanziari e del patrimonio immobiliare», e poi Francesco dice espressamente a Parolin di «uscire al più presto» dagli «investimenti operati a Londra ed il fondo Centurion». Nel primo caso si tratta della famigerata compravendita dell'immobile londinese di Sloan Avenue e nel secondo caso del fondo maltese che avrebbe amministrato decine di milioni della Segreteria dividendoli in fondi off shore e obbligazioni di società in paradisi fiscali. Uscire, dice Francesco, o «almeno, disporne in maniera tale da eliminarne tutti i rischi reputazionali».
Così, continua perentoria la lettera, «tutti i fondi che finora sono stati amministrati dalla Segreteria di Stato siano incorporati nel bilancio consolidato della Santa Sede» e poi, in nome del principio di sussidiarietà, che Francesco richiama espressamente per dire che il portafoglio d'ora in poi è meglio lo gestiscano altri, «in materia economica e finanziaria» si operi con un budget «approvato attraverso i meccanismi abituali». Cioè, nel caso specifico, un budget che dovrà essere approvato e corrisposto dall'Apsa.
Ma il Segretario di stato d'ora in poi, oltre a essere un ministro senza portafoglio, in materia economica e finanziaria non avrà più neppure il compito di «vigilanza e controllo di nessun Ente della Santa Sede, né di quelli ad essa collegati o che ad essa si riferiscono». Questo compito di vigilanza è assegnato alla Segreteria per l'Economia, l'ente creato dal Papa poco dopo la sua elezione e inizialmente affidato al cardinale australiano George Pell e oggi guidato dal gesuita padre Antonio Guerrero. L'ultimo punto della lettera è una ovvia conseguenza di questo totale svuotamento: la Segreteria di Stato, scrive il Papa, è «opportuno che ridefinisca il proprio Ufficio Amministrativo, oppure valuti la necessità della sua esistenza».
Per attuare tutto questo, diceva Francesco il 25 agosto, si convochi una riunione ed è quella che ha avuto luogo la sera del 4 novembre e che ha annunciato ieri la Sala stampa. Con il Papa c'erano il cardinale Pietro Parolin, il sostituto della Segreteria, monsignor Edgar Peña Parra, il segretario del governatorato dello Stato di Città del Vaticano, monsignor Fernando Vergez, il prefetto della Segreteria per l'Economia, padre Juan Antonio Guerrero Alves e, ovviamente, monsignor Nunzio Galantino in qualità di presidente dell'Apsa. Nella stessa riunione è stata costituita una commissione che presieda a realizzare quanto disposto nella lettera nei prossimi tre mesi, membri della commissione sono Peña Parra, Galantino e padre Guerrero.
Si spezza così la (santa) trinità della finanze vaticane che ha sempre ruotato tra Segreteria di stato, Ior e Apsa, con quest'ultima che diventa sempre di più la banca centrale della Santa sede. Resta da capire cosa sarà dell'autonomia di budget ancora riservata al Governatorato e alla Congregazione dell'evangelizzazione dei popoli, anche nota come Propaganda fide, vera macchina per foraggiare le missioni in giro per il mondo. L'osso più duro, la Segreteria di stato, è stato alla fine spezzato e per farlo è dovuto entrare in campo direttamente il Papa. Bisognerebbe chiedersi come mai le indicazioni che venivano dal cardinale Pell, fin dall'inizio della sua missione nelle finanze vaticane nel lontano 2014, abbiano dovuto attendere 6 anni e molti scandali per vedersi attuare. Oltre al fatto che lo stesso Pell uno di questi sei anni ha dovuto passarlo nelle galere australiane, per una condanna infamante per abusi poi completamente cancellata e ribaltata dalla Corte suprema.
