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2024-11-02
Formigli usa la Boccia contro di noi. Ma la «pompeiana» si sconfessa da sola
Maria Rosaria Boccia (Ansa)
Durante l'ultima puntata, andata in onda giovedì sulla7, della sit-com Casa Formigli con la guest star Maria Rosaria Boccia nei panni della compianta Sandra Mondaini, il conduttore ha provato a darci lezioni di giornalismo. Ma come vedremo l'unico che probabilmente ne ha bisogno è lui. Per comprendere il parapiglia, però, bisogna andare con ordine. Due settimane fa La Verità ha pubblicato un servizio nel quale Nello Aliberti, uno degli ex della Boccia, ci aveva raccontato: «Sapevamo tutti che indossava un cuscino per simulare la pancia... e noi la assecondavamo». Poi aveva aggiunto: «Voleva che si sapesse che era incinta di qualcuno, ma era una palla». Argomento che, come abbiamo svelato, la Boccia avrebbe già utilizzato in precedenti relazioni per far valere le proprie ragioni. Anzi questa sarebbe proprio la specialità della casa. Tanto che in un’occasione un politico locale si era visto costretto a far diffidare la pompeiana dal suo legale perché tra le leve «usate» dalla donna c'era proprio lo stato interessante. E una presunta gravidanza compare anche nelle chat con l'ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, subito dopo che la pompeiana gli aveva proposto di firmare un patto di riservatezza col quale lui si sarebbe impegnato a non cercarla più e lei a non rivelare la loro relazione intima. Formigli, però, con la matita rossa da maestrino, bolla come una «fake news» i contenuti dell'intervista. E a quale fonte si affida per smentirla? Alla stessa Boccia. Lei sì che è attendibile per l'anchorman di Piazzapulita. Nonostante gli scivoloni nella telenovela della laurea, durante la quale la donna si è avvitata: infatti sui social ha pubblicato alcuni documenti ufficiali riguardanti la fine consensuale del suo matrimonio da cui risultava che una dozzina di anni fa il suo titolo di studio era il diploma, mentre sul suo profilo Linkedin, poi cancellato, indicava una laurea in Economia aziendale conseguita nel 2005. E anche se, in un caso di preterizione da manuale, Formigli afferma alla sua trasmissione «interessa un habitus (un aspetto, ndr), una modalità di esercizio del potere, della funzione di governo, non il gossip», invita ogni giovedì la pompeiana a parlare della sua relazione con Sangiuliano. Ma torniamo all'intervista della Verità (rigorosamente registrata) e al cuscino sotto la maglietta per simulare la gravidanza. «Questa che abbiamo scoperto noi sembra essere una fake news completa», afferma Formigli. L’occasione per la sparata fuori bersaglio è un post di Aliberti, in cui l’uomo sembra mandare un segnale distensivo alla propria ex: «Complimenti a Boccia per aver nominato come difensore Maresca (lo steso di Aliberti, ndr)... sursum corda... fare i processi non fa bene a nessuno». Il messaggio viene ripreso sui social dalla Boccia, che scrive: «Ho ricevuto le scuse di Nello Aliberti sia personali che pubbliche. Ed entrambi abbiamo evitato di finire nelle aule di Tribunale». E questa per Formigli è la pistola fumante. La prova della falsità dei contenuti dell'intervista. Con acume investigativo, sempre nel tentativo (finito male) di smentire le parole di Aliberti, l'inviata di Piazzapulita cerca il fratello di Nello, Pasquale, che è il sindaco di Scafati. Il quale spiega all'inviata e ai telespettatori che Nello «non chiede scusa alla Boccia, anzi...». Poi si rivolge direttamente alla pompeiana chiamandola per nome: «Maria Rosaria, non ti sta chiedendo scusa... con tutto il rispetto...». Ma Formigli, imperterrito, si chiede: «Se questa falsa gravidanza non era vera... dobbiamo mettere in dubbio anche altri fatti, no?». Di certo di aspetti che riguardano le dichiarazioni della Boccia da mettere in discussione, come abbiamo visto, ce ne