True
2020-11-06
Francesco accentra le finanze del Vaticano
Papa Francesco (Ansa)
L'accentramento delle finanze vaticane compie finalmente, dopo ripetuti scandali e vatileaks, un passo importante lasciando le chiavi del forziere della Segreteria di stato in mano a monsignor Nunzio Galantino, attuale presidente dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica. La potentissima Segreteria di stato, sconquassata dal volo di corvi e rapaci gabbiani, annidati anche all'interno, resta ora un dicastero come altri, senza portafoglio, addirittura con la possibilità di chiudere l'ufficio amministrativo.
La novità era nell'aria, quando il Segretario di stato Pietro Parolin non era stato incluso nella commissione cardinalizia dello Ior, ma ora è annunciata dalla Sala stampa vaticana con allegata una lettera autografa di papa Francesco datata 25 agosto 2020 e indirizzata proprio a Parolin. L'intento di Francesco è chiaro: togliere alla Segreteria di stato la possibilità di gestire qualsiasi patrimonio. Gli scandali culminati una quarantina di giorni fa con il siluramento dell'ex numero due della Segreteria, il cardinale Angelo Becciu, è stato un capitolo a sorpresa di una lunga vicenda di possibili malversazioni e corruzioni per cui indaga da tempo la magistratura vaticana e che hanno riguardato collaboratori e dipendenti della Segreteria.
Il Papa chiede che la Segreteria di stato trasferisca all'Apsa «la gestione e l'amministrazione di tutti i fondi finanziari e del patrimonio immobiliare», e poi Francesco dice espressamente a Parolin di «uscire al più presto» dagli «investimenti operati a Londra ed il fondo Centurion». Nel primo caso si tratta della famigerata compravendita dell'immobile londinese di Sloan Avenue e nel secondo caso del fondo maltese che avrebbe amministrato decine di milioni della Segreteria dividendoli in fondi off shore e obbligazioni di società in paradisi fiscali. Uscire, dice Francesco, o «almeno, disporne in maniera tale da eliminarne tutti i rischi reputazionali».
Così, continua perentoria la lettera, «tutti i fondi che finora sono stati amministrati dalla Segreteria di Stato siano incorporati nel bilancio consolidato della Santa Sede» e poi, in nome del principio di sussidiarietà, che Francesco richiama espressamente per dire che il portafoglio d'ora in poi è meglio lo gestiscano altri, «in materia economica e finanziaria» si operi con un budget «approvato attraverso i meccanismi abituali». Cioè, nel caso specifico, un budget che dovrà essere approvato e corrisposto dall'Apsa.
Ma il Segretario di stato d'ora in poi, oltre a essere un ministro senza portafoglio, in materia economica e finanziaria non avrà più neppure il compito di «vigilanza e controllo di nessun Ente della Santa Sede, né di quelli ad essa collegati o che ad essa si riferiscono». Questo compito di vigilanza è assegnato alla Segreteria per l'Economia, l'ente creato dal Papa poco dopo la sua elezione e inizialmente affidato al cardinale australiano George Pell e oggi guidato dal gesuita padre Antonio Guerrero. L'ultimo punto della lettera è una ovvia conseguenza di questo totale svuotamento: la Segreteria di Stato, scrive il Papa, è «opportuno che ridefinisca il proprio Ufficio Amministrativo, oppure valuti la necessità della sua esistenza».
Per attuare tutto questo, diceva Francesco il 25 agosto, si convochi una riunione ed è quella che ha avuto luogo la sera del 4 novembre e che ha annunciato ieri la Sala stampa. Con il Papa c'erano il cardinale Pietro Parolin, il sostituto della Segreteria, monsignor Edgar Peña Parra, il segretario del governatorato dello Stato di Città del Vaticano, monsignor Fernando Vergez, il prefetto della Segreteria per l'Economia, padre Juan Antonio Guerrero Alves e, ovviamente, monsignor Nunzio Galantino in qualità di presidente dell'Apsa. Nella stessa riunione è stata costituita una commissione che presieda a realizzare quanto disposto nella lettera nei prossimi tre mesi, membri della commissione sono Peña Parra, Galantino e padre Guerrero.