Meranda si è fatto una nuova vita ma le indagini non finiscono mai
Che fine ha fatto l'inchiesta sull'hotel Metropol, quella sui presunti petrorubli alla Lega di Matteo Salvini? Mistero. L'unica certezza è che il 30 ottobre i pm milanesi hanno presentato al gip Alessandra Clemente la seconda richiesta di proroga delle indagini, che dovrebbe allungare le investigazioni di altri sei mesi (portandole a 18, esclusi i periodi di sospensione). Adesso gli avvocati Lara Pellegrini e Ersi Bozheku, difensori dei tre indagati per corruzione internazionale (la prima assiste Gianluca Savoini, il secondo Gianluca Meranda e Francesco Vannucci), avranno cinque giorni per presentare memorie per opporsi eventualmente alla richiesta. Poi il giudice, come succede quasi sempre, disporrà la proroga. Tra sei mesi la Procura potrà giocarsi solo un'ultima istanza, prima di decidere se chiedere l'archiviazione o il rinvio a giudizio. Nel luglio del 2019 la Guardia di finanza aveva sequestrato i cellulari e i computer degli indagati e l'avvocato Meranda aveva chiosato, tra il serio e il faceto, che con quello che conteneva il suo iphone si poteva mantenere più di una famiglia: tradotto, il telefonino aveva in memoria notizie ghiotte per Procure e redazioni. I tempi si sono allungati per questo? In realtà quello di Meranda, all'epoca, sembrava più un augurio, visto che aveva appena subito lo sfratto esecutivo dall'ufficio e si disse che non fosse riuscito a pagare neppure il traslocatore. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Infatti l'indagato calabrese ha ripreso con profitto la sua attività di avvocato d'affari e il nuovo studio si trova a pochi metri dall'ambasciata americana di Roma. Abbiamo provato ad andare a trovarlo, ma dopo aver attraversato una porta a vetri con la scritta «Meranda avvocati», una segretaria dall'accento straniero, con gentilezza ci ha spiegato che il suo principale non c'era.
Anche Vannucci e Savoini hanno ricominciato a fare i consulenti, mentre gli inquirenti attendono probabilmente un qualche loro passo falso. Però l'esperienza ci insegna che se i magistrati milanesi avessero trovato una pistola fumante dentro ai loro apparecchi elettronici sarebbero già scattate le manette. Evidentemente le indagini si sono complicate e quella che i media avevano descritto come la prova provata dei rapporti illeciti tra la Lega di Matteo Salvini e il Cremlino deve avere perso qualche pezzo per strada.
Un anno fa ci fu chi arrivò a paragonare l'inchiesta sul Metropol a un nuovo Watergate, ma i Bob Woodward e Carl Bernstein nostrani da mesi hanno mollato l'osso e la Procura di Milano, 16 mesi dopo le perquisizioni ha chiesto un'ulteriore proroga. Non sorprende che indagini complesse come quelle che inseguono flussi di denaro in giro per il mondo abbiano bisogno di tempo, ma è altrettanto evidente che nel 2019 sembrava che la storia andasse solo infiocchettata. I cronisti avevano raccontato di essere andati in Russia e di aver documentato in presa diretta la trattativa tra i tre indagati e tre misteriosi russi per realizzare una compravendita di petrolio su cui fare la cresta a favore della Lega. Poi si è scoperto che qualcuno, forse lo stesso Meranda, aveva registrato la trattativa e, quando l'accordo era naufragato, il file era finito prima all'Espresso, poi sul tavolo dei magistrati e, infine, nella redazione di un sito d'informazione internazionale. C'era una regia? Chissà. Di certo l'utilizzo della registrazione del Metropol ricorda tanto le fughe di notizie teleguidate del caso Palamara. Se il disvelamento delle intercettazioni dell'hotel Champagne ha tagliato fuori dalla corsa a procuratore di Roma il favorito Marcello Viola, il cosiddetto Moscagate è servito a far perdere le staffe a Salvini, nell'estate del Papeete e delle sue dimissioni. Ora, di fronte alla seconda richiesta di proroga e al silenzio tombale dei giornali, l'ipotesi che a interessare non fosse l'inchiesta in sé, ma i suoi immediati effetti collaterali, è più che un sospetto.
