True
2019-06-10
Follia: paghiamo i Paesi poveri perché ci mandino più immigrati
iStock
Aiutiamoli a casa loro. Uno slogan talmente gettonato da essere finito persino sulla bocca di Matteo Renzi. Nel 2017 l'ex premier, ormai in ambasce dal punto di vista politico, finì sulla graticola per aver postato sui social una citazione del suo libro Avanti nella quale ammette che il dovere che abbiamo nei confronti degli immigrati non è quello di «accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio», bensì «aiutarli davvero a casa loro».
Ma cosa succede se con l'idea di aiutare i migranti «a casa loro» si finisce invece per incentivarli a lasciare gli Stati di origine e approdare sulle nostre coste? È proprio questo l'effetto collaterale del microcredito, quei prestiti di importo limitato (dall'equivalente di pochi euro, fino qualche migliaio) diffusi in alcuni Paesi in via di sviluppo. La microfinanza di piccolo in realtà ha solo il prefisso all'inizio del nome: i prodotti finanziari offerti agli individui poco solvibili e sottobancarizzati generano a livello mondiale un giro d'affari di 114 miliardi di dollari annui (circa 100 miliardi di euro, pari al 6% del Pil italiano), coinvolgendo 139 milioni di individui, in prevalenza (83%) donne.
Un business in piena crescita, se si pensa che nel 2017 l'incremento dei volumi è stato pari al 15,6%, mentre quello fatto registrare in termini di beneficiari è stato del 5,6%. Ma si tratta di un business che allo stesso tempo nasconde un pericoloso lato oscuro.
Ti pago per partire
Nel 2012 l'antropologo David Stoll mandò alle stampe un lungo e dettagliato studio, nel quale dimostrava come il microcredito abbia favorito l'emigrazione clandestina dal Guatemala agli Stati Uniti. Due anni più tardi Marianne Bylander, docente di Sociologia al Lewis & Clarke College di Portland (Oregon, Stati Uniti) pubblicò una ricerca che aveva come oggetto «l'inaspettata e sottovalutata conseguenza della diffusione del microcredito: l'interazione con le migrazioni». L'analisi della Bylander documentava la forte diffusione dei «migra-loans» (dove loans sta per prestiti) in Cambogia, un Paese «saturato dal microcredito». Nel giro di un quindicennio, infatti, il numero di individui coinvolti in questo meccanismo è passato da poco più di 1.000 nel 1997 a quasi 1,4 milioni nel 2011 (su un totale di 14,1 milioni di abitanti). Parallelamente, il tasso di indebitamento dei beneficiari è esploso dal 40% circa dei primi anni al 140% del 2011. Di conseguenza, il tasso di prestiti insoluti è lievitato rapidamente, toccando il 23% nelle zone più sature. Questa drammatica situazione ha portato i debitori a provarle tutte pur di ripagare il finanziamento ricevuto. Come spiega la Bylander, «in molte parti del Paese la strategia più utilizzata è stata quella di varcare le frontiere e cercare lavoro nella vicina Thailandia». Le cifre parlano di un milione di cambogiani che vivono e lavorano in clandestinità oltre confine.
Stimare il numero esatto di persone che hanno sfruttato il microcredito per entrare in Europa e in Italia è impresa ardua. Basti pensare che, se prendiamo in considerazione la top 10 dei Paesi che fanno maggiore uso di questo strumento e facciamo le debite proporzioni con le persone che in patria usufruiscono di questi piccoli prestiti, si può stimare che circa 55.000 stranieri che oggi vivono nei nostri confini abbiano avuto accesso a questa fonte di finanziamento.
L'illusione offerta dal microcredito è quella di sfuggire dalla povertà attraverso la realizzazione di un'idea imprenditoriale. Secondo uno schema tipicamente occidentale, le banche (o altri soggetti parabancari) prestano i soldi e i proventi generati dall'attività consentono alla persona che ha ricevuto la somma di ripianare il debito. Facile no? Per un periodo si è pensato che le cose potessero andare bene. Basti pensare che il 2005 è stato dichiarato dall'Onu «l'anno del microcredito», e almeno in una fase iniziale questa formula ha ricevuto potenti endorsement (anche di natura finanziaria) da personaggi del calibro di Hillary Clinton, Bill Gates, Bono e George Soros. L'apice si è raggiunto nel 2006, quando l'economista bengalese inventore del microcredito, Muhammad Yunus, è stato insignito del premio Nobel per la pace.
Dal premio ai guai
Eppure, come accade spesso quando c'è di mezzo l'economia, le cose prendono una piega diversa dal previsto. Uno dei primi a rendersi conto dei limiti di questo strumento è stato Milford Bateman, visiting professor alla Pula University in Croazia e autore di numerosi saggi sul tema. Con un lungo editoriale pubblicato nel 2015 sulla rivista socialista americana Jacobin Magazine, Bateman distrugge pezzo per pezzo quella che egli stesso definisce «l'ideologia del microcredito». Terminato il periodo d'oro, nella seconda metà degli anni Duemila iniziano a venire a galla i problemi. Secondo l'economista, il problema risiede nell'approccio sbagliato nei confronti del problema della povertà. Moltiplicare l'offerta (cioè gli imprenditori) non comporterà infatti un incremento della domanda quanto semmai un aumento della competizione e la conseguente discesa dei prezzi. Un po' come se si pretendesse di risolvere la crisi dei consumi aprendo più negozi. La vera questione, osserva Bateman, riguarda perciò la capacità di aumentare il potere d'acquisto delle popolazioni in difficoltà. Solo così la ricchezza generata sarà reale e l'economia potrà beneficiarne. Dal momento che il microcredito finisce per causare «migrazioni involontarie e l'aumento dell'indebitamento finisce per esacerbare la vulnerabilità dei migranti», secondo Marianne Bylander, «le istituzioni che si occupano di microfinanza e i governi devono intervenire».
