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2020-11-06
Francesco accentra le finanze del Vaticano
Papa Francesco (Ansa)
L'accentramento delle finanze vaticane compie finalmente, dopo ripetuti scandali e vatileaks, un passo importante lasciando le chiavi del forziere della Segreteria di stato in mano a monsignor Nunzio Galantino, attuale presidente dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica. La potentissima Segreteria di stato, sconquassata dal volo di corvi e rapaci gabbiani, annidati anche all'interno, resta ora un dicastero come altri, senza portafoglio, addirittura con la possibilità di chiudere l'ufficio amministrativo.
La novità era nell'aria, quando il Segretario di stato Pietro Parolin non era stato incluso nella commissione cardinalizia dello Ior, ma ora è annunciata dalla Sala stampa vaticana con allegata una lettera autografa di papa Francesco datata 25 agosto 2020 e indirizzata proprio a Parolin. L'intento di Francesco è chiaro: togliere alla Segreteria di stato la possibilità di gestire qualsiasi patrimonio. Gli scandali culminati una quarantina di giorni fa con il siluramento dell'ex numero due della Segreteria, il cardinale Angelo Becciu, è stato un capitolo a sorpresa di una lunga vicenda di possibili malversazioni e corruzioni per cui indaga da tempo la magistratura vaticana e che hanno riguardato collaboratori e dipendenti della Segreteria.
Il Papa chiede che la Segreteria di stato trasferisca all'Apsa «la gestione e l'amministrazione di tutti i fondi finanziari e del patrimonio immobiliare», e poi Francesco dice espressamente a Parolin di «uscire al più presto» dagli «investimenti operati a Londra ed il fondo Centurion». Nel primo caso si tratta della famigerata compravendita dell'immobile londinese di Sloan Avenue e nel secondo caso del fondo maltese che avrebbe amministrato decine di milioni della Segreteria dividendoli in fondi off shore e obbligazioni di società in paradisi fiscali. Uscire, dice Francesco, o «almeno, disporne in maniera tale da eliminarne tutti i rischi reputazionali».
Così, continua perentoria la lettera, «tutti i fondi che finora sono stati amministrati dalla Segreteria di Stato siano incorporati nel bilancio consolidato della Santa Sede» e poi, in nome del principio di sussidiarietà, che Francesco richiama espressamente per dire che il portafoglio d'ora in poi è meglio lo gestiscano altri, «in materia economica e finanziaria» si operi con un budget «approvato attraverso i meccanismi abituali». Cioè, nel caso specifico, un budget che dovrà essere approvato e corrisposto dall'Apsa.
Ma il Segretario di stato d'ora in poi, oltre a essere un ministro senza portafoglio, in materia economica e finanziaria non avrà più neppure il compito di «vigilanza e controllo di nessun Ente della Santa Sede, né di quelli ad essa collegati o che ad essa si riferiscono». Questo compito di vigilanza è assegnato alla Segreteria per l'Economia, l'ente creato dal Papa poco dopo la sua elezione e inizialmente affidato al cardinale australiano George Pell e oggi guidato dal gesuita padre Antonio Guerrero. L'ultimo punto della lettera è una ovvia conseguenza di questo totale svuotamento: la Segreteria di Stato, scrive il Papa, è «opportuno che ridefinisca il proprio Ufficio Amministrativo, oppure valuti la necessità della sua esistenza».
Per attuare tutto questo, diceva Francesco il 25 agosto, si convochi una riunione ed è quella che ha avuto luogo la sera del 4 novembre e che ha annunciato ieri la Sala stampa. Con il Papa c'erano il cardinale Pietro Parolin, il sostituto della Segreteria, monsignor Edgar Peña Parra, il segretario del governatorato dello Stato di Città del Vaticano, monsignor Fernando Vergez, il prefetto della Segreteria per l'Economia, padre Juan Antonio Guerrero Alves e, ovviamente, monsignor Nunzio Galantino in qualità di presidente dell'Apsa. Nella stessa riunione è stata costituita una commissione che presieda a realizzare quanto disposto nella lettera nei prossimi tre mesi, membri della commissione sono Peña Parra, Galantino e padre Guerrero.