sono, eccome. Formigli e il suo fiuto da segugio, però, sembrano non accorgersi delle continue contraddizioni. Verrebbe da sospettare che anche il conduttore sia rimasto ammaliato dalla bellezza della signora, anche se a noi viene più facile pensare che preferisca credere alla Boccia per più banali e volgari motivi di share. Anche perché qui c'è un'intervista registrata e non smentita. Ma torniamo a Nello Aliberti, che, poverino, sembra appena uscito dall’ospedale quando viene intervistato dall'inviata. Lui, dopo innumerevoli insistenze, alla proposta di un’intervista, risponde, stremato, con una provocazione: «Guardi, per 50.000 euro faccio tutto quello che vuole». Una battuta che sul sito della 7 si diventa la prova della falsità del nostro scoop («Per 50.000 euro dò -sic, ndr- tutte le interviste che vuoi»). Peccato che noi per raccogliere le dichiarazioni dell’uomo non abbiamo dovuto scucire neanche un cent, forse perché agli intervistati non saltiamo addosso con telecamera spianata e bava alla bocca. Formigli in studio, dopo cotanto siparietto, prova a servire un assist a quella che ormai è diventata la sua spalla fissa del giovedì. «Lei ha avuto le scuse di questo Nello?» domanda il conduttore. La donna risponde compiaciuta che, in fondo, ha evitato ad Aliberti un processo grazie a queste presunte scuse, che avrebbe ricevuto «alla presenza di altre persone». La prova della retromarcia dell’uomo, però, non è stata rintracciata dai reporter investigativi di Piazzapulita. Quello sarebbe stato giornalismo d'inchiesta. Ma forse sarebbe stato chiedere troppo.
Foto e chat confermano la versione dell’ex ministro sullo «sfregio»
«L’accusa di lesioni a Sangiuliano? Questo fa parte di uno dei quattro capi d’imputazione. Non lo posso chiarire ora, quando finirà tutto chiariremo quello che non possiamo chiarire stasera. Bisognerebbe anche datare il giorno in cui ha messo i punti». Si è difesa così, dicendo e non dicendo, Maria Rosaria Boccia durante l’intervista andata in onda in diretta nella tarda serata di giovedì nel corso della trasmissione di La7 Piazzapulita, condotta da Corrado Formigli. Parole che sembrano quasi alludere alla possibilità che la donna non fosse con l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano quando qualcuno o qualcosa gli ha provocato la ferita. Un’ipotesi gravissima, visto che nel suo esposto alla Procura di Roma Sangiuliano ha dichiarato: «In un’occasione, il 17 luglio 2024, la Boccia mi ha aggredito provocandomi le ferite che ho documentato con le foto allegate». Il riferimento è al soggiorno del ministro a Sanremo dove il 16 luglio Sangiuliano aveva partecipato a una serata dei Martedì letterari al teatro del casinò. Evento documentato nei giorni successivi dalla Boccia con un post tutt’ora presente sul suo profilo Instagram. Dopo l’evento, Sangiuliano e il suo staff avevano soggiornato all’Hotel Nazionale, dove, secondo la ricostruzione dell’ex ministro, sarebbe avvenuto il cruento litigio. Una versione che trova conferma in una foto che La Verità è in grado di mostrare in esclusiva. Si tratta di un selfie scattato dallo stesso Sangiuliano davanti allo specchio del bagno di una camera d’albergo. Nello scatto si vede l’ex ministro in pigiama, con la testa ancora sanguinante, e dei segni, forse dei graffi, sul collo. Su una guancia una macchia rossa, e il pollice e l’indice della mano che non impugna il cellulare sono ricoperti di sangue. Secondo quanto risulta alla Verità il bagno, con le pareti ricoperte in marmo bianco (proprio come quelli di alcune stanze visibili nelle foto promozionali sul sito dell’hotel) sarebbe quello della camera della Boccia. Certamente nell’angolo in basso a sinistra della foto, si intravede una sgargiante borsello, forse una pochette per i trucchi. Nella sua autodifesa televisiva la Boccia è tornata anche sulla chat tra lei e Sangiuliano svelata il 20 