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2018-04-11
Franceschini lancia l’amo ai 5 stelle e allarga la frattura dentro il Pd
ANSA
La crepa nel Pd si è aperta, e si allarga dopo l'appello, ormai esplicito di Dario Franceschini: «Nessuno ha vinto per governare il Paese. Io penso che non basti più assistere. La prima fase è stata giusta, ma adesso dobbiamo prepararci alla seconda fase». Cioè governare. Ma se volete capire cosa succede nel Partito democratico dovete fare attenzione alle parole, pesate con il bilancino, del segretario reggente, Maurizio Martina. All'inizio il reggente esordisce cauto, dicendo: «Lo scenario vede il Pd attestato sulla linea decisa in direzione. Il giudizio severo del 4 marzo ci impone una riorganizzazione profonda, non siamo noi a poter esprimere una opzione di governo...». Sembrerebbe una porta chiusa. Ma subito dopo anche lui apre uno spiraglio a un governo: «Ci riteniamo responsabili verso l'Italia anche da posizioni di minoranza. Non rinunciamo all'ambizione di dire la nostra sui grandi temi». Franceschini aggiunge: «Facciamo diventare il M5s una forza di governo». Il nodo però è la successione a Matteo Renzi. Martina mette le mani avanti: «Facciamo un confronto interno senza prenderci a stracci».
Debora Serracchiani dice, senza giri di parole: «Credo che il Pd abbia ben altri problemi, prima di trovare il candidato probabilmente deve ritrovare sé stesso». Poi aggiunge, senza ricorrere alla prima persona ma parlando evidentemente di sé: «Ci deve essere anche qualcuno che dica al leader che le cose non vanno bene o che le cose non si fanno in quel modo. E non è giusto - aggiunge l'ex governatrice - che quando lo si fa, si venga messi da parte». Tutto è in movimento, di nuovo. E nessuno determina la rotta da solo.
A poche ore dall'assemblea dei gruppi del Nazareno, l'ultimo strappo arriva così, per bocca di una che è stata la numero due del partito. Poi la segue Franceschini. Quindi, nella serata di ieri si celebra l'ennesima discussione sul metodo, sul partito, ma con un occhio particolare al governo. Con Martina che prova a mediare. Tant'è vero che sul governo prova a mettere dei paletti: «Non possiamo immaginare la strada proposta da Di Maio - avverte il reggente - la sua è una logica irricevibile. Pd e Lega non sono certo interscambiabili»
Sta di fatto che lentamente, ma in modo inesorabile, la posizione granitica e compatta del Pd, che dopo il voto sembrava essersi stretta intorno all'ex segretario, esaltata mediaticamente dalla tempesta virale del #senzadime si sta sgretolando. Il No blindato a qualsiasi governo sta diventando, in alcuni settori nevralgici del gruppo dirigente e del partito, un Ni possibilista e pragmatico. I fedelissimi di Renzi diventano chi con strappi bruschi, chi con più eleganza degli ex-renziani. Le pressioni di Mattarella e dei grandi saggi del Partito - con in testa un ex presidente e un ex segretario - erodono le certezze. Il dissenso strategico di Franceschini è pubblico da un mese. Quello di Andrea Orlando precede addirittura il voto. Le interviste di Luigi Di Maio («Dissotterriamo l'ascia di guerra») hanno segnato una discontinuità importante - anche formale - nei rapporti ufficiali tra il M5s e i democratici, facendo sembrare molto lontani i giorni ringhiosi dello streaming. L'affondo di Matteo Salvini contro Di Maio e l'indisponibilità a rottamare Silvio Berlusconi hanno creato per la prima volta le condizioni esterne più propizie.
E poi c'è un piccolo big bang che sta deflagrando dentro il partito, dove i candidati in pectore alle primarie iniziano a proliferare. Ormai ci sono dei pesi massimi che scaldano i muscoli, basta fare l'appello per rendersi conto della posta in palio, come è noto è già in campo ufficialmente, dal dopo voto in poi, un candidato forte della minoranza: il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti (uno che può vantare di aver vinto in controtendenza, e non è poco). Ma è in campo anche - da questo fine settimana - l'uomo che è stato più vicino a Renzi negli ultimi mesi, Matteo Richetti, eterno alter ego, amico e rivale, animatore di una battagliera convention. Ed è in campo - anche se lei ancora non ha ancora accettato ufficialmente di correre - proprio Debora Serracchiani, che del Rottamatore è stata numero due. «Una candidatura», dice per ora, «non può nascere dal desiderio di una sola persona, ma deve essere il prodotto di uno spirito di squadra, di una volontà non solo individuale: se ci sono le condizioni, e se me lo chiedessero, potrei concorrere». L'ex governatrice del Friuli ha interrotto il suo rapporto con l'uomo di Rignano in tempi non sospetti, dopo il referendum, e senza dare troppo clamore allo strappo. Avrebbe il vantaggio di essere l'unica donna (se dovesse vincere sarebbe addirittura la prima leader donna del Pd) e quello di parlare alla maggioranza che è stata renziana e non gradisce passare dal segretario ad un suo oppositore. E poi c'è il dilemma della ex maggioranza: Renzi vorrebbe riuscire a convincere Graziano Delrio, che continua a rispondergli: «Non voglio correre per questa sfida» e dice «per ora sono il capogruppo del Pd». Solo pretattica per non essere bruciato nel toto nomi? Forse. Ma è anche vero che chi vuole stare in campo in modo competitivo deve partire subito. E la migliore prova che Delrio per ora resiste è che Renzi ha sondato anche uno degli uomini più fedeli, Ettore Rosato (per ora dislocato alla vicepresidenza della Camera). Rosato sarebbe un custode della linea, che invece la Serracchiani vuole cambiare, ad esempio sul tema cruciale delle alleanze. Certo, il M5s non è popolare, da queste parti, nemmeno tra chi vuole fare l'accordo. Ma sull'assemblea pesa un avvertimento di Franceschini: «Attenti. Se nasce un governo sovranista di lunga durata, si fanno la legge elettorale e si votano il presidente della Repubblica». Nel Pd tutti sanno che il vero rischio è proprio questo. Renzi alla fine non è venuto. E anche questo è un segnale. Parlerà solo dopo l'elezione del nuovo segretario. E allora se ne vedranno delle belle.