Piatto ricco
Difficilmente questo potrà accadere, per un motivo molto semplice: il microcredito è un ottimo affare. Dopo una prima fase durata circa un decennio, caratterizzata da una gestione pubblica, l'erogazione di questi finanziamenti è stata liberalizzata in favore di soggetti privati. Basti pensare che nel 2016 il Roe (return on common equity, l'indice utilizzato nel mondo della finanza per definire la redditività di un'azienda) della microfinanza è stato pari al 12,6%, ben più alto tanto per rendere l'idea di quello di Intesa Sanpaolo e di Unicredit. Il Banco Compartamos, la più grande realtà di microfinanza in Sud America, conta 15.000 dipendenti e ha distribuito nel 2013 dividendi per 154 milioni di euro. La Grameen Foundation, spin off su scala mondiale della Grameen Bank fondata dallo stesso Yunus, ha stretto un sodalizio con la Better than cash alliance, una partnership che punta alla sostituzione del contante con la moneta digitale e della quale fanno parte colossi del rango di Unilever, H&M, Coca Cola, Citi, Mastercard, Visa, Inditex e la Bill & Melissa Gates Foundation. La facciata è quasi sempre quella della filantropia, come nel caso di Positive Planet, l'Ong cofondata dall'economista francese Jacques Attali (consigliere di Francois Mitterand e «inventore» di Emmanuel Macron) e dall'onnipresente Muhammad Yunus, che opera come una sorta di mediatrice tra i potenziali clienti e chi eroga i fondi. Anche in questo caso i partner sono di primo livello: si va Ernst & Young (una delle quattro società di consulenza più forti al mondo), a Microsoft e Accenture, passando per Capgemini.
Nato per finanziare i progetti dei Paesi in via di sviluppo, il microcredito si appresta a conquistare anche l'Europa. Nel vecchio continente, infatti, le operazioni erogate sono passate dalle 494.800 del 2015 alle 664.000 del 2017 (+17%), mentre il volume complessivo si è attestato nel 2017 a 2,07 miliardi di euro (+24% rispetto al 2015). L'obiettivo finale è quello dell'inclusione finanziaria, in altre parole garantire anche ai migranti accesso a tutti gli strumenti bancari. Stando ai dati dell'Osservatorio nazionale sull'inclusione finanziaria dei migranti, nel 2016 i conti correnti intestati a clienti immigrati erano 2,7 milioni, in forte crescita del 52% rispetto al 2010. Sul piatto il gigantesco giro d'affari delle rimesse (i risparmi inviati dai migranti nel proprio Paese di origine) che solo per il ramo bancario rappresenta un volume annuo di 500 milioni di euro e 200.000 operazioni con una commissione media intorno al 3,6%. Dovevamo aiutarli a casa loro, invece li abbiamo spinti a venire a casa nostra. E le banche ci stanno guadagnando.
«Quei soldi servono per sovvenzionare chi sta per partire»
L'economista Ilaria Bifarini si autodefinisce «bocconiana redenta», e non potrebbe esserci un termine più adatto per chi proviene dalla culla italiana del neoliberismo e finisce per firmare un libro («Neoliberismo e manipolazione di massa», 2017) con il dichiarato proposito di smascherare «l'inganno liberista». Nei prossimi giorni è in uscita il suo nuovo libro «Inganni economici. Quello che i bocconiani non vi dicono», nel quale si focalizza sulla perdita di sovranità monetaria e sui falsi miti su cui si fonda l'attuale modello unico economico (lo Stato è come una famiglia, l'austerity espansiva, il fantasma dell'inflazione che non si materializza mai). Con lei abbiamo discusso delle storture della microfinanza, uno dei tanti argomenti al centro dei suoi studi.
Perché il sistema del microcredito ha fallito?
«Il microcredito, ideato per traghettare i Paesi in via di sviluppo fuori dalla condizione di miseria, in realtà ha finito per impoverirli. Esso non ha avuto alcun impatto sullo sviluppo delle economie locali e dell'occupazione, ma è stato per lo più utilizzato per soddisfare le esigenze di consumo delle famiglie, che sono finite nel vortice dell'indebitamento, costrette a pagare tassi di interesse usurai. Per ripagare i prestiti si sono verificati casi di vendita di organi da parte di cittadini bengalesi e un aumento di suicidi in alcune zone dell'India. Si è rivelato un business molto profittevole per gli istituti di microcredito, che si sono diffusi massicciamente in tutto il mondo».
Altro che speranza, è il ritratto della disperazione…
«Nelle aree dove si è originato il sistema del microcredito, come l'India e il Bangladesh, è stata provata l'esistenza di una correlazione diretta tra espansione del microcredito e aumento dei flussi migratori verso l'estero. Proprio in un villaggio del Bangladesh è stata creata, a fine anni Settanta, la Grameen Bank, il primo istituto finanziario a concedere denaro alle persone più indigenti. Ben presto questi finanziamenti sono stati destinati all'emigrazione, considerata una opportunità di miglioramento del benessere delle popolazioni, secondo l'infondato paradigma di sviluppo economico, abbracciato dalle organizzazioni internazionali, che vede nelle rimesse da parte dei migranti una fonte di crescita per il Paese d'origine».
È possibile quantificare il peso che questi strumenti hanno avuto nel massiccio afflusso di migranti nel nostro Paese?
