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2018-04-11
Franceschini lancia l’amo ai 5 stelle e allarga la frattura dentro il Pd
ANSA
La crepa nel Pd si è aperta, e si allarga dopo l'appello, ormai esplicito di Dario Franceschini: «Nessuno ha vinto per governare il Paese. Io penso che non basti più assistere. La prima fase è stata giusta, ma adesso dobbiamo prepararci alla seconda fase». Cioè governare. Ma se volete capire cosa succede nel Partito democratico dovete fare attenzione alle parole, pesate con il bilancino, del segretario reggente, Maurizio Martina. All'inizio il reggente esordisce cauto, dicendo: «Lo scenario vede il Pd attestato sulla linea decisa in direzione. Il giudizio severo del 4 marzo ci impone una riorganizzazione profonda, non siamo noi a poter esprimere una opzione di governo...». Sembrerebbe una porta chiusa. Ma subito dopo anche lui apre uno spiraglio a un governo: «Ci riteniamo responsabili verso l'Italia anche da posizioni di minoranza. Non rinunciamo all'ambizione di dire la nostra sui grandi temi». Franceschini aggiunge: «Facciamo diventare il M5s una forza di governo». Il nodo però è la successione a Matteo Renzi. Martina mette le mani avanti: «Facciamo un confronto interno senza prenderci a stracci».
Debora Serracchiani dice, senza giri di parole: «Credo che il Pd abbia ben altri problemi, prima di trovare il candidato probabilmente deve ritrovare sé stesso». Poi aggiunge, senza ricorrere alla prima persona ma parlando evidentemente di sé: «Ci deve essere anche qualcuno che dica al leader che le cose non vanno bene o che le cose non si fanno in quel modo. E non è giusto - aggiunge l'ex governatrice - che quando lo si fa, si venga messi da parte». Tutto è in movimento, di nuovo. E nessuno determina la rotta da solo.
A poche ore dall'assemblea dei gruppi del Nazareno, l'ultimo strappo arriva così, per bocca di una che è stata la numero due del partito. Poi la segue Franceschini. Quindi, nella serata di ieri si celebra l'ennesima discussione sul metodo, sul partito, ma con un occhio particolare al governo. Con Martina che prova a mediare. Tant'è vero che sul governo prova a mettere dei paletti: «Non possiamo immaginare la strada proposta da Di Maio - avverte il reggente - la sua è una logica irricevibile. Pd e Lega non sono certo interscambiabili»
Sta di fatto che lentamente, ma in modo inesorabile, la posizione granitica e compatta del Pd, che dopo il voto sembrava essersi stretta intorno all'ex segretario, esaltata mediaticamente dalla tempesta virale del #senzadime si sta sgretolando. Il No blindato a qualsiasi governo sta diventando, in alcuni settori nevralgici del gruppo dirigente e del partito, un Ni possibilista e pragmatico. I fedelissimi di Renzi diventano chi con strappi bruschi, chi con più eleganza degli ex-renziani. Le pressioni di Mattarella e dei grandi saggi del Partito - con in testa un ex presidente e un ex segretario - erodono le certezze. Il dissenso strategico di Franceschini è pubblico da un mese. Quello di Andrea Orlando precede addirittura il voto. Le interviste di Luigi Di Maio («Dissotterriamo l'ascia di guerra») hanno segnato una discontinuità importante - anche formale - nei rapporti ufficiali tra il M5s e i democratici, facendo sembrare molto lontani i giorni ringhiosi dello streaming. L'affondo di Matteo Salvini contro Di Maio e l'indisponibilità a rottamare Silvio Berlusconi hanno creato per la prima volta le condizioni esterne più propizie.
E poi c'è un piccolo big bang che sta deflagrando dentro il partito, dove i candidati in pectore alle primarie iniziano a proliferare. Ormai ci sono dei pesi massimi che scaldano i muscoli, basta fare l'appello per rendersi conto della posta in palio, come è noto è già in campo ufficialmente, dal dopo voto in poi, un candidato forte della minoranza: il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti (uno che può vantare di aver vinto in controtendenza, e non è poco). Ma è in campo anche - da questo fine settimana - l'uomo che è stato più vicino a Renzi negli ultimi mesi, Matteo Richetti, eterno alter ego, amico e rivale, animatore di una battagliera convention. Ed è in campo - anche se lei ancora non ha ancora accettato ufficialmente di correre - proprio Debora Serracchiani, che del Rottamatore è stata numero due. «Una candidatura», dice per ora, «non può nascere dal desiderio di una sola persona, ma deve essere il prodotto di uno spirito di squadra, di una volontà non solo individuale: se ci sono le condizioni, e se me lo chiedessero, potrei concorrere». L'ex governatrice del Friuli ha interrotto il suo rapporto con l'uomo di Rignano in tempi non sospetti, dopo il referendum, e senza dare troppo clamore allo strappo. Avrebbe il vantaggio di essere l'unica donna (se dovesse vincere sarebbe addirittura la prima leader donna del Pd) e quello di parlare alla maggioranza che è stata renziana e non gradisce passare dal segretario ad un suo oppositore. E poi c'è il dilemma della ex maggioranza: Renzi vorrebbe riuscire a convincere Graziano Delrio, che continua a rispondergli: «Non voglio correre per questa sfida» e dice «per ora sono il capogruppo del Pd». Solo pretattica per non essere bruciato nel toto nomi? Forse. Ma è anche vero che chi vuole stare in campo in modo competitivo deve partire subito. E la migliore prova che Delrio per ora resiste è che Renzi ha sondato anche uno degli uomini più fedeli, Ettore Rosato (per ora dislocato alla vicepresidenza della Camera). Rosato sarebbe un custode della linea, che invece la Serracchiani vuole cambiare, ad esempio sul tema cruciale delle alleanze. Certo, il M5s non è popolare, da queste parti, nemmeno tra chi vuole fare l'accordo. Ma sull'assemblea pesa un avvertimento di Franceschini: «Attenti. Se nasce un governo sovranista di lunga durata, si fanno la legge elettorale e si votano il presidente della Repubblica». Nel Pd tutti sanno che il vero rischio è proprio questo. Renzi alla fine non è venuto. E anche questo è un segnale. Parlerà solo dopo l'elezione del nuovo segretario. E allora se ne vedranno delle belle.