Luca Telese
Il Colle lancia le consultazioni «invertite»
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato partiti politici e vertici istituzionali per il secondo giro di consultazioni al Quirinale. Si parte domani alle 10, con il gruppo Per le Autonomie del Senato; alle 10 e 30 tocca al gruppo Misto del Senato; alle 11 Mattarella incontrerà il gruppo Misto della Camera; alle 11 e 30 il gruppo Liberi e uguali della Camera. Il capo dello Stato riprenderà le consultazioni alle 16 e 30, con i gruppi del Partito democratico del Senato e della Camera; alle 17 e 30 sarà il turno del centrodestra unito, con i gruppi di Camera e Senato di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia; la giornata si chiuderà alle 18 e 30 con i gruppi di Camera e Senato del M5s.
Dopodomani alle 10 e 30 Mattarella incontrerà l'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano; alle 11 e 15 il presidente della Camera, Roberto Fico, e in chiusura, alle 12, il presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati. Dunque, pur in presenza del centrodestra unito, Mattarella riserverà ancora al M5s l'ultimo appuntamento con i partiti politici, così come avvenne in occasione del primo giro di consultazioni. Invertito invece, rispetto alla tornata precedente, l'ordine tra partiti e cariche istituzionali: Napolitano, Fico e la Casellati chiuderanno le consultazioni, che la volta scorsa avevano aperto. Il motivo? Qualcuno ipotizza la possibilità di conferire un mandato esplorativo alla Casellati o a Fico, anche se, con i partiti fermi ciascuno sulla propria posizione, sembra difficile che la situazione trovi uno sbocco nelle prossime ore.
Ieri i tre blocchi sono rimasti pietrificati sui veti incrociati. Il M5s dice «no» a un'intesa con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, e vuole discutere solo con Matteo Salvini; la Lega continua a non accettare il diktat dei grillini; il Pd persevera nella scelta di restare alla finestra. Un gioco delle parti, secondo i più ottimisti, che vedono comunque all'orizzonte la formazione di un governo; un imbuto dal quale è impossibile uscire con un accordo, secondo i molti addetti ai lavori che prevedono nuove elezioni politiche per il prossimo autunno.
Ieri Luigi Di Maio, leader del M5s, è tornato a ribadire la sua indisponibilità assoluta a discutere con l'intero centrodestra: «La proposta che mi sta facendo Salvini», ha detto Di Maio, impegnato in Molise in un tour elettorale, «è di fare un governo con Berlusconi e Meloni. L'unica cosa che insieme potremmo fare sarebbe sederci su una poltrona a non fare nulla: l'immobilismo. Ma io a Salvini l'ho detto: ci sediamo intorno ad un tavolo per cambiare le cose», ha aggiunto Di Maio, «per cambiare ad esempio la legge Fornero, o per Berlusconi ?».
«È possibile», ha detto Matteo Salvini, «che l'incontro con il M5s non ci sia». A chi gli chiedeva se l'inversione dell'ordine delle consultazioni al Quirinale possa essere il viatico a un incarico esplorativo per la Casellati, Salvini ha risposto: «Non mi metto al posto di Mattarella. La Casellati? È eccezionale». «Il centrodestra unito», ha sottolineato la vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, «ha vinto le elezioni: siamo disponibili al confronto con chiunque, ma non accettiamo imposizioni da nessuno. Ci presenteremo dal presidente Mattarella con una proposta per dare risposte ai cittadini in tema di tasse, sicurezza, immigrazione, lavoro, povertà».
Il Pd? Resta fermo sulla posizione renziana, ovvero «opposizione a tutti i costi». Una linea irrobustita dalla notizia che M5s e centrodestra avrebbero trovato l'intesa sulla presidenza della commissione speciale della Camera, che quasi sicuramente andrà al leghista Giancarlo Giorgetti, mentre al Senato il presidente è Vito Crimi del M5s.
«Anche sulle presidenze delle commissioni speciali», ha scritto su twitter il presidente del Pd, Matteo Orfini, «accordo spartitorio tra M5s e centrodestra. Perché al netto delle sceneggiate la maggioranza Salvini-Di Maio-Berlusconi c'è già». «Loro», ha aggiunto Ettore Rosato, vicepresidente della Camera, «stanno lavorando per un governo M5s-Lega, come vi spiegate altrimenti il fatto che una commissione speciale va alla Lega e una a M5s? Si stanno organizzando per fare un governo» .
Dunque, le dichiarazioni ufficiali segnalano una cristallizzazione delle posizioni delle principali forze politiche. Ma dietro le quinte le diplomazie continuano a lavorare per capire se sia possibile formare una «coalizione» (come l'ha definita Mattarella al termine del primo giro di consultazioni) in grado di sostenere un governo. Il ritornello che si ascolta nei corridoi dei palazzi romani è relativo alle imminenti elezioni regionali, in Molise (il 22 aprile) e in Friuli Venezia Giulia (il 29). In Molise il centrodestra spera di ribaltare i pronostici che vedono favorito il candidato del M5s, Andrea Greco; in Friuli Venezia Giulia pronostici tutti per il leghista Massimiliano Fedriga. I risultati di queste due tornate elettorali saranno un primo termometro del giudizio degli elettori sui primi passi dei partiti dopo le politiche del 4 marzo. Se si tornasse a votare a ottobre, occorrerebbe comunque approvare una nuova legge elettorale, che conferisca un premio di maggioranza. Alla lista, o alla coalizione? La seconda ipotesi è la più gettonata: il centrodestra si riunirebbe in un contenitore chiamato «Lega Italia». A proposito di centrodestra, non manca chi ancora spera di dare vita a un governo guidato dal braccio destro di Salvini, Giancarlo Giorgetti, con il sostegno esterno del Pd.
Nel vuoto si fanno spazio anche le ipotesi «tecniche» come quella del presidente emerito della corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, il quale ieri, intervistato dall'Huffingtonpost, si è lasciato andare a un eccesso di modestia: «Sarei un buon premier come tanti altri. Di certo so che il termine contratto in politica non mi piace».