Si spezza così la (santa) trinità della finanze vaticane che ha sempre ruotato tra Segreteria di stato, Ior e Apsa, con quest'ultima che diventa sempre di più la banca centrale della Santa sede. Resta da capire cosa sarà dell'autonomia di budget ancora riservata al Governatorato e alla Congregazione dell'evangelizzazione dei popoli, anche nota come Propaganda fide, vera macchina per foraggiare le missioni in giro per il mondo. L'osso più duro, la Segreteria di stato, è stato alla fine spezzato e per farlo è dovuto entrare in campo direttamente il Papa. Bisognerebbe chiedersi come mai le indicazioni che venivano dal cardinale Pell, fin dall'inizio della sua missione nelle finanze vaticane nel lontano 2014, abbiano dovuto attendere 6 anni e molti scandali per vedersi attuare. Oltre al fatto che lo stesso Pell uno di questi sei anni ha dovuto passarlo nelle galere australiane, per una condanna infamante per abusi poi completamente cancellata e ribaltata dalla Corte suprema.
Meranda si è fatto una nuova vita ma le indagini non finiscono mai
Che fine ha fatto l'inchiesta sull'hotel Metropol, quella sui presunti petrorubli alla Lega di Matteo Salvini? Mistero. L'unica certezza è che il 30 ottobre i pm milanesi hanno presentato al gip Alessandra Clemente la seconda richiesta di proroga delle indagini, che dovrebbe allungare le investigazioni di altri sei mesi (portandole a 18, esclusi i periodi di sospensione). Adesso gli avvocati Lara Pellegrini e Ersi Bozheku, difensori dei tre indagati per corruzione internazionale (la prima assiste Gianluca Savoini, il secondo Gianluca Meranda e Francesco Vannucci), avranno cinque giorni per presentare memorie per opporsi eventualmente alla richiesta. Poi il giudice, come succede quasi sempre, disporrà la proroga. Tra sei mesi la Procura potrà giocarsi solo un'ultima istanza, prima di decidere se chiedere l'archiviazione o il rinvio a giudizio. Nel luglio del 2019 la Guardia di finanza aveva sequestrato i cellulari e i computer degli indagati e l'avvocato Meranda aveva chiosato, tra il serio e il faceto, che con quello che conteneva il suo iphone si poteva mantenere più di una famiglia: tradotto, il telefonino aveva in memoria notizie ghiotte per Procure e redazioni. I tempi si sono allungati per questo? In realtà quello di Meranda, all'epoca, sembrava più un augurio, visto che aveva appena subito lo sfratto esecutivo dall'ufficio e si disse che non fosse riuscito a pagare neppure il traslocatore. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Infatti l'indagato calabrese ha ripreso con profitto la sua attività di avvocato d'affari e il nuovo studio si trova a pochi metri dall'ambasciata americana di Roma. Abbiamo provato ad andare a trovarlo, ma dopo aver attraversato una porta a vetri con la scritta «Meranda avvocati», una segretaria dall'accento straniero, con gentilezza ci ha spiegato che il suo principale non c'era.
Anche Vannucci e Savoini hanno ricominciato a fare i consulenti, mentre gli inquirenti attendono probabilmente un qualche loro passo falso. Però l'esperienza ci insegna che se i magistrati milanesi avessero trovato una pistola fumante dentro ai loro apparecchi elettronici sarebbero già scattate le manette. Evidentemente le indagini si sono complicate e quella che i media avevano descritto come la prova provata dei rapporti illeciti tra la Lega di Matteo Salvini e il Cremlino deve avere perso qualche pezzo per strada.
Un anno fa ci fu chi arrivò a paragonare l'inchiesta sul Metropol a un nuovo Watergate, ma i Bob Woodward e Carl Bernstein nostrani da mesi hanno mollato l'osso e la Procura di Milano, 16 mesi dopo le perquisizioni ha chiesto un'ulteriore proroga. Non sorprende che indagini complesse come quelle che inseguono flussi di denaro in giro per il mondo abbiano bisogno di tempo, ma è altrettanto evidente che nel 2019 sembrava che la storia andasse solo infiocchettata. I cronisti avevano raccontato di essere andati in Russia e di aver documentato in presa diretta la trattativa tra i tre indagati e tre misteriosi russi per realizzare una compravendita di petrolio su cui fare la cresta a favore della Lega. Poi si è scoperto che qualcuno, forse lo stesso Meranda, aveva registrato la trattativa e, quando l'accordo era naufragato, il file era finito prima all'Espresso, poi sul tavolo dei magistrati e, infine, nella redazione di un sito d'informazione internazionale. C'era una regia? Chissà. Di certo l'utilizzo della registrazione del Metropol ricorda tanto le fughe di notizie teleguidate del caso Palamara. Se il disvelamento delle intercettazioni dell'hotel Champagne ha tagliato fuori dalla corsa a procuratore di Roma il favorito Marcello Viola, il cosiddetto Moscagate è servito a far perdere le staffe a Salvini, nell'estate del Papeete e delle sue dimissioni. Ora, di fronte alla seconda richiesta di proroga e al silenzio tombale dei giornali, l'ipotesi che a interessare non fosse l'inchiesta in sé, ma i suoi immediati effetti collaterali, è più che un sospetto.