«Il Bangladesh, dove è nato il microcredito, è il Paese di provenienza di circa un decimo dei migranti che ogni anno arrivano in Italia (oltre 10.000 nel solo 2017). Il Brac (Bangladesh rural advancement commitee), è la più grande Ong al mondo, leader nel settore dei cosiddetti “prestiti all'emigrazione", e ha filiali in Asia, America Latina e in molti Paesi dell'Africa. Non solo fornisce i finanziamenti e l'assistenza per emigrare attraverso il microcredito, ma si occupa anche di fornire alle famiglie dei migranti prestiti di rimesse, per accedere a somme di denaro per investimenti o spese mentre aspettano di ricevere le rimesse inviate dall'estero».
Che interesse hanno questi soggetti a promuovere la bancarizzazione delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo?
«La povertà globale è uno dei maggiori business del sistema economico attuale, che vale decine di miliardi di dollari all'anno tra piccoli prestiti, carte di credito e microcrediti. Poi c'è l'affare d'oro delle rimesse - a latere del quale prolifera il settore delle agenzie di recupero del credito - che ha visto un incremento in termini globali di oltre il 50% in soli 10 anni, per una cifra complessiva di 445 miliardi di rimesse nel solo 2016, il 13% delle quali è stato inviato in Africa. È la finanziarizzazione della povertà e delle vite umane».
E il tanto gettonato slogan «aiutiamoli a casa loro»?
«Occorre liberare questi Paesi dal neocolonialismo, che opera attraverso l'ingerenza di potenze come la Francia. Quest'ultima, di fatto, non ha mai smesso di esercitare la propria egemonia sul continente africano, depredandolo delle sue ricchissime risorse naturali e minerarie, imponendo una moneta neocoloniale come il franco Cfa, che impedisce lo sviluppo economico nazionale e priva questi Stati del 50% delle proprie riserve valutarie, alimentando uno stato di tensione e guerre civili permanenti al fine di destabilizzare il territorio. Non servono aiuti o piani Marshall da parte dell'Unione europea ma solo lasciarli in pace a casa loro».
Non ritiene un controsenso che il prodotto del microcredito abbia attecchito anche in Italia?
«È in atto un drammatico processo di globalizzazione della povertà e di terzomondizzazione dell'Occidente, favorito dalle migrazioni di massa e di cui l'Italia è una delle principali vittime. Il modello economico attuale, che io definisco neoliberista per facilità d'identificazione, non si basa più sull'economia reale, quella della produzione e del consumo, ma si arricchisce con la finanza. Siamo nella situazione paradossale per cui la povertà e l'indebitamento sono divenuti la fonte principale di guadagno dei mercati. Non a caso nel nostro Paese è stata istituita la Fondazione Grameen Italia, dedicata allo studio e alla replica di programmi di microcredito sul modello di quella bengalese».
Continua a leggereRiduci
Altro che «aiutiamoli a casa loro». Lo strumento dei mini finanziamenti, che muove un giro d'affari da 100 miliardi di euro all'anno, si sta rivelando un incentivo a lasciare le nazioni d'origine. Che porta lauti ricavi alle banche.L'economista Ilaria Bifarini: «Alcune Ong offrono "prestiti all'emigrazione" Tra piccoli mutui e rimesse, l'indigenza globale è un business».Lo speciale contiene due articoliAiutiamoli a casa loro. Uno slogan talmente gettonato da essere finito persino sulla bocca di Matteo Renzi. Nel 2017 l'ex premier, ormai in ambasce dal punto di vista politico, finì sulla graticola per aver postato sui social una citazione del suo libro Avanti nella quale ammette che il dovere che abbiamo nei confronti degli immigrati non è quello di «accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio», bensì «aiutarli davvero a casa loro». Ma cosa succede se con l'idea di aiutare i migranti «a casa loro» si finisce invece per incentivarli a lasciare gli Stati di origine e approdare sulle nostre coste? È proprio questo l'effetto collaterale del microcredito, quei prestiti di importo limitato (dall'equivalente di pochi euro, fino qualche migliaio) diffusi in alcuni Paesi in via di sviluppo. La microfinanza di piccolo in realtà ha solo il prefisso all'inizio del nome: i prodotti finanziari offerti agli individui poco solvibili e sottobancarizzati generano a livello mondiale un giro d'affari di 114 miliardi di dollari annui (circa 100 miliardi di euro, pari al 6% del Pil italiano), coinvolgendo 139 milioni di individui, in prevalenza (83%) donne. Un business in piena crescita, se si pensa che nel 2017 l'incremento dei volumi è stato pari al 15,6%, mentre quello fatto registrare in termini di beneficiari è stato del 5,6%. Ma si tratta di un business che allo stesso tempo nasconde un pericoloso lato oscuro. Ti pago per partireNel 2012 l'antropologo David Stoll mandò alle stampe un lungo e dettagliato studio, nel quale dimostrava come il microcredito abbia favorito l'emigrazione clandestina dal Guatemala agli Stati Uniti. Due anni più tardi Marianne Bylander, docente di Sociologia al Lewis & Clarke College di Portland (Oregon, Stati Uniti) pubblicò una ricerca che aveva come oggetto «l'inaspettata e sottovalutata conseguenza della diffusione del microcredito: l'interazione con le migrazioni». L'analisi della Bylander documentava la forte diffusione dei «migra-loans» (dove loans sta per prestiti) in Cambogia, un Paese «saturato dal microcredito». Nel giro di un quindicennio, infatti, il numero di individui coinvolti in questo meccanismo è passato da poco più di 1.000 nel 1997 a quasi 1,4 milioni nel 2011 (su un totale di 14,1 milioni di abitanti). Parallelamente, il tasso di indebitamento dei beneficiari è esploso dal 40% circa dei primi anni al 140% del 2011. Di conseguenza, il tasso di prestiti insoluti è lievitato rapidamente, toccando il 23% nelle zone più sature. Questa drammatica situazione ha portato i debitori a provarle tutte pur di ripagare il finanziamento