settembre scorso dalla Verità nella quale l’ex ministro accusava l’imprenditrice di Pompei di averlo «sfregiato […] se non fossi tu avrei picchiato durissimo», sentendosi rispondere: «Tu mi hai letteralmente mandato fuori di testa». Secondo quanto detto dalla Boccia durante la trasmissione, rispondendo alle domande di Formigli, quella che abbiamo pubblicato sarebbe però una chat «composta da messaggi non consecutivi, sono dei messaggi tagliati». In sostanza, secondo la donna, indagata dalla procura di Roma per lesioni aggravate e minaccia a corpo politico dello Stato, sarebbe stata diffusa una chat cucita ad arte per avvalorare la versione di Sangiuliano. Ma la cronologia dei messaggi scambiati il 2 agosto scorso tra la Boccia e l’ex ministro, dei quali pubblichiamo in esclusiva uno screenshot privo di ipotetici tagli, smentisce anche questa ricostruzione dell’imprenditrice. Alle 23:10:51 la Boccia scrive all’ex ministro: «Hai ragione», in risposta a un messaggio leggibile solo parzialmente. Sono invece le 23:11:06 quando Sangiuliano scrive alla donna: «Sfregiato». Undici secondi dopo, alle 23:11:17 la Boccia risponde: «Ma io forse non riesco». Alle 23:11:46 Sangiuliano aggiunge: «Se non fossi stata tu ... avrei picchiato durissimo». Dopo appena 5 secondi, alle 23:11:53 la donna ammette: «Tu mi hai letteralmente mandato fuori di testa». Esattamente i contenuti della chat che il nostro giornale aveva rivelato in esclusiva due mesi fa, che riportiamo integralmente: «“Ho fatto delle cose che non avrei mai fatto”. Su questo la donna sembra d’accordo (“Hai ragione”), ma non si accontenta. Lui le ricorda quanto accaduto la notte tra il 16 e il 17 luglio: “Sfregiato […] Se non fossi stata tu avrei picchiato durissimo”. Lei ammette di aver perso il controllo: “Mi hai letteralmente mandato fuori di testa […] mi hai portato a un punto imbarazzante […] mi hai fatto diventare una iena”». Con buona pace della ricostruzione dell’imprenditrice pompeiana.
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Il conduttore bolla come «fake news» la nostra intervista all’ex della donna. La quale cade in continue contraddizioni.Foto e chat confermano la versione dell’ex ministro sullo «sfregio». Il selfie fatto nel bagno di un hotel mostra Gennaro Sangiuliano ferito e una trousse femminile.Lo speciale contiene due articoli.Durante l'ultima puntata, andata in onda giovedì sulla7, della sit-com Casa Formigli con la guest star Maria Rosaria Boccia nei panni della compianta Sandra Mondaini, il conduttore ha provato a darci lezioni di giornalismo. Ma come vedremo l'unico che probabilmente ne ha bisogno è lui. Per comprendere il parapiglia, però, bisogna andare con ordine. Due settimane fa La Verità ha pubblicato un servizio nel quale Nello Aliberti, uno degli ex della Boccia, ci aveva raccontato: «Sapevamo tutti che indossava un cuscino per simulare la pancia... e noi la assecondavamo». Poi aveva aggiunto: «Voleva che si sapesse che era incinta di qualcuno, ma era una palla». Argomento che, come abbiamo svelato, la Boccia avrebbe già utilizzato in precedenti relazioni per far valere le proprie ragioni. Anzi questa sarebbe proprio la specialità della casa. Tanto che in un’occasione un politico locale si era visto costretto a far diffidare la pompeiana dal suo legale perché tra le leve «usate» dalla donna c'era proprio lo stato interessante. E una presunta gravidanza compare anche nelle chat con l'ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, subito dopo che la pompeiana gli aveva proposto di firmare un patto di riservatezza col quale lui si sarebbe impegnato a non cercarla più e lei a non rivelare la loro relazione intima. Formigli, però, con la matita rossa da maestrino, bolla come una «fake news» i contenuti dell'intervista. E a quale fonte si affida per smentirla? Alla stessa Boccia. Lei sì che è attendibile per l'anchorman di