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2018-04-11
Franceschini lancia l’amo ai 5 stelle e allarga la frattura dentro il Pd
ANSA
La crepa nel Pd si è aperta, e si allarga dopo l'appello, ormai esplicito di Dario Franceschini: «Nessuno ha vinto per governare il Paese. Io penso che non basti più assistere. La prima fase è stata giusta, ma adesso dobbiamo prepararci alla seconda fase». Cioè governare. Ma se volete capire cosa succede nel Partito democratico dovete fare attenzione alle parole, pesate con il bilancino, del segretario reggente, Maurizio Martina. All'inizio il reggente esordisce cauto, dicendo: «Lo scenario vede il Pd attestato sulla linea decisa in direzione. Il giudizio severo del 4 marzo ci impone una riorganizzazione profonda, non siamo noi a poter esprimere una opzione di governo...». Sembrerebbe una porta chiusa. Ma subito dopo anche lui apre uno spiraglio a un governo: «Ci riteniamo responsabili verso l'Italia anche da posizioni di minoranza. Non rinunciamo all'ambizione di dire la nostra sui grandi temi». Franceschini aggiunge: «Facciamo diventare il M5s una forza di governo». Il nodo però è la successione a Matteo Renzi. Martina mette le mani avanti: «Facciamo un confronto interno senza prenderci a stracci».
Debora Serracchiani dice, senza giri di parole: «Credo che il Pd abbia ben altri problemi, prima di trovare il candidato probabilmente deve ritrovare sé stesso». Poi aggiunge, senza ricorrere alla prima persona ma parlando evidentemente di sé: «Ci deve essere anche qualcuno che dica al leader che le cose non vanno bene o che le cose non si fanno in quel modo. E non è giusto - aggiunge l'ex governatrice - che quando lo si fa, si venga messi da parte». Tutto è in movimento, di nuovo. E nessuno determina la rotta da solo.
A poche ore dall'assemblea dei gruppi del Nazareno, l'ultimo strappo arriva così, per bocca di una che è stata la numero due del partito. Poi la segue Franceschini. Quindi, nella serata di ieri si celebra l'ennesima discussione sul metodo, sul partito, ma con un occhio particolare al governo. Con Martina che prova a mediare. Tant'è vero che sul governo prova a mettere dei paletti: «Non possiamo immaginare la strada proposta da Di Maio - avverte il reggente - la sua è una logica irricevibile. Pd e Lega non sono certo interscambiabili»
Sta di fatto che lentamente, ma in modo inesorabile, la posizione granitica e compatta del Pd, che dopo il voto sembrava essersi stretta intorno all'ex segretario, esaltata mediaticamente dalla tempesta virale del #senzadime si sta sgretolando. Il No blindato a qualsiasi governo sta diventando, in alcuni settori nevralgici del gruppo dirigente e del partito, un Ni possibilista e pragmatico. I fedelissimi di Renzi diventano chi con strappi bruschi, chi con più eleganza degli ex-renziani. Le pressioni di Mattarella e dei grandi saggi del Partito - con in testa un ex presidente e un ex segretario - erodono le certezze. Il dissenso strategico di Franceschini è pubblico da un mese. Quello di Andrea Orlando precede addirittura il voto. Le interviste di Luigi Di Maio («Dissotterriamo l'ascia di guerra») hanno segnato una discontinuità importante - anche formale - nei rapporti ufficiali tra il M5s e i democratici, facendo sembrare molto lontani i giorni ringhiosi dello streaming. L'affondo di Matteo Salvini contro Di Maio e l'indisponibilità a rottamare Silvio Berlusconi hanno creato per la prima volta le condizioni esterne più propizie.
E poi c'è un piccolo big bang che sta deflagrando dentro il partito, dove i candidati in pectore alle primarie iniziano a proliferare. Ormai ci sono dei pesi massimi che scaldano i muscoli, basta fare l'appello per rendersi conto della posta in palio, come è noto è già in campo ufficialmente, dal dopo voto in poi, un candidato forte della minoranza: il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti (uno che può vantare di aver vinto in controtendenza, e non è poco). Ma è in campo anche - da questo fine settimana - l'uomo che è stato più vicino a Renzi negli ultimi mesi, Matteo Richetti, eterno alter ego, amico e rivale, animatore di una battagliera convention. Ed è in campo - anche se lei ancora non ha ancora accettato ufficialmente di correre - proprio Debora Serracchiani, che del Rottamatore è stata numero due. «Una candidatura», dice per ora, «non può nascere dal desiderio di una sola persona, ma deve essere il prodotto di uno spirito di squadra, di una volontà non solo individuale: se ci sono le condizioni, e se me lo chiedessero, potrei concorrere». L'ex governatrice del Friuli ha interrotto il suo rapporto con l'uomo di Rignano in tempi non sospetti, dopo il referendum, e senza dare troppo clamore allo strappo. Avrebbe il vantaggio di essere l'unica donna (se dovesse vincere sarebbe addirittura la prima leader donna del Pd) e quello di parlare alla maggioranza che è stata renziana e non gradisce passare dal segretario ad un suo oppositore. E poi c'è il dilemma della ex maggioranza: Renzi vorrebbe riuscire a convincere Graziano Delrio, che continua a rispondergli: «Non voglio correre per questa sfida» e dice «per ora sono il capogruppo del Pd». Solo pretattica per non essere bruciato nel toto nomi? Forse. Ma è anche vero che chi vuole stare in campo in modo competitivo deve partire subito. E la migliore prova che Delrio per ora resiste è che Renzi ha sondato anche uno degli uomini più fedeli, Ettore Rosato (per ora dislocato alla vicepresidenza della Camera). Rosato sarebbe un custode della linea, che invece la Serracchiani vuole cambiare, ad esempio sul tema cruciale delle alleanze. Certo, il M5s non è popolare, da queste parti, nemmeno tra chi vuole fare l'accordo. Ma sull'assemblea pesa un avvertimento di Franceschini: «Attenti. Se nasce un governo sovranista di lunga durata, si fanno la legge elettorale e si votano il presidente della Repubblica». Nel Pd tutti sanno che il vero rischio è proprio questo. Renzi alla fine non è venuto. E anche questo è un segnale. Parlerà solo dopo l'elezione del nuovo segretario. E allora se ne vedranno delle belle.
