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2020-11-06
Francesco accentra le finanze del Vaticano
Papa Francesco (Ansa)
L'accentramento delle finanze vaticane compie finalmente, dopo ripetuti scandali e vatileaks, un passo importante lasciando le chiavi del forziere della Segreteria di stato in mano a monsignor Nunzio Galantino, attuale presidente dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica. La potentissima Segreteria di stato, sconquassata dal volo di corvi e rapaci gabbiani, annidati anche all'interno, resta ora un dicastero come altri, senza portafoglio, addirittura con la possibilità di chiudere l'ufficio amministrativo.
La novità era nell'aria, quando il Segretario di stato Pietro Parolin non era stato incluso nella commissione cardinalizia dello Ior, ma ora è annunciata dalla Sala stampa vaticana con allegata una lettera autografa di papa Francesco datata 25 agosto 2020 e indirizzata proprio a Parolin. L'intento di Francesco è chiaro: togliere alla Segreteria di stato la possibilità di gestire qualsiasi patrimonio. Gli scandali culminati una quarantina di giorni fa con il siluramento dell'ex numero due della Segreteria, il cardinale Angelo Becciu, è stato un capitolo a sorpresa di una lunga vicenda di possibili malversazioni e corruzioni per cui indaga da tempo la magistratura vaticana e che hanno riguardato collaboratori e dipendenti della Segreteria.
Il Papa chiede che la Segreteria di stato trasferisca all'Apsa «la gestione e l'amministrazione di tutti i fondi finanziari e del patrimonio immobiliare», e poi Francesco dice espressamente a Parolin di «uscire al più presto» dagli «investimenti operati a Londra ed il fondo Centurion». Nel primo caso si tratta della famigerata compravendita dell'immobile londinese di Sloan Avenue e nel secondo caso del fondo maltese che avrebbe amministrato decine di milioni della Segreteria dividendoli in fondi off shore e obbligazioni di società in paradisi fiscali. Uscire, dice Francesco, o «almeno, disporne in maniera tale da eliminarne tutti i rischi reputazionali».
Così, continua perentoria la lettera, «tutti i fondi che finora sono stati amministrati dalla Segreteria di Stato siano incorporati nel bilancio consolidato della Santa Sede» e poi, in nome del principio di sussidiarietà, che Francesco richiama espressamente per dire che il portafoglio d'ora in poi è meglio lo gestiscano altri, «in materia economica e finanziaria» si operi con un budget «approvato attraverso i meccanismi abituali». Cioè, nel caso specifico, un budget che dovrà essere approvato e corrisposto dall'Apsa.
Ma il Segretario di stato d'ora in poi, oltre a essere un ministro senza portafoglio, in materia economica e finanziaria non avrà più neppure il compito di «vigilanza e controllo di nessun Ente della Santa Sede, né di quelli ad essa collegati o che ad essa si riferiscono». Questo compito di vigilanza è assegnato alla Segreteria per l'Economia, l'ente creato dal Papa poco dopo la sua elezione e inizialmente affidato al cardinale australiano George Pell e oggi guidato dal gesuita padre Antonio Guerrero. L'ultimo punto della lettera è una ovvia conseguenza di questo totale svuotamento: la Segreteria di Stato, scrive il Papa, è «opportuno che ridefinisca il proprio Ufficio Amministrativo, oppure valuti la necessità della sua esistenza».
Per attuare tutto questo, diceva Francesco il 25 agosto, si convochi una riunione ed è quella che ha avuto luogo la sera del 4 novembre e che ha annunciato ieri la Sala stampa. Con il Papa c'erano il cardinale Pietro Parolin, il sostituto della Segreteria, monsignor Edgar Peña Parra, il segretario del governatorato dello Stato di Città del Vaticano, monsignor Fernando Vergez, il prefetto della Segreteria per l'Economia, padre Juan Antonio Guerrero Alves e, ovviamente, monsignor Nunzio Galantino in qualità di presidente dell'Apsa. Nella stessa riunione è stata costituita una commissione che presieda a realizzare quanto disposto nella lettera nei prossimi tre mesi, membri della commissione sono Peña Parra, Galantino e padre Guerrero.