Piazzapulita. Nonostante gli scivoloni nella telenovela della laurea, durante la quale la donna si è avvitata: infatti sui social ha pubblicato alcuni documenti ufficiali riguardanti la fine consensuale del suo matrimonio da cui risultava che una dozzina di anni fa il suo titolo di studio era il diploma, mentre sul suo profilo Linkedin, poi cancellato, indicava una laurea in Economia aziendale conseguita nel 2005. E anche se, in un caso di preterizione da manuale, Formigli afferma alla sua trasmissione «interessa un habitus (un aspetto, ndr), una modalità di esercizio del potere, della funzione di governo, non il gossip», invita ogni giovedì la pompeiana a parlare della sua relazione con Sangiuliano. Ma torniamo all'intervista della Verità (rigorosamente registrata) e al cuscino sotto la maglietta per simulare la gravidanza. «Questa che abbiamo scoperto noi sembra essere una fake news completa», afferma Formigli. L’occasione per la sparata fuori bersaglio è un post di Aliberti, in cui l’uomo sembra mandare un segnale distensivo alla propria ex: «Complimenti a Boccia per aver nominato come difensore Maresca (lo steso di Aliberti, ndr)... sursum corda... fare i processi non fa bene a nessuno». Il messaggio viene ripreso sui social dalla Boccia, che scrive: «Ho ricevuto le scuse di Nello Aliberti sia personali che pubbliche. Ed entrambi abbiamo evitato di finire nelle aule di Tribunale». E questa per Formigli è la pistola fumante. La prova della falsità dei contenuti dell'intervista. Con acume investigativo, sempre nel tentativo (finito male) di smentire le parole di Aliberti, l'inviata di Piazzapulita cerca il fratello di Nello, Pasquale, che è il sindaco di Scafati. Il quale spiega all'inviata e ai telespettatori che Nello «non chiede scusa alla Boccia, anzi...». Poi si rivolge direttamente alla pompeiana chiamandola per nome: «Maria Rosaria, non ti sta chiedendo scusa... con tutto il rispetto...». Ma Formigli, imperterrito, si chiede: «Se questa falsa gravidanza non era vera... dobbiamo mettere in dubbio anche altri fatti, no?». Di certo di aspetti che riguardano le dichiarazioni della Boccia da mettere in discussione, come abbiamo visto, ce ne sono, eccome. Formigli e il suo fiuto da segugio, però, sembrano non accorgersi delle continue contraddizioni. Verrebbe da sospettare che anche il conduttore sia rimasto ammaliato dalla bellezza della signora, anche se a noi viene più facile pensare che preferisca credere alla Boccia per più banali e volgari motivi di share. Anche perché qui c'è un'intervista registrata e non smentita. Ma torniamo a Nello Aliberti, che, poverino, sembra appena uscito dall’ospedale quando viene intervistato dall'inviata. Lui, dopo innumerevoli insistenze, alla proposta di un’intervista, risponde, stremato, con una provocazione: «Guardi, per 50.000 euro faccio tutto quello che vuole». Una battuta che sul sito della 7 si diventa la prova della falsità del nostro scoop («Per 50.000 euro dò -sic, ndr- tutte le interviste che vuoi»). Peccato che noi per raccogliere le dichiarazioni dell’uomo non abbiamo dovuto scucire neanche un cent, forse perché agli intervistati non saltiamo addosso con telecamera spianata e bava alla bocca. Formigli in studio, dopo cotanto siparietto, prova a servire un assist a quella che ormai è diventata la sua spalla fissa del giovedì. «Lei ha avuto le scuse di questo Nello?» domanda il conduttore. La donna risponde compiaciuta che, in fondo, ha evitato ad Aliberti un processo grazie a queste presunte scuse, che avrebbe ricevuto «alla presenza di altre persone». La prova della retromarcia dell’uomo, però, non è stata rintracciata dai reporter investigativi di Piazzapulita. 