Secondo Palamara questo genere di inchieste mette i magistrati in condizioni di trattare con il potere politico. Basti ricordare questa intercettazione ambientale: «La vicenda Siri (l'ex sottosegretario leghista Armando Siri, ndr), in condizioni normali Siri veniva arrestato! De Vito (ex presidente del consiglio comunale di Roma, ndr) è stato arrestato per molto meno! È una trattativa che vogliono fare con Salvini, fidati, io non mi sbaglio» Secondo l'ex presidente dell'Anm così andavano le cose nella capitale. Ma il rito ambrosiano potrebbe essere diverso. E magari, prima o poi, le indagini meneghine daranno i loro frutti.
Continua a leggereRiduci
Dopo gli scandali che hanno investito la Chiesa per il caso Becciu, Jorge Bergoglio sposta dalla segreteria di Stato all'Apsa di monsignor Nunzio Galantino il controllo delle operazioni economiche e l'approvazione del budget. Cala sensibilmente il potere del cardinal Pietro Parolin.L'inchiesta Metropol non ha avuto esiti, nonostante proroghe e attenzione mediatica.Lo speciale contiene due articoli,.L'accentramento delle finanze vaticane compie finalmente, dopo ripetuti scandali e vatileaks, un passo importante lasciando le chiavi del forziere della Segreteria di stato in mano a monsignor Nunzio Galantino, attuale presidente dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica. La potentissima Segreteria di stato, sconquassata dal volo di corvi e rapaci gabbiani, annidati anche all'interno, resta ora un dicastero come altri, senza portafoglio, addirittura con la possibilità di chiudere l'ufficio amministrativo.La novità era nell'aria, quando il Segretario di stato Pietro Parolin non era stato incluso nella commissione cardinalizia dello Ior, ma ora è annunciata dalla Sala stampa vaticana con allegata una lettera autografa di papa Francesco datata 25 agosto 2020 e indirizzata proprio a Parolin. L'intento di Francesco è chiaro: togliere alla Segreteria di stato la possibilità di gestire qualsiasi patrimonio. Gli scandali culminati una quarantina di giorni fa con il siluramento dell'ex numero due della Segreteria, il cardinale Angelo Becciu, è stato un capitolo a sorpresa di una lunga vicenda di possibili malversazioni e corruzioni per cui indaga da tempo la magistratura vaticana e che hanno riguardato collaboratori e dipendenti della Segreteria.Il Papa chiede che la Segreteria di stato trasferisca all'Apsa «la gestione e l'amministrazione di tutti i fondi finanziari e del patrimonio immobiliare», e poi Francesco dice espressamente a Parolin di «uscire al più presto» dagli «investimenti operati a Londra ed il fondo Centurion». Nel primo caso si tratta della famigerata compravendita dell'immobile londinese di Sloan Avenue e nel secondo caso del fondo maltese che avrebbe amministrato decine di milioni della Segreteria dividendoli in fondi off shore e obbligazioni di società in paradisi fiscali. Uscire, dice Francesco, o «almeno, disporne in maniera tale da eliminarne tutti i rischi reputazionali».Così, continua perentoria la lettera, «tutti i fondi che finora sono stati amministrati dalla Segreteria di Stato siano incorporati nel bilancio consolidato della Santa Sede» e poi, in nome del principio di sussidiarietà, che Francesco richiama espressamente per dire che il portafoglio d'ora in poi è meglio lo gestiscano altri, «in materia economica e finanziaria» si operi con un budget «approvato attraverso i meccanismi abituali». Cioè, nel caso specifico, un budget che dovrà essere approvato e corrisposto dall'Apsa.Ma il Segretario di stato d'ora in poi, oltre a essere un ministro senza portafoglio, in materia economica e finanziaria non avrà più neppure il compito di «vigilanza e controllo di nessun Ente della Santa Sede, né di quelli ad essa collegati o che ad essa si riferiscono». Questo compito di vigilanza è assegnato alla Segreteria per l'Economia, l'ente creato dal Papa poco dopo la sua elezione e inizialmente affidato al cardinale australiano George Pell e oggi guidato dal gesuita padre Antonio Guerrero. L'ultimo punto della lettera è una ovvia conseguenza di questo totale