Si spezza così la (santa) trinità della finanze vaticane che ha sempre ruotato tra Segreteria di stato, Ior e Apsa, con quest'ultima che diventa sempre di più la banca centrale della Santa sede. Resta da capire cosa sarà dell'autonomia di budget ancora riservata al Governatorato e alla Congregazione dell'evangelizzazione dei popoli, anche nota come Propaganda fide, vera macchina per foraggiare le missioni in giro per il mondo. L'osso più duro, la Segreteria di stato, è stato alla fine spezzato e per farlo è dovuto entrare in campo direttamente il Papa. Bisognerebbe chiedersi come mai le indicazioni che venivano dal cardinale Pell, fin dall'inizio della sua missione nelle finanze vaticane nel lontano 2014, abbiano dovuto attendere 6 anni e molti scandali per vedersi attuare. Oltre al fatto che lo stesso Pell uno di questi sei anni ha dovuto passarlo nelle galere australiane, per una condanna infamante per abusi poi completamente cancellata e ribaltata dalla Corte suprema.
Meranda si è fatto una nuova vita ma le indagini non finiscono mai
Che fine ha fatto l'inchiesta sull'hotel Metropol, quella sui presunti petrorubli alla Lega di Matteo Salvini? Mistero. L'unica certezza è che il 30 ottobre i pm milanesi hanno presentato al gip Alessandra Clemente la seconda richiesta di proroga delle indagini, che dovrebbe allungare le investigazioni di altri sei mesi (portandole a 18, esclusi i periodi di sospensione). Adesso gli avvocati Lara Pellegrini e Ersi Bozheku, difensori dei tre indagati per corruzione internazionale (la prima assiste Gianluca Savoini, il secondo Gianluca Meranda e Francesco Vannucci), avranno cinque giorni per presentare memorie per opporsi eventualmente alla richiesta. Poi il giudice, come succede quasi sempre, disporrà la proroga. Tra sei mesi la Procura potrà giocarsi solo un'ultima istanza, prima di decidere se chiedere l'archiviazione o il rinvio a giudizio. Nel luglio del 2019 la Guardia di finanza aveva sequestrato i cellulari e i computer degli indagati e l'avvocato Meranda aveva chiosato, tra il serio e il faceto, che con quello che conteneva il suo iphone si poteva mantenere più di una famiglia: tradotto, il telefonino aveva in memoria notizie ghiotte per Procure e redazioni. I tempi si sono allungati per questo? In realtà quello di Meranda, all'epoca, sembrava più un augurio, visto che aveva appena subito lo sfratto esecutivo dall'ufficio e si disse che non fosse riuscito a pagare neppure il traslocatore. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Infatti l'indagato calabrese ha ripreso con profitto la sua attività di avvocato d'affari e il nuovo studio si trova a pochi metri dall'ambasciata americana di Roma. Abbiamo provato ad andare a trovarlo, ma dopo aver attraversato una porta a vetri con la scritta «Meranda avvocati», una segretaria dall'accento straniero, con gentilezza ci ha spiegato che il suo principale non c'era.
Anche Vannucci e Savoini hanno ricominciato a fare i consulenti, mentre gli inquirenti attendono probabilmente un qualche loro passo falso. Però l'esperienza ci insegna che se i magistrati milanesi avessero trovato una pistola fumante dentro ai loro apparecchi elettronici sarebbero già scattate le manette. Evidentemente le indagini si sono complicate e quella che i media avevano descritto come la prova provata dei rapporti illeciti tra la Lega di Matteo Salvini e il Cremlino deve avere perso qualche pezzo per strada.