Si spezza così la (santa) trinità della finanze vaticane che ha sempre ruotato tra Segreteria di stato, Ior e Apsa, con quest'ultima che diventa sempre di più la banca centrale della Santa sede. Resta da capire cosa sarà dell'autonomia di budget ancora riservata al Governatorato e alla Congregazione dell'evangelizzazione dei popoli, anche nota come Propaganda fide, vera macchina per foraggiare le missioni in giro per il mondo. L'osso più duro, la Segreteria di stato, è stato alla fine spezzato e per farlo è dovuto entrare in campo direttamente il Papa. Bisognerebbe chiedersi come mai le indicazioni che venivano dal cardinale Pell, fin dall'inizio della sua missione nelle finanze vaticane nel lontano 2014, abbiano dovuto attendere 6 anni e molti scandali per vedersi attuare. Oltre al fatto che lo stesso Pell uno di questi sei anni ha dovuto passarlo nelle galere australiane, per una condanna infamante per abusi poi completamente cancellata e ribaltata dalla Corte suprema.
Meranda si è fatto una nuova vita ma le indagini non finiscono mai
Che fine ha fatto l'inchiesta sull'hotel Metropol, quella sui presunti petrorubli alla Lega di Matteo Salvini? Mistero. L'unica certezza è che il 30 ottobre i pm milanesi hanno presentato al gip Alessandra Clemente la seconda richiesta di proroga delle indagini, che dovrebbe allungare le investigazioni di altri sei mesi (portandole a 18, esclusi i periodi di sospensione). Adesso gli avvocati Lara Pellegrini e Ersi Bozheku, difensori dei tre indagati per corruzione internazionale (la prima assiste Gianluca Savoini, il secondo Gianluca Meranda e Francesco Vannucci), avranno cinque giorni per presentare memorie per opporsi eventualmente alla richiesta. Poi il giudice, come succede quasi sempre, disporrà la proroga. Tra sei mesi la Procura potrà giocarsi solo un'ultima istanza, prima di decidere se chiedere l'archiviazione o il rinvio a giudizio. Nel luglio del 2019 la Guardia di finanza aveva sequestrato i cellulari e i computer degli indagati e l'avvocato Meranda aveva chiosato, tra il serio e il faceto, che con quello che conteneva il suo iphone si poteva mantenere più di una famiglia: tradotto, il telefonino aveva in memoria notizie ghiotte per Procure e redazioni. I tempi si sono allungati per questo? In realtà quello di Meranda, all'epoca, sembrava più un augurio, visto che aveva appena subito lo sfratto esecutivo dall'ufficio e si disse che non fosse riuscito a pagare neppure il traslocatore. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Infatti l'indagato calabrese ha ripreso con profitto la sua attività di avvocato d'affari e il nuovo studio si trova a pochi metri dall'ambasciata americana di Roma. Abbiamo provato ad andare a trovarlo, ma dopo aver attraversato una porta a vetri con la scritta «Meranda avvocati», una segretaria dall'accento straniero, con gentilezza ci ha spiegato che il suo principale non c'era.
Anche Vannucci e Savoini hanno ricominciato a fare i consulenti, mentre gli inquirenti attendono probabilmente un qualche loro passo falso. Però l'esperienza ci insegna che se i magistrati milanesi avessero trovato una pistola fumante dentro ai loro apparecchi elettronici sarebbero già scattate le manette. Evidentemente le indagini si sono complicate e quella che i media avevano descritto come la prova provata dei rapporti illeciti tra la Lega di Matteo Salvini e il Cremlino deve avere perso qualche pezzo per strada.
Un anno fa ci fu chi arrivò a paragonare l'inchiesta sul Metropol a un nuovo Watergate, ma i Bob Woodward e Carl Bernstein nostrani da mesi hanno mollato l'osso e la Procura di Milano, 16 mesi dopo le perquisizioni ha chiesto un'ulteriore proroga. Non sorprende che indagini complesse come quelle che inseguono flussi di denaro in giro per il mondo abbiano bisogno di tempo, ma è altrettanto evidente che nel 2019 sembrava che la storia andasse solo infiocchettata. I cronisti avevano raccontato di essere andati in Russia e di aver documentato in presa diretta la trattativa tra i tre indagati e tre misteriosi russi per realizzare una compravendita di petrolio su cui fare la cresta a favore della Lega. Poi si è scoperto che qualcuno, forse lo stesso Meranda, aveva registrato la trattativa e, quando l'accordo era naufragato, il file era finito prima all'Espresso, poi sul tavolo dei magistrati e, infine, nella redazione di un sito d'informazione internazionale. C'era una regia? Chissà. Di certo l'utilizzo della registrazione del Metropol ricorda tanto le fughe di notizie teleguidate del caso Palamara. Se il disvelamento delle intercettazioni dell'hotel Champagne ha tagliato fuori dalla corsa a procuratore di Roma il favorito Marcello Viola, il cosiddetto Moscagate è servito a far perdere le staffe a Salvini, nell'estate del Papeete e delle sue dimissioni. Ora, di fronte alla seconda richiesta di proroga e al silenzio tombale dei giornali, l'ipotesi che a interessare non fosse l'inchiesta in sé, ma i suoi immediati effetti collaterali, è più che un sospetto.