svuotamento: la Segreteria di Stato, scrive il Papa, è «opportuno che ridefinisca il proprio Ufficio Amministrativo, oppure valuti la necessità della sua esistenza». Per attuare tutto questo, diceva Francesco il 25 agosto, si convochi una riunione ed è quella che ha avuto luogo la sera del 4 novembre e che ha annunciato ieri la Sala stampa. Con il Papa c'erano il cardinale Pietro Parolin, il sostituto della Segreteria, monsignor Edgar Peña Parra, il segretario del governatorato dello Stato di Città del Vaticano, monsignor Fernando Vergez, il prefetto della Segreteria per l'Economia, padre Juan Antonio Guerrero Alves e, ovviamente, monsignor Nunzio Galantino in qualità di presidente dell'Apsa. Nella stessa riunione è stata costituita una commissione che presieda a realizzare quanto disposto nella lettera nei prossimi tre mesi, membri della commissione sono Peña Parra, Galantino e padre Guerrero.Si spezza così la (santa) trinità della finanze vaticane che ha sempre ruotato tra Segreteria di stato, Ior e Apsa, con quest'ultima che diventa sempre di più la banca centrale della Santa sede. Resta da capire cosa sarà dell'autonomia di budget ancora riservata al Governatorato e alla Congregazione dell'evangelizzazione dei popoli, anche nota come Propaganda fide, vera macchina per foraggiare le missioni in giro per il mondo. L'osso più duro, la Segreteria di stato, è stato alla fine spezzato e per farlo è dovuto entrare in campo direttamente il Papa. Bisognerebbe chiedersi come mai le indicazioni che venivano dal cardinale Pell, fin dall'inizio della sua missione nelle finanze vaticane nel lontano 2014, abbiano dovuto attendere 6 anni e molti scandali per vedersi attuare. Oltre al fatto che lo stesso Pell uno di questi sei anni ha dovuto passarlo nelle galere australiane, per una condanna infamante per abusi poi completamente cancellata e ribaltata dalla Corte suprema. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francesco-accentra-le-finanze-del-vaticano-2648641184.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meranda-si-e-fatto-una-nuova-vita-ma-le-indagini-non-finiscono-mai" data-post-id="2648641184" data-published-at="1604627751" data-use-pagination="False"> Meranda si è fatto una nuova vita ma le indagini non finiscono mai Che fine ha fatto l'inchiesta sull'hotel Metropol, quella sui presunti petrorubli alla Lega di Matteo Salvini? Mistero. L'unica certezza è che il 30 ottobre i pm milanesi hanno presentato al gip Alessandra Clemente la seconda richiesta di proroga delle indagini, che dovrebbe allungare le investigazioni di altri sei mesi (portandole a 18, esclusi i periodi di sospensione). Adesso gli avvocati Lara Pellegrini e Ersi Bozheku, difensori dei tre indagati per corruzione internazionale (la prima assiste Gianluca Savoini, il secondo Gianluca Meranda e Francesco Vannucci), avranno cinque giorni per presentare memorie per opporsi eventualmente alla richiesta. Poi il giudice, come succede quasi sempre, disporrà la proroga. Tra sei mesi la Procura potrà giocarsi solo un'ultima istanza, prima di decidere se chiedere l'archiviazione o il rinvio a giudizio. Nel luglio del 2019 la Guardia di finanza aveva sequestrato i cellulari e i computer degli indagati e l'avvocato Meranda aveva chiosato, tra il serio e il faceto, che con quello che conteneva il suo iphone si poteva mantenere più di una famiglia: tradotto, il telefonino aveva in memoria notizie ghiotte per Procure e redazioni. I tempi si sono allungati per questo? In realtà quello di Meranda, all'epoca, sembrava più un augurio, visto che aveva appena subito lo sfratto esecutivo dall'ufficio e si disse che non fosse riuscito a pagare neppure il traslocatore. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Infatti l'indagato calabrese ha ripreso con profitto la sua attività di avvocato d'affari e il nuovo studio si trova a pochi metri dall'ambasciata americana di Roma. Abbiamo provato ad andare a trovarlo, ma dopo aver attraversato una porta a vetri con la scritta «Meranda avvocati», una segretaria dall'accento straniero, con gentilezza ci ha spiegato che il suo principale non c'era. Anche Vannucci e Savoini hanno ricominciato a fare i consulenti, mentre gli inquirenti attendono probabilmente un qualche loro passo falso. Però l'esperienza ci insegna che se i magistrati milanesi avessero trovato una pistola fumante dentro ai loro apparecchi elettronici sarebbero già scattate le manette. Evidentemente le indagini si sono complicate e quella che i media avevano descritto come la prova provata dei rapporti illeciti tra la Lega di Matteo Salvini e il Cremlino deve avere perso qualche pezzo per strada. Un anno fa ci fu chi arrivò a paragonare l'inchiesta sul Metropol a un nuovo Watergate, ma i Bob Woodward e Carl Bernstein nostrani da mesi hanno mollato l'osso e la Procura di Milano, 16 mesi dopo le perquisizioni ha chiesto un'ulteriore proroga. Non sorprende che indagini complesse come quelle che inseguono flussi di denaro in giro per il mondo abbiano bisogno di tempo, ma è altrettanto evidente che nel 2019 sembrava che la storia andasse solo infiocchettata. I cronisti avevano raccontato di essere andati in Russia e di aver documentato in presa diretta la trattativa tra i tre indagati e tre misteriosi russi per realizzare una compravendita di petrolio su cui fare la cresta a favore della Lega. Poi si è scoperto che qualcuno, forse lo stesso Meranda, aveva registrato la trattativa e, quando l'accordo era naufragato, il file era finito prima all'Espresso, poi sul tavolo dei magistrati e, infine, nella redazione di un sito d'informazione internazionale. C'era una regia? Chissà. Di certo l'utilizzo della registrazione del Metropol ricorda tanto le fughe di notizie teleguidate del caso Palamara. Se il disvelamento delle intercettazioni dell'hotel Champagne ha tagliato fuori dalla corsa a procuratore di Roma il favorito Marcello Viola, il cosiddetto Moscagate è servito a far perdere le staffe a Salvini, nell'estate del Papeete e delle sue dimissioni. Ora, di fronte alla seconda richiesta di proroga e al silenzio tombale dei giornali, l'ipotesi che a interessare non fosse l'inchiesta in sé, ma i suoi immediati effetti collaterali, è più che un sospetto. Secondo Palamara questo genere di inchieste mette i magistrati in condizioni di trattare con il potere politico. Basti ricordare questa intercettazione ambientale: «La vicenda Siri (l'ex sottosegretario leghista Armando Siri, ndr), in condizioni normali Siri veniva arrestato! De Vito (ex presidente del consiglio comunale di Roma, ndr) è stato arrestato per molto meno! È una trattativa che vogliono fare con Salvini, fidati, io non mi sbaglio» Secondo l'ex presidente dell'Anm così andavano le cose nella capitale. Ma il rito ambrosiano potrebbe essere diverso. E magari, prima o poi, le indagini meneghine daranno i loro frutti.
Le major americane già in pista a Caracas. Rio Tinto-Glencore, fusione miliardaria? Gli USA escono da 65 organizzazioni internazionali. Blackout a Berlino nel gelo.
Donald Trump (Ansa)
Eppure, nonostante il significativo aumento della pressione statunitense sulla Repubblica islamica, Trump non ha per ora abbandonato una certa cautela. Giovedì, il presidente americano ha infatti reso noto di non essere ancora pronto a ricevere il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si era offerto di guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran. «Penso che dovremmo lasciare che tutti escano e vedere chi emerge», ha affermato Trump. È quindi possibile ipotizzare che l’inquilino della Casa Bianca punti, almeno nel breve termine, a una «soluzione venezuelana» per l’Iran. Qualora Khamenei dovesse cadere, il presidente americano potrebbe, cioè, cercare di «addomesticare» un pezzo del vecchio regime, guardando probabilmente al settore delle forze armate. Questo non significa che Trump escluda del tutto un futuro sostegno a Reza Pahlavi. Significa semmai che, nel breve termine, potrebbe far leva su uno scenario intermedio: come fatto in Venezuela, dove, anziché appoggiare María Corina Machado, ha scelto come interlocutrice, almeno per ora, la vice di Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez.