Un anno fa ci fu chi arrivò a paragonare l'inchiesta sul Metropol a un nuovo Watergate, ma i Bob Woodward e Carl Bernstein nostrani da mesi hanno mollato l'osso e la Procura di Milano, 16 mesi dopo le perquisizioni ha chiesto un'ulteriore proroga. Non sorprende che indagini complesse come quelle che inseguono flussi di denaro in giro per il mondo abbiano bisogno di tempo, ma è altrettanto evidente che nel 2019 sembrava che la storia andasse solo infiocchettata. I cronisti avevano raccontato di essere andati in Russia e di aver documentato in presa diretta la trattativa tra i tre indagati e tre misteriosi russi per realizzare una compravendita di petrolio su cui fare la cresta a favore della Lega. Poi si è scoperto che qualcuno, forse lo stesso Meranda, aveva registrato la trattativa e, quando l'accordo era naufragato, il file era finito prima all'Espresso, poi sul tavolo dei magistrati e, infine, nella redazione di un sito d'informazione internazionale. C'era una regia? Chissà. Di certo l'utilizzo della registrazione del Metropol ricorda tanto le fughe di notizie teleguidate del caso Palamara. Se il disvelamento delle intercettazioni dell'hotel Champagne ha tagliato fuori dalla corsa a procuratore di Roma il favorito Marcello Viola, il cosiddetto Moscagate è servito a far perdere le staffe a Salvini, nell'estate del Papeete e delle sue dimissioni. Ora, di fronte alla seconda richiesta di proroga e al silenzio tombale dei giornali, l'ipotesi che a interessare non fosse l'inchiesta in sé, ma i suoi immediati effetti collaterali, è più che un sospetto.
Secondo Palamara questo genere di inchieste mette i magistrati in condizioni di trattare con il potere politico. Basti ricordare questa intercettazione ambientale: «La vicenda Siri (l'ex sottosegretario leghista Armando Siri, ndr), in condizioni normali Siri veniva arrestato! De Vito (ex presidente del consiglio comunale di Roma, ndr) è stato arrestato per molto meno! È una trattativa che vogliono fare con Salvini, fidati, io non mi sbaglio» Secondo l'ex presidente dell'Anm così andavano le cose nella capitale. Ma il rito ambrosiano potrebbe essere diverso. E magari, prima o poi, le indagini meneghine daranno i loro frutti.
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Dopo gli scandali che hanno investito la Chiesa per il caso Becciu, Jorge Bergoglio sposta dalla segreteria di Stato all'Apsa di monsignor Nunzio Galantino il controllo delle operazioni economiche e l'approvazione del budget. Cala sensibilmente il potere del cardinal Pietro Parolin.L'inchiesta Metropol non ha avuto esiti, nonostante proroghe e attenzione mediatica.Lo speciale contiene due articoli,.L'accentramento delle finanze vaticane compie finalmente, dopo ripetuti scandali e vatileaks, un passo importante lasciando le chiavi del forziere della Segreteria di stato in mano a monsignor Nunzio Galantino, attuale presidente dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica. La potentissima Segreteria di stato, sconquassata dal volo di corvi e rapaci gabbiani, annidati anche all'interno, resta ora un dicastero come altri, senza portafoglio, addirittura con la possibilità di chiudere l'ufficio amministrativo.La novità era nell'aria, quando il Segretario di stato Pietro Parolin non era stato incluso nella commissione cardinalizia dello Ior, ma ora è annunciata dalla Sala stampa vaticana con allegata una lettera autografa di papa Francesco datata 25 agosto 2020 e indirizzata proprio a Parolin. L'intento di Francesco è chiaro: togliere alla Segreteria di stato la possibilità di gestire qualsiasi patrimonio. Gli scandali culminati una quarantina di giorni fa con il siluramento dell'ex numero due della Segreteria, il cardinale Angelo Becciu, è stato un capitolo a sorpresa di una lunga vicenda di possibili malversazioni e corruzioni per cui indaga da tempo la magistratura vaticana e che hanno riguardato collaboratori e dipendenti della Segreteria.Il Papa chiede che la Segreteria di stato trasferisca all'Apsa «la gestione e l'amministrazione di tutti i fondi finanziari e del patrimonio immobiliare», e poi Francesco dice espressamente a Parolin di «uscire al più presto» dagli «investimenti operati a Londra ed il fondo Centurion». Nel primo caso si tratta della famigerata compravendita dell'immobile