Luca Telese
Il Colle lancia le consultazioni «invertite»
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato partiti politici e vertici istituzionali per il secondo giro di consultazioni al Quirinale. Si parte domani alle 10, con il gruppo Per le Autonomie del Senato; alle 10 e 30 tocca al gruppo Misto del Senato; alle 11 Mattarella incontrerà il gruppo Misto della Camera; alle 11 e 30 il gruppo Liberi e uguali della Camera. Il capo dello Stato riprenderà le consultazioni alle 16 e 30, con i gruppi del Partito democratico del Senato e della Camera; alle 17 e 30 sarà il turno del centrodestra unito, con i gruppi di Camera e Senato di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia; la giornata si chiuderà alle 18 e 30 con i gruppi di Camera e Senato del M5s.
Dopodomani alle 10 e 30 Mattarella incontrerà l'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano; alle 11 e 15 il presidente della Camera, Roberto Fico, e in chiusura, alle 12, il presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati. Dunque, pur in presenza del centrodestra unito, Mattarella riserverà ancora al M5s l'ultimo appuntamento con i partiti politici, così come avvenne in occasione del primo giro di consultazioni. Invertito invece, rispetto alla tornata precedente, l'ordine tra partiti e cariche istituzionali: Napolitano, Fico e la Casellati chiuderanno le consultazioni, che la volta scorsa avevano aperto. Il motivo? Qualcuno ipotizza la possibilità di conferire un mandato esplorativo alla Casellati o a Fico, anche se, con i partiti fermi ciascuno sulla propria posizione, sembra difficile che la situazione trovi uno sbocco nelle prossime ore.
Ieri i tre blocchi sono rimasti pietrificati sui veti incrociati. Il M5s dice «no» a un'intesa con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, e vuole discutere solo con Matteo Salvini; la Lega continua a non accettare il diktat dei grillini; il Pd persevera nella scelta di restare alla finestra. Un gioco delle parti, secondo i più ottimisti, che vedono comunque all'orizzonte la formazione di un governo; un imbuto dal quale è impossibile uscire con un accordo, secondo i molti addetti ai lavori che prevedono nuove elezioni politiche per il prossimo autunno.
Ieri Luigi Di Maio, leader del M5s, è tornato a ribadire la sua indisponibilità assoluta a discutere con l'intero centrodestra: «La proposta che mi sta facendo Salvini», ha detto Di Maio, impegnato in Molise in un tour elettorale, «è di fare un governo con Berlusconi e Meloni. L'unica cosa che insieme potremmo fare sarebbe sederci su una poltrona a non fare nulla: l'immobilismo. Ma io a Salvini l'ho detto: ci sediamo intorno ad un tavolo per cambiare le cose», ha aggiunto Di Maio, «per cambiare ad esempio la legge Fornero, o per Berlusconi ?».
«È possibile», ha detto Matteo Salvini, «che l'incontro con il M5s non ci sia». A chi gli chiedeva se l'inversione dell'ordine delle consultazioni al Quirinale possa essere il viatico a un incarico esplorativo per la Casellati, Salvini ha risposto: «Non mi metto al posto di Mattarella. La Casellati? È eccezionale». «Il centrodestra unito», ha sottolineato la vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, «ha vinto le elezioni: siamo disponibili al confronto con chiunque, ma non accettiamo imposizioni da nessuno. Ci presenteremo dal presidente Mattarella con una proposta per dare risposte ai cittadini in tema di tasse, sicurezza, immigrazione, lavoro, povertà».
Il Pd? Resta fermo sulla posizione renziana, ovvero «opposizione a tutti i costi». Una linea irrobustita dalla notizia che M5s e centrodestra avrebbero trovato l'intesa sulla presidenza della commissione speciale della Camera, che quasi sicuramente andrà al leghista Giancarlo Giorgetti, mentre al Senato il presidente è Vito Crimi del M5s.
«Anche sulle presidenze delle commissioni speciali», ha scritto su twitter il presidente del Pd, Matteo Orfini, «accordo spartitorio tra M5s e centrodestra. Perché al netto delle sceneggiate la maggioranza Salvini-Di Maio-Berlusconi c'è già». «Loro», ha aggiunto Ettore Rosato, vicepresidente della Camera, «stanno lavorando per un governo M5s-Lega, come vi spiegate altrimenti il fatto che una commissione speciale va alla Lega e una a M5s? Si stanno organizzando per fare un governo» .
Dunque, le dichiarazioni ufficiali segnalano una cristallizzazione delle posizioni delle principali forze politiche. Ma dietro le quinte le diplomazie continuano a lavorare per capire se sia possibile formare una «coalizione» (come l'ha definita Mattarella al termine del primo giro di consultazioni) in grado di sostenere un governo. Il ritornello che si ascolta nei corridoi dei palazzi romani è relativo alle imminenti elezioni regionali, in Molise (il 22 aprile) e in Friuli Venezia Giulia (il 29). In Molise il centrodestra spera di ribaltare i pronostici che vedono favorito il candidato del M5s, Andrea Greco; in Friuli Venezia Giulia pronostici tutti per il leghista Massimiliano Fedriga. I risultati di queste due tornate elettorali saranno un primo termometro del giudizio degli elettori sui primi passi dei partiti dopo le politiche del 4 marzo. Se si tornasse a votare a ottobre, occorrerebbe comunque approvare una nuova legge elettorale, che conferisca un premio di maggioranza. Alla lista, o alla coalizione? La seconda ipotesi è la più gettonata: il centrodestra si riunirebbe in un contenitore chiamato «Lega Italia». A proposito di centrodestra, non manca chi ancora spera di dare vita a un governo guidato dal braccio destro di Salvini, Giancarlo Giorgetti, con il sostegno esterno del Pd.