Secondo Palamara questo genere di inchieste mette i magistrati in condizioni di trattare con il potere politico. Basti ricordare questa intercettazione ambientale: «La vicenda Siri (l'ex sottosegretario leghista Armando Siri, ndr), in condizioni normali Siri veniva arrestato! De Vito (ex presidente del consiglio comunale di Roma, ndr) è stato arrestato per molto meno! È una trattativa che vogliono fare con Salvini, fidati, io non mi sbaglio» Secondo l'ex presidente dell'Anm così andavano le cose nella capitale. Ma il rito ambrosiano potrebbe essere diverso. E magari, prima o poi, le indagini meneghine daranno i loro frutti.
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Dopo gli scandali che hanno investito la Chiesa per il caso Becciu, Jorge Bergoglio sposta dalla segreteria di Stato all'Apsa di monsignor Nunzio Galantino il controllo delle operazioni economiche e l'approvazione del budget. Cala sensibilmente il potere del cardinal Pietro Parolin.L'inchiesta Metropol non ha avuto esiti, nonostante proroghe e attenzione mediatica.Lo speciale contiene due articoli,.L'accentramento delle finanze vaticane compie finalmente, dopo ripetuti scandali e vatileaks, un passo importante lasciando le chiavi del forziere della Segreteria di stato in mano a monsignor Nunzio Galantino, attuale presidente dell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica. La potentissima Segreteria di stato, sconquassata dal volo di corvi e rapaci gabbiani, annidati anche all'interno, resta ora un dicastero come altri, senza portafoglio, addirittura con la possibilità di chiudere l'ufficio amministrativo.La novità era nell'aria, quando il Segretario di stato Pietro Parolin non era stato incluso nella commissione cardinalizia dello Ior, ma ora è annunciata dalla Sala stampa vaticana con allegata una lettera autografa di papa Francesco datata 25 agosto 2020 e indirizzata proprio a Parolin. L'intento di Francesco è chiaro: togliere alla Segreteria di stato la possibilità di gestire qualsiasi patrimonio. Gli scandali culminati una quarantina di giorni fa con il siluramento dell'ex numero due della Segreteria, il cardinale Angelo Becciu, è stato un capitolo a sorpresa di una lunga vicenda di possibili malversazioni e corruzioni per cui indaga da tempo la magistratura vaticana e che hanno riguardato collaboratori e dipendenti della Segreteria.Il Papa chiede che la Segreteria di stato trasferisca all'Apsa «la gestione e l'amministrazione di tutti i fondi finanziari e del patrimonio immobiliare», e poi Francesco dice espressamente a Parolin di «uscire al più presto» dagli «investimenti operati a Londra ed il fondo Centurion». Nel primo caso si tratta della famigerata compravendita dell'immobile londinese di Sloan Avenue e nel secondo caso del fondo maltese che avrebbe amministrato decine di milioni della Segreteria dividendoli in fondi off shore e obbligazioni di società in paradisi fiscali. Uscire, dice Francesco, o «almeno, disporne in maniera tale da eliminarne tutti i rischi reputazionali».Così, continua perentoria la lettera, «tutti i fondi che finora sono stati amministrati dalla Segreteria di Stato siano incorporati nel bilancio consolidato della Santa Sede» e poi, in nome del principio di sussidiarietà, che Francesco richiama espressamente per dire che il portafoglio d'ora in poi è meglio lo gestiscano altri, «in materia economica e finanziaria» si operi con un budget «approvato attraverso i meccanismi abituali». Cioè, nel caso specifico, un budget che dovrà essere approvato e corrisposto dall'Apsa.Ma il Segretario di stato d'ora in poi, oltre a essere un ministro senza portafoglio, in materia economica e finanziaria non avrà più neppure il compito di «vigilanza e controllo di nessun Ente della Santa Sede, né di quelli ad essa collegati o che ad essa si riferiscono». Questo compito di vigilanza è assegnato alla Segreteria per l'Economia, l'ente creato dal Papa poco dopo la sua elezione e inizialmente affidato al cardinale australiano George Pell e oggi guidato dal gesuita padre Antonio Guerrero. L'ultimo punto della lettera è una ovvia conseguenza di questo totale svuotamento: la Segreteria di Stato, scrive il Papa, è «opportuno che