londinese di Sloan Avenue e nel secondo caso del fondo maltese che avrebbe amministrato decine di milioni della Segreteria dividendoli in fondi off shore e obbligazioni di società in paradisi fiscali. Uscire, dice Francesco, o «almeno, disporne in maniera tale da eliminarne tutti i rischi reputazionali».Così, continua perentoria la lettera, «tutti i fondi che finora sono stati amministrati dalla Segreteria di Stato siano incorporati nel bilancio consolidato della Santa Sede» e poi, in nome del principio di sussidiarietà, che Francesco richiama espressamente per dire che il portafoglio d'ora in poi è meglio lo gestiscano altri, «in materia economica e finanziaria» si operi con un budget «approvato attraverso i meccanismi abituali». Cioè, nel caso specifico, un budget che dovrà essere approvato e corrisposto dall'Apsa.Ma il Segretario di stato d'ora in poi, oltre a essere un ministro senza portafoglio, in materia economica e finanziaria non avrà più neppure il compito di «vigilanza e controllo di nessun Ente della Santa Sede, né di quelli ad essa collegati o che ad essa si riferiscono». Questo compito di vigilanza è assegnato alla Segreteria per l'Economia, l'ente creato dal Papa poco dopo la sua elezione e inizialmente affidato al cardinale australiano George Pell e oggi guidato dal gesuita padre Antonio Guerrero. L'ultimo punto della lettera è una ovvia conseguenza di questo totale svuotamento: la Segreteria di Stato, scrive il Papa, è «opportuno che ridefinisca il proprio Ufficio Amministrativo, oppure valuti la necessità della sua esistenza». Per attuare tutto questo, diceva Francesco il 25 agosto, si convochi una riunione ed è quella che ha avuto luogo la sera del 4 novembre e che ha annunciato ieri la Sala stampa. Con il Papa c'erano il cardinale Pietro Parolin, il sostituto della Segreteria, monsignor Edgar Peña Parra, il segretario del governatorato dello Stato di Città del Vaticano, monsignor Fernando Vergez, il prefetto della Segreteria per l'Economia, padre Juan Antonio Guerrero Alves e, ovviamente, monsignor Nunzio Galantino in qualità di presidente dell'Apsa. Nella stessa riunione è stata costituita una commissione che presieda a realizzare quanto disposto nella lettera nei prossimi tre mesi, membri della commissione sono Peña Parra, Galantino e padre Guerrero.Si spezza così la (santa) trinità della finanze vaticane che ha sempre ruotato tra Segreteria di stato, Ior e Apsa, con quest'ultima che diventa sempre di più la banca centrale della Santa sede. Resta da capire cosa sarà dell'autonomia di budget ancora riservata al Governatorato e alla Congregazione dell'evangelizzazione dei popoli, anche nota come Propaganda fide, vera macchina per foraggiare le missioni in giro per il mondo. L'osso più duro, la Segreteria di stato, è stato alla fine spezzato e per farlo è dovuto entrare in campo direttamente il Papa. Bisognerebbe chiedersi come mai le indicazioni che venivano dal cardinale Pell, fin dall'inizio della sua missione nelle finanze vaticane nel lontano 2014, abbiano dovuto attendere 6 anni e molti scandali per vedersi attuare. Oltre al fatto che lo stesso Pell uno di questi sei anni ha dovuto passarlo nelle galere australiane, per una condanna infamante per abusi poi completamente cancellata e ribaltata dalla Corte suprema. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francesco-accentra-le-finanze-del-vaticano-2648641184.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meranda-si-e-fatto-una-nuova-vita-ma-le-indagini-non-finiscono-mai" data-post-id="2648641184" data-published-at="1604627751" data-use-pagination="False"> Meranda si è fatto una nuova vita ma le indagini non finiscono mai Che fine ha fatto l'inchiesta sull'hotel Metropol, quella sui presunti petrorubli alla Lega di Matteo Salvini? Mistero. L'unica certezza è che il 30 ottobre i pm milanesi hanno presentato al gip Alessandra Clemente la seconda richiesta di proroga delle indagini, che dovrebbe allungare le investigazioni di altri sei mesi (portandole a 18, esclusi i periodi di sospensione). Adesso gli avvocati Lara Pellegrini e Ersi Bozheku, difensori dei tre indagati per corruzione internazionale (la prima assiste Gianluca Savoini, il secondo Gianluca Meranda e Francesco Vannucci), avranno cinque giorni per presentare memorie