Nel vuoto si fanno spazio anche le ipotesi «tecniche» come quella del presidente emerito della corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, il quale ieri, intervistato dall'Huffingtonpost, si è lasciato andare a un eccesso di modestia: «Sarei un buon premier come tanti altri. Di certo so che il termine contratto in politica non mi piace».
Carlo Tarallo
In Fi aumenta la paura delle urne
«Non abbiamo paura del voto!». Traduzione: «Abbiamo una fifa matta del voto». Forza Italia è in preda alla sindrome della poltrona: se non si trova una quadra sulla formazione del nuovo governo, il prossimo ottobre si tornerà alle urne, e la pattuglia di parlamentari forzisti, 104 deputati e 61 senatori, è destinata ad assottigliarsi. E così i parlamentari a rischio, ovvero quelli alla prima elezione, ripetono un ritornello che più che una previsione sembra un auspicio: «Un governo si farà, con calma si farà». Dire addio a un seggio di deputato o senatore dopo sei mesi farebbe male, anzi malissimo. I sondaggi segnalano una flessione di almeno due punti percentuali rispetto al già deludente 14% ottenuto dal partito di Silvio Berlusconi lo scorso 4 marzo. Non solo: se si tornerà alle urne, sia che il centrodestra si ripresenti con la formula della coalizione, sia che si dia vita a una lista unica, la trattativa tra Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia sui collegi uninominali avrà un epilogo molto diverso rispetto a quello delle ultime politiche.
Lo scorso 4 marzo, il centrodestra ha ottenuto 109 deputati e 58 senatori per la quota maggioritaria, ovvero quella riservata ai collegi uninominali, dove l'alleanza ha espresso un solo candidato per ciascun collegio. Su 109 deputati eletti con i voti di tutta la coalizione, 50 sono di Forza Italia, 52 della Lega e il resto di Fdi e della quarta gamba centrista. Al Senato, sui 58 totali, la Lega ne ha ottenuti 21 e Forza Italia ben 28. Il motivo di questa supremazia berlusconiana è che i collegi uninominali considerati sicuri sono stati divisi tra gli alleati avendo come base i sondaggi di Alessandra Ghisleri, che prima delle elezioni segnalavano Forza Italia in vantaggio sulla Lega.
Alle prossime elezioni, invece, la divisione tra gli alleati, come spiega alla Verità chi sta lavorando alla pratica, avverrà tenendo conto dei voti veri, quelli espressi dagli italiani lo scorso 4 marzo. La Lega, quindi, farà pesare il 17,4% ottenuto alle politiche a livello nazionale ma soprattutto al Nord. Al Carroccio spetterà quindi un numero molto superiore di candidati all'uninominale, sia in linea generale che per quello che riguarda i collegi «blindati»: a fare spazio ai leghisti saranno inevitabilmente i berlusconiani. In molti tra i neoeletti di Forza Italia saranno quindi destinati, in caso di nuove elezioni, a restare a casa, conservando giusto il tesserino di parlamentare come souvenir. Una prospettiva che scatena l'angoscia di tanti neoparlamentari. «Assistiamo», confida un alto dirigente forzista, «a due tipi di fenomeno. Il primo: molti nostri parlamentari cercano di accreditarsi presso Matteo Salvini per garantirsi la rielezione, ma senza molte speranze visto che la Lega ha sul territorio tanti dirigenti che non sono stati candidati la scorsa volta e che sono già in prima linea per le prossime elezioni. Il secondo: preghiere e riti scaramantici, che hanno come obiettivo la formazione di un governo».