ricevuto. Come spiega la Bylander, «in molte parti del Paese la strategia più utilizzata è stata quella di varcare le frontiere e cercare lavoro nella vicina Thailandia». Le cifre parlano di un milione di cambogiani che vivono e lavorano in clandestinità oltre confine. Stimare il numero esatto di persone che hanno sfruttato il microcredito per entrare in Europa e in Italia è impresa ardua. Basti pensare che, se prendiamo in considerazione la top 10 dei Paesi che fanno maggiore uso di questo strumento e facciamo le debite proporzioni con le persone che in patria usufruiscono di questi piccoli prestiti, si può stimare che circa 55.000 stranieri che oggi vivono nei nostri confini abbiano avuto accesso a questa fonte di finanziamento. L'illusione offerta dal microcredito è quella di sfuggire dalla povertà attraverso la realizzazione di un'idea imprenditoriale. Secondo uno schema tipicamente occidentale, le banche (o altri soggetti parabancari) prestano i soldi e i proventi generati dall'attività consentono alla persona che ha ricevuto la somma di ripianare il debito. Facile no? Per un periodo si è pensato che le cose potessero andare bene. Basti pensare che il 2005 è stato dichiarato dall'Onu «l'anno del microcredito», e almeno in una fase iniziale questa formula ha ricevuto potenti endorsement (anche di natura finanziaria) da personaggi del calibro di Hillary Clinton, Bill Gates, Bono e George Soros. L'apice si è raggiunto nel 2006, quando l'economista bengalese inventore del microcredito, Muhammad Yunus, è stato insignito del premio Nobel per la pace. Dal premio ai guaiEppure, come accade spesso quando c'è di mezzo l'economia, le cose prendono una piega diversa dal previsto. Uno dei primi a rendersi conto dei limiti di questo strumento è stato Milford Bateman, visiting professor alla Pula University in Croazia e autore di numerosi saggi sul tema. Con un lungo editoriale pubblicato nel 2015 sulla rivista socialista americana Jacobin Magazine, Bateman distrugge pezzo per pezzo quella che egli stesso definisce «l'ideologia del microcredito». Terminato il periodo d'oro, nella seconda metà degli anni Duemila iniziano a venire a galla i problemi. Secondo l'economista, il problema risiede nell'approccio sbagliato nei confronti del problema della povertà. Moltiplicare l'offerta (cioè gli imprenditori) non comporterà infatti un incremento della domanda quanto semmai un aumento della competizione e la conseguente discesa dei prezzi. Un po' come se si pretendesse di risolvere la crisi dei consumi aprendo più negozi. La vera questione, osserva Bateman, riguarda perciò la capacità di aumentare il potere d'acquisto delle popolazioni in difficoltà. Solo così la ricchezza generata sarà reale e l'economia potrà beneficiarne. Dal momento che il microcredito finisce per causare «migrazioni involontarie e l'aumento dell'indebitamento finisce per esacerbare la vulnerabilità dei migranti», secondo Marianne Bylander, «le istituzioni che si occupano di microfinanza e i governi devono intervenire».Piatto riccoDifficilmente questo potrà accadere, per un motivo molto semplice: il microcredito è un ottimo affare. Dopo una prima fase durata circa un decennio, caratterizzata da una gestione pubblica, l'erogazione di questi finanziamenti è stata liberalizzata in favore di soggetti privati. Basti pensare che nel 2016 il Roe (return on common equity, l'indice utilizzato nel mondo della finanza per definire la redditività di un'azienda) della microfinanza è stato pari al 12,6%, ben più alto tanto per rendere l'idea di quello di Intesa Sanpaolo e di Unicredit. Il Banco Compartamos, la più grande realtà di microfinanza in Sud America, conta 15.000 dipendenti e ha distribuito nel 2013 dividendi per 154 milioni di euro. La Grameen Foundation, spin off su scala mondiale della Grameen Bank fondata dallo stesso Yunus, ha stretto un sodalizio con la Better than cash alliance, una partnership che punta alla sostituzione del contante con la moneta digitale e della quale fanno parte colossi del rango di Unilever, H&M, Coca Cola, Citi, Mastercard, Visa, Inditex e la Bill & Melissa Gates Foundation. La facciata è quasi sempre quella della filantropia, come nel caso di Positive Planet, l'Ong cofondata dall'economista francese Jacques Attali (consigliere di Francois Mitterand e «inventore» di Emmanuel Macron) e dall'onnipresente Muhammad Yunus, che opera come una sorta di mediatrice tra i potenziali clienti e chi eroga i fondi. Anche in questo caso i partner sono di primo livello: si va Ernst & Young (una delle quattro società di consulenza più forti al mondo), a Microsoft e Accenture, passando per Capgemini.Nato per finanziare i progetti dei Paesi in via di sviluppo, il microcredito si appresta a conquistare anche l'Europa. Nel vecchio continente, infatti, le operazioni erogate sono passate dalle 494.800 del 2015 alle 664.000 del 2017 (+17%), mentre il volume complessivo si è attestato nel 2017 a 2,07 miliardi di euro (+24% rispetto al 2015). L'obiettivo finale è quello dell'inclusione finanziaria, in altre parole garantire anche ai migranti accesso a tutti gli strumenti bancari. Stando ai dati dell'Osservatorio nazionale sull'inclusione finanziaria dei migranti, nel 2016 i conti correnti intestati a clienti immigrati erano 2,7 milioni, in forte crescita del 52% rispetto al 2010. Sul piatto il gigantesco giro d'affari delle rimesse (i risparmi inviati dai migranti nel proprio Paese di origine) che solo per il ramo bancario rappresenta un volume annuo di 500 milioni di euro e 200.000 operazioni con una commissione media intorno al 3,6%. Dovevamo aiutarli a casa loro, invece li abbiamo spinti a venire a casa nostra. E le banche ci stanno guadagnando. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/follia-paghiamo-i-paesi-poveri-perche-ci-mandino-piu-immigrati-linganno-del-microcredito-2638753202.