ridefinisca il proprio Ufficio Amministrativo, oppure valuti la necessità della sua esistenza». Per attuare tutto questo, diceva Francesco il 25 agosto, si convochi una riunione ed è quella che ha avuto luogo la sera del 4 novembre e che ha annunciato ieri la Sala stampa. Con il Papa c'erano il cardinale Pietro Parolin, il sostituto della Segreteria, monsignor Edgar Peña Parra, il segretario del governatorato dello Stato di Città del Vaticano, monsignor Fernando Vergez, il prefetto della Segreteria per l'Economia, padre Juan Antonio Guerrero Alves e, ovviamente, monsignor Nunzio Galantino in qualità di presidente dell'Apsa. Nella stessa riunione è stata costituita una commissione che presieda a realizzare quanto disposto nella lettera nei prossimi tre mesi, membri della commissione sono Peña Parra, Galantino e padre Guerrero.Si spezza così la (santa) trinità della finanze vaticane che ha sempre ruotato tra Segreteria di stato, Ior e Apsa, con quest'ultima che diventa sempre di più la banca centrale della Santa sede. Resta da capire cosa sarà dell'autonomia di budget ancora riservata al Governatorato e alla Congregazione dell'evangelizzazione dei popoli, anche nota come Propaganda fide, vera macchina per foraggiare le missioni in giro per il mondo. L'osso più duro, la Segreteria di stato, è stato alla fine spezzato e per farlo è dovuto entrare in campo direttamente il Papa. Bisognerebbe chiedersi come mai le indicazioni che venivano dal cardinale Pell, fin dall'inizio della sua missione nelle finanze vaticane nel lontano 2014, abbiano dovuto attendere 6 anni e molti scandali per vedersi attuare. Oltre al fatto che lo stesso Pell uno di questi sei anni ha dovuto passarlo nelle galere australiane, per una condanna infamante per abusi poi completamente cancellata e ribaltata dalla Corte suprema. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francesco-accentra-le-finanze-del-vaticano-2648641184.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meranda-si-e-fatto-una-nuova-vita-ma-le-indagini-non-finiscono-mai" data-post-id="2648641184" data-published-at="1604627751" data-use-pagination="False"> Meranda si è fatto una nuova vita ma le indagini non finiscono mai Che fine ha fatto l'inchiesta sull'hotel Metropol, quella sui presunti petrorubli alla Lega di Matteo Salvini? Mistero. L'unica certezza è che il 30 ottobre i pm milanesi hanno presentato al gip Alessandra Clemente la seconda richiesta di proroga delle indagini, che dovrebbe allungare le investigazioni di altri sei mesi (portandole a 18, esclusi i periodi di sospensione). Adesso gli avvocati Lara Pellegrini e Ersi Bozheku, difensori dei tre indagati per corruzione internazionale (la prima assiste Gianluca Savoini, il secondo Gianluca Meranda e Francesco Vannucci), avranno cinque giorni per presentare memorie per opporsi eventualmente alla richiesta. Poi il giudice, come succede quasi sempre, disporrà la proroga. Tra sei mesi la Procura potrà giocarsi solo un'ultima istanza, prima di decidere se chiedere l'archiviazione o il rinvio a giudizio. Nel luglio del 2019 la Guardia di finanza aveva sequestrato i cellulari e i computer degli indagati e l'avvocato Meranda aveva chiosato, tra il serio e il faceto, che con quello che conteneva il suo iphone si poteva mantenere più di una famiglia: tradotto, il telefonino aveva in memoria notizie ghiotte per Procure e redazioni. I tempi si sono allungati per questo? In realtà quello di Meranda, all'epoca, sembrava più un augurio, visto che aveva appena subito lo sfratto esecutivo dall'ufficio e si disse che non fosse riuscito a pagare neppure il traslocatore. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Infatti l'indagato calabrese ha ripreso con profitto la sua attività di avvocato d'affari e il nuovo studio si trova a pochi metri dall'ambasciata americana di Roma. Abbiamo provato ad andare a trovarlo, ma dopo aver attraversato una porta a vetri con la scritta «Meranda avvocati», una segretaria dall'accento straniero, con gentilezza ci ha spiegato che il suo principale non c'era. Anche Vannucci e Savoini hanno ricominciato a fare i consulenti, mentre gli inquirenti attendono probabilmente un qualche loro passo falso. Però l'esperienza ci insegna che se i magistrati milanesi avessero trovato una pistola fumante dentro ai loro apparecchi elettronici sarebbero già scattate le manette. Evidentemente le indagini si sono complicate e quella che i media avevano descritto come la prova provata dei rapporti illeciti tra la Lega di Matteo Salvini e il Cremlino deve avere perso qualche pezzo per strada. Un anno fa ci fu chi arrivò a paragonare l'inchiesta sul Metropol a un nuovo Watergate, ma i Bob Woodward e Carl Bernstein nostrani da mesi hanno mollato l'osso e la Procura di Milano, 16 mesi dopo le perquisizioni ha chiesto un'ulteriore proroga. Non sorprende che indagini complesse come quelle che inseguono flussi di denaro in giro per il mondo abbiano bisogno di tempo, ma è altrettanto evidente che nel 2019 sembrava che la storia andasse solo infiocchettata. I cronisti avevano raccontato di essere andati in Russia e di aver documentato in presa diretta la trattativa tra i tre indagati e tre misteriosi russi per realizzare una compravendita di petrolio su cui fare la cresta a favore della Lega. Poi si è scoperto che qualcuno, forse lo stesso Meranda, aveva registrato la trattativa e, quando l'accordo era naufragato, il file era finito prima all'Espresso, poi sul tavolo dei magistrati e, infine, nella redazione di un sito d'informazione internazionale. C'era una regia? Chissà. Di certo l'utilizzo della registrazione del Metropol ricorda tanto le fughe di notizie teleguidate del caso Palamara. Se il disvelamento delle intercettazioni dell'hotel Champagne ha tagliato fuori dalla corsa a procuratore di Roma il favorito Marcello Viola, il cosiddetto Moscagate è servito a far perdere le staffe a Salvini, nell'estate del Papeete e delle sue dimissioni. Ora, di fronte alla seconda richiesta di proroga e al silenzio tombale dei giornali, l'ipotesi che a interessare non fosse l'inchiesta in sé, ma i suoi immediati effetti collaterali, è più che un sospetto. Secondo Palamara questo genere di inchieste mette i magistrati in condizioni di trattare con il potere politico. Basti ricordare questa intercettazione ambientale: «La vicenda Siri (l'ex sottosegretario leghista Armando Siri, ndr), in condizioni normali Siri veniva arrestato! De Vito (ex presidente del consiglio comunale di Roma, ndr) è stato arrestato per molto meno! È una trattativa che vogliono fare con Salvini, fidati, io non mi sbaglio» Secondo l'ex presidente dell'Anm così andavano le cose nella capitale. Ma il rito ambrosiano potrebbe essere diverso. E magari, prima o poi, le indagini meneghine daranno i loro frutti.
(IStock)
Quello della Suprema Corte è uno scarto dirompente rispetto alla vulgata dominante. È l’affermazione di un punto fermo che restituisce umanità a un tema ormai preda dei tecnicismi e di un certo scientismo paranoico; secondo le toghe «la sofferenza interiore patita dai genitori» ha un valore che non può essere nascosto, sottovalutato, derubricato. Lo scritto che restituisce preminenza al diritto naturale riguarda una vicenda giudiziaria che aveva preso una brutta piega: la morte a Napoli di una neonata per asfissia perinatale causata dal tardivo intervento sanitario con il parto cesareo.
In primo grado era stato riconosciuto ai genitori un risarcimento di 165.000 euro ciascuno ma in Appello il giudice aveva deciso di dimezzare l’importo adducendo al fatto che si trattava di «perdita di un rapporto parentale solo potenziale». Quindi non compiuto, non completo, secondo canoni puramente teorici che non tengono conto dell’affettività, dell’emotività, insomma del fattore umano e morale. I legali dei genitori hanno fatto ricorso in Cassazione, che ha annullato la sentenza precedente, ha valorizzato la «sofferenza interiore» e ha stabilito il ripristino del risarcimento secondo le tabelle elaborate dal tribunale di Milano e valide su tutto il territorio nazionale. «Una diversa soluzione sarebbe anche in contrasto con l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che protegge la vita famigliare e tutela la maternità», hanno sottolineato i giudici. Ulteriore precisazione, il ricorso al presunto danno solo potenziale sarebbe «non conforme alla realtà prima ancora che al diritto».