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Si è difesa così, dicendo e non dicendo, Maria Rosaria Boccia durante l’intervista andata in onda in diretta nella tarda serata di giovedì nel corso della trasmissione di La7 Piazzapulita, condotta da Corrado Formigli. Parole che sembrano quasi alludere alla possibilità che la donna non fosse con l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano quando qualcuno o qualcosa gli ha provocato la ferita. Un’ipotesi gravissima, visto che nel suo esposto alla Procura di Roma Sangiuliano ha dichiarato: «In un’occasione, il 17 luglio 2024, la Boccia mi ha aggredito provocandomi le ferite che ho documentato con le foto allegate». Il riferimento è al soggiorno del ministro a Sanremo dove il 16 luglio Sangiuliano aveva partecipato a una serata dei Martedì letterari al teatro del casinò. Evento documentato nei giorni successivi dalla Boccia con un post tutt’ora presente sul suo profilo Instagram. Dopo l’evento, Sangiuliano e il suo staff avevano soggiornato all’Hotel Nazionale, dove, secondo la ricostruzione dell’ex ministro, sarebbe avvenuto il cruento litigio. Una versione che trova conferma in una foto che La Verità è in grado di mostrare in esclusiva. Si tratta di un selfie scattato dallo stesso Sangiuliano davanti allo specchio del bagno di una camera d’albergo. Nello scatto si vede l’ex ministro in pigiama, con la testa ancora sanguinante, e dei segni, forse dei graffi, sul collo. Su una guancia una macchia rossa, e il pollice e l’indice della mano che non impugna il cellulare sono ricoperti di sangue. Secondo quanto risulta alla Verità il bagno, con le pareti ricoperte in marmo bianco (proprio come quelli di alcune stanze visibili nelle foto promozionali sul sito dell’hotel) sarebbe quello della camera della Boccia. Certamente nell’angolo in basso a sinistra della foto, si intravede una sgargiante borsello, forse una pochette per i trucchi. Nella sua autodifesa televisiva la Boccia è tornata anche sulla chat tra lei e Sangiuliano svelata il 20 settembre scorso dalla Verità nella quale l’ex ministro accusava l’imprenditrice di Pompei di averlo «sfregiato […] se non fossi tu avrei picchiato durissimo», sentendosi rispondere: «Tu mi hai letteralmente mandato fuori di testa». Secondo quanto detto dalla Boccia durante la trasmissione, rispondendo alle domande di Formigli, quella che abbiamo pubblicato sarebbe però una chat «composta da messaggi non consecutivi, sono dei messaggi tagliati». In sostanza, secondo la donna, indagata dalla procura di Roma per lesioni aggravate e minaccia a corpo politico dello Stato, sarebbe stata diffusa una chat cucita ad arte per avvalorare la versione di Sangiuliano. Ma la cronologia dei messaggi scambiati il 2 agosto scorso tra la Boccia e l’ex ministro, dei quali pubblichiamo in esclusiva uno screenshot privo di ipotetici tagli, smentisce anche questa ricostruzione dell’imprenditrice. Alle 23:10:51 la Boccia scrive all’ex ministro: «Hai ragione», in risposta a un messaggio leggibile solo parzialmente. Sono invece le 23:11:06 quando Sangiuliano scrive alla donna: «Sfregiato». Undici secondi dopo, alle 23:11:17 la Boccia risponde: «Ma io forse non riesco». Alle 23:11:46 Sangiuliano aggiunge: «Se non fossi stata tu ... avrei picchiato durissimo». Dopo appena 5 secondi, alle 23:11:53 la donna ammette: «Tu mi hai letteralmente mandato fuori di testa». Esattamente i contenuti della chat che il nostro giornale aveva rivelato in esclusiva due mesi fa, che riportiamo integralmente: «“Ho fatto delle cose che non avrei mai fatto”. Su questo la donna sembra d’accordo (“Hai ragione”), ma non si accontenta. Lui le ricorda quanto accaduto la notte tra il 16 e il 17 luglio: “Sfregiato […] Se non fossi stata tu avrei picchiato durissimo”. Lei ammette di aver perso il controllo: “Mi hai letteralmente mandato fuori di testa […] mi hai portato a un punto imbarazzante […] mi hai fatto diventare una iena”». Con buona pace della ricostruzione dell’imprenditrice pompeiana.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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