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quei-soldi-servono-per-sovvenzionare-chi-sta-per-partire" data-post-id="2638753202" data-published-at="1774929027" data-use-pagination="False"> «Quei soldi servono per sovvenzionare chi sta per partire» L'economista Ilaria Bifarini si autodefinisce «bocconiana redenta», e non potrebbe esserci un termine più adatto per chi proviene dalla culla italiana del neoliberismo e finisce per firmare un libro («Neoliberismo e manipolazione di massa», 2017) con il dichiarato proposito di smascherare «l'inganno liberista». Nei prossimi giorni è in uscita il suo nuovo libro «Inganni economici. Quello che i bocconiani non vi dicono», nel quale si focalizza sulla perdita di sovranità monetaria e sui falsi miti su cui si fonda l'attuale modello unico economico (lo Stato è come una famiglia, l'austerity espansiva, il fantasma dell'inflazione che non si materializza mai). Con lei abbiamo discusso delle storture della microfinanza, uno dei tanti argomenti al centro dei suoi studi. Perché il sistema del microcredito ha fallito? «Il microcredito, ideato per traghettare i Paesi in via di sviluppo fuori dalla condizione di miseria, in realtà ha finito per impoverirli. Esso non ha avuto alcun impatto sullo sviluppo delle economie locali e dell'occupazione, ma è stato per lo più utilizzato per soddisfare le esigenze di consumo delle famiglie, che sono finite nel vortice dell'indebitamento, costrette a pagare tassi di interesse usurai. Per ripagare i prestiti si sono verificati casi di vendita di organi da parte di cittadini bengalesi e un aumento di suicidi in alcune zone dell'India. Si è rivelato un business molto profittevole per gli istituti di microcredito, che si sono diffusi massicciamente in tutto il mondo». Altro che speranza, è il ritratto della disperazione… «Nelle aree dove si è originato il sistema del microcredito, come l'India e il Bangladesh, è stata provata l'esistenza di una correlazione diretta tra espansione del microcredito e aumento dei flussi migratori verso l'estero. Proprio in un villaggio del Bangladesh è stata creata, a fine anni Settanta, la Grameen Bank, il primo istituto finanziario a concedere denaro alle persone più indigenti. Ben presto questi finanziamenti sono stati destinati all'emigrazione, considerata una opportunità di miglioramento del benessere delle popolazioni, secondo l'infondato paradigma di sviluppo economico, abbracciato dalle organizzazioni internazionali, che vede nelle rimesse da parte dei migranti una fonte di crescita per il Paese d'origine». È possibile quantificare il peso che questi strumenti hanno avuto nel massiccio afflusso di migranti nel nostro Paese? «Il Bangladesh, dove è nato il microcredito, è il Paese di provenienza di circa un decimo dei migranti che ogni anno arrivano in Italia (oltre 10.000 nel solo 2017). Il Brac (Bangladesh rural advancement commitee), è la più grande Ong al mondo, leader nel settore dei cosiddetti “prestiti all'emigrazione", e ha filiali in Asia, America Latina e in molti Paesi dell'Africa. Non solo fornisce i finanziamenti e l'assistenza per emigrare attraverso il microcredito, ma si occupa anche di fornire alle famiglie dei migranti prestiti di rimesse, per accedere a somme di denaro per investimenti o spese mentre aspettano di ricevere le rimesse inviate dall'estero». Che interesse hanno questi soggetti a promuovere la bancarizzazione delle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo? «La povertà globale è uno dei maggiori business del sistema economico attuale, che vale decine di miliardi di dollari all'anno tra piccoli prestiti, carte di credito e microcrediti. Poi c'è l'affare d'oro delle rimesse - a latere del quale prolifera il settore delle agenzie di recupero del credito - che ha visto un incremento in termini globali di oltre il 50% in soli 10 anni, per una cifra complessiva di 445 miliardi di rimesse nel solo 2016, il 13% delle quali è stato inviato in Africa. È la finanziarizzazione della povertà e delle vite umane». E il tanto gettonato slogan «aiutiamoli a casa loro»? «Occorre liberare questi Paesi dal neocolonialismo, che opera attraverso l'ingerenza di potenze come la Francia. Quest'ultima, di fatto, non ha mai smesso di esercitare la propria egemonia sul continente africano, depredandolo delle sue ricchissime risorse naturali e minerarie, imponendo una moneta neocoloniale come il franco Cfa, che impedisce lo sviluppo economico nazionale e priva questi Stati del 50% delle proprie riserve valutarie, alimentando uno stato di tensione e guerre civili permanenti al fine di destabilizzare il territorio. Non servono aiuti o piani Marshall da parte dell'Unione europea ma solo lasciarli in pace a casa loro». Non ritiene un controsenso che il prodotto del microcredito abbia attecchito anche in Italia? «È in atto un drammatico processo di globalizzazione della povertà e di terzomondizzazione dell'Occidente, favorito dalle migrazioni di massa e di cui l'Italia è una delle principali vittime. Il modello economico attuale, che io definisco neoliberista per facilità d'identificazione, non si basa più sull'economia reale, quella della produzione e del consumo, ma si arricchisce con la finanza. Siamo nella situazione paradossale per cui la povertà e l'indebitamento sono divenuti la fonte principale di guadagno dei mercati. Non a caso nel nostro Paese è stata istituita la Fondazione Grameen Italia, dedicata allo studio e alla replica di programmi di microcredito sul modello di quella bengalese».
Renato Guttuso. Stretto di Messina Scilla, 1949
Una mostra che definirei «essenziale » e sintetica, sia per l’allestimento minimale che per le opere esposte, ma che nella sua semplicità rende bene l’idea di quella che è stata la parabola artistica di Renato Guttuso (1911-1987), politico, intellettuale e tra i più importanti pittori neorealisti italiani del XX secolo.