La decisione che riconosce come faro un principio inalienabile costituisce un’inversione di tendenza forte, rappresenta il ritorno ai valori inderogabili della vita umana rispetto al diritto positivo, alle norme imposte e alle situazioni di fatto che allontanano dai fondamenti etici chi deve prendere decisioni. A questo punto si potrebbe sintetizzare con una battuta: finalmente la giustizia ha deciso di riconoscere il valore della vita anche prima del vagito. E ha stabilito che la bimba estratta dal grembo materno priva di vita (per acclarata responsabilità dei medici) ha un effetto emotivo così forte da meritare un risarcimento non solo per i genitori, ma anche per eventuali fratelli e nonni.
La pronuncia della Cassazione non parla solo a quella mamma e a quel papà ma a tutti noi. Se «il rapporto genitoriale sussiste già durante la vita prenatale», significa che ha valore fin dal concepimento, a prescindere dal fatto che quel feto diventato persona compiuta sia poi venuto alla luce. E la tutela dev’essere naturalmente estesa alla gestazione; proprietà transitiva scontata per noi, non certo per chi sostiene acriticamente il diritto all’aborto «senza se e senza ma» e per chi nell’ultimo decennio (movimenti, partiti politici e la stessa magistratura) si è appiattito sulle evoluzioni pseudo-scientifiche della moda lunare del woke.
Proprio perché la vita è tale fin dal suo concepimento, la sentenza non può non coinvolgere il mondo giudiziario e il diritto penale in casi di cronaca nera: l’uccisione di una donna incinta dovrebbe configurarsi come duplice omicidio. Un caso di scuola è il delitto di Giulia Tramontano, trucidata con 37 coltellate dal convivente Alessandro Impagnatiello mentre era incinta al settimo mese di un bimbo che aveva già un nome, Thiago. Nei processi d’Assise e poi d’Appello l’assassino è stato accusato e poi condannato anche per «interruzione di gravidanza non consensuale», non per duplice omicidio, come se suo figlio non ancora nato fosse solo un inanimato effetto collaterale. Eppure lui aveva confessato di essere a conoscenza della situazione, tanto da avere avvelenato per mesi Giulia con una quantità notevole di veleno per topi. E aveva sottolineato di avere perpetrato il femminicidio proprio «per causarle un aborto». Poiché di questi tempi le sentenze di Cassazione vengono citate (e modellate con il pongo) per estendere diritti non supportati da leggi dello Stato e sancire indefinibili desideri universali, eccone una di granito, difficilmente biodegradabile. Che improvvisamente riconduce la nostra società a qualcosa che prese forma prima di noi, il diritto naturale, e senza circonlocuzioni leguleie ci ricorda la sacralità della vita dal concepimento alla morte. Nell’innata armonia fra madre e feto non può esistere un rapporto «solo potenziale». E quell’«intensa sofferenza interiore», per chi resta, profuma così intensamente d’amore da non poter essere travisata da un comma posticcio o da uno slogan femminista.
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Graziano Delrio (Ansa)
Gli stessi che avevano invece firmato il ddl Delrio, il quale spiega che sia necessaria una legge ad hoc contro l’antisemitismo, mentre il ddl Giorgis è troppo ad ampio raggio, dato che a contrastare tutte le discriminazioni. Il testo Giorgis, infatti, si applicherebbe non solo alle manifestazioni di antisemitismo, ma anche a tutte le espressioni di razzismo e intolleranza, anche verso altre fedi religiose. Per i riformisti è un modo per annacquare il senso originario del provvedimento, mirato a contrastare l’ondata di odio verso gli ebrei innescata dall’assedio israeliano a Gaza.
Che il disegno di legge sull’antisemitismo sarebbe stata una grana per il Pd si era subito intuito, sin dalla presentazione del testo Delrio. Lui vorrebbe si adottasse la (discussa) definizione di antisemitismo dell’International holocaust remembrance allinace (Ihra), ovvero l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, che qualifica come antisemita ogni critica radicale contro Israele. La dirigenza dem, spinta sempre più verso le derive pro Pal dei 5 stelle, non digerisce tale definizione. La stessa che, però, venne votata da Elly Schlein quando era europarlamentare. La medesima che il capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia, nel 2020 (in qualità di ministro del Conte II) approvò. Ma oggi si scagliano tutti contro quella definizione, in quanto rischierebbe di includere nell’alveo dell’antisemitismo anche le critiche politiche allo Stato di Israele e al suo governo.