Luca Telese
Il Colle lancia le consultazioni «invertite»
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato partiti politici e vertici istituzionali per il secondo giro di consultazioni al Quirinale. Si parte domani alle 10, con il gruppo Per le Autonomie del Senato; alle 10 e 30 tocca al gruppo Misto del Senato; alle 11 Mattarella incontrerà il gruppo Misto della Camera; alle 11 e 30 il gruppo Liberi e uguali della Camera. Il capo dello Stato riprenderà le consultazioni alle 16 e 30, con i gruppi del Partito democratico del Senato e della Camera; alle 17 e 30 sarà il turno del centrodestra unito, con i gruppi di Camera e Senato di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia; la giornata si chiuderà alle 18 e 30 con i gruppi di Camera e Senato del M5s.
Dopodomani alle 10 e 30 Mattarella incontrerà l'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano; alle 11 e 15 il presidente della Camera, Roberto Fico, e in chiusura, alle 12, il presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati. Dunque, pur in presenza del centrodestra unito, Mattarella riserverà ancora al M5s l'ultimo appuntamento con i partiti politici, così come avvenne in occasione del primo giro di consultazioni. Invertito invece, rispetto alla tornata precedente, l'ordine tra partiti e cariche istituzionali: Napolitano, Fico e la Casellati chiuderanno le consultazioni, che la volta scorsa avevano aperto. Il motivo? Qualcuno ipotizza la possibilità di conferire un mandato esplorativo alla Casellati o a Fico, anche se, con i partiti fermi ciascuno sulla propria posizione, sembra difficile che la situazione trovi uno sbocco nelle prossime ore.
Ieri i tre blocchi sono rimasti pietrificati sui veti incrociati. Il M5s dice «no» a un'intesa con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, e vuole discutere solo con Matteo Salvini; la Lega continua a non accettare il diktat dei grillini; il Pd persevera nella scelta di restare alla finestra. Un gioco delle parti, secondo i più ottimisti, che vedono comunque all'orizzonte la formazione di un governo; un imbuto dal quale è impossibile uscire con un accordo, secondo i molti addetti ai lavori che prevedono nuove elezioni politiche per il prossimo autunno.
Ieri Luigi Di Maio, leader del M5s, è tornato a ribadire la sua indisponibilità assoluta a discutere con l'intero centrodestra: «La proposta che mi sta facendo Salvini», ha detto Di Maio, impegnato in Molise in un tour elettorale, «è di fare un governo con Berlusconi e Meloni. L'unica cosa che insieme potremmo fare sarebbe sederci su una poltrona a non fare nulla: l'immobilismo. Ma io a Salvini l'ho detto: ci sediamo intorno ad un tavolo per cambiare le cose», ha aggiunto Di Maio, «per cambiare ad esempio la legge Fornero, o per Berlusconi ?».
«È possibile», ha detto Matteo Salvini, «che l'incontro con il M5s non ci sia». A chi gli chiedeva se l'inversione dell'ordine delle consultazioni al Quirinale possa essere il viatico a un incarico esplorativo per la Casellati, Salvini ha risposto: «Non mi metto al posto di Mattarella. La Casellati? È eccezionale». «Il centrodestra unito», ha sottolineato la vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, «ha vinto le elezioni: siamo disponibili al confronto con chiunque, ma non accettiamo imposizioni da nessuno. Ci presenteremo dal presidente Mattarella con una proposta per dare risposte ai cittadini in tema di tasse, sicurezza, immigrazione, lavoro, povertà».
Il Pd? Resta fermo sulla posizione renziana, ovvero «opposizione a tutti i costi». Una linea irrobustita dalla notizia che M5s e centrodestra avrebbero trovato l'intesa sulla presidenza della commissione speciale della Camera, che quasi sicuramente andrà al leghista Giancarlo Giorgetti, mentre al Senato il presidente è Vito Crimi del M5s.
«Anche sulle presidenze delle commissioni speciali», ha scritto su twitter il presidente del Pd, Matteo Orfini, «accordo spartitorio tra M5s e centrodestra. Perché al netto delle sceneggiate la maggioranza Salvini-Di Maio-Berlusconi c'è già». «Loro», ha aggiunto Ettore Rosato, vicepresidente della Camera, «stanno lavorando per un governo M5s-Lega, come vi spiegate altrimenti il fatto che una commissione speciale va alla Lega e una a M5s? Si stanno organizzando per fare un governo» .
Dunque, le dichiarazioni ufficiali segnalano una cristallizzazione delle posizioni delle principali forze politiche. Ma dietro le quinte le diplomazie continuano a lavorare per capire se sia possibile formare una «coalizione» (come l'ha definita Mattarella al termine del primo giro di consultazioni) in grado di sostenere un governo. Il ritornello che si ascolta nei corridoi dei palazzi romani è relativo alle imminenti elezioni regionali, in Molise (il 22 aprile) e in Friuli Venezia Giulia (il 29). In Molise il centrodestra spera di ribaltare i pronostici che vedono favorito il candidato del M5s, Andrea Greco; in Friuli Venezia Giulia pronostici tutti per il leghista Massimiliano Fedriga. I risultati di queste due tornate elettorali saranno un primo termometro del giudizio degli elettori sui primi passi dei partiti dopo le politiche del 4 marzo. Se si tornasse a votare a ottobre, occorrerebbe comunque approvare una nuova legge elettorale, che conferisca un premio di maggioranza. Alla lista, o alla coalizione? La seconda ipotesi è la più gettonata: il centrodestra si riunirebbe in un contenitore chiamato «Lega Italia». A proposito di centrodestra, non manca chi ancora spera di dare vita a un governo guidato dal braccio destro di Salvini, Giancarlo Giorgetti, con il sostegno esterno del Pd.