Al di là del suo storico scetticismo nei confronti delle operazioni di nation building, Trump vuole ridurre al minimo il rischio di instabilità tanto a Caracas quanto a Teheran. E, venendo specificamente all’Iran, guarda con interesse a due dossier principali: quello nucleare e quello petrolifero. Per quanto riguarda il primo, non è un mistero che il presidente americano punti a firmare con Teheran un nuovo accordo che impedisca all’Iran di conseguire l’arma atomica. Un obiettivo, questo, a cui tendono anche gli israeliani e i sauditi. La risoluzione della questione nucleare iraniana è quindi, agli occhi di Trump, una delle precondizioni essenziali per rilanciare ed espandere gli Accordi di Abramo: quegli accordi il cui futuro appare oggi a rischio per almeno tre ragioni. Le tensioni tra Riad e Gerusalemme sullo Stato palestinese, le fibrillazioni tra sauditi ed emiratini sullo Yemen e sul Sudan, senza infine trascurare la crescente instabilità che si registra in seno alla Siria. In tal senso, in caso di (probabile) caduta di Khamenei, il presidente americano spera in un governo stabile, che, messo adeguatamente sotto pressione, gli consenta di arrivare il prima possibile a un accordo sul nucleare.
Ma anche il secondo dossier, quello petrolifero, è particolarmente attenzionato da Trump. Il che lega, in qualche modo, la questione iraniana a quella venezuelana. L’altro ieri, il presidente americano ha affermato che gli Usa sono pronti a vendere a Cina e Russia il greggio di Caracas, finito sotto il controllo statunitense a seguito della cattura di Maduro. Segno, questo, del fatto che, oltre alla lotta al narcotraffico e alle esigenze di approvvigionamento energetico, l’operazione Absolute Resolve è stata condotta anche per riaffermare il predominio del dollaro nelle transazioni petrolifere e per disarticolare i Brics sul fronte energetico e finanziario. È vero che il Venezuela non fa formalmente parte di questo blocco, ma è altrettanto vero che Maduro intratteneva solide relazioni con tre membri dei Brics, come Pechino, Mosca e la stessa Teheran. Ricordiamo, per inciso, che la Cina era il principale acquirente di greggio venezuelano così come è il principale acquirente di greggio iraniano. In entrambi i casi, la Repubblica popolare aggirava le sanzioni statunitensi ed effettuava pagamenti in renminbi. Il che, insieme alla corsa all’oro degli ultimi due anni, era ed è fonte di preoccupazione per Washington.
Ora, l’ex presidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca e attuale membro del board dei governatori della Fed, Stephen Miran, ha ripetutamente sostenuto la necessità di preservare lo status globale del dollaro. E infatti, già a gennaio 2025 Trump minacciò i Brics di pesanti dazi, qualora avessero continuato a portare avanti i loro propositi di de-dollarizzazione. È quindi altamente verosimile che il presidente americano punti a controllare anche il greggio iraniano, per ribadire la supremazia del dollaro in funzione anti cinese. Ma attenzione: Pechino è nel mirino di Washington anche su un altro fronte. Sbloccando e incamerando il petrolio di Caracas e (forse) di Teheran, Trump mira a far crollare ulteriormente il costo dell’energia: il che, oltre a combattere l’inflazione statunitense in vista delle elezioni di metà mandato, ha l’obiettivo di indebolire la dipendenza degli Usa dalla tecnologia green. Tecnologia che è notoriamente in buona parte in mano ai cinesi. Ecco quindi che anche il recente annuncio dell’addio americano all’Unfccc assume una chiara connotazione di carattere geopolitico in funzione anti Pechino.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Una stretta accompagnata da un messaggio che arriva direttamente dai vertici del potere: «nessuna clemenza contro i rivoltosi». La narrazione ufficiale è affidata alla televisione di Stato, che trasmette esclusivamente immagini di palazzi pubblici e luoghi di culto danneggiati, attribuendo le devastazioni a quelli che vengono definiti «rivoltosi e criminali». Ieri mattina a reti unificate è comparso Ali Khamenei. La Guida suprema ha ribadito che «La Repubblica islamica non cederà ai sabotatori», descritti come «vandali» che distruggono le proprie città «per compiacere un altro presidente» e come «mercenari» al servizio di potenze straniere. Nel suo intervento non è mancato un riferimento diretto a Donald Trump, che aveva evocato un possibile intervento armato in caso di uccisione dei manifestanti: è «arrogante» e sarà «abbattuto come il Faraone e lo Shah», ha dichiarato. Ali Khamenei, ha disposto lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). A riferirlo è il quotidiano britannico The Telegraph, che cita fonti interne iraniane. Secondo queste ricostruzioni, Khamenei avrebbe imposto ai Pasdaran un livello di prontezza «persino superiore» a quello adottato durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. La Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha ordinato lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) e secondo The Telegraph, il livello di allerta sarebbe superiore a quello adottato durante la guerra di giugno. Khamenei mantiene contatti soprattutto con i pasdaran, ritenuti totalmente fedeli, affidando di fatto a loro la propria sopravvivenza politica. Sullo sfondo delle tensioni interne e delle minacce degli Stati Uniti e nel timore che Isarele approfitti della situazione, sarebbero state riattivate anche le basi sotterranee note come «città missilistiche».