A dicembre, nell’imbarazzo generale, proprio Boccia disconobbe Delrio, definendo la sua proposta di legge un’iniziativa personale «non rappresentativa della posizione del Pd». Peccato che Delrio non fosse stato l’unico firmatario. Accanto a lui c’era gran parte dell’ala riformista del Pd: da Sandra Zampa a Walter Verini, da Filippo Sensi a Simona Malpezzi.
Il 27 gennaio, in coincidenza con la Giornata della memoria, in commissione Affari costituzionali del Senato, partirà l’iter del ddl. La vera sfida sarà sugli emendamenti ed è lì che il Pd potrebbe spaccarsi di nuovo.
Altro che campo largo e «testardamente unitari»; nel Nazareno la distanza tra massimalisti, fedeli a Schlein e riformisti è sempre più incolmabile. E la segretaria temporeggia, modello opossum, fingendosi morta per non sbagliare.
Intanto, ieri la referente per l’Italia nella Coalizione internazionale della Freedom Flotilla, Maria Elena Delia, ha annunciato che in primavera partirà una nuova missione. Il Pd si imbarcherà di nuovo?
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Le gambe di atterraggio sono un elemento fondamentale per l'atterraggio sicuro della missione Rosalind Franklin del rover ExoMars dell'Esa nel 2030, insieme ai paracadute e ai motori che rallenteranno la discesa del veicolo spaziale su Marte.
Per oltre un mese, i team di Thales Alenia Space e di Airbus hanno eseguito decine di lanci verticali utilizzando un modello in scala reale della piattaforma di atterraggio presso le strutture Altec di Torino. Mentre Thales Alenia Space è il leader industriale della missione, Airbus fornisce la piattaforma di atterraggio e Altec offre il supporto tecnico per il test.
Le gambe, leggere e dispiegabili, sono interconnesse e dotate di ammortizzatori per resistere agli urti. Le quattro gambe utilizzate per i test replicano esattamente struttura e dimensioni di quelle che atterreranno su Marte.
Considerando ogni possibile scenario di atterraggio, i team si stanno preparando a ciò che potrebbe accadere se il veicolo spaziale atterrasse non perfettamente in verticale oppure su una roccia.
«L'ultima cosa che si desidera è che la piattaforma si ribalti quando raggiunge la superficie marziana. I test confermeranno la sua stabilità all'atterraggio» ha affermato Benjamin Rasse, team leader dell'Esa per il modulo di discesa ExoMars.
Un altro obiettivo della campagna era quello di verificare le prestazioni dei sensori di atterraggio. Un sistema installato in tutte e quattro le gambe rileva quando il veicolo spaziale tocca la superficie e attiva lo spegnimento dei motori di discesa dopo un atterraggio morbido.
Tuttavia, il veicolo spaziale ha bisogno di un tempo minimo per spegnere i motori dopo l'atterraggio. Se i sensori impiegassero troppo tempo per comandare lo spegnimento del sistema di propulsione, i flussi di gas dei motori di atterraggio potrebbero sollevare frammenti di suolo marziano e danneggiare la piattaforma, perfino ribaltandola nella peggiore delle ipotesi.
«Vogliamo ridurre il tempo di spegnimento a un battito di ciglia, non più di 200 millisecondi dopo l'atterraggio. Siamo lieti di comunicare che questi sensori critici funzionano bene entro i limiti per un atterraggio sicuro» ha detto Benjamin.
Nel corso di oltre una dozzina di cadute verticali, il team ha modificato di pochi centimetri la velocità e l'altezza delle cadute. Questa prima serie di test ha visto il lancio del modello su superfici sia dure che morbide, queste ultime ricoperte di terreno polveroso, lo stesso utilizzato per testare la mobilità del rover Rosalind Franklin.
Nei prossimi mesi, la piattaforma verrà rilasciata con l'aiuto di una slitta a velocità più elevate per testarne la stabilità in caso di atterraggio su piano inclinato. Questa nuova configurazione richiederà aggiornamenti di sicurezza presso la struttura di prova per il personale che gestisce la campagna.