Nel vuoto si fanno spazio anche le ipotesi «tecniche» come quella del presidente emerito della corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, il quale ieri, intervistato dall'Huffingtonpost, si è lasciato andare a un eccesso di modestia: «Sarei un buon premier come tanti altri. Di certo so che il termine contratto in politica non mi piace».
Carlo Tarallo
In Fi aumenta la paura delle urne
«Non abbiamo paura del voto!». Traduzione: «Abbiamo una fifa matta del voto». Forza Italia è in preda alla sindrome della poltrona: se non si trova una quadra sulla formazione del nuovo governo, il prossimo ottobre si tornerà alle urne, e la pattuglia di parlamentari forzisti, 104 deputati e 61 senatori, è destinata ad assottigliarsi. E così i parlamentari a rischio, ovvero quelli alla prima elezione, ripetono un ritornello che più che una previsione sembra un auspicio: «Un governo si farà, con calma si farà». Dire addio a un seggio di deputato o senatore dopo sei mesi farebbe male, anzi malissimo. I sondaggi segnalano una flessione di almeno due punti percentuali rispetto al già deludente 14% ottenuto dal partito di Silvio Berlusconi lo scorso 4 marzo. Non solo: se si tornerà alle urne, sia che il centrodestra si ripresenti con la formula della coalizione, sia che si dia vita a una lista unica, la trattativa tra Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia sui collegi uninominali avrà un epilogo molto diverso rispetto a quello delle ultime politiche.
Lo scorso 4 marzo, il centrodestra ha ottenuto 109 deputati e 58 senatori per la quota maggioritaria, ovvero quella riservata ai collegi uninominali, dove l'alleanza ha espresso un solo candidato per ciascun collegio. Su 109 deputati eletti con i voti di tutta la coalizione, 50 sono di Forza Italia, 52 della Lega e il resto di Fdi e della quarta gamba centrista. Al Senato, sui 58 totali, la Lega ne ha ottenuti 21 e Forza Italia ben 28. Il motivo di questa supremazia berlusconiana è che i collegi uninominali considerati sicuri sono stati divisi tra gli alleati avendo come base i sondaggi di Alessandra Ghisleri, che prima delle elezioni segnalavano Forza Italia in vantaggio sulla Lega.
Alle prossime elezioni, invece, la divisione tra gli alleati, come spiega alla Verità chi sta lavorando alla pratica, avverrà tenendo conto dei voti veri, quelli espressi dagli italiani lo scorso 4 marzo. La Lega, quindi, farà pesare il 17,4% ottenuto alle politiche a livello nazionale ma soprattutto al Nord. Al Carroccio spetterà quindi un numero molto superiore di candidati all'uninominale, sia in linea generale che per quello che riguarda i collegi «blindati»: a fare spazio ai leghisti saranno inevitabilmente i berlusconiani. In molti tra i neoeletti di Forza Italia saranno quindi destinati, in caso di nuove elezioni, a restare a casa, conservando giusto il tesserino di parlamentare come souvenir. Una prospettiva che scatena l'angoscia di tanti neoparlamentari. «Assistiamo», confida un alto dirigente forzista, «a due tipi di fenomeno. Il primo: molti nostri parlamentari cercano di accreditarsi presso Matteo Salvini per garantirsi la rielezione, ma senza molte speranze visto che la Lega ha sul territorio tanti dirigenti che non sono stati candidati la scorsa volta e che sono già in prima linea per le prossime elezioni. Il secondo: preghiere e riti scaramantici, che hanno come obiettivo la formazione di un governo».
Carlo Tarallo
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Assente Matteo Renzi, all'assemblea degli eletti è liberi tutti. Il ministro della Cultura: «Fase due, rendiamo i grillini una forza di governo». Maurizio Martina fa il pompiere ma già si fa la conta degli avversari in vista delle primarie. Domani e dopo il secondo round di incontri al Quirinale. Il presidente Sergio Mattarella inizierà con i gruppi (M5s per ultimo) e chiuderà con le cariche istituzionali: quasi certo un altro nulla di fatto. Matteo Salvini: «Forse non vedrò Luigi Di Maio». Intanto Giovanni Maria Flick si fa pubblicità: «Io buon premier». La prospettiva di elezioni anticipate mette in crisi gli azzurri. La Lega, forte del boom del 4 marzo, reclamerebbe molti più collegi. E c'è chi pensa già al cambio di casacca. La crepa nel Pd si è aperta, e si allarga dopo l'appello, ormai esplicito di Dario Franceschini: «Nessuno ha vinto per governare il Paese. Io penso che non basti più assistere. La prima fase è stata giusta, ma adesso dobbiamo prepararci alla seconda fase». Cioè governare. Ma se volete capire cosa succede nel Partito democratico dovete fare attenzione alle parole, pesate con il bilancino, del segretario reggente, Maurizio Martina. All'inizio il reggente esordisce cauto, dicendo: «Lo scenario vede il Pd attestato sulla linea decisa in direzione. Il giudizio severo del 4 marzo ci impone una riorganizzazione profonda, non siamo noi a poter esprimere una opzione di governo...». Sembrerebbe una porta chiusa. Ma subito dopo anche lui apre uno spiraglio a un governo: «Ci riteniamo responsabili verso l'Italia anche da posizioni di minoranza. Non rinunciamo all'ambizione di dire la nostra sui grandi temi». Franceschini aggiunge: «Facciamo diventare il M5s una forza di governo». Il nodo però è la successione a Matteo Renzi. Martina mette le mani avanti: «Facciamo un confronto interno senza prenderci a stracci». Debora Serracchiani dice, senza giri di parole: «Credo che il Pd abbia ben altri problemi, prima