Sul piano dei numeri, il bilancio continua a salire. La Human Rights Activists News Agency, riferisce che le vittime accertate sono almeno 65, in gran parte al di fuori della capitale, nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. L’organizzazione segnala inoltre 2.311 arresti. Il procuratore di Teheran ha lanciato un avvertimento netto: chi verrà sorpreso in scontri violenti con le forze di sicurezza rischia la pena di morte, così come chi danneggerà infrastrutture e beni pubblici. Nel caos politico cerca spazio anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, che sta costruendo una nuova visibilità grazie a una massiccia campagna sui social. Una popolarità digitale che però non cancella l’ostilità diffusa nei suoi confronti all’interno dell’Iran, dove il ricordo delle ruberie della famiglia Pahlavi e delle torture della polizia segreta resta vivo. Per comprendere cosa stia accadendo abbiamo raccolto la valutazione di Azar Karimi, portavoce dell’Associazione giovani iraniani in Italia, che descrive uno scenario ben diverso dalla rappresentazione online: «In Iran è in corso una rivolta popolare molto diffusa, che ha coinvolto almeno 180 città e 31 regioni con scontri armati, edifici governativi occupati e slogan apertamente contro l’intero sistema, non solo contro Khamenei. Questa mobilitazione nasce dal basso, è guidata soprattutto dai giovani e dai nuclei di resistenza affiliati ai Mojahedin del popolo e si svolge mentre il regime impone un blackout quasi totale di internet al 5%. In questo contesto, secondo la resistenza iraniana, Reza Pahlavi non rappresenta il popolo in rivolta. Nonostante i suoi canali social registrino oltre 6 milioni di visualizzazioni, questi numeri non possono provenire dall’interno dell’Iran sotto blackout e riflettono soprattutto un pubblico estero e un’amplificazione mediatica. Secondo alcune analisi vengono indicate inoltre una forte presenza di follower falsi o sospetti. Per la resistenza, la distanza tra la realtà delle strade iraniane e l’immagine digitale di Pahlavi dimostra che la rivolta non chiede il ritorno della monarchia, ma una rottura totale con ogni forma di dittatura». Pahlavi, che nei prossimi giorni potrebbe incontrare Trump a Mar-a-Lago, ha chiesto a Washington «di intervenire a difesa del popolo iraniano». Il presidente americano ha avvertito che i leader di Teheran «avrebbero pagato caro una repressione sanguinosa». Poi venerdì ha ribadito: «L’Iran è in grossi guai. Mi sembra che la popolazione stia prendendo il controllo di alcune città che nessuno avrebbe mai pensato fosse possibile. Stiamo osservando. Ho affermato con forza che se inizieranno a uccidere persone come hanno fatto in passato, noi interverremo» e ieri sera su Truth ha scritto: « L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!». Gli Usa denunciano inoltre il presunto impiego da parte dell’Iran di Hezbollah e milizie irachene per reprimere le proteste. Teheran respinge le accuse e oggi dovrebbe parlare al Paese il presidente Masoud Pezeshkian.
Continua a leggereRiduci
Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
Continua a leggereRiduci