Siciliano di Bagheria, una passione per l’arte trasmessagli sin dall’infanzia dal padre Gioacchino, agrimensore e acquarellista, già dalla prima adolescenza Renato Guttuso comincia a distinguersi per alcune sue opere, paesaggi soprattutto, rilievi montuosi e scorci della sua Sicilia e di Bagheria, quelle origini che porterà sempre nel cuore e che saranno fonte di ispirazione durante tutta la sua carriera. Artista impegnato politicamente, amico di Sciascia e Pasolini, antifascista convinto e fedele al PCI sino alla morte (nel 1940 aderì al Partito Comunista d’Italia clandestino e nel 1976 fu eletto senatore nel collegio di Sciacca ), l’arte di Guttuso è il riflesso della sua coscienza politica, che con quel suo straordinario Neorealismo fatto di tratti decisi e colori accesi (i suoi potenti rossi innanzitutto, ma anche il giallo sole, il verde brillante, il blu intenso...), da voce al dolore, alla fatica, alle ingiustizie sociali , all’emarginazione di contadini e operai. E se uno dei suoi più noti capolavori, I funerali di Togliatti (1976), è forse l’espressione più evidente del suo credo politico, una sorta di manifesto del «realismo comunista», nell’ altrettanto famosa Vucciria (1974) come nell’ Occupazione delle terre incolte in Sicilia (1949), passando per il Raccoglitore di olive (opera esposta nella mostra di Sarzana)e Contadini al lavoro (1951), emerge a tutto tondo non solo il legame viscerale per la sua terra natia, ma anche tutto il suo interesse, profondo e genuino, per quel mondo oppresso, sfruttato e bistrattato, fatto di proletari , sottoproletari e poveri agricoltori. Ma se impegno politico e sociale sono tematiche costanti nell’arte del Maestro siciliano, altrettanto ricorrenti sono l’eros, il paesaggio, le nature morte e il ritratto, la sua esperienza personale che si unisce alla dimensione collettiva, arte e vita che si fondono in un unico, indissolubile gesto. Per Guttuso dipingere era un modo per prendere posizione, per dialogare con la storia e la politica non in modo astratto, ma concretamente e con partecipata sofferenza. Esponente di punta del gruppo di Corrente, costituitosi a Milano nel 1938 in contrapposizione alla cultura e al linguaggio retorico del regime fascista, Guttuso, al pari di Vedova, Sassu, Morlotti, Birolli e Treccani (quest’ultimo fondatore del gruppo), guardava all’Ottocento francese, alle Avanguardie internazionali e a quegli artisti così eccezionali da sfuggire ad ogni tentativo di «classificazione»: Van Gogh, ma soprattutto Picasso ,la cui influenza cubista emerge chiaramente in molte delle sue opere. Nella Marsigliese contadina (1947) per esempio, ma anche nello Stretto di Messina (1949), una delle tele in mostra a Sarzana.
La Mostra
Ospitata negli spazi rinascimentali della Fortezza Firmafede , come ha ben sottolineato il curatore, Lorenzo Canova «…La mostra attraversa quarant’anni della ricerca di Guttuso, dall’impegno politico e civile al paesaggio, dalla natura morta all’eros, mettendo in dialogo opere emblematiche come Figure sedute, Stretto di Messina: Scilla, I Falsari, Donna al telefono, fino a Donne nello studio di Velate. Un percorso che restituisce tutta la coerenza, la forza e l’attualità di un artista che ha sempre vissuto la pittura come un atto vitale e necessario». Certo, è innegabile che il visitatore possa «sentire la mancanza» di qualche opera iconica (per esempio le già citate Vucceria e I funerali di Togliatti), ma il percorso espositivo offre comunque l’opportunità di seguire tutta la parabola artistica del Maestro , ben equilibrandosi fra dipinti, disegni e opere grafiche, partendo dalle influenze cubiste e postcubiste picassiane degli anni ‘40 fino ad arrivare alle tele dedicate alla natura, al paesaggio, agli oggetti quotidiani e, naturalmente all’eros, altro elemento ( o forse è meglio dire energia) che attraversa tutta l’opera di Guttuso. La sua rappresentazione dell’eros è potente e sensuale, fatta di corpi femminili che attraggono e inquietano, luoghi di desiderio e di tensione emotiva, di immaginato e di reale. Che siano contadine o donne sensuali, reduci dai campi o da una notte d’amore, le donne di Guttuso sono personaggi più che persone fisiche, donne indagate e rappresentate in tutte le forme artistiche, pittoriche e grafiche, ma mai volgari, nemmeno quando si mostrano in una potente, spregiudicata nudità. Disegnatore «seriale» (è risaputo che Guttuso disegnasse sempre e ovunque) , parte della mostra accoglie anche un ciclo di interessanti disegni (bellissimi Emigranti e l’allucinata visione infernale dei Falsari ) e una piccola sezione dedicata alla grafica, che con tratti e segni raffinati, spesso arricchiti da un'intensa componente cromatica, rappresenta e unisce natura, figure femminili, politica e impegno civile. In pratica, tutto Guttuso…
Continua a leggereRiduci
La scuola di Trescore dove è avvenuta l'aggressione. Nel riquadro, Chiara Mocchi (Ansa)
«Dettata con voce flebile» dalla professoressa di 57 anni, accoltellata mercoledì scorso al collo e al torace da un tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca. Le condizioni di Mocchi sono migliorate, ieri pomeriggio ha potuto lasciare l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo dove era ricoverata e tornare a casa, a Berzo San Fermo.