di trovare il candidato probabilmente deve ritrovare sé stesso». Poi aggiunge, senza ricorrere alla prima persona ma parlando evidentemente di sé: «Ci deve essere anche qualcuno che dica al leader che le cose non vanno bene o che le cose non si fanno in quel modo. E non è giusto - aggiunge l'ex governatrice - che quando lo si fa, si venga messi da parte». Tutto è in movimento, di nuovo. E nessuno determina la rotta da solo. A poche ore dall'assemblea dei gruppi del Nazareno, l'ultimo strappo arriva così, per bocca di una che è stata la numero due del partito. Poi la segue Franceschini. Quindi, nella serata di ieri si celebra l'ennesima discussione sul metodo, sul partito, ma con un occhio particolare al governo. Con Martina che prova a mediare. Tant'è vero che sul governo prova a mettere dei paletti: «Non possiamo immaginare la strada proposta da Di Maio - avverte il reggente - la sua è una logica irricevibile. Pd e Lega non sono certo interscambiabili» Sta di fatto che lentamente, ma in modo inesorabile, la posizione granitica e compatta del Pd, che dopo il voto sembrava essersi stretta intorno all'ex segretario, esaltata mediaticamente dalla tempesta virale del #senzadime si sta sgretolando. Il No blindato a qualsiasi governo sta diventando, in alcuni settori nevralgici del gruppo dirigente e del partito, un Ni possibilista e pragmatico. I fedelissimi di Renzi diventano chi con strappi bruschi, chi con più eleganza degli ex-renziani. Le pressioni di Mattarella e dei grandi saggi del Partito - con in testa un ex presidente e un ex segretario - erodono le certezze. Il dissenso strategico di Franceschini è pubblico da un mese. Quello di Andrea Orlando precede addirittura il voto. Le interviste di Luigi Di Maio («Dissotterriamo l'ascia di guerra») hanno segnato una discontinuità importante - anche formale - nei rapporti ufficiali tra il M5s e i democratici, facendo sembrare molto lontani i giorni ringhiosi dello streaming. L'affondo di Matteo Salvini contro Di Maio e l'indisponibilità a rottamare Silvio Berlusconi hanno creato per la prima volta le condizioni esterne più propizie. E poi c'è un piccolo big bang che sta deflagrando dentro il partito, dove i candidati in pectore alle primarie iniziano a proliferare. Ormai ci sono dei pesi massimi che scaldano i muscoli, basta fare l'appello per rendersi conto della posta in palio, come è noto è già in campo ufficialmente, dal dopo voto in poi, un candidato forte della minoranza: il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti (uno che può vantare di aver vinto in controtendenza, e non è poco). Ma è in campo anche - da questo fine settimana - l'uomo che è stato più vicino a Renzi negli ultimi mesi, Matteo Richetti, eterno alter ego, amico e rivale, animatore di una battagliera convention. Ed è in campo - anche se lei ancora non ha ancora accettato ufficialmente di correre - proprio Debora Serracchiani, che del Rottamatore è stata numero due. «Una candidatura», dice per ora, «non può nascere dal desiderio di una sola persona, ma deve essere il prodotto di uno spirito di squadra, di una volontà non solo individuale: se ci sono le condizioni, e se me lo chiedessero, potrei concorrere». L'ex governatrice del Friuli ha interrotto il suo rapporto con l'uomo di Rignano in tempi non sospetti, dopo il referendum, e senza dare troppo clamore allo strappo. Avrebbe il vantaggio di essere l'unica donna (se dovesse vincere sarebbe addirittura la prima leader donna del Pd) e quello di parlare alla maggioranza che è stata renziana e non gradisce passare dal segretario ad un suo oppositore. E poi c'è il dilemma della ex maggioranza: Renzi vorrebbe riuscire a convincere Graziano Delrio, che continua a rispondergli: «Non voglio correre per questa sfida» e dice «per ora sono il capogruppo del Pd». Solo pretattica per non essere bruciato nel toto nomi? Forse. Ma è anche vero che chi vuole stare in campo in modo competitivo deve partire subito. E la migliore prova che Delrio per ora resiste è che Renzi ha sondato anche uno degli uomini più fedeli, Ettore Rosato (per ora dislocato alla vicepresidenza della Camera). Rosato sarebbe un custode della linea, che invece la Serracchiani vuole cambiare, ad esempio sul tema cruciale delle alleanze. Certo, il M5s non è popolare, da queste parti, nemmeno tra chi vuole fare l'accordo. Ma sull'assemblea pesa un avvertimento di Franceschini: «Attenti. Se nasce un governo sovranista di lunga durata, si fanno la legge elettorale e si votano il presidente della Repubblica». Nel Pd tutti sanno che il vero rischio è proprio questo. Renzi alla fine non è venuto. E anche questo è un segnale. Parlerà solo dopo l'elezione del nuovo segretario. E allora se ne vedranno delle belle. Luca Telese <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/franceschini-grillini-consultazioni-pd-renzi-2558765489.