Carlo Tarallo
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Assente Matteo Renzi, all'assemblea degli eletti è liberi tutti. Il ministro della Cultura: «Fase due, rendiamo i grillini una forza di governo». Maurizio Martina fa il pompiere ma già si fa la conta degli avversari in vista delle primarie. Domani e dopo il secondo round di incontri al Quirinale. Il presidente Sergio Mattarella inizierà con i gruppi (M5s per ultimo) e chiuderà con le cariche istituzionali: quasi certo un altro nulla di fatto. Matteo Salvini: «Forse non vedrò Luigi Di Maio». Intanto Giovanni Maria Flick si fa pubblicità: «Io buon premier». La prospettiva di elezioni anticipate mette in crisi gli azzurri. La Lega, forte del boom del 4 marzo, reclamerebbe molti più collegi. E c'è chi pensa già al cambio di casacca. La crepa nel Pd si è aperta, e si allarga dopo l'appello, ormai esplicito di Dario Franceschini: «Nessuno ha vinto per governare il Paese. Io penso che non basti più assistere. La prima fase è stata giusta, ma adesso dobbiamo prepararci alla seconda fase». Cioè governare. Ma se volete capire cosa succede nel Partito democratico dovete fare attenzione alle parole, pesate con il bilancino, del segretario reggente, Maurizio Martina. All'inizio il reggente esordisce cauto, dicendo: «Lo scenario vede il Pd attestato sulla linea decisa in direzione. Il giudizio severo del 4 marzo ci impone una riorganizzazione profonda, non siamo noi a poter esprimere una opzione di governo...». Sembrerebbe una porta chiusa. Ma subito dopo anche lui apre uno spiraglio a un governo: «Ci riteniamo responsabili verso l'Italia anche da posizioni di minoranza. Non rinunciamo all'ambizione di dire la nostra sui grandi temi». Franceschini aggiunge: «Facciamo diventare il M5s una forza di governo». Il nodo però è la successione a Matteo Renzi. Martina mette le mani avanti: «Facciamo un confronto interno senza prenderci a stracci». Debora Serracchiani dice, senza giri di parole: «Credo che il Pd abbia ben altri problemi, prima di trovare il candidato probabilmente deve ritrovare sé stesso». Poi aggiunge, senza ricorrere alla prima persona ma parlando evidentemente di sé: «Ci deve essere anche qualcuno che dica al leader che le cose non vanno bene o che le cose non si fanno in quel modo. E non è giusto - aggiunge l'ex governatrice - che quando lo si fa, si venga messi da parte». Tutto è in movimento, di nuovo. E nessuno determina la rotta da solo. A poche ore dall'assemblea dei gruppi del Nazareno, l'ultimo strappo arriva così, per bocca di una che è stata la numero due del partito. Poi la segue Franceschini. Quindi, nella serata di ieri si celebra l'ennesima discussione sul metodo, sul partito, ma con un occhio particolare al governo. Con Martina che prova a mediare. Tant'è vero che sul governo prova a mettere dei paletti: «Non possiamo immaginare la strada proposta da Di Maio - avverte il reggente - la sua è una logica irricevibile. Pd e Lega non sono certo interscambiabili» Sta di fatto che lentamente, ma in modo inesorabile, la posizione granitica e compatta del Pd, che dopo il voto sembrava essersi stretta intorno all'ex segretario, esaltata mediaticamente dalla tempesta virale del #senzadime si sta sgretolando. Il No blindato a qualsiasi governo sta diventando, in alcuni settori nevralgici del gruppo dirigente e del partito, un Ni possibilista e pragmatico. I fedelissimi di Renzi diventano chi con strappi bruschi, chi con più eleganza degli ex-renziani. Le pressioni di Mattarella e dei grandi saggi del Partito - con in testa un ex presidente e un ex segretario - erodono le certezze. Il dissenso strategico di Franceschini è pubblico da un mese. Quello di Andrea Orlando precede addirittura il voto. Le interviste di Luigi Di Maio («Dissotterriamo l'ascia di guerra») hanno segnato una discontinuità importante - anche formale - nei rapporti ufficiali tra il M5s e i democratici, facendo sembrare molto lontani i giorni ringhiosi dello streaming. L'affondo di Matteo Salvini contro Di Maio e l'indisponibilità a rottamare Silvio Berlusconi hanno creato per la prima volta le condizioni esterne più propizie. E poi c'è un piccolo big bang che sta deflagrando dentro il partito, dove i candidati in pectore alle primarie iniziano a proliferare. Ormai ci sono dei pesi massimi che scaldano i muscoli, basta fare l'appello per rendersi conto della posta in palio, come è noto è già in campo ufficialmente, dal dopo voto in poi, un candidato forte della minoranza: il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti (uno che può vantare di aver vinto in controtendenza, e non è poco). Ma è in campo anche - da questo fine settimana - l'uomo che è stato più vicino a Renzi negli ultimi mesi, Matteo Richetti, eterno alter ego, amico e rivale, animatore di una battagliera convention. Ed è in campo - anche se lei ancora non ha ancora accettato ufficialmente di correre - proprio Debora Serracchiani, che del Rottamatore è stata numero due. «Una candidatura», dice per ora, «non può nascere dal desiderio di una sola persona, ma deve essere il prodotto di uno spirito di squadra, di una volontà non solo individuale: se ci sono le condizioni, e se me lo chiedessero, potrei concorrere». L'ex governatrice del Friuli ha interrotto il suo rapporto con l'uomo di Rignano in tempi non sospetti, dopo il referendum, e senza dare troppo clamore allo strappo. Avrebbe il vantaggio di essere l'unica donna (se dovesse vincere sarebbe addirittura la prima leader donna del Pd) e quello di parlare alla maggioranza che è stata renziana e non gradisce passare dal segretario ad un suo oppositore. E poi c'è il dilemma della ex maggioranza: Renzi vorrebbe riuscire a convincere Graziano Delrio, che continua a rispondergli: «Non voglio correre per questa sfida» e dice «per ora sono il capogruppo del Pd». Solo pretattica