per opporsi eventualmente alla richiesta. Poi il giudice, come succede quasi sempre, disporrà la proroga. Tra sei mesi la Procura potrà giocarsi solo un'ultima istanza, prima di decidere se chiedere l'archiviazione o il rinvio a giudizio. Nel luglio del 2019 la Guardia di finanza aveva sequestrato i cellulari e i computer degli indagati e l'avvocato Meranda aveva chiosato, tra il serio e il faceto, che con quello che conteneva il suo iphone si poteva mantenere più di una famiglia: tradotto, il telefonino aveva in memoria notizie ghiotte per Procure e redazioni. I tempi si sono allungati per questo? In realtà quello di Meranda, all'epoca, sembrava più un augurio, visto che aveva appena subito lo sfratto esecutivo dall'ufficio e si disse che non fosse riuscito a pagare neppure il traslocatore. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Infatti l'indagato calabrese ha ripreso con profitto la sua attività di avvocato d'affari e il nuovo studio si trova a pochi metri dall'ambasciata americana di Roma. Abbiamo provato ad andare a trovarlo, ma dopo aver attraversato una porta a vetri con la scritta «Meranda avvocati», una segretaria dall'accento straniero, con gentilezza ci ha spiegato che il suo principale non c'era. Anche Vannucci e Savoini hanno ricominciato a fare i consulenti, mentre gli inquirenti attendono probabilmente un qualche loro passo falso. Però l'esperienza ci insegna che se i magistrati milanesi avessero trovato una pistola fumante dentro ai loro apparecchi elettronici sarebbero già scattate le manette. Evidentemente le indagini si sono complicate e quella che i media avevano descritto come la prova provata dei rapporti illeciti tra la Lega di Matteo Salvini e il Cremlino deve avere perso qualche pezzo per strada. Un anno fa ci fu chi arrivò a paragonare l'inchiesta sul Metropol a un nuovo Watergate, ma i Bob Woodward e Carl Bernstein nostrani da mesi hanno mollato l'osso e la Procura di Milano, 16 mesi dopo le perquisizioni ha chiesto un'ulteriore proroga. Non sorprende che indagini complesse come quelle che inseguono flussi di denaro in giro per il mondo abbiano bisogno di tempo, ma è altrettanto evidente che nel 2019 sembrava che la storia andasse solo infiocchettata. I cronisti avevano raccontato di essere andati in Russia e di aver documentato in presa diretta la trattativa tra i tre indagati e tre misteriosi russi per realizzare una compravendita di petrolio su cui fare la cresta a favore della Lega. Poi si è scoperto che qualcuno, forse lo stesso Meranda, aveva registrato la trattativa e, quando l'accordo era naufragato, il file era finito prima all'Espresso, poi sul tavolo dei magistrati e, infine, nella redazione di un sito d'informazione internazionale. C'era una regia? Chissà. Di certo l'utilizzo della registrazione del Metropol ricorda tanto le fughe di notizie teleguidate del caso Palamara. Se il disvelamento delle intercettazioni dell'hotel Champagne ha tagliato fuori dalla corsa a procuratore di Roma il favorito Marcello Viola, il cosiddetto Moscagate è servito a far perdere le staffe a Salvini, nell'estate del Papeete e delle sue dimissioni. Ora, di fronte alla seconda richiesta di proroga e al silenzio tombale dei giornali, l'ipotesi che a interessare non fosse l'inchiesta in sé, ma i suoi immediati effetti collaterali, è più che un sospetto. Secondo Palamara questo genere di inchieste mette i magistrati in condizioni di trattare con il potere politico. Basti ricordare questa intercettazione ambientale: «La vicenda Siri (l'ex sottosegretario leghista Armando Siri, ndr), in condizioni normali Siri veniva arrestato! De Vito (ex presidente del consiglio comunale di Roma, ndr) è stato arrestato per molto meno! È una trattativa che vogliono fare con Salvini, fidati, io non mi sbaglio» Secondo l'ex presidente dell'Anm così andavano le cose nella capitale. Ma il rito ambrosiano potrebbe essere diverso. E magari, prima o poi, le indagini meneghine daranno i loro frutti.
Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
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«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
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Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
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