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-colle-lancia-le-consultazioni-invertite" data-post-id="2558765489" data-published-at="1772949209" data-use-pagination="False"> Il Colle lancia le consultazioni «invertite» Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato partiti politici e vertici istituzionali per il secondo giro di consultazioni al Quirinale. Si parte domani alle 10, con il gruppo Per le Autonomie del Senato; alle 10 e 30 tocca al gruppo Misto del Senato; alle 11 Mattarella incontrerà il gruppo Misto della Camera; alle 11 e 30 il gruppo Liberi e uguali della Camera. Il capo dello Stato riprenderà le consultazioni alle 16 e 30, con i gruppi del Partito democratico del Senato e della Camera; alle 17 e 30 sarà il turno del centrodestra unito, con i gruppi di Camera e Senato di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia; la giornata si chiuderà alle 18 e 30 con i gruppi di Camera e Senato del M5s. Dopodomani alle 10 e 30 Mattarella incontrerà l'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano; alle 11 e 15 il presidente della Camera, Roberto Fico, e in chiusura, alle 12, il presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati. Dunque, pur in presenza del centrodestra unito, Mattarella riserverà ancora al M5s l'ultimo appuntamento con i partiti politici, così come avvenne in occasione del primo giro di consultazioni. Invertito invece, rispetto alla tornata precedente, l'ordine tra partiti e cariche istituzionali: Napolitano, Fico e la Casellati chiuderanno le consultazioni, che la volta scorsa avevano aperto. Il motivo? Qualcuno ipotizza la possibilità di conferire un mandato esplorativo alla Casellati o a Fico, anche se, con i partiti fermi ciascuno sulla propria posizione, sembra difficile che la situazione trovi uno sbocco nelle prossime ore. Ieri i tre blocchi sono rimasti pietrificati sui veti incrociati. Il M5s dice «no» a un'intesa con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, e vuole discutere solo con Matteo Salvini; la Lega continua a non accettare il diktat dei grillini; il Pd persevera nella scelta di restare alla finestra. Un gioco delle parti, secondo i più ottimisti, che vedono comunque all'orizzonte la formazione di un governo; un imbuto dal quale è impossibile uscire con un accordo, secondo i molti addetti ai lavori che prevedono nuove elezioni politiche per il prossimo autunno. Ieri Luigi Di Maio, leader del M5s, è tornato a ribadire la sua indisponibilità assoluta a discutere con l'intero centrodestra: «La proposta che mi sta facendo Salvini», ha detto Di Maio, impegnato in Molise in un tour elettorale, «è di fare un governo con Berlusconi e Meloni. L'unica cosa che insieme potremmo fare sarebbe sederci su una poltrona a non fare nulla: l'immobilismo. Ma io a Salvini l'ho detto: ci sediamo intorno ad un tavolo per cambiare le cose», ha aggiunto Di Maio, «per cambiare ad esempio la legge Fornero, o per Berlusconi ?». «È possibile», ha detto Matteo Salvini, «che l'incontro con il M5s non ci sia». A chi gli chiedeva se l'inversione dell'ordine delle consultazioni al Quirinale possa essere il viatico a un incarico esplorativo per la Casellati, Salvini ha risposto: «Non mi metto al posto di Mattarella. La Casellati? È eccezionale». «Il centrodestra unito», ha sottolineato la vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, «ha vinto le elezioni: siamo disponibili al confronto con chiunque, ma non accettiamo imposizioni da nessuno. Ci presenteremo dal presidente Mattarella con una proposta per dare risposte ai cittadini in tema di tasse, sicurezza, immigrazione, lavoro, povertà». Il Pd? Resta fermo sulla posizione renziana, ovvero «opposizione a tutti i costi». Una linea irrobustita dalla notizia che M5s e centrodestra avrebbero trovato l'intesa sulla presidenza della commissione speciale della Camera, che quasi sicuramente andrà al leghista Giancarlo Giorgetti, mentre al Senato il presidente è Vito Crimi del M5s. «Anche sulle presidenze delle commissioni speciali», ha scritto su twitter il presidente del Pd, Matteo Orfini, «accordo spartitorio tra M5s e centrodestra. Perché al netto delle sceneggiate la maggioranza Salvini-Di Maio-Berlusconi c'è già». «Loro», ha aggiunto Ettore Rosato, vicepresidente della Camera, «stanno lavorando per un governo M5s-Lega, come vi spiegate altrimenti il fatto che una commissione speciale va alla Lega e una a M5s? Si stanno organizzando per fare un governo» . Dunque, le dichiarazioni ufficiali segnalano una cristallizzazione delle posizioni delle principali forze politiche. Ma dietro le quinte le diplomazie continuano a lavorare per capire se sia possibile formare una «coalizione» (come l'ha definita Mattarella al termine del primo giro di consultazioni) in grado di sostenere un governo. Il ritornello che si ascolta nei corridoi dei palazzi romani è relativo alle imminenti elezioni regionali, in Molise (il 22 aprile) e in Friuli Venezia Giulia (il 29). In Molise il centrodestra spera di ribaltare i pronostici che vedono favorito il candidato del M5s, Andrea Greco; in Friuli Venezia Giulia pronostici tutti per il leghista Massimiliano Fedriga. I risultati di queste due tornate elettorali saranno un primo termometro del giudizio degli elettori sui primi passi dei partiti dopo le politiche del 4 marzo. Se si tornasse a votare a ottobre, occorrerebbe comunque approvare una nuova legge elettorale, che conferisca un premio di maggioranza. Alla lista, o alla coalizione? La seconda ipotesi è la più gettonata: il centrodestra si riunirebbe in un contenitore chiamato «Lega Italia». A proposito di centrodestra, non manca chi ancora spera di dare vita a un governo guidato dal braccio destro di Salvini, Giancarlo Giorgetti, con il sostegno esterno del Pd. Nel vuoto si fanno spazio anche le ipotesi «tecniche» come quella del presidente emerito della corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, il quale ieri, intervistato dall'Huffingtonpost, si è lasciato andare a un eccesso di modestia: «Sarei un buon premier come tanti altri. Di certo so che il termine contratto in politica non mi piace». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/franceschini-grillini-consultazioni-pd-renzi-2558765489.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-fi-aumenta-la-paura-delle-urne" data-post-id="2558765489" data-published-at="1772949209" data-use-pagination="False"> In Fi aumenta la paura delle urne «Non abbiamo paura del voto!». Traduzione: «Abbiamo una fifa matta del voto». Forza Italia è in preda alla sindrome della poltrona: se non si trova una quadra sulla formazione del nuovo governo, il prossimo ottobre si tornerà alle urne, e la pattuglia di parlamentari forzisti, 104 deputati e 61 senatori, è destinata ad assottigliarsi. E così i parlamentari a rischio, ovvero quelli alla prima elezione, ripetono un ritornello che più che una previsione sembra un auspicio: «Un governo si farà, con calma si farà». Dire addio a un seggio di deputato o senatore dopo sei mesi farebbe male, anzi malissimo. I sondaggi segnalano una flessione di almeno due punti percentuali rispetto al già deludente 14% ottenuto dal partito di Silvio Berlusconi lo scorso 4 marzo. Non solo: se si tornerà alle urne, sia che il centrodestra si ripresenti con la formula della coalizione, sia che si dia vita a una lista unica, la trattativa tra Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia sui collegi uninominali avrà un epilogo molto diverso rispetto a quello delle ultime politiche. Lo scorso 4 marzo, il centrodestra ha ottenuto 109 deputati e 58 senatori per la quota maggioritaria, ovvero quella riservata ai collegi uninominali, dove l'alleanza ha espresso un solo candidato per ciascun collegio. Su 109 deputati eletti con i voti di tutta la coalizione, 50 sono di Forza Italia, 52 della Lega e il resto di Fdi e della quarta gamba centrista. Al Senato, sui 58 totali, la Lega ne ha ottenuti 21 e Forza Italia ben 28. Il motivo di questa supremazia berlusconiana è che i collegi uninominali considerati sicuri sono stati divisi tra gli alleati avendo come base i sondaggi di Alessandra Ghisleri, che prima delle elezioni segnalavano Forza Italia in vantaggio sulla Lega. Alle prossime elezioni, invece, la divisione tra gli alleati, come spiega alla Verità chi sta lavorando alla pratica, avverrà tenendo conto dei voti veri, quelli espressi dagli italiani lo scorso 4 marzo. La Lega, quindi, farà pesare il 17,4% ottenuto alle politiche a livello nazionale ma soprattutto al Nord. Al Carroccio spetterà quindi un numero molto superiore di candidati all'uninominale, sia in linea generale che per quello che riguarda i collegi «blindati»: a fare spazio ai leghisti saranno inevitabilmente i berlusconiani. In molti tra i neoeletti di Forza Italia saranno quindi destinati, in caso di nuove elezioni, a restare a casa, conservando giusto il tesserino di parlamentare come souvenir. Una prospettiva che scatena l'angoscia di tanti neoparlamentari. «Assistiamo», confida un alto dirigente forzista, «a due tipi di fenomeno. Il primo: molti nostri parlamentari cercano di accreditarsi presso Matteo Salvini per garantirsi la rielezione, ma senza molte speranze visto che la Lega ha sul territorio tanti dirigenti che non sono stati candidati la scorsa volta e che sono già in prima linea per le prossime elezioni. Il secondo: preghiere e riti scaramantici, che hanno come obiettivo la formazione di un governo». Carlo Tarallo
Ansa
Steve Barclay, uno dei bellocci di Hollywood, si battè il petto per aver scoperto Alfredo due anni dopo che lavorava a Cinecittà: «Dopo due anni a Roma ho finalmente trovato Alfredo’s e ho imparato come dovrebbe essere la vera cucina italiana: ora sono viziato. Ora pretendo tutto il meglio».
Ma torniamo al senatore del Massachusetts lasciato sull’uscio del ristorante curioso di capire perché i suoi compatrioti a stelle e strisce, dai celeberrimi ai più sconosciuti, dai presidenti ai premi Nobel, dalle galattiche star di Hollywood agli anonimi viaggiatori degli States, inseriscono come tappa obbligatoria delle loro vacanze romane questo ristorante diventato mitico dopo essere stato scoperto, nel 1927, dai grandi attori del cinema muto Mary Pickford e Douglas Fairbanks.
Alfredo, il paffuto e baffuto re delle fettuccine, l’ottavo sovrano di Roma, ha le vibrisse come i gatti: annusa immediatamente il grosso personaggio. Fa accomodare il senatore al tavolo dei grandi ospiti e si muove carismatico col vassoio delle fettuccine. È il momento del condimento delle «maestose fettuccine di Alfredo», rito gastronomico, sacro, magnetico, seducente. Le fettuccine nei precisi gesti di Alfredo prendono vita, si avviluppano e s’aggrovigliano, s’impregnano una a una nel doppio burro. Alfredo Di Lelio maneggia la forchetta e il cucchiaio d’oro donatigli da Mary Pickford e Douglas Fairbanks («To Alfredo the king of the noodles») con movimenti di fachiro. Ipnotizza i clienti. Li strega. Anche giovane senatore rimane incantato. Non è finita. A fine pasto Alfredo gli si avvicina con il libro rilegato in cuoio con gli autografi dei grandi personaggi. Glielo porge profetizzandogli: «Le mie fettuccine portano fortuna. Tu avrai una carriera molto brillante». L’ospite sorride e sottoscrive una cortese dedica firmandola John Fitzgerald Kennedy. Otto anni dopo diventerà il 35° presidente degli Stati Uniti. La profezia del re delle fettuccine andò a buon segno.