per non essere bruciato nel toto nomi? Forse. Ma è anche vero che chi vuole stare in campo in modo competitivo deve partire subito. E la migliore prova che Delrio per ora resiste è che Renzi ha sondato anche uno degli uomini più fedeli, Ettore Rosato (per ora dislocato alla vicepresidenza della Camera). Rosato sarebbe un custode della linea, che invece la Serracchiani vuole cambiare, ad esempio sul tema cruciale delle alleanze. Certo, il M5s non è popolare, da queste parti, nemmeno tra chi vuole fare l'accordo. Ma sull'assemblea pesa un avvertimento di Franceschini: «Attenti. Se nasce un governo sovranista di lunga durata, si fanno la legge elettorale e si votano il presidente della Repubblica». Nel Pd tutti sanno che il vero rischio è proprio questo. Renzi alla fine non è venuto. E anche questo è un segnale. Parlerà solo dopo l'elezione del nuovo segretario. E allora se ne vedranno delle belle. Luca Telese <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/franceschini-grillini-consultazioni-pd-renzi-2558765489.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-colle-lancia-le-consultazioni-invertite" data-post-id="2558765489" data-published-at="1769079726" data-use-pagination="False"> Il Colle lancia le consultazioni «invertite» Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato partiti politici e vertici istituzionali per il secondo giro di consultazioni al Quirinale. Si parte domani alle 10, con il gruppo Per le Autonomie del Senato; alle 10 e 30 tocca al gruppo Misto del Senato; alle 11 Mattarella incontrerà il gruppo Misto della Camera; alle 11 e 30 il gruppo Liberi e uguali della Camera. Il capo dello Stato riprenderà le consultazioni alle 16 e 30, con i gruppi del Partito democratico del Senato e della Camera; alle 17 e 30 sarà il turno del centrodestra unito, con i gruppi di Camera e Senato di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia; la giornata si chiuderà alle 18 e 30 con i gruppi di Camera e Senato del M5s. Dopodomani alle 10 e 30 Mattarella incontrerà l'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano; alle 11 e 15 il presidente della Camera, Roberto Fico, e in chiusura, alle 12, il presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati. Dunque, pur in presenza del centrodestra unito, Mattarella riserverà ancora al M5s l'ultimo appuntamento con i partiti politici, così come avvenne in occasione del primo giro di consultazioni. Invertito invece, rispetto alla tornata precedente, l'ordine tra partiti e cariche istituzionali: Napolitano, Fico e la Casellati chiuderanno le consultazioni, che la volta scorsa avevano aperto. Il motivo? Qualcuno ipotizza la possibilità di conferire un mandato esplorativo alla Casellati o a Fico, anche se, con i partiti fermi ciascuno sulla propria posizione, sembra difficile che la situazione trovi uno sbocco nelle prossime ore. Ieri i tre blocchi sono rimasti pietrificati sui veti incrociati. Il M5s dice «no» a un'intesa con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, e vuole discutere solo con Matteo Salvini; la Lega continua a non accettare il diktat dei grillini; il Pd persevera nella scelta di restare alla finestra. Un gioco delle parti, secondo i più ottimisti, che vedono comunque all'orizzonte la formazione di un governo; un imbuto dal quale è impossibile uscire con un accordo, secondo i molti addetti ai lavori che prevedono nuove elezioni politiche per il prossimo autunno. Ieri Luigi Di Maio, leader del M5s, è tornato a ribadire la sua indisponibilità assoluta a discutere con l'intero centrodestra: «La proposta che mi sta facendo Salvini», ha detto Di Maio, impegnato in Molise in un tour elettorale, «è di fare un governo con Berlusconi e Meloni. L'unica cosa che insieme potremmo fare sarebbe sederci su una poltrona a non fare nulla: l'immobilismo. Ma io a Salvini l'ho detto: ci sediamo intorno ad un tavolo per cambiare le cose», ha aggiunto Di Maio, «per cambiare ad esempio la legge Fornero, o per Berlusconi ?». «È possibile», ha detto Matteo Salvini, «che l'incontro con il M5s non ci sia». A chi gli chiedeva se l'inversione dell'ordine delle consultazioni al Quirinale possa essere il viatico a un incarico esplorativo per la Casellati, Salvini ha risposto: «Non mi metto al posto di Mattarella. La Casellati? È eccezionale». «Il centrodestra unito», ha sottolineato la vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, «ha vinto le elezioni: siamo disponibili al confronto con chiunque, ma non accettiamo imposizioni da nessuno. Ci presenteremo dal presidente Mattarella con una proposta per dare risposte ai cittadini in tema di tasse, sicurezza, immigrazione, lavoro, povertà». Il Pd? Resta fermo sulla posizione renziana, ovvero «opposizione a tutti i costi». Una linea irrobustita dalla notizia che M5s e centrodestra avrebbero trovato l'intesa sulla presidenza della commissione speciale della Camera, che quasi sicuramente andrà al leghista Giancarlo Giorgetti, mentre al Senato il presidente è Vito Crimi del M5s. «Anche sulle presidenze delle commissioni speciali», ha scritto su twitter il presidente del Pd, Matteo Orfini, «accordo spartitorio tra M5s e centrodestra. Perché al netto delle sceneggiate la maggioranza Salvini-Di Maio-Berlusconi c'è già». «Loro», ha aggiunto Ettore Rosato, vicepresidente della Camera, «stanno lavorando per un governo M5s-Lega, come vi spiegate altrimenti il fatto che una commissione speciale va alla Lega e una a M5s? Si stanno organizzando per fare un governo» . Dunque, le dichiarazioni ufficiali segnalano una cristallizzazione delle posizioni delle principali forze politiche. Ma dietro le quinte le diplomazie continuano a lavorare per capire se sia possibile formare una «coalizione» (come l'ha definita Mattarella al termine del primo giro di consultazioni) in grado di sostenere un governo. Il