Carlo Tarallo
In Fi aumenta la paura delle urne
«Non abbiamo paura del voto!». Traduzione: «Abbiamo una fifa matta del voto». Forza Italia è in preda alla sindrome della poltrona: se non si trova una quadra sulla formazione del nuovo governo, il prossimo ottobre si tornerà alle urne, e la pattuglia di parlamentari forzisti, 104 deputati e 61 senatori, è destinata ad assottigliarsi. E così i parlamentari a rischio, ovvero quelli alla prima elezione, ripetono un ritornello che più che una previsione sembra un auspicio: «Un governo si farà, con calma si farà». Dire addio a un seggio di deputato o senatore dopo sei mesi farebbe male, anzi malissimo. I sondaggi segnalano una flessione di almeno due punti percentuali rispetto al già deludente 14% ottenuto dal partito di Silvio Berlusconi lo scorso 4 marzo. Non solo: se si tornerà alle urne, sia che il centrodestra si ripresenti con la formula della coalizione, sia che si dia vita a una lista unica, la trattativa tra Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia sui collegi uninominali avrà un epilogo molto diverso rispetto a quello delle ultime politiche.
Lo scorso 4 marzo, il centrodestra ha ottenuto 109 deputati e 58 senatori per la quota maggioritaria, ovvero quella riservata ai collegi uninominali, dove l'alleanza ha espresso un solo candidato per ciascun collegio. Su 109 deputati eletti con i voti di tutta la coalizione, 50 sono di Forza Italia, 52 della Lega e il resto di Fdi e della quarta gamba centrista. Al Senato, sui 58 totali, la Lega ne ha ottenuti 21 e Forza Italia ben 28. Il motivo di questa supremazia berlusconiana è che i collegi uninominali considerati sicuri sono stati divisi tra gli alleati avendo come base i sondaggi di Alessandra Ghisleri, che prima delle elezioni segnalavano Forza Italia in vantaggio sulla Lega.
Alle prossime elezioni, invece, la divisione tra gli alleati, come spiega alla Verità chi sta lavorando alla pratica, avverrà tenendo conto dei voti veri, quelli espressi dagli italiani lo scorso 4 marzo. La Lega, quindi, farà pesare il 17,4% ottenuto alle politiche a livello nazionale ma soprattutto al Nord. Al Carroccio spetterà quindi un numero molto superiore di candidati all'uninominale, sia in linea generale che per quello che riguarda i collegi «blindati»: a fare spazio ai leghisti saranno inevitabilmente i berlusconiani. In molti tra i neoeletti di Forza Italia saranno quindi destinati, in caso di nuove elezioni, a restare a casa, conservando giusto il tesserino di parlamentare come souvenir. Una prospettiva che scatena l'angoscia di tanti neoparlamentari. «Assistiamo», confida un alto dirigente forzista, «a due tipi di fenomeno. Il primo: molti nostri parlamentari cercano di accreditarsi presso Matteo Salvini per garantirsi la rielezione, ma senza molte speranze visto che la Lega ha sul territorio tanti dirigenti che non sono stati candidati la scorsa volta e che sono già in prima linea per le prossime elezioni. Il secondo: preghiere e riti scaramantici, che hanno come obiettivo la formazione di un governo».
Carlo Tarallo
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Assente Matteo Renzi, all'assemblea degli eletti è liberi tutti. Il ministro della Cultura: «Fase due, rendiamo i grillini una forza di governo». Maurizio Martina fa il pompiere ma già si fa la conta degli avversari in vista delle primarie. Domani e dopo il secondo round di incontri al Quirinale. Il presidente Sergio Mattarella inizierà con i gruppi (M5s per ultimo) e chiuderà con le cariche istituzionali: quasi certo un altro nulla di fatto. Matteo Salvini: «Forse non vedrò Luigi Di Maio». Intanto Giovanni Maria Flick si fa pubblicità: «Io buon premier». La prospettiva di elezioni anticipate mette in crisi gli azzurri. La Lega, forte del boom del 4 marzo, reclamerebbe molti più collegi. E c'è chi pensa già al cambio di casacca. La crepa nel Pd si è aperta, e si allarga dopo l'appello, ormai esplicito di Dario Franceschini: «Nessuno ha vinto per governare il Paese. Io penso che non basti più assistere. La prima fase è stata giusta, ma adesso dobbiamo prepararci alla seconda fase». Cioè governare. Ma se volete capire cosa succede nel Partito democratico dovete fare attenzione alle parole, pesate con il bilancino, del segretario reggente, Maurizio Martina. All'inizio il reggente esordisce cauto, dicendo: «Lo scenario vede il Pd attestato sulla linea decisa in direzione. Il giudizio severo del 4 marzo ci impone una riorganizzazione profonda, non siamo noi a poter esprimere una opzione di governo...». Sembrerebbe una porta chiusa. Ma subito dopo anche lui apre uno spiraglio a un governo: «Ci riteniamo responsabili verso l'Italia anche da posizioni di minoranza. Non rinunciamo all'ambizione di dire la nostra sui grandi temi». Franceschini aggiunge: «Facciamo diventare il M5s una forza di governo». Il nodo però è la successione a Matteo Renzi. Martina mette le mani avanti: «Facciamo un confronto interno senza prenderci a stracci». Debora Serracchiani dice, senza giri di parole: «Credo che il Pd abbia ben altri problemi, prima di trovare il candidato probabilmente deve ritrovare sé stesso». Poi aggiunge, senza ricorrere alla prima persona ma parlando evidentemente di sé: «Ci deve essere anche qualcuno che dica al leader che le cose non vanno bene o che le cose non si fanno in quel modo. E non è giusto - aggiunge l'ex governatrice - che quando lo si fa, si venga messi da parte». Tutto è in movimento, di nuovo. E nessuno determina la rotta da solo. A poche ore dall'assemblea dei gruppi del Nazareno, l'ultimo strappo arriva così, per bocca di una che è stata la numero due del partito. Poi la segue Franceschini. Quindi, nella serata di ieri si celebra l'ennesima discussione sul metodo, sul partito, ma con un occhio particolare al governo. Con Martina che prova a mediare. Tant'è vero che sul governo prova a mettere dei paletti: «Non possiamo immaginare la strada proposta da Di Maio - avverte il reggente - la sua è una logica irricevibile. Pd e Lega non sono certo interscambiabili» Sta di fatto che lentamente, ma in modo inesorabile, la posizione granitica e compatta del Pd, che dopo il voto sembrava essersi stretta intorno all'ex segretario, esaltata mediaticamente dalla tempesta virale del #senzadime si sta sgretolando. Il No blindato a qualsiasi governo sta diventando, in alcuni settori nevralgici del gruppo dirigente e del partito, un Ni possibilista e pragmatico. I fedelissimi di Renzi diventano chi con strappi bruschi, chi con più eleganza degli ex-renziani. Le pressioni di Mattarella e dei grandi saggi