Secondo Palamara questo genere di inchieste mette i magistrati in condizioni di trattare con il potere politico. Basti ricordare questa intercettazione ambientale: «La vicenda Siri (l'ex sottosegretario leghista Armando Siri, ndr), in condizioni normali Siri veniva arrestato! De Vito (ex presidente del consiglio comunale di Roma, ndr) è stato arrestato per molto meno! È una trattativa che vogliono fare con Salvini, fidati, io non mi sbaglio» Secondo l'ex presidente dell'Anm così andavano le cose nella capitale. Ma il rito ambrosiano potrebbe essere diverso. E magari, prima o poi, le indagini meneghine daranno i loro frutti.
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Dopo gli scandali che hanno investito la Chiesa per il caso Becciu, Jorge Bergoglio sposta dalla segreteria di Stato all'Apsa di monsignor Nunzio Galantino il controllo delle operazioni economiche e l'approvazione del budget. Cala sensibilmente il potere del cardinal Pietro Parolin.L'inchiesta Metropol non ha avuto esiti, nonostante proroghe e attenzione mediatica.Lo speciale contiene due articoli,.L'accentramento delle finanze vaticane compie finalmente, dopo ripetuti scandali e vatileaks, un passo importante lasciando le chiavi del forziere della Segreteria di stato in mano a monsignor Nunzio Galantino, attuale presidente dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica. La potentissima Segreteria di stato, sconquassata dal volo di corvi e rapaci gabbiani, annidati anche all'interno, resta ora un dicastero come altri, senza portafoglio, addirittura con la possibilità di chiudere l'ufficio amministrativo.La novità era nell'aria, quando il Segretario di stato Pietro Parolin non era stato incluso nella commissione cardinalizia dello Ior, ma ora è annunciata dalla Sala stampa vaticana con allegata una lettera autografa di papa Francesco datata 25 agosto 2020 e indirizzata proprio a Parolin. L'intento di Francesco è chiaro: togliere alla Segreteria di stato la possibilità di gestire qualsiasi patrimonio. Gli scandali culminati una quarantina di giorni fa con il siluramento dell'ex numero due della Segreteria, il cardinale Angelo Becciu, è stato un capitolo a sorpresa di una lunga vicenda di possibili malversazioni e corruzioni per cui indaga da tempo la magistratura vaticana e che hanno riguardato collaboratori e dipendenti della Segreteria.Il Papa chiede che la Segreteria di stato trasferisca all'Apsa «la gestione e l'amministrazione di tutti i fondi finanziari e del patrimonio immobiliare», e poi Francesco dice espressamente a Parolin di «uscire al più presto» dagli «investimenti operati a Londra ed il fondo Centurion». Nel primo caso si tratta della famigerata compravendita dell'immobile londinese di Sloan Avenue e nel secondo caso del fondo maltese che avrebbe amministrato decine di milioni della Segreteria dividendoli in fondi off shore e obbligazioni di società in paradisi fiscali. Uscire, dice Francesco, o «almeno, disporne in maniera tale da eliminarne tutti i rischi reputazionali».Così, continua perentoria la lettera, «tutti i fondi che finora sono stati amministrati dalla Segreteria di Stato siano incorporati nel bilancio consolidato della Santa Sede» e poi, in nome del principio di sussidiarietà, che Francesco richiama espressamente per dire che il portafoglio d'ora in poi è meglio lo gestiscano altri, «in materia economica e finanziaria» si operi con un budget «approvato attraverso i meccanismi abituali». Cioè, nel caso specifico, un budget che dovrà essere approvato e corrisposto dall'Apsa.Ma il Segretario di stato d'ora in poi, oltre a essere un ministro senza portafoglio, in materia economica e finanziaria non avrà più neppure il compito di «vigilanza e controllo di nessun Ente della Santa Sede, né di quelli ad essa collegati o che ad essa si riferiscono». Questo compito di