ritornello che si ascolta nei corridoi dei palazzi romani è relativo alle imminenti elezioni regionali, in Molise (il 22 aprile) e in Friuli Venezia Giulia (il 29). In Molise il centrodestra spera di ribaltare i pronostici che vedono favorito il candidato del M5s, Andrea Greco; in Friuli Venezia Giulia pronostici tutti per il leghista Massimiliano Fedriga. I risultati di queste due tornate elettorali saranno un primo termometro del giudizio degli elettori sui primi passi dei partiti dopo le politiche del 4 marzo. Se si tornasse a votare a ottobre, occorrerebbe comunque approvare una nuova legge elettorale, che conferisca un premio di maggioranza. Alla lista, o alla coalizione? La seconda ipotesi è la più gettonata: il centrodestra si riunirebbe in un contenitore chiamato «Lega Italia». A proposito di centrodestra, non manca chi ancora spera di dare vita a un governo guidato dal braccio destro di Salvini, Giancarlo Giorgetti, con il sostegno esterno del Pd. Nel vuoto si fanno spazio anche le ipotesi «tecniche» come quella del presidente emerito della corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, il quale ieri, intervistato dall'Huffingtonpost, si è lasciato andare a un eccesso di modestia: «Sarei un buon premier come tanti altri. Di certo so che il termine contratto in politica non mi piace». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/franceschini-grillini-consultazioni-pd-renzi-2558765489.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-fi-aumenta-la-paura-delle-urne" data-post-id="2558765489" data-published-at="1769079726" data-use-pagination="False"> In Fi aumenta la paura delle urne «Non abbiamo paura del voto!». Traduzione: «Abbiamo una fifa matta del voto». Forza Italia è in preda alla sindrome della poltrona: se non si trova una quadra sulla formazione del nuovo governo, il prossimo ottobre si tornerà alle urne, e la pattuglia di parlamentari forzisti, 104 deputati e 61 senatori, è destinata ad assottigliarsi. E così i parlamentari a rischio, ovvero quelli alla prima elezione, ripetono un ritornello che più che una previsione sembra un auspicio: «Un governo si farà, con calma si farà». Dire addio a un seggio di deputato o senatore dopo sei mesi farebbe male, anzi malissimo. I sondaggi segnalano una flessione di almeno due punti percentuali rispetto al già deludente 14% ottenuto dal partito di Silvio Berlusconi lo scorso 4 marzo. Non solo: se si tornerà alle urne, sia che il centrodestra si ripresenti con la formula della coalizione, sia che si dia vita a una lista unica, la trattativa tra Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia sui collegi uninominali avrà un epilogo molto diverso rispetto a quello delle ultime politiche. Lo scorso 4 marzo, il centrodestra ha ottenuto 109 deputati e 58 senatori per la quota maggioritaria, ovvero quella riservata ai collegi uninominali, dove l'alleanza ha espresso un solo candidato per ciascun collegio. Su 109 deputati eletti con i voti di tutta la coalizione, 50 sono di Forza Italia, 52 della Lega e il resto di Fdi e della quarta gamba centrista. Al Senato, sui 58 totali, la Lega ne ha ottenuti 21 e Forza Italia ben 28. Il motivo di questa supremazia berlusconiana è che i collegi uninominali considerati sicuri sono stati divisi tra gli alleati avendo come base i sondaggi di Alessandra Ghisleri, che prima delle elezioni segnalavano Forza Italia in vantaggio sulla Lega. Alle prossime elezioni, invece, la divisione tra gli alleati, come spiega alla Verità chi sta lavorando alla pratica, avverrà tenendo conto dei voti veri, quelli espressi dagli italiani lo scorso 4 marzo. La Lega, quindi, farà pesare il 17,4% ottenuto alle politiche a livello nazionale ma soprattutto al Nord. Al Carroccio spetterà quindi un numero molto superiore di candidati all'uninominale, sia in linea generale che per quello che riguarda i collegi «blindati»: a fare spazio ai leghisti saranno inevitabilmente i berlusconiani. In molti tra i neoeletti di Forza Italia saranno quindi destinati, in caso di nuove elezioni, a restare a casa, conservando giusto il tesserino di parlamentare come souvenir. Una prospettiva che scatena l'angoscia di tanti neoparlamentari. «Assistiamo», confida un alto dirigente forzista, «a due tipi di fenomeno. Il primo: molti nostri parlamentari cercano di accreditarsi presso Matteo Salvini per garantirsi la rielezione, ma senza molte speranze visto che la Lega ha sul territorio tanti dirigenti che non sono stati candidati la scorsa volta e che sono già in prima linea per le prossime elezioni. Il secondo: preghiere e riti scaramantici, che hanno come obiettivo la formazione di un governo». Carlo Tarallo
(IStock)
Ieri, a un processo in corso a Torino, un colonnello dei carabinieri ha raccontato come testimone una storia allucinante. Una storia di bambini che sarebbero stati manipolati per pilotare i giudici. Quei bambini erano stati affidati a una coppia di donne e alla vigoria di un’udienza sarebbe stato fatto vedere loro un documentario sui lager e su come i nazisti strappavano le mamme ai figlioletti.
La testimonianza choc è stata resa in aula dal colonnello Vincenzo Bertè, l’ufficiale dell’Arma che ha coordinato le indagini, al processo per le irregolarità nelle procedure di affidamento di due bambini nigeriani a una coppia di donne gay, entrambe imputate insieme alla psicoterapeuta Nadia Bolognini. La dottoressa è l’ex moglie di Claudio Foti, lo specialista processato e poi assolto per lo scandalo Bibbiano. Il colonnello ha raccontato che «le affidatarie dei bambini hanno tentato di manipolarne le menti per pilotare le decisioni del giudice. Una volta, alla vigilia di un’udienza, gli fecero vedere un docufilm su un campo di concentramento: c’erano dei bimbi che volevano la mamma, e un uomo in camice bianco arrivava e li mandava nei forni crematori».