del Partito - con in testa un ex presidente e un ex segretario - erodono le certezze. Il dissenso strategico di Franceschini è pubblico da un mese. Quello di Andrea Orlando precede addirittura il voto. Le interviste di Luigi Di Maio («Dissotterriamo l'ascia di guerra») hanno segnato una discontinuità importante - anche formale - nei rapporti ufficiali tra il M5s e i democratici, facendo sembrare molto lontani i giorni ringhiosi dello streaming. L'affondo di Matteo Salvini contro Di Maio e l'indisponibilità a rottamare Silvio Berlusconi hanno creato per la prima volta le condizioni esterne più propizie. E poi c'è un piccolo big bang che sta deflagrando dentro il partito, dove i candidati in pectore alle primarie iniziano a proliferare. Ormai ci sono dei pesi massimi che scaldano i muscoli, basta fare l'appello per rendersi conto della posta in palio, come è noto è già in campo ufficialmente, dal dopo voto in poi, un candidato forte della minoranza: il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti (uno che può vantare di aver vinto in controtendenza, e non è poco). Ma è in campo anche - da questo fine settimana - l'uomo che è stato più vicino a Renzi negli ultimi mesi, Matteo Richetti, eterno alter ego, amico e rivale, animatore di una battagliera convention. Ed è in campo - anche se lei ancora non ha ancora accettato ufficialmente di correre - proprio Debora Serracchiani, che del Rottamatore è stata numero due. «Una candidatura», dice per ora, «non può nascere dal desiderio di una sola persona, ma deve essere il prodotto di uno spirito di squadra, di una volontà non solo individuale: se ci sono le condizioni, e se me lo chiedessero, potrei concorrere». L'ex governatrice del Friuli ha interrotto il suo rapporto con l'uomo di Rignano in tempi non sospetti, dopo il referendum, e senza dare troppo clamore allo strappo. Avrebbe il vantaggio di essere l'unica donna (se dovesse vincere sarebbe addirittura la prima leader donna del Pd) e quello di parlare alla maggioranza che è stata renziana e non gradisce passare dal segretario ad un suo oppositore. E poi c'è il dilemma della ex maggioranza: Renzi vorrebbe riuscire a convincere Graziano Delrio, che continua a rispondergli: «Non voglio correre per questa sfida» e dice «per ora sono il capogruppo del Pd». Solo pretattica per non essere bruciato nel toto nomi? Forse. Ma è anche vero che chi vuole stare in campo in modo competitivo deve partire subito. E la migliore prova che Delrio per ora resiste è che Renzi ha sondato anche uno degli uomini più fedeli, Ettore Rosato (per ora dislocato alla vicepresidenza della Camera). Rosato sarebbe un custode della linea, che invece la Serracchiani vuole cambiare, ad esempio sul tema cruciale delle alleanze. Certo, il M5s non è popolare, da queste parti, nemmeno tra chi vuole fare l'accordo. Ma sull'assemblea pesa un avvertimento di Franceschini: «Attenti. Se nasce un governo sovranista di lunga durata, si fanno la legge elettorale e si votano il presidente della Repubblica». Nel Pd tutti sanno che il vero rischio è proprio questo. Renzi alla fine non è venuto. E anche questo è un segnale. Parlerà solo dopo l'elezione del nuovo segretario. E allora se ne vedranno delle belle. Luca Telese <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/franceschini-grillini-consultazioni-pd-renzi-2558765489.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-colle-lancia-le-consultazioni-invertite" data-post-id="2558765489" data-published-at="1779084806" data-use-pagination="False"> Il Colle lancia le consultazioni «invertite» Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato partiti politici e vertici istituzionali per il secondo giro di consultazioni al Quirinale. Si parte domani alle 10, con il gruppo Per le Autonomie del Senato; alle 10 e 30 tocca al gruppo Misto del Senato; alle 11 Mattarella incontrerà il gruppo Misto della Camera; alle 11 e 30 il gruppo Liberi e uguali della Camera. Il capo dello Stato riprenderà le consultazioni alle 16 e 30, con i gruppi del Partito democratico del Senato e della Camera; alle 17 e 30 sarà il turno del centrodestra unito, con i gruppi di Camera e Senato di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia; la giornata si chiuderà alle 18 e 30 con i gruppi di Camera e Senato del M5s. Dopodomani alle 10 e 30 Mattarella incontrerà l'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano; alle 11 e 15 il presidente della Camera, Roberto Fico, e in chiusura, alle 12, il presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati. Dunque, pur in presenza del centrodestra unito, Mattarella riserverà ancora al M5s l'ultimo appuntamento con i partiti politici, così come avvenne in occasione del primo giro di consultazioni. Invertito invece, rispetto alla tornata precedente, l'ordine tra partiti e cariche istituzionali: Napolitano, Fico e la Casellati chiuderanno le consultazioni, che la volta scorsa avevano aperto. Il motivo? Qualcuno ipotizza la possibilità di conferire un mandato esplorativo alla Casellati o a Fico, anche se, con i partiti fermi ciascuno sulla propria posizione, sembra difficile che la situazione trovi uno sbocco nelle prossime ore. Ieri i tre blocchi sono rimasti pietrificati sui veti incrociati. Il M5s dice «no» a un'intesa con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, e vuole discutere solo con Matteo Salvini; la Lega continua a non accettare il diktat dei grillini; il Pd persevera nella scelta di restare alla finestra. Un gioco delle parti, secondo i più ottimisti, che vedono comunque all'orizzonte la formazione di un governo; un imbuto dal quale è impossibile uscire con un accordo, secondo i molti addetti ai lavori che prevedono nuove elezioni politiche per il prossimo autunno. Ieri Luigi Di Maio, leader del M5s, è tornato a ribadire la sua indisponibilità assoluta a discutere con l'intero centrodestra: «La proposta che mi sta facendo Salvini», ha detto Di Maio, impegnato in Molise in un tour elettorale, «è di fare un governo con Berlusconi e Meloni. L'unica cosa che insieme potremmo fare sarebbe sederci su una poltrona a non fare nulla: l'immobilismo. Ma io a Salvini l'ho detto: ci sediamo intorno ad un tavolo per cambiare le cose», ha aggiunto Di Maio, «per cambiare ad esempio la legge Fornero, o per Berlusconi ?». «È possibile», ha detto Matteo Salvini, «che l'incontro con il M5s non ci sia». A chi gli chiedeva se l'inversione dell'ordine delle consultazioni al Quirinale possa essere il viatico a un incarico esplorativo per la Casellati, Salvini ha risposto: «Non mi metto al posto di Mattarella. La