Le registrazioni delle telecamere ad alta velocità e le misurazioni dei sensori, degli accelerometri e dei laser installati sul modello saranno inserite in un modello computerizzato del lander ExoMars e delle sue gambe.
Il team utilizzerà un algoritmo per simulare scenari di atterraggio su Marte e confermare la stabilità del modulo nel conto alla rovescia per il lancio, previsto per il 2028.
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Mohamed bin Zayed e Narendra Modi (Ansa)
La visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi rafforza il patto strategico con l’India e segna una presa di distanza dal progetto di una coalizione sunnita guidata da Arabia Saudita e Pakistan. Al centro il controllo del Mar Rosso e i nuovi equilibri regionali.
La visita del presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, a Nuova Delhi va ben oltre il protocollo e le consuete relazioni bilaterali. È un segnale politico preciso, una scelta strategica che va letta anche per ciò che lascia fuori. In una fase di profonda ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente e nel Mar Rosso, il rafforzamento dell’asse tra India ed Emirati si configura come un’alternativa netta a un altro progetto che sta prendendo forma: un accordo di difesa tra Arabia Saudita e Pakistan, che Riyadh e Islamabad puntano ad allargare a Egitto e Turchia, con l’obiettivo di costruire una vasta coalizione sunnita a forte trazione militare.
Non si tratta di sfumature diplomatiche, ma di due modelli opposti di sicurezza regionale. Da un lato, l’intesa tra India ed Emirati si fonda su interessi concreti e condivisi: la protezione delle rotte marittime, la sicurezza delle infrastrutture energetiche, la cooperazione tecnologica e lo scambio di intelligence. Un’alleanza pragmatica, priva di connotazioni ideologiche, che punta alla stabilità. Dall’altro lato, l’asse tra Arabia Saudita e Pakistan risponde a una logica diversa. Islamabad porta in dote un apparato militare consolidato e, soprattutto, il deterrente nucleare. Riyadh garantisce risorse finanziarie, peso politico e ambizioni di leadership nel mondo sunnita. L’eventuale ingresso di Egitto e Turchia trasformerebbe questa intesa in un blocco confessionale armato, con possibili effetti destabilizzanti ben oltre la Penisola Arabica.
Il vero terreno di confronto è il Mar Rosso, ormai al centro delle tensioni globali. Gli attacchi alle navi commerciali, l’instabilità dello Yemen e la pressione indiretta dell’Iran hanno dimostrato quanto questa rotta sia diventata strategica. Per l’India si tratta di un passaggio vitale, perché una parte rilevante del suo commercio con l’Europa transita da lì. Gli Emirati, snodo logistico di primo piano, non possono permettersi che il Mar Rosso venga trasformato in un teatro di scontro ideologico. L’asse India–Emirati mira a garantire la libertà di navigazione e a ridurre la tensione. Una coalizione sunnita allargata, invece, rischierebbe di accentuare la militarizzazione di uno dei choke point più delicati del commercio mondiale.
C’è poi un attore che osserva con particolare attenzione questa dinamica: Israele. Dopo gli Accordi di Abramo, la cooperazione tra Emirati e Israele su difesa, tecnologia e intelligence si è consolidata, e l’India si è progressivamente inserita in questo quadro, soprattutto sul piano della sicurezza marittima e dei sistemi di difesa avanzati. A Gerusalemme, l’ipotesi di una coalizione sunnita che includa Pakistan e Turchia viene guardata con preoccupazione, non tanto per un conflitto immediato quanto per la legittimazione regionale di attori apertamente ostili a Israele, come Ankara. In questo contesto, il rapporto tra India ed Emirati assume il ruolo di contrappeso strategico.
Nuova Delhi gioca una partita diversa rispetto agli altri attori regionali. Non esporta ideologie, non costruisce alleanze su base religiosa e non persegue leadership confessionali. La sua politica estera è guidata da interessi economici, dalla sicurezza delle rotte e dalla ricerca di stabilità. La scelta degli Emirati di rafforzare il legame con l’India invia anche un messaggio implicito a Riyadh: non tutto il mondo sunnita è disposto a seguire una deriva sempre più militarizzata e identitaria.
Ecco quindi che la visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi può segnare una linea di frattura nel Medio Oriente contemporaneo, in una regione dove storicamente l’ambiguità è una scelta tattica.
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