I fatti si sono svolti tra il 2013 e il 2021 e il processo di questi giorni non ha avuto vita facile. Il procedimento non ha sposato la tesi iniziale della Procura sull’esistenza di un «sistema Bibbiano» anche nel capoluogo piemontese. All’udienza preliminare, nel 2024, il gup decise il non luogo a procedere per alcune operatrici e per i dirigenti dei servizi sociali del Comune. Tuttavia, sono rimaste in piedi le accuse di maltrattamenti e di frode processuale per la singola vicenda dei bimbi nigeriani affidati alla coppia di signore torinesi. Quando in aula sono risuonate le accuse dell’ufficiale dei carabinieri, le difese degli imputati hanno contestato l’andamento della testimonianza. «Le sue sono interpretazioni personali», hanno detto i difensori, e «lei sta omettendo una parte della storia per costruire una narrazione differente». Il pm Giulia Rizzo invece ha fatto notare che il colonnello «sta soltanto riassumendo le evidenze da cui sono state tratte le notizie di reato», ricordando che «noi abbiamo il dovere di spiegare come è nato il procedimento in corso». Il tribunale ha sostanzialmente recepito le obiezioni degli avvocati, ma ha voluto che il testimone, senza indugiare in valutazioni, leggesse il contenuto di alcune intercettazioni ambientali e telefoniche. E i giudici hanno anche sottolineato che il materiale proveniente dalle indagini della procura di Reggio Emilia sul caso Bibbiano non è di interesse, a meno che non riguardi l’episodio specifico di Torino. Insomma, niente rivincite, in un senso o nell’altro.
Ad ottobre del 2022, quando la Procura di Torino aveva chiuso le indagini, aveva segnalato la manipolazione dei bambini contro i genitori naturali e oltre a non meglio specificate «testimonianze pilotate» (oggi si è scoperto come) aveva parlato di «relazioni infondate». Il proscioglimento di nove persone tra poliziotti, assistenti sociali e personale del Comune ha portato a escludere l’esistenza di una «Bibbiano piemontese» e questo processo è andato avanti nel silenzio e nel disinteresse generale, ma ora rischia di presentare il conto anche a un certo modo di concepire la famiglia e la genitorialità «diffusa». La dottoressa Bolognini era stata chiamata in causa come consulente dalle due signore affidatarie e aveva ipotizzato nientemeno che una condotta sessualizzata dei bambini. Un esito decisamente imprevedibile per la vera madre nigeriana, che aveva chiesto aiuto semplicemente perché non riusciva più a mantenerli. Stando alle indagini dei carabinieri, poi, a dare una mano alle due nuove mamme nella loro battaglia sarebbero stati anche alcuni poliziotti (prosciolti), colleghi di una delle due donne affidatarie. Scrivevano i pm che avrebbero assunto informazioni sui genitori naturali dei bambini così da «screditarli e dimostrare l’incapacità genitoriale».
Una vicenda, come si vede, complicata e dolorosa e dove, come insegna il passato, gli imputati possono diventare vittime e viceversa. Tuttavia, oggi fanno riflettere le parole, calibratissime, scritte ieri dal giudice Antonio Sangermano parlando di tutt’altro, ovvero del referendum sulla riforma Nordio. La toga toscana, che è favore del «sì», spiegava i mali delle correnti politicizzate dell’Anm «che si autodefiniscono orgogliosamente «progressiste», le quali teorizzano e rivendicano la cosiddetta «militanza civica» e che mostrano, in alcuni loro esponenti, evidenti tratti di ideologicizzazione». E poi faceva un esempio di questi campi di battaglia parlando di «propensione a egemonizzare culturalmente interi settori strategici della giurisdizione, quali almeno la materia della famiglia, dei cosiddetti «nuovi diritti», dell’immigrazione e del diritto minorile». Sono quattro temi e sono tutti e quattro presenti in questa orrenda storia torinese.
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(IStock)
Insomma, a leggere la «nota relativa al turno esterno del pm minorile», le forze dell’ordine sono troppo zelanti ed eccedono nei controlli notturni. Così, appunto, sul tavolo del procuratore Patrizia Imperato sono arrivate le lamentele di una decina di sostituiti procuratori, i quali tutti assieme hanno «rappresentato che la reperibilità telefonica ci rende destinatari di continui contatti telefonici non doverosi per legge, nei quali il chiamante (gli agenti delle forze dell’ordine, ndr) richiede al pmm (pubblico ministero minorile, ndr) una consulenza sugli adempimenti da seguire quando nelle attività di pg (polizia giudiziaria, ndr) viene coinvolto un minore». In poche parole, se abbiamo capito bene, in strada gli agenti non sanno bene le procedure da seguire.
Come a dire che va bene «far seguire sempre le linee guida della Procura nel best interest of the child (testuale…)» e, quindi, «a collaborare per gli scopi perseguiti dagli operatori di strada», ma non esageriamo ad andare «ben oltre i contatti orali doverosi».
Da qui la richiesta corale dei sostituti procuratori: «Con la presente missiva si chiede di invitare le FF.OO. (forze dell’ordine, ndr), durante le ore notturne dalle 23 alle 7, a evitare contatti telefonici con problematiche nelle quali non è previsto dalla legge la comunicazione orale immediata; limitando (tutta questa parte è scritta in neretto, ndr) i contatti telefonici notturni soltanto ad arresti o fermi di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
Lo abbiamo scritto fin da subito: la colpa è nostra che non capiamo. Ma evidentemente nemmeno tra polizia, carabinieri e Guardia di finanza hanno chiara la situazione. Noi, per esempio, non capiamo quali sono gli eccessi (non vorrei chiamarle seccature per non mancare di rispetto ad alcuno) degli agenti. In tal senso non ci aiuta nemmeno l’ultimo capoverso della «lamentela» scritta dai sostituti procuratori all’indirizzo del procuratore. «Per meglio conseguire questo scopo», si legge, «si richiede di impartire ai carabinieri del presidio minorile che smistano le telefonate, l’ordine di filtrare le stesse limitando i contatti telefonici notturni dalle 23 alle 7 ai soli casi di arresti o fermi di minorenni; omicidio e tentato omicidio riconducibili ad azioni di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
In poche parole, per dirla con il procuratore Patrizia Imperato che ha firmato la nota, «durante il turno di reperibilità» si chiede di «limitare le telefonate notturne alle sole telefonate necessarie». Per il resto, si prega di chiamare «dopo le 7 del mattino» anche perché, si sostiene, «il più delle volte l’intervento immediato spetta ai servizi sociali».