Casellati? È eccezionale». «Il centrodestra unito», ha sottolineato la vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, «ha vinto le elezioni: siamo disponibili al confronto con chiunque, ma non accettiamo imposizioni da nessuno. Ci presenteremo dal presidente Mattarella con una proposta per dare risposte ai cittadini in tema di tasse, sicurezza, immigrazione, lavoro, povertà». Il Pd? Resta fermo sulla posizione renziana, ovvero «opposizione a tutti i costi». Una linea irrobustita dalla notizia che M5s e centrodestra avrebbero trovato l'intesa sulla presidenza della commissione speciale della Camera, che quasi sicuramente andrà al leghista Giancarlo Giorgetti, mentre al Senato il presidente è Vito Crimi del M5s. «Anche sulle presidenze delle commissioni speciali», ha scritto su twitter il presidente del Pd, Matteo Orfini, «accordo spartitorio tra M5s e centrodestra. Perché al netto delle sceneggiate la maggioranza Salvini-Di Maio-Berlusconi c'è già». «Loro», ha aggiunto Ettore Rosato, vicepresidente della Camera, «stanno lavorando per un governo M5s-Lega, come vi spiegate altrimenti il fatto che una commissione speciale va alla Lega e una a M5s? Si stanno organizzando per fare un governo» . Dunque, le dichiarazioni ufficiali segnalano una cristallizzazione delle posizioni delle principali forze politiche. Ma dietro le quinte le diplomazie continuano a lavorare per capire se sia possibile formare una «coalizione» (come l'ha definita Mattarella al termine del primo giro di consultazioni) in grado di sostenere un governo. Il ritornello che si ascolta nei corridoi dei palazzi romani è relativo alle imminenti elezioni regionali, in Molise (il 22 aprile) e in Friuli Venezia Giulia (il 29). In Molise il centrodestra spera di ribaltare i pronostici che vedono favorito il candidato del M5s, Andrea Greco; in Friuli Venezia Giulia pronostici tutti per il leghista Massimiliano Fedriga. I risultati di queste due tornate elettorali saranno un primo termometro del giudizio degli elettori sui primi passi dei partiti dopo le politiche del 4 marzo. Se si tornasse a votare a ottobre, occorrerebbe comunque approvare una nuova legge elettorale, che conferisca un premio di maggioranza. Alla lista, o alla coalizione? La seconda ipotesi è la più gettonata: il centrodestra si riunirebbe in un contenitore chiamato «Lega Italia». A proposito di centrodestra, non manca chi ancora spera di dare vita a un governo guidato dal braccio destro di Salvini, Giancarlo Giorgetti, con il sostegno esterno del Pd. Nel vuoto si fanno spazio anche le ipotesi «tecniche» come quella del presidente emerito della corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, il quale ieri, intervistato dall'Huffingtonpost, si è lasciato andare a un eccesso di modestia: «Sarei un buon premier come tanti altri. Di certo so che il termine contratto in politica non mi piace». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/franceschini-grillini-consultazioni-pd-renzi-2558765489.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-fi-aumenta-la-paura-delle-urne" data-post-id="2558765489" data-published-at="1779084806" data-use-pagination="False"> In Fi aumenta la paura delle urne «Non abbiamo paura del voto!». Traduzione: «Abbiamo una fifa matta del voto». Forza Italia è in preda alla sindrome della poltrona: se non si trova una quadra sulla formazione del nuovo governo, il prossimo ottobre si tornerà alle urne, e la pattuglia di parlamentari forzisti, 104 deputati e 61 senatori, è destinata ad assottigliarsi. E così i parlamentari a rischio, ovvero quelli alla prima elezione, ripetono un ritornello che più che una previsione sembra un auspicio: «Un governo si farà, con calma si farà». Dire addio a un seggio di deputato o senatore dopo sei mesi farebbe male, anzi malissimo. I sondaggi segnalano una flessione di almeno due punti percentuali rispetto al già deludente 14% ottenuto dal partito di Silvio Berlusconi lo scorso 4 marzo. Non solo: se si tornerà alle urne, sia che il centrodestra si ripresenti con la formula della coalizione, sia che si dia vita a una lista unica, la trattativa tra Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia sui collegi uninominali avrà un epilogo molto diverso rispetto a quello delle ultime politiche. Lo scorso 4 marzo, il centrodestra ha ottenuto 109 deputati e 58 senatori per la quota maggioritaria, ovvero quella riservata ai collegi uninominali, dove l'alleanza ha espresso un solo candidato per ciascun collegio. Su 109 deputati eletti con i voti di tutta la coalizione, 50 sono di Forza Italia, 52 della Lega e il resto di Fdi e della quarta gamba centrista. Al Senato, sui 58 totali, la Lega ne ha ottenuti 21 e Forza Italia ben 28. Il motivo di questa supremazia berlusconiana è che i collegi uninominali considerati sicuri sono stati divisi tra gli alleati avendo come base i sondaggi di Alessandra Ghisleri, che prima delle elezioni segnalavano Forza Italia in vantaggio sulla Lega. Alle prossime elezioni, invece, la divisione tra gli alleati, come spiega alla Verità chi sta lavorando alla pratica, avverrà tenendo conto dei voti veri, quelli espressi dagli italiani lo scorso 4 marzo. La Lega, quindi, farà pesare il 17,4% ottenuto alle politiche a livello nazionale ma soprattutto al Nord. Al Carroccio spetterà quindi un numero molto superiore di candidati all'uninominale, sia in linea generale che per quello che riguarda i collegi «blindati»: a fare spazio ai leghisti saranno inevitabilmente i berlusconiani. In molti tra i neoeletti di Forza Italia saranno quindi destinati, in caso di nuove elezioni, a restare a casa, conservando giusto il tesserino di parlamentare come souvenir. Una prospettiva che scatena l'angoscia di tanti neoparlamentari. «Assistiamo», confida un alto dirigente forzista, «a due tipi di fenomeno. Il primo: molti nostri parlamentari cercano di accreditarsi presso Matteo Salvini per garantirsi la rielezione, ma senza molte speranze visto che la Lega ha sul territorio tanti dirigenti che non sono stati candidati la scorsa volta e che sono già in prima linea per le prossime elezioni. Il secondo: preghiere e riti scaramantici, che hanno come obiettivo la formazione di un governo». Carlo Tarallo
(Ansa)
Si è avvalso della facoltà di non rispondere Salim El Koudri, il 31enne di origine marocchina, nato nel bergamasco e residente a Ravarino, in provincia di Modena, che sabato pomeriggio ha replicato nel capoluogo emiliano lo schema tipico delle ormai numerose stragi di matrice jihadista che negli ultimi anni hanno insanguinato diverse città europee.