E non fu la prima. Le fettuccine di Alfredo accompagnarono alla Casa Bianca anche il precedente inquilino, Dwight «Ike» Eisenhower. Il generale e la moglie, la mitica Mamie Eisenhower, chiusero a Roma il loro viaggio europeo prima di tornare in America nel 1952. Furono ospiti di Alfredo per tutto il loro soggiorno. Ike aveva appena rinunciato alla nomina del supremo comando della Nato e stava tornando in America per la campagna presidenziale che lo avrebbe visto trionfare. Alfredo fu tra i primi a congratularsi. Gli mandò un telegramma: «Sono felice che le mie preghiere siano state esaudite». In risposta, la first lady gli inviò un ritratto del neoeletto presidente degli Stati Uniti: «Io e mio marito ricorderemo sempre il ristorante di Roma e Alfredo, con grande piacere».
Alfredo Di Lelio era nato a Roma, trasteverino, e non se ne era mai allontanato più di tanto. Avrebbe potuto girare il mondo ospite di principi, sovrani, sceicchi e nababbi. A chi gli chiedeva perché non lo facesse, rispondeva: «Perché dovrei viaggiare per il mondo quando il mondo viene a me?». Aveva ragione: il duca e la duchessa di Windsor, Edoardo VIII che fu re d’Inghilterra per pochi mesi prima di abdicare, e Wally Simpson gli mandarono, preoccupati, un messaggio di auguri quando s’ammalò. Altri illustri ospiti di sangue blu si fecero fotografare con il «collega»: il principe Ranieri di Monaco e la principessa Grace Kelly, lo scià di Persia, Reza Pahlevi, e l’imperatrice Farah Diba. Anche l’Agha Khan, potente imam dei musulmani ismailiti, sedeva spesso al tavolo di Alfredo. I rotocalchi dicevano di lui «vale tanto oro quanto pesa», pensando ai tributi pagati dai fedeli. Le fettuccine, comprese nel peso netto, contribuivano ad aumentarne il valore.
Ma se Alfredo fu il re consacrato delle fettuccine (prima nel ristorante in via della Scrofa, poi, nel dopoguerra, ripresa l’attività, in quello di piazza Augusto imperatore), non fu lui l’inventore di tanta bontà. Lui aveva riscoperto la ricetta per aiutare la moglie Ines a riprendersi dalle fatiche del parto ed ebbe l’intelligenza di mettere il piatto in carta e di creargli intorno la leggenda.
La cucina Italiana, quella romana in particolare, conosce in realtà l’abbinamento di pasta lunga in bianco con burro e formaggio fin dal Rinascimento. Ne scrive nel suo Libro de arte coquinaria il maestro Martino da Como, celeberrimo cuoco (prima) del duca Francesco Sforza e (poi) di sua eccellenza il cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia, alto prelato soprannominato «cardinal Lucullo» per gli opulenti banchetti. Nel libro di maestro Martino da Como troviamo la ricetta di «maccaroni romanischi»: «Piglia de la farina che sia bella, et distemperala et fa’ la pasta un pocho più grossa che quella de le lasagne, et avoltola intorno ad un bastone. Et dapoi caccia fore il bastone, et tagliala la pasta larga un dito piccolo, et resterà in modo de bindelle, overo stringhe». Le bindelle di Martino non sono forse le nonne delle nonne delle fettuccine di Alfredo?
Sono 52 i libri rilegati in cuoio conservati dalla famiglia Di Lelio. Più le decine e decine di foto appese alle pareti del locale. Non manca nessuno dei personaggi più famosi del XX secolo. Fu Ettore Petrolini, il grande attore, amico d’infanzia di Alfredo, a suggerire all’oste più famoso del mondo di raccogliere i commenti dei grandi. C’è il gotha, in quei volumi. Si farebbe prima ad elencare chi manca piuttosto di chi c’è. Tra gli italiani si notano Enrico De Nicola, primo presidente della neonata Repubblica, Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, Federico Fellini. Nel who’s who di Alfredo ci sono tutti, ma proprio tutti quelli che passano da Roma: si fermano e firmano facendosi fotografare con lui e le fettuccine in pose buffe: Marylin Monroe, Gregory Peck, Bette Davis, Ava Gardner, Wilson Pickett, Sophia Loren, Charles Laughton, Pedro Armenderiz, Alfred Hitchock, Maurice Chevalier. Il grande politogo Ralph Bunche, premio Nobel per la pace, cita nella dedica un verso shakesperiano: «Mio caro Alfredo, lodare il tuo straordinario cibo sarebbe dorare l’oro. Sei un grande artista della cucina, uno spettacolo scintillante». Un generale scrive a proposito della piazza: «In uno spazio così breve, ci sono tre meraviglie del mondo: l’Augusteo, l’Ara Pacis e Alfredo».
In uno dei 52 volumi c’è una pagina bianca: la spina che Alfredo portò conficcata nel fianco per tutta la vita. «Sotto un quadrato vuoto», spiegava, «c’è una sigla, “Tri”. Era la sigla dell’ultimo dei grandi poeti romani: Trilussa. Dopo cena una volta mi ha detto: “Sì, scriverò qualcosa per te, ma fammi pensare. Ecco la firma per il momento. Il resto verrà dopo”. Ma gli anni passavano e ogni volta che gli ricordavo la promessa, mi calmava: “Scriverò qualcosa per te”. Poi è morto. E di Trilussa solo questo spazio vuoto è rimasto con me, uno spazio bianco come un tavolo perfettamente apparecchiato. Chissà quali parole preziose voleva dire».
Nemmeno la critica e scrittrice Elsa Maxwell, soprannominata «il pettegolezzo di Hollywood», ebbe qualcosa da dire sulla fettuccine che divorò con tanto gusto. Finita la cena, la donna più odiata dalle star di Hollywood esclamò: «Alfredo? È l’unico uomo che è riuscito a tapparmi la bocca».