Non mettiamo in dubbio che tutto questo sia utile «a ottimizzare il lavoro congiunto di Procura e forze dell’ordine», ma a leggerlo così sembra quasi una nota per non appesantire i sostituti in turno notturno. Come se fossero gli unici a sentire il peso delle nottate passate a lavorare. Cosa che tra l’altro fanno anche gli agenti delle forze dell’ordine, i medici e gli infermieri negli ospedali e non pochi altri lavoratori. Ma, ripeto, la colpa è nostra che non capiamo. E stiamo esagerando con le emergenze giovanili e quant’altro.
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Mauro Glorioso, vittima dell'episodio di violenza dei Murazzi, nel giorno della sua laurea (Ansa)
È stata scarcerata in largo anticipo Denise, la ragazza condannata per aver partecipato «in concorso morale» con il branco al tentato omicidio dello studente Mauro Glorioso, colpito tre anni fa da una bicicletta elettrica lanciata dai Murazzi a Torino. E a Milano il Tar ha sospeso i Daspo urbani a quattro degli autori degli atti di teppismo in stazione Centrale durante la violenta manifestazione pro Pal di settembre. Due pugni nello stomaco al principio di legalità e alla certezza della pena, ormai derubricata da architrave del diritto penale a materiale da convegno di giurisprudenza. In 24 ore ogni proposito per ristabilire un confine fra chi delinque e le sue vittime si è disintegrato con la fattiva collaborazione dei tribunali: chi ha concorso (anche se non materialmente) a costringere per tutta la vita su una sedia a rotelle un ragazzo può già pensare a frequentare corsi di boxe e di tatuaggio. E chi ha sfasciato vetrine, aggredito poliziotti e messo a ferro e fuoco un quartiere di Milano può ordinare una pizza e un gelato ridendo in faccia alle persone terrorizzate quattro mesi fa. Perché? «Perché non c’è pericolo per la sicurezza pubblica», sentenziano le toghe amministrative. Un autentico trionfo.
Questa è la risposta della giustizia mentre la violenza giovanile si fa sempre più invasiva, il ministero dell’Interno aumenta la vigilanza nelle città, le Procure chiedono rinforzi per accelerare i processi, i sociologi si esibiscono in check up di ogni specie e sottospecie, qualche studente si presenta in classe con coltelli da combattimento e il governo prepara pacchetti sicurezza un mese sì e l’altro pure. In questo scenario, che presupporrebbe prudenza e massima allerta per cogliere il cuore del problema per limitare i danni, ecco la parola d’ordine nella tranquilla socialdemocrazia svedese dei tribunali italiani: prego, accomodatevi.
La vicenda di Torino è paradigmatica. La sera del 20 gennaio 2023 - esattamente tre anni fa, neanche fosse una ricorrenza - Denise (allora minorenne) rimase allegramente a guardare mentre tre suoi amici organizzavano e mettevano in atto il lancio di una bici elettrica dalla balaustra in riva al Po in testa a Mauro Glorioso, rendendolo paraplegico. Dopo la bravata, la banda andò a divertirsi. Nessuno denunciò, nessuno si costituì, le chat Whatsapp furono cancellate (poi recuperate dagli investigatori con un software apposito). Secondo il pm Livia Locci, che nel processo rappresentò l’accusa, «il piano era stato stabilito a priori e nulla fu lasciato all’istinto».
Denise fu condannata a 6 anni e 8 mesi mentre uno dei lanciatori materiali e una complice, tutti maggiorenni, devono scontare 16 e 14 anni. I giudici che hanno scarcerato Denise con oltre 3 anni di anticipo sostengono che «ora è più consapevole delle sue responsabilità» e l’hanno affidata in prova ai servizi sociali. Per la famiglia Glorioso è stato un anniversario devastante. Attraverso l’avvocato Simona Grabbi hanno fatto sapere che «dopo il sacrificio di nostro figlio, la cui vita è stata distrutta da un gesto di scellerata e gratuita violenza, siamo costernati per non essere stati neppure chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa e sugli eventuali contatti o gesti di pentimento compiuti a favore di Mauro, peraltro semplicemente inesistenti».
La certezza della pena non è una pretesa rigorista, ma il punto di partenza di un percorso virtuoso e, al tempo stesso, un deterrente per chi si appresta a delinquere. Se non esiste, semplicemente si lascia spazio alla barbarie.
Un approccio simile riguarda le violenze pro Pal milanesi, il teppismo becero di chi ora sa che potrà farla franca. Ai quattro giovani arrestati in stazione Centrale (due studentesse universitarie di 21 anni e due liceali minorenni) era stato vietato per due anni di circolare in alcune aree della città, di accedere ai treni e alla metropolitana. Colpo di spugna, non è successo niente. Il Tar ha semplicemente deciso di sospendere i Daspo emessi dalla questura in attesa del processo vero e proprio.
La giustizia esce ancora una volta sconfitta per aver abdicato al proprio ruolo, per aver impedito agli autori delle violenze di coglierne la gravità. Questa non è rieducazione ma arrendevolezza. Una lezione a tutti arriva proprio da Mauro Glorioso, paralizzato dalla banda torinese dal collo in giù. Ha saputo ricominciare, si è laureato in Medicina: «Bello raggiungere un obiettivo nonostante tutto, io guardo avanti». Oltre il male c’è la vita, accompagnata dalla forza di volontà, dalla capacità morale di ricostruire con rettitudine e dignità un’esistenza distrutta. Saper distinguere tutto questo - non sulla luna, ma nei tribunali - è la base di una società che vorrebbe continuare a chiamarsi civile.
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