Mentre era ancora in reparto, ha messo insieme altri particolari dell’aggressione. Scrive della sua «potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo. Un fendente arrivato a mezzo millimetro dall’aorta. Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio». L’insegnante vuole ringraziare i soccorritori, tra questi l’adolescente che ha sentito la sua prof urlare e non ha esitato a intervenire. Mentre Mocchi tentava di difendersi e cadeva a terra, l’alunno di terza media ha affrontato il compagno armato di coltello prendendolo a calci e facendolo scappare. «È indubbiamente un eroe. Ha rischiato di prendersi delle coltellate anche lui, come mi ha riferito la mia assistita. Sono intenzionato a proporlo per una medaglia perché se le merita», ha dichiarato l’avvocato Murtas.
C’è un tredicenne che non sembra smettere di odiare, non dimostra alcun pentimento durante gli interrogatori, anzi ribadisce che la sua volontà era di uccidere l’insegnante di francese perché si considera «vittima di ingiustizie da parte sua»; è c’è uno studente che non si fa frenare dalla giovanissima età per arginare un atto di violenza estrema.
Non è scappato a nascondersi, anche se nessuno l’avrebbe biasimato: ogni allievo poteva essere vittima di altri fendenti in quegli attimi di terrore. «E» non ha dato retta alla paura che certamente l’avrà assalito, ma non bloccato. Si è buttato in difesa della donna che ha visto colpire più volte e crollare a terra. Il giovane, poco più di un bambino, era a mani nude ma le gambe sono scattate e ha preso a calci quel coetaneo impazzito. Con l’adrenalina a mille, ha reagito allo spavento sferrando colpi con i piedi riuscendo a fermare l’accanimento sull’insegnante e a far scappare l’accoltellatore.
Immaginarlo, mentre così giovane reagisce temerario e coraggioso, fa un gran bene. Perché significa che non c’è solo indifferenza, rassegnazione al male, alla violenza o, peggio, voglia di commetterla come testimonia la volontà di trasmettere in diretta su Telegram un omicidio che risultava programmato con dovizia di particolari.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, dopo aver fatto visita a Mocchi nella giornata di domenica, ha chiamato la preside dell’istituto per invitare il ragazzo e la sua classe al ministero per ringraziarlo e premiarlo per il suo coraggio. L’insegnante aveva rischiato di non raggiungere viva l’ospedale. «Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”», scrive nella seconda lettera. Durante il volo dell’eliambulanza, la trasfusione di sangue ha scongiurato l’esito letale. Ricorda: «Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!”. Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo».
L’insegnante nomina tutti i componenti dell’equipaggio Blood on Board che definisce «professionisti, ma soprattutto esseri umani che non dimenticherò mai». Un pensiero speciale, commosso, lo rivolge al suo legale: «Penso - e non è un sogno - che il sangue che ora scorre nelle mie sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che ha salvato la vita a tante persone e che aveva donato il sangue proprio il giorno prima all’Avis di Monterosso a Bergamo. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita».
L’insegnante si augura che il lettore «trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore», se ancora non l’ha fatto e conclude con un pensiero al padre che «fondò l’Avis-Aido della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”».
Continua a leggereRiduci
iStock
Si chiama Fomo e sembra il nome di un locale all’ultima moda, invece è quello di una patologia psicologica. Il termine «fomo», infatti, in realtà è l’acronimo di Fear Of Missing Out, che significa paura di essere esclusi. Da che cosa? Non - intendiamoci - letteralmente dalla società tutta, quanto dalla socialità. E da quella esercitata da chi ci è più vicino. La paura, quindi, riguarda qualunque piccolo o grande gruppo sociale: la paura di essere esclusi dall’invito alla cena di Capodanno dei familiari oppure al matrimonio del cugino, il gruppo sociale in questo caso è familiare; la paura di essere esclusi dall’invito a pausa pranzo dal gruppo di cui si fa parte in ufficio; esclusi dall’invito del condominio alla festicciola per gli auguri di Natale. Di qualunque gruppo si faccia parte, la Fomo è il timore che il gruppo ci escluda e che, a causa di quell’esclusione, si perdano opportunità, eventi, esperienze piacevoli e il senso di appartenenza al gruppo stesso. La Fomo è, quindi, direttamente collegata al bisogno evolutivo di connessione sociale.