Interrogato nella serata di sabato, dal procuratore di Modena, Luca Masini, e dal pubblico ministero di turno, El Koudri non ha risposto a nessuna delle domande che gli sono state poste.
Si è chiuso nel silenzio senza tentare in alcun modo di spiegare quale motivazione lo abbia spinto a salire sulla propria auto armato di coltello - lo stesso che userà poi durante la fuga - a guidare per oltre 20 chilometri - tanto dista Ravarino da Modena - per scagliarsi, poi, ai 100 km all’ora sui passanti con la chiara intenzione di uccidere.
Chi era presente ha parlato di un’auto lanciata a tutta velocità contro le persone, di un veicolo che puntava direttamente contro chi tentava di fuggire a destra o a sinistra, sterzando intenzionalmente per correggere il tiro e colpire.
E, a chi lo ha visto con i propri occhi, quello che il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, ha con il tipico buonismo, definito come un «atto drammatico» commesso da «un ragazzo» considerato sostanzialmente «normale», è apparso esattamente uguale (quantomeno negli effetti) a qualsiasi altro atto terroristico compiuto fino ad ora: corpi sbalzati per aria, arti spezzati, urla, sangue ovunque.
Dunque, anche nella città con la più solida tradizione rossa, nemmeno la manifestazione indetta ieri dallo stesso Mezzetti, promossa come un «grande abbraccio collettivo di cui Modena ha bisogno» con lo slogan «insieme in piazza contro l’odio» può mitigare la sensazione che, per dirla con un eufemismo, più di qualcosa sia sfuggito di mano.
L’interrogatorio di convalida in carcere di El Koudri è previsto per oggi: l’avvocato nominato d’ufficio per la sua difesa, Francesco Cottafava, ha spiegato di averlo incontrato solo qualche istante dopo l’arresto, di non aver potuto ancora visionare alcun documento.
El Koudri abitava da tempo a Ravarino, un paesino della campagna modenese più profonda, poco noto alle cronache, almeno fino a qualche mese fa.
Premettiamo che i device e l’abitazione del 31enne sono stati perquisiti senza riscontrare elementi che facciano pensare ad una sua radicalizzazione di tipo islamista. Premettiamo pure che questo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a chi vigila sulla sicurezza del nostro Paese, tanto che lo stesso ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, all’uscita dalla prefettura di Modena, dove ha preso parte ieri mattina a un vertice sulla sicurezza ha già dichiarato che «il fatto sembra collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico» e che «non c’entra nulla» con il terrorismo.
E aggiungiamo pure che l’imam del paese (ormai ogni Comune italiano ne possiede uno, da interpellare sui fatti di attualità alla stregua di una qualsiasi altra autorità) ha aggiunto di non aver mai conosciuto il 31 enne, che non frequentava la comunità locale aggiungendo anzi di avere in grande stima il padre, persona seria e morigerata.
Tuttavia alcuni aspetti vanno chiariti.
El Koudri, per un periodo in cura presso il centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per disturbi di tipo schizoide (caratterizzati di solito da isolamento, chiusura, comportamenti di evitamento sociale), incensurato e da tempo alla ricerca di lavoro, non era del tutto uno sconosciuto. In paese era noto per i suo atteggiamenti ostili verso il prossimo, che sembravano essersi acuiti nell’ultimo periodo.
Frequentava il bar e la tabaccheria dove più volte era stato ripreso dal titolare per le modalità con cui si rapportava alle cameriere e alle ragazze presenti, spesso aveva manifestato ostilità e rabbia per la sua condizione di disoccupazione, manifestando la convinzione che fosse legata al fatto di «essere straniero», mentre alcuni vicini di casa riferiscono di un andirivieni di persone dal suo appartamento, che si era intensificato negli ultimi mesi.
C’è inoltre una coincidenza curiosa nella vicenda: Ravarino è stato recentemente attenzionato per il ritrovamento di finti ordigni esplosivi posizionati nei pressi dell’ex cinema della comunità, acquistato ad aprile del 2025, dalla associazione islamica Alwahda per essere trasformato in un centro islamico più accogliente di quello già in uso ormai divenuto «troppo piccolo per i tanti affiliati».
Se incapace di intendere e volere può evitare i 15 anni che ora rischia
Se le ipotesi di reato a suo carico verranno confermate Salim El Koudri, il trentunenne di origini marocchine ma nato in Italia che sabato pomeriggio ha falciato ad altissima velocità con la sua auto una decina di persone che camminavano su un marciapiedi del centro di Modena, rischia almeno 15 anni di carcere.
Al trentunenne, attualmente in stato di fermo, i pm contestano infatti l’accusa di strage e di lesioni aggravate.
E proprio il primo reato, in caso di condanna, spalancherebbe per El Koudri le porte del carcere per lungo tempo.
La pena prevista dall’articolo 422 del Codice penale «in ogni altro caso» da quelli che vedono la morte di una o più persone è infatti «non inferiore a quindici anni», ai quali andrebbe poi sommata la pena per le lesioni personali aggravate e per eventuali (e allo stato dei fatti del tutto ipotetiche) contestazioni di altri reati connessi.
Ma in caso di decesso di uno o più feriti la pena per l’investitore diventerebbe automaticamente, per il solo reato di strage, quella dell’ergastolo.
Ma sul percorso processuale di El Koudri pesa come un macigno l’ombra delle sue condizioni psichiatriche. Lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha infatti dichiarato che «il fatto sembra sia collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico».
E proprio il livello di gravità (se confermato) del disagio psichico dell’uomo potrebbe aprire la porta a scenari processuali del tutto imprevedibili.