vigilanza è assegnato alla Segreteria per l'Economia, l'ente creato dal Papa poco dopo la sua elezione e inizialmente affidato al cardinale australiano George Pell e oggi guidato dal gesuita padre Antonio Guerrero. L'ultimo punto della lettera è una ovvia conseguenza di questo totale svuotamento: la Segreteria di Stato, scrive il Papa, è «opportuno che ridefinisca il proprio Ufficio Amministrativo, oppure valuti la necessità della sua esistenza». Per attuare tutto questo, diceva Francesco il 25 agosto, si convochi una riunione ed è quella che ha avuto luogo la sera del 4 novembre e che ha annunciato ieri la Sala stampa. Con il Papa c'erano il cardinale Pietro Parolin, il sostituto della Segreteria, monsignor Edgar Peña Parra, il segretario del governatorato dello Stato di Città del Vaticano, monsignor Fernando Vergez, il prefetto della Segreteria per l'Economia, padre Juan Antonio Guerrero Alves e, ovviamente, monsignor Nunzio Galantino in qualità di presidente dell'Apsa. Nella stessa riunione è stata costituita una commissione che presieda a realizzare quanto disposto nella lettera nei prossimi tre mesi, membri della commissione sono Peña Parra, Galantino e padre Guerrero.Si spezza così la (santa) trinità della finanze vaticane che ha sempre ruotato tra Segreteria di stato, Ior e Apsa, con quest'ultima che diventa sempre di più la banca centrale della Santa sede. Resta da capire cosa sarà dell'autonomia di budget ancora riservata al Governatorato e alla Congregazione dell'evangelizzazione dei popoli, anche nota come Propaganda fide, vera macchina per foraggiare le missioni in giro per il mondo. L'osso più duro, la Segreteria di stato, è stato alla fine spezzato e per farlo è dovuto entrare in campo direttamente il Papa. Bisognerebbe chiedersi come mai le indicazioni che venivano dal cardinale Pell, fin dall'inizio della sua missione nelle finanze vaticane nel lontano 2014, abbiano dovuto attendere 6 anni e molti scandali per vedersi attuare. Oltre al fatto che lo stesso Pell uno di questi sei anni ha dovuto passarlo nelle galere australiane, per una condanna infamante per abusi poi completamente cancellata e ribaltata dalla Corte suprema. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francesco-accentra-le-finanze-del-vaticano-2648641184.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meranda-si-e-fatto-una-nuova-vita-ma-le-indagini-non-finiscono-mai" data-post-id="2648641184" data-published-at="1604627751" data-use-pagination="False"> Meranda si è fatto una nuova vita ma le indagini non finiscono mai Che fine ha fatto l'inchiesta sull'hotel Metropol, quella sui presunti petrorubli alla Lega di Matteo Salvini? Mistero. L'unica certezza è che il 30 ottobre i pm milanesi hanno presentato al gip Alessandra Clemente la seconda richiesta di proroga delle indagini, che dovrebbe allungare le investigazioni di altri sei mesi (portandole a 18, esclusi i periodi di sospensione). Adesso gli avvocati Lara Pellegrini e Ersi Bozheku, difensori dei tre indagati per corruzione internazionale (la prima assiste Gianluca Savoini, il secondo Gianluca Meranda e Francesco Vannucci), avranno cinque giorni per presentare memorie per opporsi eventualmente alla richiesta. Poi il giudice, come succede quasi sempre, disporrà la proroga. Tra sei mesi la Procura potrà giocarsi solo un'ultima istanza, prima di decidere se chiedere l'archiviazione o il rinvio a giudizio. Nel luglio del 2019 la Guardia di finanza aveva sequestrato i cellulari e i computer degli indagati e l'avvocato Meranda aveva chiosato, tra il serio e il faceto, che con quello che conteneva il suo iphone si poteva mantenere più di una famiglia: tradotto, il telefonino aveva in memoria notizie ghiotte per Procure e redazioni. I tempi si sono allungati per questo? In realtà quello di Meranda, all'epoca, sembrava più un augurio, visto che aveva appena subito lo sfratto esecutivo dall'ufficio e si disse che non fosse riuscito a pagare neppure il traslocatore. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Infatti l'indagato calabrese ha ripreso con profitto la sua attività di avvocato d'affari e il nuovo studio si trova a pochi metri dall'ambasciata americana di Roma. Abbiamo provato ad andare a trovarlo, ma dopo aver attraversato una porta a vetri con la scritta «Meranda avvocati», una segretaria dall'accento straniero, con gentilezza ci ha spiegato che il suo principale non c'era. Anche Vannucci e Savoini hanno ricominciato a fare i consulenti, mentre gli inquirenti attendono probabilmente un qualche loro passo falso. Però l'esperienza ci insegna che se i magistrati milanesi avessero trovato una pistola fumante dentro ai loro apparecchi elettronici sarebbero già scattate le manette. Evidentemente le indagini si sono complicate e quella che i media avevano descritto come la prova provata dei rapporti illeciti tra la Lega di Matteo Salvini e il Cremlino deve avere perso qualche pezzo per strada. Un anno fa ci fu chi arrivò a paragonare l'inchiesta sul Metropol a un nuovo Watergate, ma i Bob Woodward e Carl Bernstein nostrani da mesi hanno mollato l'osso e la Procura di Milano, 16 mesi dopo le perquisizioni ha chiesto un'ulteriore proroga. Non sorprende che indagini complesse come quelle che inseguono flussi di denaro in giro per il mondo abbiano bisogno di tempo, ma è altrettanto evidente che nel 2019 sembrava che la storia andasse solo infiocchettata. I cronisti avevano raccontato di essere andati in Russia e di aver documentato in presa diretta la trattativa tra i tre indagati e tre misteriosi russi per realizzare una compravendita di petrolio su cui fare la cresta a favore della Lega. Poi si è scoperto che qualcuno, forse lo stesso Meranda, aveva registrato la trattativa e, quando l'accordo era naufragato, il file era finito prima all'Espresso, poi sul tavolo dei magistrati e, infine, nella redazione di un sito d'informazione internazionale. C'era una regia? Chissà. Di certo l'utilizzo della registrazione del Metropol ricorda tanto le fughe di notizie teleguidate del caso Palamara. Se il disvelamento delle intercettazioni dell'hotel Champagne ha tagliato fuori dalla corsa a procuratore di Roma il favorito Marcello Viola, il cosiddetto Moscagate è servito a far perdere le staffe a Salvini, nell'estate del Papeete e delle sue dimissioni. Ora, di fronte alla seconda richiesta di proroga e al silenzio tombale dei giornali, l'ipotesi che a interessare non fosse l'inchiesta in sé, ma i suoi immediati effetti collaterali, è più che un sospetto. Secondo Palamara questo genere di inchieste mette i magistrati in condizioni di trattare con il potere politico. Basti ricordare questa intercettazione ambientale: «La vicenda Siri (l'ex sottosegretario leghista Armando Siri, ndr), in condizioni normali Siri veniva arrestato! De Vito (ex presidente del consiglio comunale di Roma, ndr) è stato arrestato per molto meno! È una trattativa che vogliono fare con Salvini, fidati, io non mi sbaglio» Secondo l'ex presidente dell'Anm così andavano le cose nella capitale. Ma il rito ambrosiano potrebbe essere diverso. E magari, prima o poi, le indagini meneghine daranno i loro frutti.
iStock
Tutto nasce dalla volontà, assolutamente legittima, del governo e della Lega calcio di mettere una pezza a una delle piaghe dilaganti del calcio italiano: «Il pezzotto». Migliaia di tifosi che anziché pagare un regolare abbonamento per guardasi comodamente seduti davanti a uno schermo il match della loro squadra del cuore, preferiscono collegarsi a qualche emittente pirata. Tant’è che la legge del 2023 prevede proprio che questi siti debbano essere oscurati entro 30 minuti dal momento in cui vengono colti in flagranza.