Si potrebbe pensare che essa nasca con i social network, in realtà la Fomo esiste da ben prima che i social network diventassero i fili che manovrano molte persone come burattini da mane a sera e da sera a mane. Facebook, per esempio, è arrivato in Italia in lingua italiana nel 2008, ma in un primo momento usufruivano dei social network soltanto coloro che in qualche modo erano fortemente digitali. Chi, per esempio, aveva un personal computer a casa o in ufficio (se l’ufficio permetteva di connettersi ad Internet anche per cose personali). Gli «scrivoni internettiani» prima dei social network avevano i propri blog oppure partecipavano coi commenti a blog altrui. Chi scrive aveva il proprio blog (e il proprio sito Internet personale), che smise di aggiornare quando si iscrisse a Facebook e Twitter oggi X. In quel primo decennio del secondo millennio, Internet non era ancora una rete capillare come oggi, si trattava di una rete per pochi smanettoni, una rete con pochi nodi: chi non aveva molto da dire, chi non avrebbe potuto riempire giornalmente un blog non aveva alcun interesse a porsi sui social network. Dopo qualche anno dalla sua nascita, avvenuta nel 2007, per la precisione con la diffusione delle antenne 3G, divenne diffusissimo lo smartphone Apple. Era almeno un quinquennio dopo il 2007 quando tutti, veramente tutti, iniziarono a possedere uno smartphone sempre connesso e ad iscriversi in massa ai social network. Se i primi modelli di iPhone Apple e prima ancora dell’iPhone Apple il pioniere dello smartphone, il Blackberry, che permetteva le notifiche push delle e-mail, erano stati appannaggio di chi doveva essere sempre connesso per lavoro, quindi liberi professionisti, politici, Vip, quadri e impiegati in settori tecnologici, con la massiccia diffusione dell’iPhone e contemporaneamente delle antenne 3G tutto il mondo si è riversato sui social network, anche se non aveva davvero niente di interessante da dire (se ricordate, in un primo momento nemmeno i politici erano sui social network. Solo poi hanno capito la potenzialità comunicativa barra propagandistica della rete, anche osservando cosa era riuscito a fare Beppe Grillo, negli anni addietro, col suo blog, cioè che movimento era riuscito a creare, divenuto poi voti in sede elettorale). Insomma, tutto il mondo si è riversato sui social network, in una sorta di Fomo collettiva di non appartenere alla rete. Tutto il mondo, infatti, ci si è riversato per essere connesso, quindi parte di un gruppo sociale, che fosse quello della famiglia, dell’ufficio, della squadra di calcetto, degli ex compagni di scuola. Giusto, bene. Ma questo, determinando la possibilità di avere sempre davanti agli occhi la vita degli altri, ha trasformato la Fomo da semplice paura che si poteva vivere una tantum, in una vita non connessa tramite la rete Internet, a paura continua. Oggi si definisce Fomo l’ansia che nasce dal timore di perdere esperienze gratificanti vissute da altri, spesso amplificata dall’uso dei social network. Ragioniamoci. Prima dei social network, per sapere chi era stato invitato, mentre noi no, al matrimonio del cugino di secondo grado a Gradoli, per dire, bisognava agire in qualunque modo per saperlo. E nemmeno era facile riuscirci. Coi social network, la vita degli altri con cui siamo connessi è continuamente rappresentata sotto i nostri occhi, basta entrare nella app sullo smartphone a seguito, innanzitutto, delle notifiche. Ma quando la dipendenza è instaurata, nemmeno si aspettano le notifiche. Si entra e si va a guardare. Quindi la Fomo digitale è sì collegata ad atavici e normali bisogni psicologici di appartenenza e connessione sociale insoddisfatti come era la Fomo prima dell’avvento dei social network, ma dopo questo avvento è divenuta un’ansia più diffusa e più pericolosa, causata dagli stessi social network che inducono le persone a controllare frequentemente aggiornamenti e interazioni online e così possono trovarsi a sapere che, per dire, alcuni colleghi di ufficio sono andati a fare l’aperitivo, ma non li hanno invitati, l’amico che aveva detto a Ruggero che sarebbe andato a dormire in realtà è andato a ballare con Mattia e Matteo e Ruggero, poverino, si sente tradito, a causa della menzogna di colui che credeva amico, e abbandonato e così via. Considerato che già il meraviglioso viaggio della vita offre comunque una serie di difficoltà, potevamo sicuramente fare a meno delle novelle difficoltà procurate dalla rete… Ma ci siamo dentro e allora conviene conoscerle per restarne lontani. I social network, se ci pensiamo, sono quei luoghi in cui la possibilità della visione delle vite altrui non ha pari. Ci fanno assaporare l’onniscienza divina, ma allo stesso tempo se non sappiamo fregarcene ci possono far dannare come se fossimo all’inferno, non nel paradiso, che è il luogo in cui risiede Dio. Fino a prima dei social network si poteva osservare fisicamente la propria realtà fisica: ora, grazie alla rete, si può osservare da remoto la rappresentazione elettronica della vita di chiunque ed essere connesso con chiunque, soffrendo se si è esclusi. I paragoni che possono ingenerare sofferenza tramite l’osservazione sui social network sono molti, ma di solito chi è saggio ne sta al riparo. Purtroppo, non tutti sono o sanno divenire saggi, tutelare la propria serenità ed alimentare correttamente la propria autostima.
Stare al riparo dai tanti problemi causati dai social network e, nello specifico, dalla Fomo, insomma, per tanti è difficile. Innanzitutto per i giovani che sono nati e crescono in un ambiente già sempre connesso e sempre digitale e quindi si trovano dentro una vita già completamente pregna di connettività praticamente obbligata. Il giovane non deve scegliere se essere connesso, la connessione è normale, ovvia, da molti coetanei si sarebbe considerati degli spostati rifiutandola in tutto o in parte. Ma non è semplice nemmeno per gli adulti. A ulteriore testimonianza del fatto che la Fomo odierna digitale è direttamente indotta dalla stessa digitalità social, spesso esordisce in maniera apparentemente blanda, per poi vivere un crescendo dei sintomi. Quali sono? L’esordio è caratterizzato dal controllo continuo dei social network, l’incapacità di trattenersi dal leggere le notifiche delle attività condivise dagli altri o, addirittura, andare a cercare direttamente le novità delle vite altrui, poi la necessità di condividere ogni propria attività per apparire interessanti. Faccio, dunque sono. Faccio anch’io, dunque valgo anche io. Quando la verità è che si è e si vale a prescindere dal fare e dal mostrarlo sui social network. Si soffre di Fomo digitale se si presentano questi due precisi elementi: sintomi di ansia, angoscia e depressione all’idea che gli altri possano avere delle esperienze piacevoli a cui il soggetto con Fomo non partecipa e poi aumento del controllo degli altri tramite i social network proprio per vedere cosa stanno facendo, stando ulteriormente male (altra ansia, altra angoscia, altra depressione) se si vede che stanno facendo cose che il soggetto con Fomo trova migliori di quelle che sta facendo lui.
Continua a leggereRiduci
Il "consiglio non richiesto" suona come un ultimo avviso ai naviganti. Il centrodestra rischia di scivolare nel più classico degli errori: chiudersi nei vertici, perdersi nei "rimpastini" e farsi distrarre dai salotti televisivi, mentre il Paese reale chiede risposte.