Che ruoterebbero però interamente intorno a una parola: «imputabilità», ovvero al valutare se l’imputato è o meno in grado di capire la gravità delle sue azioni, a una intenzionalità consapevole. E l’imputabilità di una persona che ha commesso un reato è il presupposto della sua punibilità. L’articolo 85 del Codice penale stabilisce, infatti, che nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato se nel momento in cui lo ha commesso non era imputabile, cioè capace di intendere e di volere. Quindi, in mancanza di capacità d’intendere e di volere, il responsabile del fatto non sarà imputabile e non potrà essere sottoposto a una pena. Tuttalpiù, al soggetto potrà essere applicata una misura di sicurezza, cioè un provvedimento finalizzato al suo reinserimento nella società, qualora il giudice dovesse ritenere che questi è socialmente pericoloso e che necessita di essere ricoverato in una struttura adeguata. Ovvero in una Rems, le strutture che hanno preso il posto dei vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. Il ricovero non può superare il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, ma per i reati che prevedono la pena dell’ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo a dieci anni, la misura di sicurezza «è ordinata per un tempo non inferiore a tre anni». Se la gravità della patologia è tale da ridurre in maniera consistente, ma non così tanto da escludere del tutto, la capacità di intendere e di volere, allora il giudice provvederà ad applicare una pena, però in misura ridotta. Anche in questi casi, il responsabile del reato viene ricoverato in una Rems.
Va detto che alcuni recenti casi di cronaca dimostrano che il riconoscimento dell’incapacità di intendere e di volere per patologie psichiatriche è tutt’altro che scontato. Anche di fronte a comportamenti criminali che hanno suscitato sconcerto sia nell’opinione pubblica, sia negli inquirenti che hanno seguito le vicende.
Emblematico è il caso di Chiara Petrolini, la ventiduenne di Traversetolo, in provincia di Parma, recentemente condannata in primo grado a 24 anni per aver partorito i suoi due figli da sola in casa e averli poi seppelliti nel giardino della villetta, senza aver rivelato a nessuno, fidanzato compreso, le due gravidanze.
Nel suo caso la perizia psichiatrica disposta dalle Corte d’assise di Parma ha stabilito che la ragazza era perfettamente capace di intendere e di volere, quindi il processo è andato avanti normalmente.
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Fu il protagonista della missione Apollo 10, quella che fece la prova generale dell'allunaggio e il cui modulo di servizio è ancora lassù, da qualche parte attorno al Sole.
I soccorsi alle vittime falciate a Modena da Salim el Koudri, nel riquadro (Ansa)
Non conosco i profili psichiatrici degli attentatori che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio, Gran Bretagna e Svezia. Ma spesso, leggendo i resoconti delle indagini, mi sono imbattuto in figure che lamentavano una scarsa integrazione e un disagio. Giovani e meno giovani, arrivati dal Nordafrica o dal Medioriente, altri nati e cresciuti in Paesi europei, alcuni anche con un’istruzione europea, ma tutti animati da un sordo rancore contro quell’Occidente che li ha accolti e che ha dato loro un sistema di welfare, li ha mantenuti, curati, istruiti.
È trascorso quasi mezzo secolo dall’introduzione della legge Basaglia con cui sono stati aboliti i manicomi, ma non i matti. I reparti psichiatrici sono stati sostituiti dai centri di igiene mentale, che hanno il compito di seguire sul territorio quanti manifestano segni di squilibrio. Come funzioni il servizio abbiamo spesso avuto modo di sperimentarlo, basta ricordare il caso del pazzo che in piazza Gae Aulenti, a Milano, ha accoltellato alla schiena una donna che neppure conosceva, ma che purtroppo per lei ha avuto la sventura di passare sotto il palazzo di un’istituzione finanziaria simbolo della capitale economica italiana.
Tuttavia, se da un lato ci rendiamo conto che non basta chiudere un manicomio per risolvere il problema di persone pericolose per sé e per gli altri, il caso di Salim El Koudri, figlio di immigrati marocchini, nato e cresciuto in provincia di Bergamo prima di trasferirsi vicino a Modena, ci dice qualche cosa di più della semplice constatazione che una legge non può cancellare il disagio mentale. Perché l’autore della strage di sabato pomeriggio non è un semplice malato di mente come ci vogliono far credere per ridurre il problema a un folle fuggito al sistema di sorveglianza e cura. El Koudri non ha preso il coltello o il piccone per colpire degli sconosciuti, come è accaduto anni fa a Milano, quando Adam Kabobo uscì una mattina e ammazzò tre passanti. Il 31enne laureato in Economia (e dunque, avendo superato gli esami, probabilmente capace di intendere e volere) è salito a bordo della sua autovettura e come i terroristi che hanno colpito in Spagna, Francia, Germania, Belgio e Svezia ha guidato il veicolo contro la folla, cercando di investire quante più persone possibile. Ha accelerato quando ha raggiunto l’area pedonale, in un pomeriggio di sabato, ben sapendo che a quell’ora il centro di Modena sarebbe stato densamente frequentato, e ha invaso il marciapiede, per cercare di fare una strage. E poi, una volta schiantatosi contro una vetrina, ha cercato di accoltellare chi tentava di fermarlo. No, non è il comportamento di un matto. I pazzi fanno cose che non hanno senso, come colpire una donna sconosciuta. Ma nel caso del marocchino di Modena, c’è del metodo nella sua follia. Un metodo che richiama le stragi che hanno insanguinato l’Europa negli ultimi vent’anni. Non so se El Koudri si fosse radicalizzato. Se fosse seguito da qualche predicatore. Gli inquirenti al momento non hanno trovato alcun movente religioso per il suo gesto. Ma, a prescindere da questo, si capisce che a guidarlo è stato l’odio verso chi lo ha accolto. Infatti, c’è già chi è pronto a sostenere che la colpa di quanto accaduto è riconducibile alla mancata integrazione. El Koudri andava seguito di più e aiutato di più. Si evocano i servizi sociali, i posti di lavoro, l’integrazione, quasi che a guidare la Citroën contro la folla non ci fosse lui, ma la tanto vituperata società, trucco sociologico per concludere che alla fine siamo noi a dover fare l’esame di coscienza.
Io ricordo solo quel ragazzo di Torino a cui un altro marocchino tagliò la gola. La vittima aveva la colpa di avere dipinta in faccia la felicità. E le vittime di Modena di che cosa hanno colpa? Forse di non aver capito che qualcuno ci ha dichiarato guerra e di non essersene, come noi, ancora accorte.
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Anna Maria Giannini (Imagoeconomica)
Anna Maria Giannini è una delle più autorevoli psicologhe e criminologhe italiane. Con lei abbiamo esaminato dall'inizio la vicenda della famiglia nel bosco, per cercare di capire che cosa sia andato storto e perché i Trevallion siano ancora separati dopo mesi e mesi.