Il punto è chi debba farlo. E qui entrano in scena Cloudflare e l’authority che regola, vigila e sanziona su tutto quello succede nel settore delle telecomunicazioni.
L’Agcom ha chiesto al colosso della rete guidato dall’ad Matthew Prince di intervenire per stoppare i collegamenti alle piattaforme illegali. In buona sostanza deindicizzare i siti pirata. Non solo. Perché l’input è quello di fornire i dati relativi ai clienti che si adoperano per bypassare illegalmente gli abbonamenti.
Risposta. Non se ne parla nemmeno. E non da adesso. Il secco diniego è reiterato e non ha mai lasciato trasparire possibilità di ripensamenti.
Motivo? Innanzitutto c’è una questione di merito e di salvaguardia dell’integrità della rete. Censurare dei siti non è il mestiere di Cloudflare che se dovesse acconsentire alle richieste italiane si esporrebbe a potenziali richieste simili anche da parte di governi autoritari. Perderebbe quindi un’arma difensiva fondamentale per garantire la neutralità di Internet. La nostra credibilità - è il concetto espresso dall’amministratore delegato Matthew Prince - deriva proprio dal fatto di non essere influenzati dalle decisioni dei singoli esecutivi.
Poi c’è un problema tecnico non indifferente. L’operazione invocata dall’Agcom potrebbe bloccare centinaia di altre piattaforme assolutamente in regola. Il punto è che si agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi se dovessero essere oscurate anche le applicazioni digitali perfettamente in regola, la credibilità dell’intermediario ne uscirebbe demolita.
E infine il dilemma economico. Il giro d’affari di Cloudflare in Italia è di circa 7 milioni di euro, che equivale allo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Insomma, è il ragionamento dei vertici del gruppo, ci stanno chiedendo di rivoluzionare un sistema che funziona senza intoppi in tutto il mondo per un mercato marginale e rispetto al quale c’erano anche importanti piani di sviluppo?
Impossibile evitare lo scontro. Che è deflagrato con la multa da circa 14 milioni di euro che ha fatto andare su tutte le furie Prince, il manager del gruppo che ha prima denunciato una deriva da censura. Quindi ha promesso azioni clamorose. Che partono dalla rimozione dei servizi gratuiti alle città italiane e dei progetti di investimento sul nostro Paese e arrivano fino allo stop alle operazioni di cybersecurity legati alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Con tanto di coinvolgimento di Musk e Vance.
Insomma, la questione rischia di diventare di politica internazionale. Per Prince infatti sarebbe in gioco la libertà di parola e di espressione che sarebbe attaccata da «un gruppo di decisori politici europei fuori dal mondo e molto disturbati».
Stati Uniti contro Europa. Uno schema che è molto caro all’amministrazione Trump e in particolare al vicepresidente Vance. Diciamo pure che la situazione sta sfuggendo di mano e per evitare che deflagri sarebbero necessari interventi di mediazione a un livello elevato.
Ci sta provando il senatore della Lega Claudio Borghi che nelle ultime ore ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Ho letto il messaggio di Prince con grande preoccupazione. L’Agcom è un’autorità indipendente: la sanzione non è quindi una decisione del governo. È tuttavia possibile che il provvedimento derivi dall’applicazione della normativa antipirateria, pensata per contrastare i siti illegali che replicano piattaforme di pay-TV. È impossibile, per un governo o per il Parlamento, impartire indicazioni operative a un’autorità indipendente. Posso però assicurare che faremo tutto il possibile per verificare se vi siano stati fraintendimenti in merito al ruolo di Cloudflare...». Mentre le verifiche sono in corso però la polemica non si placa. E c’è la quasi certezza che quella descritta sia solo la prima puntata di una serie che nessun sito pirata riuscirà ad oscurare. Con Cloudfare che starebbe valutando diversi scenari di risposta alla multa.
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«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
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Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.