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Francesco Di Giovanni @Max Montingelli
Fondata oltre trent’anni fa da Mario Moretti Polegato, Geox nasce da un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: creare una scarpa capace di far respirare il piede mantenendo al tempo stesso impermeabilità e comfort. Un’idea trasformata in brevetto e poi in modello di business, che ha permesso al marchio di imporsi a livello internazionale come sinonimo di innovazione tecnologica applicata alla calzatura. Nel corso degli anni l’azienda ha costruito la propria identità su una promessa chiara - la «scarpa che respira» - estendendo progressivamente il know-how anche all’abbigliamento e consolidando una presenza globale con centinaia di negozi e milioni di paia vendute ogni anno. Oggi, in un contesto di mercato profondamente mutato e sempre più competitivo, il gruppo ha avviato una nuova fase sotto la guida dell’amministratore delegato Francesco Di Giovanni. Manager di lunga esperienza industriale, chiamato spesso a gestire fasi di trasformazione, il suo mandato è chiaro: riportare l’azienda al proprio Dna originario, rafforzando il contenuto tecnologico e la coerenza strategica del brand. «Non si tratta di cambiare natura», spiega alla Verità, «ma di valorizzare ciò che sappiamo fare meglio».
Il mercato è cambiato, la competizione si è intensificata. Come affrontate il momento?
«Oggi il nostro compito è molto chiaro: riportare il prodotto al centro, valorizzando il contenuto tecnologico che rappresenta il nostro Dna. Non siamo un’azienda di moda pura, anche se lo stile è fondamentale. Il nostro punto di forza è offrire un comfort superiore grazie alla tecnologia. Se perdiamo questo elemento, perdiamo la nostra identità. Mettere il prodotto al centro significa investire in ricerca, materiali, processi produttivi e qualità costruttiva».
Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha inciso sulle abitudini di consumo. Quanto ha influito sullo sviluppo della nuova collezione?
«Ha avuto un impatto su tutti, anche sul nostro settore. Per Geox, però, non si è trattato di reinventare qualcosa da zero. Grazie alla nostra forte presenza internazionale, soprattutto nei Paesi del Nord, avevamo già competenze consolidate nel segmento waterproof, tecnologie che fanno parte del nostro patrimonio, che abbiamo esteso ai modelli invernali e impermeabili. Il comfort oggi è un valore diffuso nel mercato, ma la scarpa che respira pur restando impermeabile è un elemento distintivo che possiamo rivendicare come unico».
Come siete riusciti a coniugare protezione tecnica e stile contemporaneo?
«Innovare senza tradire l’identità è fondamentale. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto anche sull’estetica, perché è evidente che le scarpe si scelgono guardandole da sopra. Tecnologia e appeal devono convivere. Questa collezione per il prossimo inverno rappresenta uno sforzo concreto per rendere il prodotto più contemporaneo, senza perdere coerenza».
Il brevetto Amphibiox rappresenta la massima espressione della vostra protezione waterproof. Quanto investite oggi in ricerca e sviluppo?
«Investiamo molto. La tecnologia Amphibiox è il risultato di un processo complesso che unisce ricerca sui materiali, processi produttivi avanzati e test rigorosi. Nel nostro centro ricerca di Montebelluna eseguiamo prove in vasche d’acqua e simulazioni di camminata prolungata. Amphibiox non è semplicemente una tomaia trattata: integra una “calza” interna completamente saldata che isola il piede, garantendo impermeabilità totale senza compromettere la traspirabilità. È su questa capacità di coniugare protezione e comfort che abbiamo costruito il nostro vantaggio competitivo».
Quanto è importante innovare partendo dai modelli iconici del brand?
«È essenziale. Modelli come Spherica e Bluetouch rappresentano pilastri della nostra offerta. Possono evolvere, diventare waterproof, integrare nuove soluzioni tecnologiche, ma non devono mai tradire le aspettative del cliente. Se perdessimo la nostra identità tecnologica, perderemmo la ragione per cui esistiamo. L’innovazione deve rafforzare il Dna, non snaturarlo».
Come si sta evolvendo il mix tra retail diretto, wholesale e canale digitale?
«Abbiamo deciso di non alterare radicalmente l’equilibrio tra i canali. Tuttavia, sul digitale abbiamo dovuto fare scelte importanti. Ci sono piattaforme dove si può vendere molto ma senza marginalità. E il nostro principio è chiaro: il fatturato è vanità, i margini sono realtà. Per questo abbiamo chiuso alcuni canali online non sostenibili e rafforzato i canali diretti, a partire dal nostro e-commerce. Oggi possiamo contare su oltre 4 milioni di iscritti al programma loyalty benefit, che ci permette un dialogo continuo con i clienti. Il prossimo passo sarà utilizzare l’Intelligenza artificiale per migliorare ulteriormente la personalizzazione e la relazione. Il retail fisico resta centrale: abbiamo oltre 600 negozi nel mondo. Non sono solo punti vendita, ma luoghi dove spiegare il contenuto tecnologico del prodotto. Stiamo introducendo anche Qr code sulle scatole per rendere immediatamente accessibili tutte le informazioni tecniche».
In un contesto macroeconomico complesso per moda e lifestyle, quali sono oggi i vostri driver di resilienza?
«Viviamo una fase di forte polarizzazione economica, con una classe media che attraversa incertezza. Noi lavoriamo al servizio di questa fascia, offrendo un prodotto di alta qualità a un prezzo equo. Non vogliamo competere con scarpe da 10 o 20 euro: il nostro contenuto tecnologico merita riconoscimento. Vendiamo ogni anno circa 12-13 milioni di paia e gestiamo una macchina organizzativa complessa, con circa 3.000 persone nel mondo, di cui oltre 400 nella sede centrale di Montebelluna. Il nostro driver di resilienza è tornare con determinazione ai nostri punti chiave: comfort tecnologico, traspirabilità e coerenza identitaria».
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La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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