«Nella prima ordinanza, quella che dispone la sospensione temporanea della responsabilità genitoriale, si parla di alcune criticità collegate alle condizioni abitative, di assenza di vaccinazioni e visite pediatriche», spiega la professoressa. «Poi si dice che la mancata frequentazione della scuola comporterebbe l'impossibilità per questi bambini di apprendere in condizioni cooperative. Stanti alcune criticità sulle quali era importante intervenire, la misura presa a mio avviso è abnorme».
Non si dovevano togliere i bambini?
«Disporre l'allontanamento di questi tre bambini dai genitori e dall'ambiente in cui avevano vissuto non può che comportare tutto ciò che benissimo descrivono i consulenti di parte della famiglia, il collega Cantelmi e la collega Aiello. Loro hanno parlato di sradicamento, hanno usato termini forti come traumatizzazione... Del resto è ciò che indica tutta la letteratura scientifica quando ci sono grosse fratture emotive come l'allontanamento dai genitori».
Lo hanno detto in tanti.
«Questi non sono genitori maltrattanti, avevano un'interazione con questi bambini di grande affetto. I bambini vivevano in un ambiente con presenza di animali, in continuo contatto con i genitori... Proviamo solo ad immaginare che cosa significhi prendere questi tre bambini e allontanarli innanzitutto da mamma e papà, ma poi anche dal loro sistema di riferimento, dagli animali che sono importanti per loro. Esiste tutta una letteratura che spiega quanto sia importante il contatto con gli animali. Adesso sono in una situazione completamente opposta, all'interno di una casa famiglia, senza i loro genitori, con la mamma che inizialmente era presente e poi è stata allontanata".
Però ripeto: tanti suoi colleghi hanno detto cose simili. Come è possibile che un tribunale non ne tenga conto?
«Da quanto dice Cantelmi, e se lo riferisce credo proprio che sia vero, nella perizia la letteratura scientifica citata sia ferma a diversi anni fa. Né viene citata una letteratura aggiornata né si tiene conto di quanto in tanti abbiamo detto, pubblicato, espresso in trasmissioni televisive, eccetera. Si fa riferimento ad un metodo che in vede come rilevanti determinate regole fisse riguardanti ciò che un genitore dovrebbe fare".
Cioè?
«Viene posto in primo piano il fatto che il genitore dovrebbe vaccinare i bambini, portarli dal pediatra, portarli a scuola... I due genitori si sono discostati da queste regole e ciò è stato interpretato come qualcosa che mette a rischio i bambini».
Quali misure sarebbero state più utili?
«Dare un sostegno nel luogo in cui questa famiglia si trovava, comunque mantenendola unita. Non hanno peraltro tenuto conto anche di un altro aspetto: questi due genitori vengono da una dall'Australia e l'altro dal Regno Unito, e non parlano un italiano perfetto. All'inizio non c'era neanche un interprete. Ora, non è difficile trovare un interprete dall'inglese o psicologi che parlino inglese...».
In ogni caso non si è tenuto granché conto delle indicazioni degli esperti.
«Credo sia un po’ stata ignorata la comunità scientifica, perché siamo stati veramente in tanti a mettere in guardia sul rischio che questi bambini correvano, compresi nomi di rilievo».
L’allontanamento non viene deciso in base a una relazione di suoi colleghi. Ma seguendo le relazioni dei servizi sociali. Forse un assistente sociale non ha le competenze necessarie...
«Ma infatti è questo il fatto grave. Io sono fermamente convinta che negli allontanamenti dovrebbe essere reso obbligatorio il parere di uno psicologo, perché chi conosce gli effetti sulla mente dei bambini o chi conosce i rischi dell'allontanamento sono queste figure professionali. Certamente molto meno gli assistenti sociali che non è che non siano una classe preparata, ci mancherebbe, ma hanno un tipo di preparazione assolutamente differente. Ora, è chiaro che decide il giudice. Ma decidere sulla base del parere dei servizi sociali è l’altro problema che si è creato in questa vicenda. Inoltre, mentre veniva condotta la consulenza tecnica d’ufficio questi due genitori si sono mostrati collaborativi: i vaccini sono stati fatti, le visite pediatriche sono state fatte, loro si sono detti disponibili ad una situazione scolastica vicina a quella che veniva proposta…».
Però la perizia non solo non tiene conto di nulla di tutto ciò, ma ribadisce che i genitori sono rigidi.
«E questo è non solo molto problematico, ma pericoloso per i bambini perché nel frattempo abbiamo saputo che piangono e chiedono della mamma, una è andata in ospedale, la mamma l'ha potuta vedere in orari contingentati... Guardi, qui c’è un problema di fondo».
Quale?
«La valutazione della capacità genitoriale non deve avere a che fare con aspetti personologici, altrimenti toglieremo i figli a tutti. Noi possiamo dire che uno è rigido, un altro è ansioso, un altro è depresso... Ma questo lo rende inadatto ad essere un genitore? No. La capacità genitoriale è un'altra cosa. I figli vanno allontanati da chi è violento, da chi li picchia, magari da chi li manda a chiedere l’elemosina... Ecco lì deve esserci l’allontanamento, perché lì il bambino è a rischio e deve essere immediatamente messo in sicurezza. Ma non è il caso di Palmoli. Questi sono due genitori che amano i loro figli, che hanno una loro filosofia di vita che in certe circostanze può creare delle criticità e su quelle criticità vanno affiancati. Per me è già sbagliato l’uso del termine rigido, che vuol dire? Che non si piega a quello che voglio io? Che non fa come sto dicendo io? Qui mi sembra che siamo di fronte a una contrapposizione tra chi porta un modello ideale di comportamento e questi due genitori che hanno fatto precise scelte di vita. Va rispettato il modo in cui vogliono educare e far crescere i figli, ai quali non hanno mai fatto del male. Tanto che i figli chiedono continuamente di tornare a casa. La letteratura più recente invita a non guardare gli aspetti di personalità - in base ai quali leveremmo i figli a tutti - ma a valutare la sintonia, la capacità di comprendere i bisogni dei bambini, di essere vicini a loro, di valorizzarli».
Ma di questa letteratura nella perizia non vi è traccia. Dunque gli esperti scelti dal tribunale sono inadeguati?
«Io non posso dire che li trovo inadeguati, non conosco la collega, non mi permetto. Io parlo di metodologia. E credo che si sia fatto ricorso a una metodologia che esclude modelli che sono invece quelli che vengono usati oggi. Se considero le decisioni prese - cioè il fatto che questi bambini debbano rimanere lontani dai genitori - mi viene da dubitare fortemente del metodo utilizzato».
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